La vita certe volte

La poesia che apre la sezione La vita certe volte, contenuta nel mio libro di poesie Il mondo che farà, da poco pubblicato per i tipi di Elliot

La vita certe volte sfila accanto,
per proprio conto prende strade incerte,
spesso in salita, chiedo dove vai,
dove vai vita, nell’inseguimento
ho il fiato corto, forse non mi sente,
mentre io arranco lei viaggia spedita
ed incosciente, io non me la sento
di starle dietro, quella non si pente
e corre all’impazzata, più c’è gente
più provoca sfacciata e impenitente.
Ma poi penso mi fermo, quelle volte
che mi tormenta, tanto che ci faccio
con tutta questa vita, mi addormento
se lei corre di lato, o faccio finta
che sono assente e non è mia la vita.

 

© 2019 Lit  Edizioni Srl

 

IL MONDO CHE FARA’ a Pistoia e Firenze

La prima presentazione per la mia nuova raccolta di poesie non posso che giocarla in casa, tra le mura amiche e gli scaffali colmi di volumi della libreria Les Bouquinistes in via Cancellieri 5 a Pistoia. Venerdì primo marzo alle ore 18 a parlare con me de Il mondo che farà (Elliot edizioni), sarà il poeta Matteo Pelliti.

Secondo appuntamento martedì 19 marzo alla scuola di linguaggi Fenysia, in via de’ Pucci 4 a Firenze. Sarò in compagnia dei poeti Alba Donati e Luigi Oldani.

 

Due giorni dopo, il 21 marzo leggerò le poesie de Il mondo che farà alla libreria Lo Spazio in via dell’ospizio a Pistoia. Parla del libro il poeta Giacomo Trinci, mi accompagna il musicista Tommaso Allegri.

 

 

TIATRU di Nino De Vita (Mesogea)

Nell’ultima delle cinque sezioni che compongono il nuovo libro di poesie di Nino De Vita, interamente occupata dal poemetto Bberengariu, il protagonista, nel suo modo logorroico e scompaginato di rivolgersi al prossimo, in questo caso rappresentato dal poeta stesso, dichiara la sua ossessione per le parole: “Pizzuti su’, bbaioti, cummattusi / ‘i palori, ggilusi. / Si rici vannu ritti / abbissati, ncucchiati: stazzunaru, / faccifaria, lappusa, stiraellonga, / sbagnari, rrizzutedda, sparaciaru, / ggesù… / ‘U viri comu sònanu. / ‘Unn’i lìanu renti. / Siddu ‘unn’u fai si mìttinu a farsiari, / fannu trinchititrànchiti. / Sunnu sciacqualatucchi, / ‘u sbiognaparintatu, / zzurbi, malafiuristi, / ô ‘n omu ‘u mpiricùddanu”. Che vuol dire che le parole sono altere, villane, complicate, gelose, che “se le dici vanno dette / accoppiate, assonanti”. In questo modo infatti non “allegano denti” e se non si fa proprio così esse “cominciano a sbandare, / stonano, stridono. / Sono delle miserabili, / il disonore di una famiglia, / infami, deformano i fatti, / portano un uomo alla sventura”.

L’esposizione di Berengario sembra contenere una dichiarazione di poetica e anche, visti i tempi, i nostri, un appello a evitare di utilizzare le parole solo per deformare i fatti: meglio allora che esse si presentino come fossero solo un gioco, come accade nella poesia, così da rendere significativi anche i suoni e il loro modo, spesso misterioso, di accoppiarsi. Ma il modo in cui Bberengariu sciorina le sue confuse verità, lascia intravedere anche altro: che la vita cioè può essere a volte insolente e ignobile, come “caiuna” e “pinesa” sono troppo spesso “i palori” nell’esistenza di ognuno di noi e che le parole possono portare con loro “cosi chi su’ nno trùbbulu”, fatti che sono nell’oblio.

Nino De Vita

E’ proprio questo il nucleo intorno a cui ruotano le tredici storie di Tiatru, che Nino De Vita, una delle voci più interessanti della poesia italiana di questi anni, affida ancora una volta alla casa editrice Mesogea, da tempo impegnata a curare la pubblicazione di tutte le sue raccolte.

Come in un teatro, i personaggi a cui il poeta di Marsala dà voce nel dialetto parlato dalle sue parti, mettono in scena se stessi, sono reticenti e disponibili, confessano le proprie debolezze e alimentano i nostri dubbi, riesumano fantasmi e avvenimenti provenienti da un passato che solo loro conoscono, e infine ci dicono che quello che la vita sembra comporre in un ordine preciso, è invece disordinato, vago, incomprensibile, e che l’unico vero destino è nell’incompiutezza, nell’impossibilità di condurre a termine un progetto. Avviene dunque che i personaggi di De Vita ci lascino, e lascino i loro interlocutori, frastornati, disorientati, alla ricerca di una tessera utile a ricomporre un destino, di una parola che sappia spiegare la scelta che ha cambiato il corso di un’esistenza.

I personaggi che dialogano in questi brevi racconti in versi sono parte di un’umanità sofferente, che vive un tempo che non è più il proprio e si muove all’interno di un mondo che forse da tempo non esiste. Donne e uomini tanto più veri proprio nel momento in cui scoprono che non c’è nessuna verità in cui credere, vagamente innamorati della vita, ma solo da quando la vita li ha lasciati malandati e senza fiato.

Sono personaggi bizzarri e tormentati, quelli che animano i versi di Tiatru. Come Solidea, che è tornata dall’Argentina e vorrebbe raccontare al ragazzino Nino le storie di Cutusio (è il luogo dove vive il poeta). Oppure ‘u rumitu, l’eremita, che scrive anche lui poesie, anzi che le poesie le compone nella propria mente e le recita solo in occasione di una festa, “pi rispettu ru Santu”. O ancora come Ggiovannineddu u’ foddi, il pazzo, che nella pausa del suo lavoro contadino si rivolge al ragazzino che lo ha spiato, spiegandogli che “stu pani è pisci e stu / cutteddu una trunchisa; / stu vino è focu, e ammeci / sta bbuccetta un furcuni”, cioè che il pane è un pesce, il coltello una tenaglia, il vino è fuoco e invece la forchetta un rastrello, e che insomma “sugnu foddi, un foddi, / unu ch’è scancaratu”, urla Giovannino, mentre il povero Ninuzzu “fuìa spirdutu a pperi / nculu”.

E che dire di Turiddu ‘u salinaru, impegnato nel suo faticosissimo lavoro, “che munta ‘i veli / nne mulina, suppia / ri no mari, fa ‘u sali”, che consiglia a un ragazzo che chiede di essere assunto a tutti i costi, visto che i primi tre giorni di lavoro saranno di certo i più difficili da affrontare, “pi sti primi tre gghiorna /’un mmèniri”, insomma di presentarsi direttamente al quarto giorno.

Nino De Vita rappresenta questo mondo turbato e sofferente con uno sguardo paziente e affettuoso, sposandone in qualche modo la farneticante saggezza, attraverso una lingua, al contrario, estremamente equilibrata, che sembra provenire da una tradizione epica popolare, che si ciba dei suoi suoni e che si alimenta delle improvvise deviazioni di significato. E’ la lingua della poesia che si sposa con quella dei cantastorie e che diventa capace di raccontarci la nostra umanità, perché, così come predica Bberengariu, “un omu / è fatto ri palori”.

 

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

IL MONDO CHE FARA’ in libreria dal 21 febbraio

Il mondo che farà è il mio nuovo libro di poesie. E’ pubblicato
dell’editore Elliot nella collana di poesia curata da Giorgio Manacorda.

Sarà in libreria dal 21 febbraio.

Di seguito la poesia che è riportata nella quarta di copertina e che dà il titolo a una delle sezioni del libro.

Se il giallo si confonde e non conclude
la sua testimonianza, allora invecchia
il corpo spento, avverte che l’attesa
è una fermata in bilico sul nulla.
Quando poi la marcia è consentita
e il verde si profonde in cerimonie
e partiamo all’assalto, consumato
è il terreno, vediamo il precipizio
ad ogni passo, speriamo in una sosta
più duratura al prossimo passaggio,
che il giallo ci conservi nell’indugio,
l’incertezza ci liberi dal viaggio.

© 2019 Lit Edizioni Srl

 

AMOROSA SEMPRE di Roberto Carifi (La Nave di Teseo)

La poesia di Roberto Carifi si muove a partire dall’idea che esiste un Assoluto, il fine verso cui deve muoversi ogni esperienza umana e che diventa dunque l’oggetto ultimo della comunicazione poetica. Esiste una sommità, che non può essere messa in dubbio, che in qualche modo è parte di noi e che, pur nella sua verità, non è dato cogliere, se non per sprazzi. Va da sé infatti che l’Assoluto è per definizione inattingibile, è tutt’al più speranza ed obiettivo ultramondano: pertanto la ricerca non può che generare lacerazione, la consapevolezza che la possibile unità sia per forza di cose dispersa in frammenti. Per questo la coscienza è percorsa da tagli profondi, da un sentimento dell’assenza di una parte di sé che non è proprietà del passato e nemmeno risulta ipotizzabile negli eventi futuri, fa parte del mondo stesso che ci appartiene e a cui apparteniamo, eppure non si manifesta se non in un sentimento di privazione.

I miti fondanti della poesia di Carifi – l’infanzia, la madre, la dolorosa conoscenza che nasce dall’abbandono, e poi, proseguendo nel tempo, il martirio e la pietà – sono tutti rintracciabili all’interno di un sistema che nasce dall’evidenza di una frattura, di uno squarcio, che segna inevitabilmente la vita.

Il poeta Roberto Carifi

E’ una poesia, quella dello scrittore pistoiese, che ha segnato significativamente la produzione letteraria degli ultimi decenni, lasciando una traccia riconoscibile e imprescindibile anche negli anni che hanno fatto seguito alla malattia, che peraltro corrispondono al periodo della sempre più rilevante adesione al pensiero buddista. L’antologia Amorosa sempre, curata da Alba Donati con premurosa adesione ed edita da La Nave di Teseo, dà conto del percorso coerente di una voce potente, capace di suggerire, con struggente determinazione, il dolore che è parte inevitabile della vita. Il libro, che raccoglie buona parte delle poesie edite, a partire dal 1980, e propone una significativa sezione di inediti, vuol essere, come scrive la curatrice, “un atto riparativo” per una produzione poetica che deve considerarsi “un unicum nel panorama della poesia italiana”.

Allievo di Piero Bigongiari, Roberto Carifi iscrive inizialmente la sua poesia nel solco della tradizione simbolista ed ermetica, con accenti comunque di un post romanticismo che addolcisce gli esiti in una struggente manifestazione di un io continuamente alla ricerca di una dimensione totalizzante. I riferimenti vengono dalla poesia di Trakl, di Rilke, Cioran, della Cvetaeva, a cui è dedicata la sezione eponima della raccolta Occidente del 1990: “Che filo, che filo di lana / che pianto porta la tramontana. / Chi tesse, chi disfa con la sua mano, / qualcuno tiene la lampada, / il sangue dorato della lucerna, qualcuno è andato e c’è chi torna / con un buio mortale sulla bocca. / Una lampada, tra noi, una lanterna fredda, / narra qualcosa la parola, qualcosa che si consuma. / Chi porta questa parola consumata, / chi parla, chi parla in questa lingua arata”.

La ricerca di un senso, che in Carifi è sempre ricerca di Assoluto, porta il poeta a sentire consumata la parola che non può che mettere in mostra, denunciandola, la propria insufficiente finitezza. Giulio Ferroni, nella densa Prefazione al volume, parla di “voci che si cancellano senza rimedio, cenere e sangue, cielo e gelo, lumi, lampade e fili di lana, vetri rotti e altri segni di lacerazione, in uno spazio linguistico che si sente come solcato da un’emergenza segreta, qualcosa che lo percorre e lo ara”.

Con il proseguire dell’esperienza poetica ed esistenziale, con l’approdo al buddismo e con l’ulteriore devastante lacerazione della malattia, la parola poetica tende a farsi più comunicativa, quasi a evidenziare, anche nella significazione, quel senso di pietosa compassione verso il dolore del mondo che diventa uno dei tratti caratterizzanti le liriche delle raccolte degli ultimi anni, di Tibet del 2011 e di Madre del 2014. Il poeta cerca ora l’approdo nel nulla, nell’Assoluto, ancora una volta, disegnato come paesaggio innevato o come una sterminata distesa di alberi. Il punto di arrivo è la negazione di se stesso, il divenire puro spirito per poter abbracciare il destino di tutti: “Incontrerò la grande sofferenza / nelle mani e in tutto il volto, / entrerò nel grande dolore / e davanti all’uscio piangerò, / prima che mi lascino passare, / che mi chiedano da dove sarò venuto / se oserei fermarmi lì, dove c’è solo neve, / o se continuassi fino ai castagni, / allora sarò sulla montagna / e abbraccerò tutte le ferite, le mie e quelle del sangue altrui, / non ci sarà patimento in tutto questo, / solo alberi sterminati di conifere”.

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Le poesie di Catullo secondo Fo

Che Gaio Valerio Catullo abbia potuto sostenere il ruolo di contemporaneo in epoche differenti e che tuttora goda della classificazione di poeta ancora in consegna alla modernità, è considerazione tanto ricorrente da apparire scontata. Il poeta latino, autore di un canzoniere d’amore talmente efficace nelle soluzioni proposte da consegnarsi ai nostri giorni ancora integro nella sua vitalità, deve l’imperitura fama di attualità certo alla capacità di cogliere con semplice effetto alcune ricorrenti trame d’amore e, con rara e brillante incisività, le reazioni di carattere intimo e psicologico che ne conseguono. Ma c’è naturalmente di più. E questo di più permette al poeta del Liber (già il titolo con cui sono state consegnate alla posterità le sue poesie brilla per perentoria demarcazione) di essere considerato, anche da lettori e poeti di questi tempi, alla stregua di amico e confidente. Parlo innanzitutto della capacità di affidare al canone dell’universalità la propria esperienza personale, vera o più o meno vera che sia, e con essa la quotidianità spesso contraddittoria delle vicende esistenziali. Cioè Catullo è capace di scrivere di se stesso e intanto smuovere coscienze e sentimenti di tutti. E poi c’è da mettere in conto il suo vagare nei territori fin troppo confusi e incongruenti dell’animo umano, in perenne discordia con se stesso, e farlo con lo sguardo coraggioso e insieme malinconico di chi sa che il destino di ognuno risiede proprio nella difformità dell’io, nell’altalena che ci fa essere attratti dai territori bassi del mondo e dalle sue zone sublimi. E ancora va aggiunto come il poeta del Liber riesca a confessare a se stesso e, per suo tramite, a noi tutti, che amore e amicizia sono passioni così radicate al nostro interno da essere inevitabili e da produrre reazioni, nel bene e nel male, tali da determinare le nostre scelte, anche le più significative, e definire nel tempo i nostri atteggiamenti.

E’ evidente dunque che di fronte ad un autore classico a noi così vicino per sensibilità, il rischio di banalizzare questa prossimità appaia piuttosto concreto, così come ci si esponga alla possibilità di non percepire più lo spessore dei versi del grande lirico, perché troppo adiacenti alle nostre vite e dunque confusi con la massa dei messaggi che la comunicazione ordinaria sempre in maggior numero impone. Insomma di perderne la distanza, innanzitutto nel tempo, e dunque quel tanto di riservatezza e disparità, che ci permette, per contrasto, di godere della scoperta della continuità e contiguità che diremmo, oltre che intellettuali, affettive.

A rendere possibile un nuovo percorso di avvicinamento all’opera di Catullo, a offrirci rinnovati strumenti ottici e culturali per riappropriarci dei versi del poeta latino, giunge ora l’edizione einaudiana de Le poesie a firma di Alessandro Fo, che con l’erudita cognizione dello studioso e con la partecipata sensibilità del poeta, e di un poeta in qualche modo anche lui ascrivibile alle schiere dei neoteroi, ha caricato sulle proprie spalle il poderoso lavoro, durato cinque anni, di cura e traduzione, che si sostanzia anche in una preziosa introduzione, che riesce a offrire al lettore anche meno esperto una serie di coordinate indispensabili alla lettura, e in un imponente apparato di note, che inquadra in maniera rigorosa e precisa ogni singolo componimento.

Catullo è poeta all’apparenza semplice, dotato di una capacità di tradurre in limpidezza anche i sentimenti più oscuri e confusi, ma è anche un poeta colto e raffinato, che non predilige le scelte facili, anzi che tende ad alludere con velata ma evidente sapienza anche quando lavora, e succede spesso, sui registri più bassi. E’ un poeta estremamente abile nell’uso degli strumenti tecnici, mosso dall’obiettivo di rinnovare profondamente la poesia latina, fino ad allora ancorata ai temi epici. Il suo canzoniere, come suggerisce Fo nell’introduzione, è “prestigiosamente multiforme”, cioè propone una quantità di scelte stilistiche differenziate, per metro e per tono. Fo dà conto di questa varietà adottando nella traduzione una serie differenziata di metri “barbari”, cioè trasportando nella ritmica e nella musicalità italiane il verso latino, operazione non semplice soprattutto se si vuole rendere ragione, come avviene felicemente in questo caso, della colta polimetria catulliana.

Alessandro Fo

Il risultato è mirabile e suggestivo. Proprio accentuando i caratteri che fanno di Catullo un poeta figlio di un’epoca e quindi di una cultura e di un’espressione poetica a noi lontane, la rischiosa operazione di Alessandro Fo ci permette di riappropriarci del Catullo più vero e ci offre, in questo modo rigenerata, la parentela che ce lo fa simile. I versi del veronese, disincrostati dalla patina di una tradizione che aveva schiacciato il linguaggio in modalità fin troppo ripetitive, sanno parlare con nuovo e inaspettato vigore alla nostra sensibilità di donne e uomini del terzo millennio.

Valga, a modo di esempio, il celeberrimo carme 5, che nella traduzione di Fo suona in questo modo:

Su viviamo, noi due, mia Lesbia e amiamo
e i mugugni dei vecchi troppo arcigni
tutti insieme stimiamoli uno spicciolo.
Solo i soli si spengono e ritornano.
Ma noi, spenta che sia la breve luce,
notte eterna e continua dormiremo.
Mille baci tu dammi, e quindi cento,
poi altri mille, e poi un’altra volta cento,
quindi fino a altri mille, quindi cento.
E poi, molte migliaia accumulatene,
stravolgiamole, un po’ per non saperne,
e un po’ contro il malocchio di un maligno
che il totale di tanti baci sappia.

E’ una poesia, quella di Catullo, che nasce dai due grandi tempi dell’amore (contrastato, fonte di gioia e sofferenza, per Lesbia) e dell’amicizia: poesia generata, nella maggior parte delle liriche da eventi occasionali, eppure capace di parlare a una miriade di generazioni future. Scrive Fo nella introduzione: “La poesia leggera di Catullo nasce per lo più a ridosso delle occasioni dei giorni, e programmaticamente le dà per conosciute dalla sua prima rosa di fruitori, lanciando nello stesso tempo – con garbata protervia – la sfida di riuscire a sopravvivere anche così, per forza di spumeggiante leggerezza, e di esiti comunque capaci di avvincere in futuro anche chi mancherà di alcuni pur importanti ragguagli”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

La cultura in tv secondo Ungaretti

A partire dalle cartoline inviate dal fronte, durante il primo conflitto mondiale, per arrivare alla lettere degli ultimi anni vergate con l’inchiostro verde, l’attività epistolare di Giuseppe Ungaretti è sempre stata intensa ed ha contenuto informazioni importanti per comprendere la sua opera e il suo pensiero. Ce lo ricorda Silvia Zoppi Garampi nel suo volume Le lettere di Ungaretti, pubblicato da Salerno editrice nel 2018.

La Zoppi Garampi sottolinea d’altra parte l’intenzione del poeta di caricare i suoi scritti epistolari di un valore che possa andare bel al di là del semplice scambio di informazioni, tanto che appare difficile credere che l’autore non ne prefigurasse, prima o dopo, la pubblicazione. 

Tra gli interlocutori privilegiati di Ungaretti c’è stato per diversi anni, e fino alla morte dell’autore de L’allegria, il critico Leone Piccioni, a cui il più anziano poeta dedicherà attenzioni costanti e del quale terrà in massimo conto le considerazioni. 

Piccioni fu il creatore e l’animatore della trasmissione televisiva L’Approdo, la cui prima puntata andò in onda nel febbraio del 1963 e che annoverava nel Comitato direttivo anche lo stesso Ungaretti.

In una lettera a Piccioni (che è possibile leggere nel volume, edito da Mondadori anche questo a cura di Silvia Zoppi Garampi, L’allegria è il mio elemento. Trecento lettere con Leone Piccioni), il poeta, che amava addentrarsi anche su questioni riguardanti la comunicazione, considera come una trasmissione a carattere culturale, quale era appunto L’Approdo, dovesse considerare tra i suoi primari obiettivi anche quello di rivolgersi ad un pubblico di non addetti ai lavori, anche se abituato all’arte e alle cose culturalmente significative di cui il nostro paese è particolarmente ricco. Scrive Ungaretti che bisogna far parlare i protagonisti e le opere, rivolgendosi al pubblico attraverso “informazioni rapide e chiare”. Per il poeta non bisogna dare niente per scontato: anche le informazioni più semplici possono invitare alla comprensione di un’opera.

“La cultura non si diffonde – conclude Ungaretti – che facendo nascere nel maggior numero di persone, in un numero crescente di persone, curiosità, voglia di saperne di più”.

E’ una lezione che non riguarda solo la comunicazione televisiva, ma anzi che suggerisce di considerare la letteratura, e più in generale la cultura, un bene collettivo e uno strumento di crescita che non si deve credere destinato a pochi, ma che anzi gli intellettuali, gli scrittori, i poeti hanno l’obbligo di diffondere e divulgare.

Ne consegue, traducendo le affermazioni di Ungaretti anche ad uso dei nostri tempi (pensiamo non più solo ai media tradizionalmente intesi, ma anche ai social network), che un poeta deve mettersi al servizio della poesia stessa, evitando di ritenerla comprensibile solo a pochi ed evitando insieme di guardare ai mezzi di diffusione di massa con superbia e presunzione. Bisogna insomma sottrarsi a ogni pedanteria, ma anche cancellare la spocchia che contraddistingue un gran numero di intellettuali quando il messaggio si rivolge a molti.

La lezione potrebbe essere indirizzata, indirettamente anche agli insegnanti: semplificare, eliminare il superfluo, dare “ritmo” alle proprie affermazioni, avvicina i giovani alle opere e dunque all’interesse per la lettura. La letteratura si può raccontare, con l’intento di produrre coinvolgimento. Lo studio più approfondito verrà dopo. Quello che è importante (perché non credere al suggerimento di Ungaretti?) è innanzitutto destare curiosità.

 

 

 

L’INTERVISTA di Giorgio Manacorda (Castelvecchi)

Un anziano scrittore incontra per un’intervista un giornalista alle prime armi. Lo scrittore è stato professore universitario (“Non chiamarmi professore – intima però subito al più giovane – non insegno da trent’anni”) ed è fin dall’inizio reticente, dice e non dice: le notizie biografiche che l’altro vorrebbe conoscere, quelle che rappresentano il sale di ogni intervista, arrivano soprattutto da un romanzo che lo scrittore sta componendo, che forse legge forse racconta al giornalista (“Ho capito. Lei parla di sé quando non parla di sé” dirà il ragazzo in cerca di un qualche appiglio per costruire il suo articolo). Ma è chiaro, si tratta pur sempre di letteratura e dunque di finzione. Cosa si può ricavare dalla vita di un uomo attraverso le pagine di un romanzo? E’ vero d’altra parte, come dichiarerà lo scrittore, che “la falsificazione integrale è l’unica possibilità. Forse l’unica verità”. 
In ogni caso, a quanto lui stesso confessa, lo scrittore legge al giovane quello che ritiene sarà il suo ultimo romanzo e gli sta concedendo la sua ultima intervista. Appare evidente come non gli interessi tanto raccontare la sua vita, quanto esporre le conclusioni a cui è giunto, intrattenere una sorta di duello vis à vis con il giovane che ha di fronte, il quale sembra convinto, credendo alle sollecitazioni e alle circostanze del mondo in cui vive, che la realtà sia più semplice, o meglio più facilmente accessibile, di quello che in effetti è. Il tono dello scrittore è appassionato, a tratti ironico o sarcastico, come di chi è disposto a esporre le considerazioni a cui età e saggezza l’hanno condotto, ma non credendo nemmeno poi tanto ad esse. 

Giorgio Manacorda

L’intervista (Castelvecchi editore) è il nuovo romanzo di Giorgio Manacorda, che si compone delle domande e delle risposte dei due protagonisti (ma non è sempre l’intervistatore a porre le domande, né l’altro ad accettare il ruolo che dovrebbe assumere, ed anzi le parti finiscono spesso per invertirsi e sovrapporsi) e dei brani del romanzo che lo scrittore, nella finzione, sta costruendo. Il giovane giornalista vorrebbe sapere di più sugli eventi che hanno caratterizzato la vita del narratore e si trova invece davanti, come si è detto, alle sue riflessioni e alle pagine di un narrazione. Si tratta di un romanzo d’amore, anzi di un romanzo sull’amore, ma il giornalista, e con lui anche il lettore, hanno a che fare con una narrazione volutamente frammentata, che si interrompe di continuo, che opera dei repentini salti temporali nella vicenda del protagonista, che peraltro è identificato solo come “il ragazzo”.
“- Ma un nome ce l’ha il suo protagonista?”, chiede il giornalista. “- No, non ce l’ha. – E perché? – Il ragazzo è chiunque e vive dappertutto”, decreta lo scrittore. Che poi significa non solo che la letteratura, quando è tale, parla almeno un poco a ognuno di noi, che ci riguarda da vicino se non da dentro, ma anche che in questa storia (insomma nel romanzo contenuto all’interno del romanzo L’intervista) ci sono diverse storie che si intrecciano e che finiscono per alimentarsi reciprocamente, per contraddirsi anche, infine per farci capire che i romanzi vorrebbero dirci un mondo in cui le vicende hanno un inizio e una fine, una loro statuaria definizione, ma questo nella realtà è in effetti impossibile. “Ti potrei dire – sentenzia lo scrittore – che nella vita tutti i conti tornano, ma senza alcun senso. Quadrano solo nella finzione. Nella vita non ci sono geometrie. Ci sono solo coazioni a ripetere”.
Questo continuo, disorientante e godibilissimo, trasferirsi dalla fiction del romanzo (che è finzione nella finzione) alla apparente realtà dell’intervista (che è ovviamente finzione anch’essa) rende possibile una serie di considerazioni sull’amore, sulla letteratura, su come è cambiato il mondo con l’avvento di una tecnologia sempre più avanzata e di conseguenza su come si sono modificati i rapporti personali, insomma sulla vita in generale.
L’intervista è, tra le altre cose, anche un libro dove si esprimono riflessioni sulla centralità della letteratura e della poesia nella esistenza dell’uomo, una centralità peraltro sommamente disattesa, come si palesa più volte nel dialogo tra i due interlocutori. “Siamo quanti di energia”, afferma a un certo punto dell’intervista lo scrittore. “Si può dire che questa è la morte?” chiede il giovane intervistatore. “Ma anche la vita” replica lo scrittore, che conclude: “Solo la poesia fotografa, racconta, ferma nel mondo per un attimo la struttura volatile della materia che siamo, con gli altri esseri viventi, predatori e vittime, alberi e fiori”.

 

E’ comunque il tema dell’amore l’argomento su cui si confrontano principalmente i due protagonisti ed è il contenuto della storia che lo scrittore racconta. E’ dalla riflessione sull’amore che scaturiscono tutte le altre. L’intervista è del resto un romanzo sull’amore come se ne scrivono pochi. Infatti non è una storia d’amore a costituirne il nucleo, ma tutte le possibili storie che nella vita di un individuo l’amore può diventare. E’ insomma un romanzo sull’amore senza definizioni e senza pregiudizi, senza moralismi e senza romanticherie, senza tanti aggettivi che possano definitivamente farci sapere che cos’è davvero e dove porta questo sentimento. E’ una meditazione sulla sua fondamentale necessità nella vita di ognuno, ma anche sulla impossibilità di trovare una soddisfazione fisica nel rapporto con un’altra persona senza che ci sia nel contempo qualcosa di più profondo. Eppure tutto questo non porta a ritenere che debbano esserci limiti nei modi in cui il corpo può esprimersi insieme al corpo dell’altro (“Ma lui sapeva che toccandole il corpo le toccava anche l’anima, e sapeva che toccandole l’anima le toccava anche il corpo”). 
L’intervistatore finisce per partecipare anche lui al gioco che lo scrittore impone, anzi sembra essere l’unico a svelare qualcosa di vero su se stesso. Comunque anche in questo caso si tratta di qualcosa di reale e di incerto nello stesso tempo: lui che inizialmente ostentava qualche sicurezza, alla fine del processo maieutico a cui è sottoposto, può proporre solo domande.
Giorgio Manacorda è riuscito a costruire una narrazione veloce e coinvolgente, varia ed essenzialmente compatta, pur in presenza di una materia articolata, senza che si avverta la necessità di un intreccio che possa portare per mano il lettore verso un luogo di approdo definito. Il quale lettore infine è costretto a porsi un interrogativo, che è lo stesso che si pone anche il giornalista: quanto c’è di autobiografico in questo romanzo?
“- Ma quanti anni ha il suo protagonista? – Tutti. – Come tutti? – Tu sei un ragazzo. – E allora? – Anche io sono un ragazzo. – Ma che dice? – Si rimane ragazzi per tutta la vita. – Vuol dire che non si cresce mai? – Io di sicuro non sono mai cresciuto”.

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

TUTTE LE POESIE di Biancamaria Frabotta (Mondadori)

Non c’è poesia che non voglia porre domande. Anche quando i versi sembrano suggerire certezze o marciare solidi verso una verità, contengono, nel loro profondo, qualcosa che consuma e corrode, che pone il lettore consapevole sul terreno sdrucciolevole in cui ogni interrogativo ci fa precipitare. Una poesia se ne va sicura fino a quando non inciampa, più o meno direttamente, in un dubbio, finché non si produce in un imprevisto tentennamento.

La poesia di Biancamaria Frabotta, fin dall’esordio avvenuto nel 1971 sulla rivista Nuovi Argomenti, si muove in un territorio abitato da mille quesiti. Avviene però, soprattutto nelle prove più recenti, che non sia la voce poetica a proporre le domande, a procurare lo stato di incertezza. Essa piuttosto le raccoglie, provenienti, ci sentiamo di dire, dal mondo che è intorno, dalle cose e molto più spesso dagli elementi della natura, dai piccoli o meno piccoli mille eventi del quotidiano, che si pongono incerti e titubanti, non più sicuri del loro posto, in qualche modo agitati da una brezza, un frastuono, un pensiero, che li scuote e che genera oscillazione. Anche l’ambiente naturale, pur quando sembrerebbe in pace con se stesso e con chi, innanzitutto il poeta, lo abita e lo descrive, si pone perplesso a chiederci conto della nostra condizione, a dirci che nel nostro mondo ogni cosa è di fatto vacillante o perlomeno variabile.

Un libro raccoglie ora le poesie che Frabotta ha scritto tra il 1971 e il 2017. Il volume di Tutte le poesie, pubblicato nella collana mondadoriana de Lo Specchio, contiene i versi a partire dalla raccolta Il rumore bianco del 1983, che già a suo tempo presentava al proprio interno le poesie della precedente plaquette Affeminata, fino ad arrivare ai testi poetici, finora inediti in volume, di La materia prima, ed è arricchito dalla postfazione di Roberto Deidier e della nota biobibliografica di Carmelo Princiotta. Negli oltre quarantacinque anni durante i quali si è sviluppato il percorso in versi della poetessa romana sono da enumerare inoltre le pubblicazioni de La viandanza del 1995, di Terra contigua (1999), La pianta del pane (2003), Da mani mortali, che è del 2012.

“Oltre la soglia del letargo, una foglia / pende ancora a lato del legno, trema, / si rimette al vento con l’astuzia dei deboli. / Ha conosciuto la pietra e l’agio delle erbe / la prima generazione dei biancospini. / Irti più del filo spinato che li regge / proclamano la resistenza all’inverno / mentre un riemerso brulichio di molti / silenziosamente li lavora nel tepore”. Come nella poesia La prima generazione dei biancospini, che fa parte della raccolta Da mani mortali, la natura è anche il luogo della caducità e della conseguente lotta per resistere. Nella natura si specchia la fugace presenza dell’uomo, che ha mani mortali appunto, così come inevitabilmente passeggera è la foglia. Le mani dell’uomo sono destinate a perire, allo stesso modo finiscono le opere che quelle mani producono. Il corpo, che è l’altra presenza ricorrente fin dalle prime raccolte nella poesia della Frabotta, non può che essere fragile, ma, allo stesso tempo, non può che essere forte, in quanto è il solo strumento che abbiamo per conoscere il mondo. “L’orecchio, il naso, la bocca / camerieri d’una eccellente / portata o, ostinatamente / s’attengano a un respiro / regolare, piatto base nel / menù del giorno / garantiscono la vita a basso costo / abili artigiani della sopravvivenza. / E l’occhio? Oh l’occhio, senza / offesa per nessuno, è ben altro. / Vi entrava la vita, vi si addentrava. / Ed io che la riempivo di me per non deluderla / o la dimenticavo, meschina, per non violarla”.

Da una parte c’è il corpo, con i suoi inesorabili impedimenti, dall’altra la Storia, o forse meglio il Tempo, che poi non è quel succedersi ordinato di vicende, che siamo portati ad immaginare, e nemmeno produce il verificarsi esatto di cause ed effetti. Il Tempo è piuttosto un magma poco disciplinato, un complesso, a tratti oscuro, mescolarsi di passato e presente, destinati a diventare, con l’avanzare dell’età, come i segni sul dorso della mano, “il ricamo / di esperienza e dimenticanza”.

L’oggetto primario delle attenzioni non può essere allora che il “prezioso rivestimento”, quel corpo che ormai è quasi altro da se stessi, un altro da curare con lo sguardo preoccupato di “una madre apprensiva”: “Di me non mi curo, ma di te / soltanto, giorno e notte / come una madre apprensiva / come la più noiosa delle spose / e tu mio caro prezioso rivestimento / giustamente ribelle a ogni emolliente / iniquamente mi bistratti”.

La parola intanto continua a prodursi in malcelato stupore e in domande. E’ una parola che diventa, nella poesia della Frabotta, con il trascorrere delle raccolte, sempre più animata da una vaga ironia, da un disincanto che non produce indifferenza, ma anzi sembra aderire con struggente amorevolezza alla perplessità degli oggetti e della Natura. A partire da La pianta del pane, e soprattutto nelle ultime due raccolte, la lingua è meno spinosa e contundente, si fa più dialogante. Scrive la poetessa nelle prose di Ultime dalla terra di nessuno, che chiude il corpus delle poesie, “Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi”. La lingua peraltro è costantemente in cerca di quella parola che sappia entrare in relazione con la Natura, “con i suoi eterni lavori, non i suoi idilli”, con “il miracolo delle sue lingua non umane”.

Biancamaria Frabotta ha segnato la poesia italiana degli ultimi decenni con sensibilità e determinazione: inizialmente proponendosi come voce soprattutto al femminile (“Divenni femmina nel linguaggio prima che nel corpo”) e con toni spesso aspri e severi, poi con uno sguardo sempre rigoroso, ma capace di di esprimersi con una vena malinconica, un’adesione più docile e conciliante alla sofferenza e alla bellezza del mondo.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Il viso di Aznavour

“Je vous parle d’un temps / Que les moins de vingt ans / Ne peuvent pas connaitre”.
Comincia così una delle più note canzoni di Charles Aznavour. Quel tempo, che quelli che hanno meno di venti anni non possono conoscere, se lo è portato addosso per tutta la vita. Anche quando era giovane (ma quando può essere stato giovane uno con una faccia così?) gli vedevi stampato sul viso un mondo lontano, l’Armenia dei suoi genitori o chissà quale altro oriente, gli vedevi fare dei gesti, quei movimenti di mani e braccia durante i concerti, i passi avanti e indietro timidi e decisi sul palco, che venivano da danzatori di un mondo che noi, che una volta, chissà quando, abbiamo avuto meno di venti anni, non abbiamo potuto conoscere.
Aznavour, Chahnour Vaghinag Aznavourian come era davvero il suo nome da armeno, un nome anche questo che si perde nel passato, un nome come una cantilena roca, ha composto canzoni (circa milleduecento) che erano già tutte scritte nella sua faccia, nel corpo minuto, nell’espressione beffardamente disperata. Non è un caso che molti registi lo vollero nei loro film, che François Truffaut ne fece il protagonista di Tirez sur le pianiste, dove un Aznavour non ancora quarantenne suona in un piccolo locale, intrattiene gli avventori che gli prestano poca attenzione e nasconde nei suoi silenzi e nella sua timidezza un passato di concertista, una carriera terminata con il suicidio della moglie. Il pianista si chiama Edouard Saroyan ed è un immigrato armeno, proprio come il padre del cantante, Misha, che cantava da baritono.
Aznavour portava con sé il mistero di tempi lontani anche nella voce, incrinata da una paralisi ad alcune corde vocali che aveva avuto da bambino, quando gli era venuta forte, già allora, la voglia di farsi sentire cantare. I problemi alle corde vocali erano rimasti e i medici gli avevano sconsigliato di provare la carriera dello chansonnier, ma lui aveva continuato imperterrito, anzi aveva fatto di quel difetto una caratteristica inconfondibile delle sue interpretazioni. A tale proposito scriverà sul suo sito: «Quali sono i miei handicap? La voce, l’altezza, i gesti, la mia mancanza di cultura e di personalità. La mia voce? Impossibile cambiarla. I medici che ho consultato sono categorici: mi hanno sconsigliato di cantare. Sono stato tenace, e ce l’ho fatta».
Insomma tutti i suoi limiti sono diventati gli strumenti che ha utilizzato per diventare un grande compositore di canzoni e uno straordinario interprete, per dare intensità e limpidezza al canto. Uno che ha saputo essere piccolo, senza particolare fascino, non dotato di una grande voce, ma che ha raccontato l’amore in tante sue forme, è stato per diversi decenni al centro della scena musicale internazionale, si è mosso su palcoscenici importanti fino a pochi giorni dalla morte, avvenuta, come tutti ormai sanno, a 94 anni, nella notte tra domenica e lunedì.

Aznavour con Edith Piaf

Fu scoperto da Edith Piaf, che poi avrebbe interpretato alcune sue canzoni. Erano gli anni Quaranta del secolo scorso. La Piaf anche lei aveva una faccia d’altri tempi, un corpo minuto che, come quello di Charles, si muoveva con parsimonia, senza aggredire, anzi quasi con il timore di fare troppo. Tutto il contrario, insomma, di quello che vediamo fare ora dai cantanti. Piaf e Aznavour non avevano bisogno di essere belli e non agitavano l’aria: la muovevano e la facevano diventare viva, solo con le mani, con il volto e con gli sguardi.

Non ci credete? Provate ad andare sul sito aznavourfoundation.org (detto per inciso è il sito della Fondazione che il cantante creò per aiutare la terra dei suoi avi). Vi attende la faccia di Charles Aznavour che vi guarda. Non succede nulla, non c’è musica. Lui guarda, alza il sopracciglio, sembra voglia parlarvi, sembra stia per piangere, poi è perplesso, si pone delle domande, quasi ridacchia, vi guarda e strizza gli occhi, scuote un po’ la testa.
Le sue canzoni sono tutte lì.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi