CRONACA SENZA STORIA (Poesie 1999-2015) di Matteo Marchesini (Elliot)

Quando veste i panni del poeta, che sono forse quelli che indossa abitualmente e dai quali gli riesce più difficile separarsi, Matteo Marchesini, che è anche narratore (il suo primo romanzo Atti mancati è stato pubblicato da Voland nel 2013) e critico (del 2014 per Quodlibet Da Pascoli a Busi, ma sono rilevanti gli interventi “militanti”, particolarmente sul Domenicale del Sole 24 ore e su Il Foglio), ama indagare il territorio interiore, a cominciare dai rapporti interpersonali e di coppia, terreno così privato e delicato da presentarsi per definizione impervio, nel caso specifico anche significativamente problematico, quando non proprio faticoso.

Matteo Marchesini

Ne sono dimostrazione le liriche contenute in Cronaca senza storia (edizioni Elliot, prefazione di Paolo Maccari), che raccoglie poesie scritte tra il 1999 e il 2015, con la prima sezione, che dà il titolo al libro, costituita dai testi più recenti e finora mai pubblicati in volume, la seconda che presenta una scelta di componimenti già compresi in Marcia nuziale, la precedente raccolta del 2009. Il montaggio non fornisce al lettore un’antologia di testi che trova ragione solo nella selezione operata dall’autore, ma un libro fortemente unitario, al punto che le liriche già edite sembrano trovare una loro più esatta ed eloquente posizione nel nuovo contesto.

Il carattere autobiografico della raccolta, peraltro dichiarato esplicitamente da un richiamo a Saba, è in ogni caso subito circoscritto dalla doppia perentoria affermazione che chiude la poesia introduttiva, “da adesso vivere è solo ingannare, / da adesso scrivere è solo confessare”, con cui il poeta pare si impegni a ribaltare sia il postulato che vuole realizzato uno stretto legame tra vita e letteratura, sia il principio complementare per cui è invece la letteratura a inventarsi la vita. In questo caso, se l’esistenza è inganno, all’arte dello scrivere tocca mettere a nudo le mancanze e dunque rendere esplicito quello che il vivere quotidiano vorrebbe camuffare. La poesia è insomma confessione, ma di qualcosa che, tirate le somme, tende a non manifestarsi: “Tutte le cose che ho assaggiato / senza conoscerle davvero: le riviste engagées, / il tedesco e la tecnica del calcio, / gli oratori barocchi e le ragazze / che danno il primo bacio a dieci anni / e soprattutto te, / da adesso in poi non potrò più provarle / ma soltanto archiviarle/ (…) / Vivo tempi di proroga, mio amore, / non tempi d’esperienza”.

Con l’arrivo dell’età adulta, il protagonista delle liriche si scopre incapace di affrontare la complessità dei sentimenti e delle relazioni, non sa progettare un futuro che offra una spiegazione degli atti già compiuti: “Mi chiedo a volte se in questa ignoranza / io possa mai conoscere cos’è / una patria dei corpi e delle menti / nel durare del tempo / o se mi tocchi ripetere l’inganno / breve del grande amore”.

La poesia di Marchesini nasce dalla volontà di un’autentica confessione della propria interiorità e della natura complessa dei sentimenti, ma anche dalla disposizione a risolvere gli affetti in quella che Maccari chiama “attitudine ragionativa” e che forse è attrazione verso la distrazione dai sentimenti stessi, autocertificazione della non abilità a vivere le passioni. Quella di cui il poeta scrive è “una vita passata / a invidiare la gente che vive / e non sta sul chi vive”.

Questa ossessiva tendenza a guardarsi vivere, e a scoprirsi irrisolto, si definisce in una sorta di malattia che il soggetto estende alla coppia e in genere alle relazioni affettive, nella ripetizione automatica di gesti abituali, ormai privi di senso. Non è un caso che ad apertura di volume si faccia riferimento al ritorno “di due di rame, di pietra o di legno”, dove l’esplicita citazione da Cavalcanti, e al suo sentirsi un automa in seguito alla sofferenza d’amore, sembra voglia confessare una inadeguatezza a vivere le relazioni, la condanna a concepirsi solo come manichini o fantocci, come peraltro è ribadito nei versi successivi: “Si sopravvive facili a se stessi. / Ci si regala come abiti smessi / a miserabili che hanno la nostra faccia. / E ogni gesto intorbida la traccia”.

L’esistenza finisce allora per gravare nelle giornate del soggetto che anima i versi, mimando le emozioni “così come altri imparano a memoria / le lezioni di scuola”, atterriti però dalla evenienza “che a un tratto una domanda imprevedibile / sveli la smagliatura nei cervelli”.

Marchesini è bravo a smascherare i meccanismi spesso dolorosi che sono alla fonte delle vicende affettive, senza mai lasciarsi andare a scivoloni sul terreno della confessione svenevole. L’equilibrio è reso possibile oltre che da una vigile applicazione a spiegare il mondo in termini raziocinanti e dimostrativi, in special modo quando gli eventi porterebbero in altra direzione, anche dalla solida disposizione al controllo del mezzo espressivo. La lingua poetica di cui si fa uso l’autore è saggiamente artificiosa, con l’orecchio sempre rivolto alla tradizione novecentesca, nel ricorso all’armamentario retorico e soprattutto nell’uso dominante di un endecasillabo sommesso e poco cantabile, che tende ad abbassare, secondo una lezione che arriva da Sbarbaro, il tono delle confidenze e delle penose ammissioni.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

 

 

TRITTICO DEL DISTACCO di Pasquale Di Palmo (Passigli)

Trittico del distacco è uno di quei libri necessari a chi li scrive che per qualche profonda ragione diventano fondamentali anche per il lettore: mentre l’autore esplora zone della propria esistenza altrimenti trascurate, sicuramente dolorose ma in qualche modo inevitabili, il lettore è chiamato non solo a partecipare della vicenda altrui, ma a fare i conti con i grumi interiori, la provvisorietà e le insicurezze della propria sfera privata. E’ un libro che nasce da un’urgenza esistenziale, da un travaglio in fondo autenticamente personale, che riesce a trovare in un linguaggio, sobrio essenziale eppure evocativo, la qualità con cui parlare agli altri, costringendoli a guardarsi dentro, a mettersi dinanzi alle proprie inquietudini.

Trittico del distacco di Pasquale di Palmo (edito da Passigli, € 12.50) è innanzitutto un viaggio nella memoria, nel suo aspetto più pietoso e difficile da sostenere, in quella sorta di scorata sofferenza che si presenta quando il ricordo cerca di trattenere quello che è andato perduto, si sforza tenecemente di lottare contro l’irrimediabile allontanarsi delle persone care. La raccolta è scandita in tre parti, a formare un trittico appunto, composto da immagini che si richiamano tra loro e che infine sembrano sovrapporsi in un unico, anche se frammentato, paesaggio interiore. 

(ph. G. Grattacaso)

(ph. G. Grattacaso)

Appare significativo che il libro si apra, inaugurando la sezione Addio a Mirco, con versi che si richiamano al desiderio, peraltro irrealizzabile, di tornare indietro nel tempo, essere ancora un adolescente impegnato in “interminabili partite” su improvvisati campi di calcio in cemento “nel sole allucinato delle due e quaranta”, “la palla servita / al compagno più imbranato / che spreca l’occasione imprecando”. Nel gol mancato, nell’occasione consumata in un nulla di fatto, sembra essere contenuto il limite di ogni attività della memoria, che non può che rappresentare ormai che una vicenda sfilacciata e difforme dal vero, una realtà sognata ed evanescente, un’azione che arriva ad un passo dalla realizzazione e che invece non si conclude se non nella costatazione dell’inattuabilità.

L’addio al cugino Mirco, morto suicida, è contrassegnato inevitabilmente dal rito triste del distacco, ma è anche l’occasione per recuperare dal passato immagini frammentate eppure così vivide e intense: riemergono dagli anni giovanili il quartiere dove ha vissuto il poeta e dove ora passeggia ogni giorno sotto un cielo che “ha un colore schiacciato, di decomposta aringa”; l’incontro con un uomo dagli “occhi appuntiti come spilli”, che a distanza di tempo l’autore scopre essere lo scultore Alberto Viani (“Io, che appena lo ricordo, rimpiango / di non possedere una sua bagnante / in argento lunga pochi centimetri”); una pasticceria frequentata al termine delle partite “giocate in cappotto” (“Il pasticciere era un vecchio fiorentino / che si chiamava Marino. / Unica specialità il castagnaccio”), dove poi il poeta si recherà con il padre ormai “abbrutito dall’ictus” e dove “raramente appare qualcuno che conosciamo”, mentre “fuori sfrecciano gli autobus, / il cielo si divincola tra i rami”.

Il padre è poi protagonista della seconda parte del libro, Centro Alzheimer, che segna il progressivo, penoso distacco dalla vita, dell’uomo anziano senza più memoria. La sezione è introdotta da una bellissima lirica in dialetto veneziano: “Adesso ti xe un albero, papà. / uno di quei alberi / che non gà più bisogno de niente: / basta un fià de vento /un fià de piova / per viver na vita / piena de sgrìsoli, / de usignoli che se sgola. // Le fogie gà la to vose / e co s’ciopa el temporal / ti te riscàri co i lampi / ti te imboressi co i toni (…). Il padre a cui, nell’ultima fase della vita, sono ormai “sconosciuti / la saggezza e gli dei” e che è “inconsapevole di morire / essendo inconsapevole di vivere”, è diventato un albero a cui il vento offre una vita piena di brividi.

Il ricordo, che si palesa dunque essenzialemente come perdita, è un paesaggio oscillante tra la zona luminosa del ricordo, che lascia intravedere margini di una nostalgia che riporta a galla antichi sentimenti, e il territorio opaco che nasce dalla consapevolezza che ogni evento, ogni affetto è destinato a scomporsi e svanire. E’ un tema che si ripresenta ancora più incalzante nella terza sezione, I panneggi della pietà, formata da brevi prose, il cui ritmo è in sostanziale sintonia con le liriche delle precedenti sezioni. Le metafore derivate dal gioco del calcio si fanno più numerose, ma si tratta di uno sport vissuto a livello amatoriale e periferico, così come ancora più presenti sono le figure di uomini vinti dal destino. Il ricordo si ripresenta ancora una volta imprevisto, sotto forma di improvvise evocazioni, ma attraverso un linguaggio pacato, estremamente nitido. Come scrive Maurizio Casagrande nella postfazione al volume (la prefazione è invece affidata a Giancarlo Pontiggia). “le scelte linguistiche non risultano affatto gratuite dal momento che rispondono a una funzione catartica che àncora saldamente l’opera al vissuto, inverandola e confutando implicitamente ogni deriva orfica o asrattamente letteraria”.

Di Palmo, che è nato al Lido di Venezia nel 1958 ed ha al suo attivo diversi volumi di poesia, traduzioni e opere di saggistica, conferma di essere una voce significativa, sia pure spesso defilata, del panorama poetico nazionale.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi.it

 

 

COME FOSSE GIOVEDI’ di Michele Paoletti (Puntoacapo)

È possibile pensare che esista una logica che tiene in piedi il mondo, una geometria che sappia spiegare le relazioni, i piccoli e i grandi eventi che contraddistinguono un’esistenza. Forse a sostenere le nostre vite è un sistema di linee che suggerisce infine un disegno preciso, che inserisce le immagini, anche quelle più caotiche, in una cornice dai contorni netti. Le poesie che compongono il bel volumetto Come fosse giovedì (Puntoacapo, € 8), che segna l’esordio nella poesia di Michele Paoletti, sono alla ricerca di un sistema esatto, una formula che sappia rendere compiuta la nostra presenza tra i fatti e le cose. Ma la ricerca è infruttuosa o comunque ci mette di fronte ad un risultato diverso rispetto a quello desiderato, ci mostra la presenza di una sofferenza diffusa e di una altrettanto estesa condizione di disordine a cui non sappiamo dare una spiegazione.

Le linee, i reticoli geometrici dovrebbero consentire almeno che il corpo trovi un suo equilibrio a contatto con la realtà, che le nostre emozioni sappiano, a partire da coordinate precise, regolare il loro legame con le vicende della vita, ma questo non accade: «Gli spigoli del mio corpo / formano una macchia confusa / una catasta di nervi alla rinfusa / che si contraggono / come pesci sulla rena. / Poi arriva la piena delle parole / a dare a tutto un nome / a rituffare / le squame ovali in mare. / A rendermi lineare».

(ph G. Grattacaso)

(ph G. Grattacaso)

Le parole hanno il compito, se non di trovare una soluzione, almeno di esprimere una ricerca, che spesso si concretizza nello spazio ben caratterizzato del teatro, che per Paoletti, come recitano le esigue note biografiche è “passione da sempre”, un microcosmo ideale dunque, il luogo dove realtà e finzione entrano in contatto e si sovrappongono, dove l’accadimento tragico può confondersi con quello comico. È sulle assi del palcoscenico, nell’ambiente apparentemente protetto della rappresentazione scenica, in un luogo che nasce già come metafora della vita, che disperazione e tormento possono essere messi in messi in mostra senza il timore di apparire patetici. E’ in questo luogo deputato che è consentito consumare il proprio dramma, affrontare i reticoli dell’esistenza: «Sfido i fantocci al centro della scena / stringendo il mio copione / e la mia pena». O ancora: «Sono il tiranno / il faro sul soffitto / la botola sul palco / l’attore, lo sconfitto».

La rappresentazione dell’io è spesso realizzata attraverso richiami a presenze diverse, oggetti di poco conto, ambienti più o meno familiari, quasi che il poeta senta il bisogno di misurare la proprio sofferenza e l’inevitabilità del male attraverso la concretezza delle cose, che si propongono come correlativi della condizione umana. «Stavano il mio letto e il sonno / in una scatola dal doppio fondo scassato / che mi portavo appresso / insieme ai pochi capelli gelosi / e qualche forchetta arrugginita. / Anche un vuoto di stomaco mi seguiva / attorcigliato alla tromba delle scale / che scendevo in fretta e risalivo / quando ancora era agosto / e avevo parole cesellate sulle labbra / e vuoti nella gola da pulire».

La lingua di Michele Paoletti, che è nato nel 1982 a Piombino, dove vive, è sempre fortemente scandita, presenta linee marcate e appare ancorata a un sistema di metafore che sembrano rincorrersi (tanto che a volte si rischia che il gioco sfugga di mano), con un uso, esibito solo a tratti, di rime e di figure foniche, che non inducono però mai alla cantabilità dei versi. «Non so se la notte è una distanza / o un balbettare della pelle / in una gabbia amare senza sbarre / non so se i morti hanno scarpe / con suole di cera / per alleggerire il valzer / che arrugginisce il meccanismo. // I cassetti non hanno serratura / i cardini stridono sconfitti / la volontà vuota le reti negli specchi».

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

ELSINA E IL GRANDE SEGRETO di Sandra Petrignani (Rrose Sélavy)

Elsina è una bambina molto fantasiosa, vive nel quartiere romano di Testaccio ed è estremamente affascinata dalle parole, con cui inventa storie e poesie. Delicata e eccitabile, è dolce soprattutto con gli animali, tanto che i grandi si chiedono perché mai questa bambina tanto sensibile sia così spesso arrabbiata con loro, sia così battagliera e desiderosa di libertà. La bimba ama a tal punto gli animali, da portare le polpette preparate dalla mamma ai cani randagi e costringere i due fratelli più piccoli a mangiare una frittata.

Elsa Morante bambina

Illustrazione di Gianni De Conno per Elsina

A scuola la maestra, che ha scoperto che Elsina scrive versi, glieli fa recitare davanti a tutta la classe e la ritiene, come gli altri adulti, una Bambina Prodigio. Elsina ne è felice, ma anche imbarazzata, ed è amareggiata e infastidita, quando scopre che in questo modo si rende antipatica alle compagne di classe.

Elsina, che è poi Elsa Morante da piccola, è la protagonista di un racconto per ragazzi che ha molti punti in comune con la vera infanzia della narratrice romana. La fiaba, scritta da Sandra Petrignani, è illustrata da Gianni De Conno per la raffinata collana del Quaderno Quadrone (Elsina e il grande segreto, Rrose Sélavy, € 14).

Il segreto a cui fa riferimento il titolo e intorno a cui si svolge la narrazione è quello di una bambina che cresce con due padri, anzi con quello che lui chiama papà e che le ha dato il cognome, cioè Augusto Morante, e con lo zio Francesco Lo Monaco, che è poi il padre naturale di Elsina. La piccola non si preoccupa particolarmente di questa strana situazione, occupata com’è a inventare le sue storie e a pensare a come spiegare il guazzabuglio familiare ai fratelli, visto che la mamma, vinta dalle sue insistenze, l’ha messa al corrente dei fatti.

Il breve racconto della Petrignani si snoda felice e leggero, pur toccando alcune questioni che, a distanza di diversi decenni dagli anni in cui si è svolta l’infanzia della Morante, ancora suonano attuali: i ragazzi alle prese con il “segreto” di una famiglia con più genitori invece dei canonici due; i bambini che si trovano a fare i conti con un talento che spesso viene esibito con troppa facilità e con un pizzico di crudeltà (basti pensare alle insopportabili trasmissioni televisive popolate da pargoli con particolari doti canore); il mistero, questo sì davvero un gran segreto, come suggerisce Franco Lorenzoni nell’introduzione, dell’ispirazione letteraria, di una sensibilità che spesso fa male (“gli altri giocavano e lei stava sola in un angolo a leggere e rileggere i suoi libri”), ma che può anche sciogliersi nella felicità della creazione artistica.

In fondo la storia raccontata dalla Petrignani e così sapientemente e incantevolmente illustrata da De Conno vuole anche dire a grandi e piccini che bisogna accettare degli altri, soprattutto se si tratta di bambini, la deviazione della norma, il carattere ostile e irritante, gli sbalzi improvvisi di umore, in quanto essi possono nascondere un modo particolare di guardare la realtà, non regolamentare e disciplinato, ma tale a volte da suggerirci nuove prospettive, utili anche alle nostre esistenze.

Non è un caso che ad essere protagonista del breve racconto sia proprio la scrittrice Elsa Morante. Sia perché Sandra Petrignani ha una particolare attenzione al mondo e alla vita delle donne che scrivono (La scrittrice abita qui, il romanzo Marguerite sulla vita della Duras, Addio a Roma, dove molte pagine sono dedicate anche a Elsina, ma in versione ormai adulta, una biografia di Natalia Ginzburg in preparazione), ma anche per la grande considerazione della Morante nei confronti del mondo dei bambini. Vale la pena ricordare personaggi come il piccolo Useppe ne La Storia, Arturo de L’isola di Arturo, le poesie de Il mondo salvato dai ragazzini, ma ancora di più gli esordi della Morante, avvenuti da giovanissima appunto, con filastrocche e raccontini letti agli adulti e poi sulle pagine de Il Corriere dei Piccoli.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

DAL CORPO ABITATO di Matteo Pelliti (Luca Sossella Editore)

Le case tendono a somigliare a chi vive al loro interno, assumono una forma che restituisce l’immagine e le abitudini di chi vi abita, o forse è chi si muove tra le loro pareti a trasformarsi, a divenire giorno dopo giorno parte dello spazio domestico, a entrare in sintonia con lo spirito del luogo. In ogni caso, gli oggetti, l’arredamento, le suppellettili anche le più insignificanti, per il solo fatto di essere parte di quel sistema compiuto che è la casa, la animano allo stesso modo delle persone, di cui condividono le esperienze, partecipando, si direbbe con trepidazione, agli eventi della vita. E’ anche per questo che lasciare l’abitazione in cui si è vissuti, trasferirsi altrove, affrontare un trasloco, comporta un periodo di tensione, un corpo a corpo con le cose, un lavorio angosciato sul passato che ci affatica e ci agita, a maggior ragione quando lo spostamento è conseguente alla fine di un rapporto, ad una frattura affettiva.

Matteo Pelliti nel suo bel libro di poesia Dal corpo abitato ci mette di fronte, fin dalla prima lirica, al dialogo che intercorre tra la casa, che quasi si modella intorno alle persone che la vivono, e chi la abita: “Le case sono corpi, armature aggiuntive, / non tane o ripari, ma organismi viventi autonomi, / che rivestono, come derma supplementare, / i loro abitanti. // Abitante e abitato diventano simultanei / riflessi, a volte di un’unica nevrosi, / l’uno per l’altro biunivoci: / abito una casa che mi abita, / come un ‘abito’ appunto”. 

Matteo Pelliti

Matteo Pelliti

I versi di Pelliti, in una lingua piana che sembra voglia evitare ogni sconfinamento lirico, in un tono mormorante e sommesso, indagano il rapporto tra “abitante e abitato”, seguono il gioco dei loro “simultanei riflessi”, soffermandosi su aspetti apparentemente insignificanti, che introducono invece, nella loro pur evidente ordinarietà, alla scoperta di legami profondi, di epifaniche manifestazioni. I luoghi familiari diventano così sede di una verità, che si rivela per segni minimi. Gli eventi casalinghi, sia pure nel loro procedere prevedibile, riconfermano l’imprevedibilità di ogni espressione della realtà. L’improvvisa scoperta avviene attraverso subitanei scarti linguistici, insospettati slittamenti di senso, cambi di prospettiva tra l’uno e l’altro campo semantico, tra l’ambiente in cui è collocata l’azione che si racconta nella poesia e un altro mondo, più o meno attiguo, che si manifesta inatteso eppure necessario dinanzi ai nostri occhi. Il percorso insomma è insieme piano e accidentato, e quasi svogliato si presenta il palesarsi di una nuova significazione, secondo una lingua poetica che sembra richiamarsi ai modelli di Umberto Fiori e Valerio Magrelli.

Nella poesia Mal di testa, il cattivo funzionamento dell’antenna televisiva sul tetto della casa, spinge il protagonista a cercare ogni tipo di soluzioni per venire incontro alle richieste della figlia: “Mi facevo antenna col corpo / e sintonizzavo il canale dei cartoni animati / stando vicino allo schermo, / poi una danza acrobatica intorno al video / per spostare gli stecchi di ferro / finché non si centrava la frequenza, / le bacchette da rabdomante per l’etere”. Ma arriva anche il giorno in cui ogni sforzo è inutile, la bimba consola suo padre, e questi conclude che “quando la casa ha mal di testa / la tv non si vede”.

Il poeta scopre, in seguito al trauma di una separazione coniugale e al conseguente tentativo di ricomporre, sia pure da single, il proprio rapporto con un nuovo ambiente domestico, le numerose e impreviste implicazioni che lo spazio casalingo contiene. Parlare della casa è anche il modo per affrontare le vicende private, per tentare di restituire all’esistenza un possibile equilibrio, che appare comunque un obiettivo solo desiderato, ma di fatto irrealizzabile. Il bisogno di fare ritorno verso un luogo rassicurante e riconoscibile diventa allora sogno, stralunato vagheggiamento (“Il lessico esoterico / degli annunci immobiliari: / altana, resede, vani / sogni parzialmente ammobiliati. // Piccoli lavori di ristrutturazione necessari, / postbellici”).

Lo sguardo sulle cose è ora malinconico, ora ironico, a tratti amaro o addirittura sprezzante, o ancora tenero e premuroso, quando ad essere al centro della scena è la piccola figlia, ma sempre animato da una volontà di esplorare questa “unica nevrosi” che unisce l’abitazione e i suoi abitanti, semmai a partire da piccole somiglianze anche solo di carattere lessicale, o attraverso il ribaltamento di ricorrenti luoghi comuni: “Riconvoco a vuoto / l’assemblea di condominio del sé, / finché non raggiungo i millesimi / per prendere le deliberazioni: / cresce l’erba in cortile, / piove dal tetto, / e le piastrelle si sono scheggiate”.

Matteo Pelliti, che è nato nel 1972 a Sarzana e vive a Pisa, ha esordito nel 2007 con il volume di poesie Versi ciclabili, ha pubblicato racconti e testi teatrali, anche in collaborazione con Simone Cristicchi, presente in Dal corpo abitato in qualità di lettore di alcune poesie, nel Cd che accompagna il libro edito da Luca Sossella. Il volume è corredato dalle illustrazioni di Guido Scarabottolo.

QUESTIONI PRIVATE di Andrea Carraro (Marco Saya Edizioni)

La forza che emana dalle pagine narrative di Andrea Carraro risiede innanzitutto nella volontà di guardare la realtà, anche nei suoi aspetti più spiacevoli e degradati, senza pregiudicare la nitidezza dell’immagine per mezzo di filtri edulcoranti e dunque senza imporre al lettore facili scorciatoie. Ne sono testimonianza Il branco, il suo romanzo più noto, pubblicato nel 1994 e diventato poi film con la regia di Marco Risi, L’erba cattiva, e i più recenti Il sorcio e Come fratelli

Andrea Carraro

Andrea Carraro

Scegliendo come strumento di comunicazione il linguaggio della poesia, Carraro agisce in maniera analoga. In Questioni private (Marco Saya Edizioni) lo scrittore arriva diritto al cuore delle vicende appunto private a cui il titolo fa riferimento, che sono poi quelle dettate innanzitutto dai rapporti interpersonali, a cominciare dai vincoli familiari. Nella forma del poemetto, e attraverso una prosodia che richiama alla lingua della narrativa e fa leva su un ritmo sempre serrato e sapientemente scandito, Carraro affronta delicate vicende personali, attento a non lasciare che la parola letteraria diventi pretesto per costruzioni che approdino a infingimenti e simulazioni. La volontà è quella di lasciare intravedere il lungo travaglio interiore e di elaborarlo senza rischiare in nessun momento di scarnificare o di mitigare il nucleo esistenziale di partenza. Lo sa bene l’autore che di fronte alle critiche degli amici alla lettura del suo poemetto a loro dedicato, contrappone l’inevitabilità della confessione a cui si accinge: “Guardati dalla nostalgia fine a se stessa / Andrea non è da te / Ho detto l’uno / La poesia allude non dice / Siamo al grado zero / Ha detto l’altro / Ma tu hai continuato / Non per ripicca / Ma perché t’è necessario / Come l’aria / Per andare avanti”.

Nel primo dei cinque poemi che compongono la raccolta, Ode al padre, che è anche quello dal nucleo tematico più compatto, Carraro rivisita il rapporto conflittuale con la figura paterna, inserendosi in maniera in parte inusuale in una significativa tradizione, soprattutto novecentesca, che ha relegato contrapposizioni e dissidi prevalentemente al settore delle opere narrative, lasciando invece alla poesia un’ispirazione più pacificata ed elegiaca. Andrea Carraro si muove su uno scivoloso terreno di confine, mettendo a fuoco la figura paterna negli ultimi anni della vita, quando la distanza tra genitore e figlio si fa più marcata, più insofferente l’atteggiamento del figlio e più evidente e doloroso il suo complesso di colpa. Il padre ha scritto un brutto romanzo autobiografico e chiede al figlio romanziere, assurto a una qualche notorietà dopo la fortunata traduzione cinematografica di una sua opera narrativa, aiuto e sostegno nel tentativo di pubblicazione. “Quell’uomo lì che ti ha rovinato la vita / E ormai lo sa con certezza dai tuoi libri / Pretende oggi di farsi leggere da te?” – scrive l’autore rivolgendosi al se stesso di qualche anno prima. Il gioco è quello di un continuo, mai completamente sereno, scambio di ruoli, cominciato già anni prima, quando il figlio appena adolescente si allenava a copiare la firma del padre per poi utilizzarla nel libretto delle giustificazioni scolastiche, “Perché ti dava una strana forza / Prendere per un lampo il suo posto / Incarnarlo lui com’era nel mondo / Imponente e grande ai tuoi occhi di marmocchio”.

Ma il padre è anche la persona amata incondizionatamente durante l’infanzia “insomma colui che hai imitato e adorato / E aspettato sotto le coperte / E abbracciato nel mare tra il salmastro e l’acqua di colonia”; più tardi è sempre, sia pure tra tante incomprensioni, una figura da amare “appassionatamente come si può amare / Un padre che senti che se ne sta andando per sempre / E che di suo non resterà niente / Se non un ricordo pieno di vergogna / Come se tu l’avessi ucciso / Come se davvero il cancro gliel’avessi procurato tu”. La poesia diventa per questo un estremo tentativo, contraddittorio e a suo modo inevitabile, di liberarsi della figura paterna, di affrancarsene per sempre, e insieme di legarsi ancora di più ad essa: infatti, confessa infine Carraro, che il poemetto nasce dalla volontà di parlare “del padre mio che è morto / Da sedici anni / E ancora non posso congedare”.

I versi di Andrea Carraro raccolti in Questioni private compongono proprio una sorta di articolato poema del congedo, che nasce dallo sforzo di fare i conti non tanto con il passato, ma con quello che del passato ancora si manifesta, in ogni vita, sotto forma di fantasmi, di nostalgia, di un atteggiamento mentale che non riesce ad adattarsi al cambiamento. Quello che non c’è più attrae e finisce per perseguitarci, a non darci pace, proprio quanto più ci sembra ormai lontano, tanto da provare un senso di rimpianto anche per i momenti spudorati e difficili, come si evidenzia spesso nell’Ode agli amici. Il tentativo di strapparsi dagli altri, di lasciare finalmente il passato a se stesso, nasce in effetti dalla volontà di separarsi da una parte di sé, di lasciare che il tempo ci raccolga diversi da quello che siamo stati.

Gli amici così risultano perduti, ma ancora presenti nella vita di chi scrive “E se tutto sfuma / In oleografico quadretto / Non me ne può fregare di meno / Perché l’ho detto e ridetto / Questa roba qui non è per loro / Dico per i critici / Che tutto sanno che tutto hanno letto / Sempre pronti a sbuffare / A alzare il mento / Ma solo per voi amici”.

PASOLINI RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot)

Mi chiedo che libro scriverò su quel ragazzo a vita”, si domanda con un po’ di apprensione Renzo Paris appena all’inizio del volume dedicato a Pasolini, per concludere: “ripercorrerò affebbrato i luoghi dei nostri incontri, come il segugio di un’ombra”. Di fatto la struttura portante e la cifra peculiare dell’accorato, a tratti doloroso, percorso narrativo di Pasolini ragazzo a vita, in libreria in questi giorni edito da Elliot, risiedono proprio nella partecipazione emotivamente intensa da parte di chi scrive, nella tenerezza di fronte alle scelte e alla sorte dell’amico, che generano appunto uno stato di eccitazione febbrile causato dal premere degli affetti e della memoria. D’altra parte nel libro è sempre presente, a fianco di chi ripercorre gli eventi di quegli anni, il “silenzioso fratello maggiore”, il fantasma dello scrittore e regista. pasolini-10

Paris, che aveva conosciuto Pier Paolo Pasolini nel 1966, non vuole raccontare lasciando che siano le fonti, i documenti, in maniera fredda a parlare. Preferisce piuttosto che i suoi passi da “flâneur incallito”, come lui stesso si definisce, lo guidino nel recupero non solo degli eventi, ma anche delle emozioni che gli avvenimenti determinarono. E’ così che Pasolini ragazzo a vita finisce per proporsi come il resoconto del cammino, a volte sognante ed affascinato, a volte delirante ed angosciato, con cui Paris insegue, come un segugio appunto, le ombre. Non solo quella di Pasolini, che guida lo scrittore amico lungo le strade che entrambi percorsero, nelle case, i locali, le redazioni dei giornali che entrambi frequentarono, ma i propri fantasmi e quelli di un’intera generazione di letterati, che si trovarono, anche in seguito alla morte dell’autore di Le ceneri di Gramsci, a fare i conti con se stessi e con i valori in cui avevano creduto. Inoltre il viaggio di Paris mostra chiaramente i fantasmi di un’epoca, quella del decennio inaugurato dai prodromi del Sessantotto, e della stagione successiva, che ha visto tramontare violentemente speranze e aspettative costruite faticosamente, ma forse partorite con troppo facile entusiasmo. 

Renzo Paris percorre il suo itinerario a passi lenti, lasciandosi dirottare dalle suggestioni e dai suggerimenti del contingente, quindi deviando dal percorso stabilito, permettendo che il presente, quello multietnico ad esempio della stazione Termini, animata da zingarelle e da sudamericani “acciambellati sui muretti”, entri in relazione con il passato pasoliniano, rappresentato nella circostanza dalla stessa piazza dei Cinquecento nella quale il regista rimorchiò sulla sua Alfa GT il suo assassino. L’oggi e lo ieri si mescolano e si confondono, in un racconto della realtà di grande forza e fascino. I vivi e i morti si incontrano, perché, come dice Paris, “le mie passeggiate sono affollate di ombre”. E sono ombre, quelle di Moravia, di Dario Bellezza, di Enzo Siciliano, Elsa Morante e Laura Betti, che partecipano con vivo magnetismo alle vicende narrate

Pasolini ragazzo a vita non è perciò quel tipo di scrittura che normalmente si definisce una biografia, non è del tutto una autofiction, come si dice ora, e nemmeno un romanzo a carattere biografico o un libro di critica letteraria, ma riesce a mettere insieme questi aspetti, tessendo i lacerti, a tratti volutamente scomposti, a tratti appena riconoscibili, perché mescolati a un paesaggio presente sfilacciato e deforme, di un’amicizia che serve a ricomporre la figura del poeta Pasolini, “spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno”, dello scrittore che “voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile”. Paris si avvicina al maestro, quasi con lo stesso atteggiamento che ebbe un tempo, si direbbe con la devozione senza remore dello scrittore più giovane nei confronti del più famoso, a cui viene riconosciuta un’inconsueta vitalità culturale, la nitida capacità di mettere a fuoco il suo tempo, il gusto per la provocazione che si traduce quasi sempre nella capacità di assorbire tutti i respiri dell’esistenza, anche quelli più affannosi e contraddittori.

Ne nasce una sorta di dialogo a distanza tra i due scrittori: il primo, intento a ripercorrere a passi eccitati i luoghi in qualche modo familiari (Casarsa, l’India, dove a Pasolini sembra che “il canto notturno degli indianini rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una concessione della vita”, le strade di una Roma così diversa da quella attraversata ora da Paris impegnato a ricostruire quegli incontri, la casa di Laura Betti, dove c’era sempre un posto a tavola per il poeta cineasta); l’altro, ormai solo un’ombra, ancora in grado però di indicare il terribile scenario che ci circonda, il deserto che ghermisce il nostro vivere collettivo, il poeta che si esprime con le parole penetranti e i lunghi silenzi durante i quali osserva con cura il mondo, convinto che l’arte non possa concedersi di non assorbire tutta la vita che le si muove intorno. Uno, Paris, che sa che la propria esistenza non prevede altra reazione al disastro “se non con la penna”, che continua a guardare rasoterra, “testimone invisibile, cane sciolto, ombra di me stesso”; l’altro che ha sempre agito con la passione e con l’ansia quasi violenta di chi vuole “gettare il corpo nella lotta”, e lo fa fino in fondo, anche da morto. 

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Il Pasolini che emerge da queste pagine non è tanto lo scrittore metà borghese e metà borgataro dei suoi primi anni romani, quanto piuttosto l’intellettuale “vecchio, stanco, che non riusciva più a godere come una volta e quasi non credeva più che quello dei suoi ragazzi notturni fosse amore”. Sostiene Paris che “tutte le sue grandi illusioni si erano rovesciate in rabbiose delusioni”, che l’amico riteneva che Roma fosse finita, “e sembrava fosse finito il mondo intero”. Pasolini avrebbe voluto riscrivere tutta la sua opera, “sotto il segno del deserto che vedeva crescergli intorno”. E ancora: “La sua solitudine si era fatta totale dopo il genocidio dei proletari. (…) Quei suoi ragazzi di vita sembravano contenti, sopra le Honda o le macchine rubate, non gli sembrava vero che somigliassero ai pariolini”.

Paris scrive un libro toccante e ricco di notizie, un libro che si snoda, capitolo dopo capitolo, in cerca di una verità, che l’autore sa bene come non sia possibile riassumere in una formula, né credere che possa essere univoca e lineare. Gli ultimi anni della vita di Pasolini sono segnati anche da un abbandono, vissuto come un lutto, che diventa insieme causa e simbolo della sua disperazione. La fine della relazione con Ninetto Davoli getta il regista nello sconforto. Il giovane amico si è innamorato di una donna che sposerà e con cui avrà un figlio. Pasolini, che tanto aveva investito in quella relazione in termini affettivi, scrive le oltre cento composizioni de L’hobby del sonetto (pubblicate poi solo nel 2003), rivolgendosi al suo Ninetto con il “voi” o il “lei”: “Quanti ragazzi come voi mi odiano e mi amano / Non ho altro da gettare nella lotta / che il mio corpo / esso è al loro fianco ma io sono lontano”.

Forse non è un caso che, quella fatidica sera del primo novembre, prima di incontrare il suo assassino, Pasolini avesse cenato con Davoli e la sua famiglia. A Moravia che si chiedeva come mai il suo amico avesse bisogno di così tanti ragazzi, risponde ora Paris che, se avesse potuto leggere i sonetti avrebbe capito che l’ossessione di Pasolini, quella “reiterazione sessuale portata all’estremo”, era dovuta a quel rapporto d’amore “davvero speciale” che si era concluso. Pasolini, scrive Paris, “aveva gettato il suo corpo nella lotta per farsi massacrare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

RELIQUIARIO DELLA GRANDE TRIBOLAZIONE di Giuseppe Langella (Interlinea)

Durante la prima guerra mondiale, come forse mai era accaduto in precedenti conflitti, i soldati avvertirono se stessi come uomini piccoli e smarriti, alla ricerca di un’umanità che sentivano persa per sempre. La loro lotta, prima ancora che contro un nemico del quale sapevano poco e che certo non avevano ragione di odiare, si svolse innanzitutto contro le avverse e terribili condizioni naturali, le enormi montagne, il freddo dell’alta quota, le nevi che sembravano non volersi mai sciogliere, il fango delle trincee, il caldo opprimente dell’estate. Ai terribili nuovi armamenti si rispondeva con strumenti di difesa assolutamente inadeguati. Il conflitto venne combattuto innanzitutto contro la propria fragilità di uomini. Anche per questo la Grande Guerra è stata oggetto di riflessione di tanti tra narratori e poeti.prima guerra

La vana e coraggiosa fatica dei singoli chiamati a lottare contro forze più grandi di loro è oggetto della breve e intensa raccolta poetica di Giuseppe Langella, spinto all’impresa dalla consuetudine con i luoghi che furono teatro di alcuni tra i più drammatici eventi della guerra e sollecitato dall’incontro con l’artista camuno Edoardo Nonelli, autore della scultura Croce, realizzata assemblando reperti bellici, a volte anche solo frammenti, dotati comunque di grande suggestione, recuperati sulle pendici dell’Adamello, dove vennero scavate trincee e dove i soldati furono chiamati a sforzi sovrumani.

In Reliquiario della grande tribolazione, pubblicato da Interlinea, Langella opera allo stesso modo di Nonelli, partendo appunto dalle reliquie, dai ritrovamenti minimi qui soltanto evocati, e ricostruendo, a partire da quelle antiche tracce, le condizioni miserevoli di quanti si trovarono, a volte provenienti da regioni lontane, a combattere il conflitto. Lo sguardo del poeta è pietoso e partecipe, la sua voce si veste di un tono religioso, peraltro richiamato già dal titolo della raccolta, che non può che riportare anche ai versi di Ungaretti e in particolare alla poesia I fiumi, dove il soldato-poeta dichiara di essersi disteso nell’Isonzo come “in un’urna d’acqua” e di aver riposato “come una reliquia”.

A differenza di Ungaretti, pure citato in esergo della sezione Stazioni (che rappresentano le fermate di una dolorosa e crudele via crucis), Langella sceglie per le sue poesie una cadenza di carattere popolare, segnata dalle rime, anche baciate, come avviene nella lirica che apre il libro, dal titolo appunto Reliquie. Langella assume punto di vista e sofferenza degli sconfitti, e in questa guerra sono sconfitti tutti, anche coloro che potranno dirsi salvi e tornare alle proprie case, ma può farlo solo dalla distanza dei cento anni che sono trascorsi dal conflitto, può farlo guardando e facendo parlare i resti che la guerra ha lasciato sul terreno e che la natura, a distanza di anni, restituisce: sono “assiti, pioli, stanghe, tavolacci, / cui il tempo, l’aria, i ghiacci, / hanno impresso il colore delle ceneri”. Le reliquie contengono la traccia, la lontana presenza, di quelle vite che la guerra segnò per sempre, che vengono anche richiamate dai suoni stessi delle parole, dal timbro spietato e popolare, che sembra ricordare i canti che accompagnavano le marce e le attese dei soldati: “Casematte, cunicoli, tettoie / divelte, feritoie, / schegge, cassette, lamiere ritorte, / ostaggi della sorte; / carrucole, funi, reticolati, / sbarre, ferri incrostati / di ruggine, scheletri di baracche, / ghirbe, taniche, sacche: / di tanti alpini, delle loro gesta, / è tutto quello che resta”.

Giuseppe Langella, che a Milano insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica ed ha esordito in volume nel 2003 presso San Marco dei Giustiniani con la raccolta Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore, è poeta colto che comunque sa rinunciare alle asprezze del dettato per aderire, come in questo caso, alla materia trattata, per farla diventare esperienza comune.

I resti di lamiere e legno, dei reticolati, i brandelli di stoffa, scandiscono un percorso, che nel volume è segnato in parallelo dalla riproposizione di disegni e litografie in gran parte realizzati proprio dai soldati che combatterono nel corso della Grande Guerra. E’ un percorso in cui si rappresenta la condizione di sofferenza e fragilità degli uomini, il continuo dialogo tra vita e morte che di nuovo emerge dai reperti che sembrano ancora avere impressi i segni di quei destini: “O legno centenario, / arso dal sole, scavato dai venti, / tutto costole e solchi, schegge e fori, / midollo che si spacca dai dolori, / fosti fasciame che scalda e ripara, / buono per la baracca e per la bara”.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it

 

L’OMBRA DI CHI PASSA di Alessandro Quattrone (Puntoacapo)

L’editoria di poesia vive ormai da decenni in una condizione di sospensione, uno stato vegetativo da cui sembra impossibile riemergere. Non essendo neppure più considerata fiore all’occhiello per le case editrici, che potevano così giustificare scelte su altri versanti assolutamente commerciali, non supportata da nessuna forma di promozione, finisce per sottostare a scelte determinate da decisioni di basso profilo, se non addirittura prive di senso. Ne fanno le spese libri di notevole livello, cui viene offerta la possibilità di affrontare il pubblico, quello beninteso ridottissimo del caso, solo grazie alla presenza coraggiosa di piccole case editrici specializzate, che si barcamenano tra mille difficoltà, tra cui quella di non essere in grado di garantire una distribuzione adeguata, attività peraltro non sostenuta, nel caso della poesia, nemmeno dalle grandi case.

La premessa vale a raccomandare attenzione verso le proposte di un agguerrito gruppo di editori di poesia e a introdurre il discorso relativo al nuovo libro di versi di Alessandro Quattrone, L’ombra di chi passa, edito da Puntoacapo. Si tratta infatti di un volume che raccoglie liriche di grande intensità, degne di arrivare a un pubblico vasto, se non altro per il rifiuto di muoversi all’interno di un panorama asfitticamente introspettivo, paesaggio spesso frequentato dalla produzione poetica italiana degli ultimi anni. La poesia di Quattrone risolve la complessità del pensiero, la ricerca di un oltre sempre imperscrutabile e perciò destinato ad essere costantemente cercato, l’apparente banalità di un quotidiano che in effetti nasconde mille insidie e innumerevoli domande, in un dettato chiaro ed accessibile, che invita il lettore a una relazione, apparentemente fondata su presupposti scontati, ma che presto si snoda in riflessioni che costringono ad un’ottica inconsueta e frastornante. NATURA-MORTA-DI-GIORGIO-MORANDI_2

Alessandro Quattrone è nato nel 1958 a Reggio Calabria e vive da tempo a Como, dove insegna. Il suo primo libro di poesia, Interrogare la pioggia, risale al 1984; al volume d’esordio fece seguito nel 1993 Passeggiate e inseguimenti. Dopo un lungo silenzio poetico, puntellato da varie traduzioni e dalla pubblicazione di un romanzo, nel 2013 ha dato alle stampe la raccolta Prove di lontananza.

Il mondo che si delinea in L’ombra di chi passa è limitato a un territorio circoscritto, popolato di oggetti, di piante, di animali, soprattutto di insetti, riconoscibili e familiari. La zanzara, la mosca, la cimice, la formica, il passero sembrano costringere autore e lettore a limitare lo sguardo agli immediati dintorni, si pongono come un freno perché il passo non ardisca verso paesaggi insoliti. Eppure i versi svoltano presto verso verità inaspettate, soluzioni penetranti e impreviste. Il conosciuto serve da ancora che tenga al riparo da possibili scivolamenti, si propone come una prospettiva agognata, ma in effetti irrealizzabile, come è detto già nella lirica che apre il volume: “Sapessimo imitare la saggezza / delle cose ferme al loro posto / da mesi o da decenni, / noi anime in continuo movimento / senza una terra né un giardino / dove obbedire muti alle stagioni, / sapessimo restare immobili / come quadri appesi alle pareti, / con i nostri colori che chiedono solo / di avere una forma e una cornice”.

Gli insetti devono al loro essere piccoli e alla brevità della vita il raggiungimento di una beata consapevolezza senza aspettative, che li libera dalle incertezze relative al futuro e dalle domande sul proprio stato. Così la pioggia che cade inesausta cancella rumori e voci nella strada, “ma risparmia il suono impazzito / della cimice che si sa mortale”. Del resto anche l’uomo è un essere piccolissimo di fronte ai grandi accadimenti della natura e ai suoi numeri, anche l’uomo nella sua ricerca infinita sembra alternare “silenzio e ronzio, sbattendo / contro il soffitto e le pareti”, ma la sua condanna è continuare a credere che sia possibile il futuro e che il passato sia veramente custodito da qualche parte. Ed è per questo che il piccolo essere umano non riesce a trovare una collocazione che lo soddisfi, un posto nel quale sentirsi veramente a casa: “Guardando questa immensa trasparenza / non sappiamo se è il nulla o la pienezza / che amiamo, e rimaniamo a lungo incerti / fra vertigine e equilibrio”.

La realtà, proprio quando si presenta ordinata e precisa, appare minacciosa, perché ci mette di fronte alla nostra volontà di dare un senso al mondo, di comporre in un disegno nitido e preciso i pezzi frammentati dell’esistenza, per scoprire che c’è sempre qualcosa che non torna, un particolare che rimette tutto in discussione: “La cucina pulita ci minaccia / con i suoi silenzi di bottiglie vuote, / con i suoi mormorii di uva bianca, / con la tranquillità irrimediabile / di un calendario scaduto”.

E’ possibile recuperare momenti di pienezza, di soddisfatta autenticità, solo a costo di credere che la felicità sia esercizio passeggero e che essa risieda in avvenimenti minimi, nel precario benessere di un attimo di equilibrio. Chi però, anche se solo per un momento, anche se solo per “miracolo, magia, fantasia”, ha raggiunto una comprensione, sia pure del tutto parziale, della nostra vicenda nel mondo, non può che guardare agli altri, secondo un modello che arriva a Quattrone da Sbarbaro e Montale, come a ombre, a una folla di “appestati incosapevoli” (“una compagnia di strani condannati sorridenti” li chiamava il poeta di Pianissimo; “gli uomini che non si voltano”, “l’altre ombre che scantonano” scriveva Montale): “Quanto azzurro allegro d’ombre / intermittenti sulla sponda del lago: / è solo un intervallo, questo, / solo una breve pausa lirica / nel trascorrere di un cammino epico. / Una folla vagante di appestati / inconsapevoli, colmi di storia / e di giudizi, ci trascorre accanto. / Tutti possessori di porzioni / di aria, di acqua, di nuvole”.

(pubblicato sulla rivista online Succedeoggi)

 

 

NOTIZIE DEL MONDO di Philip Levine (Mondadori)

Immergersi nella lettura dello straordinario libro di poesie che è Notizie del mondo di Philip Levine, recentemente pubblicato nella collana Lo Specchio di Mondadori, è come fare un viaggio nell’irrazionalità dell’esistenza: si scoprono luoghi e avvenimenti a tratti meravigliosi, in altri casi terribili, comunque sempre sorprendenti e degni di essere raccontati, che dicono che la vita procede a tentoni, prende strade impreviste e senza senso, e proprio questa assurdità in fondo è la ragione del suo fascino e della sua oscura necessità. A conforto di questa osservazione valga la vicenda descritta nella poesia Giorni in biblioteca, nella quale il protagonista, confortato dalla luce del sole “che scendeva a fiumi dalle alte finestre”, si lascia andare a una confessione che nasconde anche una sussurrata dichiarazione di poetica: “Scelsi per prima una copia vergine de L’idiota / di Dostoevskij, ogni pagina del quale mi confermava / l’irrazionalità dell’esistenza”. Levine posa sugli eventi grandi e piccoli della vita il suo sguardo partecipe e pacato, nel tentativo di ricostruire il passato che dà sostanza alle sue notizie del mondo, per scoprire che è del tutto inutile cercare di dare un ordine agli avvenimenti. Le storie, che provengono da un tempo più o meno remoto, ritornano come schegge vaganti, avanzi di una realtà refrattaria a modellarsi in una composizione coerente.

Philip Levine è morto da un paio di mesi. Figlio di immigrati russi ebrei, era nato a Detroit nel 1928 e aveva cominciato a lavorare nelle fabbriche di auto all’età di 14 anni. Notizie dal mondo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2009, è il suo ultimo libro. Il mondo operaio, la difficile condizione di chi lavora per sopravvivere, come lo zio che viene colto “mentre chino sul mestiere sbagliato / nel posto sbagliato faceva il proprio ingresso / nell’epica non scritta del tedio”, affiorano nei ricordi del poeta, così come riemergono le vite umili e spesso infelici di uomini e donne che non hanno voce, destinati a sparire senza lasciare altra traccia che non sia quella rappresentata dalla loro presenza nei versi di Levine. 

Philip Levine

Philip Levine

Il verso di forte respiro narrativo che caratterizza queste poesie non cerca di ricostruire il passato attribuendogli solennità, né è orientato ad offrire un affresco realistico di una società marginale e depressa. Il viaggio nella memoria, che è anche ricostruzione di una geografia privata che spazia da Detroit a Cuba, dal Baltico delle memorie familiari al Portogallo, procede a sbalzi, con improvvise ellissi e con scarti inattesi, che rendono frammentaria e parziale la ricostruzione dei singoli avvenimenti. Delle vite delle persone che con il poeta hanno condiviso un pezzo di esistenza, o di quelle appena conosciute, è impossibile ricostruire le ragioni che hanno portato a scelte spesso insensate o sapere dove le ha condotte in seguito il destino. Anzi i segmenti che riaffiorano dimostrano come la realtà si sistemi in una composizione traballante e dissennata. Dal movimento a ritroso nel tempo nasce una sorta di commovente Spoon River, un cimitero dove non ci sono defunti a ricordare la propria esistenza passata, ma uomini colti in un attimo lieve e indeterminato della propria vita presente, lasciati come sospesi a chiedersi e a chiederci il senso delle azioni compiute e più in generale della loro e della nostra presenza nel mondo.

Del resto la memoria, già di per sé incapace di ricostruire con precisione il passato, non può che prendere atto che il trascorrere del tempo trasforma o cancella esseri viventi e cose, come è ovvio. La poesia di Levine tramuta questa condanna in meraviglia, conduce lo sconcerto a divenire nostalgia e grazia. Così nella poesia Ritorno a casa (la raccolta è tradotta da Giuseppe Strazzeri): “Un vero posto nella vera città / dove tutti siamo cresciuti. Ci passiamo accanto tu ed io / sulla strada di scuola o tornando a casa / dopo il lavoro. E’ dove sorgeva la vecchia casa / un tempo, i grandi occhi spalancati notte e giorno, / rimpiazzata dal nulla. Potresti definirlo un lotto vacante / ma vuoto non è. Iris selvatici in aprile, / come una spuma di bianchi fiori di pizzo che Mamma chiamava / cicoria selvatica, e ancora euforbia, segale, ginestra, / in autunno la seconda fioritura del rabarbaro / che nessuno raccoglie, una lunga trincea / adatta alla guerra e un tempo disseminata / delle travi rimaste dalla prima casa / crollata proprio qui”. La poesia si conclude con l’apparizione di una figura femminile e con l’amara e ironica costatazione dell’impossibilità di una soluzione che offra un riparo dall’inconcludenza del vivere: “Nella casa / che una volta qui sorgeva, si è levata un’ombra / per dare spazio al giorno, un ricordo di donna / quasi prende forma mentre lei resta / pietrificata alla finestra. Se stiamo zitti / potremmo forse udire qualcosa di vivo / muoversi lungo i vicoli polverosi / o nei giardinetti abbandonati, qualche / cosa lasciata alle spalle, lo spirito del luogo / che ci dà il benvenuto, se il luogo uno spirito l’avesse”.

I piani temporali si confondono e si sovrappongono offrendo al lettore illuminazioni improvvise, così come gli sparuti dialoghi inseriti nelle narrazioni possono aprire squarci sul nulla che avvolge i personaggi, subito disposti però a rientrare in una quotidianità che li affascina e li tramortisce, nell’irrazionalità che si riversa cupa e inevitabile sulle azioni. Nella poesia Dell’amore e altri disastri “l’operatore di presse del Nord / incontrò l’assemblatrice del West Virginia / in un bar vicino allo stadio”. A un certo punto la donna fa scivolare il discorso sulle proprie mani e sui solchi profondi scavati dal lavoro sulle palme. “ ‘La linea della vita’ / disse lui ‘qual è?’ ‘Nessuna’ / rispose lei e lui notò che aveva occhi / nocciola disseminati di pagliuzze / d’oro, e poi – imbarazzato – tornò / a guardarle la mano”. Poi lei gli pulisce gli occhiali e lui non riesce a vedere niente di diverso da prima. “E pensò ‘Meglio / filarsela prima che sia troppo tardi’, ma / sospettò che troppo tardi era ciò che desiderava”.

(pubblicato su succedeoggi.it)