Lo sguardo dell’attesa

Ricevo da Cinzia Anselmi, che ha presentato insieme a Alessandro Fo il mio libro di poesie Il mondo che farà a Siena alla libreria Mondadori, questo testo che racconta il suo incontro con i miei versi e che si addentra in un’attenta lettura della raccolta. Lo pubblico molto volentieri (sia pure con un po’ di imbarazzo, visti i giudizi lusinghieri che vi sono espressi) e ringrazio l’autrice per le sue considerazioni così vive e dense.

di Cinzia Anselmi

Ho incontrato Giuseppe Grattacaso solo due-tre anni fa, leggendo le storie che racconta nella raccolta Parlavano di me, del 2015. Sono stata catturata e, direi, emozionata dalla sensibilità raffinata con cui svelava pieghe di vita dei suoi personaggi: il professor Tommasini, padre di un giovane mai laureato; Silvana, la giovane albanese trasferita con la famiglia in Italia; Ferruccio Sorrentino, in particolare, il vecchio sarto a cui cominciano a tremare le mani, forse anche i pensieri. Che «si guardava le mani e avrebbe voluto piangere» perché «il tremito lo faceva sentire più solo […] prendeva l’aspetto di lunghe giornate vuote e senza scopo, senza un tessuto tra le mani, una gonna, un paio di pantaloni che giustificassero la sua presenza al mondo» (p. 144)

Una sensibilità che faceva immaginare il poeta accanto al narratore, come mi era successo leggendo il romanzo autobiografico di Pierluigi Cappello. C’era il poeta, infatti, e lo incontrai poco dopo leggendo La vita dei bicchieri e delle stelle (che di fatto era uscito ben prima dei racconti). Un titolo affascinante, simpatico, quasi provocatorio, che faceva desiderare e presagire incontri decisamente inediti. Qui prendevano voce gli oggetti quotidiani, si svelava non dico la loro anima – forse gli oggetti di vetro o di acciaio inox non ce l’hanno – ma la vita che noi, con la nostra, trasferiamo e infondiamo a loro. Al bicchiere, alla tazza, al cucchiaio a cui io, o mio padre che non c’è più, abbiamo avvicinato tante volte le labbra, e che restano lì a testimoniare e ricordare nel tempo la presenza o l’assenza del calore di quelle labbra.

Un incontro sorprendente: poesie belle, vere, che spaziavano dai bicchieri agli spazi infiniti delle stelle.

Con l’uscita di Il mondo che farà il desiderio di lettura si riaccende: già il titolo appare efficace, invitante, come quello della raccolta precedente. Gioca su un equivoco consonantico, farà/ sarà, o pone una domanda senza il punto interrogativo? Sicuramente crea un’attesa, appagata e coltivata dalla lettura. Sei sezioni aperte prima dalla citazione di un enigmatico e splendido testo di Sbarbaro, poi dalla poesia che dà il la alla sinfonia: «Un certo giorno uno camminando/ per una strada che non riconosce/ o nell’attesa di un treno alla stazione/ in leggero ritardo […]/ abbandona il gruppo,/ elimina le chat, senza parole/ rimangono le immagini, lui aspetta/ che il mondo che farà venga a soccorso […]/ Lui aspetta un nuovo tempo […] vento che rischiari il paesaggio (p. 9).

Leggo le poesie tutte d’un fiato, come si legge un racconto. E scopro, arrivata all’ultima, che racconto lo sono davvero. «Ci piace che l’attesa sia racconto» è l’incipit dell’ultimo componimento a p. 100. Poesia, certo, ma, come ha scritto al termine della sua recensione Matteo Pelliti sul web magazine Succedeoggi, «di grande e godibile leggibilità».

Non tutti i testi mi sono chiari a una prima, immediata lettura, ma vado avanti col piacere e l’attesa della pagina successiva. L’ultima sezione è una folgorazione: sono persa, emozionata e catturata da quelle poesie sulla casa dei genitori, vuota dei suoi abitanti e ancora piena dei loro oggetti, testimoni di tempi, vite e affetti condivisi. Quelle poesie parlano di me, raccontano e prefigurano il mio vissuto. Che poi è il vissuto che ci accomuna, prima o poi, tutti. E, come scriveva Alessandro Fo a proposito della musica di Chopin (in Mancanze: «Il valzer in do diesis/ minore (opera 64,2)»), tanti di quegli endecasillabi riescono a volgere la «pena» in «leggerezza».

Leggo di nuovo le poesie in sequenza, mi soffermo sui titoli delle sei sezioni della raccolta e mi pare di individuare il filo conduttore, il «pensiero», come lo definisce l’autore stesso in un componimento semiserio Io forse scrivo anche stamattina (p. 73), che ci racconta il suo rapporto con gli endecasillabi e quindi con la poesia.

Il filo si snoda dai primi versi, citati sopra, che aprono la raccolta: un giorno uno di noi esce dalla corrente rapida, forsennata, del vivere distratto. Si ferma in pausa, in ascolto, in attesa. Pone un’attenzione nuova alla vita e alle sue espressioni. Alle memorie, alle domande di senso, alte, spesso senza risposta certa, che si porta dentro. La vita è un enigma con una sua grande bellezza. Come i licheni descritti da Sbarbaro nel testo citato nella pagina precedente l’incipit. Forse, finché noi riusciremo ad uscire dal «gruppo» e a ritagliarci tempi di attenzione e di ascolto e di attesa degni degli esseri umani, potremo accarezzare, malgrado la difficoltà di cogliere un senso convincente nella Storia (Se il tempo non è quello di una volta, p. 69), la «speranza» di un «mondo che», pur col suo enigma, «farà» ancora bellezza.

L’«attesa», dunque, è la condizione per intraprendere il cammino di senso, per porre attenzione e sguardo nuovi a noi stessi e alla vita nelle sue varie espressioni. È la parola-chiave di questo «racconto», come dimostra la poesia in quarta di copertina Se il giallo si confonde e non conclude, che ci insegna, dopo i gialli ‘resistenti’ della ginestra leopardiana e dei limoni montaliani, un giallo nuovo, inedito in letteratura, quello del semaforo che prelude la sosta e l’attesa.

Sintonizzati su questa lunghezza d’onda, potremo incontrare, grazie a Giuseppe Grattacaso, ai suoi splendidi, musicali e familiari endecasillabi, la poesia che c’è in tutte le espressioni della vita, anche le più impensabili: la frutta e la verdura esposte sui banchi al mercato (pp. 13 ss.), le nostre piazze (28 e 31), gli spazi siderali (32), i bistrot (54), i momenti di scetticismo e smarrimento (25, 30, 33, 65), i ricordi nostalgici di miti passati (77 e 81), la casa dei genitori rimasta vuota (87 ss.).

E non è incontro da poco.

Arrampicato su un albero. Ricordo di Pierluigi Cappello

di Alessandro Fo

 

Desidero scrivere qui poche «parole povere», a caldo, per salutare Pierluigi nel momento in cui si ricongiunge ai suoi amati genitori, e scelgo intenzionalmente di farlo da un punto di vista personale. Poche persone ho conosciuto, nella mia vita, che abbiano saputo portare una testimonianza tanto diretta ed evidente dell’importanza della cultura, specialmente letteraria, e in particolare della poesia, nell’esistenza di ciascuno di noi.

A sedici anni, fra le tante passioni e speranze che coltiva ogni ragazzo, aveva quella dell’atletica leggera, ed era un velocista. Ma uno sventurato pomeriggio accettò un passaggio in moto da un amico. Di lì a poco, la moto uscì di strada, l’amico morì, Pierluigi riportò lesioni gravissime, che hanno trasformato la sua esistenza in un calvario ospedaliero, e l’hanno costretto poi per sempre su una sedia a rotelle. 

Pierluigi Cappello riceve la notizia della vittoria del premio Viareggio

Quanto la letteratura e la poesia abbiano giocato per lui un ruolo fondamentale per superare questo momento è scritto in pagine altissime, nel racconto che egli stesso ha tessuto del suo itinerario biografico: il libro Questa libertà, che Rizzoli ha pubblicato nel 2013. Vi racconta dei primi successi quando scriveva i suoi temi alle elementari: il libro-premio con le immagini degli aerei che, insieme al suo risiedere in alto, a dominare la valle, gli avrebbe istillato la passione del volo. E poi della sua vita a Chiusaforte, del momento epico in cui, nella povera casa arrampicata sui crinali, il padre trasportò di peso sulla propria schiena, lungo un’erta ripidissima, quel così necessario e quasi fantastico strumento che era una lavatrice. E di come quella povera casa venisse poi presto spazzata via dal terremoto del Friuli. Vi racconta di quando leggeva arrampicato su un albero, e di come gli si schiudesse così un nuovo universo di avventure e di mirabili viaggi e percorsi, dei quali da ora e per sempre avrebbe voluto divenire parte integrante. Quell’universo che poi, recuperato – appena possibile, e con braccia deboli e incerte – fra le lenzuola del primo ospedale, l’avrebbe salvato. Lodevole impresa, quella di Francesca Archibugi, aver voluto a sua volta salvare questa vicenda con i mezzi del cinema nel suo film del 2013 (in commercio come DVD) Parole povere.

A presentarmi Pierluigi è stato, in qualche modo, il poeta tardolatino che ha dirottato sui classici il mio viaggio personale: Rutilio Namaziano. Dopo una conferenza sul suo poemetto Il ritorno, il giovane studioso Maurizio Zuliani mi segnalò che un poeta friulano aveva scritto un acrostico su Rutilio. Infatti, nella sua raccolta La misura dell’erba (Milano, Ignazio Maria Gallino 1998, seconda edizione 2000), Pierluigi studia già il tema (poi cruciale nelle sue poesie, e forse non sempre in piena consapevolezza) del conflitto fra movimento e immobilità, scegliendo a suoi campioni Rutilio Namaziano, cioè un poeta che ‘parte’ e vorrebbe restare (p. 19), e Umberto Saba, che invece è un poeta che ‘resta’, con nostalgia e quasi ansia del partire (p. 20):

Namaziano

Non le barche, le scapole dei servi
amare al peso del trasloco, o l’alba
marina di Roma; lui magister
alzò su di sé lo sguardo, divenne
zona viva tra il suo respiro e l’altro
il filo e la sostanza del poeta;
allora non fu partenza il congedo:
nero, in mezzo, lo scalpito del mare
oltre l’indice teso del pontile.

 

Umberto Saba

Uno soltanto tu mi sei poeta
marino, che con l’iride d’azzurro
brevi ansietà d’imbarco mi riveli
e aria e onda spuma di mare e scoglio
respirano nei versi come te;
tu ne tremi, poeta, e quanto il mare
o l’ansito delle navi a vapore
sbioccate là sui fogli dove il cielo
altro non è che estrema ed incessabile
brama d’Odisseo che eri, torni in me:
alto com’è dei culmini ti levi.

Così cercai un contatto, e conobbi sia Pierluigi (all’epoca ricoverato per una lunga degenza nell’ennesimo dei suoi tanti ospedali), sia Anna De Simone, l’autentico angelo che lo ha seguito e aiutato in tutti questi anni nel suo itinerario di artista. Nascevano due grandi amicizie, che ancora oggi riempiono e riempiranno la mia vita. E che ne hanno comportate molte altre, altrettanto belle e importanti. 

Cappello con Alessandro Fo

Dei molti momenti che ci hanno legato vorrei ricordare qui quello forse più bello, quello in cui ho potuto vedere ‘in diretta’ l’amico nel momento in cui si accendeva una delle sue più grandi felicità. Nell’agosto del 2010 Pierluigi figurava nella cinquina finale del Premio Viareggio con la bellissima silloge pubblicata nelle eleganti edizioni del nobile amico Nicola Crocetti Mandate a dire all’imperatore. La Commissione giudicatrice si sarebbe riunita per designare il ‘supervincitore’ di ciascuna sezione solo il 26 agosto, cioè il giorno immediatamente precedente a quello in cui l’esito sarebbe stato reso noto in conferenza stampa, e si sarebbe tenuta quindi, in serata, la Premiazione. Le condizioni di salute di Pierluigi non gli permettevano quasi di affrontare alcun viaggio, figuriamoci un viaggio tanto lungo come quello da Tricesimo, dove viveva, a Viareggio. Non era pensabile tentarlo, nemmeno in caso di definitiva vittoria. Avventurarsi comunque? Pierluigi decise di rischiare e di suddividere la spedizione in due tappe. Con l’aiuto di una squadra di amici generosi, si organizzò con una sorta di ambulanza, in cui viaggiava sdraiato, e, quella famosa vigilia, fece tappa in un Motel sull’autostrada, nei pressi di Bologna. Se lì avesse appreso la notizia della vittoria, l’intera compagnia avrebbe proseguito la mattina seguente per Viareggio. Altrimenti, sarebbero rientrati tutti a Tricesimo. Io lo raggiunsi in quel motel e, quando uno dei giurati telefonò – era Mario Graziano Parri, che si era molto battuto per lui ed era era particolarmente in ansia sapendo di quel viaggio – , capitò proprio a me di ricevere la chiamata e di vivere con lui quel momento (l’ho potuto fermare in una fotografia, e penso non sia sbagliato accluderla, anche se lo coglie stanco e provato in un letto). Il giorno dopo eravamo a Viareggio.

Pierluigi era bello, simpatico, delicato, paziente, umile. Non si poteva non volergli bene. Fino dall’inclusione nei quaderni di poesia contemporanea curati da Franco Buffoni, il mondo letterario italiano gli ha riconosciuto quanto ha potuto: fra gli altri, oltre al Viareggio, il Premio Bagutta, il Premio Montale, il Premio Pisa; senza contare la laurea honoris causa dell’Università di Udine. È stato il modo in cui ‘concretamente’ la poesia e la letteratura hanno cercato di consolare un giovane ferito nel profondo dagli eventi della vita, ricompensandolo dell’autentico spirito religioso – laico, contingente, e sempre propugnato con così calda umanità – con cui Pierluigi si è avvicinato ai loro meravigliosi segreti. L’editore Rizzoli ne aveva di recente fatto uno dei propri autori più significativi, e nel suo catalogo si possono trovare ora praticamente tutte le sue poesie ‘riconosciute’: la silloge che egli stesso curò nel 2013 con il titolo di Azzurro elementare e le ultime poesie che con caparbia volontà ha strappato a condizioni sempre più impervie lo scorso anno: sono uscite sotto il Natale del 2016 con il titolo Stato di quiete (in appendice, l’accurata bibliografia delle sue opere e degli interventi critici che lo riguardano, curata da Anna De Simone).

Fra le tante sue bellissime poesie, ne amo particolarmente una tanto breve e significativa, da Mandate a dire all’imperatore, che recupera tutta la sua gentile proiezione verso le figure amate, da quella distanza che spesso impone la vita (e tanto più a chi ha conosciuto deprivazioni di libertà quali quelle con cui Pierluigi ha dovuto sempre combattere):

Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato

 

L’ultima poesia dell’ultima raccolta, Stato di quiete, è una breve lirica separata da un foglio bianco, e presentata senza alcun titolo, in corsivo, che in qualche modo racchiude tutta la sua sensibilità: la vicinanza alla natura e ai giochi infantili, la fede nelle parole, e nei loro riti, che fasciano il cuore più intimo e prezioso di ogni nostra realtà:

Costruire una capanna
di sassi, rami, foglie
un cuore di parole
qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.

 

Parlavano di me – Hippopotamidae

Pubblico l’inizio del primo dei nove racconti che compongono il mio libro Parlavano di me (Edizioni Effigi). Il racconto ha titolo Hippopotamidae.

 

Il volume può essere acquistato richiedendolo in qualsiasi libreria. Oppure online,  recandovi  su queste pagine:

http://www.amazon.it/Parlavano-di-me-Giuseppe-Grattacaso/dp/8864336168/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1454420869&sr=1-1&keywords=grattacaso

http://www.ibs.it/code/9788864336169/grattacaso-giuseppe/parlavano-me.html

http://www.cpadver-effigi.com/blog/parlavano-di-me-giuseppe-grattacaso/

 

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Ha cominciato a correre tra i viali, avanti e indietro, girando a caso a destra o a sinistra. Ha un piumino rosso che lo fa sembrare un piccolo fagotto irrequieto, un papavero che vola verso il sole, l’ala del pappagallo. Dopo un po’ ha cominciato a sedersi su ogni panchina. Dieci passi, una corsa veloce, la panchina. Ancora qualche passo, corsa, panchina. L’ho guardato fare. Finalmente si è avvicinato.
Gli animali sono abituati ai bambini, non fanno nemmeno più caso alla loro presenza. Ce ne sono sempre tanti qui, che urlano e che si inseguono. Ma oggi c’è solo lui, un solo bambino dentro il suo piumino rosso.

Lavoro allo zoo da due anni. Spalo letame dalle gabbie degli animali. Comincio alle sei del mattino, porto via lo sporco con una scopa di saggina, quelle che usavano un tempo i netturbini, poi con la pompa o a secchiate faccio in modo che l’acqua completi l’opera.
I primi giorni avanzavo con circospezione. Cercavo di non pestare gli escrementi. Nei vialetti controllavo la suola delle scarpe, come si fa sui marciapiedi di città, quando si teme d’aver pestato la cacca di un cane. Poi ho capito che è tutto inutile. Non c’è riparo alla merda, soprattutto dopo che è piovuto.
Faccio lo stesso giro tutte le mattine. E’ bello sapere che troverò gli animali nelle gabbie e che le gabbie sono sempre lì, uguali a se stesse, immobili e inesorabili, con quello spicchio di mondo che si portano dentro, le certezze di limiti prestabiliti, di vite che non cercano niente dal destino. A pochi centimetri dalle sbarre o dalla rete di protezione un cartello spiega le caratteristiche degli animali: c’è scritto il nome in latino, la provenienza, le particolarità della specie.
Armadillo villoso, Chaetophractus villosus, Sud America meridionale, vive in habitat aridi, è caratterizzato da lunghe setole, d’estate è prevalentemente notturno e si nutre di piccole prede, d’inverno è attivo soprattutto di giorno; la sua dieta è composta essenzialmente di vegetali. Cavallo di Przewalski, Equus przewalskii, Asia orientale, estinto in natura, sopravvive nei giardini zoologici e nelle zone protette, il branco tipico è guidato da una femmina anziana ed è formato da altre femmine, dalla loro prole e da uno stallone che rimane in posizione marginale.
Io d’estate sono qui all’alba. C’è appena un po’ di luce, gli animali si sono da poco svegliati ed è il momento più rumoroso della giornata. Il leone, i pappagalli, i macachi non si ricordano che sono dentro da una vita, che i loro messaggi non saranno raccolti da nessuno che non sia a pochi passi da loro, e lanciano i versi al sole che sorge. Aspettano delle risposte che non arrivano.
Qualche volta mi fermo davanti al recinto dell’Equus przewalskii, guardo la coppia immobile se non per le code che ogni tanto si agitano e i due sopravvissuti mi fanno tenerezza coi loro corpi un po’ tozzi, l’espressione assorta e inebetita, mentre si chiedono cosa ci faccia piantato lì. Chiamo il maschio, schiocco la lingua sul palato, gli faccio dei segnali con le braccia. Quando è a pochi passi gli dico che anche noi uomini non siamo più capaci di vivere in natura, siamo di fatto estinti per la natura. In un habitat naturale non riusciremmo a sopravvivere neppure pochi giorni, anche noi siamo protetti e chiusi in gabbie e recinti che costruiamo noi stessi. Viviamo tutelati nelle nostre città, nelle nostre case. Ci sono quelli che credono di andare a vivere in campagna perché a loro piace il contatto con la natura, così dicono. Ma della natura non sanno niente, non riconoscono gli alberi, non toccano mai la terra con le mani. Quando lo fanno, corrono subito a lavarsele. Le loro abitazioni sono più ricche di quelle di città. La domenica vanno a passeggiare nei centri commerciali pur di non vedere quell’erba che cresce in giardino e che bisognerebbe tagliare.
L’orango del Borneo, Pongo pygmaeus, vive in media tra i 35 e i 45 anni, i maschi arrivano a pesare fino a 100 chili, le femmine solo la metà. Raggiunta la maturità sessuale intorno ai 12 anni, i maschi sviluppano guance carnose e larghe, con cui impressionano i rivali e le femmine. I nostri simili per impressionare gli altri maschi e conquistare le donne, le guance cercano di scarnificarle, sudano all’interno di eleganti palestre, corrono e corrono, e poi, quando smettono di correre, salgono su grandi auto nere, che sembrano fuoristrada, ma non si sa bene cosa siano e a cosa servano.
Ce ne sono bizzarrie tra gli animali. Per esempio la foca di Weddell, Leptonychotes weddellii, nella stagione fredda trascorre il suo tempo sott’acqua, raggiungendo i 600 metri di profondità, ma è costretta a mantenere delle cavità piene d’aria sotto il ghiaccio o delle aperture per respirare e trascinarsi fuori. Per fare questo utilizza i canini e gli unghielli delle natatoie, ma i suoi denti non crescono continuamente, e col tempo si rompono a forza di tritare il ghiaccio. Così accade spesso che la foca muoia di fame, perché non ha i denti per mangiare. Lo Yak selvatico, Bos grunniens, conosciuto anche come bue tibetano, vive solo nelle steppe gelide a più di seimila metri di altezza. Durante le tormente di neve si protegge sdraiandosi accanto ai compagni del branco, formando un cerchio, con la testa rivolta verso l’interno.
Il Lar o “gibbone dalle mani bianche”, Hylobater lar, diventa attivo poco dopo l’alba, quando il maschio e la femmina eseguono una specie di duetto di grida forti e in crescendo, che serve per rafforzare il legame di coppia. Forse per vivere in due bisogna fare così, urlarsi qualcosa appena alzati, dirsi cattiverie a voce sempre più alta, strillare fino a non avere più forza.
Io comunque preferisco gli erbivori. Perché la merda degli erbivori non puzza se non di fieno stantio. Se la pesti, non ti porti dietro il tanfo fino a sera.
Ogni tanto dirigo lo spruzzo d’acqua della pompa sui miei stivali. L’acqua ricade in rivoli marroni. Se ho pestato la merda del leone o della tigre non c’è niente da fare. Mi rimane il puzzo nel naso fino a quando non torno a casa.
Quando non c’è nessuno d’inverno o nelle più torride giornate estive e so che il proprietario e il custode sono al caldo o si godono l’aria condizionata nei loro uffici, immergo gli stivali nella vasca dell’orso bianco. Muovo le gambe velocemente, produco degli schizzi come fanno i bambini con i loro piccoli piedi sulla sponda di un lago o nella vasca da bagno. Io ho i piedi dentro gli stivali. Certe volte l’orso mi guarda dalle sbarre. Non credo che sia contento che io usurpi il suo posto. Più tardi lo vedo che annusa il bordo della vasca.
Non stanno mica male gli animali. Qui hanno ricostruito il loro ambiente naturale. Almeno così dicono i depliant illustrativi, così sostiene il proprietario davanti alle scolaresche delle scuole elementari che visitano il giardino zoologico. In effetti gli animali sono protetti, tanto è vero che vivono più a lungo che se fossero nel loro habitat. Anzi il Cavallo di Przewalski non saprebbe neppure dove andare, non ce l’ha più un suo spazio che non sia quello dello zoo. Non credo nemmeno che il maschio ricordi che un tempo c’erano tante femmine nel branco, invece di quest’unica compagna.
Non è per niente facile ricostruire la savana o la giungla o la steppa a seimila metri o le acque del circolo polare. Diciamo che è come se gli animali vivessero pigiati dentro una cartolina. Sempre la stessa immagine, cambia solo la loro posizione. Lo stesso albero, lo stesso pezzo di foresta o di deserto. Non sai mai quello che c’è più a destra o più a sinistra. Dopo quell’albero ce ne sono altri o c’è un’ampia distesa di vegetazione stenta?
Dopo quell’albero in effetti c’è il casotto degli attrezzi e dopo ancora uno spiazzo per i giochi dei bambini. Scivoli, altalene, le panchine, così i genitori e gli insegnanti possono sedersi. Qui vengono molti bambini. Le caprette che sono libere per i viali del giardino zoologico li seguono in attesa di qualche ricompensa. Ci sono distributori di mangime. A pagamento, naturalmente.
Anche i pavoni passeggiano tutti tronfi tra i viali. Ma loro non amano i bambini. Quando li vedono salgono su una voliera e, se gli pare, aprono a ventaglio il lungo strascico di piume e si scuotono, come a dire non vogliamo seccature da questi mocciosi senza piume.
Quasi sempre rimango allo zoo anche per la pausa pranzo. Soprattutto in primavera, mi siedo su una panchina all’ombra davanti alla gabbia dei babbuini della Guinea e mangio il panino che ho preparato a casa. Leggo qualcosa. Ascolto i rumori dello zoo. I versi degli animali, ruggiti belati ululati che si susseguono, si intrecciano, si sovrappongono. Il frullare delle ali della Avocetta o del Turaco crestarossa. I tonfi delle Otarie orsine del Capo che si tuffano nell’acqua gelida. Gli zoccoli delle zebre di Burchell o del Cervo maculato che sbattono sulla pietra per liberare gli arti dalle mosche. La giraffa che strappa le foglie dalla mangiatoia. Il cammello che rumina.
Quando è caldo, mi distendo sulla panchina e mi addormento cullato da questi sogni di lontananza e di estraneità. Mi svegliano i babbuini che urlano, che si aggrappano furiosi alla gabbia, che corrono nel loro poco spazio come in una danza isterica di tarantolati.
Ma il rumore che preferisco è quello dell’ippopotamo che si muove nella sua acqua sporca e fangosa. Bisogna essere ben allenati per percepirlo. Ma io so sentirlo anche in lontananza. E distinguere. Per esempio mi accorgo se l’ippopotamo sta immergendo nella melma il suo testone, che poi scuote, lentamente. O quando apre le grandi fauci. Mi sembra di ascoltare la noia maestosa di quel sontuoso sbadiglio.
E’ l’animale che preferisco. Starei ore a guardarlo, lui che sta quasi sempre fermo, che guarda fisso davanti a sé, insensibile a tutto quello che gli sta intorno. I bambini urlano, “ehi! ehi!”, cercano di attirare la sua attenzione, improvvisano balletti davanti al suo recinto, gli lanciano noccioline. E lui niente, indifferente, guarda verso un punto lontano. Poi quando apre la bocca, spalanca le fauci, i bambini lanciano urla di meraviglia e di approvazione.
Il corpo dell’ippopotamo fa pensare a un animale vissuto in un’altra epoca. E’ un sopravvissuto. Tozzo, con le gambe corte, una testa impresentabile. Eppure in condizioni normali, vicino ai laghi africani dove vive, si muove con inaspettata grazia sulla terraferma, dove bruca l’erba, ma soprattutto in acqua dove vive la maggior parte del suo tempo. Può immergersi e rimanere a lungo sott’acqua passeggiando sui fondali. Vorrei vederlo mentre fissa con i suoi occhi sporgenti i pesci che si aggirano incuriositi intorno al corpo massiccio.
Cerco di leggere tutto quello che trovo sugli animali dello zoo. Degli ippopotami per esempio so che i piccoli rimangono con la madre fino ai cinque anni. E che il piccolo nasce quasi sempre sott’acqua.
L’ippopotamo è un animale essenzialmente acquatico, tanto che molti studiosi ritengono sia strettamente imparentato con le balene più che con altri ungulati, il maiale per esempio. E’ questo che mi affascina. Che abbia tanto bisogno dell’acqua, pur essendo un animale terrestre. Che abbia tanto bisogno dell’acqua e che viva nel cuore dell’Africa.
L’ippopotamo dello zoo è una femmina. Si chiama Tamidae. Entro nel suo recinto sempre con un certo rispetto. La chiamo per nome. Entro nell’acqua fino al ginocchio e mi metto anch’io a guardare verso quel punto dove lei guarda. Vorrei tanto capire cosa guarda, ma davanti ha solo degli alberi, i viali dello zoo, qualche panchina. E poi ha occhi laterali, posti nella parte alta della testa, per cui non sono certo che guardino nella direzione verso cui è orientato il muso. Non dà segni di impazienza, non vorrebbe vedere altro da quello che quotidianamente e così fissamente guarda.
L’ippopotamo non puzza. Ha un suo odore particolare, ecco tutto. Un odore che è un misto di fango, erba e fieno. E di quella sostanza densa e oleosa che ricopre l’epidermide.
Mansueto mi ha detto che Tamidae ha la pelle delicata, che si screpola facilmente e che è sensibile alle punture degli insetti. Io non ci volevo credere, ma poi ho capito che Mansueto dice sempre la verità sugli animali. Anche se, quando parla, usa un tono che sembra voglia prenderti in giro.

Giuseppe Grattacaso, Parlavano di me, Effigi