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Il mondo che farà

di Alessandro Fo

Un certo giorno uno camminando”… “Gli altri vanno dritti / e lui scantona ed abbandona il gruppo, […] / lui aspetta / che il mondo che farà venga a soccorso”… Così si avvia la nuova splendida raccolta di Giuseppe Grattacaso (non una poesia che fallisca il bersaglio), un viaggio “attraverso lo spazio dell’esperienza, alla velocità della pagina voltata” (rubo la frase a Brodskij, Profilo di Clio, Adelphi, Milano 2003, p. 65). L’io che tiene le fila del diario è un io turbato dalla bellezza e dall’enigmaticità del cosmo, appartato e partecipe, legato da un affetto profondo a cose e incontri (inclusi quelli con Marylin Monroe e Stanlio e Ollio), e insieme abbandonato a una ineluttabile giostra di affioramenti e congedi che ne vela di malinconia i melodiosi endecasillabi. “La vita certe volte sfila accanto, / per proprio conto prende strade incerte, / spesso in salita […] / mentre io arranco lei viaggia spedita / ed incosciente, io non me la sento / di starle dietro […] / mi addormento / se lei corre di lato, o faccio finta / che sono assente e non è mia la vita”. Dà il “la” a tutto il libro la prima sezione, Il tempo impaludato: è il tempo che si è impigliato e perso fra le ceste di un mercato ortofrutticolo (a differenza di una divina apparizione femminile che vi trascorre decisa), spazio aperto ai sogni e anche ai fantasmi di persone care, là dove, quasi rubando un’intenzione a Sandro Penna, l’io scrive “vorrei stare / ore perduto in questa sonnolenza”. Da questo microcosmo si leveranno le grandi coordinate tanto pittoriche quanto meditative del libro. La riflessione si muove all’insegna di una perplessità sul disegno provvidenziale che governerebbe il mondo, sommessamente proposta fra sorriso ironico e contemplazione disincantata del caos, materiale e morale, in cui versiamo (“nel disordine / della dissolutezza del creato […] / E in ciò trovare cupa meraviglia, / una felicità nel cedimento”). Quanto allo sguardo che, meditando, dipinge, torna quella compresenza di un’attenzione alle minime cose di quaggiù e di una proiezione ai teatri delle più remote lontananze, che già contrassegnava il precedente La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto, 2013) – titolo estremamente (bello e) significativo. Nel raggio breve si studiano arance, cavoli, zucche, l’insetto, l’ortensia (che sembra periodicamente rigenerarsi, come vorremmo fosse della nostra vita), i pini appena abbattuti in Piazza d’Armi, gli artrosici ulivi, i polli appena uccisi, in attesa di smistamento verso le mense (folata non tanto vegetariana, quanto di reverenza e compassione per ogni esistenza), e tutte le realtà di cui un giorno il Sole, spegnendosi, avrà nostalgia: “montagne e continenti, / i ciclamini, i gemiti degli uomini, / la bontà dei castagni, le distratte / rive dei laghi, il volo rarefatto / della tortora, l’orgoglio dei ghiacciai, / il lume remissivo delle lucciole, / la mano tesa ad indicare il sole”. Nel raggio ampio, lo sguardo si protende fino all’interrogativo sui confini del cosmo, e, oltre, su esistenza, natura e progetti del Creatore. Speciale è sempre la tenerezza per “le cose […] tenute in poco conto”. Ma non minore attenzione va ai corpi celesti – il Sole appunto, Plutone, la cometa che sfreccia come squalo trascinandosi dietro il pesce-pilota della sonda Rosetta, e (nella sezione Terra) il potenziale nostro duplicato costituito dal “Keplero / quattrocento cinquantadue bi” (spiega una nota: “un esopianeta che ruota intorno a una stella della costellazione del Cigno”, di condizioni astronomiche paragonabili alle nostre). Tema fondante è quello dei tempi sospesi: oltre a quelli del mercato, il blocco di un giallo al semaforo, gli attimi prima dell’inizio di una partita, le istantanee captate dall’occhio del passeggero in un treno che rallenta, o l’altra breve sosta – in treno, in auto a piedi – che casualmente ci porta a essere partecipi delle vite degli altri, intraviste in un loro spazio privato. Commuovono anche noi, come già l’autore, il mistero dell’invecchiare, quando, “nel bistrot / in Rue Lepic”, si perde presa sugli altri, iniziando a passare inosservati; e poi la tanto luminosa casa in declino che fu già del padre (ora “residente / al cimitero di Salerno”), gremita di poveri oggetti abbandonati e di ricordi; la piazza che vive di persone placide e indolenti, che a bassa voce conversano inconsapevolmente sulle rive del nulla, perché “tra poco più di un secolo nessuno / degli odierni viventi sarà tale” e “ciò dimostra / che la fine del mondo è ricorrente”. Come loro, tutti noi inseguiamo segretamente uno scopo, la meta in cui sogniamo un punto di svolta: e – così si chiude, ad anello, la raccolta – “è proprio il niente, / quell’attimo di vita insospettabile, […] / che vorremmo durasse, quota zero / che festeggiamo, lì finisce il tempo / ed ha principio il mondo che farà”.

Poesia, n. 350, Luglio/Agosto 2019

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