La distanza

Ancora una poesia da Aprile, poesie scritte nell’aprile del lockdown.
Ti penso ed è l’unica mia meta
pensarti come corpo che svapora,
saluto che dilata la distanza
anche in ristretto mondo, passo a passo
in poco tempo lo percorro tutto
e sta di fatto sono io l’assente
anche se manchi tu, non resta niente
da stare ad inventare, il senso è breve,
ti liquefai e sono io la neve.

(inedito)

 

(ph. Grattacaso)

Non fare verbo

Altra poesia da Aprile, sezione inedita nata in questo aprile di confinamento e distanziamento sociale
Fare ginnastica uguale ad arretrare,
mangiare tanto che sembra digiunare,
non fare verbo è come strologare,
abbracciare si può senza la pelle,
darsi la mano e non avere dita,
baciare far l’amore è consumare
tutta l’azione in sceneggiatura,
è come non soffiare per paura
che l’alito dilapidi la vita.

(inedito)

 

(ph. Grattacaso)

 

Dove sono

La poesia che segue è stata scritta in questi giorni, quelli insomma dell’emergenza dovuta all’epidemia da coronavirus e della forzata reclusione casalinga.  Dovrebbe far parte di una serie di non molti testi, che ha per titolo Aprile. Giulio Scarpati, dopo la pubblicazione sul blog, mi ha fatto dono di una sua lettura.

 

Cammino e non cammino, io dove sono,
rimango eterno in luogo indefinito
o forse sto correndo e mi cancello
in un andirivieni consumato
in pochi passi, caracollo a vuoto
in uno spazio cupo, mi concedo
a un’aria di precaria libertà
avanti e indietro, come andare a fondo
nel minimo di melma traboccando.

 

(inedito)

particolare di un’opera di Roberto Barni (ph. Grattacaso)

LA LUNA E’ UN OSSO SECCO di Federica Giordano (Marco Saya Edizioni)

Il mondo si muove seguendo un meccanismo preciso e nello stesso tempo imperfetto per noi che non possiamo fino in fondo assimilarlo, un ingranaggio costruito sulla base di un equilibrio che è attraente nella sua delicata precarietà e crudele nella sua inevitabile disciplina. Gli uomini, pur nella loro molteplicità, agiscono come un unico “animale deforme”, che vorrebbe essere determinante e capace di orientarsi e di orientare, ma che “fa confusione e che sporca e che si fustiga da solo”. Eppure nella natura, in questo gioco terribile di violenza e resistenza, di passione e di sconfitta, di rivoluzione e ristagno, “resta una pietà”, come quella che annuncia il verso dell’orso “dopo che ha macchiato di un sacrificio rosso / la santità del ghiaccio”.

Federica Giordano

La poesia di Federica Giordano, di cui si ha preziosa dimostrazione nel suo secondo libro di versi La luna è un osso secco (Marco Saya Edizioni), è insieme feroce e cortese nel metterci di fronte al compito che, in quanto uomini, saremmo tenuti ad assolvere: “Riesci a sentire la grazia piccola e sconfinata / di quel filo d’erba che vuole raggiungere la luce / e il bambino ignaro, che correndo, lo pesta?”. La prova durissima non è data solo dalla comprensione dei propri limiti e dalla consapevolezza della modesta possibilità che hanno le nostre azioni di incidere sugli aspetti più profondi della realtà, ma consiste ancor di più nella necessità di spingere lo sguardo più avanti, “oltre il binario spezzato e la paura di deragliare, / oltre la lenta lena delle grandi navi e il peso delle rotte”. La strada è segnata, la lentezza del nostro procedere anche, ma il dovere che dobbiamo avvertire, l’incarico a cui veniamo esortati in quanto uomini, è di riuscire a percepire la bellezza e la benedizione che si nascondono nella nostra fragilità di esseri viventi e nella brutalità con cui la nostra debolezza quotidianamente ci si manifesta.
La luna è un osso secco è una raccolta matura che non si concede a nessuna facile scappatoia intimistica o autoreferenziale, ma che anzi si fa notare proprio per il linguaggio forte e asciutto, per il rigore con cui mette il lettore di fronte all’inclemenza della realtà. Del resto la Giordano, napoletana, poco più che trentenne, pone ad epigrafe delle trentanove poesie che compongono la raccolta un’affermazione con cui sembra liquidare tutte le scorciatoie a cui l’anagrafe tenderebbe a condurla: “la vecchiaia non dovrebbe parlarmi già da ora” è, più che una dichiarazione di intenti, la confessione della colpa di essere evasa anzitempo dalla condotta mentale e dai parametri etici della propria generazione.
Il titolo della raccolta contiene già il senso del procedimento dialogico, un filo che unisce tra loro le poesie, tra l’immenso paesaggio cosmologico e il nostro breve orizzonte di uomini, tra gli astri che “bruciano da noi / sempre più lontani” e noi, che pure nella nostra casa siamo “i grandi assenti”, noi che “viviamo di lacerti e dei richiami / indecifrabili delle nostre cose”.
Tra il tanto che c’è oltre di noi, tra la sterminata distesa di corpi celesti e il nostro minuscolo mondo in effetti nessuna consolazione si rende manifesta, perché l’assenza non riguarda solo noi stessi, ma anche il dispositivo che ci governa: “su noi tutti aleggia un colosso / assente e osservatore”. O ancora: “Ben oltre te e me, / più lontana del nostro sangue, / sta alta come un faro, / la quiete della stella fissa”. Gli astri sono fermi a indicarci una possibile direzione, una strada che ci è però negato percorrere. La soluzione, se c’è, è lontana da noi, e noi del resto non siamo in grado di decifrare i segni che pure in qualche parte del cosmo ci sono per rendere immaginabile la nostra redenzione. Resta un lamento, la paura che ci assale con il suo “raglio universale”, il belato della capra nel quale Saba “sentiva querelarsi ogni altro male, / ogni altra vita”, che nei versi della Giordano diventa “il ghigno caprino del mondo”: “Questo verso per me è il tutto che vacilla. / Meccanico non ne risente il cosmo”.
Anche quando parla degli affetti più vicini, quelli familiari, Federica Giordano non li avverte mai in una dimensione solamente quotidiana, ma essi diventano il varco per permettere, attraverso un’ottica concentrata sul circostante, una visione diversa, ma nemmeno ora rassicurante, sul mondo. Anche in questo caso è come se la poetessa costringesse se stessa e il lettore a cambiare continuamente le lenti che ci permettono una visione nitida sul mondo, quelle che servono per la miopia si alternano alle altre invece che rendono possibile una visione da vicino (appunto in declino negli anni della vecchiaia).
Nemmeno è possibile arrivare a comprendere fino in fondo noi stessi. Ci conosciamo per quelli che siamo nel momento in cui stiamo vivendo, ma siamo anche altro, qualcosa di diverso che sfugge alla nostra comprensione, a volta siamo più passato che presente e quello che eravamo sosta vicinissimo e ci turba con la sua presenza: “Nessuno mi è più estranea di me stessa / se mi immagino sul mondo. / Solo il suono puro, la corda sfregata sull’arco, / mi fa sentire davvero radicata a questa terra”.
È forse in questo “suono puro” l’unica ipotesi di salvezza, nella parola che “si lima e si gratta / fino a che resta una e onesta / come imperturbata linea retta”. Nella parola onesta, che ancora una volta rimanda a Saba e alla sua poesia onesta, quello che a suo dire “resta da fare ai poeti”, quindi nella poesia, e ritorniamo alle parole della Giordano, che “perfora il tempo del singolo, / raggiungendo la pietà di molti”, è il luogo dove è possibile comunicare e comprendere. Ma ciò può avvenire solo se si assume come perimetro etico imprescindibile la disposizione all’esattezza. Ma l’esattezza è un punto d’approdo estremo, l’ancoraggio che forse mai potremo raggiungere: “La ricerca dell’esattezza è una rinuncia francescana / apparentemente troppo estrema, / immotivata per l’indulgenza che gli uomini hanno / per se stessi e per le loro malinconie. / Così si coltivano invece un rigore e una statura / che non ci apparterranno mai”.

 

Pubblicato su Succedeoggi.it

Rassicurante mutevole certezza

Al tempo del coronavirus, con i bollettini che drammaticamente ogni giorno contano contagiati e morti, non hanno più alcun valore per tutti noi le previsioni del tempo. Questa poesia, che usa il linguaggio delle previsioni meteo, spero parli anche di tutt’altro. E’ pubblicata in Confidenze da un luogo familiare (Campanotto, 2010)

 

Il tempo impaludato

Il tempo impaludato è una serie di nove brevi componimenti sul tema del mercato, che apre la raccolta Il tempo che farà (Elliot). Ne propongo la lettura, pensando a come siano vuote e tristemente silenziose in questi giorni le piazze cittadine dove solitamente si svolgono i mercati.

 

Il divano

In questi giorni di segregazione domestica, dovuta all’emergenza coronavirus, ho pensato di registrare alcune mie poesie. Questa è tratta da La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto, 2013). E’ una consolazione per me, un modo per sentirmi vicino ad amici e lettori.

 

 

Lo sguardo dell’attesa

Ricevo da Cinzia Anselmi, che ha presentato insieme a Alessandro Fo il mio libro di poesie Il mondo che farà a Siena alla libreria Mondadori, questo testo che racconta il suo incontro con i miei versi e che si addentra in un’attenta lettura della raccolta. Lo pubblico molto volentieri (sia pure con un po’ di imbarazzo, visti i giudizi lusinghieri che vi sono espressi) e ringrazio l’autrice per le sue considerazioni così vive e dense.

di Cinzia Anselmi

Ho incontrato Giuseppe Grattacaso solo due-tre anni fa, leggendo le storie che racconta nella raccolta Parlavano di me, del 2015. Sono stata catturata e, direi, emozionata dalla sensibilità raffinata con cui svelava pieghe di vita dei suoi personaggi: il professor Tommasini, padre di un giovane mai laureato; Silvana, la giovane albanese trasferita con la famiglia in Italia; Ferruccio Sorrentino, in particolare, il vecchio sarto a cui cominciano a tremare le mani, forse anche i pensieri. Che «si guardava le mani e avrebbe voluto piangere» perché «il tremito lo faceva sentire più solo […] prendeva l’aspetto di lunghe giornate vuote e senza scopo, senza un tessuto tra le mani, una gonna, un paio di pantaloni che giustificassero la sua presenza al mondo» (p. 144)

Una sensibilità che faceva immaginare il poeta accanto al narratore, come mi era successo leggendo il romanzo autobiografico di Pierluigi Cappello. C’era il poeta, infatti, e lo incontrai poco dopo leggendo La vita dei bicchieri e delle stelle (che di fatto era uscito ben prima dei racconti). Un titolo affascinante, simpatico, quasi provocatorio, che faceva desiderare e presagire incontri decisamente inediti. Qui prendevano voce gli oggetti quotidiani, si svelava non dico la loro anima – forse gli oggetti di vetro o di acciaio inox non ce l’hanno – ma la vita che noi, con la nostra, trasferiamo e infondiamo a loro. Al bicchiere, alla tazza, al cucchiaio a cui io, o mio padre che non c’è più, abbiamo avvicinato tante volte le labbra, e che restano lì a testimoniare e ricordare nel tempo la presenza o l’assenza del calore di quelle labbra.

Un incontro sorprendente: poesie belle, vere, che spaziavano dai bicchieri agli spazi infiniti delle stelle.

Con l’uscita di Il mondo che farà il desiderio di lettura si riaccende: già il titolo appare efficace, invitante, come quello della raccolta precedente. Gioca su un equivoco consonantico, farà/ sarà, o pone una domanda senza il punto interrogativo? Sicuramente crea un’attesa, appagata e coltivata dalla lettura. Sei sezioni aperte prima dalla citazione di un enigmatico e splendido testo di Sbarbaro, poi dalla poesia che dà il la alla sinfonia: «Un certo giorno uno camminando/ per una strada che non riconosce/ o nell’attesa di un treno alla stazione/ in leggero ritardo […]/ abbandona il gruppo,/ elimina le chat, senza parole/ rimangono le immagini, lui aspetta/ che il mondo che farà venga a soccorso […]/ Lui aspetta un nuovo tempo […] vento che rischiari il paesaggio (p. 9).

Leggo le poesie tutte d’un fiato, come si legge un racconto. E scopro, arrivata all’ultima, che racconto lo sono davvero. «Ci piace che l’attesa sia racconto» è l’incipit dell’ultimo componimento a p. 100. Poesia, certo, ma, come ha scritto al termine della sua recensione Matteo Pelliti sul web magazine Succedeoggi, «di grande e godibile leggibilità».

Non tutti i testi mi sono chiari a una prima, immediata lettura, ma vado avanti col piacere e l’attesa della pagina successiva. L’ultima sezione è una folgorazione: sono persa, emozionata e catturata da quelle poesie sulla casa dei genitori, vuota dei suoi abitanti e ancora piena dei loro oggetti, testimoni di tempi, vite e affetti condivisi. Quelle poesie parlano di me, raccontano e prefigurano il mio vissuto. Che poi è il vissuto che ci accomuna, prima o poi, tutti. E, come scriveva Alessandro Fo a proposito della musica di Chopin (in Mancanze: «Il valzer in do diesis/ minore (opera 64,2)»), tanti di quegli endecasillabi riescono a volgere la «pena» in «leggerezza».

Leggo di nuovo le poesie in sequenza, mi soffermo sui titoli delle sei sezioni della raccolta e mi pare di individuare il filo conduttore, il «pensiero», come lo definisce l’autore stesso in un componimento semiserio Io forse scrivo anche stamattina (p. 73), che ci racconta il suo rapporto con gli endecasillabi e quindi con la poesia.

Il filo si snoda dai primi versi, citati sopra, che aprono la raccolta: un giorno uno di noi esce dalla corrente rapida, forsennata, del vivere distratto. Si ferma in pausa, in ascolto, in attesa. Pone un’attenzione nuova alla vita e alle sue espressioni. Alle memorie, alle domande di senso, alte, spesso senza risposta certa, che si porta dentro. La vita è un enigma con una sua grande bellezza. Come i licheni descritti da Sbarbaro nel testo citato nella pagina precedente l’incipit. Forse, finché noi riusciremo ad uscire dal «gruppo» e a ritagliarci tempi di attenzione e di ascolto e di attesa degni degli esseri umani, potremo accarezzare, malgrado la difficoltà di cogliere un senso convincente nella Storia (Se il tempo non è quello di una volta, p. 69), la «speranza» di un «mondo che», pur col suo enigma, «farà» ancora bellezza.

L’«attesa», dunque, è la condizione per intraprendere il cammino di senso, per porre attenzione e sguardo nuovi a noi stessi e alla vita nelle sue varie espressioni. È la parola-chiave di questo «racconto», come dimostra la poesia in quarta di copertina Se il giallo si confonde e non conclude, che ci insegna, dopo i gialli ‘resistenti’ della ginestra leopardiana e dei limoni montaliani, un giallo nuovo, inedito in letteratura, quello del semaforo che prelude la sosta e l’attesa.

Sintonizzati su questa lunghezza d’onda, potremo incontrare, grazie a Giuseppe Grattacaso, ai suoi splendidi, musicali e familiari endecasillabi, la poesia che c’è in tutte le espressioni della vita, anche le più impensabili: la frutta e la verdura esposte sui banchi al mercato (pp. 13 ss.), le nostre piazze (28 e 31), gli spazi siderali (32), i bistrot (54), i momenti di scetticismo e smarrimento (25, 30, 33, 65), i ricordi nostalgici di miti passati (77 e 81), la casa dei genitori rimasta vuota (87 ss.).

E non è incontro da poco.