La distanza

Ancora una poesia da Aprile, poesie scritte nell’aprile del lockdown.
Ti penso ed è l’unica mia meta
pensarti come corpo che svapora,
saluto che dilata la distanza
anche in ristretto mondo, passo a passo
in poco tempo lo percorro tutto
e sta di fatto sono io l’assente
anche se manchi tu, non resta niente
da stare ad inventare, il senso è breve,
ti liquefai e sono io la neve.

(inedito)

 

(ph. Grattacaso)

LO SPLENDORE DEL NIENTE di Maria Attanasio (Sellerio)

La narrativa di Maria Attanasio ama cercare negli eventi passati, più o meno lontani nel tempo, ma comunque ancora in qualche misura vicini al nostro sentire, le ragioni e i moventi, piccoli o grandi che siano, che ci hanno condotti fino alle azioni che caratterizzano la nostra epoca. La scrittrice siciliana (e in questo caso l’attribuzione regionale non suoni limitativa, ma è qualità culturale fortemente identitaria, che aggiunge materia e sostanza all’ispirazione) riesce a guardare ai fatti trascorsi con sguardo lucido e appassionato, esperto nel concentrarsi sui particolari, mettendoli a fuoco con nitida precisione, senza però perdere di vista il paesaggio di insieme, il più ampio panorama sociale e politico che quegli eventi ha generato. I fatti umani insomma, che possono essere inconsueti e privati, e che hanno forza pur nella loro parziale unicità, si spiegano anche alla luce di un contesto più vasto che Maria Attanasio riesce a ricostruire con puntualità, ma evitando che esso possa appesantire o rendere meno interessante per il lettore lo sviluppo narrativo della vicenda.
Questo modo di procedere appare chiaro in romanzi quali Il falsario di Caltagirone e nel fortunato La ragazza di Marsiglia, entrambi pubblicati per Sellerio, rispettivamente nel 2007 e nel 2018, e si ripresenta con grande forza nei racconti di Lo splendore del niente e altre storie, edito di recente dalla stessa casa editrice. Il legame con l’editore palermitano è d’altra parte ribadito anche dalla dedica del volume ad Elvira, che è appunto la Sellerio, “sempreviva signora delle storie”, che ebbe il merito di avvicinare la Attanasio alla narrativa, dopo che la scrittrice si era fatta conoscere ed apprezzare come poeta, a partire dalla fine degli anni Settanta.
I racconti che compongono Lo splendore del niente, che sono stati scritti in momenti diversi e che in questo volume vengono opportunamente assemblati, narrano vicende di personaggi di cui si è persa la memoria, ma dei quali si parlò negli anni in cui vissero, per la singolarità della loro esperienza. Si tratta in particolare di donne dalla forte tempra e dal destino segnato dalla condizione di subalternità che non seppero accettare, e che dunque determinò uno stravolgimento nelle loro esistenze. È il caso per esempio di Francisca, la protagonista del bel racconto Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, che ama il suo lavoro di contadina che riesce a svolgere al pari degli uomini, tanto che lo stesso marito le ha dato l’appellativo di “cumparuzzu”, pur apprezzandone la bellezza e la “natura di femmina”. Quando il marito muore, Francisca per poter continuare nel lavoro nei campi, si veste e si comporta da uomo e ripete a se stessa di voler essere “masculu fora e fimmina intra”. Questa sua scelta e l’ambiguità che ne deriva la condurranno dinanzi all’Inquisitore. Il fatto memorabile a cui si fa riferimento è probabilmente anche l’inaspettato epilogo della vicenda.
Va detto che in questo come in altri racconti a fare da insostituibile scenario alla narrazione e ad offrire forza alla stessa prosa della Attanasio è il paesaggio della natia Caltagirone, che qui diventa Calacte, “città di vasai fin dalla preistoria, prima che Calacte fosse Calacte”, ma anche “di aggrovigliate migrazioni”. La Sicilia che in queste storie fa da coprotagonista non è quella però solare e splendente a cui certa agiografia turistica ci ha abituati, ma quella meno policroma e a tratti dura delle zone interne. Sottolinea la scrittrice che “il sole, il mare, gli aranceti sono reali solo lungo la costa”, invece “l’interno è arido e riarso d’estate, umido e nebbioso d’inverno, in una monocromia quasi totale e senza sfumature, che svaria, però, a ogni stagione: dal fragile verde di febbraio, al giallo acceso di prima estate, all’ascetico bruno di settembre”.
In questo paesaggio che non consola ma mette l’uomo di fronte a se stesso, alle proprie paure e all’aridità della propria condizione, nel secolo che dovrebbe essere dei Lumi ma che ancora le avvolge nel buio del pregiudizio, si muovono Francisca e le altre donne: Catarina che per il suo marito mastro carpentero si lancia nelle fiamme, la donna pittora Annarcangela che “quando sentiva troppo pesante e sconsolato il mondo, chiudeva gli occhi e, per consolarsi, evocava distese di giallo, di verde e il blu oltremare di un allucinato cielo notturno”, o la nobile Ignazia, che avrebbe voluto cantare in un’epoca nella quale a cantare erano solo i maschi, e che scelse comunque la libertà, ma “non poté però che viverla all’interno, opponendo al falso pieno di una vita agiata, la solitaria e mistica avventura dell’anima”. Sono donne, e con esse pochi uomini, alla ricerca di una qualche certezza identitaria, che però sfugge o le mette di fronte alla propria rovina, in quanto la possibile risoluzione comporta una deviazione dalle regole sociali imposte.
Maria Attanasio segue i suoi personaggi con partecipata emozione e con uno scrupolo che nasce dall’accertata ricostruzione storica, attraverso una prosa ricca ed elegante, capace di introiettare e di riutilizzare in maniera originale la sintassi regionale siciliana, così come la verbosa declamazione dei documenti dell’epoca. È una prosa che si inserisce pienamente nella tradizione della narrativa meridionale, e in special modo siciliana da Sciascia a Consolo, ma nella quale si avvertono gli echi del realismo visionario di Anna Maria Ortese e di Fausta Cialente, e ancora di più di Domenico Rea.

 

Pubblicato su Succedeoggi.it

MISS ROSSELLI di Renzo Paris (Neri Pozza)

Amelia Rosselli ha attraversato la letteratura europea degli ultimi decenni del Novecento con incedere ieratico e utilizzando una lingua capace di stirarsi e di contrarsi per arrivare a luoghi comunemente inaccessibili. Ha passeggiato nella poesia con la forza drammatica della storia familiare e collettiva che le era penetrata nel sangue e nella psiche e con il passo leggero di un uccello che continua a volare pur non riuscendo più a staccarsi da terra.
Questa straordinaria figura di poetessa è ricostruita da Renzo Paris in un prezioso memoir, Miss Rosselli, edito da Neri Pozza, che fin dalle prime pagine comunque si caratterizza per essere molto di più che una raccolta di memorie. Paris in effetti utilizza il materiale che ha a disposizione, che non è solo ricavato dalla testimonianza personale e nemmeno è prevalentemente di tipo documentario, per costruire un testo che assomiglia in parte a una biografia, ma è insieme romanzo, saggio critico, confessione autobiografica, dialogo a posteriori con la scrittrice, in un corpo a corpo in cui riemerge l’ansia, la devozione e l’affetto che accompagnarono il rapporto tra i due amici durato trent’anni, dal 1966 alla morte della Rosselli.
Del resto è lo stesso Paris a indirizzare fin dall’inizio la narrazione sul terreno di una ricostruzione delle vicende che è insieme oggettiva e filtrata da una enunciazione privata e vagamente magica ed evocativa. Nel corso delle prime pagine del libro, l’autore ci racconta la giornata dell’11 febbraio del 2016. Paris si sta recando a un convegno in omaggio alla scrittrice a venti anni dalla morte. Si ferma a piazza Navona e ha tra le mani Il tempo ritrovato di Proust. Proprio spinto dalla volontà di ritrovare quel tempo, mai in effetti completamente perduto, quello cioè dell’amicizia con Amelia, lo scrittore muove i suoi passi verso via del Corallo, dove ha abitato la Rosselli negli ultimi anni della sua vita, prima di lanciarsi nel vuoto dalla finestra della mansarda dove viveva. E lì, davanti a quel portoncino verde, Paris viene investito da un ricordo, che ha il valore della famosa proustiana madeleine: è l’avvio della ricerca, anzi la ripresa di un lontano combattimento mai sopito e sempre segnato dall’affetto.
Il mondo di Paris anche in Miss Rosselli, così come nei suoi romanzi di ambientazione marsicana, è popolato di ombre, che appaiono ai suoi occhi, e dunque si materializzano davanti a quelli del lettore, come presenze vive piuttosto che semplici proiezioni nostalgiche di un tempo ormai esaurito. È lo stesso Paris a confessare: “Non vivo nel passato, sono dentro un presente affollato di ombre, di persone defunte, amate e non. È il presente che mi appassiona, testimone del passato e del futuro. (…) A guidarmi nel flusso del tempo è Amelia Rosselli, che non viveva nella luce della Storia, ma sprofondava nel mare nero dell’inconscio, da cui solo con la poesia e la musica le era permesso di riaffiorare”.
E Amelia Rosselli, Melina come la chiamavano i genitori e la nonna Amelia Pincherle Rosselli, e come la chiameranno gli amici, conduce Paris, tenendolo quasi per mano, a ricostruire gli anni dell’infanzia parigina e del dramma che segnò la sua vita, quando i miliziani fascisti della banda dei cagoulards assassinarono suo padre Carlo. Comincia allora l’esistenza da esule e fuggiasca della poetessa, che approdò prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti e in Inghilterra. Proprio durante la traversata atlantica avvenuta su una nave mercantile, accanto alla madre Marion, con cui poi Melina cercherà in maniera sofferta di identificarsi, si manifesteranno le prime avvisaglie di quel male tremendo, la schizofrenia paranoide, che la accompagnerà per tutta la vita, la condurrà spesso a ricoveri nelle cliniche psichiatriche, dove verrà curata con gli elettroshock, e la porterà a sentirsi costantemente minacciata e spiata da emissari della Cia.
Il libro di Paris si sofferma altresì sugli anni degli studi musicali, di composizione e di etnomusicologia, sull’amore, anche questo sfortunatissimo, per il poeta Rocco Scotellaro, morto giovanissimo nel bel mezzo della relazione con la Rosselli e a cui Melina (che da lui si faceva chiamare Marion, con il nome della madre) dedicherà versi bellissimi e struggenti. Seguiranno gli “amorastri”, come li chiamava lei, con Carlo Levi e Mario Tobino, l’incontro con tanti artisti e intellettuali, soprattutto all’inizio con musicisti della scena internazionale, l’approdo alla poesia, l’amicizia con Pier Paolo Pasolini e quella, tormentatissima, con Dario Bellezza.
Renzo Paris ricostruisce da biografo quegli anni e quegli incontri, ma insieme raccoglie i suoi ricordi, prosegue il suo dialogo serrato con la poetessa amica. Nel ricordare gli incontri in un “baretto di piazza Argentina”, quando ancora la Rosselli abitava in lungotevere Raffaello Sanzio a Trastevere, confessa che “quelle innocenti soste al bar assomigliavano a sedute spiritiche” e che “le parole animavano ombre”.
Il libro prosegue ad animare ombre nel corso dei suoi capitoli, a inseguire Melina e quel suo modo graffiante e ironico, ansioso e spaventato di interpretare la propria esistenza, ma insieme alimenta una lettura critica dell’opera poetica. Paris suggerisce al lettore che la lingua quotidiana utilizzata dalla Rosselli era la stessa che si ritrova nei suoi versi e che “le sue parole sgorgavano fulminate dal suo interno martoriato”. Allo stesso tempo ripercorre, con continue riflessioni interpretative, i libri più significativi della Rosselli, Variazioni belliche, pubblicato da Garzanti nel 1964, Serie Ospedaliera del 1969 e che fu edito da Il Saggiatore, e Documento, anche questo uscito per i tipi di Garzanti, che risale al 1976 e raccoglie poesie scritte dal ‘66 al ‘73. A proposito di Serie ospedaliera, Paris scrive che non si possono leggere i suoi versi considerando solo l’aspetto biografico, piuttosto “bisogna stare dentro la sua idea di poesia universale, raggiunta attraverso la metapoesia, quella per così dire dodecafonica, anche se la presenza dei suoi genitori, di Rocco Scotellaro ‘il contadino dalle mani lunghe’ e di altri è il sottotesto”.
Renzo Paris si ripropone anche in questo libro, e in maniera particolarmente efficace, come il depositario e il difensore della memoria di un periodo particolare della scena poetica nazionale e in particolare romana. “Voglio essere per l’ultima volta – confessa – il custode di un mondo scomparso, evocatore di un’ombra, chiedendomi perplesso, chi mai sarà il testimone del custode”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

Congelamento

Ancora due poesie da Aprile, i testi scritti nell’aprile di lockdown. Penso che siano poesie distinte, ma evidentemente collegate tra loro e per questo le propongo insieme.

*

Forse provare da oggi a congelare
un’ora insieme all’altra, la verdura
già fatta a pezzi, un brano che a memoria
scavalla il secolo, il gesto che non dura
ripetuto da sempre, è quanto basta
(quel poco di ragù) per augurare
non sia miraggio la fine dell’assedio,
il surgelato presidio senza tempo
è resistenza per raffreddamento.

 

 

*

Oppure continuare a accumulare
per chissà quando, mettere da parte
in freddo avvisi, avanzi, sottrazioni,
congelare gli affetti, è poco sano
effetto di demenza, opposizione
da senescente ardore, rimandare
ad epoca futura è solo errore
o peggio l’espediente che dichiara
un ibernato atto di rinuncia.

 

(inedito)

Non fare verbo

Altra poesia da Aprile, sezione inedita nata in questo aprile di confinamento e distanziamento sociale
Fare ginnastica uguale ad arretrare,
mangiare tanto che sembra digiunare,
non fare verbo è come strologare,
abbracciare si può senza la pelle,
darsi la mano e non avere dita,
baciare far l’amore è consumare
tutta l’azione in sceneggiatura,
è come non soffiare per paura
che l’alito dilapidi la vita.

(inedito)

 

(ph. Grattacaso)

 

Amelia Rosselli a Salerno. Un ricordo

Ero con l’auto di mio padre, una Opel ampia e comoda. Al mio fianco sedeva Valentino Zeichen, che cercava in tutti i modi di segnare la distanza, tutta teatrale però, poca consistenza, con i due che occupavano il sedile posteriore. I due erano Amelia Rosselli e Dario Bellezza. Amelia si era accomodata in fretta, anzi si era rifugiata in quel suo spazio, che aveva subito delimitato con aria imbronciata, con uno sguardo diffidente e con i suoi fogli.

Li avevo condotti dalla stazione ferroviaria all’hotel Baia sulla strada che da Salerno conduce a Vietri sul Mare. Un albergo di lusso, con le camere che guardano sul golfo, che a quel tempo appariva l’unica proposta decente in una città altrimenti povera di strutture ricettive.

Nel ritornare verso il centro che non distava più di due o tre chilometri, un ingorgo ci tenne per lungo periodo quasi fermi. Zeichen era attratto dal porto che si poteva ammirare sotto di noi. Un paio di navi mercantili era attraccate al molo principale e le banchine erano invase da containers di ogni colore, disposti in file ordinate, e da autovetture. Valentino ne parlava come se stesse ammirando di lontano un monumento, un tempio greco che so, una basilica. Dario sbuffava. Amelia mi chiese perché avessimo scelto un albergo così costoso: non sarebbe stato meglio risparmiare sul pernottamento e dare più soldi a loro? Già, perché? Gli altri due avevano drizzato le orecchie. Spiegai che l’albergo era una scelta dell’amministrazione comunale, che partecipava all’organizzazione della manifestazione. In effetti, forzando la mano e rompendo gli indugi, eravamo stati noi della rivista Percorsi a prenotare le camere all’hotel Baia, quando ci eravamo resi conto della resistenza dell’assessorato alla Cultura.

Dovevamo raggiungere il centro storico, dove nella bella e inusuale cornice di palazzo San Massimo, un edificio dalla storia millenaria che si voleva restituire alla vita cittadina, doveva svolgersi l’incontro e la lettura di poesie, nell’ambito di una manifestazione appunto organizzata dalla rivista Percorsi, di cui ero redattore.

Dario Bellezza, Amelia Rosselli. Renzo Paris e, in primo piano, Valentino Zeichen

Ho ripensato a quella serata di poesia e a quello strano ritrovo leggendo in questi giorni il bel memoir di Renzo Paris dedicato alla figura di Amelia Rosselli (Miss Rosselli, Neri Pozza editore). La Rosselli in effetti fu protagonista per tanti versi anche di quell’incontro e degli avvenimenti che sarebbero accaduti nelle ore successive.

Era il 15 aprile, il traffico non scorreva, alle 19 ci aspettavano in quel diroccato palazzo nella parte alta del centro storico cittadino, il sole era già tramontato ed io sudavo, in ansia per il ritardo, emozionato per quell’incontro con tre poeti che amavo e che avrei apprezzato e conosciuto meglio negli anni successivi. Era stato proprio Renzo Paris, che a Salerno insegnava Letteratura francese all’Università a fare da tramite. Con Renzo passeggiavamo spesso sul lungomare o andavamo a mangiare in qualche trattoria del centro storico. Io ero eccessivamente timido e parlavo poco, avevo paura di non sapere cosa dire, come portare avanti la discussione, paura del resto che mi ha accompagnato a lungo. Era la metà di aprile del 1981, avrei compiuto qualche mese dopo ventiquattro anni. Da pochi giorni Amelia Rosselli aveva cinquantuno anni. Valentino, che anche lui aveva festeggiato il compleanno nelle settimane precedenti, aveva otto anni di meno. Dario Bellezza era più giovane, era nato nel 1944 e aveva ancora un’aria da ragazzone, il viso un po’ paffuto con cui lo ricordo.

Quando finalmente arrivammo a palazzo san Massimo, nel cuore del centro storico allora ancora visibilmente segnato dal terremoto che aveva colpito l’Irpinia qualche mese prima, c’era tanta gente ad aspettare. Molti erano fuori, davanti il portone d’ingresso a godersi la bella serata primaverile. Nessuno, malgrado il ritardo, era andato via. Bellezza, la Rosselli e Zeichen erano tre voci già affermate della poesia italiana che in quegli anni, complici alcune antologie e qualche festival, godeva di un periodo di grande interesse.

La serata fu intensa, l’incontro piacevole. Amelia lesse con grande vigore, in piedi, con la sua voce, come dice Paris in Miss Rosselli, a tratti cavernosa, ma sempre capace di catturare l’attenzione e l’emozione dell’interlocutore. Era una voce dotata di naturale teatralità, forse anche per quello strano accento che caratterizzava la sua pronuncia, che a tratti allungava le parole a volte le contraeva, una pronuncia che sembrava provenire da luoghi lontani, ma di cui non si riusciva ad individuare con precisione l’origine. La lettura di Bellezza fu svagata, come era suo solito, cantilenante ma coinvolgente. Zeichen più degli altri tendeva a declamare, ma sempre con la sua aria ironica e sorniona.

Più tardi andammo a cenare in un’osteria che era un po’ il quartiere generale della rivista. Piatti tradizionali, sempre quelli, nessuna rivisitazione, poca fantasia, puzza di fritto. Mangiammo con gusto, con Amelia che si distraeva, procedeva rallentata, mescolava nel piatto le pietanze, la pasta con il secondo.

All’uscita Dario ebbe modo di inveire contro il conducente di un’Ape, che a suo dire con i gas che fuoriuscivano dallo scappamento inquinava l’aria della bella piazzetta che stavamo attraversando. Bellezza aveva in testa un buffo cappellino, che compare anche in qualche sua foto di allora. Urlava nel silenzio di quell’ora tarda. Eravamo divertiti e un po’ imbarazzati dalla sua esibizione.

Andammo verso la strada che costeggia il mare e ci fermammo in un bar a bere qualcosa. Mi sembra di ricordare che Amelia prendesse un’aranciata.

Mi telefonò durante la notte, Amelia, o alle prime luci dell’alba, non ricordo bene. Mi disse che non aveva più con sé dei documenti importanti, che aveva portato all’incontro e poi al ristorante. Erano stati sicuramente gli uomini della Cia a trafugarli, affermò quasi piangendo e imprecando contro di loro. Mi chiedeva di portarla subito in questura per fare la denuncia. La voce le tremava, aveva paura di non essere al sicuro. Cercai di prendere tempo e di tranquillizzarla.

Il suo male evidentemente l’aveva aggredita nella sua camera d’albergo, anche davanti allo spettacolo del mare e del golfo di Salerno. Amelia, la figlia di Carlo Rosselli, assassinato in Francia per opera dei fascisti insieme a suo fratello, temeva di essere seguita e spiata da emissari della Cia, che volevano privarla della libertà. Così si manifestava il dolore per la sua storia personale e la schizofrenia paranoide di cui era vittima.

Appena fu possibile mi recai da lei con Giancarlo Cavallo, poeta e animatore della rivista Percorsi. La Rosselli era agitatissima, i suoi occhi fuggivano terrorizzati da ogni sguardo. Dario e Valentino probabilmente avevano passato una nottata burrascosa o forse avevano fatto finta di nulla e non avevano risposto alle richieste di aiuto della poetessa. Subito dopo il nostro arrivo, ci salutarono. Andavano a prendere il treno. Amelia rimase affidata a noi.

Era vero che la sera precedente aveva con sé uno scartafaccio disordinato di fogli. Da quello, anche, aveva pescato per la sua lettura. Che cosa mai se ne sarebbe fatta la Cia? Ma Amelia era convinta. Le avevano rubato segreti importanti. Ne andava della sua incolumità.

Riuscimmo a convincerla a non andare per il momento in questura. Cominciammo a ripercorrere il tragitto compiuto il giorno avanti. Cercammo di ricordare tutte le tappe. Alle persone incontrate chiedevamo se ricordassero quel brogliaccio di fogli.

Infine al bar Nettuno, lì dove avevamo sostato per pochi minuti prima di ritornare verso l’albergo, il cameriere al bancone ci disse “guardate un po’, devono essere questi” e tirò fuori qualcosa da un ripiano alle sue spalle.

Amelia Rosselli (foto Dino Ignani)

Dopo una notte quasi del tutto insonne e ore trascorse a cercare fantasmi da un luogo all’altro della città, le ombre cominciavano a svanire. Per me e per Giancarlo almeno, perché Amelia non era ancora tranquilla. Cominciò a rovistare freneticamente tra i fogli, forse temeva che qualcosa fosse andato perduto, che la Cia le avesse sottratto quello che per lei era ragione di vita. Nella sua mente, il cameriere poteva essere un emissario dei servizi segreti statunitensi, chissà. Ogni tanto si fermava a controllare, a scorrere tra i fogli in cerca di qualche verità.

Non avevamo mangiato ed era già pomeriggio, ma io e Giancarlo non avevamo voglia di altro che di liberarci di Amelia e dei suoi spettri. La portammo subito in stazione e la caricammo sul primo treno per Roma. Salimmo con lei nel vagone, le portammo la borsa e lasciammo a lei lo scartafaccio. Quando sentimmo il fischio annunciare la partenza, demmo un sospiro di sollievo e non pensammo ad altro che a scappare via. Amelia però mi guardò mentre mi salutava, mi guardò con quei suoi occhi chiari e belli, con uno sguardo che era diventato di nuovo dolce, ma che era anche impaurito, un po’ sembrava scusarsi, un po’ ci ringraziava e un po’ mi chiedeva perché la stessi abbandonando.

Ho incontrato altre volte Amelia Roselli, non molte. In particolare chiacchierammo a lungo in margine a una sua lettura a villa Demidoff a Firenze. Lei era sempre molto dolce con me. Non parlammo più di quel giorno a Salerno. Ma io ricordo ancora quel suo sguardo, nello scompartimento del treno.

Dove sono

La poesia che segue è stata scritta in questi giorni, quelli insomma dell’emergenza dovuta all’epidemia da coronavirus e della forzata reclusione casalinga.  Dovrebbe far parte di una serie di non molti testi, che ha per titolo Aprile. Giulio Scarpati, dopo la pubblicazione sul blog, mi ha fatto dono di una sua lettura.

 

Cammino e non cammino, io dove sono,
rimango eterno in luogo indefinito
o forse sto correndo e mi cancello
in un andirivieni consumato
in pochi passi, caracollo a vuoto
in uno spazio cupo, mi concedo
a un’aria di precaria libertà
avanti e indietro, come andare a fondo
nel minimo di melma traboccando.

 

(inedito)

particolare di un’opera di Roberto Barni (ph. Grattacaso)

Las Meninas e il sogno di Madrid

Prima di arrivare al museo del Prado, mi fermo a prendere una cerveza in un bar in Plaza de Santa Ana. Non è casuale il luogo, né la scelta della bevanda. Voglio un locale al limite della piazza, sul lato dove si immette il Calle del Principe. Ho bisogno proprio di quel bar e di un po’ di tempo (perciò, malgrado l’ora, preferisco la birra a un più sbrigativo caffè), così che dal tavolino possa ammirare la facciata ariosa del teatro Español e immaginare una platea di nuovo piena di gente. La vita è da sempre teatro, più ancora di quanto il teatro non sia vita. Lo è stata anche nell’ultima rappresentazione globale ognuno a casa propria, tamburelli nacchere e triccheballacche suonati dai balconi, dirette istagram e monologhi al computer, balli solitari e strepito di altrettanto solitari e domestici sax soprani. Incubo o realtà? afflizione concreta o messa in scena? Mentre ci rifletto, la birra va giù, come la sabbia nella clessidra. Quanto tempo passerà prima che tutto torni ad essere come prima? quando la paura ci permetterà di avvicinarci di nuovo agli altri? D’altra parte però sappiamo tutti che nessuna cosa sarà veramente come un tempo è stata.
Non lontano da qui, al numero 61 della centralissima Calle Mayor, in una casa stretta e in fondo abbastanza anonima, vivió y murió, come recita la targa, don Pedro Calderón de la Barca. È quello per intenderci che ci ripete da qualche secolo che la vida es sueño. In effetti a sostenerlo, nel dramma che Calderón scrisse nel 1635, è Sigismondo. Il padre, il re Basilio, lo ha rinchiuso subito dopo la nascita in una torre: non vuole che diventi un tiranno, un principe assetato di sangue, come gli astri hanno predetto. Quando poi il re decide di mettere alla prova Sigismondo, ormai diventato un uomo, questi esasperato e inferocito dalla cattività, si comporta in maniera arrogante e violenta, pur essendo in fondo per natura dotato di tutt’altre inclinazioni. Il padre dunque si vede costretto a ripetere, con destinazione inversa, lo stratagemma con cui lo ha portato fuori dalla torre. Gli fa somministrare nuovamente un potente sonnifero e lo riconduce nel suo luogo di reclusione. Quando si risveglia, Sigismondo pensa che il mondo esterno, che ha visto in quella unica occasione, sia stato in effetti solo un sogno. Ma forse è proprio il mondo con tutte le sue dinamiche quotidiane ad essere nient’altro che sogno: nel mondo, in conclusione, tutti sognano ciò che sono, ma nessuno lo comprende. Io sogno che qui mi trovo da questi ceppi fiaccato, e ho sognato di vedermi in più lieta condizione. Cos’è la vita? Delirio. Cos’è la vita? Illusione, appena chimera ed ombra, e il massimo bene è un nulla, que toda la vida es sueño, y los sueños, sueños son, perché tutta la vita è sogno, e i sogni, sogni sono.
Forse è sogno anche questo viaggio a Madrid, una pura proiezione fantastica dopo i mesi di custodia cautelare da coronavirus, o forse y estoy temiendo en mis ansias que he de despertar y hallarme otra vez en mi cerrada prisión, è la mia ansia che mi fa temere di ridestarmi ancora una volta nella mia prigione.Ma sono qui per altro. Abbandono la mia postazione al tavolino del bar e imbocco Calle del Prado e poi il Calle de Lope de Vega, che era un altro che dell’oro del siglo de oro sapeva qualcosa. Al museo del Prado vado con l’intenzione di fermarmi di fronte ad un solo dipinto. È la ragione per cui ho intrapreso il viaggio.
Mi dirigo al primo piano dove alcune sale sono dedicate alle opere di Diego Velázquez, il pittore nato nel 1599, solo un anno prima di don Pedro Calderón de la Barca. Velázquez, sivigliano, si recò a Madrid per la prima volta nel 1622. Pare che in quella occasione abbia fatto tappa a Cordoba per ritrarre il poeta Luis de Góngora. In un sonetto l’autore delle Soledades (ahi, la mente va subito ai solitari mesi di distanziamento sociale) parla del rostro dulcemente zahareño, il volto dolcemente disdegnoso, della donna amata. Non si tratta però che di vanos pensamientos, il volto amato si è palesato infatti nel corso di un sogno: El sueño (autor de representaciones), / En su teatro, sobre el viento armado, / Sombras suele vestir de bulto bello. Il sogno appunto è autore di rappresentazioni e nel suo teatro maschera le ombre con volti pieni di fascino.
Velázquez diventò qualche anno dopo pittore di corte e, pare, anche amico del re Filippo IV. Del resto solo lui, don Diego, aveva il privilegio di ritrarre il sovrano. E un ritratto del re e della sua sposa pare stia realizzando Velázquez nel dipinto per cui sono qui, nella rappresentazione almeno che mette in scena il pittore, anche se il quadro in effetti racconta anche altro.
La coppia di sovrani compare solo sul fondo riflessa in uno specchio. In primo piano c’è l’infanta Margarita, che dovrebbe essere la protagonista della scena, e le sue due damigelle, las meninas che danno nome al quadro, almeno nella sua denominazione più popolare. Ma forse protagonista del suo dipinto è lo stesso pittore, che ci si propone in piedi davanti a una grande tela, nell’atto di realizzare quello che potrebbe essere il ritratto di Filippo IV e della sua seconda moglie Marianna d’Austria.
Poi però, mentre sono davanti al dipinto e mi perdo tra i piani della rappresentazione e mi chiedo dove finisca la realtà e cominci il teatro, e quando è la finzione ad offrire consistenza alla vita, ripenso a un bellissimo racconto di Antonio Tabucchi, Il gioco del rovescio. All’inizio della narrazione il protagonista è al museo del Prado davanti a Las Meninas e ricorda le parole della sua amica Maria do Carmo (che sta morendo proprio in quel momento, ma lui ancora non lo sa): la chiave del quadro sta nella figura di fondo, è un gioco del rovescio.
E la figura di fondo è quella del cortigiano José Nieto. Che cosa sta facendo nel riquadro della porta, che appare come una cornice di fianco all’altra, quella rappresentata dallo specchio? Arriva, va via, scosta una tenda per dare luce allo studio del pittore? E lui, don Diego, cosa sta dipingendo? cosa sta guardando? è concentrato sulle persone che sta raffigurando sulla tela o è incuriosito da noi che stiamo guardando lui e gli altri personaggi all’interno del quadro?
Ma chissà forse sulla grande tela si sta componendo proprio il dipinto che noi abbiamo davanti agli occhi, dove tutti i personaggi, ma proprio tutti, a cominciare dall’infanta e dalle sue damigelle, per proseguire con la nana, la suora e l’uomo che le sta accanto, i regnanti riflessi nello specchio, non guardano verso il quadro di cui noi vediamo solo una parte dell’intelaiatura, il rovescio insomma della tela. L’unico che potrebbe sapere cosa sta dipingendo in quel momento don Pedro è proprio José Nieto, la figura vestita di nero nel vano della porta, fermo nella sua posizione plastica nel punto dove converge la prospettiva del disegno.
In quale parte del quadro abbiamo vissuto nei giorni dell’emergenza? Siamo stati i protagonisti di un incubo? Siamo capitati dentro un film e non ce ne siamo accorti? Quante volte ce lo siamo chiesti nelle tante settimane di segregazione forzata. Risiede forse in questo, nel dialogo insensato tra la vida e il sueño, il juego del revés a cui fa riferimento Maria do Carmo?
Il protagonista io narrante de Il gioco del rovescio ha saputo della morte della sua amica, che potrebbe essere stata sua amante, dal marito di lei. Lo raggiunge a Lisbona, come lui gli ha chiesto, e riceve dalle sue mani una lettera di Maria. Una volta ritornato in albergo, l’uomo apre la busta. Al suo interno c’è un foglio dove è impressa una sola parola, SEVER, il cui rovescio (in questo consisteva il gioco che Maria do Carmo da bambina faceva con i suoi amici) è REVES. Il termine REVES, composto così di sole maiuscole, può essere spagnolo o francese, nota il narratore, e nel cambio di lingua assume significati assolutamente diversi. La parola francese rêves vuol dire sogni, che sono però anche, aggiungo io, in qualche modo la parte in ombra, il rovescio della realtà.
Forse ho descritto quello che è un mio sogno di oggi, il viaggio a Madrid che farò, quando sarà possibile e dunque chissà quando, solo per andare ad ammirare Las Meninas e pensare a Tabucchi. O forse, chissà, ci sono già stato al Prado davanti al quadro di Velázquez e l’incubo di questa vita in gabbia si è già concluso e noi tutti siamo di nuovo liberi.
In fondo quello che il quadro racconta, come dice Maria do Carmo, è solo un juego del revés. Ed anche il contenuto di questo articolo è un gioco del rovescio. Come nella letteratura, nel teatro e nella vita, è tutto vero ed è tutto falso.

Pubblicato su Succedeoggi.it

LA LUNA E’ UN OSSO SECCO di Federica Giordano (Marco Saya Edizioni)

Il mondo si muove seguendo un meccanismo preciso e nello stesso tempo imperfetto per noi che non possiamo fino in fondo assimilarlo, un ingranaggio costruito sulla base di un equilibrio che è attraente nella sua delicata precarietà e crudele nella sua inevitabile disciplina. Gli uomini, pur nella loro molteplicità, agiscono come un unico “animale deforme”, che vorrebbe essere determinante e capace di orientarsi e di orientare, ma che “fa confusione e che sporca e che si fustiga da solo”. Eppure nella natura, in questo gioco terribile di violenza e resistenza, di passione e di sconfitta, di rivoluzione e ristagno, “resta una pietà”, come quella che annuncia il verso dell’orso “dopo che ha macchiato di un sacrificio rosso / la santità del ghiaccio”.

Federica Giordano

La poesia di Federica Giordano, di cui si ha preziosa dimostrazione nel suo secondo libro di versi La luna è un osso secco (Marco Saya Edizioni), è insieme feroce e cortese nel metterci di fronte al compito che, in quanto uomini, saremmo tenuti ad assolvere: “Riesci a sentire la grazia piccola e sconfinata / di quel filo d’erba che vuole raggiungere la luce / e il bambino ignaro, che correndo, lo pesta?”. La prova durissima non è data solo dalla comprensione dei propri limiti e dalla consapevolezza della modesta possibilità che hanno le nostre azioni di incidere sugli aspetti più profondi della realtà, ma consiste ancor di più nella necessità di spingere lo sguardo più avanti, “oltre il binario spezzato e la paura di deragliare, / oltre la lenta lena delle grandi navi e il peso delle rotte”. La strada è segnata, la lentezza del nostro procedere anche, ma il dovere che dobbiamo avvertire, l’incarico a cui veniamo esortati in quanto uomini, è di riuscire a percepire la bellezza e la benedizione che si nascondono nella nostra fragilità di esseri viventi e nella brutalità con cui la nostra debolezza quotidianamente ci si manifesta.
La luna è un osso secco è una raccolta matura che non si concede a nessuna facile scappatoia intimistica o autoreferenziale, ma che anzi si fa notare proprio per il linguaggio forte e asciutto, per il rigore con cui mette il lettore di fronte all’inclemenza della realtà. Del resto la Giordano, napoletana, poco più che trentenne, pone ad epigrafe delle trentanove poesie che compongono la raccolta un’affermazione con cui sembra liquidare tutte le scorciatoie a cui l’anagrafe tenderebbe a condurla: “la vecchiaia non dovrebbe parlarmi già da ora” è, più che una dichiarazione di intenti, la confessione della colpa di essere evasa anzitempo dalla condotta mentale e dai parametri etici della propria generazione.
Il titolo della raccolta contiene già il senso del procedimento dialogico, un filo che unisce tra loro le poesie, tra l’immenso paesaggio cosmologico e il nostro breve orizzonte di uomini, tra gli astri che “bruciano da noi / sempre più lontani” e noi, che pure nella nostra casa siamo “i grandi assenti”, noi che “viviamo di lacerti e dei richiami / indecifrabili delle nostre cose”.
Tra il tanto che c’è oltre di noi, tra la sterminata distesa di corpi celesti e il nostro minuscolo mondo in effetti nessuna consolazione si rende manifesta, perché l’assenza non riguarda solo noi stessi, ma anche il dispositivo che ci governa: “su noi tutti aleggia un colosso / assente e osservatore”. O ancora: “Ben oltre te e me, / più lontana del nostro sangue, / sta alta come un faro, / la quiete della stella fissa”. Gli astri sono fermi a indicarci una possibile direzione, una strada che ci è però negato percorrere. La soluzione, se c’è, è lontana da noi, e noi del resto non siamo in grado di decifrare i segni che pure in qualche parte del cosmo ci sono per rendere immaginabile la nostra redenzione. Resta un lamento, la paura che ci assale con il suo “raglio universale”, il belato della capra nel quale Saba “sentiva querelarsi ogni altro male, / ogni altra vita”, che nei versi della Giordano diventa “il ghigno caprino del mondo”: “Questo verso per me è il tutto che vacilla. / Meccanico non ne risente il cosmo”.
Anche quando parla degli affetti più vicini, quelli familiari, Federica Giordano non li avverte mai in una dimensione solamente quotidiana, ma essi diventano il varco per permettere, attraverso un’ottica concentrata sul circostante, una visione diversa, ma nemmeno ora rassicurante, sul mondo. Anche in questo caso è come se la poetessa costringesse se stessa e il lettore a cambiare continuamente le lenti che ci permettono una visione nitida sul mondo, quelle che servono per la miopia si alternano alle altre invece che rendono possibile una visione da vicino (appunto in declino negli anni della vecchiaia).
Nemmeno è possibile arrivare a comprendere fino in fondo noi stessi. Ci conosciamo per quelli che siamo nel momento in cui stiamo vivendo, ma siamo anche altro, qualcosa di diverso che sfugge alla nostra comprensione, a volta siamo più passato che presente e quello che eravamo sosta vicinissimo e ci turba con la sua presenza: “Nessuno mi è più estranea di me stessa / se mi immagino sul mondo. / Solo il suono puro, la corda sfregata sull’arco, / mi fa sentire davvero radicata a questa terra”.
È forse in questo “suono puro” l’unica ipotesi di salvezza, nella parola che “si lima e si gratta / fino a che resta una e onesta / come imperturbata linea retta”. Nella parola onesta, che ancora una volta rimanda a Saba e alla sua poesia onesta, quello che a suo dire “resta da fare ai poeti”, quindi nella poesia, e ritorniamo alle parole della Giordano, che “perfora il tempo del singolo, / raggiungendo la pietà di molti”, è il luogo dove è possibile comunicare e comprendere. Ma ciò può avvenire solo se si assume come perimetro etico imprescindibile la disposizione all’esattezza. Ma l’esattezza è un punto d’approdo estremo, l’ancoraggio che forse mai potremo raggiungere: “La ricerca dell’esattezza è una rinuncia francescana / apparentemente troppo estrema, / immotivata per l’indulgenza che gli uomini hanno / per se stessi e per le loro malinconie. / Così si coltivano invece un rigore e una statura / che non ci apparterranno mai”.

 

Pubblicato su Succedeoggi.it