IL MIO ENEA di Giorgio Caproni (Garzanti)

Nell’estate del 1948 Giorgio Caproni a Genova incontrò Enea. Fu un incontro decisivo per la sua attività di poeta, l’emozione che ne derivò avrebbe accompagnato lo scrittore per il resto della vita.
Ce lo racconta lo stesso Caproni in una serie di articoli, scritti in epoche diverse e in particolare negli anni del dopoguerra, ora riuniti nel pregevole volume Il mio Enea, edito da Garzanti a trenta anni dalla morte del poeta, avvenuta il 22 gennaio del 1990. La raccolta di scritti è curata, con attenzione di filologa e con la cura amorevole di chi vive a contatto con la poesia, da Filomena Giannotti, che dà conto in un suo bel testo introduttivo del rapporto tra Caproni ed Enea, di come la prossimità del poeta livornese all’eroe virgiliano si sia sviluppata e sia diventata più consapevole nel corso degli anni. La prefazione al volume è di Alessandro Fo, la postfazione di Maurizio Bettini.
Scrive Giorgio Caproni in un articolo pubblicato su La Fiera Letteraria il 3 luglio 1949, con il titolo estremamente significativo di “Noi, Enea”: “Fu l’estate scorsa ch’io, trovandomi a Genova per una visita, m’incontrai per la prima volta (e si capisce mentre meno me l’aspettavo) con Enea figlio d’Anchise. Me lo vidi di soprassalto davanti in piazza Bandiera”. Benché si tratti di una statua di Enea di epoca barocca, e di fattura piuttosto modesta, insomma “un Enea di marmo, cioè quel monumentino a Enea che tutti i genovesi sanno”, fu grande l’emozione del poeta, “non minore di quanta ne avrei provata – spiega – incontrando Enea in carne ed ossa”.
Nei vari scritti dedicati all’eroe troiano (quello ospitato sulla Fiera non è il primo e non sarà l’ultimo), che trovano poi una maturazione poetica nel poemetto Il passaggio d’Enea, pubblicato in volume dall’editore Vallecchi nel 1956, Caproni ricostruisce gli spostamenti della statua, prima manifestando stupore per la sua presenza a Genova e poi in qualche modo fornendo una spiegazione del rapporto della città con l’eroe “scampato per miracolo dalla distruzione di Troia, e venuto a capitare, col suo duplice prezioso fardello, proprio sotto le bombe e i calcinacci d’una delle più bombardate e tartassate piazze d’Italia”.
È questo insomma che commuove Caproni, è questo che sommamente gli interessa, come la Giannotti bene chiarisce nel suo testo d’accompagnamento: il carattere umano dell’eroe, reso esplicito proprio dall’inanimata presenza della statua, dal contesto in cui essa si trova ad essere collocata, “una statua cariata” scrive ancora Caproni “così dimessa, così umana, così vera”. E in questo inumano che diventa umano, nell’emozione di fronte a qualcosa che c’è e che non c’è, nella sorpresa al cospetto di una apparizione che pure si manifesta in assoluta concretezza, è già presente tanto della poesia dell’autore de Il franco cacciatore e di tanti altri libri che rimangono centrali nella letteratura europea del secolo scorso.
È chiaro dunque che l’Enea che incontra, che scuote e impietosisce Caproni, quel “figlio e nel contempo padre”, che “sofferse tutte le croci e le delizie che una tale duplice condizione comporta”, l’Enea insomma “meno eroe che uomo, e per di più uomo posto al centro di un’azione suprema (la guerra) proprio nel momento della sua maggior solitudine”, non

è l’eroe su cui aveva insistito la retorica fascista, non è nemmeno l’uomo del destino, l’iniziatore della gens Iulia, ma è un personaggio tragico, un uomo che non ha più patria, che ha perso la moglie, uno sconfitto che non può più essere del tutto figlio e che per il proprio figlio deve ricostruire interamente il futuro. Nella rilettura caproniana, Enea è un esule perenne, insomma “sono io, siamo noi”.
Ancora in quell’articolo del 1949 (ma anche in alcune delle tante “variazioni” che esso ha avuto) si dice che mai Enea fu tanto solo come nel momento raccontato da quella statua: “E se nessun poeta (nemmeno il suo poeta Virgilio) se n’è accorto, è qui che converge tutto il fuoco della sua vera grandezza d’uomo, simbolo vivo e ancora incompreso di tutta l’umanità”.
In fondo per Caproni è questo il valore dell’incontro avvenuto nell’estate del 1948: nel corpo e nel gesto d’Enea, nella sua condizione di lontananza e isolamento, è presente tutta quanta l’umanità, tutta quella che usciva martoriata dal secondo conflitto mondiale certo, ma più in generale Enea sembra rappresentare nel suo stato di “esule perenne” lo stato di salute di tutto quanto il genere umano nell’epoca della modernità.
La ricostruzione operata dalla Giannotti, che nel volume garzantiano recupera tutti gli scritti di Caproni sull’eroe troiano, anche le minime citazioni, ci permette tra l’altro di avere contezza, se ancora ce ne fosse bisogno, dello straordinario fluire musicale della prosa caproniana, e ancora di più di rendere espliciti i versi, peraltro non sempre semplicissimi, del Passaggio d’Enea.
Per comprendere la qualità della prosa di Caproni basta approdare al testo Genova, dell’ottobre del 1979, giustamente raccolto in questo volume. È l’ultimo degli articoli in cui il poeta livornese parla di Enea (come ci dice la Giannotti nel preziosissimo ed estremamente accurato apparato di note), ed è soprattutto uno scritto in cui chiarisce il suo rapporto con la città d’adozione tanto amata. Il testo comincia così: “Il punto di stazione da cui io guardo Genova non è quello, scelto ad arte, del turista. È un punto di stazione che si trova dentro di me. Perché Genova io l’ho tutta dentro. Anzi, Genova sono io. Sono io che sono ‘fatto’ di Genova”.
C’è solo da aggiungere “Genova di lamenti. / Enea. Bombardamenti. / Genova disperata, / invano da me implorata”, come è scritto nella celeberrima Litania.

 

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I pinguini di Daniele Del Giudice

Ho conosciuto Daniele Del Giudice alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Doveva essere il 1988 o l’anno successivo. Aveva da poco pubblicato il suo terzo libro, Nel museo di Reims, ed io, lo avevo invitato nella biblioteca di un paese della Valdinievole. Del Giudice era già uno scrittore affermato: aveva pubblicato negli anni precedenti per Einaudi i romanzi Lo stadio di Wimbledon e Atlante occidentale che, complice Italo Calvino, lo avevano fatto conoscere al pubblico della letteratura.
Parlai dei suoi primi tre lavori e Daniele fu interessato dalla mia lettura, che individuava alcuni elementi comuni, soprattutto nella tipologia dei luoghi che facevano da teatro alle azioni delle tre narrazioni. Mi chiese di scrivere un breve saggio sulla sua opera e mi regalò, sorridendo in un suo modo affettuoso e sornione, una dedica che attraversava i frontespizi di tutti e tre i volumi.
Ci incontrammo poche altre volte, poi io, per qualche anno, mi allontanai dal mondo della scrittura e degli scrittori.
Ho ricominciato a pubblicare nel 2010. Nella raccolta Confidenze da un luogo familiare è inserita una poesia, praticamente ricavata da una pagina di Orizzonte mobile di Del Giudice. Sono le parole di Daniele sui pinguini Adélie che lui aveva osservato in una sua permanenza al polo Nord, ricondotte ad endecasillabo.
Ci ho ripensato leggendo l’articolo apparso sul settimanale Robinson a firma di Ernesto Franco, che è direttore editoriale di Einaudi ed è amico di Del Giudice.
È amico o lo è stato? Non si sa più se è possibile parlare ancora al presente di Daniele Del Giudice. Esiste ancora un presente per lui o l’Alzheimer di cui soffre da anni ha cancellato il tempo insieme alla sua percezione del mondo? Che cosa sa del tempo Daniele, cosa vede il suo sguardo fisso, addormentato? Che giro fa il suo mondo?
Ho saputo della malattia di Daniele un po’ di anni fa, dopo avergli mandato il mio libro senza aver ottenuto nessuna risposta. Da allora ho pensato spesso ai pinguini della poesia, a come in qualche modo avessero in loro la tenerezza, la gentilezza ed il destino di chi li aveva osservati e descritti.

 

PINGUINI ADÉLIE PASSANO VELOCI
(da Orizzonte mobile di Daniele Del Giudice)

In un alone verde spiritato,
in questo verde azzurro che è la sera,
piccole bande fuggono dal mare.
Vanno a sud con fretta disperata,
le pinne natatorie sollevate,
muso sporto in avanti, l’aria intenta,
terribilmente intenta e preoccupata.
I’m late, I’m late, for a very important date,
troppo da fare, li seguo con lo sguardo
finché diventano punti sullo sfondo
di questo bianco illimitato, quando
senza che sia motivo apparente,
senza mutare passo né l’affanno,
tornano indietro, tornano nel punto
da dove son partiti e scivolando
sulla pancia atterrano nel sonno,
chiudono gli occhi celesti, addormentati.

Il mondo che farà

La poesia che conclude il mio libro Il mondo che farà (Elliot), pubblicato nel 2019, può servire ad augurare a tutti un felice Anno Nuovo.

Buon Mondo!

Ci piace che l’attesa sia racconto
in senso inverso, quello che sarà
speranza cui si approda a marcia indietro,
conteggio certo che prospetta il viaggio
all’ora zero, per esaurimento
del tempo dato il varo della nave,
il razzo che è lanciato verso il cielo
è scatto quando svetta il passo morto.
Numeriamo l’auspicio da infinito
al punto senza tempo, l’ora assente
ci stimola all’imbarco, all’avventura
verso il tragitto ignoto: è proprio il niente,
quell’attimo di vita insospettabile,
per privazione per insufficienza,
che vorremmo durasse, quota zero
che festeggiamo, lì finisce il tempo
ed ha principio il mondo che farà.

(ph. G. Grattacaso)

 

PER SEMPRE NAVIGANTI da “heart / strings” di Lucia Minetti

Nel cd di Lucia Minetti heart / strings (Velut Luna) sono presenti due miei testi.

Propongo, nelle doppia versione Spotify e Youtube, il brano Per sempre naviganti. La voce di Lucia Minetti è accompagnata dagli archi del Quartetto Echos. Le musiche sono di Oscar Del Barba.

Per sempre naviganti Spotify

Per sempre naviganti Youtube

Il progetto nasce dall’idea di trasferire in suoni e in emozioni musicali le parole poetiche.

L’UFFICIALE E LA SPIA di Roman Polanski

Qualcosa rende grande L’ufficiale e la spia, il nuovo film di Roman Polanski, e non è la materia che tratta, e nemmeno solamente il rigore stilistico con cui il regista affronta il celebrato affaire Dreyfus.

La vicenda del capitano dell’esercito francese degradato nel 1895 e mandato al confino con l’infamante accusa di spionaggio è nota, così come è universalmente conosciuta la reazione di una parte della cultura francese, in particolare l’assunzione di responsabilità dell’allora affermatissimo Emile Zola, che portò il caso all’attenzione della cronaca e della coscienza nazionale con il suo spietato J’accuse (che è anche il titolo originale del film), che gli valse un processo e una condanna per diffamazione.

E’ evidente d’altra parte che la triste vicenda del capitano di origine ebraica Alfred Dreyfus oggi, ancora più che allora o nelle varie rivisitazioni anche cinematografiche del secolo scorso, possa essere considerata un esempio vistoso e storicamente accertato della possibilità di manipolare dati reali e informazioni al fine di rendere più solido il consenso, nel tentativo di rinvigorire una posizione di potere. L’avvento di un giornalismo più consapevole e libero, la diffusione dei social, la propagazione delle notizie attraverso il web hanno da una parte aumentato gli strumenti a difesa della libera circolazione delle idee, e quindi della possibilità del cittadino di conoscere quello che accade nel mondo, dall’altra hanno reso possibile la dilatazione della menzogna, la deflagrazione dell’inganno, la mistificazione della realtà, utilizzati più che spesso per rendere possibili macchinazioni a danno di altri.

Polanski racconta tutto questo, ma riesce a fare in modo, malgrado le sue vicende personali avrebbero potuto portarlo da tutt’altra parte, che la passione non diventi mai sermone o imprecazione, ma continui a marciare sempre scortata da un senso di compostezza, da un’eleganza formale, che finisce peraltro per contrastare, in maniera molto significativa, anche se mai troppo evidente, con la distinzione sfilacciata e di maniera del mondo che descrive. Il nitore delle immagini, la precisa definizione di ogni ambiente servono a mettere in luce la falsità dei rapporti tra gli alti gradi dell’esercito, a sottolineare come proprio quello che appare più chiaro possa contenere una coscienza torbida e limacciosa.

Le scene sono costruite con una misura e una sobrietà che non lasciano spazio a nessuna eccitazione emotiva. Proprio quando la storia è nel momento di massima tensione e Georges Picquart, l’ufficiale alle prese con la ricostruzione della vicenda di spionaggio, è vicino a rendere possibile lo smascheramento dell’errore giudiziario e la riabilitazione del militare condannato e offeso, proprio allora la narrazione smorza ancora di più i toni e sceglie la strada della pacatezza e di un’accuratezza quasi indifferente. Più i personaggi si muovono nella perfezione stilistica cui il regista costringe l’intera pellicola (ribadita ogni tanto da citazioni dai dipinti dell’impressionismo), quasi a sottolineare l’intenzione di una disinteressata ricostruzione storica, che sembrerebbe voler ancorare la vicenda al passato, più il film procede senza i lacci imposti dalla veridicità, tanto da farci scoprire che la condotta deplorevole delle alte sfere dell’esercito e della politica ci appartiene, che essa parla, sia pure senza mai alzare i toni, dell’epoca malsana in cui stiamo vivendo.

Roman Polanski con Georges Picquart

Si ha l’impressione che con L’ufficiale e la spia Roman Polanski abbia voluto in fondo immergerci nel nostro vissuto quotidiano, ormai assorbito senza fastidio e senza nessuna reazione emotiva, proprio cancellando ogni emozione, così come, nella splendida interpretazione di Jean Dujardin, il colonnello Picquart, a capo della sezione di controspionaggio, procede senza scosse e senza particolare partecipazione sentimentale alla vicenda, solamente sostenuto dal suo senso del dovere, dall’amore del ruolo che ricopre, eppure agendo con coraggiosa determinazione, quasi a voler mettere in risalto che in epoche in cui si è smarrito il senso della dignità, il decoro e la compostezza sono già una forma di rivoluzione.

In una delle prime scene del film, il capitano Dreyfus, mentre sta per recarsi dai suoi superiori che lo condanneranno senza permettergli nessuna difesa, si lascia scappare la frase “C’è un po’ troppo silenzio, non vi pare?”. E’ una domanda che la storia di quell’uomo, nella rilettura che ne fa Polanski, rivolge a tutti noi.

DIRE IL COLORE ESATTO di Matteo Pelliti (Luca Sossella editore)

La poesia di Matteo Pelliti, a partire dagli esordi avvenuti nel 2007 con Versi ciclabili, e in maniera più definita nella raccolta Dal corpo abitato del 2015, ha sempre rivolto lo sguardo sulle cose vicine, spesso soffermandosi sul paesaggio domestico, sui personaggi noti della scena familiare e amicale, salvo poi costringersi ad una repentina deviazione, ad uno slittamento imprevisto. E’ l’irruzione del pensiero a imporre il cambio di direzione suggerire una scena diversa, che può essere considerata dal lettore, e dal poeta stesso, una opportunità o una svista, una rivelazione o una deformazione.
E’ quanto avviene, in maniera certamente più matura, nella nuova raccolta Dire il colore esatto, edita da Luca Sossella (prefazione di Fabio Pusterla, disegni di Luca Scarabottolo). La dizione è diventata più pacata e in qualche maniera più capace di disegnare le nostre inquietudini, le piccole inevitabili discrepanze su cui si regge la nostra presenza nel mondo, le incrinature con cui è necessario fare i conti. Lo sguardo di Matteo Pelliti scopre di continuo relazioni nascoste, che possono riguardare aspetti diversi e lontani della realtà, ma è come se le scoperte non fossero definitive e non servissero ad offrire delle spiegazioni, solo a condurci dentro un territorio egualmente instabile, popolato da nuove incertezze.
Pelliti conosce la realtà spostando continuamente il pensiero su un contenuto suggerito, solitamente per accostamento metonimico, da un particolare, da un gesto, da una propria affermazione. Il poeta si guarda intorno e si accorge che la propria mente, senza che fosse prevedibile un proponimento in tal senso, è scivolata su un contenuto inaspettato. Del resto, come scrive nella poesia Grammatica del cogito, “Chi pensa àgita, / ed è agitato, agìto / dai pensieri che rimesta / e incolla a salti, a scarti, a strati / densi come vino scuro / che oscilla e ruota nel cratere”. Infatti all’origine del pensare vi è “un co-agitare / tra loro i pensieri insieme”.
Pur preferendo le forme brevi o brevissime (“finisce / che scrivo solo significati / che stiano dentro a 11×16 cm, / poesie più che tascabili, / pensierini”), la parola di Matteo Pelliti non procede per condensazione, ma per trasloco ed elusione. Non è un caso che la precedente raccolta, Dal corpo abitato, raccontasse appunto l’esperienza del cambiamento di abitazione, che diventava in quel caso il paradigma della propria percezione della vita.
Pelliti si muove spesso tra la tentazione, il tentativo di confinare le esperienze dentro delimitazioni che dovrebbero risultare rassicuranti, considerata la loro esattezza quasi scientifica, e la sterzata verso territori di natura sentimentale, e perciò, per definizione, meno definibili. Accanto al ricorso al linguaggio specifico, a tratti settoriale, il poeta utilizza senza soluzione di continuità termini ed espressioni che corrono sul versante più strettamente emotivo. Ci troviamo di fronte come ad una doppia messa a fuoco, che da una parte rende nitida l’immagine e dall’altra la sfoca, delimitando e nello stesso momento dilatando oggetti e situazioni.
Si avverte la necessità di accordare i pensieri tra loro fornendo le parole del massimo di esattezza, di sistemare deduzioni tra loro discordanti, di dare unità ai rimescolamenti a cui la mente ci costringe e ci abitua. Nel caos della mente, nei suoi salti e nei suoi scarti, Pelliti vorrebbe mettere ordine, o meglio disporre le cose in un ordine nuovo, che semmai non risolve, ma riscrive la grammatica. E infatti la sezione che risulta centrale nell’offrire unità al libro, che pure presenta contenuti vari, ha per titolo appunto Grammatiche (e, a tale proposito, vale la pena ricordare che Pelliti si è laureato in Filosofia con una tesi sulla “grammatica del linguaggio psicologico” in Wittgenstein).
Nella poesia Grammatica del colore esatto, il poeta confessa di voler “Dire il colore esatto / dei tuoi occhi / in modo tale da valere – insuperato – / per chiunque altro mai voglia descriverli in futuro”, ma avverte che “Si accresce qui la distanza tra desideri e realtà terrena, concettuale, / per questo viaggio necessario nella ricerca iridiologica, qui in atto”. Di fronte al tentativo stilnovistico, ma trasferito in termini scientifici, di dare precisa connotazione all’iride della donna (in termini di ascendenze poetiche una sorta di connubio tra Guido Cavalcanti e Magrelli), il poeta conclude che “Nemmeno la vicinanza delle fronti, / sempre attesa, che rende tutti monoculi, / basta per capire il gradiente certo del colore / che la sorte ha estratto dal pentolone genetico, / l’amalgama di pigmenti necessari / a fare quell’esatto punto di marrone, / spalmato sul lieve azzurrino della sclera”. Si arriva dunque alla conclusione, ancora confessata in espressione stilnovistica, che “Nel giorno in cui compresi gli occhi bruni / lasciai la prova del colore esatto”.
Che nel bel libro di Pelliti, l’occhio, lo sguardo, l’atto dell’osservare, siano presenti in maniera ricorrente e costituiscano in qualche misura il filo che lega tra loro le sette sezioni di cui si compone il libro, è ribadito dalla poesia Occhiali nuovi, nella quale costatato come “Ogni miopia rimodella i volti in fisionomie / che incorporano lenti e montature / per forme quasi organiche”, e che “Io sono i miei occhiali / e quando li cambio / vado a cambiarmi la faccia”, si fa notare come “sopra le lenti si specchieranno parti di / realtà / incomprese, altre filtreranno nelle rètine / e finiranno in quartieri del subconscio”.
Lo sguardo con cui Pelliti guarda il mondo è spesso ironico, ma l’ironia non colpisce mai i personaggi, siano essi esseri umani o oggetti, nei cui confronti il poeta è sempre pietoso e benevolo. La derisione si indirizza sempre sul funzionamento del macchinario, sugli intoppi che lo rendono inadeguato, sugli impedimenti che ci restituiscono una realtà inagibile. Tutt’al più la sottile canzonatura di Pelliti è destinata ai poeti stessi, a quelli soprattutto che credono che la poesia possa dare splendore alle tristezze del mondo. A loro dice nei versi di Poesia all’uncinetto: “Rassegniamoci, noi facciamo centrini / all’uncinetto e ci diciamo, solo tra noi, / sia bene inteso, quanto son belli questi centrini. / Che cotone usi tu? E quali ferri?”.

 

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Premio Pisa a “Il mondo che farà”

Con Il mondo che farà (Elliot) ho vinto il premio Pisa per la poesia. Il riconoscimento per la narrativa è andato a Giuseppe Culicchia con il romanzo Il cuore e la tenebra (Mondadori). A vincere la sezione dedicata alla saggistica è stato Remo Bodei, scomparso da qualche settimana, con Dominio e sottomissione (Il Mulino).

Particolarmente prestigioso l’albo d’oro. Tra i premiati per la poesia negli ultimi decenni (il premio è alla sessantatreesima edizione) Vivian Lamarque, Anna Maria Carpi, Umberto Piersanti, Alessandro Fo (ora membro della giuria), Valerio Magrelli, Cesare Viviani, Franco Buffoni, Mario Luzi, Roberto Mussapi, Maurizio Cucchi, Ennio Cavalli (ora in giuria), Pierluigi Cappello, Michele Mari, Paolo Ruffilli, Bruno Galluccio, Mariengela Gualtieri, Alberto Bevilacqua, Stefano Carrai.

La cerimonia di premiazione è fissata per sabato 7 dicembre alle ore 17 alla Sala delle Baleari del Palazzo comunale di Pisa.

LA BELLE EPOQUE di Nicolas Bedos

La belle epoque è il bistrot dove si sono conosciuti Victor e Marianne. In locali come quello si è formata e ha sostato l’atmosfera incantata e agitata che animò gli anni Settanta del secolo scorso. Non movida ma movimento, semmai ancora con l’idea di cambiare la società; non apericena a base di spritz o mojito, ma pensieri e canzoni bagnati da vino rosso o birra.

La belle epoque è ora solamente la ricostruzione scenografica del bistrot, il set ricostruito ad uso di Victor (Daniel Auteil), che vorrebbe rivivere l’incontro avvenuto anni prima, il 16 maggio del 1974, per ripercorrere la fase dell’innamoramento e dei primi tempi della relazione con sua moglie Marianne (Fanny Ardant), ma anche per sentir rinascere dentro di sé il sentimento di quel tempo, che è tramontato portandosi via quel tanto di entusiasmo e follia, di deragliamento dagli schemi, che rendeva più sana e felice la vita, possibile, perché ancora incontaminato, il futuro.

Victor è un disegnatore, che ha avuto un periodo di notorietà e che poi si è separato, o forse è stato espulso, dalla vita attiva. Crede che il presente tecnologico e virtuale contenga un germe malefico, con cui lui non vuole avere nulla a che fare (“prima, a tavola – sentenzia a moglie e figlio innamorati della modernità – non si parlava al telefono, prima c’erano la destra e la sinistra”). Il suo matrimonio è in crisi, il suo lavoro è terminato con un licenziamento, la sua vena creativa è arida e si nutre di fantasmi. Quando la moglie lo butta fuori di casa, Victor decide di accettare l’offerta di Antoine (Guillaume Canet), un regista che allestisce set per danarosi che hanno voglia di vivere, almeno per qualche ora, in epoche passate. A Victor interessa solamente ritornare al 1974, all’interno di quel bistrot, ritrovare il fascino di quell’incontro. Ad interpretare la parte di Marianne da giovane sarà la bella e inquieta Margot (Doria Tillier), che è, e qui il gioco comincia a complicarsi, anche la compagna di Antoine.

La belle epoque è il titolo del bel film di Nicolas Bedos (alla seconda prova da regista), che ha il pregio di apparire all’inizio una commedia sentimentale sotto il segno della nostalgia, come è stata letta da molti, per poi trasformarsi presto anche in tanto altro. Basta sentire Victor sussurrare, nel bel mezzo di una scena in cui è l’interprete piuttosto invecchiato e compassato del se stesso giovane, “è un’esperienza incredibile; anche se so che è tutto finto, è bello lo stesso”, perché lo spettatore sia costretto a entrare con qualche incertezza in più nel complesso meccanismo ad orologeria costruito dall’attenta sceneggiatura scritta dallo stesso Bedos, un congegno ingegnoso che ha il pregio di non essere solamente originale. Di fronte allo smarrimento divertito e partecipe di Victor, alla sua improvvisa risolutezza a rientrare nella vita proprio attraverso la porta della recita, alla rinnovata capacità di pensare al proprio futuro, viene fatto di chiedersi se esista davvero un confine tra la realtà e la finzione, dove insomma, nella vita di ognuno di noi, finisca il set e cominci la scena vera dell’esistenza. Forse il film di Bedos ci dice anche che il futuro ogni volta va inventato, non importa come, con quali sotterfugi ed esponendosi a quali rischi, e che va ricreato anche il passato, nel senso proprio di immaginarselo come se fosse nuovo, ricercando nel tempo trascorso entusiasmo e coraggio per andare avanti in maniera più risoluta. Bisogna insomma che la vita diventi letteratura, o meglio ancora che il racconto della vita ci aiuti a non abbandonare i sogni, l’ipotesi di una possibile felicità, l’idea che esista un tempo prossimo in cui sia possibile ancora emozionarsi.

Victor, nella magistrale, contenuta interpretazione di Daniel Auteil, è inizialmente un uomo che intorno ai settant’anni sa solo pensare che tutto è già successo, che il meglio è per forza di cosa alle spalle e che non si può ridestarlo nella sua concretezza se non a costo di snaturarlo. L’organizzazione “Les voyageurs de temps”, artificiale fin dal nome altisonante e fasullo, lo immerge nella simulazione di quello che è stato e, mentre lo trasporta in un passato che proprio nel momento in cui appare più contraffatto risulta incredibilmente autentico, gli fa sentire che esiste ancora una strada da percorrere. Anche il tempo, insomma, non è proprio quello scorrere asettico e feroce che crediamo, basta raccontarselo diversamente.

Bedos è bravo a mescolare i piani, a scantonare continuamente, a deviare proprio nel momento in cui pensavamo la storia avesse preso finalmente una direzione lineare e rassicurante, a suggerire piani diversi per l’interpretazione del racconto e, perché no, della vita, a far ridere, e tanto, lo spettatore, forse soprattutto delle proprie debolezze. Il regista gioca col suo stesso film e con la vicenda (finta) che sul set viene ricostruita. Ad esempio utilizzando in maniera sorniona e a volte volutamente cialtrona i brani musicali che compongono la colonna sonora, lasciando che il commento musicale, proprio quando sembrerebbe sia posto ad accentuare il tono sentimentale e debba quindi risultare trascinante, sia veicolato da improbabili interpreti e risulti una accentuata smascherata finzione nella finzione.

Che cosa ridà smalto a Victor e ridona un volto umano e sereno a sua moglie Marianne (la Ardant è come al solito superba), la forza della loro vita passata o la finzione che lascia intravedere che il futuro possa essere il luogo di una nuova opportunità? E cosa affascina veramente Victor, la nostalgica rappresentazione di quello che è stato o l’idea di un nuovo inizio con una donna che in fondo sta solo interpretando una parte?

La verità è che non c’è una risposta e il film appunto non propone una tesi definitiva: il passato e il futuro possono solo rincorrersi e sovrapporsi. Il presente finisce per essere, in un modo o nell’altro, nel migliore dei casi una rappresentazione.

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LONTANO DAGLI OCCHI di Paolo Di Paolo (Feltrinelli)

Il nuovo romanzo di Paolo Di Paolo (Lontano dagli occhi, Feltrinelli, 189 pagine, 16 Euro) “mastica domande”, proprio come uno dei personaggi che animano le tre storie che lo compongono, quel Gaetano appena diventato padre, che vorrebbe e non vorrebbe sentirsi investito da una responsabilità che ha cercato fino all’ultimo di nascondere a se stesso. E proprio ascoltando le parole che sono nella testa di Gaetano, mentre è fuori dall’ospedale dove è nato suo figlio e mangia una pizza, che dal nugolo di domande con cui il lettore è costretto a fare i conti, emerge un quesito che le contiene tutte e che Gaetano esprime nella sua maniera diretta e senza fronzoli: «Com’è che mi sono ritrovato qui? Com’è questa stranezza della vita che mi sballotta come un pulmino scassato e mi deposita proprio qua (…)?».

Lontano dagli occhi è un romanzo di rara e struggente bellezza, anche perché ci mette nelle condizioni di interrogarci con pacata e appassionata inquietudine sulla “stranezza della vita”, a cominciare da quella che si concretizza nella nostra presenza nel mondo, nel posto che ci è stato assegnato (e da chi poi?) in quanto singoli e irripetibili individui. Se siamo qui, ora, in questo angolo di pianeta, com’è che ci siamo arrivati, quante coincidenze sono dovute accadere perché noi accadessimo, quante sono state più o meno consapevolmente evitate perché noi potessimo cominciare il nostro percorso nella vita? Ognuno di noi in fondo è «una variabile tra infinite variabili», una presenza con cui «sorprendere il futuro prima che arrivi».

Lontano dagli occhi è certo il romanzo con cui Paolo Di Paolo ci racconta che «niente ci accomuna come l’essere figli», è certo un romanzo sulla maternità e sulla paternità («Un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente», così comincia la storia), soprattutto quando avvengono in maniera inaspettata e in età giovanile, ma è anche molto altro: innanzitutto il resoconto della nostra apprensione di fronte all’impossibilità di essere totalmente figli così come di essere fino in fondo soltanto genitori. Ancora di più: è il tentativo di usare la letteratura per colmare i vuoti con i quali ogni esistenza deve necessariamente fare i conti, di far sì che le parole servano a restituire quello che si è perso, a ridare luce alle zone d’ombra, perché «le parole fanno esistere». Infine è chiedersi dove ci avrebbe portato tutto quello che poteva accadere e non è stato, «quello che non facciamo, che non sappiamo fare, che non abbiamo fatto», insomma quel tutto o quel tratto di vita potenziale che «continua a lampeggiare con la sua luce verde, di là da un molo!,

Paolo Di Paolo, come già avveniva nelle precedenti prove narrative, ma in questo caso con più forza e avendo precisa davanti a sé una sua idea dell’esistenza, ha la capacità di parlare sommessamente, come se le parole venissero appunto di lontano, riuscendo però ad arrivare vicino ai nostri sentimenti e a far emergere le nostre emozioni. Attraverso una prosa limpida nella sua semplicità quasi colloquiale, che sembra partire sempre da una zona interna, dall’interiorità più profonda dei personaggi, ci mette di fronte alla complessità della vita.

Il romanzo si sviluppa intorno alle vicende di tre giovani donne, Luciana Valentina e Cecilia,  alle prese con il sopraggiungere di una maternità che le sorprende, le inibisce, le incuriosisce e con cui cercano di fare i conti, anche se spesso in maniera conflittuale. Accanto a loro ci sono, o dovrebbero esserci, degli uomini ancora però troppo immersi nel ruolo di figli per poter pensare di diventare padri. Quello che più conta è che l’occhio esterno del narratore non è per nulla oggettivo ed estraneo, anche se in effetti nemmeno può dirsi personaggio della storia. È colui che racconta per ricostruire, per fare sì che una storia si realizzi, che si compia il passato, per narrare innanzitutto a se stesso «nove mesi e un giorno, molto vicini al cuore», in modo che possano finalmente legarsi a «una vita intera, lontano dagli occhi».

La vicenda è ambientata nel 1983, che è poi l’anno di nascita dell’autore. La Storia, come già avveniva nei precedenti romanzi, entra nella vicenda nel momento in cui è una storia ancora con la minuscola, fatta di avvenimenti e di atmosfere che si attaccano agli abiti e alle vite dei protagonisti, senza che questi nemmeno se ne accorgano. Di Paolo è bravissimo a farci cogliere la condizione culturale e sociale di un periodo, senza imporre paesaggi stereotipati, nemmeno grandi immagini, semmai solo richiamando un brano musicale, un evento marginale, quale può essere la cerimonia per festeggiare i quaranta anni in politica di Giulio Andreotti, con la presenza tra gli invitati della deputata pornoattrice Ilona Staller, la cui figura si muove tra alti prelati e ambasciatori, divi televisivi e attori popolari come Sordi e la Lollobrigida e “la claque venuta apposta dai paesini della Ciociaria con tanto di gonfaloni”.

A differenza di tanti suoi colleghi, che fin troppo ostentatamente vorrebbero spiegarci il mondo e pretestuosamente inseguono la composizione della loro Opera Mondo, Di Paolo il mondo ce lo racconta senza gridarlo e senza spiegarlo, ma anzi mettendoci di fronte a tutte le incertezze e ai mille interrogativi che animano e compongono le nostre singole esistenze, e mette in scena, senza teorizzarlo, il proprio affetto per l’umanità, per i suoi difetti e le sue insicurezze, soprattutto guardando a quella parte di umanità più giovane, di cui Di Paolo sembra comprendere tutte le fragilità. L’autore segue i suoi personaggi con un occhio sempre premuroso, quasi sempre affettuoso, anche quando affiorano atti di viltà e bassezze morali.

Come uno dei personaggi del romanzo, anche Paolo Di Paolo «non è preoccupato se non capisce». Anzi, proprio dal non capire possono nascere tante domande e la volontà di ricostruire raccontando. «Il lontanissimo lo affascina spesso più di ciò che ha sotto il naso. Inforca gli occhiali e si prepara a decifrare curiosi scarabocchi, grafici che indicano misteriosi transiti di pianeti e satelliti. Meccanica celeste! È un’espressione che gli piace», dice di un infermiere, affascinato dalla vita dell’universo e costretto a prestare assistenza a neonati sfortunati.

Anche Di Paolo è affascinato dal lontano, anche perché non sempre lontano dagli occhi significa lontano dal cuore.

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

heart / string, il nuovo cd di Lucia Minetti Presentazioni a Torino, Pistoia, Milano

A novembre cominciano le presentazioni del nuovo cd di Lucia Minetti heart / strings, un progetto musicale ideato e realizzato in collaborazione co Oscar del Barba, pianista e autore di grande esperienza e ricercatezza, che ne ha composto e arrangiato le musiche per voce e quartetto d’archi.

Lucia Minetti è una stimata interprete della canzone d’autore e del jazz e amata da compositori e autori per la potenza espressiva delle sue interpretazioni e il timbro unico della sua voce, trova anche in questo progetto ispirazioni nuove intorno alla forma canzone. Qui compie un passo importante verso una ridefinizione dell’idea di canto, inteso non solo come vocalità, ma anche e soprattutto nelle sue dimensioni mitopoetiche.

Ad accompagnare Lucia Minetti il giovane, pluripremiato Quartetto Echos che, seppur impegnato prevalentemente nel repertorio cameristico, crede fortemente nel valore artistico delle contaminazioni fra generi musicali differenti, che considera fonte di crescita e di ispirazione per un ensemble giovane e motivato. Il Quartetto Echos è formato da Andrea Maffolini e Ida Di Vita, violini, Giorgia Lenzo, viola, Martino Maina, violoncello.

I testi delle canzoni sono composti dai narratori e poeti Stefano Bortolussi, Marco Bortoli, Luca Ragagnin, Enrico Remmert, Francesca Tini Brunozzi, Stefano Valanzuolo, Dario Voltolini. Sono presenti anche due canzoni con miei  testi: Per sempre naviganti e In volo.

Queste le prime presentazioni:

giovedì 7 novembre Torino Circolo dei Lettori
venerdì 15 novembre Pistoia Libreria Lo Spazio in via dell’ospizio
giovedì 21 novembre Milano Teatro Franco Parenti  – Sala Café Rouge

Tutti gli incontri cominciano alle ore 19.

Il cd è prodotto da Velut Luna.