Giorgio Caproni, bontà della guida

Nella poesia di Giorgio Caproni si manifesta spesso la richiesta di informazioni circa la strada da seguire. Il poeta rappresenta un viaggiatore in cerca di una destinazione che non trova, diretto verso un luogo che sfugge continuamente. Le indicazioni oltretutto sarebbero necessarie per dare concretezza a un luogo altrimenti incorporeo, o comunque privo di connotazioni specifiche che non siano quelle dell’inconsistenza dei punti di riferimento. La meta è irraggiungibile, anche perché non ci si può orientare in un luogo dove ogni direzione è impossibile, in un territorio che assomiglia a un deserto.
In casi come questi, abbiamo bisogno di una guida, di qualcuno cioè che possa indicarci la strada. Bisogno di una guida è appunto il titolo di una breve poesia che fa parte dell’omonima sezione, contenuta nella raccolta Il muro della terra.

M’ero sperso. Annaspavo.
Cercavo uno sfogo.
Chiesi a uno. “Non sono”
mi rispose, “del luogo”.

Alla perentorietà della condizione espressa nei primi due versi, segue una situazione tanto quotidiana da apparire banale: quante volte ci è capitato di chiedere informazioni a “uno”, che ci ha confessato di non essere del luogo? La poesia nasconde dunque solo la fotografia di una vicenda inconsistente, accaduta a ognuno di noi chissà quante volte? Evidentemente no. Ce lo dicono il contesto, le poesie che accompagnano questo breve testo, e il tono inflessibilmente distaccato della risposta.
Viene dunque da pensare che chi avevamo creduto una guida senta egli stesso il bisogno di essere guidato, anche perché in fondo nessuno può mai dirsi “del luogo”, se il luogo è privo di riferimenti, se nessuna mappa è possibile, se ogni direzione è in definitiva irrilevante. Se insomma il luogo non esiste.
Che la questione abbia un suo peso, è dimostrato da una poesia che troviamo nella sezione Conclusione quasi al limite della salita, all’interno della raccolta Il franco cacciatore, che segue di qualche anno la composizione del testo precedente. Il titolo questa volta lascia ben sperare, e sembrerebbe subito contraddire quanto fin qui affermato.
Esso suona così: Indicazione sicura, o: Bontà della guida e chiarisce in epigrafe: (Al forestiero, / che aveva domandato l’albergo).

Segua la guida,
punto per punto.
Quando avrà raggiunto
il luogo dov’è segnato
l’albergo (è il migliore
albergo esistente)
vedrà che assolutamente
lei non avrà trovato
– vada tranquillo – niente.

La guida non mente.

 

Giorgio Caproni

Con quegli stravolgimenti repentini di senso, che ci lasciano senza fiato e senza rimedio di fronte alla nostra miseria di uomini, alla mancanza appunto di un senso che dia ragione all’esistenza, Caproni suggerisce che l’unica indicazione sicura, quella insomma che dimostra la “bontà della guida” (del resto, in questo caso “la guida non mente”) ci porta con sicurezza di tragitto verso “il migliore albergo esistente”, quello che non possiamo trovare, semplicemente perché non esiste, non essendoci il luogo che dovrebbe contenerlo.
Insomma, la guida che sa il fatto suo è quella che con sfacciata imperturbabilità, ci toglie ogni speranza ci toglie ogni speranza che ci sia un asilo, un albergo pronto ad accoglierci.
Mi sembra somigli, chissà perché, al poeta Caproni.

Laurel e Hardy, una sconnessa armonia

In una scena particolarmente ispirata del film Stanlio & Ollio, in questi giorni nelle sale, i due attori sono a Londra nella camera di albergo di Oliver, vittima qualche giorno prima di un attacco di cuore. L’incidente è avvenuto proprio nel momento di maggior successo della serie di spettacoli che aveva portato i due popolari comici nel Regno Unito. La tournée è divenuta trionfale pur essendo cominciata qualche settimana prima in sordina, in piccoli teatri di provincia. Babe (è il nome con cui Hardy veniva chiamato dai più intimi) chiede a Stan di tirargli su la coperta perché non riesce a vincere il freddo. Il magro lo fa e poi, vestito com’è, si infila anche lui nel letto, al fianco dell’amico.

Quante volte il letto è stato al centro dei cortometraggi di Laurel e Hardy, quante volte i due hanno tentato di dormire insieme «come due piselli in un baccello»! Ma che ci fanno un grassone e un magrolino nello stesso letto, che è poi il nucleo sentimentale e confortante di ogni casa, se non tentare appunto di farsi caldo, di difendersi dal mondo, di sistemare oggetti e avvenimenti in un ordine rassicurante?

Una pellicola del 1929, They Go Boom (L’espolsione), prende l’avvio appunto con i due protagonisti che stanno dormendo nello stesso letto. Stan russa producendo uno strano sibilo prolungato, Ollie è agitato dai colpi di tosse. Un accesso più violento degli altri farà sollevare rumorosamente la tendina della finestra. È l’inizio di una serie di disastri, che culminano con il tentativo di Ollio di riempire nuovamente d’aria il materasso, che intanto si è afflosciato, attaccandone il tubo alla canna del gas. Per un movimento maldestro, che diventa inevitabilmente un inciampo del destino, il materasso continuerà a gonfiarsi fino ad esplodere in seguito ad un nuovo più forte colpo di tosse.

C’è sempre qualcosa di struggente e di rivoluzionario nelle azioni di Laurel e Hardy, il senso perenne della sconfitta che non diventa mai resa, l’immediatezza della catastrofe che genera sconquasso eppure si accompagna al desiderio, anzi alla nostalgia dell’ordine. Stanlio e Ollio cercano ogni volta di mettere a posto quello che loro stessi hanno contribuito a confondere, di costruire o ricostruire, di ricominciare proprio da quel momento in cui gli oggetti erano immobili e sembravano obbedire ai comandi. Ma i loro movimenti generano altri dissesti, la rincorsa verso una sistemazione disciplinata è disperata. Il mondo non li sostiene e non li protegge, i conti non tornano, gli spazi sono troppo stretti perché non si crei inciampo.

Stanlio e Ollio sono due uomini che hanno perso il filo del procedere, solo perché il filo in fondo non c’è e loro pensavano fosse possibile un’altra strada. Sanno che nessuna sistemazione è davvero attuabile, lo leggiamo negli sguardi, nel movimento delle mani di Stan quando si tocca i capelli, nel frullo delle dita di Oliver intorno alla cravatta, nei loro sorrisi vagamente perplessi, nei gesti sconnessi. Eppure continuano a tentare di dare una sistemazione ordinata, o quantomeno lineare, agli oggetti che hanno intorno. Ma le cose al loro posto proprio non sanno stare, il mondo è di fatto caotico. Non c’è niente di veramente rassicurante nella loro comica disfatta.

Nel cortometraggio The Finishing Touch (Tocco finale) sono due operai alle prese con la costruzione di una casa. Superati una serie di ostacoli, l’edificio è in piedi, il proprietario li paga, ma un uccello si posa sul tetto e una finestra si stacca dal fabbricato. È l’inizio del crollo. Nella patria del trionfo borghese, della home, sweet home, Stan e Ollie ci dicono che tutto può rovinare, raccomandano di guardarsi dai miti dell’opulenza e della stabilità. La loro grandezza è nella grazia sorniona dei movimenti sgangherati, nella gravezza che si risolve in levità e dolcezza, nella risposta garbata alla violenza, nel bon ton che scivola nello scherno. La sintesi di questa sconnessa armonia è nei balli, spesso inseriti nei film, di cui sono protagonisti. È in quei movimenti goffi e buffi il compendio assoluto della leggerezza.

Fa bene, dunque, il regista del film nelle sale, Jon S. Baird, a ritornare più volte sui loro passi di danza, a chiudere il film con l’ultima esibizione insieme in palcoscenico con Ollie che, malgrado sia provato dalla malattia, vuole a tutti i costi concludere il percorso comune con uno dei loro più celebri balletti. La vita della coppia finisce lì, nella delicata e appesantita evanescenza della loro danza. Straordinari gli interpreti Steve Coogan e John C. Reilly, che aderiscono ai personaggi emotivamente, prima ancora che fisicamente, riproducendo la sapienza artistica del duo anche nelle piccole vicende quotidiane.

Va detto che il film, che è una sorta di adattamento del libro Laurel & Hardy – The British Tours di A. J. Marriot, lascia intravedere la potenza espressiva di Stan e Ollie solo nel momento del declino, raccontando la loro tournée del 1953 nel Regno Unito e in Irlanda. Un’esperienza difficile e significativa, che li porterà a rendersi conto di come la loro amicizia vada ben oltre le esigenze del set e sia stata alimentata, e non intaccata, dal successo cinematografico. Babe non si riprenderà più dalla malattia che comincia a minarne il fisico proprio nel corso di quelle esibizioni. Morirà, dimagrito di settanta chili, nell’agosto del 1957. Stan gli sopravviverà fino al 1965, continuerà a scrivere copioni per Stanlio e Ollio e non farà più nessuna apparizione in pubblico.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Comica finale. Poesie per Stanlio e Ollio

E’ da qualche giorno nelle sale italiane il film Stanlio & Ollio di Jon S. Baird con gli straordinari Steve Coogan nei panni di Laurel e John C. Reilly in quelli di Hardy.

Nel mio libro Il mondo che farà (Elliot), di recente pubblicazione, sono presenti tre poesie dedicate a Laurel e Hardy, con il titolo Comica finale. Era da sempre che tentavo di scrivere sui due comici che hanno reso più felice la mia infanzia e la mia vita, poi finalmente è successo un paio di anni fa. Intanto avevo scoperto che Stan Laurel e Oliver Hardy erano anche due poetici e geniali interpreti del mondo.

Pubblico qui le prime due poesie di

Comica finale
1.
Si demolisce il mondo con dolcezza,
l’auto, la casa, il letto, la pianola,
si può lasciare intatta una minuzia,
una bombetta che ci salverà,
il cappello soltanto deformato,
metà cravatta per lo scarabocchio
giro di valzer lieve con le dita,
faccia stranita, gesto di saccente
senza sapere altro che disfatta,
o di perdente, che è la stessa cosa,
perché il progetto si risolve in smacco,
questo da sempre. In fondo non è data
un’altra vita senza smorfia o tonfo,
che esista poesia senza sberleffo,
che grazia non combini con grassezza,
il peso non declini in leggerezza.
2.
Non c’è niente che sia davvero facile,
una cucina che rimanga in ordine,
doccia che non straripi in incidente.
La vita è tuffo dentro una pozzanghera,
la caduta, il passo falso è danza,
nel goffo movimento è la bellezza.

 

 

La cultura in tv secondo Ungaretti

A partire dalle cartoline inviate dal fronte, durante il primo conflitto mondiale, per arrivare alla lettere degli ultimi anni vergate con l’inchiostro verde, l’attività epistolare di Giuseppe Ungaretti è sempre stata intensa ed ha contenuto informazioni importanti per comprendere la sua opera e il suo pensiero. Ce lo ricorda Silvia Zoppi Garampi nel suo volume Le lettere di Ungaretti, pubblicato da Salerno editrice nel 2018.

La Zoppi Garampi sottolinea d’altra parte l’intenzione del poeta di caricare i suoi scritti epistolari di un valore che possa andare bel al di là del semplice scambio di informazioni, tanto che appare difficile credere che l’autore non ne prefigurasse, prima o dopo, la pubblicazione. 

Tra gli interlocutori privilegiati di Ungaretti c’è stato per diversi anni, e fino alla morte dell’autore de L’allegria, il critico Leone Piccioni, a cui il più anziano poeta dedicherà attenzioni costanti e del quale terrà in massimo conto le considerazioni. 

Piccioni fu il creatore e l’animatore della trasmissione televisiva L’Approdo, la cui prima puntata andò in onda nel febbraio del 1963 e che annoverava nel Comitato direttivo anche lo stesso Ungaretti.

In una lettera a Piccioni (che è possibile leggere nel volume, edito da Mondadori anche questo a cura di Silvia Zoppi Garampi, L’allegria è il mio elemento. Trecento lettere con Leone Piccioni), il poeta, che amava addentrarsi anche su questioni riguardanti la comunicazione, considera come una trasmissione a carattere culturale, quale era appunto L’Approdo, dovesse considerare tra i suoi primari obiettivi anche quello di rivolgersi ad un pubblico di non addetti ai lavori, anche se abituato all’arte e alle cose culturalmente significative di cui il nostro paese è particolarmente ricco. Scrive Ungaretti che bisogna far parlare i protagonisti e le opere, rivolgendosi al pubblico attraverso “informazioni rapide e chiare”. Per il poeta non bisogna dare niente per scontato: anche le informazioni più semplici possono invitare alla comprensione di un’opera.

“La cultura non si diffonde – conclude Ungaretti – che facendo nascere nel maggior numero di persone, in un numero crescente di persone, curiosità, voglia di saperne di più”.

E’ una lezione che non riguarda solo la comunicazione televisiva, ma anzi che suggerisce di considerare la letteratura, e più in generale la cultura, un bene collettivo e uno strumento di crescita che non si deve credere destinato a pochi, ma che anzi gli intellettuali, gli scrittori, i poeti hanno l’obbligo di diffondere e divulgare.

Ne consegue, traducendo le affermazioni di Ungaretti anche ad uso dei nostri tempi (pensiamo non più solo ai media tradizionalmente intesi, ma anche ai social network), che un poeta deve mettersi al servizio della poesia stessa, evitando di ritenerla comprensibile solo a pochi ed evitando insieme di guardare ai mezzi di diffusione di massa con superbia e presunzione. Bisogna insomma sottrarsi a ogni pedanteria, ma anche cancellare la spocchia che contraddistingue un gran numero di intellettuali quando il messaggio si rivolge a molti.

La lezione potrebbe essere indirizzata, indirettamente anche agli insegnanti: semplificare, eliminare il superfluo, dare “ritmo” alle proprie affermazioni, avvicina i giovani alle opere e dunque all’interesse per la lettura. La letteratura si può raccontare, con l’intento di produrre coinvolgimento. Lo studio più approfondito verrà dopo. Quello che è importante (perché non credere al suggerimento di Ungaretti?) è innanzitutto destare curiosità.

 

 

 

Il viso di Aznavour

“Je vous parle d’un temps / Que les moins de vingt ans / Ne peuvent pas connaitre”.
Comincia così una delle più note canzoni di Charles Aznavour. Quel tempo, che quelli che hanno meno di venti anni non possono conoscere, se lo è portato addosso per tutta la vita. Anche quando era giovane (ma quando può essere stato giovane uno con una faccia così?) gli vedevi stampato sul viso un mondo lontano, l’Armenia dei suoi genitori o chissà quale altro oriente, gli vedevi fare dei gesti, quei movimenti di mani e braccia durante i concerti, i passi avanti e indietro timidi e decisi sul palco, che venivano da danzatori di un mondo che noi, che una volta, chissà quando, abbiamo avuto meno di venti anni, non abbiamo potuto conoscere.
Aznavour, Chahnour Vaghinag Aznavourian come era davvero il suo nome da armeno, un nome anche questo che si perde nel passato, un nome come una cantilena roca, ha composto canzoni (circa milleduecento) che erano già tutte scritte nella sua faccia, nel corpo minuto, nell’espressione beffardamente disperata. Non è un caso che molti registi lo vollero nei loro film, che François Truffaut ne fece il protagonista di Tirez sur le pianiste, dove un Aznavour non ancora quarantenne suona in un piccolo locale, intrattiene gli avventori che gli prestano poca attenzione e nasconde nei suoi silenzi e nella sua timidezza un passato di concertista, una carriera terminata con il suicidio della moglie. Il pianista si chiama Edouard Saroyan ed è un immigrato armeno, proprio come il padre del cantante, Misha, che cantava da baritono.
Aznavour portava con sé il mistero di tempi lontani anche nella voce, incrinata da una paralisi ad alcune corde vocali che aveva avuto da bambino, quando gli era venuta forte, già allora, la voglia di farsi sentire cantare. I problemi alle corde vocali erano rimasti e i medici gli avevano sconsigliato di provare la carriera dello chansonnier, ma lui aveva continuato imperterrito, anzi aveva fatto di quel difetto una caratteristica inconfondibile delle sue interpretazioni. A tale proposito scriverà sul suo sito: «Quali sono i miei handicap? La voce, l’altezza, i gesti, la mia mancanza di cultura e di personalità. La mia voce? Impossibile cambiarla. I medici che ho consultato sono categorici: mi hanno sconsigliato di cantare. Sono stato tenace, e ce l’ho fatta».
Insomma tutti i suoi limiti sono diventati gli strumenti che ha utilizzato per diventare un grande compositore di canzoni e uno straordinario interprete, per dare intensità e limpidezza al canto. Uno che ha saputo essere piccolo, senza particolare fascino, non dotato di una grande voce, ma che ha raccontato l’amore in tante sue forme, è stato per diversi decenni al centro della scena musicale internazionale, si è mosso su palcoscenici importanti fino a pochi giorni dalla morte, avvenuta, come tutti ormai sanno, a 94 anni, nella notte tra domenica e lunedì.

Aznavour con Edith Piaf

Fu scoperto da Edith Piaf, che poi avrebbe interpretato alcune sue canzoni. Erano gli anni Quaranta del secolo scorso. La Piaf anche lei aveva una faccia d’altri tempi, un corpo minuto che, come quello di Charles, si muoveva con parsimonia, senza aggredire, anzi quasi con il timore di fare troppo. Tutto il contrario, insomma, di quello che vediamo fare ora dai cantanti. Piaf e Aznavour non avevano bisogno di essere belli e non agitavano l’aria: la muovevano e la facevano diventare viva, solo con le mani, con il volto e con gli sguardi.

Non ci credete? Provate ad andare sul sito aznavourfoundation.org (detto per inciso è il sito della Fondazione che il cantante creò per aiutare la terra dei suoi avi). Vi attende la faccia di Charles Aznavour che vi guarda. Non succede nulla, non c’è musica. Lui guarda, alza il sopracciglio, sembra voglia parlarvi, sembra stia per piangere, poi è perplesso, si pone delle domande, quasi ridacchia, vi guarda e strizza gli occhi, scuote un po’ la testa.
Le sue canzoni sono tutte lì.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Dai suoi raggi

Alla mia poesia Dai suoi raggi è dedicato l’ottavo dei totem poetici presenti per le vie di Ponte di Legno. L’istallazione, collocata in prossimità del complesso scolastico della cittadina della Val Camonica, sarà inaugurata lunedì 20 agosto. I totem sono voluti e realizzati dalla associazione Mirella Cultura, che organizza il prestigioso premio PontedilegnoPoesia.
I totem già presenti sono dedicati a poesie di Giuseppe Langella, Sandro Boccardi, Marisa Brecciaroli, Curzia Ferrari, Franco Loi, Alberto Toni e Franco Buffoni.

La poesia parla del Sole.

Dai suoi raggi

Risplenderà in decomposizione
un giorno il sole: trasformato in elio
l’idrogeno del cuore, rallentato
il battito, più esile il respiro,
il fiero dio sulla quadriga raggio
dopo raggio comincerà a morire,
saluterà le nuvole e i pianeti,
invecchierà nei secoli dei secoli,
fiacco e gigante, una stella enorme
calerà sui deserti. Sopra il cocchio
celere un tempo, siederà un vecchio
deforme e stanco, triste stella obesa
arresa al fato. L’idolo dolente
che tutto ha visto, tutto ha assecondato,
e fiumi e terra, Helios rinsecchito,
ricorderà montagne e continenti,
i ciclamini, i gemiti degli uomini,
la bontà dei castagni, le distratte
rive dei laghi, il volo rarefatto
della tortora, l’orgoglio dei ghiacciai,
il lume remissivo delle lucciole,
la mano tesa ad indicare il sole:

il sole che brillava sui miraggi,
la mano ad accennare antichi viaggi.

Metopa che raffigura Helios che esce dall’acqua del mare

Se Vargas Llosa guarda le stelle

Mario Vargas Llosa visita l’Osservatorio astronomico delle Canarie presso l’isola La Palma, la più piccola dell’arcipelago. Di fronte alla luce che “non è di questo mondo”, ma è “quella di lassù (…) quella che emettono o emisero milioni di anni fa gli astri che navigano (o navigarono prima di scomparire) per l’universo infinito”, il premio Nobel per la letteratura sembra preda di uno stupore che è quasi paralisi.

Nell’articolo pubblicato da El Pais e da Repubblica (venerdì 14 luglio) racconta dello spettacolo notturno “quando il cielo si popola progressivamente di un’infinita miriade di stelle, costellazioni, pianeti, luci che scintillano”. 

Negli ultimi anni ho scritto spesso di stelle, del rapporto così pieno di incognite che lega noi piccoli uomini disperatamente bisognosi di approdo e di certezze a quel mare di luci, che è insieme il nostro presente e il passato più remoto e indecifrabile. Mi è sembrato che il cielo fosse uno spettacolo immenso e disordinato, il luogo del fascino e dall’angoscia, la dimostrazione palese di quanto inconcludenti fossero le ricostruzioni dell’esistenza del cosmo tentate dalle religioni, come mediocri fossero addirittura gli dei stessi di fronte alla grandezza di quello che avrebbero creato. Ho scritto di stelle e di oggetti, del disperatamente lontano e dell’immediatamente concreto e vicino, sperando che la poesia, che non sa dare risposte, potesse suggerire almeno le domande necessarie.

Mi conforta ora leggere l’affermazione di Vargas Llosa per cui “nulla è tanto simile alla letteratura quanto l’astronomia perché in entrambe l’immaginazione è importante quanto la conoscenza e che, senza la prima, la seconda non farebbe alcun progresso”. E’ vero, ma penso che si potrebbe aggiungere che senza l’astronomia, anzi senza la scienza più in generale, anche la poesia sarebbe più lenta a capire e a porre quesiti. Non è forse un caso che una delle prime opere di Leopardi sia stata una Storia dell’astronomia, composta quando il poeta aveva quindici anni.

Vargas Llosa chiede agli astronomi che l’accompagnano se non sia paralizzante vivere quotidianamente a contatto “con lo smisurato infinito, quel tempo senza tempo che è l’eternità”. Per questo, risponde, è nata la teoria del Big Bang.

con Mario Vargas Llosa a Spoleto, luglio 2009

Insomma gli uomini cercano da sempre di mettere in ordine gli oggetti dell’universo, di dare un senso alla materia infinita, che ancora conosciamo in maniera soltanto molto parziale. Succede però che più aggiungiamo elementi alle nostre conoscenze, più il cosmo diventa grande, più le nostre certezze traballano, più la scienza è costretta a rivedere le proprie posizioni. Non c’è nulla di più scientifico che l’errore: quello che un tempo era assodato, oggi è addirittura deriso; e quanto oggi è dato per indubitabile, in un domani nemmeno tanto lontano sarà visto solo come un passaggio verso un presente di verità.

La poesia sa bene tutto questo e si muove spesso in quel terreno di confine tra fisica e metafisica, tra gli oggetti che animano la nostra vita quotidiana, che ci sforziamo di disporre in buon ordine, e quelli lontani decine, centinaia o milioni di anni luce, a cui disperatamente cerchiamo di dare una sistemazione, in modo che cominci ad essere palese per noi il senso della loro presenza.

Per quello che ne so, la poesia trova le parole tra la brillantezza dei bicchieri e il luccichio delle stelle.

Terra, poesie per la rivista Svirgole

Il primo numero della rivista Svirgole, i quaderni di arteterapia pubblicati da Libriliberi e voluti dalla Associazione C.R.E.T.E. (Centro Richerche Europeo Terapia Espressiva), è dedicato al tema delle Mappe e curato da Lucilla Carucci e Ilaria Innocenti. La rivista, molto elegante nella grafica e per le immagini che propone, in gran parte realizzate da Paola Becucci, contiene interventi di grande intere

sse, nati a seguito della mostra Mappe della stessa Lucilla Carucci e di Tano Giuffrida (se ne parla in questo stesso blog alla pagina: http://giuseppegrattacaso.it/rendere-visibile-il-mondo-le-mappe-di-carucci-e-giuffrida/ ).

Svirgole ospita anche alcuni miei scritti, tra cui le poesie di Terra.

Pubblico qui i primi quattro componimenti dei nove che compongono il testo.

 

1.

L’occhio che cerca avido l’approdo
tra il velo della nebbia sopra il mare
e il fogliame di stelle, non rinuncia
a tentare altra strada. Nell’azzardo
della notte che tempera in catrame
la grotta delle nubi, gira in tondo
l’imbarcazione, non c’è altra contrada
che quella esatta dell’inconcludenza,
l’inutile virtù della partenza.

 

2.

Si cerca terra, ma non è la meta,
la conquista di porto e terraferma
che ci sostiene, ma lo smarrimento
d’essere soli, tutto intorno è spugna
che espande e che trattiene, il nostro viaggio
non avanza più in là della domanda,
distribuisce freddo nelle vene,
eppure proseguiamo, non c’è sosta,
verso l’approdo ignoto della costa.

 

3.

Ha un solo grande occhio il telescopio,
ma guarda tutto, vigila paziente
sull’alfabeto morse delle stelle,
sul battito dei cuori, il luccichio
che prima suona alto e poi si appanna
in lieve sonnolenza, chiede gli anni
che distano da qui sperduti soli,
se hanno intorno a sé pietre danzanti,
in preghiera, dervisci roteanti.

 

4.

Durerà venti forse venticinque
milioni di anni, se teniamo il passo,
il viaggio che ci porta ancora a terra,
se non accade nello spostamento
che noi invecchiamo troppo o che il pianeta,
per ora uguale a noi, cambi d’aspetto,
anzi potrebbe rivelarsi carta
geografica di un mondo superato,
il quartiere da altri abbandonato.

(Foto di Paola Becucci)

Uno sguardo Controcielo: gli Orizzonti di Angelo Noce

Il percorso artistico di Angelo Noce, iniziato con piena consapevolezza già negli anni Settanta, approda felicemente ad una nuova significativa tappa con la mostra Controcielo, allestita nella preziosa cornice delle Sale Espositive “Francesco Agello” del Museo Civico di Crema e del Cremasco.

Gli Orizzonti diurni e gli Orizzonti notturni, che compongono l’esposizione e che sistemano in un insieme ordinato l’attività degli ultimi anni, costituiscono un passaggio coerente con il lavoro fin qui svolto dall’artista, ma ne rappresentano anche il punto di svolta verso soluzioni espressive che privilegiano l’apertura, la ricerca di paesaggi, siano essi fisici o interiori, che dilatano verso l’infinito e che insieme, in un contrappunto all’apparenza inconciliabile, confluiscono nello sguardo di chi, di fronte a tali paesaggi, si pone in uno stato di contemplazione e di adesione. In Controcielo l’orizzonte marino, il punto di congiunzione tra cielo e mare, è scrutato da terra, dal punto di vista di chi rimane saldo sul terreno e che manifesta, nello sguardo proteso all’indagine, tutte le sue insicurezze e le insidie che ogni ricerca comporta. E’ lo sguardo di chi vede il mare (e il cielo, che in qualche modo ne costituisce la continuazione visiva) dalla pianura, da luoghi lontani dai litorali costieri, facendolo diventare così proiezione, presenza interiore, metafora, dunque luogo del mito e appunto traguardo dell’anima.

Angelo Noce e un suo Orizzonte (ph. g.grattacaso)

L’allestimento, molto curato ed elegante, permette al visitatore una sorta di passeggiata alla ricerca del proprio orizzonte e lo spinge ad abbandonarsi al racconto che l’artista ci propone. In una sua maniera contemplativa e trasfigurante, Angelo Noce in effetti tende sempre alla narrazione dei paesaggi e delle presenze umane e naturali, ma lo fa sapendo come non sia possibile raccontare vicende ed esperienze in maniera lineare ed oggettiva. I suoi segni, e dunque i racconti che ne derivano, sono allusivi e frammentati, e si muovono sempre nel tentativo di ricreare il mondo, di indicarne i legami più ancestrali e nascosti, le meravigliose scoperte che lo sguardo può presentire.

“Ti guardiamo noi, della razza / di chi rimane a terra” sussurrava Montale nella poesia Falsetto, guardando la giovanissima Esterina spiccare il volo e tuffarsi nell’acqua del mare, “tra le braccia / del tuo divino amico che t’afferra”. La prospettiva da cui guarda Angelo Noce è la stessa, e quel guardare da terra, l’appiattirsi quasi sul terreno finisce per farci vedere gli orizzonti del mondo da un’ottica inconsueta e ribaltante, tanto che la linea d’orizzonte può proporsi in verticale, coincidere così con la presenza umana (“il tuo profilo s’incide / contro uno sfondo di perla” mi suggerisce Montale a proposito di Esterina, la cui figura si staglia contro il cielo prima del tuffo), diventare prospettiva spiazzante e insostenibile. In questo modo lo sguardo è teso in direzione di un oggetto del desiderio e insieme è consapevole che l’attrazione verso l’acqua e verso l’orizzonte non potrà mai essere totalmente appagata. La linea dell’orizzonte si delinea così nel dipinto, che per sua natura rende ferma la visione, ma nello stesso momento si propone come apparizione, si nega e si frantuma, tende a dissolversi e a velarsi sotto i nostri occhi.

Come scrive Gaetano Barbarisi nell’ampio testo introduttivo alla mostra, gli Orizzonti di Noce, pur con gli strumenti della riflessione contemporanea sull’arte, ci obbligano “a rientrare nel dipinto”. Insomma l’arte di Noce è astratta e insieme ci avvicina al disegno dell’oggetto, a tratti ci fa sentire lo spessore e la consistenza della materia, ma anche dissolve e disperde i segni di un possibile paesaggio. In qualche modo, come dicevo, ne considera il racconto nello spazio e nel tempo. Noce ci porta “in un territorio di frontiera”, dice ancora Barbarisi, “nel contrasto tra luce e tenebra, ma anche al confine tra iconico e aniconico, dove l’astrazione non rinuncia all’evocazione di scene riconoscibili”.

I paesaggi, in questi dipinti di Noce, sono spinta verso la luce, ricerca di un punto di equilibrio, ma anche tormento prodotto dal desiderio, volontà di conciliazione e di armonia, che rimane aspirazione e in qualche modo diventa ossessione senza via d’uscita. La linea dell’orizzonte, che si propone in orizzontale e in verticale, è sogno, ma anche nostalgia e dunque ferita.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Giorgio Orelli: la realtà corre sui tasti della Olivetti

La poesia di Giorgio Orelli si è spesso circondata di eventi minimi, muovendosi in una geografia dell’ordinario, alimentata da un rapporto con la realtà che potremmo dire dettato dalla consuetudine. La tangibilità del mondo reale è d’altra parte sempre elemento sostanziale delle sue liriche. E’ proprio nell’usuale svolgersi dei fatti, nella trita regolarità di quello che ci è davanti, che Orelli affonda lo sguardo, non per sfidare la banalità del vivere, né per dircene la ragione, ma solo per guardarla, così da meravigliarsi che proprio nella normalità della realtà risieda la sua stravaganza, si manifesti un’ipotesi di eccezionalità.

E’ proprio lì, in quel tratto tra l’ovvio e lo straordinario, che si nasconde l’occasione, la strada che porta alla poesia, a patto però di non credere che nel tragitto, o tanto meno nel suo punto di avvio, si nasconda un senso, che si possa insomma, proseguendo per il cammino, arrivare ad una verità. La realtà, sembra dire il poeta, e anche tutto quello che la trascende, è già in quei fatti insignificanti, nelle piccole deviazioni che comunque si ripresentano quotidianamente, nei tasselli che non riescono a comporre infine nessun quadro d’insieme. Gli oggetti dunque non rimandano ad altro, non sono il correlativo di stati d’animo o di sentimenti, ma valgono per se stessi e per quello che riescono a contenere. A volte essi infatti sono i depositari di un passato, il tramite attraverso cui la realtà non presenta più se stessa per quello che è, ma per quello che è stata.

Ad esempio, nella poesia In memoria gli oggetti ordinari sono “il nastro ormai privo d’inchiostro” della “vecchia Olivetti”, la bicicletta che utilizza il poeta e che gli permette di passare davanti a un negozio, di cui conosce bene il proprietario e la sua famiglia, il cartello con su scritto CHIUSO PER LUTTO.

Vale la pena considerare che la poesia, che riporto di seguito, è tratta dalla raccolta Il collo dell’anitra, che Giorgio Orelli pubblicò nel 2001, appena dopo aver compiuto ottanta anni. La notazione temporale serva a porre l’attenzione sul fatto che, ad inizio del nuovo millennio, alcuni degli oggetti nominati nella poesia sono di fatto “fuori corso”, compreso quel “negozio” a gestione familiare, che ancora sarebbe in possesso di nastri per una vecchia macchina da scrivere. E’ chiaro che, se anche i versi rimandano a una situazione vissuta qualche anno prima, tutto serve a comporre un disegno che rimanda al passato, all’impossibilità che questo si ripresenti, se non denunciando le assenze, le separazioni dalle figure e dagli oggetti, che il trascorrere del tempo comporta. Anche per questo il sintagma nominale “totale scomparsa” viene ad acquisire una posizione centrale nell’intera lirica.

In memoria

Tornavo per farmi cambiare
il nastro ormai privo d’inchiostro
della mia vecchia Olivetti, e allungando,
come faccio, passando in bicicletta
davanti al tuo negozio, l’occhio
di là dai vetri, ho visto
che non c’era nessuno (forse
Lina è di sopra con Dora)
e ho visto CHIUSO PER LUTTO (forse
è morto Lino): da un po’
non ti vedevo, non mi contavi storielle.
Volevo dirti che mi sono accorto
solo adesso della totale scomparsa,
a sinistra, di E, di O a destra.
Il tasto è nero ma sempre lucente,
se batto (eternamente con due dita) continuo
a vederle, bianchissime, intatte
o quasi, come, là in basso, la X.

 

Da notare, nella prima parte della poesia, oltre a quanto già detto sulla presenza di oggetti desueti e comunque caratterizzanti un paesaggio minimo, che l’espressione “ho visto / che non c’era nessuno”, di uso sicuramente colloquiale, appare in qualche modo paradossale, facendo riferimento, in maniera quasi accidentale, ancora una volta a delle assenze. Potremmo addirittura esagerarla in “ho visto delle assenze”. Le due sequenze tra parentesi che compaiono nei versi successivi stanno poi ad indicare dei pensieri (da qui l’uso del presente, in una poesia in cui prevale il passato narrativo: non a caso la poesia si apre appunto con un verbo all’imperfetto). Il protagonista della poesia prima dice a se stesso che forse Lina è di sopra con Dora (moglie e figlia di Lino? due sorelle?), poi che forse Lino è morto.

E’ a questo punto che, tornando alle ragioni della sua visita, il poeta confessa che avrebbe voluto dire al proprietario del negozio della “totale scomparsa” sui tasti della macchina da scrivere dei segni della E e della O, che si sono evidentemente consumati per l’uso, ma che lui continua a vedere (vede, anche in questo caso, delle assenze) come se fossero intatte, proprio come la X che non viene quasi mai usata.

Il passato insomma si ripresenta e gli oggetti sembrano essere in grado di evocarlo. La scomparsa di Lino (non si dice così per significare che qualcuno è morto?) viene ribadita e nello stesso momento il lutto elaborato grazie al parallelo riferimento alla scomparsa delle lettere. Ma se da una parte il poeta continua a vedere le lettere sui tasti, dall’altra della presenza di Lino è possibile solo sentire nostalgia, la stessa che provava nel Livro do Desassossego Bernardo Soares, eteronimo di Pessoa, alla scoperta della morte del barbiere da cui spesso si recava: “Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mia strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita”.

Parlando di ciò che è possibile toccare con mano, anzi con le dita nel caso della Olivetti e dei suoi tasti, Orelli ci porta verso quello che non c’è, che è senza rimedio lontano e trascendente., verso ciò che Pessoa individua come “l’angoscia della fuga del tempo”. L’eternità viene richiamata da un limite, da una disabilità: il poeta riesce a battere sui tasti della macchina da scrivere eternamente, anche se solo con due dita.