CASA DI CARTE di Matteo Marchesini (Il Saggiatore)

Potrebbe bastare l’ampio saggio dedicato all’autore di Trieste e una donna, “Perché Umberto Saba non è popolare in Italia”, per farci apprezzare interamente il valore delle riflessioni critiche di Matteo Marchesini, la sua volontà di esprimere considerazioni all’interno di un preciso quadro di riferimento, tale da liberare l’opera dello scrittore, o il tema trattato, dalla morsa delle “mitizzazioni e mistificazioni” sedimentate negli anni, per ricondurre il discorso ad una specificità che deve essere sempre riconquistata e che, proprio in virtù di questo percorso, può offrirci una lettura finalmente libera da condizionamenti.

Casa di carte raccoglie saggi a articoli di critica letteraria che offrono un quadro della letteratura dal Novecento ai giorni nostri, anzi, come suona il sottotitolo del volume, della letteratura italiana dal boom ai social, quadro che appare per niente trascurabile, proprio in virtù della inedita capacità, che pervade tutto il libro, di differenziare la propria voce rispetto a quanti, e sono la maggioranza, vorrebbero che la critica letteraria fosse il luogo delle rassicurazioni, dell’accademica aprioristica sistemazioni di presenze e canonizzazioni, dell’accondiscendente e rassicurante esaltazione di tutto quanto in questo momento storico corrisponde allo spirito del tempo. Non è un caso che intorno al libro sia nato un po’ di tempo fa un caso Marchesini: l’autore infatti si vide respinta l’opera presso un altro editore (il libro ha visto poi la luce presso Il Saggiatore), quando si era già in una fase molto avanzata della pubblicazione. Al critico bolognese venne chiesto di eliminare dal volume ogni accenno polemico nei confronti di narratori pubblicati o in qualche modo legati alla casa editrice che avrebbe dovuto dare alle stampe il volume.

Matteo Marchesini, che è anche narratore e poeta e quindi anche per questo ancora più coraggioso nelle sue battaglie critiche, cerca di costruire intorno alle opere che analizza quel “vuoto anagrafico” che, come ricorda lo stesso Marchesini, Alessio Martini attribuiva al modo di procedere di Luigi Baldacci, critico più volte evocato, e non a caso, nelle pagine di Casa di carte. Non si tratta di non avvertire la presenza fisica e biografica dell’autore, quanto piuttosto di non dare nulla per scontato sulle opere, rileggendole in modo da astrarle “il più possibile da quella auctoritas accumulata intorno a loro nel tempo”.

Il volume di Marchesini è interamente attraversato dalla convinzione, che si manifesta anche riguardo a scrittori e situazioni diverse, che esista una retorica dell’originalità, che si esprime spesso in una stilizzazione a tutti i costi, dietro la quale si intravede un abile gioco letterario, a volte privo di vera esigenza comunicativa. Così, nel saggio su Saba già ricordato, Marchesini afferma che in poesia non si può avere paura di apparire ovvi e che la “poesia onesta” è in fondo quella poesia che si rifiuta di essere originale a tutti i costi. Oppure, quando parla di Raffaele La Capria, “uno scrittore insieme felice e inquieto, riflessivo e mobile, sobrio, ma pronto ad affrontare i salti mortali della forma, (…), abituato a coltivare la lievità anziché la sua retorica, ed equilibrato nella sintassi quanto radicale nello sguardo”, il critico affonda il colpo contro “una famiglia letteraria nazionale che gronda di snobismi decadenti e di eccessi populisti, di calcolati esibizionismi e di paludamenti astuti”.

Quando poi Marchesini affronta l’argomento Cassola, si criticano le culture egemoni, ci sembra di poter aggiungere di allora e di oggi, “fondate su un esibizionismo dell’intelligenza”. E’ proprio questa intelligenza ostentata che finisce per offrire una rappresentazione del mondo che risulta annebbiata dalla furbizia di chi scrive, o deformata dalla volontà di risoluzione dei dissidi, quando invece il destino dell’arte più vera è proprio quello di rimanere nell’incertezza, nell’impossibilità di dispiegare il complesso paesaggio del mondo in un disegno perfettamente definito. O ancora la realtà è resa addirittura illeggibile dal “ricatto della novità ad ogni costo”. Il rischio è quello di “sostituire lo stile, cioè un modo di guardare il mondo conquistato affrontando gli ostacoli senza rete, e quindi senza nascondere la fragilità, con la stilizzazione, che è l’enfatica sclerotizzazione di un elemento già dato e una maniera apparente di vincere senza combattere”.

E’ chiaro dunque che la letteratura per Marchesini è anche accettare e fare i conti con questa fragilità, con il rischio costante di silenzio, con la “nausea da realtà”, è la capacità di combattere sapendo che il conflitto nel quale si è lottatori accaniti è, per sua stessa natura e per caratteristiche del combattente, senza possibilità di conclusione e dunque senza che possa esistere occasione per la vittoria.

Una lettura che presenta queste caratteristiche finisce per ridisegnare la storia letteraria e culturale degli ultimi decenni. Riemergono così con nuova forza e assumendo un ruolo decisivo, le figure e le opere di Giorgio Bassani, “postumo a priori”, che finisce per dirci sempre “che la realtà in presa diretta è insopportabile”; del dimenticatissimo Domenico Rea, la cui sorte letteraria “somiglia a quella degli innumerevoli figli della plebe che popolano la sua narrativa” e che è vittima della sua stessa “sensibilità avida e cruda”; di Cassola che nel suo romanzo più noto, La ragazza di Bube, a contraddire chi lo aveva etichettato come narratore dei buoni sentimenti, ci dice che la vita “non condanna e non assolve” ed è quindi un autore che “appare molto meno rassicurante di chi si lascia ipnotizzare da un’immagine stilizzata del Negativo”.

Il pensiero a questo punto non può che correre verso la narrativa dei nostri giorni, a quegli scrittori acclamati, Scurati Moresco Lagioia tra gli altri, nei confronti dei quali Marchesini lancia strali appassionati. La polemica è contro quei libri “che tendono a rovesciare le disperate afasie moderne in una logorrea euforica”. E’ quello che Marchesini, sulla scorta di Alberto Savinio, chiama il “romanzo pompiere”, il sogno del Grande Romanzo Definitivo, divenuto in effetti null’altro che un’allucinazione. Valga per tutti il giudizio espresso nei confronti del romanzo La ferocia: “L’estetica della Ferocia viene dai fondi di magazzino del primitivismo decadente, illuminati con le strobo di un paninaro. Lagioia si sdilinquisce davanti a tutto ciò che sembra abbacinante e oscuro, vellutato fino all’astrazione e ferocemente fisico: il suo immaginario coincide con una qualunque pubblicità di cocktail dove una femmina eburnea svanisce mentre le si scuciono regalmente le mutande”.

L’esaltazione per i “finti Romanzi Cosmici” ci ha fatto rifiutare Moravia, romanziere autentico, “come si rifiuta uno specchio che ci rimanda con troppa esattezza la squallida monotonia della nostra vita”.

In Marchesini la polemica comunque non è mai pretestuosa, ma si inserisce in un precisa, raffinata e molto solida idea della letteratura, ed è sostenuta peraltro da una prosa sempre ricca e sapiente. Così, anche nell’affrontare le linee che si sono espresse nella poesia degli ultimi decenni, Marchesini pensa che vada ricordato che ogni poesia dovrebbe proporsi il compito di potenziare il senso della lingua e di fare attrito con gli altri codici linguistici e con la realtà circostante. A dare forza all’espressione poetica per tanti versi martoriata, anche per le scelte improvvide delle collane degli editori maggiori, “gestite con criteri di pessimo gusto”, sono quegli autori che, anche in questo caso, rifiutano l’alibi della stilizzazione “e che costituiscono testi densi, stratificati, di grande coerenza formale”, autori che “non si nascondono dietro un finto esoterismo e inseguono anzi la limpidezza complessa, mai bamboleggiante”.

L’originalità in letteratura risiede dunque tutta nella capacità di guardare il mondo senza furbi scantonamenti, di affrontarlo nella sua complessità, di amarlo anche per la fatica che impone, mai però di assecondarlo.

Saba, come un uccello

Quando Pier Antonio Quarantotti Gambini si decise a dare alle stampe la sua raccolta di poesie Racconto d’amore, pensò di scrivere una lettera all’amico Umberto Saba, che era morto da qualche tempo. Nella lettera confessava di avere preferito che la vicenda di cui era stato protagonista, e che dunque dava luogo per la prima volta ad una narrazione non d’invenzione, fosse raccontata proprio come avrebbe fatto Saba, in versi cioè invece che in prosa. E aggiungeva che era stato in qualche modo ispirato all’impresa (lui, il narratore di La rosa rossa, Il cavallo Tripoli e del più noto L’onda dell’incrociatore) dopo che era entrato in possesso di una pipa del poeta, la più consunta, quella più usata dal poeta, per volontà della figlia Linuccia, che aveva voluto in questo modo che l’amico caro possedesse un oggetto in ricordo di suo padre.

Nella lettera, che è un documento prezioso e struggente e che è posta a introduzione dell’edizione Mondadori del 1965 del Racconto d’amore (sia detto per

Umberto Saba

inciso che ne devo la conoscenza all’amico Alessandro Fo), sempre rivolgendosi a Saba e sempre dandogli del Lei (proprio così, con la maiuscola), Quarantotti Gambini ricorda che l’amico gli aveva raccontato che un giorno un canarino gli era fuggito – in quel tempo Saba stava scrivendo le poesie di Uccelli – e che, dopo vari tentativi di recuperarlo, aveva fatto diffondere da Radio Trieste svariati appelli ai cittadini. “Un’altra volta – scrive Quarantotti Gambini nella lettera – stando disteso sul letto tutto vestito e calzato, come era Sua abitudine, e fumando la pipa, m’indicò con un gesto l’angusta stanzetta di cui aveva già chiuso le imposte perché, vivendo coi canarini, aveva preso le abitudini degli uccelli, che iniziano il riposo al calar del sole”. 

Umberto Saba morì a Gorizia, dove era ospite di una casa di cura, il 25 agosto del 1957, all’età di 74 anni. Le liriche di Uccelli erano state scritte nel 1948, nell’appartamento in via Crispi a Trieste che abitava con la moglie Lina. Quarantotti Gambini ricorda che Saba da qualche tempo si era trasferito in un nuovo appartamento, situato comunque nello stesso stabile, “più elevato di uno o due piani, come ben conveniva, quasi simbolicamente, a un poeta ch’era andato cercando una limpidezza sempre maggiore”. Insomma Saba si era avvicinato alla purezza del cielo, a quel cielo, c’è da aggiungere, frequentato dagli uccelli che tanto amava. Dopo la breve raccolta dedicata agli uccelli, il poeta triestino scriverà solo le poesie raccolte in Quasi un racconto (e tra loro sono le Dieci poesie per un canarino), le Sei poesie della vecchiaia e il romanzo Ernesto, che sarà pubblicato diversi anni dopo la morte.

Tra i testi contenuti in Uccelli, i ricordi riportati nella lettera di Quarantotti Gambini mi fanno concentrare, ora a sessanta anni dalla scomparsa del poeta, sulla poesia Cielo, che peraltro è dell’intero gruppo, insieme all’altra che ha titolo Nietzsche, quella dove meno si parla dei volatili, o meglio dove essi hanno soltanto il ruolo di comparse.

Trascrivo la poesia:

Cielo

La buona, la meravigliosa Lina
spalanca la finestra perché veda
il cielo immenso.

Qui tranquillo a riposo, dove penso
che ho dato invano, che la fine approssima,
più mi piace quel cielo, quelle rondini,
quelle nubi. Non chiedo altro.
Fumare
la mia pipa in silenzio come un vecchio
lupo di mare.

E’ indubbio che il centro tematico dei versi sia proprio il cielo. La parola compare, oltre che nel titolo, altre due volte nel testo. Particolarmente indicativo è il terzo verso, composto da un sintagma nominale altamente significativo, legato in enjambement con il “veda” del verso precedente. La prima strofa è animata dall’azione della premurosa Lina, che consiste nello spalancare la finestra. E’ come se Saba, che ha spesso parlato nei suoi testi di strade cittadine, a volte oscure e degradate, di persone che le attraversano, dei personaggi più umili, a cui si è sentito affine, di un “nero magazzino di carbone”, con l’approssimarsi della fine senta il bisogno di luce, di spalancare la finestra per vedere “quel cielo, quelle rondini, quelle nubi”. Saba aveva allora 65 anni, ed era vittima di una grave forma di depressione: le poesie di Uccelli vengono composte, come scrive lo stesso Saba, in “un breve periodo di tregua” concessogli dal suo male, che gli impediva “ugualmente di vivere e di morire”.

E’ singolare che sia nel ricordo del più giovane amico che in questi versi si parli di una finestra (ed è da presumere che sia la stessa): Quarantotti Gambini riporta di come le imposte si chiudessero presto la sera per rispettare le abitudini dei canarini, che il poeta accudiva con amore; Saba ci pone davanti a una finestra che si spalanca perché sia visibile “il cielo immenso”. I due gesti comunque concorrono alla stessa situazione. Il poeta è immobile, non chiede altro che guardare e fumare l’immancabile pipa, “come un vecchio / lupo di mare”. E cosa fa un lupo di mare, una volta diventato “vecchio” (anche questa parola è in posizione forte, alla fine del verso, in enjambement), se non ammirare l’immenso paesaggio che ha davanti, ammirare con nostalgia e ricordare, non potendo più agire?

In questa poesia, il protagonista sembra non potere fare altro che percorrere lo spazio angusto della propria camera (anche questo il ricordo di Quarantotti Gambini ce lo restituisce chiaramente) e contemplare il cielo, che diventa, allo stesso modo che per i canarini nelle loro gabbie, un luminoso e irraggiungibile oggetto del desiderio. Saba è come i suoi canarini chiuso in uno spazio limitato; come agli amati volatili, anche al poeta è sufficiente la visione del cielo per cantare ed essere felice, sia pure di una felicità segnata dalla nostalgia e dall’impossibilità di essere libero, di poter volare nel “cielo immenso”.

Nella lettera che Saba scrive ai “cari amici” (anche qui una lettera) a modo di prefazione alle poesie di Uccelli, sostiene “di non avere nulla da dire o da fare” in un mondo che non è più il suo. Racconta anche che “il gerente” della Libreria Antiquaria “che porta ancora il mio nome” aveva acquistato un gruppo di libri sugli uccelli e, temendo di aver fatto un cattivo affare, li aveva nascosti. Questi volumi però, scoperti dal poeta, lo attraggono e lo affascinano, aprono alla sua curiosità scenari imprevisti. Scrive Saba: “Sentirsi leggero e volare per forza propria mi sembrò, in quell’ultimo respiro che mi dette la vita, il colmo della felicità”.

Il canarino

(versi fischiati a Saba)

nel mondo dei volatili mi perdo
U. S.

 

Hai chiuso tante volte la finestra
perché volasse nella stanza angusta
il canarino, forse gli fischiavi
per essergli vicino, diventavi
esile, tutto piume, becco a becco
gli porgevi il panìco, quello prodigo
lo spargeva dintorno, vecchio Saba
cercavi di volare, con che grazia
lanciavi le tue attese verso il cielo,
perché sognavi d’essere un uccello
dentro la gabbia, nell’angusta stanza,
e dalla gabbia a tutto quell’azzurro
ti dedicavi, era lì la vita,
nel frullo senza pena delle ali.

 

Saba e i canarini

La poesia è inclusa nel mio libro Il mondo che farà (Elliot).

Riporto quanto ho scritto nella nota che conclude il libro a proposito delle circostanze da cui sono nati questi versi:

Per quanto riguarda Il canarino mi piace ricordare che quando Pier Antonio Quarantotti Gambini si decise a dare alle stampe la sua raccolta di poesie Racconto d’amore, pensò di scrivere una lettera all’amico Umberto Saba, che era morto da qualche tempo. Nella lettera, posta a introduzione della raccolta nell’edizione del 1965 data alle stampe da Mondadori, rivolgendosi a Saba e sempre dandogli del Lei (proprio così, con la maiuscola), Quarantotti Gambini ricorda che l’amico gli aveva raccontato che un giorno un canarino gli era fuggito – in quel tempo Saba stava scrivendo le poesie di Uccelli – e che, dopo vari tentativi di recuperarlo, aveva fatto diffondere da Radio Trieste svariati appelli ai cittadini. «Un’altra volta» scrive Quarantotti Gambini nella lettera «stando disteso sul letto tutto vestito e calzato, come era Sua abitudine, e fumando la pipa, m’indicò con un gesto l’angusta stanzetta di cui aveva già chiuso le imposte perché, vivendo coi canarini, aveva preso le abitudini degli uccelli, che iniziano il riposo al calar del sole».