Amelia Rosselli a Salerno. Un ricordo

Ero con l’auto di mio padre, una Opel ampia e comoda. Al mio fianco sedeva Valentino Zeichen, che cercava in tutti i modi di segnare la distanza, tutta teatrale però, poca consistenza, con i due che occupavano il sedile posteriore. I due erano Amelia Rosselli e Dario Bellezza. Amelia si era accomodata in fretta, anzi si era rifugiata in quel suo spazio, che aveva subito delimitato con aria imbronciata, con uno sguardo diffidente e con i suoi fogli.

Li avevo condotti dalla stazione ferroviaria all’hotel Baia sulla strada che da Salerno conduce a Vietri sul Mare. Un albergo di lusso, con le camere che guardano sul golfo, che a quel tempo appariva l’unica proposta decente in una città altrimenti povera di strutture ricettive.

Nel ritornare verso il centro che non distava più di due o tre chilometri, un ingorgo ci tenne per lungo periodo quasi fermi. Zeichen era attratto dal porto che si poteva ammirare sotto di noi. Un paio di navi mercantili era attraccate al molo principale e le banchine erano invase da containers di ogni colore, disposti in file ordinate, e da autovetture. Valentino ne parlava come se stesse ammirando di lontano un monumento, un tempio greco che so, una basilica. Dario sbuffava. Amelia mi chiese perché avessimo scelto un albergo così costoso: non sarebbe stato meglio risparmiare sul pernottamento e dare più soldi a loro? Già, perché? Gli altri due avevano drizzato le orecchie. Spiegai che l’albergo era una scelta dell’amministrazione comunale, che partecipava all’organizzazione della manifestazione. In effetti, forzando la mano e rompendo gli indugi, eravamo stati noi della rivista Percorsi a prenotare le camere all’hotel Baia, quando ci eravamo resi conto della resistenza dell’assessorato alla Cultura.

Dovevamo raggiungere il centro storico, dove nella bella e inusuale cornice di palazzo San Massimo, un edificio dalla storia millenaria che si voleva restituire alla vita cittadina, doveva svolgersi l’incontro e la lettura di poesie, nell’ambito di una manifestazione appunto organizzata dalla rivista Percorsi, di cui ero redattore.

Dario Bellezza, Amelia Rosselli. Renzo Paris e, in primo piano, Valentino Zeichen

Ho ripensato a quella serata di poesia e a quello strano ritrovo leggendo in questi giorni il bel memoir di Renzo Paris dedicato alla figura di Amelia Rosselli (Miss Rosselli, Neri Pozza editore). La Rosselli in effetti fu protagonista per tanti versi anche di quell’incontro e degli avvenimenti che sarebbero accaduti nelle ore successive.

Era il 15 aprile, il traffico non scorreva, alle 19 ci aspettavano in quel diroccato palazzo nella parte alta del centro storico cittadino, il sole era già tramontato ed io sudavo, in ansia per il ritardo, emozionato per quell’incontro con tre poeti che amavo e che avrei apprezzato e conosciuto meglio negli anni successivi. Era stato proprio Renzo Paris, che a Salerno insegnava Letteratura francese all’Università a fare da tramite. Con Renzo passeggiavamo spesso sul lungomare o andavamo a mangiare in qualche trattoria del centro storico. Io ero eccessivamente timido e parlavo poco, avevo paura di non sapere cosa dire, come portare avanti la discussione, paura del resto che mi ha accompagnato a lungo. Era la metà di aprile del 1981, avrei compiuto qualche mese dopo ventiquattro anni. Da pochi giorni Amelia Rosselli aveva cinquantuno anni. Valentino, che anche lui aveva festeggiato il compleanno nelle settimane precedenti, aveva otto anni di meno. Dario Bellezza era più giovane, era nato nel 1944 e aveva ancora un’aria da ragazzone, il viso un po’ paffuto con cui lo ricordo.

Quando finalmente arrivammo a palazzo san Massimo, nel cuore del centro storico allora ancora visibilmente segnato dal terremoto che aveva colpito l’Irpinia qualche mese prima, c’era tanta gente ad aspettare. Molti erano fuori, davanti il portone d’ingresso a godersi la bella serata primaverile. Nessuno, malgrado il ritardo, era andato via. Bellezza, la Rosselli e Zeichen erano tre voci già affermate della poesia italiana che in quegli anni, complici alcune antologie e qualche festival, godeva di un periodo di grande interesse.

La serata fu intensa, l’incontro piacevole. Amelia lesse con grande vigore, in piedi, con la sua voce, come dice Paris in Miss Rosselli, a tratti cavernosa, ma sempre capace di catturare l’attenzione e l’emozione dell’interlocutore. Era una voce dotata di naturale teatralità, forse anche per quello strano accento che caratterizzava la sua pronuncia, che a tratti allungava le parole a volte le contraeva, una pronuncia che sembrava provenire da luoghi lontani, ma di cui non si riusciva ad individuare con precisione l’origine. La lettura di Bellezza fu svagata, come era suo solito, cantilenante ma coinvolgente. Zeichen più degli altri tendeva a declamare, ma sempre con la sua aria ironica e sorniona.

Più tardi andammo a cenare in un’osteria che era un po’ il quartiere generale della rivista. Piatti tradizionali, sempre quelli, nessuna rivisitazione, poca fantasia, puzza di fritto. Mangiammo con gusto, con Amelia che si distraeva, procedeva rallentata, mescolava nel piatto le pietanze, la pasta con il secondo.

All’uscita Dario ebbe modo di inveire contro il conducente di un’Ape, che a suo dire con i gas che fuoriuscivano dallo scappamento inquinava l’aria della bella piazzetta che stavamo attraversando. Bellezza aveva in testa un buffo cappellino, che compare anche in qualche sua foto di allora. Urlava nel silenzio di quell’ora tarda. Eravamo divertiti e un po’ imbarazzati dalla sua esibizione.

Andammo verso la strada che costeggia il mare e ci fermammo in un bar a bere qualcosa. Mi sembra di ricordare che Amelia prendesse un’aranciata.

Mi telefonò durante la notte, Amelia, o alle prime luci dell’alba, non ricordo bene. Mi disse che non aveva più con sé dei documenti importanti, che aveva portato all’incontro e poi al ristorante. Erano stati sicuramente gli uomini della Cia a trafugarli, affermò quasi piangendo e imprecando contro di loro. Mi chiedeva di portarla subito in questura per fare la denuncia. La voce le tremava, aveva paura di non essere al sicuro. Cercai di prendere tempo e di tranquillizzarla.

Il suo male evidentemente l’aveva aggredita nella sua camera d’albergo, anche davanti allo spettacolo del mare e del golfo di Salerno. Amelia, la figlia di Carlo Rosselli, assassinato in Francia per opera dei fascisti insieme a suo fratello, temeva di essere seguita e spiata da emissari della Cia, che volevano privarla della libertà. Così si manifestava il dolore per la sua storia personale e la schizofrenia paranoide di cui era vittima.

Appena fu possibile mi recai da lei con Giancarlo Cavallo, poeta e animatore della rivista Percorsi. La Rosselli era agitatissima, i suoi occhi fuggivano terrorizzati da ogni sguardo. Dario e Valentino probabilmente avevano passato una nottata burrascosa o forse avevano fatto finta di nulla e non avevano risposto alle richieste di aiuto della poetessa. Subito dopo il nostro arrivo, ci salutarono. Andavano a prendere il treno. Amelia rimase affidata a noi.

Era vero che la sera precedente aveva con sé uno scartafaccio disordinato di fogli. Da quello, anche, aveva pescato per la sua lettura. Che cosa mai se ne sarebbe fatta la Cia? Ma Amelia era convinta. Le avevano rubato segreti importanti. Ne andava della sua incolumità.

Riuscimmo a convincerla a non andare per il momento in questura. Cominciammo a ripercorrere il tragitto compiuto il giorno avanti. Cercammo di ricordare tutte le tappe. Alle persone incontrate chiedevamo se ricordassero quel brogliaccio di fogli.

Infine al bar Nettuno, lì dove avevamo sostato per pochi minuti prima di ritornare verso l’albergo, il cameriere al bancone ci disse “guardate un po’, devono essere questi” e tirò fuori qualcosa da un ripiano alle sue spalle.

Amelia Rosselli (foto Dino Ignani)

Dopo una notte quasi del tutto insonne e ore trascorse a cercare fantasmi da un luogo all’altro della città, le ombre cominciavano a svanire. Per me e per Giancarlo almeno, perché Amelia non era ancora tranquilla. Cominciò a rovistare freneticamente tra i fogli, forse temeva che qualcosa fosse andato perduto, che la Cia le avesse sottratto quello che per lei era ragione di vita. Nella sua mente, il cameriere poteva essere un emissario dei servizi segreti statunitensi, chissà. Ogni tanto si fermava a controllare, a scorrere tra i fogli in cerca di qualche verità.

Non avevamo mangiato ed era già pomeriggio, ma io e Giancarlo non avevamo voglia di altro che di liberarci di Amelia e dei suoi spettri. La portammo subito in stazione e la caricammo sul primo treno per Roma. Salimmo con lei nel vagone, le portammo la borsa e lasciammo a lei lo scartafaccio. Quando sentimmo il fischio annunciare la partenza, demmo un sospiro di sollievo e non pensammo ad altro che a scappare via. Amelia però mi guardò mentre mi salutava, mi guardò con quei suoi occhi chiari e belli, con uno sguardo che era diventato di nuovo dolce, ma che era anche impaurito, un po’ sembrava scusarsi, un po’ ci ringraziava e un po’ mi chiedeva perché la stessi abbandonando.

Ho incontrato altre volte Amelia Roselli, non molte. In particolare chiacchierammo a lungo in margine a una sua lettura a villa Demidoff a Firenze. Lei era sempre molto dolce con me. Non parlammo più di quel giorno a Salerno. Ma io ricordo ancora quel suo sguardo, nello scompartimento del treno.

Las Meninas e il sogno di Madrid

Prima di arrivare al museo del Prado, mi fermo a prendere una cerveza in un bar in Plaza de Santa Ana. Non è casuale il luogo, né la scelta della bevanda. Voglio un locale al limite della piazza, sul lato dove si immette il Calle del Principe. Ho bisogno proprio di quel bar e di un po’ di tempo (perciò, malgrado l’ora, preferisco la birra a un più sbrigativo caffè), così che dal tavolino possa ammirare la facciata ariosa del teatro Español e immaginare una platea di nuovo piena di gente. La vita è da sempre teatro, più ancora di quanto il teatro non sia vita. Lo è stata anche nell’ultima rappresentazione globale ognuno a casa propria, tamburelli nacchere e triccheballacche suonati dai balconi, dirette istagram e monologhi al computer, balli solitari e strepito di altrettanto solitari e domestici sax soprani. Incubo o realtà? afflizione concreta o messa in scena? Mentre ci rifletto, la birra va giù, come la sabbia nella clessidra. Quanto tempo passerà prima che tutto torni ad essere come prima? quando la paura ci permetterà di avvicinarci di nuovo agli altri? D’altra parte però sappiamo tutti che nessuna cosa sarà veramente come un tempo è stata.
Non lontano da qui, al numero 61 della centralissima Calle Mayor, in una casa stretta e in fondo abbastanza anonima, vivió y murió, come recita la targa, don Pedro Calderón de la Barca. È quello per intenderci che ci ripete da qualche secolo che la vida es sueño. In effetti a sostenerlo, nel dramma che Calderón scrisse nel 1635, è Sigismondo. Il padre, il re Basilio, lo ha rinchiuso subito dopo la nascita in una torre: non vuole che diventi un tiranno, un principe assetato di sangue, come gli astri hanno predetto. Quando poi il re decide di mettere alla prova Sigismondo, ormai diventato un uomo, questi esasperato e inferocito dalla cattività, si comporta in maniera arrogante e violenta, pur essendo in fondo per natura dotato di tutt’altre inclinazioni. Il padre dunque si vede costretto a ripetere, con destinazione inversa, lo stratagemma con cui lo ha portato fuori dalla torre. Gli fa somministrare nuovamente un potente sonnifero e lo riconduce nel suo luogo di reclusione. Quando si risveglia, Sigismondo pensa che il mondo esterno, che ha visto in quella unica occasione, sia stato in effetti solo un sogno. Ma forse è proprio il mondo con tutte le sue dinamiche quotidiane ad essere nient’altro che sogno: nel mondo, in conclusione, tutti sognano ciò che sono, ma nessuno lo comprende. Io sogno che qui mi trovo da questi ceppi fiaccato, e ho sognato di vedermi in più lieta condizione. Cos’è la vita? Delirio. Cos’è la vita? Illusione, appena chimera ed ombra, e il massimo bene è un nulla, que toda la vida es sueño, y los sueños, sueños son, perché tutta la vita è sogno, e i sogni, sogni sono.
Forse è sogno anche questo viaggio a Madrid, una pura proiezione fantastica dopo i mesi di custodia cautelare da coronavirus, o forse y estoy temiendo en mis ansias que he de despertar y hallarme otra vez en mi cerrada prisión, è la mia ansia che mi fa temere di ridestarmi ancora una volta nella mia prigione.Ma sono qui per altro. Abbandono la mia postazione al tavolino del bar e imbocco Calle del Prado e poi il Calle de Lope de Vega, che era un altro che dell’oro del siglo de oro sapeva qualcosa. Al museo del Prado vado con l’intenzione di fermarmi di fronte ad un solo dipinto. È la ragione per cui ho intrapreso il viaggio.
Mi dirigo al primo piano dove alcune sale sono dedicate alle opere di Diego Velázquez, il pittore nato nel 1599, solo un anno prima di don Pedro Calderón de la Barca. Velázquez, sivigliano, si recò a Madrid per la prima volta nel 1622. Pare che in quella occasione abbia fatto tappa a Cordoba per ritrarre il poeta Luis de Góngora. In un sonetto l’autore delle Soledades (ahi, la mente va subito ai solitari mesi di distanziamento sociale) parla del rostro dulcemente zahareño, il volto dolcemente disdegnoso, della donna amata. Non si tratta però che di vanos pensamientos, il volto amato si è palesato infatti nel corso di un sogno: El sueño (autor de representaciones), / En su teatro, sobre el viento armado, / Sombras suele vestir de bulto bello. Il sogno appunto è autore di rappresentazioni e nel suo teatro maschera le ombre con volti pieni di fascino.
Velázquez diventò qualche anno dopo pittore di corte e, pare, anche amico del re Filippo IV. Del resto solo lui, don Diego, aveva il privilegio di ritrarre il sovrano. E un ritratto del re e della sua sposa pare stia realizzando Velázquez nel dipinto per cui sono qui, nella rappresentazione almeno che mette in scena il pittore, anche se il quadro in effetti racconta anche altro.
La coppia di sovrani compare solo sul fondo riflessa in uno specchio. In primo piano c’è l’infanta Margarita, che dovrebbe essere la protagonista della scena, e le sue due damigelle, las meninas che danno nome al quadro, almeno nella sua denominazione più popolare. Ma forse protagonista del suo dipinto è lo stesso pittore, che ci si propone in piedi davanti a una grande tela, nell’atto di realizzare quello che potrebbe essere il ritratto di Filippo IV e della sua seconda moglie Marianna d’Austria.
Poi però, mentre sono davanti al dipinto e mi perdo tra i piani della rappresentazione e mi chiedo dove finisca la realtà e cominci il teatro, e quando è la finzione ad offrire consistenza alla vita, ripenso a un bellissimo racconto di Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio. All’inizio della narrazione il protagonista è al museo del Prado davanti a Las Meninas e ricorda le parole della sua amica Maria do Carmo (che sta morendo proprio in quel momento, ma lui ancora non lo sa): la chiave del quadro sta nella figura di fondo, è un gioco del rovescio.
E la figura di fondo è quella del cortigiano José Nieto. Che cosa sta facendo nel riquadro della porta, che appare come una cornice di fianco all’altra, quella rappresentata dallo specchio? Arriva, va via, scosta una tenda per dare luce allo studio del pittore? E lui, don Diego, cosa sta dipingendo? cosa sta guardando? è concentrato sulle persone che sta raffigurando sulla tela o è incuriosito da noi che stiamo guardando lui e gli altri personaggi all’interno del quadro?
Ma chissà forse sulla grande tela si sta componendo proprio il dipinto che noi abbiamo davanti agli occhi, dove tutti i personaggi, ma proprio tutti, a cominciare dall’infanta e dalle sue damigelle, per proseguire con la nana, la suora e l’uomo che le sta accanto, i regnanti riflessi nello specchio, non guardano verso il quadro di cui noi vediamo solo una parte dell’intelaiatura, il rovescio insomma della tela. L’unico che potrebbe sapere cosa sta dipingendo in quel momento don Pedro è proprio José Nieto, la figura vestita di nero nel vano della porta, fermo nella sua posizione plastica nel punto dove converge la prospettiva del disegno.
In quale parte del quadro abbiamo vissuto nei giorni dell’emergenza? Siamo stati i protagonisti di un incubo? Siamo capitati dentro un film e non ce ne siamo accorti? Quante volte ce lo siamo chiesti nelle tante settimane di segregazione forzata. Risiede forse in questo, nel dialogo insensato tra la vida e il sueño, il juego del revés a cui fa riferimento Maria do Carmo?
Il protagonista io narrante de Il gioco del rovescio ha saputo della morte della sua amica, che potrebbe essere stata sua amante, dal marito di lei. Lo raggiunge a Lisbona, come lui gli ha chiesto, e riceve dalle sue mani una lettera di Maria. Una volta ritornato in albergo, l’uomo apre la busta. Al suo interno c’è un foglio dove è impressa una sola parola, SEVER, il cui rovescio (in questo consisteva il gioco che Maria do Carmo da bambina faceva con i suoi amici) è REVES. Il termine REVES, composto così di sole maiuscole, può essere spagnolo o francese, nota il narratore, e nel cambio di lingua assume significati assolutamente diversi. La parola francese rêves vuol dire sogni, che sono però anche, aggiungo io, in qualche modo la parte in ombra, il rovescio della realtà.
Forse ho descritto quello che è un mio sogno di oggi, il viaggio a Madrid che farò, quando sarà possibile e dunque chissà quando, solo per andare ad ammirare Las Meninas e pensare a Tabucchi. O forse, chissà, ci sono già stato al Prado davanti al quadro di Velázquez e l’incubo di questa vita in gabbia si è già concluso e noi tutti siamo di nuovo liberi.
In fondo quello che il quadro racconta, come dice Maria do Carmo, è solo un juego del revés. Ed anche il contenuto di questo articolo è un gioco del rovescio. Come nella letteratura, nel teatro e nella vita, è tutto vero ed è tutto falso.

Pubblicato su Succedeoggi.it

Il tempo dei pensieri e delle emozioni

Nel 1967 i fisici americani Bryce DeWitt e John Wheeler scrissero un’equazione per la gravità quantistica, che da loro appunto prende il nome, senza utilizzare la variabile tempo. Prima di allora non era mai successo. Ce lo ricorda Carlo Rovelli nel prezioso volumetto L’ordine del tempo, edito da Adelphi nel 2017, riportando di conseguenza alla memoria e condividendo con il lettore il rapporto di “profondo rispetto e ammirazione” che per anni lo ha legato a entrambi gli uomini di scienza.

(ph. Grattacaso)

Per noi, che non avremo mai gli strumenti per penetrare in questa affascinante materia, basti pensare che l’equazione si compone intorno a una teoria per cui gli eventi non vengono descritti nella loro evoluzione nel tempo, ma nella relazione che lega lo sviluppo e la mutazione degli uni con quella degli altri. In questo ordine di cose, i rapporti temporali tra ciò che accade sono complessi più di quanto fino a pochi decenni fa era lecito pensare, in quanto gli avvenimenti non possono essere disposti lungo una successione ordinata e lineare. L’universo insomma non prevede un assetto temporale globale. Per descrivere il mondo dunque non serve la variabile tempo, ma è fondamentale sapere come gli avvenimenti cambino nella relazione reciproca.
Rovelli ricorda con affetto gli incontri con DeWitt, considerato un maestro e un amico. Il fisico italiano confessa tutto il dispiacere di non poter più dire all’altro che i suoi studi sono stati l’inizio di un nuovo capitolo nella comprensione del tempo, anzi di essere stato il primo ad avvicinarsi al cuore del mistero del tempo. DeWitt infatti non c’è più. La sua mancanza permette a Rovelli di affermare che il tempo per noi è anche questo: “Il ricordo e la nostalgia. Il dolore dell’assenza”.
In questi giorni di forzata reclusione casalinga a causa dell’epidemia da Covid-19, di tempo sospeso che si esprime in ghirigori e annebbiamenti, in queste settimane di relazione turbata con gli accadimenti e con le persone, in questo tempo di lontananze e forzate separazioni, di prolungate assenze o di assenze destinate a diventare definitive, le parole di Rovelli suonano quanto mai significative. Scrive infatti: “Ma non è l’assenza che provoca dolore. Sono l’affetto e l’amore. Se non ci fosse affetto, se non ci fosse amore, non ci sarebbe il dolore dell’assenza. Per questo anche il dolore dell’assenza, in fondo è buono e bello, perché si nutre di quello che dà senso alla vita”.
In seguito, riconosciuti DeWitt e Wheeler come i propri padri spirituali ed espresso il suo ringraziamento perché nelle loro idee ha trovato “acqua fresca, nuova e limpida da bere”, Rovelli ci regala una considerazione che sembra scritta proprio per questo tempo di dialoghi a distanza e di scambi resi più difficili dalla rarefazione e dal distanziamento sociale in cui siamo costretti a soggiornare. “Noi esseri umani viviamo di emozioni e pensieri. Ce li scambiamo quando siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo, parlandoci, guardandoci negli occhi, sfiorandoci la pelle. Ci nutriamo di questa rete di incontri e scambi, anzi siamo questa rete di incontri e scambi. Ma in realtà non abbiamo bisogno di essere nello stesso luogo e nello stesso tempo, per questi scambi. Pensieri e emozioni che ci legano gli uni agli altri non hanno difficoltà ad attraversare mari e decenni, talvolta persino secoli. Legati a esili fogli di carta oppure danzanti tra i microchip di un computer. Siamo parte di una rete che va molto al di là dei pochi giorni della nostra vita, dei pochi metri quadrati dove muoviamo i nostri passi”.
Sono parole che delineano un messaggio di speranza che, in questo tempo, non può che diventare anche consapevolezza dell’importanza fondamentale che lo scambio di pensieri e emozioni assume nelle nostre vite, perché, come dice Rovelli, noi siamo questo scambio. Ognuno di noi entra in relazione con l’altro per i pensieri che produce, ma anche per le emozioni che riesce a trasmettere.
Ma c’è anche altro. Si potrebbe pensare che anche nelle relazioni tra gli uomini la variabile tempo non sia indispensabile. Gli scambi e la comunicazione possono avvenire anche a distanza, se solo siamo in grado di trasmettere quello che veramente siamo, la nostra passione, le nostre più profonde conoscenze, l’emotività, l’amore. Ed è anche vero che la superfluità del fattore tempo ci rende consapevoli dell’importanza di questi stessi fattori quando siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo.

I pinguini di Daniele Del Giudice

Ho conosciuto Daniele Del Giudice alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Doveva essere il 1988 o l’anno successivo. Aveva da poco pubblicato il suo terzo libro, Nel museo di Reims, ed io, lo avevo invitato nella biblioteca di un paese della Valdinievole. Del Giudice era già uno scrittore affermato: aveva pubblicato negli anni precedenti per Einaudi i romanzi Lo stadio di Wimbledon e Atlante occidentale che, complice Italo Calvino, lo avevano fatto conoscere al pubblico della letteratura.
Parlai dei suoi primi tre lavori e Daniele fu interessato dalla mia lettura, che individuava alcuni elementi comuni, soprattutto nella tipologia dei luoghi che facevano da teatro alle azioni delle tre narrazioni. Mi chiese di scrivere un breve saggio sulla sua opera e mi regalò, sorridendo in un suo modo affettuoso e sornione, una dedica che attraversava i frontespizi di tutti e tre i volumi.
Ci incontrammo poche altre volte, poi io, per qualche anno, mi allontanai dal mondo della scrittura e degli scrittori.
Ho ricominciato a pubblicare nel 2010. Nella raccolta Confidenze da un luogo familiare è inserita una poesia, praticamente ricavata da una pagina di Orizzonte mobile di Del Giudice. Sono le parole di Daniele sui pinguini Adélie che lui aveva osservato in una sua permanenza al polo Nord, ricondotte ad endecasillabo.
Ci ho ripensato leggendo l’articolo apparso sul settimanale Robinson a firma di Ernesto Franco, che è direttore editoriale di Einaudi ed è amico di Del Giudice.
È amico o lo è stato? Non si sa più se è possibile parlare ancora al presente di Daniele Del Giudice. Esiste ancora un presente per lui o l’Alzheimer di cui soffre da anni ha cancellato il tempo insieme alla sua percezione del mondo? Che cosa sa del tempo Daniele, cosa vede il suo sguardo fisso, addormentato? Che giro fa il suo mondo?
Ho saputo della malattia di Daniele un po’ di anni fa, dopo avergli mandato il mio libro senza aver ottenuto nessuna risposta. Da allora ho pensato spesso ai pinguini della poesia, a come in qualche modo avessero in loro la tenerezza, la gentilezza ed il destino di chi li aveva osservati e descritti.

 

PINGUINI ADÉLIE PASSANO VELOCI
(da Orizzonte mobile di Daniele Del Giudice)

In un alone verde spiritato,
in questo verde azzurro che è la sera,
piccole bande fuggono dal mare.
Vanno a sud con fretta disperata,
le pinne natatorie sollevate,
muso sporto in avanti, l’aria intenta,
terribilmente intenta e preoccupata.
I’m late, I’m late, for a very important date,
troppo da fare, li seguo con lo sguardo
finché diventano punti sullo sfondo
di questo bianco illimitato, quando
senza che sia motivo apparente,
senza mutare passo né l’affanno,
tornano indietro, tornano nel punto
da dove son partiti e scivolando
sulla pancia atterrano nel sonno,
chiudono gli occhi celesti, addormentati.

PER SEMPRE NAVIGANTI da “heart / strings” di Lucia Minetti

Nel cd di Lucia Minetti heart / strings (Velut Luna) sono presenti due miei testi.

Propongo, nelle doppia versione Spotify e Youtube, il brano Per sempre naviganti. La voce di Lucia Minetti è accompagnata dagli archi del Quartetto Echos. Le musiche sono di Oscar Del Barba.

Per sempre naviganti Spotify

Per sempre naviganti Youtube

Il progetto nasce dall’idea di trasferire in suoni e in emozioni musicali le parole poetiche.

Da heart / strings, il nuovo album di Lucia Minetti: “In volo”

Il 5 ottobre (ma su Spotify è già scaricabile) esce il nuovo album di Lucia Minetti, intitolato heart/strings.
È un album molto bello, particolare e raffinato, di lieder moderni. I testi sono scritti da poeti, le musiche sono di Oscar Del Barba. I pezzi sono cantati meravigliosamente, con grande sensibilità artistica, da Lucia, suonati splendidamente dal giovane Quartetto Echos.
Nel cd sono presenti due miei testi, oltre a quelli di Stefano Bortolussi, Luca Ragagnin, Enrico Remmert, Francesca Tini Brunozzi, Stefano Valanzuolo, Dario Voltolini e Marco Bortoli.
Il cd è pubblicato da Velut Luna e distribuito da Egea.
Propongo qui l’anteprima di In volo.

Quartine d’agosto

Le Quartine d’agosto sono pubblicate nel mio libro La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto), pubblicato nel 2013. La sezione è composta da 31 quartine, una per ogni giorno del mese.

1.

Da una finestra arriva un do d’autore,

canto d’antan, caruso o tito schipa,

tutto si ferma, ed è quasi dolore

la nostalgia, sopra agosto straripa.

 

7.

Tutti nudi, spettacolo indecente.

Flaccida carne, peluria folta, panza.

Passa la gatta come una che niente

cura, leggera nella sua eleganza.

 

8.

All’altra dice, hai cominciato all’alba

ma non ti sembra che ti sforzi invano?

la melodia suona alquanto scialba

e non hai proprio voce da soprano.

 

9.

E la cicala: se mi stessi accanto,

se tu mi fossi veramente amica,

potresti dirti esperta ed il bel canto

apprezzeresti, invece sei formica.

 

10.

Cadono stelle, pare, in questa notte

di San Lorenzo, così con fare serio

serro per tempo balconi logge porte,

sennò mi tocca pensare un desiderio.

 

12.

Non muovo boccia, non sposto una pedina.

Nemmeno fiato, una statua di ghiaccio.

Una partita da vincere in panchina,

anzi in poltrona, dove ottuso giaccio.

 

15.

Ma tutte voi alla cui vista arretro,

spalle abbronzate, gambe e braccia nude,

non date sofferenza, andate retro,

tanto lo so che poi non si conclude.

 

21.

Certo è quiete nel buio della navata,

nel silenzioso vuoto illanguidito.

Poi con cadenza lenta e evaporata

una campana suona l’infinito.

 

22.

Solo la gatta si concede al sole

di mezzogiorno, non se ne lamenta,

rimane indifferente in prendisole

tra il vaso di basilico e la menta.

 

25.

Umori scivolosi e straripanti,

tutto un sudore, un umido di ascelle.

Ci salvano pensieri deodoranti,

versi come saponi sulla pelle.

 

30.

I popoli festosi ed acclamanti

si spargono per mari monti fiumi,

ingordi accampamenti di griglianti

gonfi impiegati di salsicce e fumi.

 

31.

Luce serale languida e gentile,

pulita del trascorso temporale,

in questa perfezione giovanile

la vita è inconcludente ed immortale.

 

Le foto inserite nel post sono mie