UNGARETTI E IL PORTO SEPOLTO di Leone Piccioni (Succedeoggi)

L’Europa e tanti dei suoi intellettuali e scrittori sono sconvolti dalle vicende drammatiche del primo conflitto mondiale, quando la poesia italiana subisce lo scossone che ne cambierà per sempre le sorti, destinandola definitivamente al nuovo secolo. Nel 1916, grazie all’intervento di un ufficiale, anch’egli poeta, conosciuto al fronte, quel “gentile Ettore Serra” a cui è dedicata la lirica che chiude lo smilzo volumetto, Giuseppe Ungaretti pubblica presso un editore di Udine Il porto sepolto: sono solo 80 copie, che contribuiranno però, come nessun’altra raccolta fino ad allora composta, a svecchiare la poesia italiana, privandola della patina retorica che ne ricopriva spesso le opere, facendole respirare un’aria di cambiamento e novità, proveniente in particolare da oltralpe.

Ungaretti, come tanti altri letterati ed artisti, aveva aderito con entusiamo all’appello della Patria e come volontario si era aggregato alle truppe dell’esercito italiano. In Italia in effetti non era nato e non aveva mai vissuto. Era solo transitato, dopo l’approdo a Brindisi, proveniente dalla natia Alessandria d’Egitto, per quelle terre di cui erano pieni i racconti di sua madre e degli italiani conosciuti in Africa. Aveva soggiornato brevemente a Roma, e più a lungo a Firenze e a Milano. Ma l’Italia era stata solo la tappa per arrivare a Parigi, dove non avrebbe studiato giurisprudenza alla Sorbona, come aveva promesso a sua madre, ma si sarebbe piuttosto interessato alle lezioni di Bergson e ai corsi universitari di letteratura, e più ancora avrebbe frequentato i caffè di Montmartre e del Quartiere Latino per discutere con Guillaume Apollinaire, innanzitutto, e con la schiera di artisti e di poeti, molti dei quali italiani, Modigliani e Soffici su tutti, che si raccoglieva intorno all’autore di Calligrames. 

A quel primo gruppo di poesie, scritte su foglietti di fortuna, sui pacchetti di sigarette, sulle cartoline, come ebbe a raccontare in seguito lo stesso Ungaretti, se ne aggiunsero poi delle altre, mentre le liriche che formavano la prima edizione vennero in parte riviste e corrette, o addirittura eliminate, fino a formare una nuova raccolta, che prenderà il nome di Allegria di naufragi nell’edizione del 1919 e poi, nel 1931, di L’allegria

Piccioni e Ungaretti

Leone Piccioni e Giuseppe Ungaretti

Leone Piccioni, che fu allievo e sodale di Ungaretti a partire dal 1945, frequentandone la casa e raccogliendo i suoi insegnamenti e le sue confidenze, e che si interesserà lungamente, da critico letterario, dell’opera ungarettiana, a cent’anni dalla prima edizione de Il porto sepolto conferma oggi fedeltà e attaccamento all’amico e maestro con l’agile volumetto Ungaretti e il Porto Sepolto, pubblicato dalle edizioni di Succedeoggi.

Superata la soglia dei novanta anni, Leone Piccioni ci mostra ancora una volta, in questo rapido e vivace saggio, che è possibile raccontare la letteratura. E’ possibile cioè dire la fascinazione, l’incanto, la forza espressiva che nasce dall’opera, trasformando in narrazione la lettura e il proprio rapporto con il testo, costruendo un dettato fluido e piano, che interroga e spinge alla riflessione, senza mai risultare faticoso. La letteratura può essere raccontata senza perdere di vista la profondità e i contenuti dell’opera, ma anzi pescando proprio nelle zone più fonde, rendendole accessibili anche al lettore meno esperto. Questo è un libro che dovrebbe essere utilizzato nelle scuole, offerto ai giovani, per renderli partecipi di un momento particolare della vicenda italiana ed europea, quando la letteratura era ancora incontro e confronto, per spiegare loro chi è stato, nei suoi anni giovanili, uno dei poeti più grandi del nostro Novecento, quello forse che ha saputo vedere prima degli altri le caratteristiche del secolo ventesimo, con le sue infinite possibilità e le enormi contraddizioni.

Piccioni, analizzando le poesie de Il porto sepolto, attingendo ai suoi ricordi personali e alle parole del poeta, in particolare contenute in una lunga intervista concessa allo scrittore e critico letterario franco algerino Jean Amrouche e mandata in onda da Radio France, ricostruisce la vicenda esistenziale e culturale di Ungaretti, a partire dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in Egitto, fino alle vicende che lo portano a partecipare alla guerra, prima in maniera convinta, poi sempre con maggiore sofferenza e crescente dolore. Sono insomma i luoghi e le situazioni che il poeta riassume nei versi de I fiumi, dei quali appunto parla come di una sua vera carta d’identità culturale: nell’acqua dell’Isonzo, il fiume che attraversa il Carso, teatro della guerra, Ungaretti ritrova la presenza degli altri fiumi che hanno contribuito a formare la sua personalità, il Nilo naturalmente, che lo ha visto “nascere e crescere / e ardere di inconsapevolezza”, la Senna, nel cui “torbido” il poeta si è “rimescolato” e “riconosciuto”, e prima ancora il Serchio, nella lucchesia, nel quale ricercare le sue origini familiari e dove hanno attinto varie generazioni “di gente mia campagnola / e mio padre e mia madre”.

Gli anni della guerra, quelli della composizione delle poesie de Il porto sepolto, sono terribili per il poeta, ma anche in qualche modo rappresentano, come ricorda Piccioni, la porta d’accesso ai valori più profondi della sua poesia. Dirà Ungaretti in seguito: “Il Carso è la società. E’ una società tragica, una società di guerra, ma è una società umana… L’incontro con gli altri uomini per me avviene sul Carso, avviene nel momento del sentimento di umiltà, di disperazione, di onore e di necessità di aiuto, di comunanza nella sofferenza”.

Ungaretti soldato

Ungaretti soldato

Nel ripercorrere le liriche del primo libro di Ungaretti, a cominciare dai versi dedicati all’amico suicida Moammed Sceab, con il quale il poeta abitò a Parigi in una pensione di rue des Carmes, “appassito vicolo in discesa”, Leone Piccioni cerca le ragioni di quella poesia, i motivi della sua forza e li ritrova in parte proprio nell’ultimo testo già ricordato, nelle parole di Commiato rivolte ad Ettore Serra: “… poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / è la limpida meraviglia / di un delirante fermento // Quando io trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso”. Scrive Piccioni: “Inutile cercare invano pretesti per l’ispirazione poetica: c’è solo da guardare le cose del mondo, dell’umanità, della propria vita affidandosi alla novità e alla purezza di una ispirazione che riguarda molto da vicino tutti i viventi. Una parola non logorata dall’uso improprio, ma trovata con fatica e senza illusioni. Un ‘delirante fermento’ è necessario”.

Si tratta a ben guardare di una lezione di poetica di grande attualità. Così come moderno è l’approccio analitico di Leone Piccioni, che gli permette di tornare a parlare, con rinnovata freschezza, dell’opera di Ungaretti. In tale modo di procedere la profondità con cui si muove il critico letterario non è mai separata dalla vivacità della parola del giornalista. Sono le stesse caratteristiche che gli permisero, ormai decenni fa, quando ebbe ruoli significativi nella Rai, di inventare un modo nuovo di fare divulgazione culturale, dando vita, insieme ad altri intellettuali, a quella mitica e mai dimenticata trasmissione culturale che fu L’Approdo.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE di Paolo di Paolo (Feltrinelli)

La prosa di Paolo Di Paolo procede ordinata e pacata, senza aggressioni e senza scosse, e sembra volerci condurre in un paesaggio limitato, dentro il quale si rappresenta una vicenda marginale e ordinaria. L’autore riesce però, nello stesso momento, a dirigere uno sguardo ampio sulle cose, semmai alimentato da una visione laterale, che sviluppa una proiezione poco rassicurante e sicuramente spiazzante sul mondo. Del resto il mondo non è un luogo particolarmente armonioso, e chi vi abita non può pensare di mettervi ordine, piuttosto, nel migliore dei casi, può credere di essere protagonista di eventi felicemente sorprendenti. Succede così che dove il lettore si aspetta delle soluzioni, trovi invece un terreno all’apparenza solido, ma che impone continuamente un cambio di passo. La narrativa di Di Paolo, a cominciare dai fortunati Dove eravate tutti e Mandami tanta vita, invita a porsi delle domande sul proprio e sull’altrui destino, sul posto che ognuno occupa nella vita del pianeta e nello scorrere del tempo. 

Il nuovo romanzo, Una storia quasi solo d’amore (Feltrinelli, € 15), induce ad uno sguardo obliquo a partire dalla scelta del ruolo del narratore, che è il personaggio di Grazia, una attrice di mezza età, che sembra non avere più nulla da chiedere alla vita, tanto da guardare quanto le accade intorno con distacco, ma insieme con la capacità di distinguere e di far emergere con determinazione la propria lettura degli avvenimenti. Grazia gestisce una scuola di recitazione e ci racconta non la sua storia, ma quella dell’incontro, di cui è testimone, tra sua nipote Teresa, trentenne che da poco si è trasferita da Terracina a Roma, dove lavora senza entusiasmo in un’agenzia di viaggi, e del più giovane Nino, che dopo un’esperienza a Londra decide di fare ritorno in patria, allettato, ma nemmeno poi tanto, dall’offerta di Grazia di tenere un corso di teatro per anziani. Nino, che di cognome fa Morante, ha poco più di vent’anni e in effetti si chiamerebbe Flaminio, ma ha scelto un nome che ritiene più adatto per le sue ambizioni artistiche.

E’ proprio il teatro, l’ambiguità che esso consente o a cui costringe, a fornire una chiave di lettura delle azioni dei personaggi, alla ricerca di una propria identità nella quale riconoscersi, di un posizionamento che li renda riconoscibili agli altri. La vita del resto è sempre teatro, con l’illusione di muoversi nella zona illuminata del palcoscenico, mentre invece siamo nella fase ancora indistinta delle prove, impegnati nel tentativo di costruire con qualche credibilità il nostro personaggio. “D’altra parte, recitare, un po’ si recita sempre, e come viene. E no, non si tratta solo di bugie – gente che nasconde, che dissimula, con l’ansia di essere scoperta e punita. C’è una zona teatrale in ogni nostro atto (…). Non è questione di doppia vita, ma di questa, dell’unica (…). C’è teatro, il più delle volte dozzinale, al telefono, in ufficio, in camera da letto, è teatro il colloquio di lavoro, la lezione a scuola, la cena preparata con più cura, l’abito finalmente indossato, dopo averne buttati sulla sedia tre o quattro. E come nell’altro teatro, nel vero, nulla si ripete uguale: simile sì, mai identico, nulla si ripete né lascia traccia. Tutto esiste solo in quell’istante e poi niente, scompare, evapora, non ha testimoni che non siano quel pubblico ristretto, scelto o improvvisato, radunato su due piedi: come intorno ai cantanti di strada, ai giocolieri, ai matti”.

Non è un caso che Nino voglia mettere in scena con la sua “classe” di anziani debuttanti (ma il suggerimento è della più esperta Grazia) Le false confidenze di Marivaux, le cui dinamiche, le parole dette a metà o mal comprese, le finzioni e le superficialità nei rapporti, la voglia di apparire a tutti i costi, finiscono per incunearsi nella sua vita, a obbligarlo ad un’attenzione più sincera verso le cose che gli accadono intorno, a comprendere anche che l’attrazione che sente per Teresa non è da ricondurre al repertorio solito di una fatua messa in scena di se stesso.

Di Paolo sa indagare in questa zona vaga delle nostre rappresentazioni quotidiane e sa che i movimenti dei suoi personaggi non possono essere completamente ricondotti ad unità, perché un sistema ordinato e perfettamente funzionante non esiste. Si accontenta dunque di farci scoprire la meraviglia che può determinarsi anche a partire dai consueti avvenimenti di tutti i giorni e sa dirci che il mondo in cui abitiamo è vario e incoerente, forse anche inconcludente, ma è pieno di domande e offre scenari che intervengono sulle nostre esistenze e che dobbiamo imparare a interpretare.

La storia d’amore tra Teresa e Nino, che peraltro viene presentata soprattutto nella fase preparatoria, finisce per essere il pretesto attraverso cui il narratore esplora nelle pieghe degli avvenimenti dei nostri giorni, analizza il difficile dialogo tra generazioni che sono costrette a leggere il mondo attraverso ottiche diverse, scruta il passare del tempo nelle vite dei singoli e si interroga su come il passato finisca per gravare significativamente sul presente. E’ forse Teresa a manifestare con più chiarezza il proprio disagio nei confronti di una realtà che sfugge proprio quando sembra più accessibile: “Non ti chiedi mai che rapporto c’è tra te e il mondo? Fra te e i miliardi di persone che non conosci? (…) E’ che tutto mi sembra tanto più grande della nostra capacità di prendercene cura”.

C’è un fondo amaro in Una storia quasi solo d’amore, che forse emerge già dal “quasi solo” del titolo, che circoscrive la vicenda mettendo un limite alla tensione affettiva, ancorandola a una realtà in cui non è facile guardare oltre i propri bisogni, veri o presunti che siano. Un fondo penoso, che Grazia esprime con disillusione e contarietà, ancora una volta attraverso la metafora del mestiere dell’attore: “Quand’è che siamo diventati stronzi? Come abbiamo fatto a non rendercene conto? Qualcosa sopravvive – il talento, che diventa mestiere: più raffinato, più disinvolto. Ma lo stupore? E l’attenzione autentica, profonda, che ci teneva incollati alle cose per ore, alle scoperte della vita intellettuale, alle parole degli sconosciuti, un po’ a tutto. (…) Non brilliamo più. Qualcuno, da lontano, scambia per luce vera il neon freddo e sterile del saperci fare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

CRONACA SENZA STORIA (Poesie 1999-2015) di Matteo Marchesini (Elliot)

Quando veste i panni del poeta, che sono forse quelli che indossa abitualmente e dai quali gli riesce più difficile separarsi, Matteo Marchesini, che è anche narratore (il suo primo romanzo Atti mancati è stato pubblicato da Voland nel 2013) e critico (del 2014 per Quodlibet Da Pascoli a Busi, ma sono rilevanti gli interventi “militanti”, particolarmente sul Domenicale del Sole 24 ore e su Il Foglio), ama indagare il territorio interiore, a cominciare dai rapporti interpersonali e di coppia, terreno così privato e delicato da presentarsi per definizione impervio, nel caso specifico anche significativamente problematico, quando non proprio faticoso.

Matteo Marchesini

Ne sono dimostrazione le liriche contenute in Cronaca senza storia (edizioni Elliot, prefazione di Paolo Maccari), che raccoglie poesie scritte tra il 1999 e il 2015, con la prima sezione, che dà il titolo al libro, costituita dai testi più recenti e finora mai pubblicati in volume, la seconda che presenta una scelta di componimenti già compresi in Marcia nuziale, la precedente raccolta del 2009. Il montaggio non fornisce al lettore un’antologia di testi che trova ragione solo nella selezione operata dall’autore, ma un libro fortemente unitario, al punto che le liriche già edite sembrano trovare una loro più esatta ed eloquente posizione nel nuovo contesto.

Il carattere autobiografico della raccolta, peraltro dichiarato esplicitamente da un richiamo a Saba, è in ogni caso subito circoscritto dalla doppia perentoria affermazione che chiude la poesia introduttiva, “da adesso vivere è solo ingannare, / da adesso scrivere è solo confessare”, con cui il poeta pare si impegni a ribaltare sia il postulato che vuole realizzato uno stretto legame tra vita e letteratura, sia il principio complementare per cui è invece la letteratura a inventarsi la vita. In questo caso, se l’esistenza è inganno, all’arte dello scrivere tocca mettere a nudo le mancanze e dunque rendere esplicito quello che il vivere quotidiano vorrebbe camuffare. La poesia è insomma confessione, ma di qualcosa che, tirate le somme, tende a non manifestarsi: “Tutte le cose che ho assaggiato / senza conoscerle davvero: le riviste engagées, / il tedesco e la tecnica del calcio, / gli oratori barocchi e le ragazze / che danno il primo bacio a dieci anni / e soprattutto te, / da adesso in poi non potrò più provarle / ma soltanto archiviarle/ (…) / Vivo tempi di proroga, mio amore, / non tempi d’esperienza”.

Con l’arrivo dell’età adulta, il protagonista delle liriche si scopre incapace di affrontare la complessità dei sentimenti e delle relazioni, non sa progettare un futuro che offra una spiegazione degli atti già compiuti: “Mi chiedo a volte se in questa ignoranza / io possa mai conoscere cos’è / una patria dei corpi e delle menti / nel durare del tempo / o se mi tocchi ripetere l’inganno / breve del grande amore”.

La poesia di Marchesini nasce dalla volontà di un’autentica confessione della propria interiorità e della natura complessa dei sentimenti, ma anche dalla disposizione a risolvere gli affetti in quella che Maccari chiama “attitudine ragionativa” e che forse è attrazione verso la distrazione dai sentimenti stessi, autocertificazione della non abilità a vivere le passioni. Quella di cui il poeta scrive è “una vita passata / a invidiare la gente che vive / e non sta sul chi vive”.

Questa ossessiva tendenza a guardarsi vivere, e a scoprirsi irrisolto, si definisce in una sorta di malattia che il soggetto estende alla coppia e in genere alle relazioni affettive, nella ripetizione automatica di gesti abituali, ormai privi di senso. Non è un caso che ad apertura di volume si faccia riferimento al ritorno “di due di rame, di pietra o di legno”, dove l’esplicita citazione da Cavalcanti, e al suo sentirsi un automa in seguito alla sofferenza d’amore, sembra voglia confessare una inadeguatezza a vivere le relazioni, la condanna a concepirsi solo come manichini o fantocci, come peraltro è ribadito nei versi successivi: “Si sopravvive facili a se stessi. / Ci si regala come abiti smessi / a miserabili che hanno la nostra faccia. / E ogni gesto intorbida la traccia”.

L’esistenza finisce allora per gravare nelle giornate del soggetto che anima i versi, mimando le emozioni “così come altri imparano a memoria / le lezioni di scuola”, atterriti però dalla evenienza “che a un tratto una domanda imprevedibile / sveli la smagliatura nei cervelli”.

Marchesini è bravo a smascherare i meccanismi spesso dolorosi che sono alla fonte delle vicende affettive, senza mai lasciarsi andare a scivoloni sul terreno della confessione svenevole. L’equilibrio è reso possibile oltre che da una vigile applicazione a spiegare il mondo in termini raziocinanti e dimostrativi, in special modo quando gli eventi porterebbero in altra direzione, anche dalla solida disposizione al controllo del mezzo espressivo. La lingua poetica di cui si fa uso l’autore è saggiamente artificiosa, con l’orecchio sempre rivolto alla tradizione novecentesca, nel ricorso all’armamentario retorico e soprattutto nell’uso dominante di un endecasillabo sommesso e poco cantabile, che tende ad abbassare, secondo una lezione che arriva da Sbarbaro, il tono delle confidenze e delle penose ammissioni.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

 

 

TRITTICO DEL DISTACCO di Pasquale Di Palmo (Passigli)

Trittico del distacco è uno di quei libri necessari a chi li scrive che per qualche profonda ragione diventano fondamentali anche per il lettore: mentre l’autore esplora zone della propria esistenza altrimenti trascurate, sicuramente dolorose ma in qualche modo inevitabili, il lettore è chiamato non solo a partecipare della vicenda altrui, ma a fare i conti con i grumi interiori, la provvisorietà e le insicurezze della propria sfera privata. E’ un libro che nasce da un’urgenza esistenziale, da un travaglio in fondo autenticamente personale, che riesce a trovare in un linguaggio, sobrio essenziale eppure evocativo, la qualità con cui parlare agli altri, costringendoli a guardarsi dentro, a mettersi dinanzi alle proprie inquietudini.

Trittico del distacco di Pasquale di Palmo (edito da Passigli, € 12.50) è innanzitutto un viaggio nella memoria, nel suo aspetto più pietoso e difficile da sostenere, in quella sorta di scorata sofferenza che si presenta quando il ricordo cerca di trattenere quello che è andato perduto, si sforza tenecemente di lottare contro l’irrimediabile allontanarsi delle persone care. La raccolta è scandita in tre parti, a formare un trittico appunto, composto da immagini che si richiamano tra loro e che infine sembrano sovrapporsi in un unico, anche se frammentato, paesaggio interiore. 

(ph. G. Grattacaso)

(ph. G. Grattacaso)

Appare significativo che il libro si apra, inaugurando la sezione Addio a Mirco, con versi che si richiamano al desiderio, peraltro irrealizzabile, di tornare indietro nel tempo, essere ancora un adolescente impegnato in “interminabili partite” su improvvisati campi di calcio in cemento “nel sole allucinato delle due e quaranta”, “la palla servita / al compagno più imbranato / che spreca l’occasione imprecando”. Nel gol mancato, nell’occasione consumata in un nulla di fatto, sembra essere contenuto il limite di ogni attività della memoria, che non può che rappresentare ormai che una vicenda sfilacciata e difforme dal vero, una realtà sognata ed evanescente, un’azione che arriva ad un passo dalla realizzazione e che invece non si conclude se non nella costatazione dell’inattuabilità.

L’addio al cugino Mirco, morto suicida, è contrassegnato inevitabilmente dal rito triste del distacco, ma è anche l’occasione per recuperare dal passato immagini frammentate eppure così vivide e intense: riemergono dagli anni giovanili il quartiere dove ha vissuto il poeta e dove ora passeggia ogni giorno sotto un cielo che “ha un colore schiacciato, di decomposta aringa”; l’incontro con un uomo dagli “occhi appuntiti come spilli”, che a distanza di tempo l’autore scopre essere lo scultore Alberto Viani (“Io, che appena lo ricordo, rimpiango / di non possedere una sua bagnante / in argento lunga pochi centimetri”); una pasticceria frequentata al termine delle partite “giocate in cappotto” (“Il pasticciere era un vecchio fiorentino / che si chiamava Marino. / Unica specialità il castagnaccio”), dove poi il poeta si recherà con il padre ormai “abbrutito dall’ictus” e dove “raramente appare qualcuno che conosciamo”, mentre “fuori sfrecciano gli autobus, / il cielo si divincola tra i rami”.

Il padre è poi protagonista della seconda parte del libro, Centro Alzheimer, che segna il progressivo, penoso distacco dalla vita, dell’uomo anziano senza più memoria. La sezione è introdotta da una bellissima lirica in dialetto veneziano: “Adesso ti xe un albero, papà. / uno di quei alberi / che non gà più bisogno de niente: / basta un fià de vento /un fià de piova / per viver na vita / piena de sgrìsoli, / de usignoli che se sgola. // Le fogie gà la to vose / e co s’ciopa el temporal / ti te riscàri co i lampi / ti te imboressi co i toni (…). Il padre a cui, nell’ultima fase della vita, sono ormai “sconosciuti / la saggezza e gli dei” e che è “inconsapevole di morire / essendo inconsapevole di vivere”, è diventato un albero a cui il vento offre una vita piena di brividi.

Il ricordo, che si palesa dunque essenzialemente come perdita, è un paesaggio oscillante tra la zona luminosa del ricordo, che lascia intravedere margini di una nostalgia che riporta a galla antichi sentimenti, e il territorio opaco che nasce dalla consapevolezza che ogni evento, ogni affetto è destinato a scomporsi e svanire. E’ un tema che si ripresenta ancora più incalzante nella terza sezione, I panneggi della pietà, formata da brevi prose, il cui ritmo è in sostanziale sintonia con le liriche delle precedenti sezioni. Le metafore derivate dal gioco del calcio si fanno più numerose, ma si tratta di uno sport vissuto a livello amatoriale e periferico, così come ancora più presenti sono le figure di uomini vinti dal destino. Il ricordo si ripresenta ancora una volta imprevisto, sotto forma di improvvise evocazioni, ma attraverso un linguaggio pacato, estremamente nitido. Come scrive Maurizio Casagrande nella postfazione al volume (la prefazione è invece affidata a Giancarlo Pontiggia). “le scelte linguistiche non risultano affatto gratuite dal momento che rispondono a una funzione catartica che àncora saldamente l’opera al vissuto, inverandola e confutando implicitamente ogni deriva orfica o asrattamente letteraria”.

Di Palmo, che è nato al Lido di Venezia nel 1958 ed ha al suo attivo diversi volumi di poesia, traduzioni e opere di saggistica, conferma di essere una voce significativa, sia pure spesso defilata, del panorama poetico nazionale.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi.it

 

 

COME FOSSE GIOVEDI’ di Michele Paoletti (Puntoacapo)

È possibile pensare che esista una logica che tiene in piedi il mondo, una geometria che sappia spiegare le relazioni, i piccoli e i grandi eventi che contraddistinguono un’esistenza. Forse a sostenere le nostre vite è un sistema di linee che suggerisce infine un disegno preciso, che inserisce le immagini, anche quelle più caotiche, in una cornice dai contorni netti. Le poesie che compongono il bel volumetto Come fosse giovedì (Puntoacapo, € 8), che segna l’esordio nella poesia di Michele Paoletti, sono alla ricerca di un sistema esatto, una formula che sappia rendere compiuta la nostra presenza tra i fatti e le cose. Ma la ricerca è infruttuosa o comunque ci mette di fronte ad un risultato diverso rispetto a quello desiderato, ci mostra la presenza di una sofferenza diffusa e di una altrettanto estesa condizione di disordine a cui non sappiamo dare una spiegazione.

Le linee, i reticoli geometrici dovrebbero consentire almeno che il corpo trovi un suo equilibrio a contatto con la realtà, che le nostre emozioni sappiano, a partire da coordinate precise, regolare il loro legame con le vicende della vita, ma questo non accade: «Gli spigoli del mio corpo / formano una macchia confusa / una catasta di nervi alla rinfusa / che si contraggono / come pesci sulla rena. / Poi arriva la piena delle parole / a dare a tutto un nome / a rituffare / le squame ovali in mare. / A rendermi lineare».

(ph G. Grattacaso)

(ph G. Grattacaso)

Le parole hanno il compito, se non di trovare una soluzione, almeno di esprimere una ricerca, che spesso si concretizza nello spazio ben caratterizzato del teatro, che per Paoletti, come recitano le esigue note biografiche è “passione da sempre”, un microcosmo ideale dunque, il luogo dove realtà e finzione entrano in contatto e si sovrappongono, dove l’accadimento tragico può confondersi con quello comico. È sulle assi del palcoscenico, nell’ambiente apparentemente protetto della rappresentazione scenica, in un luogo che nasce già come metafora della vita, che disperazione e tormento possono essere messi in messi in mostra senza il timore di apparire patetici. E’ in questo luogo deputato che è consentito consumare il proprio dramma, affrontare i reticoli dell’esistenza: «Sfido i fantocci al centro della scena / stringendo il mio copione / e la mia pena». O ancora: «Sono il tiranno / il faro sul soffitto / la botola sul palco / l’attore, lo sconfitto».

La rappresentazione dell’io è spesso realizzata attraverso richiami a presenze diverse, oggetti di poco conto, ambienti più o meno familiari, quasi che il poeta senta il bisogno di misurare la proprio sofferenza e l’inevitabilità del male attraverso la concretezza delle cose, che si propongono come correlativi della condizione umana. «Stavano il mio letto e il sonno / in una scatola dal doppio fondo scassato / che mi portavo appresso / insieme ai pochi capelli gelosi / e qualche forchetta arrugginita. / Anche un vuoto di stomaco mi seguiva / attorcigliato alla tromba delle scale / che scendevo in fretta e risalivo / quando ancora era agosto / e avevo parole cesellate sulle labbra / e vuoti nella gola da pulire».

La lingua di Michele Paoletti, che è nato nel 1982 a Piombino, dove vive, è sempre fortemente scandita, presenta linee marcate e appare ancorata a un sistema di metafore che sembrano rincorrersi (tanto che a volte si rischia che il gioco sfugga di mano), con un uso, esibito solo a tratti, di rime e di figure foniche, che non inducono però mai alla cantabilità dei versi. «Non so se la notte è una distanza / o un balbettare della pelle / in una gabbia amare senza sbarre / non so se i morti hanno scarpe / con suole di cera / per alleggerire il valzer / che arrugginisce il meccanismo. // I cassetti non hanno serratura / i cardini stridono sconfitti / la volontà vuota le reti negli specchi».

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

ELSINA E IL GRANDE SEGRETO di Sandra Petrignani (Rrose Sélavy)

Elsina è una bambina molto fantasiosa, vive nel quartiere romano di Testaccio ed è estremamente affascinata dalle parole, con cui inventa storie e poesie. Delicata e eccitabile, è dolce soprattutto con gli animali, tanto che i grandi si chiedono perché mai questa bambina tanto sensibile sia così spesso arrabbiata con loro, sia così battagliera e desiderosa di libertà. La bimba ama a tal punto gli animali, da portare le polpette preparate dalla mamma ai cani randagi e costringere i due fratelli più piccoli a mangiare una frittata.

Elsa Morante bambina

Illustrazione di Gianni De Conno per Elsina

A scuola la maestra, che ha scoperto che Elsina scrive versi, glieli fa recitare davanti a tutta la classe e la ritiene, come gli altri adulti, una Bambina Prodigio. Elsina ne è felice, ma anche imbarazzata, ed è amareggiata e infastidita, quando scopre che in questo modo si rende antipatica alle compagne di classe.

Elsina, che è poi Elsa Morante da piccola, è la protagonista di un racconto per ragazzi che ha molti punti in comune con la vera infanzia della narratrice romana. La fiaba, scritta da Sandra Petrignani, è illustrata da Gianni De Conno per la raffinata collana del Quaderno Quadrone (Elsina e il grande segreto, Rrose Sélavy, € 14).

Il segreto a cui fa riferimento il titolo e intorno a cui si svolge la narrazione è quello di una bambina che cresce con due padri, anzi con quello che lui chiama papà e che le ha dato il cognome, cioè Augusto Morante, e con lo zio Francesco Lo Monaco, che è poi il padre naturale di Elsina. La piccola non si preoccupa particolarmente di questa strana situazione, occupata com’è a inventare le sue storie e a pensare a come spiegare il guazzabuglio familiare ai fratelli, visto che la mamma, vinta dalle sue insistenze, l’ha messa al corrente dei fatti.

Il breve racconto della Petrignani si snoda felice e leggero, pur toccando alcune questioni che, a distanza di diversi decenni dagli anni in cui si è svolta l’infanzia della Morante, ancora suonano attuali: i ragazzi alle prese con il “segreto” di una famiglia con più genitori invece dei canonici due; i bambini che si trovano a fare i conti con un talento che spesso viene esibito con troppa facilità e con un pizzico di crudeltà (basti pensare alle insopportabili trasmissioni televisive popolate da pargoli con particolari doti canore); il mistero, questo sì davvero un gran segreto, come suggerisce Franco Lorenzoni nell’introduzione, dell’ispirazione letteraria, di una sensibilità che spesso fa male (“gli altri giocavano e lei stava sola in un angolo a leggere e rileggere i suoi libri”), ma che può anche sciogliersi nella felicità della creazione artistica.

In fondo la storia raccontata dalla Petrignani e così sapientemente e incantevolmente illustrata da De Conno vuole anche dire a grandi e piccini che bisogna accettare degli altri, soprattutto se si tratta di bambini, la deviazione della norma, il carattere ostile e irritante, gli sbalzi improvvisi di umore, in quanto essi possono nascondere un modo particolare di guardare la realtà, non regolamentare e disciplinato, ma tale a volte da suggerirci nuove prospettive, utili anche alle nostre esistenze.

Non è un caso che ad essere protagonista del breve racconto sia proprio la scrittrice Elsa Morante. Sia perché Sandra Petrignani ha una particolare attenzione al mondo e alla vita delle donne che scrivono (La scrittrice abita qui, il romanzo Marguerite sulla vita della Duras, Addio a Roma, dove molte pagine sono dedicate anche a Elsina, ma in versione ormai adulta, una biografia di Natalia Ginzburg in preparazione), ma anche per la grande considerazione della Morante nei confronti del mondo dei bambini. Vale la pena ricordare personaggi come il piccolo Useppe ne La Storia, Arturo de L’isola di Arturo, le poesie de Il mondo salvato dai ragazzini, ma ancora di più gli esordi della Morante, avvenuti da giovanissima appunto, con filastrocche e raccontini letti agli adulti e poi sulle pagine de Il Corriere dei Piccoli.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

DAL CORPO ABITATO di Matteo Pelliti (Luca Sossella Editore)

Le case tendono a somigliare a chi vive al loro interno, assumono una forma che restituisce l’immagine e le abitudini di chi vi abita, o forse è chi si muove tra le loro pareti a trasformarsi, a divenire giorno dopo giorno parte dello spazio domestico, a entrare in sintonia con lo spirito del luogo. In ogni caso, gli oggetti, l’arredamento, le suppellettili anche le più insignificanti, per il solo fatto di essere parte di quel sistema compiuto che è la casa, la animano allo stesso modo delle persone, di cui condividono le esperienze, partecipando, si direbbe con trepidazione, agli eventi della vita. E’ anche per questo che lasciare l’abitazione in cui si è vissuti, trasferirsi altrove, affrontare un trasloco, comporta un periodo di tensione, un corpo a corpo con le cose, un lavorio angosciato sul passato che ci affatica e ci agita, a maggior ragione quando lo spostamento è conseguente alla fine di un rapporto, ad una frattura affettiva.

Matteo Pelliti nel suo bel libro di poesia Dal corpo abitato ci mette di fronte, fin dalla prima lirica, al dialogo che intercorre tra la casa, che quasi si modella intorno alle persone che la vivono, e chi la abita: “Le case sono corpi, armature aggiuntive, / non tane o ripari, ma organismi viventi autonomi, / che rivestono, come derma supplementare, / i loro abitanti. // Abitante e abitato diventano simultanei / riflessi, a volte di un’unica nevrosi, / l’uno per l’altro biunivoci: / abito una casa che mi abita, / come un ‘abito’ appunto”. 

Matteo Pelliti

Matteo Pelliti

I versi di Pelliti, in una lingua piana che sembra voglia evitare ogni sconfinamento lirico, in un tono mormorante e sommesso, indagano il rapporto tra “abitante e abitato”, seguono il gioco dei loro “simultanei riflessi”, soffermandosi su aspetti apparentemente insignificanti, che introducono invece, nella loro pur evidente ordinarietà, alla scoperta di legami profondi, di epifaniche manifestazioni. I luoghi familiari diventano così sede di una verità, che si rivela per segni minimi. Gli eventi casalinghi, sia pure nel loro procedere prevedibile, riconfermano l’imprevedibilità di ogni espressione della realtà. L’improvvisa scoperta avviene attraverso subitanei scarti linguistici, insospettati slittamenti di senso, cambi di prospettiva tra l’uno e l’altro campo semantico, tra l’ambiente in cui è collocata l’azione che si racconta nella poesia e un altro mondo, più o meno attiguo, che si manifesta inatteso eppure necessario dinanzi ai nostri occhi. Il percorso insomma è insieme piano e accidentato, e quasi svogliato si presenta il palesarsi di una nuova significazione, secondo una lingua poetica che sembra richiamarsi ai modelli di Umberto Fiori e Valerio Magrelli.

Nella poesia Mal di testa, il cattivo funzionamento dell’antenna televisiva sul tetto della casa, spinge il protagonista a cercare ogni tipo di soluzioni per venire incontro alle richieste della figlia: “Mi facevo antenna col corpo / e sintonizzavo il canale dei cartoni animati / stando vicino allo schermo, / poi una danza acrobatica intorno al video / per spostare gli stecchi di ferro / finché non si centrava la frequenza, / le bacchette da rabdomante per l’etere”. Ma arriva anche il giorno in cui ogni sforzo è inutile, la bimba consola suo padre, e questi conclude che “quando la casa ha mal di testa / la tv non si vede”.

Il poeta scopre, in seguito al trauma di una separazione coniugale e al conseguente tentativo di ricomporre, sia pure da single, il proprio rapporto con un nuovo ambiente domestico, le numerose e impreviste implicazioni che lo spazio casalingo contiene. Parlare della casa è anche il modo per affrontare le vicende private, per tentare di restituire all’esistenza un possibile equilibrio, che appare comunque un obiettivo solo desiderato, ma di fatto irrealizzabile. Il bisogno di fare ritorno verso un luogo rassicurante e riconoscibile diventa allora sogno, stralunato vagheggiamento (“Il lessico esoterico / degli annunci immobiliari: / altana, resede, vani / sogni parzialmente ammobiliati. // Piccoli lavori di ristrutturazione necessari, / postbellici”).

Lo sguardo sulle cose è ora malinconico, ora ironico, a tratti amaro o addirittura sprezzante, o ancora tenero e premuroso, quando ad essere al centro della scena è la piccola figlia, ma sempre animato da una volontà di esplorare questa “unica nevrosi” che unisce l’abitazione e i suoi abitanti, semmai a partire da piccole somiglianze anche solo di carattere lessicale, o attraverso il ribaltamento di ricorrenti luoghi comuni: “Riconvoco a vuoto / l’assemblea di condominio del sé, / finché non raggiungo i millesimi / per prendere le deliberazioni: / cresce l’erba in cortile, / piove dal tetto, / e le piastrelle si sono scheggiate”.

Matteo Pelliti, che è nato nel 1972 a Sarzana e vive a Pisa, ha esordito nel 2007 con il volume di poesie Versi ciclabili, ha pubblicato racconti e testi teatrali, anche in collaborazione con Simone Cristicchi, presente in Dal corpo abitato in qualità di lettore di alcune poesie, nel Cd che accompagna il libro edito da Luca Sossella. Il volume è corredato dalle illustrazioni di Guido Scarabottolo.

QUESTIONI PRIVATE di Andrea Carraro (Marco Saya Edizioni)

La forza che emana dalle pagine narrative di Andrea Carraro risiede innanzitutto nella volontà di guardare la realtà, anche nei suoi aspetti più spiacevoli e degradati, senza pregiudicare la nitidezza dell’immagine per mezzo di filtri edulcoranti e dunque senza imporre al lettore facili scorciatoie. Ne sono testimonianza Il branco, il suo romanzo più noto, pubblicato nel 1994 e diventato poi film con la regia di Marco Risi, L’erba cattiva, e i più recenti Il sorcio e Come fratelli

Andrea Carraro

Andrea Carraro

Scegliendo come strumento di comunicazione il linguaggio della poesia, Carraro agisce in maniera analoga. In Questioni private (Marco Saya Edizioni) lo scrittore arriva diritto al cuore delle vicende appunto private a cui il titolo fa riferimento, che sono poi quelle dettate innanzitutto dai rapporti interpersonali, a cominciare dai vincoli familiari. Nella forma del poemetto, e attraverso una prosodia che richiama alla lingua della narrativa e fa leva su un ritmo sempre serrato e sapientemente scandito, Carraro affronta delicate vicende personali, attento a non lasciare che la parola letteraria diventi pretesto per costruzioni che approdino a infingimenti e simulazioni. La volontà è quella di lasciare intravedere il lungo travaglio interiore e di elaborarlo senza rischiare in nessun momento di scarnificare o di mitigare il nucleo esistenziale di partenza. Lo sa bene l’autore che di fronte alle critiche degli amici alla lettura del suo poemetto a loro dedicato, contrappone l’inevitabilità della confessione a cui si accinge: “Guardati dalla nostalgia fine a se stessa / Andrea non è da te / Ho detto l’uno / La poesia allude non dice / Siamo al grado zero / Ha detto l’altro / Ma tu hai continuato / Non per ripicca / Ma perché t’è necessario / Come l’aria / Per andare avanti”.

Nel primo dei cinque poemi che compongono la raccolta, Ode al padre, che è anche quello dal nucleo tematico più compatto, Carraro rivisita il rapporto conflittuale con la figura paterna, inserendosi in maniera in parte inusuale in una significativa tradizione, soprattutto novecentesca, che ha relegato contrapposizioni e dissidi prevalentemente al settore delle opere narrative, lasciando invece alla poesia un’ispirazione più pacificata ed elegiaca. Andrea Carraro si muove su uno scivoloso terreno di confine, mettendo a fuoco la figura paterna negli ultimi anni della vita, quando la distanza tra genitore e figlio si fa più marcata, più insofferente l’atteggiamento del figlio e più evidente e doloroso il suo complesso di colpa. Il padre ha scritto un brutto romanzo autobiografico e chiede al figlio romanziere, assurto a una qualche notorietà dopo la fortunata traduzione cinematografica di una sua opera narrativa, aiuto e sostegno nel tentativo di pubblicazione. “Quell’uomo lì che ti ha rovinato la vita / E ormai lo sa con certezza dai tuoi libri / Pretende oggi di farsi leggere da te?” – scrive l’autore rivolgendosi al se stesso di qualche anno prima. Il gioco è quello di un continuo, mai completamente sereno, scambio di ruoli, cominciato già anni prima, quando il figlio appena adolescente si allenava a copiare la firma del padre per poi utilizzarla nel libretto delle giustificazioni scolastiche, “Perché ti dava una strana forza / Prendere per un lampo il suo posto / Incarnarlo lui com’era nel mondo / Imponente e grande ai tuoi occhi di marmocchio”.

Ma il padre è anche la persona amata incondizionatamente durante l’infanzia “insomma colui che hai imitato e adorato / E aspettato sotto le coperte / E abbracciato nel mare tra il salmastro e l’acqua di colonia”; più tardi è sempre, sia pure tra tante incomprensioni, una figura da amare “appassionatamente come si può amare / Un padre che senti che se ne sta andando per sempre / E che di suo non resterà niente / Se non un ricordo pieno di vergogna / Come se tu l’avessi ucciso / Come se davvero il cancro gliel’avessi procurato tu”. La poesia diventa per questo un estremo tentativo, contraddittorio e a suo modo inevitabile, di liberarsi della figura paterna, di affrancarsene per sempre, e insieme di legarsi ancora di più ad essa: infatti, confessa infine Carraro, che il poemetto nasce dalla volontà di parlare “del padre mio che è morto / Da sedici anni / E ancora non posso congedare”.

I versi di Andrea Carraro raccolti in Questioni private compongono proprio una sorta di articolato poema del congedo, che nasce dallo sforzo di fare i conti non tanto con il passato, ma con quello che del passato ancora si manifesta, in ogni vita, sotto forma di fantasmi, di nostalgia, di un atteggiamento mentale che non riesce ad adattarsi al cambiamento. Quello che non c’è più attrae e finisce per perseguitarci, a non darci pace, proprio quanto più ci sembra ormai lontano, tanto da provare un senso di rimpianto anche per i momenti spudorati e difficili, come si evidenzia spesso nell’Ode agli amici. Il tentativo di strapparsi dagli altri, di lasciare finalmente il passato a se stesso, nasce in effetti dalla volontà di separarsi da una parte di sé, di lasciare che il tempo ci raccolga diversi da quello che siamo stati.

Gli amici così risultano perduti, ma ancora presenti nella vita di chi scrive “E se tutto sfuma / In oleografico quadretto / Non me ne può fregare di meno / Perché l’ho detto e ridetto / Questa roba qui non è per loro / Dico per i critici / Che tutto sanno che tutto hanno letto / Sempre pronti a sbuffare / A alzare il mento / Ma solo per voi amici”.

PASOLINI RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot)

Mi chiedo che libro scriverò su quel ragazzo a vita”, si domanda con un po’ di apprensione Renzo Paris appena all’inizio del volume dedicato a Pasolini, per concludere: “ripercorrerò affebbrato i luoghi dei nostri incontri, come il segugio di un’ombra”. Di fatto la struttura portante e la cifra peculiare dell’accorato, a tratti doloroso, percorso narrativo di Pasolini ragazzo a vita, in libreria in questi giorni edito da Elliot, risiedono proprio nella partecipazione emotivamente intensa da parte di chi scrive, nella tenerezza di fronte alle scelte e alla sorte dell’amico, che generano appunto uno stato di eccitazione febbrile causato dal premere degli affetti e della memoria. D’altra parte nel libro è sempre presente, a fianco di chi ripercorre gli eventi di quegli anni, il “silenzioso fratello maggiore”, il fantasma dello scrittore e regista. pasolini-10

Paris, che aveva conosciuto Pier Paolo Pasolini nel 1966, non vuole raccontare lasciando che siano le fonti, i documenti, in maniera fredda a parlare. Preferisce piuttosto che i suoi passi da “flâneur incallito”, come lui stesso si definisce, lo guidino nel recupero non solo degli eventi, ma anche delle emozioni che gli avvenimenti determinarono. E’ così che Pasolini ragazzo a vita finisce per proporsi come il resoconto del cammino, a volte sognante ed affascinato, a volte delirante ed angosciato, con cui Paris insegue, come un segugio appunto, le ombre. Non solo quella di Pasolini, che guida lo scrittore amico lungo le strade che entrambi percorsero, nelle case, i locali, le redazioni dei giornali che entrambi frequentarono, ma i propri fantasmi e quelli di un’intera generazione di letterati, che si trovarono, anche in seguito alla morte dell’autore di Le ceneri di Gramsci, a fare i conti con se stessi e con i valori in cui avevano creduto. Inoltre il viaggio di Paris mostra chiaramente i fantasmi di un’epoca, quella del decennio inaugurato dai prodromi del Sessantotto, e della stagione successiva, che ha visto tramontare violentemente speranze e aspettative costruite faticosamente, ma forse partorite con troppo facile entusiasmo. 

Renzo Paris percorre il suo itinerario a passi lenti, lasciandosi dirottare dalle suggestioni e dai suggerimenti del contingente, quindi deviando dal percorso stabilito, permettendo che il presente, quello multietnico ad esempio della stazione Termini, animata da zingarelle e da sudamericani “acciambellati sui muretti”, entri in relazione con il passato pasoliniano, rappresentato nella circostanza dalla stessa piazza dei Cinquecento nella quale il regista rimorchiò sulla sua Alfa GT il suo assassino. L’oggi e lo ieri si mescolano e si confondono, in un racconto della realtà di grande forza e fascino. I vivi e i morti si incontrano, perché, come dice Paris, “le mie passeggiate sono affollate di ombre”. E sono ombre, quelle di Moravia, di Dario Bellezza, di Enzo Siciliano, Elsa Morante e Laura Betti, che partecipano con vivo magnetismo alle vicende narrate

Pasolini ragazzo a vita non è perciò quel tipo di scrittura che normalmente si definisce una biografia, non è del tutto una autofiction, come si dice ora, e nemmeno un romanzo a carattere biografico o un libro di critica letteraria, ma riesce a mettere insieme questi aspetti, tessendo i lacerti, a tratti volutamente scomposti, a tratti appena riconoscibili, perché mescolati a un paesaggio presente sfilacciato e deforme, di un’amicizia che serve a ricomporre la figura del poeta Pasolini, “spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno”, dello scrittore che “voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile”. Paris si avvicina al maestro, quasi con lo stesso atteggiamento che ebbe un tempo, si direbbe con la devozione senza remore dello scrittore più giovane nei confronti del più famoso, a cui viene riconosciuta un’inconsueta vitalità culturale, la nitida capacità di mettere a fuoco il suo tempo, il gusto per la provocazione che si traduce quasi sempre nella capacità di assorbire tutti i respiri dell’esistenza, anche quelli più affannosi e contraddittori.

Ne nasce una sorta di dialogo a distanza tra i due scrittori: il primo, intento a ripercorrere a passi eccitati i luoghi in qualche modo familiari (Casarsa, l’India, dove a Pasolini sembra che “il canto notturno degli indianini rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una concessione della vita”, le strade di una Roma così diversa da quella attraversata ora da Paris impegnato a ricostruire quegli incontri, la casa di Laura Betti, dove c’era sempre un posto a tavola per il poeta cineasta); l’altro, ormai solo un’ombra, ancora in grado però di indicare il terribile scenario che ci circonda, il deserto che ghermisce il nostro vivere collettivo, il poeta che si esprime con le parole penetranti e i lunghi silenzi durante i quali osserva con cura il mondo, convinto che l’arte non possa concedersi di non assorbire tutta la vita che le si muove intorno. Uno, Paris, che sa che la propria esistenza non prevede altra reazione al disastro “se non con la penna”, che continua a guardare rasoterra, “testimone invisibile, cane sciolto, ombra di me stesso”; l’altro che ha sempre agito con la passione e con l’ansia quasi violenta di chi vuole “gettare il corpo nella lotta”, e lo fa fino in fondo, anche da morto. 

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Il Pasolini che emerge da queste pagine non è tanto lo scrittore metà borghese e metà borgataro dei suoi primi anni romani, quanto piuttosto l’intellettuale “vecchio, stanco, che non riusciva più a godere come una volta e quasi non credeva più che quello dei suoi ragazzi notturni fosse amore”. Sostiene Paris che “tutte le sue grandi illusioni si erano rovesciate in rabbiose delusioni”, che l’amico riteneva che Roma fosse finita, “e sembrava fosse finito il mondo intero”. Pasolini avrebbe voluto riscrivere tutta la sua opera, “sotto il segno del deserto che vedeva crescergli intorno”. E ancora: “La sua solitudine si era fatta totale dopo il genocidio dei proletari. (…) Quei suoi ragazzi di vita sembravano contenti, sopra le Honda o le macchine rubate, non gli sembrava vero che somigliassero ai pariolini”.

Paris scrive un libro toccante e ricco di notizie, un libro che si snoda, capitolo dopo capitolo, in cerca di una verità, che l’autore sa bene come non sia possibile riassumere in una formula, né credere che possa essere univoca e lineare. Gli ultimi anni della vita di Pasolini sono segnati anche da un abbandono, vissuto come un lutto, che diventa insieme causa e simbolo della sua disperazione. La fine della relazione con Ninetto Davoli getta il regista nello sconforto. Il giovane amico si è innamorato di una donna che sposerà e con cui avrà un figlio. Pasolini, che tanto aveva investito in quella relazione in termini affettivi, scrive le oltre cento composizioni de L’hobby del sonetto (pubblicate poi solo nel 2003), rivolgendosi al suo Ninetto con il “voi” o il “lei”: “Quanti ragazzi come voi mi odiano e mi amano / Non ho altro da gettare nella lotta / che il mio corpo / esso è al loro fianco ma io sono lontano”.

Forse non è un caso che, quella fatidica sera del primo novembre, prima di incontrare il suo assassino, Pasolini avesse cenato con Davoli e la sua famiglia. A Moravia che si chiedeva come mai il suo amico avesse bisogno di così tanti ragazzi, risponde ora Paris che, se avesse potuto leggere i sonetti avrebbe capito che l’ossessione di Pasolini, quella “reiterazione sessuale portata all’estremo”, era dovuta a quel rapporto d’amore “davvero speciale” che si era concluso. Pasolini, scrive Paris, “aveva gettato il suo corpo nella lotta per farsi massacrare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

RELIQUIARIO DELLA GRANDE TRIBOLAZIONE di Giuseppe Langella (Interlinea)

Durante la prima guerra mondiale, come forse mai era accaduto in precedenti conflitti, i soldati avvertirono se stessi come uomini piccoli e smarriti, alla ricerca di un’umanità che sentivano persa per sempre. La loro lotta, prima ancora che contro un nemico del quale sapevano poco e che certo non avevano ragione di odiare, si svolse innanzitutto contro le avverse e terribili condizioni naturali, le enormi montagne, il freddo dell’alta quota, le nevi che sembravano non volersi mai sciogliere, il fango delle trincee, il caldo opprimente dell’estate. Ai terribili nuovi armamenti si rispondeva con strumenti di difesa assolutamente inadeguati. Il conflitto venne combattuto innanzitutto contro la propria fragilità di uomini. Anche per questo la Grande Guerra è stata oggetto di riflessione di tanti tra narratori e poeti.prima guerra

La vana e coraggiosa fatica dei singoli chiamati a lottare contro forze più grandi di loro è oggetto della breve e intensa raccolta poetica di Giuseppe Langella, spinto all’impresa dalla consuetudine con i luoghi che furono teatro di alcuni tra i più drammatici eventi della guerra e sollecitato dall’incontro con l’artista camuno Edoardo Nonelli, autore della scultura Croce, realizzata assemblando reperti bellici, a volte anche solo frammenti, dotati comunque di grande suggestione, recuperati sulle pendici dell’Adamello, dove vennero scavate trincee e dove i soldati furono chiamati a sforzi sovrumani.

In Reliquiario della grande tribolazione, pubblicato da Interlinea, Langella opera allo stesso modo di Nonelli, partendo appunto dalle reliquie, dai ritrovamenti minimi qui soltanto evocati, e ricostruendo, a partire da quelle antiche tracce, le condizioni miserevoli di quanti si trovarono, a volte provenienti da regioni lontane, a combattere il conflitto. Lo sguardo del poeta è pietoso e partecipe, la sua voce si veste di un tono religioso, peraltro richiamato già dal titolo della raccolta, che non può che riportare anche ai versi di Ungaretti e in particolare alla poesia I fiumi, dove il soldato-poeta dichiara di essersi disteso nell’Isonzo come “in un’urna d’acqua” e di aver riposato “come una reliquia”.

A differenza di Ungaretti, pure citato in esergo della sezione Stazioni (che rappresentano le fermate di una dolorosa e crudele via crucis), Langella sceglie per le sue poesie una cadenza di carattere popolare, segnata dalle rime, anche baciate, come avviene nella lirica che apre il libro, dal titolo appunto Reliquie. Langella assume punto di vista e sofferenza degli sconfitti, e in questa guerra sono sconfitti tutti, anche coloro che potranno dirsi salvi e tornare alle proprie case, ma può farlo solo dalla distanza dei cento anni che sono trascorsi dal conflitto, può farlo guardando e facendo parlare i resti che la guerra ha lasciato sul terreno e che la natura, a distanza di anni, restituisce: sono “assiti, pioli, stanghe, tavolacci, / cui il tempo, l’aria, i ghiacci, / hanno impresso il colore delle ceneri”. Le reliquie contengono la traccia, la lontana presenza, di quelle vite che la guerra segnò per sempre, che vengono anche richiamate dai suoni stessi delle parole, dal timbro spietato e popolare, che sembra ricordare i canti che accompagnavano le marce e le attese dei soldati: “Casematte, cunicoli, tettoie / divelte, feritoie, / schegge, cassette, lamiere ritorte, / ostaggi della sorte; / carrucole, funi, reticolati, / sbarre, ferri incrostati / di ruggine, scheletri di baracche, / ghirbe, taniche, sacche: / di tanti alpini, delle loro gesta, / è tutto quello che resta”.

Giuseppe Langella, che a Milano insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica ed ha esordito in volume nel 2003 presso San Marco dei Giustiniani con la raccolta Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore, è poeta colto che comunque sa rinunciare alle asprezze del dettato per aderire, come in questo caso, alla materia trattata, per farla diventare esperienza comune.

I resti di lamiere e legno, dei reticolati, i brandelli di stoffa, scandiscono un percorso, che nel volume è segnato in parallelo dalla riproposizione di disegni e litografie in gran parte realizzati proprio dai soldati che combatterono nel corso della Grande Guerra. E’ un percorso in cui si rappresenta la condizione di sofferenza e fragilità degli uomini, il continuo dialogo tra vita e morte che di nuovo emerge dai reperti che sembrano ancora avere impressi i segni di quei destini: “O legno centenario, / arso dal sole, scavato dai venti, / tutto costole e solchi, schegge e fori, / midollo che si spacca dai dolori, / fosti fasciame che scalda e ripara, / buono per la baracca e per la bara”.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it