di Massimo Natale

Nei suoi Trucioli (1948) Camillo Sbarbaro – il poeta ligure descritto da Montale come un “estroso fanciullo” nei suoi Ossi di seppia – componeva una sorte di omaggio di una “minima parte del mondo”, ovvero i licheni, dei quali era un appassionato studioso: “Molti formano tetti d’embrici, molti pavimenti: a tasselli triangolari, pantagonali, poligonali. Altri Vie Latee, sistemi stellari”. Ora questa stessa pagina del Trucioli fa da citazione d’apertura della raccolta di Giuseppe Grattacaso, Il mondo che farà (Elliot). Anche Grattacaso,del resto, è molto spesso nella condizione dell’io che osserva (come lo stesso Sbarbaro di un altro capolavoro, Pianissimo): “Gli occhi che rimangono a guardare / cercano il sole e trovano la zolla / erbosa, l’umido cuscino, piove / lì accanto l’anima di un altro / con penoso rintocco (…)”. E molto sbarbariana suona, altrove, la “cupa meraviglia” del soggetto e del suo spaesato esistere nel mondo. Oppure, ecco immagini di alienazione, ma pronunciate senza pathos, come in una registrazione priva di desideri e scopo (“succede di vedere oltre le imposte / (…) in un salotto / anonimo di ignota identità / un uomo che gesticola, impegnato / in orazione forse conclusiva / o in furioso monologo demente”. Ma un tale sguardo rasoterra e straniato, qui dentro si mescola anche con una prospettiva cosmica – specie nella prima parte del libro – ovvero una diversa dimensione in cui l’uomo, la sua psicologia e la sua storia, non sono affatto il perno. Il soggetto è anzi, più volentieri, sopraffatto dalle distanze siderali (“l’immenso / paesaggio di galassie con l’insetto”) o dall’abisso del tempo e del suo oltre (“Risplenderà in decomposizione / un giorno il sole”: così l’attacco di Dai suoi raggi).

Del resto la nota autoriale che chiude la plaquette indica nell’immaginazione astronomico-spaziale una delle spinte fondamentali di questa scrittura: l’avventura della sonda spaziale New Horizons alla volta di Plutone (vedi la serie Pluton portraits) o un testo come Rosetta e la cometa. Siamo in un certo senso di fronte a un’operetta morale in versi, in cui ogni ambizione antropocentrica è irrisa, ogni ipotesi di “un essere pensante” e di una “mente ordinatrice” sospesa.

Ma è pur sempre suggestivo che, nell’ultima zone del libro, il cannocchiale si rovesci, e dal cosmo si passi a un orizzonte domestico: “Speciale è quella casa” suona il titolo di una sezione in cui compaiono le figure del padre e della madre, nonché – pur schermata – la sfilata asciutta dei ricordi. La sensazione è, comunque, quella di un io che percepisce con chiarezza l’orizzonte di un mondo che sa esistere anche senza di lui, e che misura proprio sulla separazione dai propri affetti l’inevitabilità ma insieme, tutto sommato, la non-tragicità dell’assenza. Quasi si avvertisse, infine, il fascino di un mite nulla: “è proprio il niente, / quell’attimo di vita insospettabile / (…) che vorremmo durasse, quota zero / che festeggiamo, lì finisce il tempo / ed ha principio il mondo che farà”.

Il Manifesto Alias, 17 novembre 2019