di Franco Manzoni

Senza tregua né respiro il pendolo percorre il tragitto prefissato, osservando il mondo come da un finestrino di un treno in viaggio. Tutto scorre, si perde, sfreccia fino allo spasimo delle immagini, che divengono dilatate e inafferrabili. Nell’attesa di comprendere si rimane sospeso a caso tra un’ora e l’altra in cerca di significato. Serrati nella gabbia di un microcosmo in trasformazione continua. Una moltiplicata estasi chiaroscurale in perenne successione. Non esistono differenze tra pesci, uccelli, rettili, fiori, batteri, galassie, buchi neri o corpi umani. Si tratta semplicemente di una fusione di voci da un coro in bilico tra essenza, illusione, tempo frantumato e l’interagire del nulla.
Questo tentativo di sapere qualcosa del nostro futuro è quanto registra con afflato melodico ed emozionale Giuseppe Grattacaso nella sua raccolta Il mondo che farà (Elliot). L’io narrante assiste ciclicamente allo spandersi gioioso di parole, colori, profumi in un mercato di frutta e verdura: mele, arance, verze, zucche, lattughe, barbabietole, rape, cavoli. Tuttavia tra erbette, aglio, pesche, cipolle, basilico, ravanelli e varie spezie l’autore vagheggia di intravedere anche i morti tra le bancarelle. È il tempo dell’aspro disfacimento corporale. Si legge in un testo splendido per la descrizione metamorfica; “Si sfalda tutto, ad un’ora tarda / poco prima di buio il corpo molle / della ciliegia cede in chiazze sfatte, / il prosciutto concede zone brulle / al portamento atletico, sgualcisce / la pelle all’albicocca, poi le voci / diventano più lente, inacidisce / la lattuga che guarda una sua foglia / staccarsi gialla e poi cadere a terra”. Al protagonista non rimane che sostare contemplando quel luogo privo di età, metafora tra bietole e carciofi di un buco nero, quando le altre persone si muovono brulicando senza accorgersi di essere ormai alla fine del loro percorso.
Giuseppe Grattacaso (Salerno, 1957) ha sempre condotto una sorta di battaglia cosmica tra l’uomo e gli oggetti che lo circondano e gli sopravvivono, Prova ne sono le precedenti raccolte Devozioni, Se fosse pronto un cielo, Confidenze da un luogo familiare, La vita dei bicchieri e delle stelle. Qui però raggiunge il vertice della sua poetica grazie a un ritmo endesillabico perfettamente levigato, la forza essenziale del titolo della silloge, il dare voce ancor più testimoniale agli oggetti che accompagnano l’uomo nello scorrere della vita, un sempre irrazionale tuffo in una pozzanghera di cui nessuno sa davvero la profondità.
Straordinaria resta la casa del papà, ora che sta nel regno delle ombre. Gli oggetti vorrebbero riprendere il senso di prima. Mentre ci si accinge ad eliminarli, rendono ancora più viva la casa. Così con commozione il poeta si rivolge al padre: “Perciò chiedo perdono per l’assenza, /non esserci è un peccato, non potere / carezzare l’idea di un tuo ritorno, / fidare nel risveglio delle tazze, / delle stoviglie, le scodelle sane / e le sbreccate mettere al riparo, / abbassare con cura le persiane”.

Corriere della Sera, 20 luglio 2019