HAIKU for a season / per una stagione di Andrea Zanzotto (Mondadori)

Andrea Zanzotto scrisse una serie di brevi poesie in inglese tra la primavera e l’estate del 1984. Sono haiku, o come li definì lo stesso poeta degli “pseudohaiku”, in quanto per la maggior parte non rispettano la tradizionale suddivisione in tre versi e per complessive diciassette sillabe. Zanzotto conservò questi testi senza renderli pubblici, solo parlandone con gli amici, costruendo così intorno a loro una sorta di involontaria mitologia, alimentata dal fatto che le poesie erano state composte in un periodo particolare della vita dell’autore. Successivamente il poeta lavorò, non in maniera continuativa, alla traduzione in italiano, dando vita, e non poteva essere diversamente, a composizioni in qualche modo diverse rispetto a quelle d’origine, soprattutto considerato l’approccio linguistico, non da madrelingua, di cui si giovano gli originali.

Le poesie sono state pubblicate per la prima volta nel 2012 negli Stati Uniti, quindi un anno dopo la morte del poeta. Sono ora proposte nella collezione dello specchio Mondadori nella doppia versione inglese e italiana. E’ evidente dunque che Haiku for a season / per una stagione rappresenti una tappa singolare nella produzione dell’autore, che pure, proprio per la condensazione della lingua e per lo sguardo inconsueto nella descrizione della realtà che manifesta negli haiku, lascia intravedere gli esiti futuri della sua espressione lirica, che si concretizzano nelle raccolte Meteo del 1996, Sovrimpressioni del 2001 e in particolare in Conglomerati del 2009.

Andrea Zanzotto

L’inglese utilizzato da Zanzotto nei suoi “pseudohaiku” è minimalista, quasi sussultante e post-afasico, e presenta, come suggeriscono i curatori Anna Secco e Patrick Barron nella nota introduttiva, “inattesi guizzi sintattici e concentrazioni di immagine e azione”. E’ evidente come il poeta sia attratto innanzitutto dalle possibilità sonore e dalla rapidità linguistica dell’inglese, così diverse dall’italiano, e che per contro forse possono avere più di un elemento di parentela con gli scatti acustici e con le compressioni della sintassi propri delle forme dialettali così care all’autore di Pieve di Soligo.

Il paesaggio che emerge in queste poesie è spesso popolato da figure minime e marginali, e lascia intravedere improvvise aperture, che non si manifestano però come epifanie, ma sono solo segni della incerta consistenza della realtà, della fragilità di ogni presenza, della frammentarietà della visione: “Voci sottili, sconcertate api e speranze – / tutto sogna di altri viaggi / tutto ritorna in piccoli fitti tagli” o ancora con maggiore malinconico senso di costernato mistero, “Erba, allodole e un sole debole – / chi sospira e sternuta? / Come mai tanta fuliggine nelle gole?”, la cui originaria versione inglese può beneficiare di una più concentrata sonorità, “Grass, larks and weak sun – / who sighs and sneezes? / So much soot in throats?”.

Quando scrisse gli haiku inglesi a metà degli anni Ottanta, Zanzotto stava riemergendo a fatica e dolorosamente dalle tenebre di una lunga e particolarmente violenta depressione, che lo aveva lasciato passivo, arido anche di fronte alle parole. “E’ stato un momento cupissimo – ricorderà anni dopo il poeta , come se fossi stato immerso in una palude limacciosa, anzi una fogna, e le parole – pochissime all’inizio simili a crampi verbali – mi venivano fuori alla stregua di bolle. (…) Oscillavo tra il mutismo e un balbettio di pochi vocaboli, drenando degli pseudohaiku che, in una specie di effetto calamita, si congegnavano a gruppi, a coroncine. (…) Nel mio stato patologico, a prevalere erano quelle stille che spesso esprimevo in un neoinglese ‘petèl’, cioè il linguaggio pre-logico e vezzeggiativo che utilizzano le madri e le nutrici cullando i figli ancora nel nido della prima infanzia”.

In una di queste “coroncine”, emerge la presenza dei papaveri, che diventano, nella loro intensa colorazione e nella gracile delicatezza, quasi lo strumento con il quale segnare i confini del proprio sguardo sul mondo: “Papavero, profumo assente, profumo mentale? / Perché spalanchi l’occhio? / Perché così vivo, unicamente vivo?”.

I papaveri ritorneranno poi nelle raccolte successive, in Meteo: “La città dei papaveri / così concorde e gloriosa / così di pudori generosa / così limpidamente inimmaginabile / nel suo crescere, / così furtiva fino a ieri e così, /oggi, follemente invasiva…” (Tu sai che); “Papaveri ovunque, oggi, ossessivamente essudati, / sudori di sangui di un /assolutamente / eroinizzato slombato paesaggio, / sudore spia / di chissà quale irrotta malattia / – mala mala bah bah tempera currunt bah bah – / o stramazzata epilessia (…)” (Currunt) ; o, in maniera ancora più significativa, in Conglomerati, quasi a voler fornire nell’ultima raccolta una definitiva soluzione: “Fiammelle qua e là per prati / friggono luci disperse ognuna in sé / quelle siamo noi, racimoli del fuoco / che pur disseminando resta pari a se stesso / è zero che dona, da zero il suo vero” (la poesia è appunto Papaveri).

Gli haiku di Zanzotto insomma ridanno voce al poeta e lo spingono verso nuove decifrazioni della realtà, verso “sussurri di altri universi”: “Haiku di un’alba inattesa / forse mia – forse cenni / o sussurri di altri universi”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

RIFRAZIONI di Elio Pecora (Mondadori)

Elio Pecora ha attraversato da assoluto protagonista le vicende culturali degli ultimi decenni. Rifrazioni, pubblicato nella collana dello Specchio di Mondadori, è il suo ventesimo libro di poesie. Alla ponderosa produzione poetica vanno aggiunti i volumi di prosa, gli scritti per bambini, gli interventi critici, l’attività di giornalista culturale, sia per i quotidiani che per le trasmissioni radiofoniche della Rai. Il suo contributo è stato determinante, anche se la sua presenza è sempre apparsa discreta, a tratti, si direbbe, silenziosa.

Con Rifrazioni Pecora, superati gli ottanta anni, fa i conti innanzitutto con il tempo, che vorremmo credere sia un’ordinata sequenza di attimi ed invece si rappresenta come una massa, a volte densa in altri casi rarefatta, di pensieri in movimento, di ricordi che sfuggono, di insicure proiezioni nel futuro. I versi si muovono tra l’accettazione che la propria vicenda non sia “che un intreccio infinitesimo, il disegno sbilenco / di una foglia prossima a insecchire” e “la voglia testarda di restare”.

Elio Pecora

Il personaggio protagonista di queste poesie, un se stesso pensieroso e silente, in qualche modo in lotta con un mondo tumultuoso e ostile, viene descritto in terza persona, come se il poeta volesse segnare un margine di distanza, vedersi da un tempo diverso, un immediatamente dopo o un poco prima che già allontana, oppure intendesse liberarsi da una vicenda sentita troppo privata, per denunciare come la propria condizione non sia altro che un dare conto della bellezza e della pochezza dell’esistenza di tutti. Pecora ci dice che sono “tutti qui i paradisi e gli inferni, così da non avere più / da ascendere o da discendere”, che “al desiderio basta il desiderio / di una felicità solo sfiorata”, che la bellezza può appartenere ad ogni cosa, è spesso lontananza e perdita (“Chi negherà bellezza all’abbraccio / che può esserci tolto?”), che infine tutto conduce, quasi come a un approdo rassicurante, a “sottrarsi alla voce, uscire dai piedi, dal nome, / nemmeno più la perdita, nemmeno il silenzio”.

Rifrazioni è un libro sapienziale senza la presunzione di verità che a volte caratterizza la sapienza. I versi si propongono con la voce che distingue i classici, ferma e determinata nel metterci di fronte alla realtà, ma anche lieve ed estremamente chiara quando deve raccontare l’esistenza, arrivando così a sospenderci con delicatezza sull’abisso, sulla linea incerta dove vita e morte di confondono, dove i luoghi frequentati ogni giorno sono abitati ora da presenze reali e da ombre.

Pecora descrive il mondo da “un giardino ai piedi della collina”. In questo spazio protetto “fiorivano d’estate dalie / gialle e cremisi. Ibiscus bianchi e azzurri, / un loto, un’acacia, un melo verde, un fico / spandevano sul terreno morbido la loro ombra leggera”. Il giardino è lo spazio reale su cui si affaccia la casa del paesino di Sant’Arsenio, dove il poeta, che in quel paese è nato, torna d’estate a meditare e a scrivere, ed è anche una sorta di luogo incantato, dove si compie il meraviglioso, dove è possibile che i viventi e coloro che vissero trovino ancora modo di incontrarsi, perché, foscolianamente, “non è perdita l’addio / se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore”. Queste presenze “non sono larve, frammenti. Hanno mani, hanno piedi / e nomi e gesti”, sono “abitatori di un mondo senza peso”, sono ombre che “alle domande mute mute rispondono”. Così la sezione Lo spessore dell’ombra, la quarta delle cinque che compongono la raccolta, si anima della presenza di scrittori e poeti amici, Sandro Penna, Palazzeschi, Moravia, Elsa Morante, Luciano Erba, Dario Bellezza, Francesca Sanvitale, Amelia Rosselli (“Era nella sua voce d’organo, in quel viluppo di note alte, cupe, distese, / e nei farfuglii, negli incagli, / la sua incomparabile musica: / che veniva da cieli segreti / di là dalla muraglia delle lingue”), ma anche dei familiari del poeta o degli oscuri abitatori del paese, come Aduccia, che “portava abiti con molti bottoni, arricciature, volant” e che “finanche i grembiuli da cucina guarniva con viole e gelsomini”: era la sarta del paese e “due anni prima di morire, si chiuse nella sua casa / e ammutì”.

Nel giardino, d’estate, torna “un uomo / che da sempre, il suo sempre, cercava parole esatte / contro il rumore”. E’ questa, in effetti, una dichiarazione di poetica; la poesia, per Elio Pecora, nasce dallo sforzo e dalla necessità di trovare “parole esatte”. L’onestà di ogni poesia, diremmo chiamando in soccorso Saba, è proprio in questa ricerca di precisione, di scrupolo, di meticolosa cura. Ciò che è esatto è anche in qualche modo asciutto, rifiuta gli orpelli, gli ornamenti senza utilità, i fronzoli disonesti. In questo senso la parola esatta è d’ostacolo al rumore, alla parola gridata e abusata, a cui questi tempi ci hanno abituato. La poesia di Pecora, sia quando privilegia il verso lungo che quasi assume il ritmo del poemetto in prosa, sia quando invece propende per i toni più lirici, è fedele a questo principio, non cerca scorciatoie, non si rifugia mai in formule scontate, può essere soltanto rigorosa e disciplinata. E’ una poesia dunque che non si accontenta, che è sempre alla ricerca di un approdo, che peraltro sa irraggiungibile.

In opposizione allo spazio eletto del giardino, c’è la città, con il suo “tumulto infernale / con dannati che vanno / – avvoltolati d’ansia – per ignoti traguardi, dove “tante sono le storie, / tanti sono gli inganni, / quel che ieri ha disfatto / torna intatto domani”. In questo luogo dove regna il rumore, in questa “età affollata di dèi”, anche le divinità hanno perso di vista il proprio ufficio: Ermes “non reca più messaggi”, ma vuole solo istruire “la truppa fittissima dei ladri”, “la truccatissima Afrodite / (…) / si limita alle sue svenevolezze / torcendosi sui tacchi”, mentre Zeus e Plutone “l’uno se ne sta in piedi sul suo scanno, / l’altro mugola chiuso nel suo buio, / entrambi ormai svuotati di potere / ripetono uno stanco teatrino”.

Pecora è forse l’unico poeta che, in questi anni, sia riuscito a parlare di se stesso e della propria vicenda biografica, della fedeltà all’amicizia, di un quotidiano spesso fatto di eventi minimi, e intanto farci vedere il mondo nella sua complessità e nella sua miseria. Anche per questo Rifrazioni (il titolo fa riferimento alla deviazione subita da un’onda, per esempio di luce, quando passa da un mezzo ad un altro, quindi all’atto di percepire un esterno continuamente cangiante) è un libro di grande ricchezza e di straordinaria forza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

IL MOTO DELLE COSE di Giancarlo Pontiggia (Mondadori)

Procedendo nella sua maniera pacata e estremamente controllata, disegnando in maniera netta e senza sbavature ogni singolo verso, come ci ha abituati nelle precedenti raccolte, Giancarlo Pontiggia in Il moto delle cose, pubblicato nella collana mondadoriana dello Specchio, si muove nell’ostinata, a tratti commossa, ricerca di un senso che possa spiegare l’esistenza e il suo divenire nel tempo, che possa dare conto del susseguirsi dei giorni e del nostro affannarci a costruire obiettivi e progetti. Ma il significato che cerchiamo, ci dicono senza clamori le belle poesie di questa sequenza lirica così compatta, continuamente sfugge, anzi forse nemmeno risulta ipotizzabile. Non per questo il poeta rinuncia a magnificare la nostra presenza nel mondo, anzi egli sembra celebrare, quando più ne mette in risalto i limiti, proprio l’attaccamento alla vita e al suo caotico mistero, al “delirante moto delle cose”, che ci affascina nella sua incongruenza.

All’interno di “città tetre, apocalittiche”, in preda a un incessante lavorio per stare al passo con il trascorrere di un tempo che pure inevitabilmente è imperscrutabile, il protagonista di queste liriche è abbagliato dal movimento, che sembra non avere scopo, che è provocato da tutto quello che ci è intorno, dalle immagini che si propongono incessantemente dinanzi ai suoi (ai nostri) occhi, e che vorrebbe continuare a guardare, stupendosi ogni volta del panorama incompiuto che si materializza “tra i cieli e la terra, i fiori e gli asfalti”.

Giancarlo Pontiggia

Pontiggia guarda il mondo nelle sue manifestazioni più diverse, dal “firmamento algido” agli accadimenti minimi di tutti i giorni, con sguardo rassegnato e incantato. Il suo modo di raccontarci le cose non mescola l’alto con il basso: la quotidianità con i suoi singoli eventi, minuti e differenti, serve solo a spiegare l’insieme, ad alimentare un pensiero alto, una riflessione caparbia e appassionata, a formulare una risposta, sempre a sua volta interrogativa, sulle mille domande che la vita ci pone, anche nelle sue manifestazioni più trascurabili, nei suoi prodotti più passivi. : “che cos’è, pensi, questa vita / se non vita in sé, soffi / di vapore che si sollevano / dalla bocca, sangue / che fugge dalle vene / e s’impasta con la terra // (…) cos’era – ti chiedi – questo / fervente agitìo, / questo mùgghio / di vite che premono, ansano, / che ribollono / nella gran pappa del mondo // il concime / della vita, la sua pasta / opaca, nera, che lievita, lievita / dal fondo delle cose / che furono, dal niente / che ritorna, dalla sua ombra / più lucente, / e si riveste / di un nuovo, fulgido / se stesso // niente che germina dal niente / stesso che genera se stesso”

Le poesie di questo libro, alcune di pochi versi, altre che hanno il respiro del poemetto, tutte comunque coerentemente, quasi ossessivamente, all’interno di un’ideale disciplinata successione, compongono un dialogo serrato del poeta con se stesso: il tu che ritroviamo con continuità nelle poesie in effetti non si rivolge ad altri che a chi scrive, è un tu orientato verso lo specchio: chi guarda scopre in se stesso le mutazioni dovute al passare del tempo e alle rinunce che il transito impone (“Passano, i giorni, / in un ostinato pressappoco: erra / l’anima, / disdegnosa del troppo // poco.”), chi legge scopre che l’immagine riflessa in qualche modo gli appartiene. Infatti proprio quando più concitato si fa il colloquio con sé, tanto più netta diventa la certezza che quel identifichi in effetti tutti noi lettori.

Il moto delle cose, come suggerisce il titolo, parla anche del movimento degli oggetti e di ogni presenza più in generale alla ricerca di una propria identità definitiva. Anche le cose, che pure ci sopravvivono e appaiono meno deteriorabili nell’avanzare del tempo, sono preda del mutamento, forse alla ricerca di un senso o forse perché solo sospinte dal vortice che ci guida. Queste metamorfosi sono segnalate dalla numerosa serie di verbi che dicono di un’alterazione accidentale, quasi sempre di uno scivolamento verso il basso, verso un punto d’approdo che si vorrebbe ultimo: “e sai e non sai, / t’increti / nella memoria sottile delle cose / che non sono (larve, lemuri, bolle che crepitano / nella caverna della mente che delira), implori / un cenno, un suono / di niente, che scardini / il corso del tempo, affondi // in genealogie di pensieri troppo remoti”.

Per dire delle cose che sono “sospese / nella loro formula di caso / e ordine”, Pontiggia ancora una volta procede con un dettato estremamente nitido, come era già accaduto del resto nella precedente produzione poetica, qualche tempo fa riproposta dall’editore Interlinea nell’antologia Origini, di cui abbiamo già parlato in questa stessa sede. In una breve dichiarazione di poetica, è lo stesso Pontiggia a indicare il procedere della sua poesia: “Pochi versi, ma veri. / Valgano per te, come per me. / Che siano limpidi – per guardare il cielo / alto – / e severi, se così è il tuo animo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi