Il MONDO CHE FARA’ a Siena, Pisa e Cecina

Lunedì 6 maggio alle ore 18 alla libreria Mondadori di Siena con Cinzia Anselmi e Alessandro Fo parleremo della mia raccolta di poesie Il mondo che farà (Elliot Edizioni).

Venerdì 10 maggio sarò ospite della rassegna Versi in Borgo, curata da Matteo Pelliti. L’incontro si svolgerà presso la libreria Ghibellina e avrà inizio alle ore 18.

Sabato 11 per la rassegna Poetica-mente, organizzata dal Comune di Cecina, con Alessandro Fo realizzeremo il reading “Esseri umani: il mondo che farà”. A presentare l’incontro, inizio ore 17,30, sarà Divina Vitale.

IL MONDO CHE FARA’ presentazione a Roma

Giovedì 18 aprile alle ore 18 presenterò da Tomo Libreria Caffè la mia raccolta di poesie Il mondo che farà. Saranno con me alcuni tra i miei amici più cari a parlare del libro e a leggere le poesie.

Gli interventi saranno di Diego De Silva, Valerio Magrelli e Renzo Paris. 

Le letture sono affidate a Giuseppe Cederna e Giulio Scarpati.  

IL MONDO CHE FARA’ presentazioni a Salerno e a Napoli

Insieme all’amico giornalista e poeta Andrea Manzi parleremo della mia raccolta di poesie Il mondo che farà (Elliot) lunedì 15 aprile alle ore 18.30 alla libreria Feltrinelli di Salerno

Il giorno successivo, martedì 16 aprile, sarò a Napoli in compagnia di Silvia Zoppi Garampi, che insegna letteratura italiana contemporanea all’Università suor Orsola Benincasa. Appuntamento alla libreria Dante & Descartes in piazza del Gesù nuovo alle ore 18.

POESIE SCELTE 1953 – 2010 di Luigi Di Ruscio (Marcos y Marcos)

In una delle poesie contenute in Apprendistati, il libro pubblicato nel 1978 che insieme a Istruzioni per l’uso della repressione (1980) e L’ultima raccolta (2002) compone, a detta dello stesso autore, una sorta di trilogia inscindibile, Luigi Di Ruscio scrive: “non ho fatto altro che saldare fili di ferro di sei millimetri di diametro / non so neppure a che serviranno questi versi che diventano sempre più lunghi / se la scrittura è una condizione non è precisamente la mia condizione”.

C’è già tanto della “condizione” di Di Ruscio in questi tre versi. Il poeta infatti, che era nato a Fermo nel 1930 e aveva conseguito solo la licenza di quinta elementare, dopo aver fatto i lavori più diversi e messo insieme una formazione letteraria da autodidatta, si era trasferito all’età di ventisette anni in Norvegia. A Oslo sarebbe rimasto fino alla morte avvenuta nel 2011, lavorando per quaranta anni alla catena di montaggio di una fabbrica metallurgica. In quella città aveva sposato una norvegese, che non parlava l’italiano e gli aveva dato quattro figli. Dunque Di Ruscio, che ha scritto sempre della condizione dei più umili, prima dei contadini della sua terra poi di quella umanità, in qualche modo universale, formata da sottoproletari ed operai, ha prodotto i suoi versi in italiano, lontano dalla sua patria e dai suoi lettori, a contatto con gli operai norvegesi, i suoi compagni di lavoro, che in gran parte hanno ignorato il suo status di scrittore. In questo senso la poesia di Di Ruscio può essere considerata il segno di un’esperienza singolare, a suo modo estranea ed esterna, insomma quella di un espatriato e di un autorecluso, sicuramente atipica rispetto alla posizione sociale e culturale dei poeti suoi contemporanei, che pure in tanti casi gli hanno dedicato attenzione, a partire da Salvatore Quasimodo, Franco Fortini e Roberto Roversi.

Luigi Di Ruscio

La casa editrice Marcos y Marcos, nella bella collana diretta dal poeta Fabio Pusterla, dedica a Di Ruscio con il titolo di Poesie scelte 1953 – 2010 un’antologia di versi, curata da Massimo Gezzi.

Il libro si apre con le liriche delle prime due raccolte, Non possiamo abituarci a morire (1953) e Le streghe s’arrotano le dentiere (1966), nelle quali il potente linguaggio del poeta, costruito su una sintassi vicina al parlato popolare, che non fa uso di metafore e non si avvale di punteggiatura, si sofferma quasi unicamente sulle figure dei diseredati conosciuti negli anni dell’adolescenza e della giovinezza. E’ la miseria, la sopraffazione, la violenza del potere, la parola sentita come rifugio e strumento di riscatto ad essere al centro delle poesie (“In questa strada ho cercato le prime parole / visto l’elmetto tedesco e gli scoppi delle bombe / case sventrate e notti sommerse dalla paura / le immagini delle madonne trafitte / e cristi spaventosi gessi macchiati di sangue”), ma anche la gioia che nasce dai rapporti umani, dagli incontri semplici, dalle feste di popolo (“Su cinquanta metri quadrati di pavimento abbiamo ballato / con ritmi di grancassa e tromba e le donne erano instancabili / tutte le canzoni di moda abbiamo raspato / parole piene d’amore ci siamo dette / le donne ad ogni ballo si mettevano insieme ai lati / e ci aspettavano e nessun uomo si sentiva timido / e nessuna donna è rimasta senza uomo”).

Poi il paesaggio e le genti delle Marche diventano solo memoria e lontananza (“di certi anni ricordo solo il chiarore del sole / e una pioggia felice che batteva sulla lamiera ondulata / e avevo a disposizione giornate eterne / ed un silenzio che solo la mia penna scalfisce”) ed il ritmo dei versi accentua il carattere prosodico che, allo stesso tempo, si fa meno lineare, più rarefatto, almeno nella giustapposizione delle immagini, che si rincorrono secondo un procedimento di tipo metonimico. Di Ruscio è certo un poeta che vive lavorando come operaio o, se si preferisce, un operaio che scrive poesie, e dunque la condizione operaia, la ripetitività del lavoro alla catena di montaggio, l’alienazione e la voglia di ribellione ed anche quella che un tempo si chiamava ed era la lotta di classe, entrano nei suoi versi, a tratti ne costituiscono l’anima, ma Luigi Di Ruscio, come scrive Massimo Raffaelli nell’illuminante Prefazione al volume, “non è stato né un poeta operaio né un operaio poeta ma, più semplicemente, qualcuno che ha saputo tradurre con i mezzi della poesia la condizione operaia nella condizione umana tout court”.

La scrittura irregolare e irrequieta è anche conseguenza di un altro tipo di lontananza, quella cioè linguistica. Di Ruscio scrive in una lingua che non parla quotidianamente e nella quale non può essere compreso dalle persone che gli sono vicine: “martirizzato dai lapsus e dalle ripetizioni / il tutto risulterà una variante della stessa angoscia / da quaranta anni l’italiano non è più la mia lingua quotidiana / il lettore è lontano quasi un trapassato / un bruciore insopportabile sulla ferita aperta”. Questo vincolo della sua poesia finisce per sospendere le sue parole in una terra di nessuno, nella quale gli interlocutori, i possibili lettori sono quasi delle figure evanescenti. Forse anche per questo i suoi versi, con il passare degli anni, si fanno più nervosi, la struttura portante della versificazione diventa maggiormente asimettrica e aritmica. Per questo la presenza di Di Ruscio è rimasta in larga parte marginale, vittima di una sorta di autoconfino esistenziale: “nascondere l’autore renderlo incognito / non partecipare negarsi nascondersi vivere senza lasciare traccia / dissociarsi e sparire / come poeta ero una pura inesistenza”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

La vita certe volte

La poesia che apre la sezione La vita certe volte, contenuta nel mio libro di poesie Il mondo che farà, da poco pubblicato per i tipi di Elliot

La vita certe volte sfila accanto,
per proprio conto prende strade incerte,
spesso in salita, chiedo dove vai,
dove vai vita, nell’inseguimento
ho il fiato corto, forse non mi sente,
mentre io arranco lei viaggia spedita
ed incosciente, io non me la sento
di starle dietro, quella non si pente
e corre all’impazzata, più c’è gente
più provoca sfacciata e impenitente.
Ma poi penso mi fermo, quelle volte
che mi tormenta, tanto che ci faccio
con tutta questa vita, mi addormento
se lei corre di lato, o faccio finta
che sono assente e non è mia la vita.

 

© 2019 Lit  Edizioni Srl

 

IL MONDO CHE FARA’ a Pistoia e Firenze

La prima presentazione per la mia nuova raccolta di poesie non posso che giocarla in casa, tra le mura amiche e gli scaffali colmi di volumi della libreria Les Bouquinistes in via Cancellieri 5 a Pistoia. Venerdì primo marzo alle ore 18 a parlare con me de Il mondo che farà (Elliot edizioni), sarà il poeta Matteo Pelliti.

Secondo appuntamento martedì 19 marzo alla scuola di linguaggi Fenysia, in via de’ Pucci 4 a Firenze. Sarò in compagnia dei poeti Alba Donati e Luigi Oldani.

 

Due giorni dopo, il 21 marzo leggerò le poesie de Il mondo che farà alla libreria Lo Spazio in via dell’ospizio a Pistoia. Parla del libro il poeta Giacomo Trinci, mi accompagna il musicista Tommaso Allegri.

 

 

TIATRU di Nino De Vita (Mesogea)

Nell’ultima delle cinque sezioni che compongono il nuovo libro di poesie di Nino De Vita, interamente occupata dal poemetto Bberengariu, il protagonista, nel suo modo logorroico e scompaginato di rivolgersi al prossimo, in questo caso rappresentato dal poeta stesso, dichiara la sua ossessione per le parole: “Pizzuti su’, bbaioti, cummattusi / ‘i palori, ggilusi. / Si rici vannu ritti / abbissati, ncucchiati: stazzunaru, / faccifaria, lappusa, stiraellonga, / sbagnari, rrizzutedda, sparaciaru, / ggesù… / ‘U viri comu sònanu. / ‘Unn’i lìanu renti. / Siddu ‘unn’u fai si mìttinu a farsiari, / fannu trinchititrànchiti. / Sunnu sciacqualatucchi, / ‘u sbiognaparintatu, / zzurbi, malafiuristi, / ô ‘n omu ‘u mpiricùddanu”. Che vuol dire che le parole sono altere, villane, complicate, gelose, che “se le dici vanno dette / accoppiate, assonanti”. In questo modo infatti non “allegano denti” e se non si fa proprio così esse “cominciano a sbandare, / stonano, stridono. / Sono delle miserabili, / il disonore di una famiglia, / infami, deformano i fatti, / portano un uomo alla sventura”.

L’esposizione di Berengario sembra contenere una dichiarazione di poetica e anche, visti i tempi, i nostri, un appello a evitare di utilizzare le parole solo per deformare i fatti: meglio allora che esse si presentino come fossero solo un gioco, come accade nella poesia, così da rendere significativi anche i suoni e il loro modo, spesso misterioso, di accoppiarsi. Ma il modo in cui Bberengariu sciorina le sue confuse verità, lascia intravedere anche altro: che la vita cioè può essere a volte insolente e ignobile, come “caiuna” e “pinesa” sono troppo spesso “i palori” nell’esistenza di ognuno di noi e che le parole possono portare con loro “cosi chi su’ nno trùbbulu”, fatti che sono nell’oblio.

Nino De Vita

E’ proprio questo il nucleo intorno a cui ruotano le tredici storie di Tiatru, che Nino De Vita, una delle voci più interessanti della poesia italiana di questi anni, affida ancora una volta alla casa editrice Mesogea, da tempo impegnata a curare la pubblicazione di tutte le sue raccolte.

Come in un teatro, i personaggi a cui il poeta di Marsala dà voce nel dialetto parlato dalle sue parti, mettono in scena se stessi, sono reticenti e disponibili, confessano le proprie debolezze e alimentano i nostri dubbi, riesumano fantasmi e avvenimenti provenienti da un passato che solo loro conoscono, e infine ci dicono che quello che la vita sembra comporre in un ordine preciso, è invece disordinato, vago, incomprensibile, e che l’unico vero destino è nell’incompiutezza, nell’impossibilità di condurre a termine un progetto. Avviene dunque che i personaggi di De Vita ci lascino, e lascino i loro interlocutori, frastornati, disorientati, alla ricerca di una tessera utile a ricomporre un destino, di una parola che sappia spiegare la scelta che ha cambiato il corso di un’esistenza.

I personaggi che dialogano in questi brevi racconti in versi sono parte di un’umanità sofferente, che vive un tempo che non è più il proprio e si muove all’interno di un mondo che forse da tempo non esiste. Donne e uomini tanto più veri proprio nel momento in cui scoprono che non c’è nessuna verità in cui credere, vagamente innamorati della vita, ma solo da quando la vita li ha lasciati malandati e senza fiato.

Sono personaggi bizzarri e tormentati, quelli che animano i versi di Tiatru. Come Solidea, che è tornata dall’Argentina e vorrebbe raccontare al ragazzino Nino le storie di Cutusio (è il luogo dove vive il poeta). Oppure ‘u rumitu, l’eremita, che scrive anche lui poesie, anzi che le poesie le compone nella propria mente e le recita solo in occasione di una festa, “pi rispettu ru Santu”. O ancora come Ggiovannineddu u’ foddi, il pazzo, che nella pausa del suo lavoro contadino si rivolge al ragazzino che lo ha spiato, spiegandogli che “stu pani è pisci e stu / cutteddu una trunchisa; / stu vino è focu, e ammeci / sta bbuccetta un furcuni”, cioè che il pane è un pesce, il coltello una tenaglia, il vino è fuoco e invece la forchetta un rastrello, e che insomma “sugnu foddi, un foddi, / unu ch’è scancaratu”, urla Giovannino, mentre il povero Ninuzzu “fuìa spirdutu a pperi / nculu”.

E che dire di Turiddu ‘u salinaru, impegnato nel suo faticosissimo lavoro, “che munta ‘i veli / nne mulina, suppia / ri no mari, fa ‘u sali”, che consiglia a un ragazzo che chiede di essere assunto a tutti i costi, visto che i primi tre giorni di lavoro saranno di certo i più difficili da affrontare, “pi sti primi tre gghiorna /’un mmèniri”, insomma di presentarsi direttamente al quarto giorno.

Nino De Vita rappresenta questo mondo turbato e sofferente con uno sguardo paziente e affettuoso, sposandone in qualche modo la farneticante saggezza, attraverso una lingua, al contrario, estremamente equilibrata, che sembra provenire da una tradizione epica popolare, che si ciba dei suoi suoni e che si alimenta delle improvvise deviazioni di significato. E’ la lingua della poesia che si sposa con quella dei cantastorie e che diventa capace di raccontarci la nostra umanità, perché, così come predica Bberengariu, “un omu / è fatto ri palori”.

 

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

IL MONDO CHE FARA’ in libreria dal 21 febbraio

Il mondo che farà è il mio nuovo libro di poesie. E’ pubblicato
dell’editore Elliot nella collana di poesia curata da Giorgio Manacorda.

Sarà in libreria dal 21 febbraio.

Di seguito la poesia che è riportata nella quarta di copertina e che dà il titolo a una delle sezioni del libro.

Se il giallo si confonde e non conclude
la sua testimonianza, allora invecchia
il corpo spento, avverte che l’attesa
è una fermata in bilico sul nulla.
Quando poi la marcia è consentita
e il verde si profonde in cerimonie
e partiamo all’assalto, consumato
è il terreno, vediamo il precipizio
ad ogni passo, speriamo in una sosta
più duratura al prossimo passaggio,
che il giallo ci conservi nell’indugio,
l’incertezza ci liberi dal viaggio.

© 2019 Lit Edizioni Srl

 

AMOROSA SEMPRE di Roberto Carifi (La Nave di Teseo)

La poesia di Roberto Carifi si muove a partire dall’idea che esiste un Assoluto, il fine verso cui deve muoversi ogni esperienza umana e che diventa dunque l’oggetto ultimo della comunicazione poetica. Esiste una sommità, che non può essere messa in dubbio, che in qualche modo è parte di noi e che, pur nella sua verità, non è dato cogliere, se non per sprazzi. Va da sé infatti che l’Assoluto è per definizione inattingibile, è tutt’al più speranza ed obiettivo ultramondano: pertanto la ricerca non può che generare lacerazione, la consapevolezza che la possibile unità sia per forza di cose dispersa in frammenti. Per questo la coscienza è percorsa da tagli profondi, da un sentimento dell’assenza di una parte di sé che non è proprietà del passato e nemmeno risulta ipotizzabile negli eventi futuri, fa parte del mondo stesso che ci appartiene e a cui apparteniamo, eppure non si manifesta se non in un sentimento di privazione.

I miti fondanti della poesia di Carifi – l’infanzia, la madre, la dolorosa conoscenza che nasce dall’abbandono, e poi, proseguendo nel tempo, il martirio e la pietà – sono tutti rintracciabili all’interno di un sistema che nasce dall’evidenza di una frattura, di uno squarcio, che segna inevitabilmente la vita.

Il poeta Roberto Carifi

E’ una poesia, quella dello scrittore pistoiese, che ha segnato significativamente la produzione letteraria degli ultimi decenni, lasciando una traccia riconoscibile e imprescindibile anche negli anni che hanno fatto seguito alla malattia, che peraltro corrispondono al periodo della sempre più rilevante adesione al pensiero buddista. L’antologia Amorosa sempre, curata da Alba Donati con premurosa adesione ed edita da La Nave di Teseo, dà conto del percorso coerente di una voce potente, capace di suggerire, con struggente determinazione, il dolore che è parte inevitabile della vita. Il libro, che raccoglie buona parte delle poesie edite, a partire dal 1980, e propone una significativa sezione di inediti, vuol essere, come scrive la curatrice, “un atto riparativo” per una produzione poetica che deve considerarsi “un unicum nel panorama della poesia italiana”.

Allievo di Piero Bigongiari, Roberto Carifi iscrive inizialmente la sua poesia nel solco della tradizione simbolista ed ermetica, con accenti comunque di un post romanticismo che addolcisce gli esiti in una struggente manifestazione di un io continuamente alla ricerca di una dimensione totalizzante. I riferimenti vengono dalla poesia di Trakl, di Rilke, Cioran, della Cvetaeva, a cui è dedicata la sezione eponima della raccolta Occidente del 1990: “Che filo, che filo di lana / che pianto porta la tramontana. / Chi tesse, chi disfa con la sua mano, / qualcuno tiene la lampada, / il sangue dorato della lucerna, qualcuno è andato e c’è chi torna / con un buio mortale sulla bocca. / Una lampada, tra noi, una lanterna fredda, / narra qualcosa la parola, qualcosa che si consuma. / Chi porta questa parola consumata, / chi parla, chi parla in questa lingua arata”.

La ricerca di un senso, che in Carifi è sempre ricerca di Assoluto, porta il poeta a sentire consumata la parola che non può che mettere in mostra, denunciandola, la propria insufficiente finitezza. Giulio Ferroni, nella densa Prefazione al volume, parla di “voci che si cancellano senza rimedio, cenere e sangue, cielo e gelo, lumi, lampade e fili di lana, vetri rotti e altri segni di lacerazione, in uno spazio linguistico che si sente come solcato da un’emergenza segreta, qualcosa che lo percorre e lo ara”.

Con il proseguire dell’esperienza poetica ed esistenziale, con l’approdo al buddismo e con l’ulteriore devastante lacerazione della malattia, la parola poetica tende a farsi più comunicativa, quasi a evidenziare, anche nella significazione, quel senso di pietosa compassione verso il dolore del mondo che diventa uno dei tratti caratterizzanti le liriche delle raccolte degli ultimi anni, di Tibet del 2011 e di Madre del 2014. Il poeta cerca ora l’approdo nel nulla, nell’Assoluto, ancora una volta, disegnato come paesaggio innevato o come una sterminata distesa di alberi. Il punto di arrivo è la negazione di se stesso, il divenire puro spirito per poter abbracciare il destino di tutti: “Incontrerò la grande sofferenza / nelle mani e in tutto il volto, / entrerò nel grande dolore / e davanti all’uscio piangerò, / prima che mi lascino passare, / che mi chiedano da dove sarò venuto / se oserei fermarmi lì, dove c’è solo neve, / o se continuassi fino ai castagni, / allora sarò sulla montagna / e abbraccerò tutte le ferite, le mie e quelle del sangue altrui, / non ci sarà patimento in tutto questo, / solo alberi sterminati di conifere”.

 

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Le poesie di Catullo secondo Fo

Che Gaio Valerio Catullo abbia potuto sostenere il ruolo di contemporaneo in epoche differenti e che tuttora goda della classificazione di poeta ancora in consegna alla modernità, è considerazione tanto ricorrente da apparire scontata. Il poeta latino, autore di un canzoniere d’amore talmente efficace nelle soluzioni proposte da consegnarsi ai nostri giorni ancora integro nella sua vitalità, deve l’imperitura fama di attualità certo alla capacità di cogliere con semplice effetto alcune ricorrenti trame d’amore e, con rara e brillante incisività, le reazioni di carattere intimo e psicologico che ne conseguono. Ma c’è naturalmente di più. E questo di più permette al poeta del Liber (già il titolo con cui sono state consegnate alla posterità le sue poesie brilla per perentoria demarcazione) di essere considerato, anche da lettori e poeti di questi tempi, alla stregua di amico e confidente. Parlo innanzitutto della capacità di affidare al canone dell’universalità la propria esperienza personale, vera o più o meno vera che sia, e con essa la quotidianità spesso contraddittoria delle vicende esistenziali. Cioè Catullo è capace di scrivere di se stesso e intanto smuovere coscienze e sentimenti di tutti. E poi c’è da mettere in conto il suo vagare nei territori fin troppo confusi e incongruenti dell’animo umano, in perenne discordia con se stesso, e farlo con lo sguardo coraggioso e insieme malinconico di chi sa che il destino di ognuno risiede proprio nella difformità dell’io, nell’altalena che ci fa essere attratti dai territori bassi del mondo e dalle sue zone sublimi. E ancora va aggiunto come il poeta del Liber riesca a confessare a se stesso e, per suo tramite, a noi tutti, che amore e amicizia sono passioni così radicate al nostro interno da essere inevitabili e da produrre reazioni, nel bene e nel male, tali da determinare le nostre scelte, anche le più significative, e definire nel tempo i nostri atteggiamenti.

E’ evidente dunque che di fronte ad un autore classico a noi così vicino per sensibilità, il rischio di banalizzare questa prossimità appaia piuttosto concreto, così come ci si esponga alla possibilità di non percepire più lo spessore dei versi del grande lirico, perché troppo adiacenti alle nostre vite e dunque confusi con la massa dei messaggi che la comunicazione ordinaria sempre in maggior numero impone. Insomma di perderne la distanza, innanzitutto nel tempo, e dunque quel tanto di riservatezza e disparità, che ci permette, per contrasto, di godere della scoperta della continuità e contiguità che diremmo, oltre che intellettuali, affettive.

A rendere possibile un nuovo percorso di avvicinamento all’opera di Catullo, a offrirci rinnovati strumenti ottici e culturali per riappropriarci dei versi del poeta latino, giunge ora l’edizione einaudiana de Le poesie a firma di Alessandro Fo, che con l’erudita cognizione dello studioso e con la partecipata sensibilità del poeta, e di un poeta in qualche modo anche lui ascrivibile alle schiere dei neoteroi, ha caricato sulle proprie spalle il poderoso lavoro, durato cinque anni, di cura e traduzione, che si sostanzia anche in una preziosa introduzione, che riesce a offrire al lettore anche meno esperto una serie di coordinate indispensabili alla lettura, e in un imponente apparato di note, che inquadra in maniera rigorosa e precisa ogni singolo componimento.

Catullo è poeta all’apparenza semplice, dotato di una capacità di tradurre in limpidezza anche i sentimenti più oscuri e confusi, ma è anche un poeta colto e raffinato, che non predilige le scelte facili, anzi che tende ad alludere con velata ma evidente sapienza anche quando lavora, e succede spesso, sui registri più bassi. E’ un poeta estremamente abile nell’uso degli strumenti tecnici, mosso dall’obiettivo di rinnovare profondamente la poesia latina, fino ad allora ancorata ai temi epici. Il suo canzoniere, come suggerisce Fo nell’introduzione, è “prestigiosamente multiforme”, cioè propone una quantità di scelte stilistiche differenziate, per metro e per tono. Fo dà conto di questa varietà adottando nella traduzione una serie differenziata di metri “barbari”, cioè trasportando nella ritmica e nella musicalità italiane il verso latino, operazione non semplice soprattutto se si vuole rendere ragione, come avviene felicemente in questo caso, della colta polimetria catulliana.

Alessandro Fo

Il risultato è mirabile e suggestivo. Proprio accentuando i caratteri che fanno di Catullo un poeta figlio di un’epoca e quindi di una cultura e di un’espressione poetica a noi lontane, la rischiosa operazione di Alessandro Fo ci permette di riappropriarci del Catullo più vero e ci offre, in questo modo rigenerata, la parentela che ce lo fa simile. I versi del veronese, disincrostati dalla patina di una tradizione che aveva schiacciato il linguaggio in modalità fin troppo ripetitive, sanno parlare con nuovo e inaspettato vigore alla nostra sensibilità di donne e uomini del terzo millennio.

Valga, a modo di esempio, il celeberrimo carme 5, che nella traduzione di Fo suona in questo modo:

Su viviamo, noi due, mia Lesbia e amiamo
e i mugugni dei vecchi troppo arcigni
tutti insieme stimiamoli uno spicciolo.
Solo i soli si spengono e ritornano.
Ma noi, spenta che sia la breve luce,
notte eterna e continua dormiremo.
Mille baci tu dammi, e quindi cento,
poi altri mille, e poi un’altra volta cento,
quindi fino a altri mille, quindi cento.
E poi, molte migliaia accumulatene,
stravolgiamole, un po’ per non saperne,
e un po’ contro il malocchio di un maligno
che il totale di tanti baci sappia.

E’ una poesia, quella di Catullo, che nasce dai due grandi tempi dell’amore (contrastato, fonte di gioia e sofferenza, per Lesbia) e dell’amicizia: poesia generata, nella maggior parte delle liriche da eventi occasionali, eppure capace di parlare a una miriade di generazioni future. Scrive Fo nella introduzione: “La poesia leggera di Catullo nasce per lo più a ridosso delle occasioni dei giorni, e programmaticamente le dà per conosciute dalla sua prima rosa di fruitori, lanciando nello stesso tempo – con garbata protervia – la sfida di riuscire a sopravvivere anche così, per forza di spumeggiante leggerezza, e di esiti comunque capaci di avvincere in futuro anche chi mancherà di alcuni pur importanti ragguagli”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it