Congelamento

Ancora due poesie da Aprile, i testi scritti nell’aprile di lockdown. Penso che siano poesie distinte, ma evidentemente collegate tra loro e per questo le propongo insieme.

*

Forse provare da oggi a congelare
un’ora insieme all’altra, la verdura
già fatta a pezzi, un brano che a memoria
scavalla il secolo, il gesto che non dura
ripetuto da sempre, è quanto basta
(quel poco di ragù) per augurare
non sia miraggio la fine dell’assedio,
il surgelato presidio senza tempo
è resistenza per raffreddamento.

 

 

*

Oppure continuare a accumulare
per chissà quando, mettere da parte
in freddo avvisi, avanzi, sottrazioni,
congelare gli affetti, è poco sano
effetto di demenza, opposizione
da senescente ardore, rimandare
ad epoca futura è solo errore
o peggio l’espediente che dichiara
un ibernato atto di rinuncia.

 

(inedito)

Non fare verbo

Altra poesia da Aprile, sezione inedita nata in questo aprile di confinamento e distanziamento sociale
Fare ginnastica uguale ad arretrare,
mangiare tanto che sembra digiunare,
non fare verbo è come strologare,
abbracciare si può senza la pelle,
darsi la mano e non avere dita,
baciare far l’amore è consumare
tutta l’azione in sceneggiatura,
è come non soffiare per paura
che l’alito dilapidi la vita.

(inedito)

 

(ph. Grattacaso)

 

Amelia Rosselli a Salerno. Un ricordo

Ero con l’auto di mio padre, una Opel ampia e comoda. Al mio fianco sedeva Valentino Zeichen, che cercava in tutti i modi di segnare la distanza, tutta teatrale però, poca consistenza, con i due che occupavano il sedile posteriore. I due erano Amelia Rosselli e Dario Bellezza. Amelia si era accomodata in fretta, anzi si era rifugiata in quel suo spazio, che aveva subito delimitato con aria imbronciata, con uno sguardo diffidente e con i suoi fogli.

Li avevo condotti dalla stazione ferroviaria all’hotel Baia sulla strada che da Salerno conduce a Vietri sul Mare. Un albergo di lusso, con le camere che guardano sul golfo, che a quel tempo appariva l’unica proposta decente in una città altrimenti povera di strutture ricettive.

Nel ritornare verso il centro che non distava più di due o tre chilometri, un ingorgo ci tenne per lungo periodo quasi fermi. Zeichen era attratto dal porto che si poteva ammirare sotto di noi. Un paio di navi mercantili era attraccate al molo principale e le banchine erano invase da containers di ogni colore, disposti in file ordinate, e da autovetture. Valentino ne parlava come se stesse ammirando di lontano un monumento, un tempio greco che so, una basilica. Dario sbuffava. Amelia mi chiese perché avessimo scelto un albergo così costoso: non sarebbe stato meglio risparmiare sul pernottamento e dare più soldi a loro? Già, perché? Gli altri due avevano drizzato le orecchie. Spiegai che l’albergo era una scelta dell’amministrazione comunale, che partecipava all’organizzazione della manifestazione. In effetti, forzando la mano e rompendo gli indugi, eravamo stati noi della rivista Percorsi a prenotare le camere all’hotel Baia, quando ci eravamo resi conto della resistenza dell’assessorato alla Cultura.

Dovevamo raggiungere il centro storico, dove nella bella e inusuale cornice di palazzo San Massimo, un edificio dalla storia millenaria che si voleva restituire alla vita cittadina, doveva svolgersi l’incontro e la lettura di poesie, nell’ambito di una manifestazione appunto organizzata dalla rivista Percorsi, di cui ero redattore.

Dario Bellezza, Amelia Rosselli. Renzo Paris e, in primo piano, Valentino Zeichen

Ho ripensato a quella serata di poesia e a quello strano ritrovo leggendo in questi giorni il bel memoir di Renzo Paris dedicato alla figura di Amelia Rosselli (Miss Rosselli, Neri Pozza editore). La Rosselli in effetti fu protagonista per tanti versi anche di quell’incontro e degli avvenimenti che sarebbero accaduti nelle ore successive.

Era il 15 aprile, il traffico non scorreva, alle 19 ci aspettavano in quel diroccato palazzo nella parte alta del centro storico cittadino, il sole era già tramontato ed io sudavo, in ansia per il ritardo, emozionato per quell’incontro con tre poeti che amavo e che avrei apprezzato e conosciuto meglio negli anni successivi. Era stato proprio Renzo Paris, che a Salerno insegnava Letteratura francese all’Università a fare da tramite. Con Renzo passeggiavamo spesso sul lungomare o andavamo a mangiare in qualche trattoria del centro storico. Io ero eccessivamente timido e parlavo poco, avevo paura di non sapere cosa dire, come portare avanti la discussione, paura del resto che mi ha accompagnato a lungo. Era la metà di aprile del 1981, avrei compiuto qualche mese dopo ventiquattro anni. Da pochi giorni Amelia Rosselli aveva cinquantuno anni. Valentino, che anche lui aveva festeggiato il compleanno nelle settimane precedenti, aveva otto anni di meno. Dario Bellezza era più giovane, era nato nel 1944 e aveva ancora un’aria da ragazzone, il viso un po’ paffuto con cui lo ricordo.

Quando finalmente arrivammo a palazzo san Massimo, nel cuore del centro storico allora ancora visibilmente segnato dal terremoto che aveva colpito l’Irpinia qualche mese prima, c’era tanta gente ad aspettare. Molti erano fuori, davanti il portone d’ingresso a godersi la bella serata primaverile. Nessuno, malgrado il ritardo, era andato via. Bellezza, la Rosselli e Zeichen erano tre voci già affermate della poesia italiana che in quegli anni, complici alcune antologie e qualche festival, godeva di un periodo di grande interesse.

La serata fu intensa, l’incontro piacevole. Amelia lesse con grande vigore, in piedi, con la sua voce, come dice Paris in Miss Rosselli, a tratti cavernosa, ma sempre capace di catturare l’attenzione e l’emozione dell’interlocutore. Era una voce dotata di naturale teatralità, forse anche per quello strano accento che caratterizzava la sua pronuncia, che a tratti allungava le parole a volte le contraeva, una pronuncia che sembrava provenire da luoghi lontani, ma di cui non si riusciva ad individuare con precisione l’origine. La lettura di Bellezza fu svagata, come era suo solito, cantilenante ma coinvolgente. Zeichen più degli altri tendeva a declamare, ma sempre con la sua aria ironica e sorniona.

Più tardi andammo a cenare in un’osteria che era un po’ il quartiere generale della rivista. Piatti tradizionali, sempre quelli, nessuna rivisitazione, poca fantasia, puzza di fritto. Mangiammo con gusto, con Amelia che si distraeva, procedeva rallentata, mescolava nel piatto le pietanze, la pasta con il secondo.

All’uscita Dario ebbe modo di inveire contro il conducente di un’Ape, che a suo dire con i gas che fuoriuscivano dallo scappamento inquinava l’aria della bella piazzetta che stavamo attraversando. Bellezza aveva in testa un buffo cappellino, che compare anche in qualche sua foto di allora. Urlava nel silenzio di quell’ora tarda. Eravamo divertiti e un po’ imbarazzati dalla sua esibizione.

Andammo verso la strada che costeggia il mare e ci fermammo in un bar a bere qualcosa. Mi sembra di ricordare che Amelia prendesse un’aranciata.

Mi telefonò durante la notte, Amelia, o alle prime luci dell’alba, non ricordo bene. Mi disse che non aveva più con sé dei documenti importanti, che aveva portato all’incontro e poi al ristorante. Erano stati sicuramente gli uomini della Cia a trafugarli, affermò quasi piangendo e imprecando contro di loro. Mi chiedeva di portarla subito in questura per fare la denuncia. La voce le tremava, aveva paura di non essere al sicuro. Cercai di prendere tempo e di tranquillizzarla.

Il suo male evidentemente l’aveva aggredita nella sua camera d’albergo, anche davanti allo spettacolo del mare e del golfo di Salerno. Amelia, la figlia di Carlo Rosselli, assassinato in Francia per opera dei fascisti insieme a suo fratello, temeva di essere seguita e spiata da emissari della Cia, che volevano privarla della libertà. Così si manifestava il dolore per la sua storia personale e la schizofrenia paranoide di cui era vittima.

Appena fu possibile mi recai da lei con Giancarlo Cavallo, poeta e animatore della rivista Percorsi. La Rosselli era agitatissima, i suoi occhi fuggivano terrorizzati da ogni sguardo. Dario e Valentino probabilmente avevano passato una nottata burrascosa o forse avevano fatto finta di nulla e non avevano risposto alle richieste di aiuto della poetessa. Subito dopo il nostro arrivo, ci salutarono. Andavano a prendere il treno. Amelia rimase affidata a noi.

Era vero che la sera precedente aveva con sé uno scartafaccio disordinato di fogli. Da quello, anche, aveva pescato per la sua lettura. Che cosa mai se ne sarebbe fatta la Cia? Ma Amelia era convinta. Le avevano rubato segreti importanti. Ne andava della sua incolumità.

Riuscimmo a convincerla a non andare per il momento in questura. Cominciammo a ripercorrere il tragitto compiuto il giorno avanti. Cercammo di ricordare tutte le tappe. Alle persone incontrate chiedevamo se ricordassero quel brogliaccio di fogli.

Infine al bar Nettuno, lì dove avevamo sostato per pochi minuti prima di ritornare verso l’albergo, il cameriere al bancone ci disse “guardate un po’, devono essere questi” e tirò fuori qualcosa da un ripiano alle sue spalle.

Amelia Rosselli (foto Dino Ignani)

Dopo una notte quasi del tutto insonne e ore trascorse a cercare fantasmi da un luogo all’altro della città, le ombre cominciavano a svanire. Per me e per Giancarlo almeno, perché Amelia non era ancora tranquilla. Cominciò a rovistare freneticamente tra i fogli, forse temeva che qualcosa fosse andato perduto, che la Cia le avesse sottratto quello che per lei era ragione di vita. Nella sua mente, il cameriere poteva essere un emissario dei servizi segreti statunitensi, chissà. Ogni tanto si fermava a controllare, a scorrere tra i fogli in cerca di qualche verità.

Non avevamo mangiato ed era già pomeriggio, ma io e Giancarlo non avevamo voglia di altro che di liberarci di Amelia e dei suoi spettri. La portammo subito in stazione e la caricammo sul primo treno per Roma. Salimmo con lei nel vagone, le portammo la borsa e lasciammo a lei lo scartafaccio. Quando sentimmo il fischio annunciare la partenza, demmo un sospiro di sollievo e non pensammo ad altro che a scappare via. Amelia però mi guardò mentre mi salutava, mi guardò con quei suoi occhi chiari e belli, con uno sguardo che era diventato di nuovo dolce, ma che era anche impaurito, un po’ sembrava scusarsi, un po’ ci ringraziava e un po’ mi chiedeva perché la stessi abbandonando.

Ho incontrato altre volte Amelia Roselli, non molte. In particolare chiacchierammo a lungo in margine a una sua lettura a villa Demidoff a Firenze. Lei era sempre molto dolce con me. Non parlammo più di quel giorno a Salerno. Ma io ricordo ancora quel suo sguardo, nello scompartimento del treno.

LA LUNA E’ UN OSSO SECCO di Federica Giordano (Marco Saya Edizioni)

Il mondo si muove seguendo un meccanismo preciso e nello stesso tempo imperfetto per noi che non possiamo fino in fondo assimilarlo, un ingranaggio costruito sulla base di un equilibrio che è attraente nella sua delicata precarietà e crudele nella sua inevitabile disciplina. Gli uomini, pur nella loro molteplicità, agiscono come un unico “animale deforme”, che vorrebbe essere determinante e capace di orientarsi e di orientare, ma che “fa confusione e che sporca e che si fustiga da solo”. Eppure nella natura, in questo gioco terribile di violenza e resistenza, di passione e di sconfitta, di rivoluzione e ristagno, “resta una pietà”, come quella che annuncia il verso dell’orso “dopo che ha macchiato di un sacrificio rosso / la santità del ghiaccio”.

Federica Giordano

La poesia di Federica Giordano, di cui si ha preziosa dimostrazione nel suo secondo libro di versi La luna è un osso secco (Marco Saya Edizioni), è insieme feroce e cortese nel metterci di fronte al compito che, in quanto uomini, saremmo tenuti ad assolvere: “Riesci a sentire la grazia piccola e sconfinata / di quel filo d’erba che vuole raggiungere la luce / e il bambino ignaro, che correndo, lo pesta?”. La prova durissima non è data solo dalla comprensione dei propri limiti e dalla consapevolezza della modesta possibilità che hanno le nostre azioni di incidere sugli aspetti più profondi della realtà, ma consiste ancor di più nella necessità di spingere lo sguardo più avanti, “oltre il binario spezzato e la paura di deragliare, / oltre la lenta lena delle grandi navi e il peso delle rotte”. La strada è segnata, la lentezza del nostro procedere anche, ma il dovere che dobbiamo avvertire, l’incarico a cui veniamo esortati in quanto uomini, è di riuscire a percepire la bellezza e la benedizione che si nascondono nella nostra fragilità di esseri viventi e nella brutalità con cui la nostra debolezza quotidianamente ci si manifesta.
La luna è un osso secco è una raccolta matura che non si concede a nessuna facile scappatoia intimistica o autoreferenziale, ma che anzi si fa notare proprio per il linguaggio forte e asciutto, per il rigore con cui mette il lettore di fronte all’inclemenza della realtà. Del resto la Giordano, napoletana, poco più che trentenne, pone ad epigrafe delle trentanove poesie che compongono la raccolta un’affermazione con cui sembra liquidare tutte le scorciatoie a cui l’anagrafe tenderebbe a condurla: “la vecchiaia non dovrebbe parlarmi già da ora” è, più che una dichiarazione di intenti, la confessione della colpa di essere evasa anzitempo dalla condotta mentale e dai parametri etici della propria generazione.
Il titolo della raccolta contiene già il senso del procedimento dialogico, un filo che unisce tra loro le poesie, tra l’immenso paesaggio cosmologico e il nostro breve orizzonte di uomini, tra gli astri che “bruciano da noi / sempre più lontani” e noi, che pure nella nostra casa siamo “i grandi assenti”, noi che “viviamo di lacerti e dei richiami / indecifrabili delle nostre cose”.
Tra il tanto che c’è oltre di noi, tra la sterminata distesa di corpi celesti e il nostro minuscolo mondo in effetti nessuna consolazione si rende manifesta, perché l’assenza non riguarda solo noi stessi, ma anche il dispositivo che ci governa: “su noi tutti aleggia un colosso / assente e osservatore”. O ancora: “Ben oltre te e me, / più lontana del nostro sangue, / sta alta come un faro, / la quiete della stella fissa”. Gli astri sono fermi a indicarci una possibile direzione, una strada che ci è però negato percorrere. La soluzione, se c’è, è lontana da noi, e noi del resto non siamo in grado di decifrare i segni che pure in qualche parte del cosmo ci sono per rendere immaginabile la nostra redenzione. Resta un lamento, la paura che ci assale con il suo “raglio universale”, il belato della capra nel quale Saba “sentiva querelarsi ogni altro male, / ogni altra vita”, che nei versi della Giordano diventa “il ghigno caprino del mondo”: “Questo verso per me è il tutto che vacilla. / Meccanico non ne risente il cosmo”.
Anche quando parla degli affetti più vicini, quelli familiari, Federica Giordano non li avverte mai in una dimensione solamente quotidiana, ma essi diventano il varco per permettere, attraverso un’ottica concentrata sul circostante, una visione diversa, ma nemmeno ora rassicurante, sul mondo. Anche in questo caso è come se la poetessa costringesse se stessa e il lettore a cambiare continuamente le lenti che ci permettono una visione nitida sul mondo, quelle che servono per la miopia si alternano alle altre invece che rendono possibile una visione da vicino (appunto in declino negli anni della vecchiaia).
Nemmeno è possibile arrivare a comprendere fino in fondo noi stessi. Ci conosciamo per quelli che siamo nel momento in cui stiamo vivendo, ma siamo anche altro, qualcosa di diverso che sfugge alla nostra comprensione, a volta siamo più passato che presente e quello che eravamo sosta vicinissimo e ci turba con la sua presenza: “Nessuno mi è più estranea di me stessa / se mi immagino sul mondo. / Solo il suono puro, la corda sfregata sull’arco, / mi fa sentire davvero radicata a questa terra”.
È forse in questo “suono puro” l’unica ipotesi di salvezza, nella parola che “si lima e si gratta / fino a che resta una e onesta / come imperturbata linea retta”. Nella parola onesta, che ancora una volta rimanda a Saba e alla sua poesia onesta, quello che a suo dire “resta da fare ai poeti”, quindi nella poesia, e ritorniamo alle parole della Giordano, che “perfora il tempo del singolo, / raggiungendo la pietà di molti”, è il luogo dove è possibile comunicare e comprendere. Ma ciò può avvenire solo se si assume come perimetro etico imprescindibile la disposizione all’esattezza. Ma l’esattezza è un punto d’approdo estremo, l’ancoraggio che forse mai potremo raggiungere: “La ricerca dell’esattezza è una rinuncia francescana / apparentemente troppo estrema, / immotivata per l’indulgenza che gli uomini hanno / per se stessi e per le loro malinconie. / Così si coltivano invece un rigore e una statura / che non ci apparterranno mai”.

 

Pubblicato su Succedeoggi.it

Quartine d’agosto

Le Quartine d’agosto sono pubblicate nel mio libro La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto), pubblicato nel 2013. La sezione è composta da 31 quartine, una per ogni giorno del mese.

1.

Da una finestra arriva un do d’autore,

canto d’antan, caruso o tito schipa,

tutto si ferma, ed è quasi dolore

la nostalgia, sopra agosto straripa.

 

7.

Tutti nudi, spettacolo indecente.

Flaccida carne, peluria folta, panza.

Passa la gatta come una che niente

cura, leggera nella sua eleganza.

 

8.

All’altra dice, hai cominciato all’alba

ma non ti sembra che ti sforzi invano?

la melodia suona alquanto scialba

e non hai proprio voce da soprano.

 

9.

E la cicala: se mi stessi accanto,

se tu mi fossi veramente amica,

potresti dirti esperta ed il bel canto

apprezzeresti, invece sei formica.

 

10.

Cadono stelle, pare, in questa notte

di San Lorenzo, così con fare serio

serro per tempo balconi logge porte,

sennò mi tocca pensare un desiderio.

 

12.

Non muovo boccia, non sposto una pedina.

Nemmeno fiato, una statua di ghiaccio.

Una partita da vincere in panchina,

anzi in poltrona, dove ottuso giaccio.

 

15.

Ma tutte voi alla cui vista arretro,

spalle abbronzate, gambe e braccia nude,

non date sofferenza, andate retro,

tanto lo so che poi non si conclude.

 

21.

Certo è quiete nel buio della navata,

nel silenzioso vuoto illanguidito.

Poi con cadenza lenta e evaporata

una campana suona l’infinito.

 

22.

Solo la gatta si concede al sole

di mezzogiorno, non se ne lamenta,

rimane indifferente in prendisole

tra il vaso di basilico e la menta.

 

25.

Umori scivolosi e straripanti,

tutto un sudore, un umido di ascelle.

Ci salvano pensieri deodoranti,

versi come saponi sulla pelle.

 

30.

I popoli festosi ed acclamanti

si spargono per mari monti fiumi,

ingordi accampamenti di griglianti

gonfi impiegati di salsicce e fumi.

 

31.

Luce serale languida e gentile,

pulita del trascorso temporale,

in questa perfezione giovanile

la vita è inconcludente ed immortale.

 

Le foto inserite nel post sono mie

Premio Prestigiacomo a “Il mondo che farà” e a “Novilunio”

La giuria del VII Premio Letterario “Paolo Prestigiacomo” San Mauro Castelverde, composta da Gabriella Sica (presidente), Roberto Deideir e Maria Attanasio, dopo attenta disamina delle numerose opere pervenute da tutta Italia, ha decretato Vincitori ex aequo Tiziano Broggiato (con “Novilunio” Edizioni  LietoColle) e Giuseppe Grattacaso (con “Il mondo che farà” Edizioni Elliot); la stessa giuria ha poi assegnato due Menzioni Speciali: ad Antonio Lanza per il libro “Suite Etnapoli”, edito da Interlinea, e a Maria Pia Quintavalla per “Quinta Vez”, edizioni Stampa 2009.

Nelle sei precedenti edizioni i vincitori erano stati Patrizia Cavalli, Franco Loi, Franco Marcoaldi, Valerio Magrelli e Aurelio Picca, Iolanda Insana e Maurizio Cucchi.

Organizzato dal Comune di San Mauro Castelverde (PA) in collaborazione con il periodico culturale l’EstroVerso e con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Catania, il Premio sarà consegnato in Piazza Municipio, sabato 3 agosto, alle ore 18.30. Ospite d’onore della cerimonia di premiazione la scrittrice Catena Fiorello.

Inoltre, per celebrare la memoria del poeta maurino Paolo Prestigiacomo e suggellare simbolicamente la trasmissione di un’eredità poetica e letteraria sette giovani poeti siciliani, al di sotto dei quarant’anni, Gianluca Furnari, Antonio Lanza, Noemi De Lisi, Gianluca D’Andrea, Andrea Accardi, Pietro Cagni e Naike Agata La Biunda, leggeranno, insieme ai loro testi, poesie tratte dall’opera del Prestigiacomo, in particolare dalla raccolta “Grotteschi”.

AD OGNI UMANO SGUARDO di Claudio Pasi (Aragno)

Le poesie di Claudio Pasi, raccolte nel volume Ad ogni umano sguardo, edito da Aragno, seguono le vicende degli uomini in un territorio circoscritto della pianura padana, il lembo di terra dove l’autore è nato e ha vissuto, spaziando in un periodo di tempo sicuramente vasto, a partire dall’88 d.C., a cui fa riferimento la prima delle oltre cento liriche che compongono il libro, fino ad arrivare agli ultimi anni dello scorso millennio, raccontando così anche i decenni che il poeta ha potuto attraversare da protagonista o da testimone diretto.

E’ subito evidente come, anche di fronte agli avvenimenti lontani, ai paesaggi e alle situazioni che appartengono a epoche remote, il racconto lirico sia concentrato sui particolari, sui gesti minimi dei protagonisti, sulle piccole ma straordinarie vicende quotidiane, che pure finiscono per fornire della Storia, quella appunto universale e di tutti, la verità più profonda, il senso si direbbe altrimenti irraggiungibile. Pasi mette a punto un’ottica in qualche modo straniata, che delle cose lontane è capace di vedere i particolari e, in questo modo, di dare conto dell’insieme. La sua poesia spesso indugia, come sottolinea Alessandro Fo nell’ampia introduzione, su termini desunti da lessici specifici, locali o gergali: in questo modo, secondo un procedimento di derivazione pascoliana, l’estrema precisione e la messa a fuoco così ravvicinata, costringono paradossalmente la visione a una maggiore rarefazione e a rendere evidente il senso di mistero che avvolge ogni azione umana.

Claudio Pasi

Lo sguardo del poeta, che è sempre appunto uno “umano sguardo”, non solo perché è quello proprio di un uomo, ma perché ricco di umanità, di una dolente pietas tutta umana, capace di mettere a fuoco puntualmente i dettagli, a volte addirittura soffermandosi sulle sfumature, non distingue però, per fortuna del lettore, tra gli accadimenti importanti e quelli dal significato apparentemente irrilevante, né, all’interno dello stesso avvenimento, tra i protagonisti e i comprimari. Anzi, come si diceva, sono proprio i fatti trascurabili, o quelli che lo diventano a distanza di tempo, e le persone senza senza alcun ruolo determinante, a dare vita al racconto poetico. La verità che cerchiamo si nasconde, anzi sfugge continuamente e, se proprio vogliamo cercarla, dobbiamo sapere che essa è contenuta nelle pieghe minime dei destini, nelle irrilevanti circostanze che compongono il tutto. Il senso di ogni cosa del resto si sfilaccia in magre conclusioni, in esiti precari, nella dolorosa ma inevitabile costatazione della caducità di tutte le vite. E’ proprio in questa transitoria instabilità, sembra dirci Pasi, nel limite che ci attraversa, il segno della nostra grandezza di uomini.

I personaggi che animano queste poesie sono, come d’altra parte tutti noi siamo, delle comparse, anzi, per usare le parole del poeta, “inapparenti / effimere comparse della storia”, come i due soldati ventenni della Wehrmacht ricordati nella poesia Due episodi dell’inverno 1944-45, che “mentre stanno mangiando, di sorpresa / vengono massacrati a colpi d’ascia / e durante la notte sotterrati / da qualche parte dentro la golena”.

Il tempo che noi viviamo non ci permette di essere che apparizioni scolorite. E’ quanto emerge, ad esempio, nei versi conclusivi della poesia L’eclissi solare del 18 aprile 1539: “I fiori si richiudono. Le rondini / fanno ritorno ai loro nidi, mentre i grilli / cominciano a cantare. Nelle stalle / i cavalli nitriscono irrequieti. / Latrano i cani contro il cielo buio. / Sagome senza corpo le persone / fissano la corona di metallo / incandescente intorno al sole nero, / simile ad una luna. Il pomeriggio, / già divenuto notte, ci ricorda / che il tempo nostro è un transito di ombre”.

E’ estremamente ricca di suggestioni, genera forti emozioni, la poesia di Claudio Pasi, che si propone in maniera blanda, con un tono quasi cronachistico, con un endecasillabo che nasconde la musicalità dietro una tensione di tipo narrativo, e che riesce però, in maniera quasi sempre imprevedibile, a evocare un trepidante senso di partecipazione al destino di tutti, soprattutto degli ultimi (ma ognuno di noi non è inevitabilmente un ultimo?), e a far emergere il turbamento che coglie di fronte all’implacabilità del destino.

Nella poesia Un aeroplano abbattuto il 14 maggio 1944 (non sfugga dell’intero volume la drammatica, asettica aridità dei titoli), lo sguardo, l’umano sguardo, si sposta, come in una sequenza cinematografica, dal cielo attraversato dalla scia di fumo, all’aereo che, ormai fuori controllo, “entra in vite e precipita in picchiata”, a quadranti e lancette all’interno della cabina del veicolo, alla mano del pilota “stretta intorno alla cloche come un artiglio”, per tornare infine sulla terra e posarsi su una ragazza che “mentre raccoglie erbaggi lungo i fossi, / osserva di lontano l’apparecchio, / simile a una farfalla che sfarina”, ed arrivare a mettere a fuoco la luttuosa, estremamente intensa immagine conclusiva: “Sparsi all’intorno appaiono i frammenti / della carlinga, un alettone, l’elica, / la ruota del carrello e, tra le spighe / ancora verdi, un fazzoletto bianco / con sopra un’iniziale ricamata”.

Si tratta con ogni evidenza di un avvenimento del tutto marginale, assolutamente poco significativo, della seconda guerra mondiale. Il poeta non ci dice il nome del pilota. Sappiamo solo che l’aeroplano è un Macchi 205 “Veltro”, decollato da Reggio Emilia e sappiamo, particolare minimo che ci dice il dolore e la perfidia di ogni guerra, dell’iniziale ricamata sul fazzoletto. Il modo inizialmente quasi distaccato di raccontare la realtà, la sospensione tra narrazione cronachistica e sentimento lirico, fanno pensare alla poesia di Seamus Heaney, peraltro richiamato nel corso della raccolta e citato significativamente in epigrafe: “Me in the place and the place in me”.

Claudio Pasi è poeta schivo e appartato, dalla voce originale e potente, che offre al lettore di Ad ogni umano sguardo un libro compatto, una prova estremamente convincente.