Le poesie di Catullo secondo Fo

Che Gaio Valerio Catullo abbia potuto sostenere il ruolo di contemporaneo in epoche differenti e che tuttora goda della classificazione di poeta ancora in consegna alla modernità, è considerazione tanto ricorrente da apparire scontata. Il poeta latino, autore di un canzoniere d’amore talmente efficace nelle soluzioni proposte da consegnarsi ai nostri giorni ancora integro nella sua vitalità, deve l’imperitura fama di attualità certo alla capacità di cogliere con semplice effetto alcune ricorrenti trame d’amore e, con rara e brillante incisività, le reazioni di carattere intimo e psicologico che ne conseguono. Ma c’è naturalmente di più. E questo di più permette al poeta del Liber (già il titolo con cui sono state consegnate alla posterità le sue poesie brilla per perentoria demarcazione) di essere considerato, anche da lettori e poeti di questi tempi, alla stregua di amico e confidente. Parlo innanzitutto della capacità di affidare al canone dell’universalità la propria esperienza personale, vera o più o meno vera che sia, e con essa la quotidianità spesso contraddittoria delle vicende esistenziali. Cioè Catullo è capace di scrivere di se stesso e intanto smuovere coscienze e sentimenti di tutti. E poi c’è da mettere in conto il suo vagare nei territori fin troppo confusi e incongruenti dell’animo umano, in perenne discordia con se stesso, e farlo con lo sguardo coraggioso e insieme malinconico di chi sa che il destino di ognuno risiede proprio nella difformità dell’io, nell’altalena che ci fa essere attratti dai territori bassi del mondo e dalle sue zone sublimi. E ancora va aggiunto come il poeta del Liber riesca a confessare a se stesso e, per suo tramite, a noi tutti, che amore e amicizia sono passioni così radicate al nostro interno da essere inevitabili e da produrre reazioni, nel bene e nel male, tali da determinare le nostre scelte, anche le più significative, e definire nel tempo i nostri atteggiamenti.

E’ evidente dunque che di fronte ad un autore classico a noi così vicino per sensibilità, il rischio di banalizzare questa prossimità appaia piuttosto concreto, così come ci si esponga alla possibilità di non percepire più lo spessore dei versi del grande lirico, perché troppo adiacenti alle nostre vite e dunque confusi con la massa dei messaggi che la comunicazione ordinaria sempre in maggior numero impone. Insomma di perderne la distanza, innanzitutto nel tempo, e dunque quel tanto di riservatezza e disparità, che ci permette, per contrasto, di godere della scoperta della continuità e contiguità che diremmo, oltre che intellettuali, affettive.

A rendere possibile un nuovo percorso di avvicinamento all’opera di Catullo, a offrirci rinnovati strumenti ottici e culturali per riappropriarci dei versi del poeta latino, giunge ora l’edizione einaudiana de Le poesie a firma di Alessandro Fo, che con l’erudita cognizione dello studioso e con la partecipata sensibilità del poeta, e di un poeta in qualche modo anche lui ascrivibile alle schiere dei neoteroi, ha caricato sulle proprie spalle il poderoso lavoro, durato cinque anni, di cura e traduzione, che si sostanzia anche in una preziosa introduzione, che riesce a offrire al lettore anche meno esperto una serie di coordinate indispensabili alla lettura, e in un imponente apparato di note, che inquadra in maniera rigorosa e precisa ogni singolo componimento.

Catullo è poeta all’apparenza semplice, dotato di una capacità di tradurre in limpidezza anche i sentimenti più oscuri e confusi, ma è anche un poeta colto e raffinato, che non predilige le scelte facili, anzi che tende ad alludere con velata ma evidente sapienza anche quando lavora, e succede spesso, sui registri più bassi. E’ un poeta estremamente abile nell’uso degli strumenti tecnici, mosso dall’obiettivo di rinnovare profondamente la poesia latina, fino ad allora ancorata ai temi epici. Il suo canzoniere, come suggerisce Fo nell’introduzione, è “prestigiosamente multiforme”, cioè propone una quantità di scelte stilistiche differenziate, per metro e per tono. Fo dà conto di questa varietà adottando nella traduzione una serie differenziata di metri “barbari”, cioè trasportando nella ritmica e nella musicalità italiane il verso latino, operazione non semplice soprattutto se si vuole rendere ragione, come avviene felicemente in questo caso, della colta polimetria catulliana.

Alessandro Fo

Il risultato è mirabile e suggestivo. Proprio accentuando i caratteri che fanno di Catullo un poeta figlio di un’epoca e quindi di una cultura e di un’espressione poetica a noi lontane, la rischiosa operazione di Alessandro Fo ci permette di riappropriarci del Catullo più vero e ci offre, in questo modo rigenerata, la parentela che ce lo fa simile. I versi del veronese, disincrostati dalla patina di una tradizione che aveva schiacciato il linguaggio in modalità fin troppo ripetitive, sanno parlare con nuovo e inaspettato vigore alla nostra sensibilità di donne e uomini del terzo millennio.

Valga, a modo di esempio, il celeberrimo carme 5, che nella traduzione di Fo suona in questo modo:

Su viviamo, noi due, mia Lesbia e amiamo
e i mugugni dei vecchi troppo arcigni
tutti insieme stimiamoli uno spicciolo.
Solo i soli si spengono e ritornano.
Ma noi, spenta che sia la breve luce,
notte eterna e continua dormiremo.
Mille baci tu dammi, e quindi cento,
poi altri mille, e poi un’altra volta cento,
quindi fino a altri mille, quindi cento.
E poi, molte migliaia accumulatene,
stravolgiamole, un po’ per non saperne,
e un po’ contro il malocchio di un maligno
che il totale di tanti baci sappia.

E’ una poesia, quella di Catullo, che nasce dai due grandi tempi dell’amore (contrastato, fonte di gioia e sofferenza, per Lesbia) e dell’amicizia: poesia generata, nella maggior parte delle liriche da eventi occasionali, eppure capace di parlare a una miriade di generazioni future. Scrive Fo nella introduzione: “La poesia leggera di Catullo nasce per lo più a ridosso delle occasioni dei giorni, e programmaticamente le dà per conosciute dalla sua prima rosa di fruitori, lanciando nello stesso tempo – con garbata protervia – la sfida di riuscire a sopravvivere anche così, per forza di spumeggiante leggerezza, e di esiti comunque capaci di avvincere in futuro anche chi mancherà di alcuni pur importanti ragguagli”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

PROMEMORIA di Andrea Bajani (Einaudi)

Che cosa si scrive sulla lavagnetta, solitamente posta in un angolo un po’ nascosto della cucina, usata come promemoria? Naturalmente “le cose da non dimenticare”, i piccoli gesti quotidiani, come andare in lavanderia a ritirare un capo o recarsi a scuola per un colloquio con il professore di un figlio: gli atti di tutti i giorni, così necessari e tanto facili da tralasciare.

Anche Andrea Bajani, autore di romanzi quali Se consideri le colpe, Ogni promessa, e del più recente Un bene al mondo, ha una lavagnetta, sulla quale appuntare gli appuntamenti che è utile ricordare, le cose da acquistare, i nomi delle persone a cui telefonare, “Sale grosso multa carte da regalo / posta bollettino tacchi da pagare”. Succede però che gli appunti di Bajani siano finiti nelle sessanta poesie che compongono la raccolta Promemoria, pubblicata nella Collezione di poesia dell’editore Einaudi. Succede soprattutto che sulla piccola lavagna, tanto utile e di solito così confusa per la sovrapposizione di messaggi diversi tra loro per contenuto e per tempistica, facciano irruzione pensieri e progetti che riguardano sì la quotidianità, come lo strumento richiede, ma nei suoi aspetti più privati, a tratti inconsueti, anche se, possiamo ipotizzare, ricorrenti in tante vite. Sono le manifestazioni del vivere che non riguardano più solo gli acquisti in drogheria e le visite dallo specialista, ma qualcosa di più profondo e complesso. La combinazione tra le azioni di tutti i giorni e la loro immagine capovolta, con cui Bajani gioca con grande sicurezza, finisce per produrre un effetto insieme ironico e inquietante.

Gli atti concreti e abituali e gli aspetti arcani dell’esistenza, il tangibile e l’astratto, il futile e il sostanzioso, arrivano così ad essere elencati uno di seguito all’altro, fino a confondersi e a contaminarsi: “Una volta a settimana avviare / la scansione. Per una notte / lasciarla lavorare. Intercettare / i pensieri che si sono annidati / senza averli mai pensati. Se / possibile individuare il pensatore / e restituire. Altrimenti eliminare”.

Con questo stratagemma, sempre declinato al modo infinito del verbo, richiesto dall’apparente fine della comunicazione e dallo strumento che la supporta, Bajani, con un tono leggero e svagato, ci mette di fronte ad una realtà altra, inaspettata e conturbante, che ci appare allo stesso momento terribile e affascinante, nella quale spesso fa capolino la presenza della morte. Il mondo che viene raccontato in questo Promemoria risulta perennemente in bilico tra certezze e squilibri, tra scadenze rassicuranti e improvvisi deragliamenti verso l’abisso: “Telefonare ai morti il giorno dopo / il funerale. Lasciarli parlare poco: / solo il tempo di sentirli dire incerti / che non sono ancora in casa. Chi / lascerà il numero sarà chiamato. / Tra i due bip dire tutto in un fiato”.

La lavagnetta su cui scrive Bajani si concede spesso a riflessioni sul linguaggio stesso, sulle parole e sulla loro capacità a dire gli uomini che le manovrano e a raccontare il mondo. A suo modo, è una sorta di metalavagnetta: “Provare a non chiudere una frase, / lasciare uno spiraglio per chi vuole / entrare: che lo faccia senza chiave, / senza chiedere permesso, che metta / pure una parola dove crede. Stare / meglio quando s’intravede un nesso”.

Questi ultimi versi, che compongono la poesia numero 41, finiscono per essere anche una dichiarazione di poetica, che accomuna il Bajani poeta al narratore. L’attività di scrittura dell’autore di quel libro di brevi racconti che si rivelano utili considerazioni morali, che è La vita non è in ordine alfabetico, si muove alla ricerca di un nesso che metta insieme mondi e circostanze all’apparenza piuttosto lontane. Ma la vita appunto non segue nessun ordine, è confusione affascinante e disarmante, e la lavagna non può che dare conto della confusione, essere al servizio del disservizio generale e dunque sorprenderci rispecchiando il caos del mondo.

Sul nero della lavagna è possibile si disegni una mappa di quello che ci è intorno e che non è possibile collocare in punti precisi nello spazio e nel tempo, quel niente infine verso cui gli occhi dei neonati sembrano essere particolarmente attratti: “Guardare dove guarda il neonato / nel tempo tra la stella e il desiderio. / Seguirlo in un punto mai mappato. / Prendere sul serio il niente che / con gli occhi ciechi ha intercettato”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it