Quartine d’agosto

Le Quartine d’agosto sono pubblicate nel mio libro La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto), pubblicato nel 2013. La sezione è composta da 31 quartine, una per ogni giorno del mese.

1.

Da una finestra arriva un do d’autore,

canto d’antan, caruso o tito schipa,

tutto si ferma, ed è quasi dolore

la nostalgia, sopra agosto straripa.

 

7.

Tutti nudi, spettacolo indecente.

Flaccida carne, peluria folta, panza.

Passa la gatta come una che niente

cura, leggera nella sua eleganza.

 

8.

All’altra dice, hai cominciato all’alba

ma non ti sembra che ti sforzi invano?

la melodia suona alquanto scialba

e non hai proprio voce da soprano.

 

9.

E la cicala: se mi stessi accanto,

se tu mi fossi veramente amica,

potresti dirti esperta ed il bel canto

apprezzeresti, invece sei formica.

 

10.

Cadono stelle, pare, in questa notte

di San Lorenzo, così con fare serio

serro per tempo balconi logge porte,

sennò mi tocca pensare un desiderio.

 

12.

Non muovo boccia, non sposto una pedina.

Nemmeno fiato, una statua di ghiaccio.

Una partita da vincere in panchina,

anzi in poltrona, dove ottuso giaccio.

 

15.

Ma tutte voi alla cui vista arretro,

spalle abbronzate, gambe e braccia nude,

non date sofferenza, andate retro,

tanto lo so che poi non si conclude.

 

21.

Certo è quiete nel buio della navata,

nel silenzioso vuoto illanguidito.

Poi con cadenza lenta e evaporata

una campana suona l’infinito.

 

22.

Solo la gatta si concede al sole

di mezzogiorno, non se ne lamenta,

rimane indifferente in prendisole

tra il vaso di basilico e la menta.

 

25.

Umori scivolosi e straripanti,

tutto un sudore, un umido di ascelle.

Ci salvano pensieri deodoranti,

versi come saponi sulla pelle.

 

30.

I popoli festosi ed acclamanti

si spargono per mari monti fiumi,

ingordi accampamenti di griglianti

gonfi impiegati di salsicce e fumi.

 

31.

Luce serale languida e gentile,

pulita del trascorso temporale,

in questa perfezione giovanile

la vita è inconcludente ed immortale.

 

Le foto inserite nel post sono mie

Premio Prestigiacomo a “Il mondo che farà” e a “Novilunio”

La giuria del VII Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” San Mauro Castelverde, composta da Gabriella Sica (presidente), Roberto Deideir e Maria Attanasio, dopo attenta disamina delle numerose opere pervenute da tutta Italia, ha decretato Vincitori ex aequo Tiziano Broggiato (con “Novilunio” Edizioni  LietoColle) e Giuseppe Grattacaso (con “Il mondo che farà” Edizioni Elliot); la stessa giuria ha poi assegnato due Menzioni Speciali: ad Antonio Lanza per il libro “Suite Etnapoli”, edito da Interlinea, e a Maria Pia Quintavalla per “Quinta Vez”, edizioni Stampa 2009.

Nelle sei precedenti edizioni i vincitori erano stati Patrizia Cavalli, Franco Loi, Franco Marcoaldi, Valerio Magrelli e Aurelio Picca, Iolanda Insana e Maurizio Cucchi.

Organizzato dal Comune di San Mauro Castelverde (PA) in collaborazione con il periodico culturale l’EstroVerso e con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Catania, il Premio sarà consegnato in Piazza Municipio, sabato 3 agosto, alle ore 18.30. Ospite d’onore della cerimonia di premiazione la scrittrice Catena Fiorello.

Inoltre, per celebrare la memoria del poeta maurino Paolo Prestigiacomo e suggellare simbolicamente la trasmissione di un’eredità poetica e letteraria sette giovani poeti siciliani, al di sotto dei quarant’anni, Gianluca Furnari, Antonio Lanza, Noemi De Lisi, Gianluca D’Andrea, Andrea Accardi, Pietro Cagni e Naike Agata La Biunda, leggeranno, insieme ai loro testi, poesie tratte dall’opera del Prestigiacomo, in particolare dalla raccolta “Grotteschi”.

AD OGNI UMANO SGUARDO di Claudio Pasi (Aragno)

Le poesie di Claudio Pasi, raccolte nel volume Ad ogni umano sguardo, edito da Aragno, seguono le vicende degli uomini in un territorio circoscritto della pianura padana, il lembo di terra dove l’autore è nato e ha vissuto, spaziando in un periodo di tempo sicuramente vasto, a partire dall’88 d.C., a cui fa riferimento la prima delle oltre cento liriche che compongono il libro, fino ad arrivare agli ultimi anni dello scorso millennio, raccontando così anche i decenni che il poeta ha potuto attraversare da protagonista o da testimone diretto.

E’ subito evidente come, anche di fronte agli avvenimenti lontani, ai paesaggi e alle situazioni che appartengono a epoche remote, il racconto lirico sia concentrato sui particolari, sui gesti minimi dei protagonisti, sulle piccole ma straordinarie vicende quotidiane, che pure finiscono per fornire della Storia, quella appunto universale e di tutti, la verità più profonda, il senso si direbbe altrimenti irraggiungibile. Pasi mette a punto un’ottica in qualche modo straniata, che delle cose lontane è capace di vedere i particolari e, in questo modo, di dare conto dell’insieme. La sua poesia spesso indugia, come sottolinea Alessandro Fo nell’ampia introduzione, su termini desunti da lessici specifici, locali o gergali: in questo modo, secondo un procedimento di derivazione pascoliana, l’estrema precisione e la messa a fuoco così ravvicinata, costringono paradossalmente la visione a una maggiore rarefazione e a rendere evidente il senso di mistero che avvolge ogni azione umana.

Claudio Pasi

Lo sguardo del poeta, che è sempre appunto uno “umano sguardo”, non solo perché è quello proprio di un uomo, ma perché ricco di umanità, di una dolente pietas tutta umana, capace di mettere a fuoco puntualmente i dettagli, a volte addirittura soffermandosi sulle sfumature, non distingue però, per fortuna del lettore, tra gli accadimenti importanti e quelli dal significato apparentemente irrilevante, né, all’interno dello stesso avvenimento, tra i protagonisti e i comprimari. Anzi, come si diceva, sono proprio i fatti trascurabili, o quelli che lo diventano a distanza di tempo, e le persone senza senza alcun ruolo determinante, a dare vita al racconto poetico. La verità che cerchiamo si nasconde, anzi sfugge continuamente e, se proprio vogliamo cercarla, dobbiamo sapere che essa è contenuta nelle pieghe minime dei destini, nelle irrilevanti circostanze che compongono il tutto. Il senso di ogni cosa del resto si sfilaccia in magre conclusioni, in esiti precari, nella dolorosa ma inevitabile costatazione della caducità di tutte le vite. E’ proprio in questa transitoria instabilità, sembra dirci Pasi, nel limite che ci attraversa, il segno della nostra grandezza di uomini.

I personaggi che animano queste poesie sono, come d’altra parte tutti noi siamo, delle comparse, anzi, per usare le parole del poeta, “inapparenti / effimere comparse della storia”, come i due soldati ventenni della Wehrmacht ricordati nella poesia Due episodi dell’inverno 1944-45, che “mentre stanno mangiando, di sorpresa / vengono massacrati a colpi d’ascia / e durante la notte sotterrati / da qualche parte dentro la golena”.

Il tempo che noi viviamo non ci permette di essere che apparizioni scolorite. E’ quanto emerge, ad esempio, nei versi conclusivi della poesia L’eclissi solare del 18 aprile 1539: “I fiori si richiudono. Le rondini / fanno ritorno ai loro nidi, mentre i grilli / cominciano a cantare. Nelle stalle / i cavalli nitriscono irrequieti. / Latrano i cani contro il cielo buio. / Sagome senza corpo le persone / fissano la corona di metallo / incandescente intorno al sole nero, / simile ad una luna. Il pomeriggio, / già divenuto notte, ci ricorda / che il tempo nostro è un transito di ombre”.

E’ estremamente ricca di suggestioni, genera forti emozioni, la poesia di Claudio Pasi, che si propone in maniera blanda, con un tono quasi cronachistico, con un endecasillabo che nasconde la musicalità dietro una tensione di tipo narrativo, e che riesce però, in maniera quasi sempre imprevedibile, a evocare un trepidante senso di partecipazione al destino di tutti, soprattutto degli ultimi (ma ognuno di noi non è inevitabilmente un ultimo?), e a far emergere il turbamento che coglie di fronte all’implacabilità del destino.

Nella poesia Un aeroplano abbattuto il 14 maggio 1944 (non sfugga dell’intero volume la drammatica, asettica aridità dei titoli), lo sguardo, l’umano sguardo, si sposta, come in una sequenza cinematografica, dal cielo attraversato dalla scia di fumo, all’aereo che, ormai fuori controllo, “entra in vite e precipita in picchiata”, a quadranti e lancette all’interno della cabina del veicolo, alla mano del pilota “stretta intorno alla cloche come un artiglio”, per tornare infine sulla terra e posarsi su una ragazza che “mentre raccoglie erbaggi lungo i fossi, / osserva di lontano l’apparecchio, / simile a una farfalla che sfarina”, ed arrivare a mettere a fuoco la luttuosa, estremamente intensa immagine conclusiva: “Sparsi all’intorno appaiono i frammenti / della carlinga, un alettone, l’elica, / la ruota del carrello e, tra le spighe / ancora verdi, un fazzoletto bianco / con sopra un’iniziale ricamata”.

Si tratta con ogni evidenza di un avvenimento del tutto marginale, assolutamente poco significativo, della seconda guerra mondiale. Il poeta non ci dice il nome del pilota. Sappiamo solo che l’aeroplano è un Macchi 205 “Veltro”, decollato da Reggio Emilia e sappiamo, particolare minimo che ci dice il dolore e la perfidia di ogni guerra, dell’iniziale ricamata sul fazzoletto. Il modo inizialmente quasi distaccato di raccontare la realtà, la sospensione tra narrazione cronachistica e sentimento lirico, fanno pensare alla poesia di Seamus Heaney, peraltro richiamato nel corso della raccolta e citato significativamente in epigrafe: “Me in the place and the place in me”.

Claudio Pasi è poeta schivo e appartato, dalla voce originale e potente, che offre al lettore di Ad ogni umano sguardo un libro compatto, una prova estremamente convincente.

HAIKU for a season / per una stagione di Andrea Zanzotto (Mondadori)

Andrea Zanzotto scrisse una serie di brevi poesie in inglese tra la primavera e l’estate del 1984. Sono haiku, o come li definì lo stesso poeta degli “pseudohaiku”, in quanto per la maggior parte non rispettano la tradizionale suddivisione in tre versi e per complessive diciassette sillabe. Zanzotto conservò questi testi senza renderli pubblici, solo parlandone con gli amici, costruendo così intorno a loro una sorta di involontaria mitologia, alimentata dal fatto che le poesie erano state composte in un periodo particolare della vita dell’autore. Successivamente il poeta lavorò, non in maniera continuativa, alla traduzione in italiano, dando vita, e non poteva essere diversamente, a composizioni in qualche modo diverse rispetto a quelle d’origine, soprattutto considerato l’approccio linguistico, non da madrelingua, di cui si giovano gli originali.

Le poesie sono state pubblicate per la prima volta nel 2012 negli Stati Uniti, quindi un anno dopo la morte del poeta. Sono ora proposte nella collezione dello specchio Mondadori nella doppia versione inglese e italiana. E’ evidente dunque che Haiku for a season / per una stagione rappresenti una tappa singolare nella produzione dell’autore, che pure, proprio per la condensazione della lingua e per lo sguardo inconsueto nella descrizione della realtà che manifesta negli haiku, lascia intravedere gli esiti futuri della sua espressione lirica, che si concretizzano nelle raccolte Meteo del 1996, Sovrimpressioni del 2001 e in particolare in Conglomerati del 2009.

Andrea Zanzotto

L’inglese utilizzato da Zanzotto nei suoi “pseudohaiku” è minimalista, quasi sussultante e post-afasico, e presenta, come suggeriscono i curatori Anna Secco e Patrick Barron nella nota introduttiva, “inattesi guizzi sintattici e concentrazioni di immagine e azione”. E’ evidente come il poeta sia attratto innanzitutto dalle possibilità sonore e dalla rapidità linguistica dell’inglese, così diverse dall’italiano, e che per contro forse possono avere più di un elemento di parentela con gli scatti acustici e con le compressioni della sintassi propri delle forme dialettali così care all’autore di Pieve di Soligo.

Il paesaggio che emerge in queste poesie è spesso popolato da figure minime e marginali, e lascia intravedere improvvise aperture, che non si manifestano però come epifanie, ma sono solo segni della incerta consistenza della realtà, della fragilità di ogni presenza, della frammentarietà della visione: “Voci sottili, sconcertate api e speranze – / tutto sogna di altri viaggi / tutto ritorna in piccoli fitti tagli” o ancora con maggiore malinconico senso di costernato mistero, “Erba, allodole e un sole debole – / chi sospira e sternuta? / Come mai tanta fuliggine nelle gole?”, la cui originaria versione inglese può beneficiare di una più concentrata sonorità, “Grass, larks and weak sun – / who sighs and sneezes? / So much soot in throats?”.

Quando scrisse gli haiku inglesi a metà degli anni Ottanta, Zanzotto stava riemergendo a fatica e dolorosamente dalle tenebre di una lunga e particolarmente violenta depressione, che lo aveva lasciato passivo, arido anche di fronte alle parole. “E’ stato un momento cupissimo – ricorderà anni dopo il poeta , come se fossi stato immerso in una palude limacciosa, anzi una fogna, e le parole – pochissime all’inizio simili a crampi verbali – mi venivano fuori alla stregua di bolle. (…) Oscillavo tra il mutismo e un balbettio di pochi vocaboli, drenando degli pseudohaiku che, in una specie di effetto calamita, si congegnavano a gruppi, a coroncine. (…) Nel mio stato patologico, a prevalere erano quelle stille che spesso esprimevo in un neoinglese ‘petèl’, cioè il linguaggio pre-logico e vezzeggiativo che utilizzano le madri e le nutrici cullando i figli ancora nel nido della prima infanzia”.

In una di queste “coroncine”, emerge la presenza dei papaveri, che diventano, nella loro intensa colorazione e nella gracile delicatezza, quasi lo strumento con il quale segnare i confini del proprio sguardo sul mondo: “Papavero, profumo assente, profumo mentale? / Perché spalanchi l’occhio? / Perché così vivo, unicamente vivo?”.

I papaveri ritorneranno poi nelle raccolte successive, in Meteo: “La città dei papaveri / così concorde e gloriosa / così di pudori generosa / così limpidamente inimmaginabile / nel suo crescere, / così furtiva fino a ieri e così, /oggi, follemente invasiva…” (Tu sai che); “Papaveri ovunque, oggi, ossessivamente essudati, / sudori di sangui di un /assolutamente / eroinizzato slombato paesaggio, / sudore spia / di chissà quale irrotta malattia / – mala mala bah bah tempera currunt bah bah – / o stramazzata epilessia (…)” (Currunt) ; o, in maniera ancora più significativa, in Conglomerati, quasi a voler fornire nell’ultima raccolta una definitiva soluzione: “Fiammelle qua e là per prati / friggono luci disperse ognuna in sé / quelle siamo noi, racimoli del fuoco / che pur disseminando resta pari a se stesso / è zero che dona, da zero il suo vero” (la poesia è appunto Papaveri).

Gli haiku di Zanzotto insomma ridanno voce al poeta e lo spingono verso nuove decifrazioni della realtà, verso “sussurri di altri universi”: “Haiku di un’alba inattesa / forse mia – forse cenni / o sussurri di altri universi”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Giorgio Caproni, bontà della guida

Nella poesia di Giorgio Caproni si manifesta spesso la richiesta di informazioni circa la strada da seguire. Il poeta rappresenta un viaggiatore in cerca di una destinazione che non trova, diretto verso un luogo che sfugge continuamente. Le indicazioni oltretutto sarebbero necessarie per dare concretezza a un luogo altrimenti incorporeo, o comunque privo di connotazioni specifiche che non siano quelle dell’inconsistenza dei punti di riferimento. La meta è irraggiungibile, anche perché non ci si può orientare in un luogo dove ogni direzione è impossibile, in un territorio che assomiglia a un deserto.
In casi come questi, abbiamo bisogno di una guida, di qualcuno cioè che possa indicarci la strada. Bisogno di una guida è appunto il titolo di una breve poesia che fa parte dell’omonima sezione, contenuta nella raccolta Il muro della terra.

M’ero sperso. Annaspavo.
Cercavo uno sfogo.
Chiesi a uno. “Non sono”
mi rispose, “del luogo”.

Alla perentorietà della condizione espressa nei primi due versi, segue una situazione tanto quotidiana da apparire banale: quante volte ci è capitato di chiedere informazioni a “uno”, che ci ha confessato di non essere del luogo? La poesia nasconde dunque solo la fotografia di una vicenda inconsistente, accaduta a ognuno di noi chissà quante volte? Evidentemente no. Ce lo dicono il contesto, le poesie che accompagnano questo breve testo, e il tono inflessibilmente distaccato della risposta.
Viene dunque da pensare che chi avevamo creduto una guida senta egli stesso il bisogno di essere guidato, anche perché in fondo nessuno può mai dirsi “del luogo”, se il luogo è privo di riferimenti, se nessuna mappa è possibile, se ogni direzione è in definitiva irrilevante. Se insomma il luogo non esiste.
Che la questione abbia un suo peso, è dimostrato da una poesia che troviamo nella sezione Conclusione quasi al limite della salita, all’interno della raccolta Il franco cacciatore, che segue di qualche anno la composizione del testo precedente. Il titolo questa volta lascia ben sperare, e sembrerebbe subito contraddire quanto fin qui affermato.
Esso suona così: Indicazione sicura, o: Bontà della guida e chiarisce in epigrafe: (Al forestiero, / che aveva domandato l’albergo).

Segua la guida,
punto per punto.
Quando avrà raggiunto
il luogo dov’è segnato
l’albergo (è il migliore
albergo esistente)
vedrà che assolutamente
lei non avrà trovato
– vada tranquillo – niente.

La guida non mente.

 

Giorgio Caproni

Con quegli stravolgimenti repentini di senso, che ci lasciano senza fiato e senza rimedio di fronte alla nostra miseria di uomini, alla mancanza appunto di un senso che dia ragione all’esistenza, Caproni suggerisce che l’unica indicazione sicura, quella insomma che dimostra la “bontà della guida” (del resto, in questo caso “la guida non mente”) ci porta con sicurezza di tragitto verso “il migliore albergo esistente”, quello che non possiamo trovare, semplicemente perché non esiste, non essendoci il luogo che dovrebbe contenerlo.
Insomma, la guida che sa il fatto suo è quella che con sfacciata imperturbabilità, ci toglie ogni speranza ci toglie ogni speranza che ci sia un asilo, un albergo pronto ad accoglierci.
Mi sembra somigli, chissà perché, al poeta Caproni.

La vita certe volte

La poesia che apre la sezione La vita certe volte, contenuta nel mio libro di poesie Il mondo che farà, da poco pubblicato per i tipi di Elliot

La vita certe volte sfila accanto,
per proprio conto prende strade incerte,
spesso in salita, chiedo dove vai,
dove vai vita, nell’inseguimento
ho il fiato corto, forse non mi sente,
mentre io arranco lei viaggia spedita
ed incosciente, io non me la sento
di starle dietro, quella non si pente
e corre all’impazzata, più c’è gente
più provoca sfacciata e impenitente.
Ma poi penso mi fermo, quelle volte
che mi tormenta, tanto che ci faccio
con tutta questa vita, mi addormento
se lei corre di lato, o faccio finta
che sono assente e non è mia la vita.

 

© 2019 Lit  Edizioni Srl

 

TIATRU di Nino De Vita (Mesogea)

Nell’ultima delle cinque sezioni che compongono il nuovo libro di poesie di Nino De Vita, interamente occupata dal poemetto Bberengariu, il protagonista, nel suo modo logorroico e scompaginato di rivolgersi al prossimo, in questo caso rappresentato dal poeta stesso, dichiara la sua ossessione per le parole: “Pizzuti su’, bbaioti, cummattusi / ‘i palori, ggilusi. / Si rici vannu ritti / abbissati, ncucchiati: stazzunaru, / faccifaria, lappusa, stiraellonga, / sbagnari, rrizzutedda, sparaciaru, / ggesù… / ‘U viri comu sònanu. / ‘Unn’i lìanu renti. / Siddu ‘unn’u fai si mìttinu a farsiari, / fannu trinchititrànchiti. / Sunnu sciacqualatucchi, / ‘u sbiognaparintatu, / zzurbi, malafiuristi, / ô ‘n omu ‘u mpiricùddanu”. Che vuol dire che le parole sono altere, villane, complicate, gelose, che “se le dici vanno dette / accoppiate, assonanti”. In questo modo infatti non “allegano denti” e se non si fa proprio così esse “cominciano a sbandare, / stonano, stridono. / Sono delle miserabili, / il disonore di una famiglia, / infami, deformano i fatti, / portano un uomo alla sventura”.

L’esposizione di Berengario sembra contenere una dichiarazione di poetica e anche, visti i tempi, i nostri, un appello a evitare di utilizzare le parole solo per deformare i fatti: meglio allora che esse si presentino come fossero solo un gioco, come accade nella poesia, così da rendere significativi anche i suoni e il loro modo, spesso misterioso, di accoppiarsi. Ma il modo in cui Bberengariu sciorina le sue confuse verità, lascia intravedere anche altro: che la vita cioè può essere a volte insolente e ignobile, come “caiuna” e “pinesa” sono troppo spesso “i palori” nell’esistenza di ognuno di noi e che le parole possono portare con loro “cosi chi su’ nno trùbbulu”, fatti che sono nell’oblio.

Nino De Vita

E’ proprio questo il nucleo intorno a cui ruotano le tredici storie di Tiatru, che Nino De Vita, una delle voci più interessanti della poesia italiana di questi anni, affida ancora una volta alla casa editrice Mesogea, da tempo impegnata a curare la pubblicazione di tutte le sue raccolte.

Come in un teatro, i personaggi a cui il poeta di Marsala dà voce nel dialetto parlato dalle sue parti, mettono in scena se stessi, sono reticenti e disponibili, confessano le proprie debolezze e alimentano i nostri dubbi, riesumano fantasmi e avvenimenti provenienti da un passato che solo loro conoscono, e infine ci dicono che quello che la vita sembra comporre in un ordine preciso, è invece disordinato, vago, incomprensibile, e che l’unico vero destino è nell’incompiutezza, nell’impossibilità di condurre a termine un progetto. Avviene dunque che i personaggi di De Vita ci lascino, e lascino i loro interlocutori, frastornati, disorientati, alla ricerca di una tessera utile a ricomporre un destino, di una parola che sappia spiegare la scelta che ha cambiato il corso di un’esistenza.

I personaggi che dialogano in questi brevi racconti in versi sono parte di un’umanità sofferente, che vive un tempo che non è più il proprio e si muove all’interno di un mondo che forse da tempo non esiste. Donne e uomini tanto più veri proprio nel momento in cui scoprono che non c’è nessuna verità in cui credere, vagamente innamorati della vita, ma solo da quando la vita li ha lasciati malandati e senza fiato.

Sono personaggi bizzarri e tormentati, quelli che animano i versi di Tiatru. Come Solidea, che è tornata dall’Argentina e vorrebbe raccontare al ragazzino Nino le storie di Cutusio (è il luogo dove vive il poeta). Oppure ‘u rumitu, l’eremita, che scrive anche lui poesie, anzi che le poesie le compone nella propria mente e le recita solo in occasione di una festa, “pi rispettu ru Santu”. O ancora come Ggiovannineddu u’ foddi, il pazzo, che nella pausa del suo lavoro contadino si rivolge al ragazzino che lo ha spiato, spiegandogli che “stu pani è pisci e stu / cutteddu una trunchisa; / stu vino è focu, e ammeci / sta bbuccetta un furcuni”, cioè che il pane è un pesce, il coltello una tenaglia, il vino è fuoco e invece la forchetta un rastrello, e che insomma “sugnu foddi, un foddi, / unu ch’è scancaratu”, urla Giovannino, mentre il povero Ninuzzu “fuìa spirdutu a pperi / nculu”.

E che dire di Turiddu ‘u salinaru, impegnato nel suo faticosissimo lavoro, “che munta ‘i veli / nne mulina, suppia / ri no mari, fa ‘u sali”, che consiglia a un ragazzo che chiede di essere assunto a tutti i costi, visto che i primi tre giorni di lavoro saranno di certo i più difficili da affrontare, “pi sti primi tre gghiorna /’un mmèniri”, insomma di presentarsi direttamente al quarto giorno.

Nino De Vita rappresenta questo mondo turbato e sofferente con uno sguardo paziente e affettuoso, sposandone in qualche modo la farneticante saggezza, attraverso una lingua, al contrario, estremamente equilibrata, che sembra provenire da una tradizione epica popolare, che si ciba dei suoi suoni e che si alimenta delle improvvise deviazioni di significato. E’ la lingua della poesia che si sposa con quella dei cantastorie e che diventa capace di raccontarci la nostra umanità, perché, così come predica Bberengariu, “un omu / è fatto ri palori”.

 

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

IL MONDO CHE FARA’ in libreria dal 21 febbraio

Il mondo che farà è il mio nuovo libro di poesie. E’ pubblicato
dell’editore Elliot nella collana di poesia curata da Giorgio Manacorda.

Sarà in libreria dal 21 febbraio.

Di seguito la poesia che è riportata nella quarta di copertina e che dà il titolo a una delle sezioni del libro.

Se il giallo si confonde e non conclude
la sua testimonianza, allora invecchia
il corpo spento, avverte che l’attesa
è una fermata in bilico sul nulla.
Quando poi la marcia è consentita
e il verde si profonde in cerimonie
e partiamo all’assalto, consumato
è il terreno, vediamo il precipizio
ad ogni passo, speriamo in una sosta
più duratura al prossimo passaggio,
che il giallo ci conservi nell’indugio,
l’incertezza ci liberi dal viaggio.

© 2019 Lit Edizioni Srl

 

AMOROSA SEMPRE di Roberto Carifi (La Nave di Teseo)

La poesia di Roberto Carifi si muove a partire dall’idea che esiste un Assoluto, il fine verso cui deve muoversi ogni esperienza umana e che diventa dunque l’oggetto ultimo della comunicazione poetica. Esiste una sommità, che non può essere messa in dubbio, che in qualche modo è parte di noi e che, pur nella sua verità, non è dato cogliere, se non per sprazzi. Va da sé infatti che l’Assoluto è per definizione inattingibile, è tutt’al più speranza ed obiettivo ultramondano: pertanto la ricerca non può che generare lacerazione, la consapevolezza che la possibile unità sia per forza di cose dispersa in frammenti. Per questo la coscienza è percorsa da tagli profondi, da un sentimento dell’assenza di una parte di sé che non è proprietà del passato e nemmeno risulta ipotizzabile negli eventi futuri, fa parte del mondo stesso che ci appartiene e a cui apparteniamo, eppure non si manifesta se non in un sentimento di privazione.

I miti fondanti della poesia di Carifi – l’infanzia, la madre, la dolorosa conoscenza che nasce dall’abbandono, e poi, proseguendo nel tempo, il martirio e la pietà – sono tutti rintracciabili all’interno di un sistema che nasce dall’evidenza di una frattura, di uno squarcio, che segna inevitabilmente la vita.

Il poeta Roberto Carifi

E’ una poesia, quella dello scrittore pistoiese, che ha segnato significativamente la produzione letteraria degli ultimi decenni, lasciando una traccia riconoscibile e imprescindibile anche negli anni che hanno fatto seguito alla malattia, che peraltro corrispondono al periodo della sempre più rilevante adesione al pensiero buddista. L’antologia Amorosa sempre, curata da Alba Donati con premurosa adesione ed edita da La Nave di Teseo, dà conto del percorso coerente di una voce potente, capace di suggerire, con struggente determinazione, il dolore che è parte inevitabile della vita. Il libro, che raccoglie buona parte delle poesie edite, a partire dal 1980, e propone una significativa sezione di inediti, vuol essere, come scrive la curatrice, “un atto riparativo” per una produzione poetica che deve considerarsi “un unicum nel panorama della poesia italiana”.

Allievo di Piero Bigongiari, Roberto Carifi iscrive inizialmente la sua poesia nel solco della tradizione simbolista ed ermetica, con accenti comunque di un post romanticismo che addolcisce gli esiti in una struggente manifestazione di un io continuamente alla ricerca di una dimensione totalizzante. I riferimenti vengono dalla poesia di Trakl, di Rilke, Cioran, della Cvetaeva, a cui è dedicata la sezione eponima della raccolta Occidente del 1990: “Che filo, che filo di lana / che pianto porta la tramontana. / Chi tesse, chi disfa con la sua mano, / qualcuno tiene la lampada, / il sangue dorato della lucerna, qualcuno è andato e c’è chi torna / con un buio mortale sulla bocca. / Una lampada, tra noi, una lanterna fredda, / narra qualcosa la parola, qualcosa che si consuma. / Chi porta questa parola consumata, / chi parla, chi parla in questa lingua arata”.

La ricerca di un senso, che in Carifi è sempre ricerca di Assoluto, porta il poeta a sentire consumata la parola che non può che mettere in mostra, denunciandola, la propria insufficiente finitezza. Giulio Ferroni, nella densa Prefazione al volume, parla di “voci che si cancellano senza rimedio, cenere e sangue, cielo e gelo, lumi, lampade e fili di lana, vetri rotti e altri segni di lacerazione, in uno spazio linguistico che si sente come solcato da un’emergenza segreta, qualcosa che lo percorre e lo ara”.

Con il proseguire dell’esperienza poetica ed esistenziale, con l’approdo al buddismo e con l’ulteriore devastante lacerazione della malattia, la parola poetica tende a farsi più comunicativa, quasi a evidenziare, anche nella significazione, quel senso di pietosa compassione verso il dolore del mondo che diventa uno dei tratti caratterizzanti le liriche delle raccolte degli ultimi anni, di Tibet del 2011 e di Madre del 2014. Il poeta cerca ora l’approdo nel nulla, nell’Assoluto, ancora una volta, disegnato come paesaggio innevato o come una sterminata distesa di alberi. Il punto di arrivo è la negazione di se stesso, il divenire puro spirito per poter abbracciare il destino di tutti: “Incontrerò la grande sofferenza / nelle mani e in tutto il volto, / entrerò nel grande dolore / e davanti all’uscio piangerò, / prima che mi lascino passare, / che mi chiedano da dove sarò venuto / se oserei fermarmi lì, dove c’è solo neve, / o se continuassi fino ai castagni, / allora sarò sulla montagna / e abbraccerò tutte le ferite, le mie e quelle del sangue altrui, / non ci sarà patimento in tutto questo, / solo alberi sterminati di conifere”.

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

LA GENTILEZZA DELL’ACERO di Alessandro Quattrone (Passigli)

Oltre il clamore dell’epoca, il rumore di fondo che vorrebbe fornire sicurezza, le frasi scontate urlate come verità assolute, oltre la propensione a ridurre la complessità nei confini certi di uno slogan, c’è la poesia.

Alessandro Quattrone è un poeta che ha seguito con coerenza e determinazione una propria strada, continuando a riflettere sul senso della vita, sul rapporto con gli altri, siano essi persone o oggetti, abitando in quei luoghi ritirati e fuori mano a cui obbliga il vocio invadente dei tempi. Nativo di Reggio Calabria, ma da tempo residente a Como, Quattrone ha esordito nel 1984 con la raccolta Interrogare la pioggia ed ha trovato una piena maturità espressiva con L’ombra di chi passa (Puntoacapo. 2015), di cui abbiamo parlato su questo stesso web magazine, e con La gentilezza dell’acero, edito da Passigli e da poco in libreria. Qualche mese fa, ancora per l’editore Puntoacapo, Quattrone ha dato alle stampe il gustoso volume di testi per il teatro A me non sembra di dover morire ed altri dialoghi teatrali.

La poesia di Quattrone si propone sottovoce, in un pianissimo (tanto per ribadire la lontana parentela poetica con Sbarbaro, già segnalata nell’introduzione al volume di Giancarlo Pontiggia) che è capace di notevole forza comunicativa, di una ricerca approfondita e severa nel tentativo di mettere il lettore, ogni lettore, anche quello meno accorto, di fronte a se stesso, alle asperità e alle contraddizioni dell’esistenza. La gentilezza dell’acero vive innanzitutto dell’atteggiamento gentile e accorato del poeta nei confronti del mondo che gli sta intorno, nei confronti delle presenze naturali, gli alberi le piante gli animali, ma anche degli oggetti quotidiani, dei piccoli avvenimenti di ogni giorno, che spesso trascorrono senza lasciare traccia nei nostri ricordi e sui quali invece Quattrone indaga, nei quali penetra con occhio vigile. E’ lo sguardo, lo strumento che il poeta utilizza per entrare nel mondo, vicino o lontano che sia. Lo sguardo che si fa subito pensiero. La poesia di Quattrone infatti non vuole dispiegare un susseguirsi di immagini, piuttosto è propensa a riflettere, a fare dell’approccio visivo il punto di partenza di una approfondita meditazione.

Non è un caso che la prima sezione del volume si chiami Osservazioni e sguardi, e non sfugga che il termine “osservazione” può contenere sia l’atto del guardare con attenzione sia quello di fare delle osservazioni, cioè di esprimere delle opinioni. L’idea complessa dello sguardo è peraltro racchiusa in una poesia, che si riporta per intero: “Entrare in un museo non per guardare / ma per essere guardati dai ritratti / di personaggi illustri e consapevoli / della loro evidente dignità. // Entrare per sottrarsi ai volti anonimi / che assorti per la strada non ti vedono. / e apprendere che tuttavia c’è un modo / per conservare intatto anche lo sguardo”.

E’ un mondo sospeso quello che emerge dai versi de La gentilezza dell’acero, alla ricerca di conforto e di una sistemazione che possa risultare in qualche modo o almeno per qualche tempo stabile, dove ogni cosa è in stretto collegamento con il resto del cosmo, ma è anche irrimediabilmente sola, impegnata a capire il motivo per cui esiste e per cui occupa un determinato posto nel mondo. Così “sono gentili gli astri innumerevoli / ma non credono di dover rispondere / agli alberi che implorano spauriti”, nemmeno portano conforto agli animi innamorati o malinconici: “Sono gentili di solito, ma a volte / scintillano così, senza un motivo”.

L’incanto della vita, in questa poesie di straordinaria forza, è in qualcosa che potrebbe accadere e farci felici, nella felicità che è sul punto di manifestarsi, nell’incontro che sta per compiersi. Nulla però accade, ma è proprio in quell’attimo di sospensione, nella pausa tra l’attesa e la delusione, che la vita dà il meglio di se stessa. “E’ stato solamente un malinteso, / come quando ti si avvicina un cane / credendo che tu abbia qualcosa / da offrirgli, uno sguardo, un’amicizia / che sfama, rallegra e rassicura, / qualcosa che ci sarà e non c’era: / e invece nelle mani desolate / non hai altro che una carezza, breve.” Oppure di fronte a un “volto fra mille che incanta” e che ci fa per un attimo credere che in esso si racchiuda una promessa, scoprire presto che “quel volto è un dono inutile / perché non siamo noi i destinatari”. In ogni caso qualcosa è successo, l’incanto si è realizzato, in quanto quella figura “con il solo suo apparire / conferma che la felicità esiste / da qualche parte, e a volte ci sfiora, / ma ci proibisce di chiamarla, e persino / semplicemente di nominarla”.

La poesia di Quattrone non si concentra sulla delusione, che pure non può che essere l’inevitabile epilogo di ogni attesa, ma in quello che la precede, quando il miracolo sembra stia per realizzarsi. C’è da dire che il miracolo per Quattrone non è lo spiraglio metafisico a cui aspirava Montale, la “maglia rotta nella rete” che ci permette di fuggire verso qualche verità, bensì la possibilità di ricostruirla la rete, di mettere in ordine i pezzi, di dare un senso al rapporto che ci lega alle cose e agli uomini.

La vita è perciò anche sempre ad un passo dal nulla, dall’assenza, da quello che non possiamo conoscere. Può succedere che a un concerto “intanto che la musica si sparge” capiti di pensare a coloro “che una volta c’erano / e cantavano con noi fiduciosi”. Erano lì, come gli uomini in una poesia di Sbarbaro, in quel caso colti nell’atto di inseguire farfalle, “sospesi sull’abisso senza saperlo, / anzi credendo come tutti / di stare battendo il tempo con il piede”.

La poesia di Alessandro Quattrone ci parla della nostra incosciente fragilità, della possibile gioia e dell’inevitabile limite, con esemplare chiarezza e con un tono pacato e composto, sempre attenta a non essere preda di facili entusiasmi, a non suggerire accomodanti verità, a mostrarci quasi felici mentre battiamo il tempo con il piede.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi