MISS ROSSELLI di Renzo Paris (Neri Pozza)

Amelia Rosselli ha attraversato la letteratura europea degli ultimi decenni del Novecento con incedere ieratico e utilizzando una lingua capace di stirarsi e di contrarsi per arrivare a luoghi comunemente inaccessibili. Ha passeggiato nella poesia con la forza drammatica della storia familiare e collettiva che le era penetrata nel sangue e nella psiche e con il passo leggero di un uccello che continua a volare pur non riuscendo più a staccarsi da terra.
Questa straordinaria figura di poetessa è ricostruita da Renzo Paris in un prezioso memoir, Miss Rosselli, edito da Neri Pozza, che fin dalle prime pagine comunque si caratterizza per essere molto di più che una raccolta di memorie. Paris in effetti utilizza il materiale che ha a disposizione, che non è solo ricavato dalla testimonianza personale e nemmeno è prevalentemente di tipo documentario, per costruire un testo che assomiglia in parte a una biografia, ma è insieme romanzo, saggio critico, confessione autobiografica, dialogo a posteriori con la scrittrice, in un corpo a corpo in cui riemerge l’ansia, la devozione e l’affetto che accompagnarono il rapporto tra i due amici durato trent’anni, dal 1966 alla morte della Rosselli.
Del resto è lo stesso Paris a indirizzare fin dall’inizio la narrazione sul terreno di una ricostruzione delle vicende che è insieme oggettiva e filtrata da una enunciazione privata e vagamente magica ed evocativa. Nel corso delle prime pagine del libro, l’autore ci racconta la giornata dell’11 febbraio del 2016. Paris si sta recando a un convegno in omaggio alla scrittrice a venti anni dalla morte. Si ferma a piazza Navona e ha tra le mani Il tempo ritrovato di Proust. Proprio spinto dalla volontà di ritrovare quel tempo, mai in effetti completamente perduto, quello cioè dell’amicizia con Amelia, lo scrittore muove i suoi passi verso via del Corallo, dove ha abitato la Rosselli negli ultimi anni della sua vita, prima di lanciarsi nel vuoto dalla finestra della mansarda dove viveva. E lì, davanti a quel portoncino verde, Paris viene investito da un ricordo, che ha il valore della famosa proustiana madeleine: è l’avvio della ricerca, anzi la ripresa di un lontano combattimento mai sopito e sempre segnato dall’affetto.
Il mondo di Paris anche in Miss Rosselli, così come nei suoi romanzi di ambientazione marsicana, è popolato di ombre, che appaiono ai suoi occhi, e dunque si materializzano davanti a quelli del lettore, come presenze vive piuttosto che semplici proiezioni nostalgiche di un tempo ormai esaurito. È lo stesso Paris a confessare: “Non vivo nel passato, sono dentro un presente affollato di ombre, di persone defunte, amate e non. È il presente che mi appassiona, testimone del passato e del futuro. (…) A guidarmi nel flusso del tempo è Amelia Rosselli, che non viveva nella luce della Storia, ma sprofondava nel mare nero dell’inconscio, da cui solo con la poesia e la musica le era permesso di riaffiorare”.
E Amelia Rosselli, Melina come la chiamavano i genitori e la nonna Amelia Pincherle Rosselli, e come la chiameranno gli amici, conduce Paris, tenendolo quasi per mano, a ricostruire gli anni dell’infanzia parigina e del dramma che segnò la sua vita, quando i miliziani fascisti della banda dei cagoulards assassinarono suo padre Carlo. Comincia allora l’esistenza da esule e fuggiasca della poetessa, che approdò prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti e in Inghilterra. Proprio durante la traversata atlantica avvenuta su una nave mercantile, accanto alla madre Marion, con cui poi Melina cercherà in maniera sofferta di identificarsi, si manifesteranno le prime avvisaglie di quel male tremendo, la schizofrenia paranoide, che la accompagnerà per tutta la vita, la condurrà spesso a ricoveri nelle cliniche psichiatriche, dove verrà curata con gli elettroshock, e la porterà a sentirsi costantemente minacciata e spiata da emissari della Cia.
Il libro di Paris si sofferma altresì sugli anni degli studi musicali, di composizione e di etnomusicologia, sull’amore, anche questo sfortunatissimo, per il poeta Rocco Scotellaro, morto giovanissimo nel bel mezzo della relazione con la Rosselli e a cui Melina (che da lui si faceva chiamare Marion, con il nome della madre) dedicherà versi bellissimi e struggenti. Seguiranno gli “amorastri”, come li chiamava lei, con Carlo Levi e Mario Tobino, l’incontro con tanti artisti e intellettuali, soprattutto all’inizio con musicisti della scena internazionale, l’approdo alla poesia, l’amicizia con Pier Paolo Pasolini e quella, tormentatissima, con Dario Bellezza.
Renzo Paris ricostruisce da biografo quegli anni e quegli incontri, ma insieme raccoglie i suoi ricordi, prosegue il suo dialogo serrato con la poetessa amica. Nel ricordare gli incontri in un “baretto di piazza Argentina”, quando ancora la Rosselli abitava in lungotevere Raffaello Sanzio a Trastevere, confessa che “quelle innocenti soste al bar assomigliavano a sedute spiritiche” e che “le parole animavano ombre”.
Il libro prosegue ad animare ombre nel corso dei suoi capitoli, a inseguire Melina e quel suo modo graffiante e ironico, ansioso e spaventato di interpretare la propria esistenza, ma insieme alimenta una lettura critica dell’opera poetica. Paris suggerisce al lettore che la lingua quotidiana utilizzata dalla Rosselli era la stessa che si ritrova nei suoi versi e che “le sue parole sgorgavano fulminate dal suo interno martoriato”. Allo stesso tempo ripercorre, con continue riflessioni interpretative, i libri più significativi della Rosselli, Variazioni belliche, pubblicato da Garzanti nel 1964, Serie Ospedaliera del 1969 e che fu edito da Il Saggiatore, e Documento, anche questo uscito per i tipi di Garzanti, che risale al 1976 e raccoglie poesie scritte dal ‘66 al ‘73. A proposito di Serie ospedaliera, Paris scrive che non si possono leggere i suoi versi considerando solo l’aspetto biografico, piuttosto “bisogna stare dentro la sua idea di poesia universale, raggiunta attraverso la metapoesia, quella per così dire dodecafonica, anche se la presenza dei suoi genitori, di Rocco Scotellaro ‘il contadino dalle mani lunghe’ e di altri è il sottotesto”.
Renzo Paris si ripropone anche in questo libro, e in maniera particolarmente efficace, come il depositario e il difensore della memoria di un periodo particolare della scena poetica nazionale e in particolare romana. “Voglio essere per l’ultima volta – confessa – il custode di un mondo scomparso, evocatore di un’ombra, chiedendomi perplesso, chi mai sarà il testimone del custode”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

Amelia Rosselli a Salerno. Un ricordo

Ero con l’auto di mio padre, una Opel ampia e comoda. Al mio fianco sedeva Valentino Zeichen, che cercava in tutti i modi di segnare la distanza, tutta teatrale però, poca consistenza, con i due che occupavano il sedile posteriore. I due erano Amelia Rosselli e Dario Bellezza. Amelia si era accomodata in fretta, anzi si era rifugiata in quel suo spazio, che aveva subito delimitato con aria imbronciata, con uno sguardo diffidente e con i suoi fogli.

Li avevo condotti dalla stazione ferroviaria all’hotel Baia sulla strada che da Salerno conduce a Vietri sul Mare. Un albergo di lusso, con le camere che guardano sul golfo, che a quel tempo appariva l’unica proposta decente in una città altrimenti povera di strutture ricettive.

Nel ritornare verso il centro che non distava più di due o tre chilometri, un ingorgo ci tenne per lungo periodo quasi fermi. Zeichen era attratto dal porto che si poteva ammirare sotto di noi. Un paio di navi mercantili era attraccate al molo principale e le banchine erano invase da containers di ogni colore, disposti in file ordinate, e da autovetture. Valentino ne parlava come se stesse ammirando di lontano un monumento, un tempio greco che so, una basilica. Dario sbuffava. Amelia mi chiese perché avessimo scelto un albergo così costoso: non sarebbe stato meglio risparmiare sul pernottamento e dare più soldi a loro? Già, perché? Gli altri due avevano drizzato le orecchie. Spiegai che l’albergo era una scelta dell’amministrazione comunale, che partecipava all’organizzazione della manifestazione. In effetti, forzando la mano e rompendo gli indugi, eravamo stati noi della rivista Percorsi a prenotare le camere all’hotel Baia, quando ci eravamo resi conto della resistenza dell’assessorato alla Cultura.

Dovevamo raggiungere il centro storico, dove nella bella e inusuale cornice di palazzo San Massimo, un edificio dalla storia millenaria che si voleva restituire alla vita cittadina, doveva svolgersi l’incontro e la lettura di poesie, nell’ambito di una manifestazione appunto organizzata dalla rivista Percorsi, di cui ero redattore.

Dario Bellezza, Amelia Rosselli. Renzo Paris e, in primo piano, Valentino Zeichen

Ho ripensato a quella serata di poesia e a quello strano ritrovo leggendo in questi giorni il bel memoir di Renzo Paris dedicato alla figura di Amelia Rosselli (Miss Rosselli, Neri Pozza editore). La Rosselli in effetti fu protagonista per tanti versi anche di quell’incontro e degli avvenimenti che sarebbero accaduti nelle ore successive.

Era il 15 aprile, il traffico non scorreva, alle 19 ci aspettavano in quel diroccato palazzo nella parte alta del centro storico cittadino, il sole era già tramontato ed io sudavo, in ansia per il ritardo, emozionato per quell’incontro con tre poeti che amavo e che avrei apprezzato e conosciuto meglio negli anni successivi. Era stato proprio Renzo Paris, che a Salerno insegnava Letteratura francese all’Università a fare da tramite. Con Renzo passeggiavamo spesso sul lungomare o andavamo a mangiare in qualche trattoria del centro storico. Io ero eccessivamente timido e parlavo poco, avevo paura di non sapere cosa dire, come portare avanti la discussione, paura del resto che mi ha accompagnato a lungo. Era la metà di aprile del 1981, avrei compiuto qualche mese dopo ventiquattro anni. Da pochi giorni Amelia Rosselli aveva cinquantuno anni. Valentino, che anche lui aveva festeggiato il compleanno nelle settimane precedenti, aveva otto anni di meno. Dario Bellezza era più giovane, era nato nel 1944 e aveva ancora un’aria da ragazzone, il viso un po’ paffuto con cui lo ricordo.

Quando finalmente arrivammo a palazzo san Massimo, nel cuore del centro storico allora ancora visibilmente segnato dal terremoto che aveva colpito l’Irpinia qualche mese prima, c’era tanta gente ad aspettare. Molti erano fuori, davanti il portone d’ingresso a godersi la bella serata primaverile. Nessuno, malgrado il ritardo, era andato via. Bellezza, la Rosselli e Zeichen erano tre voci già affermate della poesia italiana che in quegli anni, complici alcune antologie e qualche festival, godeva di un periodo di grande interesse.

La serata fu intensa, l’incontro piacevole. Amelia lesse con grande vigore, in piedi, con la sua voce, come dice Paris in Miss Rosselli, a tratti cavernosa, ma sempre capace di catturare l’attenzione e l’emozione dell’interlocutore. Era una voce dotata di naturale teatralità, forse anche per quello strano accento che caratterizzava la sua pronuncia, che a tratti allungava le parole a volte le contraeva, una pronuncia che sembrava provenire da luoghi lontani, ma di cui non si riusciva ad individuare con precisione l’origine. La lettura di Bellezza fu svagata, come era suo solito, cantilenante ma coinvolgente. Zeichen più degli altri tendeva a declamare, ma sempre con la sua aria ironica e sorniona.

Più tardi andammo a cenare in un’osteria che era un po’ il quartiere generale della rivista. Piatti tradizionali, sempre quelli, nessuna rivisitazione, poca fantasia, puzza di fritto. Mangiammo con gusto, con Amelia che si distraeva, procedeva rallentata, mescolava nel piatto le pietanze, la pasta con il secondo.

All’uscita Dario ebbe modo di inveire contro il conducente di un’Ape, che a suo dire con i gas che fuoriuscivano dallo scappamento inquinava l’aria della bella piazzetta che stavamo attraversando. Bellezza aveva in testa un buffo cappellino, che compare anche in qualche sua foto di allora. Urlava nel silenzio di quell’ora tarda. Eravamo divertiti e un po’ imbarazzati dalla sua esibizione.

Andammo verso la strada che costeggia il mare e ci fermammo in un bar a bere qualcosa. Mi sembra di ricordare che Amelia prendesse un’aranciata.

Mi telefonò durante la notte, Amelia, o alle prime luci dell’alba, non ricordo bene. Mi disse che non aveva più con sé dei documenti importanti, che aveva portato all’incontro e poi al ristorante. Erano stati sicuramente gli uomini della Cia a trafugarli, affermò quasi piangendo e imprecando contro di loro. Mi chiedeva di portarla subito in questura per fare la denuncia. La voce le tremava, aveva paura di non essere al sicuro. Cercai di prendere tempo e di tranquillizzarla.

Il suo male evidentemente l’aveva aggredita nella sua camera d’albergo, anche davanti allo spettacolo del mare e del golfo di Salerno. Amelia, la figlia di Carlo Rosselli, assassinato in Francia per opera dei fascisti insieme a suo fratello, temeva di essere seguita e spiata da emissari della Cia, che volevano privarla della libertà. Così si manifestava il dolore per la sua storia personale e la schizofrenia paranoide di cui era vittima.

Appena fu possibile mi recai da lei con Giancarlo Cavallo, poeta e animatore della rivista Percorsi. La Rosselli era agitatissima, i suoi occhi fuggivano terrorizzati da ogni sguardo. Dario e Valentino probabilmente avevano passato una nottata burrascosa o forse avevano fatto finta di nulla e non avevano risposto alle richieste di aiuto della poetessa. Subito dopo il nostro arrivo, ci salutarono. Andavano a prendere il treno. Amelia rimase affidata a noi.

Era vero che la sera precedente aveva con sé uno scartafaccio disordinato di fogli. Da quello, anche, aveva pescato per la sua lettura. Che cosa mai se ne sarebbe fatta la Cia? Ma Amelia era convinta. Le avevano rubato segreti importanti. Ne andava della sua incolumità.

Riuscimmo a convincerla a non andare per il momento in questura. Cominciammo a ripercorrere il tragitto compiuto il giorno avanti. Cercammo di ricordare tutte le tappe. Alle persone incontrate chiedevamo se ricordassero quel brogliaccio di fogli.

Infine al bar Nettuno, lì dove avevamo sostato per pochi minuti prima di ritornare verso l’albergo, il cameriere al bancone ci disse “guardate un po’, devono essere questi” e tirò fuori qualcosa da un ripiano alle sue spalle.

Amelia Rosselli (foto Dino Ignani)

Dopo una notte quasi del tutto insonne e ore trascorse a cercare fantasmi da un luogo all’altro della città, le ombre cominciavano a svanire. Per me e per Giancarlo almeno, perché Amelia non era ancora tranquilla. Cominciò a rovistare freneticamente tra i fogli, forse temeva che qualcosa fosse andato perduto, che la Cia le avesse sottratto quello che per lei era ragione di vita. Nella sua mente, il cameriere poteva essere un emissario dei servizi segreti statunitensi, chissà. Ogni tanto si fermava a controllare, a scorrere tra i fogli in cerca di qualche verità.

Non avevamo mangiato ed era già pomeriggio, ma io e Giancarlo non avevamo voglia di altro che di liberarci di Amelia e dei suoi spettri. La portammo subito in stazione e la caricammo sul primo treno per Roma. Salimmo con lei nel vagone, le portammo la borsa e lasciammo a lei lo scartafaccio. Quando sentimmo il fischio annunciare la partenza, demmo un sospiro di sollievo e non pensammo ad altro che a scappare via. Amelia però mi guardò mentre mi salutava, mi guardò con quei suoi occhi chiari e belli, con uno sguardo che era diventato di nuovo dolce, ma che era anche impaurito, un po’ sembrava scusarsi, un po’ ci ringraziava e un po’ mi chiedeva perché la stessi abbandonando.

Ho incontrato altre volte Amelia Roselli, non molte. In particolare chiacchierammo a lungo in margine a una sua lettura a villa Demidoff a Firenze. Lei era sempre molto dolce con me. Non parlammo più di quel giorno a Salerno. Ma io ricordo ancora quel suo sguardo, nello scompartimento del treno.

RIFRAZIONI di Elio Pecora (Mondadori)

Elio Pecora ha attraversato da assoluto protagonista le vicende culturali degli ultimi decenni. Rifrazioni, pubblicato nella collana dello Specchio di Mondadori, è il suo ventesimo libro di poesie. Alla ponderosa produzione poetica vanno aggiunti i volumi di prosa, gli scritti per bambini, gli interventi critici, l’attività di giornalista culturale, sia per i quotidiani che per le trasmissioni radiofoniche della Rai. Il suo contributo è stato determinante, anche se la sua presenza è sempre apparsa discreta, a tratti, si direbbe, silenziosa.

Con Rifrazioni Pecora, superati gli ottanta anni, fa i conti innanzitutto con il tempo, che vorremmo credere sia un’ordinata sequenza di attimi ed invece si rappresenta come una massa, a volte densa in altri casi rarefatta, di pensieri in movimento, di ricordi che sfuggono, di insicure proiezioni nel futuro. I versi si muovono tra l’accettazione che la propria vicenda non sia “che un intreccio infinitesimo, il disegno sbilenco / di una foglia prossima a insecchire” e “la voglia testarda di restare”.

Elio Pecora

Il personaggio protagonista di queste poesie, un se stesso pensieroso e silente, in qualche modo in lotta con un mondo tumultuoso e ostile, viene descritto in terza persona, come se il poeta volesse segnare un margine di distanza, vedersi da un tempo diverso, un immediatamente dopo o un poco prima che già allontana, oppure intendesse liberarsi da una vicenda sentita troppo privata, per denunciare come la propria condizione non sia altro che un dare conto della bellezza e della pochezza dell’esistenza di tutti. Pecora ci dice che sono “tutti qui i paradisi e gli inferni, così da non avere più / da ascendere o da discendere”, che “al desiderio basta il desiderio / di una felicità solo sfiorata”, che la bellezza può appartenere ad ogni cosa, è spesso lontananza e perdita (“Chi negherà bellezza all’abbraccio / che può esserci tolto?”), che infine tutto conduce, quasi come a un approdo rassicurante, a “sottrarsi alla voce, uscire dai piedi, dal nome, / nemmeno più la perdita, nemmeno il silenzio”.

Rifrazioni è un libro sapienziale senza la presunzione di verità che a volte caratterizza la sapienza. I versi si propongono con la voce che distingue i classici, ferma e determinata nel metterci di fronte alla realtà, ma anche lieve ed estremamente chiara quando deve raccontare l’esistenza, arrivando così a sospenderci con delicatezza sull’abisso, sulla linea incerta dove vita e morte di confondono, dove i luoghi frequentati ogni giorno sono abitati ora da presenze reali e da ombre.

Pecora descrive il mondo da “un giardino ai piedi della collina”. In questo spazio protetto “fiorivano d’estate dalie / gialle e cremisi. Ibiscus bianchi e azzurri, / un loto, un’acacia, un melo verde, un fico / spandevano sul terreno morbido la loro ombra leggera”. Il giardino è lo spazio reale su cui si affaccia la casa del paesino di Sant’Arsenio, dove il poeta, che in quel paese è nato, torna d’estate a meditare e a scrivere, ed è anche una sorta di luogo incantato, dove si compie il meraviglioso, dove è possibile che i viventi e coloro che vissero trovino ancora modo di incontrarsi, perché, foscolianamente, “non è perdita l’addio / se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore”. Queste presenze “non sono larve, frammenti. Hanno mani, hanno piedi / e nomi e gesti”, sono “abitatori di un mondo senza peso”, sono ombre che “alle domande mute mute rispondono”. Così la sezione Lo spessore dell’ombra, la quarta delle cinque che compongono la raccolta, si anima della presenza di scrittori e poeti amici, Sandro Penna, Palazzeschi, Moravia, Elsa Morante, Luciano Erba, Dario Bellezza, Francesca Sanvitale, Amelia Rosselli (“Era nella sua voce d’organo, in quel viluppo di note alte, cupe, distese, / e nei farfuglii, negli incagli, / la sua incomparabile musica: / che veniva da cieli segreti / di là dalla muraglia delle lingue”), ma anche dei familiari del poeta o degli oscuri abitatori del paese, come Aduccia, che “portava abiti con molti bottoni, arricciature, volant” e che “finanche i grembiuli da cucina guarniva con viole e gelsomini”: era la sarta del paese e “due anni prima di morire, si chiuse nella sua casa / e ammutì”.

Nel giardino, d’estate, torna “un uomo / che da sempre, il suo sempre, cercava parole esatte / contro il rumore”. E’ questa, in effetti, una dichiarazione di poetica; la poesia, per Elio Pecora, nasce dallo sforzo e dalla necessità di trovare “parole esatte”. L’onestà di ogni poesia, diremmo chiamando in soccorso Saba, è proprio in questa ricerca di precisione, di scrupolo, di meticolosa cura. Ciò che è esatto è anche in qualche modo asciutto, rifiuta gli orpelli, gli ornamenti senza utilità, i fronzoli disonesti. In questo senso la parola esatta è d’ostacolo al rumore, alla parola gridata e abusata, a cui questi tempi ci hanno abituato. La poesia di Pecora, sia quando privilegia il verso lungo che quasi assume il ritmo del poemetto in prosa, sia quando invece propende per i toni più lirici, è fedele a questo principio, non cerca scorciatoie, non si rifugia mai in formule scontate, può essere soltanto rigorosa e disciplinata. E’ una poesia dunque che non si accontenta, che è sempre alla ricerca di un approdo, che peraltro sa irraggiungibile.

In opposizione allo spazio eletto del giardino, c’è la città, con il suo “tumulto infernale / con dannati che vanno / – avvoltolati d’ansia – per ignoti traguardi, dove “tante sono le storie, / tanti sono gli inganni, / quel che ieri ha disfatto / torna intatto domani”. In questo luogo dove regna il rumore, in questa “età affollata di dèi”, anche le divinità hanno perso di vista il proprio ufficio: Ermes “non reca più messaggi”, ma vuole solo istruire “la truppa fittissima dei ladri”, “la truccatissima Afrodite / (…) / si limita alle sue svenevolezze / torcendosi sui tacchi”, mentre Zeus e Plutone “l’uno se ne sta in piedi sul suo scanno, / l’altro mugola chiuso nel suo buio, / entrambi ormai svuotati di potere / ripetono uno stanco teatrino”.

Pecora è forse l’unico poeta che, in questi anni, sia riuscito a parlare di se stesso e della propria vicenda biografica, della fedeltà all’amicizia, di un quotidiano spesso fatto di eventi minimi, e intanto farci vedere il mondo nella sua complessità e nella sua miseria. Anche per questo Rifrazioni (il titolo fa riferimento alla deviazione subita da un’onda, per esempio di luce, quando passa da un mezzo ad un altro, quindi all’atto di percepire un esterno continuamente cangiante) è un libro di grande ricchezza e di straordinaria forza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora (Neri Pozza)

Un eroe attraversa le vicende e le memorie raccontate ne Il libro degli amici di Elio Pecora (Neri Pozza), ed è lo stesso narratore, che non vuole essere oggettivo e nemmeno pretende di scomparire per lasciare spazio ai personaggi rappresentati, anzi tiene a precisare fin dalla breve introduzione che “il ritratto appartiene al ritrattista, e questi, intanto che ritrae, caccia da sé le sostanze e le apparenze di cui s’è nutrito e in qualche misura se ne libera”. Il racconto dunque non può che seguire le strade private dell’amicizia che, nel caso di Pecora, è sentimento vero e mai totalmente pacificato, che finisce per alimentarsi sempre, che sia lungo o breve il periodo di frequentazione, di passione e di inquietudine. E’ l’eroe che tiene insieme le vicende e i personaggi di questo libro che si muove ripercorrendo gli anni di vita romana dell’autore, in particolare quelli che vanno dal suo trasferimento da Napoli, nel 1966, alla morte di Elsa de’ Giorgi, amica amatissima, avvenuta nel 1997: insomma un trentennio, insomma vicende del secolo scorso. I singoli ritratti compongono un affresco ampio della società letteraria della capitale, purtroppo ormai scomparsa nelle sue caratteristiche di quei tempi, portando via con sé i suoi riti, le isterie, la smania feroce e nobile di dirsi e di capire il mondo. 

Elio Pecora in una foto di qualche anno fa

Come succede ad ogni ritrattista, Elio Pecora non vuole costruire delle brevi biografie, ma cerca invece di delineare pochi tratti che servano a fermare un’esistenza, a dirci il valore di un rapporto, di una presenza. Lo fa a partire da se stesso, come si è detto, e dalla propria sensibilità, dal valore che dà agli incontri e a quell’affetto che, per quanto lo riguarda, “non si limita ai recinti profumati, si lascia andare ai terreni melmosi, s’avventura per anditi scuri”. L’autore confessa che in se stesso “alligna la scontentezza”, che in qualche modo segna la sua esistenza e dunque anche le amicizie che la hanno attraversata, ma allo stesso tempo non è possibile non vivere anche conquistati dalla “bellezza, l’allegria, l’intelligenza”. “Che – scrive Pecora – rendono ebbri e leggeri, innamorati e dimentichi”. Il libro degli amici è così il racconto di questa continua ricerca di un equilibrio tra innamoramento e mancanza, tra ebbrezza e inquietudine.

E’ proprio parlando di sé, o meglio partendo da sé, che Elio Pecora riesce a fornire delle istantanee quanto mai nitide dei personaggi, raffigurati nella loro verità, semmai emersa nel corso di una lettura, di un incontro, di un salotto letterario. Questo avviene sia nel primo capitolo del libro, “Laura Betti e tanti altri”, che contiene una carrellata di immagini di artisti, letterati musicisti, attori, sia, a maggior ragione, nei dieci ritratti in cui vengono raccontati Wilcock, Elsa Morante, la Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino e Francesca Sanvitale. 

 

Elsa Morante con Moravia e Pasolini

Il lettore è chiamato, nel tono spesso leggero, a tratti mondano, del racconto, a isolare immagini improvvise, capaci di delineare un carattere, di disegnare la commistione, in un gesto in una voce, tra vita e letteratura. Così Caproni, che partecipava spesso alle letture organizzate da Pecora: “nella voce strascicata i suoi congedi cerimoniosi mi suonavano tetri e definitivi, come definitivo era quel suo aggirarsi nelle domande estreme”; Luzi “che appare sommerso e immerso nel suo alone di poeta” e che, l’ultima volta che Pecora lo vede a Roma, “traversa barcollante le strisce pedonali, i capelli radi mossi dal vento, la faccia di uccello in un altrove imprecisabile”; Elsa Morante che “non era solo la manichea, l’amica difficile, quella che infieriva, che disfaceva gli affetti per inserrarsi nell’infelicità della disamata. Era, prima ancora, colei che portava nella mente e nel cuore il dolore del mondo, e lo rivelava e narrava per consegnarlo a tanti e a tutti”; Bellezza, “persona singolare, viva anche quando si nega nel niente e nella morte”; Moravia che “ha cercato lo scontro, l’incomprensione, il pregiudizio che, costringendolo al dolore e alla solitudine, rinnovando la paura di non potere, di non essere, lo hanno condotto all’azione e alla scrittura”.

Pecora non è interessato a mettere in ordine i fatti, li racconta continuamente deviando da un tempo ad un altro, anche perché parla da un’epoca, quella in cui viviamo, in cui quelle vicende appaiono straordinariamente lontane, dunque leggendarie. La scrittura di Pecora cambia registro, diventa amara, struggente, dolosamente indignata nell’ultimo atto di questo bel libro, “Una possibile chiusa”. La decadenza di Roma, con il centro diventato un garage e le folle che si spingono ignorandosi, e quella di un mondo culturale arroccato intorno ai propri egoismi, vanno di pari passo. Dalla lettura dei nostri giorni, dal confronto penoso con quelli passati, nascono pagine di alta letteratura, che fanno sperare che questa “possibile chiusa” si apra a una possibile continuazione, a un diario di questi tempi, in cui, come scrive Pecora, “tutti annaspiamo, ognuno pensa a difendere il proprio sgabello, uno sgabello senza schienale che lascia ingobbito chi lo occupa. Non sono estranei a tale clima poeti e romanzieri”.

Pubblicato sul magazine online Succedeoggi

IL MATTINO DI DOMANI di Renzo Paris (Elliot)

Renzo Paris confessa che le terzine, delle quali si compone la sua più recente raccolta di poesie Il mattino di domani, pubblicata da Elliot, sono “intrise” di quella che chiama la sua “ridicola vecchiaia”. E’ una dichiarazione che si ripropone, sotto forme diverse e in maniera più o meno esplicita, per tutto il libro e che risulta tanto più significativa e a suo modo imprevista, se si considera che la scrittura di Paris si muove da sempre, sia essa in versi o in prosa, all’interno di un’ideale giovinezza, di un tempo cioè della scoperta e della fragilità, quando le cose non sono ancora al loro posto e tutto può accadere.

Anche in questo libro tornano i temi ricorrenti dell’opera dello scrittore nativo di Celano, i personaggi, noti e non, che hanno animato le sue pagine anche in prosa, ma ci vengono proposti da una visuale diversa, intrisi di una malinconia più profonda. E’ il precipitare nella vecchiaia, l’attesa della morte a fare capolino in queste pagine, ma anche la drammatica presenza della vita e del desiderio che non si rassegnano ad assumere fisionomie diverse. La poesia è ancora “una cosa da ragazzi”, continua a meravigliarsi del mondo e dei suoi avvenimenti grandi e piccoli, continua a interrogare, a inseguire amori improvvisi e improbabili, ma lo fa quasi sentendo di essere fuori posto, non riuscendo a conformarsi a ritmi e condizioni più tranquille che l’età imporrebbe. Il poeta si chiede, nella poesia che apre il volume, “Come sarà il mattino di domani, / sarò ancora in piedi e la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?”, per concludere: “Vita mia, presto / volerò da te. Ma io perché indugio, / che cosa mi trattiene ancora?”. E’ proprio questo indugio che anima le poesie di questa raccolta, così densa e compatta, così pervasa di inquietudine e di un mesto e doloroso amore per l’esistenza. 

Renzo Paris

Paris si racconta ancora assetato di vita, camminatore instancabile per le vie di Roma, ancora capace di stupirsi per una realtà che, ai suoi occhi, si anima di presenze concrete e di sogni: “Ma io / quando finirò di stare a teatro, // di commuovermi per la vita che grida / attorno a me, a caccia di tutti i piaceri? / Chi mi ha reso prigioniero di me stesso, // nella frenetica danza della vita? Chi?”.

Non è un caso che anche in questo libro, che con i precedenti Album di famiglia del 1980 e Il fumo bianco del 2013 viene a comporre una sorta di canzoniere unitario, si faccia spesso riferimento a quel gruppo di amici poeti e narratori, che hanno animato le vicende letterarie romane a partire dagli anni Settanta. E’ una sorta di famiglia, ai cui membri Paris ha dato l’appellativo appunto di “ragazzi a vita”. Del resto la sua poesia è spesso dialogante, si rivolge a un interlocutore, sia esso una presenza apparsa all’improvviso e con la stessa rapidità svanita, oppure un amico o un’amica con cui il poeta ha condiviso una parte significativa della vita. Solo che in questo caso gli amici più cari, Valentino Zeichen, che compare più volte in queste pagine, Amelia Rosselli, Dario Bellezza sono morti, si può solo ricordarne la poesia: “I miei amici poeti sono in gran parte defunti, // mi godo quest’arietta primaverile / ricordando la loro poesia ironica, civile”.

Il confronto può continuare nel ricordo dei viaggi, delle passeggiate, delle gite al mare (“Ci spiavamo di tanto in tanto / in un silenzio innaturale, persi / tra dune di parole che solo // la mente sapeva pronunciare. / Seduta sugli scalini del teatro di Ostia / Antica, mi chiedesti che cosa eravamo / diventati”, scrive Paris in “Gambe d’ambra” rivolgendosi alla Rosselli). I defunti continuano ad essere presenti: il poeta forte delle sue origini contadine, dei racconti fantastici ascoltati da bambino, può credere che il dialogo continui, che il sogno sappia penetrare la realtà.

E la realtà, in questo libro, è fatta anche di tanti animali, soprattutto uccelli, di paesaggi marini e delle montagne abruzzesi, è un mondo popolato da insetti, ma dove compaiono, ultimo approdo di un possibile dialogo a cui Paris non vuole rinunciare, anche i social e Facebook: “Una torma di insetti di giorno / entra dalle mie finestre nascondendosi / tra i libri. Bucano le foglie // della quercia del viale e dormono / tra i classici latini. Gli fanno compagnia / le insonni zanzare tigri che di notte // mi crivellano, riempiendomi di bolle. Allora mi sveglio e corro su facebook / pieno di gente che non dorme”.

Sulla scorta degli amati Apollinaire e Corbière, ma anche di Pasolini e Penna, Renzo Paris è attratto dalla folla, che può essere quella variegata che si forma sui social, ma soprattutto è data dalle tante persone che il poeta incontra quotidianamente nelle sue quotidiane occupazioni. Anche a queste la poesia rivolge la sua attenzione: “Amo fare la spesa al supermercato, / entrare in un bar del quartiere, / ascoltare i loquaci avventori, / i più ridanciani, pettegoli, ubriachi / fin dal mattino. Amo la vita trita”.

Il mattino di domani fin dal titolo e dalla divisione in quattro sezioni, una per ogni stagione dell’anno, è un libro sul tempo e sull’idea che, da un certo momento dell’esistenza, sarebbe più facile non proiettare più sul futuro speranze e desideri. Paris ci racconta questa sua stagione, scegliendo il ritmo narrativo delle terzine, che rimandano in questo caso soprattutto al Pasolini di Le ceneri di Gramsci.

Anche quando l’inverno della vecchiaia comincia a farsi sentire, rimane la leggera presenza della poesia: “La poesia è tornata bambina, / rincorre il tempo e come l’ape, di fiore / in fiore, succhia il suo miele. // Non si preoccupa di accordare terzine. / Carica d’anni eppure fanciulla, la poesia / gioca a campana e trotta per le vie / come una gazzella, dondolando la coda / di cavallo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi