DIRE IL COLORE ESATTO di Matteo Pelliti (Luca Sossella editore)

La poesia di Matteo Pelliti, a partire dagli esordi avvenuti nel 2007 con Versi ciclabili, e in maniera più definita nella raccolta Dal corpo abitato del 2015, ha sempre rivolto lo sguardo sulle cose vicine, spesso soffermandosi sul paesaggio domestico, sui personaggi noti della scena familiare e amicale, salvo poi costringersi ad una repentina deviazione, ad uno slittamento imprevisto. E’ l’irruzione del pensiero a imporre il cambio di direzione suggerire una scena diversa, che può essere considerata dal lettore, e dal poeta stesso, una opportunità o una svista, una rivelazione o una deformazione.
E’ quanto avviene, in maniera certamente più matura, nella nuova raccolta Dire il colore esatto, edita da Luca Sossella (prefazione di Fabio Pusterla, disegni di Luca Scarabottolo). La dizione è diventata più pacata e in qualche maniera più capace di disegnare le nostre inquietudini, le piccole inevitabili discrepanze su cui si regge la nostra presenza nel mondo, le incrinature con cui è necessario fare i conti. Lo sguardo di Matteo Pelliti scopre di continuo relazioni nascoste, che possono riguardare aspetti diversi e lontani della realtà, ma è come se le scoperte non fossero definitive e non servissero ad offrire delle spiegazioni, solo a condurci dentro un territorio egualmente instabile, popolato da nuove incertezze.
Pelliti conosce la realtà spostando continuamente il pensiero su un contenuto suggerito, solitamente per accostamento metonimico, da un particolare, da un gesto, da una propria affermazione. Il poeta si guarda intorno e si accorge che la propria mente, senza che fosse prevedibile un proponimento in tal senso, è scivolata su un contenuto inaspettato. Del resto, come scrive nella poesia Grammatica del cogito, “Chi pensa àgita, / ed è agitato, agìto / dai pensieri che rimesta / e incolla a salti, a scarti, a strati / densi come vino scuro / che oscilla e ruota nel cratere”. Infatti all’origine del pensare vi è “un co-agitare / tra loro i pensieri insieme”.
Pur preferendo le forme brevi o brevissime (“finisce / che scrivo solo significati / che stiano dentro a 11×16 cm, / poesie più che tascabili, / pensierini”), la parola di Matteo Pelliti non procede per condensazione, ma per trasloco ed elusione. Non è un caso che la precedente raccolta, Dal corpo abitato, raccontasse appunto l’esperienza del cambiamento di abitazione, che diventava in quel caso il paradigma della propria percezione della vita.
Pelliti si muove spesso tra la tentazione, il tentativo di confinare le esperienze dentro delimitazioni che dovrebbero risultare rassicuranti, considerata la loro esattezza quasi scientifica, e la sterzata verso territori di natura sentimentale, e perciò, per definizione, meno definibili. Accanto al ricorso al linguaggio specifico, a tratti settoriale, il poeta utilizza senza soluzione di continuità termini ed espressioni che corrono sul versante più strettamente emotivo. Ci troviamo di fronte come ad una doppia messa a fuoco, che da una parte rende nitida l’immagine e dall’altra la sfoca, delimitando e nello stesso momento dilatando oggetti e situazioni.
Si avverte la necessità di accordare i pensieri tra loro fornendo le parole del massimo di esattezza, di sistemare deduzioni tra loro discordanti, di dare unità ai rimescolamenti a cui la mente ci costringe e ci abitua. Nel caos della mente, nei suoi salti e nei suoi scarti, Pelliti vorrebbe mettere ordine, o meglio disporre le cose in un ordine nuovo, che semmai non risolve, ma riscrive la grammatica. E infatti la sezione che risulta centrale nell’offrire unità al libro, che pure presenta contenuti vari, ha per titolo appunto Grammatiche (e, a tale proposito, vale la pena ricordare che Pelliti si è laureato in Filosofia con una tesi sulla “grammatica del linguaggio psicologico” in Wittgenstein).
Nella poesia Grammatica del colore esatto, il poeta confessa di voler “Dire il colore esatto / dei tuoi occhi / in modo tale da valere – insuperato – / per chiunque altro mai voglia descriverli in futuro”, ma avverte che “Si accresce qui la distanza tra desideri e realtà terrena, concettuale, / per questo viaggio necessario nella ricerca iridiologica, qui in atto”. Di fronte al tentativo stilnovistico, ma trasferito in termini scientifici, di dare precisa connotazione all’iride della donna (in termini di ascendenze poetiche una sorta di connubio tra Guido Cavalcanti e Magrelli), il poeta conclude che “Nemmeno la vicinanza delle fronti, / sempre attesa, che rende tutti monoculi, / basta per capire il gradiente certo del colore / che la sorte ha estratto dal pentolone genetico, / l’amalgama di pigmenti necessari / a fare quell’esatto punto di marrone, / spalmato sul lieve azzurrino della sclera”. Si arriva dunque alla conclusione, ancora confessata in espressione stilnovistica, che “Nel giorno in cui compresi gli occhi bruni / lasciai la prova del colore esatto”.
Che nel bel libro di Pelliti, l’occhio, lo sguardo, l’atto dell’osservare, siano presenti in maniera ricorrente e costituiscano in qualche misura il filo che lega tra loro le sette sezioni di cui si compone il libro, è ribadito dalla poesia Occhiali nuovi, nella quale costatato come “Ogni miopia rimodella i volti in fisionomie / che incorporano lenti e montature / per forme quasi organiche”, e che “Io sono i miei occhiali / e quando li cambio / vado a cambiarmi la faccia”, si fa notare come “sopra le lenti si specchieranno parti di / realtà / incomprese, altre filtreranno nelle rètine / e finiranno in quartieri del subconscio”.
Lo sguardo con cui Pelliti guarda il mondo è spesso ironico, ma l’ironia non colpisce mai i personaggi, siano essi esseri umani o oggetti, nei cui confronti il poeta è sempre pietoso e benevolo. La derisione si indirizza sempre sul funzionamento del macchinario, sugli intoppi che lo rendono inadeguato, sugli impedimenti che ci restituiscono una realtà inagibile. Tutt’al più la sottile canzonatura di Pelliti è destinata ai poeti stessi, a quelli soprattutto che credono che la poesia possa dare splendore alle tristezze del mondo. A loro dice nei versi di Poesia all’uncinetto: “Rassegniamoci, noi facciamo centrini / all’uncinetto e ci diciamo, solo tra noi, / sia bene inteso, quanto son belli questi centrini. / Che cotone usi tu? E quali ferri?”.

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

Lo sguardo dell’attesa

Ricevo da Cinzia Anselmi, che ha presentato insieme a Alessandro Fo il mio libro di poesie Il mondo che farà a Siena alla libreria Mondadori, questo testo che racconta il suo incontro con i miei versi e che si addentra in un’attenta lettura della raccolta. Lo pubblico molto volentieri (sia pure con un po’ di imbarazzo, visti i giudizi lusinghieri che vi sono espressi) e ringrazio l’autrice per le sue considerazioni così vive e dense.

di Cinzia Anselmi

Ho incontrato Giuseppe Grattacaso solo due-tre anni fa, leggendo le storie che racconta nella raccolta Parlavano di me, del 2015. Sono stata catturata e, direi, emozionata dalla sensibilità raffinata con cui svelava pieghe di vita dei suoi personaggi: il professor Tommasini, padre di un giovane mai laureato; Silvana, la giovane albanese trasferita con la famiglia in Italia; Ferruccio Sorrentino, in particolare, il vecchio sarto a cui cominciano a tremare le mani, forse anche i pensieri. Che «si guardava le mani e avrebbe voluto piangere» perché «il tremito lo faceva sentire più solo […] prendeva l’aspetto di lunghe giornate vuote e senza scopo, senza un tessuto tra le mani, una gonna, un paio di pantaloni che giustificassero la sua presenza al mondo» (p. 144)

Una sensibilità che faceva immaginare il poeta accanto al narratore, come mi era successo leggendo il romanzo autobiografico di Pierluigi Cappello. C’era il poeta, infatti, e lo incontrai poco dopo leggendo La vita dei bicchieri e delle stelle (che di fatto era uscito ben prima dei racconti). Un titolo affascinante, simpatico, quasi provocatorio, che faceva desiderare e presagire incontri decisamente inediti. Qui prendevano voce gli oggetti quotidiani, si svelava non dico la loro anima – forse gli oggetti di vetro o di acciaio inox non ce l’hanno – ma la vita che noi, con la nostra, trasferiamo e infondiamo a loro. Al bicchiere, alla tazza, al cucchiaio a cui io, o mio padre che non c’è più, abbiamo avvicinato tante volte le labbra, e che restano lì a testimoniare e ricordare nel tempo la presenza o l’assenza del calore di quelle labbra.

Un incontro sorprendente: poesie belle, vere, che spaziavano dai bicchieri agli spazi infiniti delle stelle.

Con l’uscita di Il mondo che farà il desiderio di lettura si riaccende: già il titolo appare efficace, invitante, come quello della raccolta precedente. Gioca su un equivoco consonantico, farà/ sarà, o pone una domanda senza il punto interrogativo? Sicuramente crea un’attesa, appagata e coltivata dalla lettura. Sei sezioni aperte prima dalla citazione di un enigmatico e splendido testo di Sbarbaro, poi dalla poesia che dà il la alla sinfonia: «Un certo giorno uno camminando/ per una strada che non riconosce/ o nell’attesa di un treno alla stazione/ in leggero ritardo […]/ abbandona il gruppo,/ elimina le chat, senza parole/ rimangono le immagini, lui aspetta/ che il mondo che farà venga a soccorso […]/ Lui aspetta un nuovo tempo […] vento che rischiari il paesaggio (p. 9).

Leggo le poesie tutte d’un fiato, come si legge un racconto. E scopro, arrivata all’ultima, che racconto lo sono davvero. «Ci piace che l’attesa sia racconto» è l’incipit dell’ultimo componimento a p. 100. Poesia, certo, ma, come ha scritto al termine della sua recensione Matteo Pelliti sul web magazine Succedeoggi, «di grande e godibile leggibilità».

Non tutti i testi mi sono chiari a una prima, immediata lettura, ma vado avanti col piacere e l’attesa della pagina successiva. L’ultima sezione è una folgorazione: sono persa, emozionata e catturata da quelle poesie sulla casa dei genitori, vuota dei suoi abitanti e ancora piena dei loro oggetti, testimoni di tempi, vite e affetti condivisi. Quelle poesie parlano di me, raccontano e prefigurano il mio vissuto. Che poi è il vissuto che ci accomuna, prima o poi, tutti. E, come scriveva Alessandro Fo a proposito della musica di Chopin (in Mancanze: «Il valzer in do diesis/ minore (opera 64,2)»), tanti di quegli endecasillabi riescono a volgere la «pena» in «leggerezza».

Leggo di nuovo le poesie in sequenza, mi soffermo sui titoli delle sei sezioni della raccolta e mi pare di individuare il filo conduttore, il «pensiero», come lo definisce l’autore stesso in un componimento semiserio Io forse scrivo anche stamattina (p. 73), che ci racconta il suo rapporto con gli endecasillabi e quindi con la poesia.

Il filo si snoda dai primi versi, citati sopra, che aprono la raccolta: un giorno uno di noi esce dalla corrente rapida, forsennata, del vivere distratto. Si ferma in pausa, in ascolto, in attesa. Pone un’attenzione nuova alla vita e alle sue espressioni. Alle memorie, alle domande di senso, alte, spesso senza risposta certa, che si porta dentro. La vita è un enigma con una sua grande bellezza. Come i licheni descritti da Sbarbaro nel testo citato nella pagina precedente l’incipit. Forse, finché noi riusciremo ad uscire dal «gruppo» e a ritagliarci tempi di attenzione e di ascolto e di attesa degni degli esseri umani, potremo accarezzare, malgrado la difficoltà di cogliere un senso convincente nella Storia (Se il tempo non è quello di una volta, p. 69), la «speranza» di un «mondo che», pur col suo enigma, «farà» ancora bellezza.

L’«attesa», dunque, è la condizione per intraprendere il cammino di senso, per porre attenzione e sguardo nuovi a noi stessi e alla vita nelle sue varie espressioni. È la parola-chiave di questo «racconto», come dimostra la poesia in quarta di copertina Se il giallo si confonde e non conclude, che ci insegna, dopo i gialli ‘resistenti’ della ginestra leopardiana e dei limoni montaliani, un giallo nuovo, inedito in letteratura, quello del semaforo che prelude la sosta e l’attesa.

Sintonizzati su questa lunghezza d’onda, potremo incontrare, grazie a Giuseppe Grattacaso, ai suoi splendidi, musicali e familiari endecasillabi, la poesia che c’è in tutte le espressioni della vita, anche le più impensabili: la frutta e la verdura esposte sui banchi al mercato (pp. 13 ss.), le nostre piazze (28 e 31), gli spazi siderali (32), i bistrot (54), i momenti di scetticismo e smarrimento (25, 30, 33, 65), i ricordi nostalgici di miti passati (77 e 81), la casa dei genitori rimasta vuota (87 ss.).

E non è incontro da poco.

IL MONDO CHE FARA’ a Pistoia e Firenze

La prima presentazione per la mia nuova raccolta di poesie non posso che giocarla in casa, tra le mura amiche e gli scaffali colmi di volumi della libreria Les Bouquinistes in via Cancellieri 5 a Pistoia. Venerdì primo marzo alle ore 18 a parlare con me de Il mondo che farà (Elliot edizioni), sarà il poeta Matteo Pelliti.

Secondo appuntamento martedì 19 marzo alla scuola di linguaggi Fenysia, in via de’ Pucci 4 a Firenze. Sarò in compagnia dei poeti Alba Donati e Luigi Oldani.

 

Due giorni dopo, il 21 marzo leggerò le poesie de Il mondo che farà alla libreria Lo Spazio in via dell’ospizio a Pistoia. Parla del libro il poeta Giacomo Trinci, mi accompagna il musicista Tommaso Allegri.