AD OGNI UMANO SGUARDO di Claudio Pasi (Aragno)

Le poesie di Claudio Pasi, raccolte nel volume Ad ogni umano sguardo, edito da Aragno, seguono le vicende degli uomini in un territorio circoscritto della pianura padana, il lembo di terra dove l’autore è nato e ha vissuto, spaziando in un periodo di tempo sicuramente vasto, a partire dall’88 d.C., a cui fa riferimento la prima delle oltre cento liriche che compongono il libro, fino ad arrivare agli ultimi anni dello scorso millennio, raccontando così anche i decenni che il poeta ha potuto attraversare da protagonista o da testimone diretto.

E’ subito evidente come, anche di fronte agli avvenimenti lontani, ai paesaggi e alle situazioni che appartengono a epoche remote, il racconto lirico sia concentrato sui particolari, sui gesti minimi dei protagonisti, sulle piccole ma straordinarie vicende quotidiane, che pure finiscono per fornire della Storia, quella appunto universale e di tutti, la verità più profonda, il senso si direbbe altrimenti irraggiungibile. Pasi mette a punto un’ottica in qualche modo straniata, che delle cose lontane è capace di vedere i particolari e, in questo modo, di dare conto dell’insieme. La sua poesia spesso indugia, come sottolinea Alessandro Fo nell’ampia introduzione, su termini desunti da lessici specifici, locali o gergali: in questo modo, secondo un procedimento di derivazione pascoliana, l’estrema precisione e la messa a fuoco così ravvicinata, costringono paradossalmente la visione a una maggiore rarefazione e a rendere evidente il senso di mistero che avvolge ogni azione umana.

Claudio Pasi

Lo sguardo del poeta, che è sempre appunto uno “umano sguardo”, non solo perché è quello proprio di un uomo, ma perché ricco di umanità, di una dolente pietas tutta umana, capace di mettere a fuoco puntualmente i dettagli, a volte addirittura soffermandosi sulle sfumature, non distingue però, per fortuna del lettore, tra gli accadimenti importanti e quelli dal significato apparentemente irrilevante, né, all’interno dello stesso avvenimento, tra i protagonisti e i comprimari. Anzi, come si diceva, sono proprio i fatti trascurabili, o quelli che lo diventano a distanza di tempo, e le persone senza senza alcun ruolo determinante, a dare vita al racconto poetico. La verità che cerchiamo si nasconde, anzi sfugge continuamente e, se proprio vogliamo cercarla, dobbiamo sapere che essa è contenuta nelle pieghe minime dei destini, nelle irrilevanti circostanze che compongono il tutto. Il senso di ogni cosa del resto si sfilaccia in magre conclusioni, in esiti precari, nella dolorosa ma inevitabile costatazione della caducità di tutte le vite. E’ proprio in questa transitoria instabilità, sembra dirci Pasi, nel limite che ci attraversa, il segno della nostra grandezza di uomini.

I personaggi che animano queste poesie sono, come d’altra parte tutti noi siamo, delle comparse, anzi, per usare le parole del poeta, “inapparenti / effimere comparse della storia”, come i due soldati ventenni della Wehrmacht ricordati nella poesia Due episodi dell’inverno 1944-45, che “mentre stanno mangiando, di sorpresa / vengono massacrati a colpi d’ascia / e durante la notte sotterrati / da qualche parte dentro la golena”.

Il tempo che noi viviamo non ci permette di essere che apparizioni scolorite. E’ quanto emerge, ad esempio, nei versi conclusivi della poesia L’eclissi solare del 18 aprile 1539: “I fiori si richiudono. Le rondini / fanno ritorno ai loro nidi, mentre i grilli / cominciano a cantare. Nelle stalle / i cavalli nitriscono irrequieti. / Latrano i cani contro il cielo buio. / Sagome senza corpo le persone / fissano la corona di metallo / incandescente intorno al sole nero, / simile ad una luna. Il pomeriggio, / già divenuto notte, ci ricorda / che il tempo nostro è un transito di ombre”.

E’ estremamente ricca di suggestioni, genera forti emozioni, la poesia di Claudio Pasi, che si propone in maniera blanda, con un tono quasi cronachistico, con un endecasillabo che nasconde la musicalità dietro una tensione di tipo narrativo, e che riesce però, in maniera quasi sempre imprevedibile, a evocare un trepidante senso di partecipazione al destino di tutti, soprattutto degli ultimi (ma ognuno di noi non è inevitabilmente un ultimo?), e a far emergere il turbamento che coglie di fronte all’implacabilità del destino.

Nella poesia Un aeroplano abbattuto il 14 maggio 1944 (non sfugga dell’intero volume la drammatica, asettica aridità dei titoli), lo sguardo, l’umano sguardo, si sposta, come in una sequenza cinematografica, dal cielo attraversato dalla scia di fumo, all’aereo che, ormai fuori controllo, “entra in vite e precipita in picchiata”, a quadranti e lancette all’interno della cabina del veicolo, alla mano del pilota “stretta intorno alla cloche come un artiglio”, per tornare infine sulla terra e posarsi su una ragazza che “mentre raccoglie erbaggi lungo i fossi, / osserva di lontano l’apparecchio, / simile a una farfalla che sfarina”, ed arrivare a mettere a fuoco la luttuosa, estremamente intensa immagine conclusiva: “Sparsi all’intorno appaiono i frammenti / della carlinga, un alettone, l’elica, / la ruota del carrello e, tra le spighe / ancora verdi, un fazzoletto bianco / con sopra un’iniziale ricamata”.

Si tratta con ogni evidenza di un avvenimento del tutto marginale, assolutamente poco significativo, della seconda guerra mondiale. Il poeta non ci dice il nome del pilota. Sappiamo solo che l’aeroplano è un Macchi 205 “Veltro”, decollato da Reggio Emilia e sappiamo, particolare minimo che ci dice il dolore e la perfidia di ogni guerra, dell’iniziale ricamata sul fazzoletto. Il modo inizialmente quasi distaccato di raccontare la realtà, la sospensione tra narrazione cronachistica e sentimento lirico, fanno pensare alla poesia di Seamus Heaney, peraltro richiamato nel corso della raccolta e citato significativamente in epigrafe: “Me in the place and the place in me”.

Claudio Pasi è poeta schivo e appartato, dalla voce originale e potente, che offre al lettore di Ad ogni umano sguardo un libro compatto, una prova estremamente convincente.

Lo sguardo dell’attesa

Ricevo da Cinzia Anselmi, che ha presentato insieme a Alessandro Fo il mio libro di poesie Il mondo che farà a Siena alla libreria Mondadori, questo testo che racconta il suo incontro con i miei versi e che si addentra in un’attenta lettura della raccolta. Lo pubblico molto volentieri (sia pure con un po’ di imbarazzo, visti i giudizi lusinghieri che vi sono espressi) e ringrazio l’autrice per le sue considerazioni così vive e dense.

di Cinzia Anselmi

Ho incontrato Giuseppe Grattacaso solo due-tre anni fa, leggendo le storie che racconta nella raccolta Parlavano di me, del 2015. Sono stata catturata e, direi, emozionata dalla sensibilità raffinata con cui svelava pieghe di vita dei suoi personaggi: il professor Tommasini, padre di un giovane mai laureato; Silvana, la giovane albanese trasferita con la famiglia in Italia; Ferruccio Sorrentino, in particolare, il vecchio sarto a cui cominciano a tremare le mani, forse anche i pensieri. Che «si guardava le mani e avrebbe voluto piangere» perché «il tremito lo faceva sentire più solo […] prendeva l’aspetto di lunghe giornate vuote e senza scopo, senza un tessuto tra le mani, una gonna, un paio di pantaloni che giustificassero la sua presenza al mondo» (p. 144)

Una sensibilità che faceva immaginare il poeta accanto al narratore, come mi era successo leggendo il romanzo autobiografico di Pierluigi Cappello. C’era il poeta, infatti, e lo incontrai poco dopo leggendo La vita dei bicchieri e delle stelle (che di fatto era uscito ben prima dei racconti). Un titolo affascinante, simpatico, quasi provocatorio, che faceva desiderare e presagire incontri decisamente inediti. Qui prendevano voce gli oggetti quotidiani, si svelava non dico la loro anima – forse gli oggetti di vetro o di acciaio inox non ce l’hanno – ma la vita che noi, con la nostra, trasferiamo e infondiamo a loro. Al bicchiere, alla tazza, al cucchiaio a cui io, o mio padre che non c’è più, abbiamo avvicinato tante volte le labbra, e che restano lì a testimoniare e ricordare nel tempo la presenza o l’assenza del calore di quelle labbra.

Un incontro sorprendente: poesie belle, vere, che spaziavano dai bicchieri agli spazi infiniti delle stelle.

Con l’uscita di Il mondo che farà il desiderio di lettura si riaccende: già il titolo appare efficace, invitante, come quello della raccolta precedente. Gioca su un equivoco consonantico, farà/ sarà, o pone una domanda senza il punto interrogativo? Sicuramente crea un’attesa, appagata e coltivata dalla lettura. Sei sezioni aperte prima dalla citazione di un enigmatico e splendido testo di Sbarbaro, poi dalla poesia che dà il la alla sinfonia: «Un certo giorno uno camminando/ per una strada che non riconosce/ o nell’attesa di un treno alla stazione/ in leggero ritardo […]/ abbandona il gruppo,/ elimina le chat, senza parole/ rimangono le immagini, lui aspetta/ che il mondo che farà venga a soccorso […]/ Lui aspetta un nuovo tempo […] vento che rischiari il paesaggio (p. 9).

Leggo le poesie tutte d’un fiato, come si legge un racconto. E scopro, arrivata all’ultima, che racconto lo sono davvero. «Ci piace che l’attesa sia racconto» è l’incipit dell’ultimo componimento a p. 100. Poesia, certo, ma, come ha scritto al termine della sua recensione Matteo Pelliti sul web magazine Succedeoggi, «di grande e godibile leggibilità».

Non tutti i testi mi sono chiari a una prima, immediata lettura, ma vado avanti col piacere e l’attesa della pagina successiva. L’ultima sezione è una folgorazione: sono persa, emozionata e catturata da quelle poesie sulla casa dei genitori, vuota dei suoi abitanti e ancora piena dei loro oggetti, testimoni di tempi, vite e affetti condivisi. Quelle poesie parlano di me, raccontano e prefigurano il mio vissuto. Che poi è il vissuto che ci accomuna, prima o poi, tutti. E, come scriveva Alessandro Fo a proposito della musica di Chopin (in Mancanze: «Il valzer in do diesis/ minore (opera 64,2)»), tanti di quegli endecasillabi riescono a volgere la «pena» in «leggerezza».

Leggo di nuovo le poesie in sequenza, mi soffermo sui titoli delle sei sezioni della raccolta e mi pare di individuare il filo conduttore, il «pensiero», come lo definisce l’autore stesso in un componimento semiserio Io forse scrivo anche stamattina (p. 73), che ci racconta il suo rapporto con gli endecasillabi e quindi con la poesia.

Il filo si snoda dai primi versi, citati sopra, che aprono la raccolta: un giorno uno di noi esce dalla corrente rapida, forsennata, del vivere distratto. Si ferma in pausa, in ascolto, in attesa. Pone un’attenzione nuova alla vita e alle sue espressioni. Alle memorie, alle domande di senso, alte, spesso senza risposta certa, che si porta dentro. La vita è un enigma con una sua grande bellezza. Come i licheni descritti da Sbarbaro nel testo citato nella pagina precedente l’incipit. Forse, finché noi riusciremo ad uscire dal «gruppo» e a ritagliarci tempi di attenzione e di ascolto e di attesa degni degli esseri umani, potremo accarezzare, malgrado la difficoltà di cogliere un senso convincente nella Storia (Se il tempo non è quello di una volta, p. 69), la «speranza» di un «mondo che», pur col suo enigma, «farà» ancora bellezza.

L’«attesa», dunque, è la condizione per intraprendere il cammino di senso, per porre attenzione e sguardo nuovi a noi stessi e alla vita nelle sue varie espressioni. È la parola-chiave di questo «racconto», come dimostra la poesia in quarta di copertina Se il giallo si confonde e non conclude, che ci insegna, dopo i gialli ‘resistenti’ della ginestra leopardiana e dei limoni montaliani, un giallo nuovo, inedito in letteratura, quello del semaforo che prelude la sosta e l’attesa.

Sintonizzati su questa lunghezza d’onda, potremo incontrare, grazie a Giuseppe Grattacaso, ai suoi splendidi, musicali e familiari endecasillabi, la poesia che c’è in tutte le espressioni della vita, anche le più impensabili: la frutta e la verdura esposte sui banchi al mercato (pp. 13 ss.), le nostre piazze (28 e 31), gli spazi siderali (32), i bistrot (54), i momenti di scetticismo e smarrimento (25, 30, 33, 65), i ricordi nostalgici di miti passati (77 e 81), la casa dei genitori rimasta vuota (87 ss.).

E non è incontro da poco.

Il MONDO CHE FARA’ a Siena, Pisa e Cecina

Lunedì 6 maggio alle ore 18 alla libreria Mondadori di Siena con Cinzia Anselmi e Alessandro Fo parleremo della mia raccolta di poesie Il mondo che farà (Elliot Edizioni).

Venerdì 10 maggio sarò ospite della rassegna Versi in Borgo, curata da Matteo Pelliti. L’incontro si svolgerà presso la libreria Ghibellina e avrà inizio alle ore 18.

Sabato 11 per la rassegna Poetica-mente, organizzata dal Comune di Cecina, con Alessandro Fo realizzeremo il reading “Esseri umani: il mondo che farà”. A presentare l’incontro, inizio ore 17,30, sarà Divina Vitale.

Le poesie di Catullo secondo Fo

Che Gaio Valerio Catullo abbia potuto sostenere il ruolo di contemporaneo in epoche differenti e che tuttora goda della classificazione di poeta ancora in consegna alla modernità, è considerazione tanto ricorrente da apparire scontata. Il poeta latino, autore di un canzoniere d’amore talmente efficace nelle soluzioni proposte da consegnarsi ai nostri giorni ancora integro nella sua vitalità, deve l’imperitura fama di attualità certo alla capacità di cogliere con semplice effetto alcune ricorrenti trame d’amore e, con rara e brillante incisività, le reazioni di carattere intimo e psicologico che ne conseguono. Ma c’è naturalmente di più. E questo di più permette al poeta del Liber (già il titolo con cui sono state consegnate alla posterità le sue poesie brilla per perentoria demarcazione) di essere considerato, anche da lettori e poeti di questi tempi, alla stregua di amico e confidente. Parlo innanzitutto della capacità di affidare al canone dell’universalità la propria esperienza personale, vera o più o meno vera che sia, e con essa la quotidianità spesso contraddittoria delle vicende esistenziali. Cioè Catullo è capace di scrivere di se stesso e intanto smuovere coscienze e sentimenti di tutti. E poi c’è da mettere in conto il suo vagare nei territori fin troppo confusi e incongruenti dell’animo umano, in perenne discordia con se stesso, e farlo con lo sguardo coraggioso e insieme malinconico di chi sa che il destino di ognuno risiede proprio nella difformità dell’io, nell’altalena che ci fa essere attratti dai territori bassi del mondo e dalle sue zone sublimi. E ancora va aggiunto come il poeta del Liber riesca a confessare a se stesso e, per suo tramite, a noi tutti, che amore e amicizia sono passioni così radicate al nostro interno da essere inevitabili e da produrre reazioni, nel bene e nel male, tali da determinare le nostre scelte, anche le più significative, e definire nel tempo i nostri atteggiamenti.

E’ evidente dunque che di fronte ad un autore classico a noi così vicino per sensibilità, il rischio di banalizzare questa prossimità appaia piuttosto concreto, così come ci si esponga alla possibilità di non percepire più lo spessore dei versi del grande lirico, perché troppo adiacenti alle nostre vite e dunque confusi con la massa dei messaggi che la comunicazione ordinaria sempre in maggior numero impone. Insomma di perderne la distanza, innanzitutto nel tempo, e dunque quel tanto di riservatezza e disparità, che ci permette, per contrasto, di godere della scoperta della continuità e contiguità che diremmo, oltre che intellettuali, affettive.

A rendere possibile un nuovo percorso di avvicinamento all’opera di Catullo, a offrirci rinnovati strumenti ottici e culturali per riappropriarci dei versi del poeta latino, giunge ora l’edizione einaudiana de Le poesie a firma di Alessandro Fo, che con l’erudita cognizione dello studioso e con la partecipata sensibilità del poeta, e di un poeta in qualche modo anche lui ascrivibile alle schiere dei neoteroi, ha caricato sulle proprie spalle il poderoso lavoro, durato cinque anni, di cura e traduzione, che si sostanzia anche in una preziosa introduzione, che riesce a offrire al lettore anche meno esperto una serie di coordinate indispensabili alla lettura, e in un imponente apparato di note, che inquadra in maniera rigorosa e precisa ogni singolo componimento.

Catullo è poeta all’apparenza semplice, dotato di una capacità di tradurre in limpidezza anche i sentimenti più oscuri e confusi, ma è anche un poeta colto e raffinato, che non predilige le scelte facili, anzi che tende ad alludere con velata ma evidente sapienza anche quando lavora, e succede spesso, sui registri più bassi. E’ un poeta estremamente abile nell’uso degli strumenti tecnici, mosso dall’obiettivo di rinnovare profondamente la poesia latina, fino ad allora ancorata ai temi epici. Il suo canzoniere, come suggerisce Fo nell’introduzione, è “prestigiosamente multiforme”, cioè propone una quantità di scelte stilistiche differenziate, per metro e per tono. Fo dà conto di questa varietà adottando nella traduzione una serie differenziata di metri “barbari”, cioè trasportando nella ritmica e nella musicalità italiane il verso latino, operazione non semplice soprattutto se si vuole rendere ragione, come avviene felicemente in questo caso, della colta polimetria catulliana.

Alessandro Fo

Il risultato è mirabile e suggestivo. Proprio accentuando i caratteri che fanno di Catullo un poeta figlio di un’epoca e quindi di una cultura e di un’espressione poetica a noi lontane, la rischiosa operazione di Alessandro Fo ci permette di riappropriarci del Catullo più vero e ci offre, in questo modo rigenerata, la parentela che ce lo fa simile. I versi del veronese, disincrostati dalla patina di una tradizione che aveva schiacciato il linguaggio in modalità fin troppo ripetitive, sanno parlare con nuovo e inaspettato vigore alla nostra sensibilità di donne e uomini del terzo millennio.

Valga, a modo di esempio, il celeberrimo carme 5, che nella traduzione di Fo suona in questo modo:

Su viviamo, noi due, mia Lesbia e amiamo
e i mugugni dei vecchi troppo arcigni
tutti insieme stimiamoli uno spicciolo.
Solo i soli si spengono e ritornano.
Ma noi, spenta che sia la breve luce,
notte eterna e continua dormiremo.
Mille baci tu dammi, e quindi cento,
poi altri mille, e poi un’altra volta cento,
quindi fino a altri mille, quindi cento.
E poi, molte migliaia accumulatene,
stravolgiamole, un po’ per non saperne,
e un po’ contro il malocchio di un maligno
che il totale di tanti baci sappia.

E’ una poesia, quella di Catullo, che nasce dai due grandi tempi dell’amore (contrastato, fonte di gioia e sofferenza, per Lesbia) e dell’amicizia: poesia generata, nella maggior parte delle liriche da eventi occasionali, eppure capace di parlare a una miriade di generazioni future. Scrive Fo nella introduzione: “La poesia leggera di Catullo nasce per lo più a ridosso delle occasioni dei giorni, e programmaticamente le dà per conosciute dalla sua prima rosa di fruitori, lanciando nello stesso tempo – con garbata protervia – la sfida di riuscire a sopravvivere anche così, per forza di spumeggiante leggerezza, e di esiti comunque capaci di avvincere in futuro anche chi mancherà di alcuni pur importanti ragguagli”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

Arrampicato su un albero. Ricordo di Pierluigi Cappello

di Alessandro Fo

 

Desidero scrivere qui poche «parole povere», a caldo, per salutare Pierluigi nel momento in cui si ricongiunge ai suoi amati genitori, e scelgo intenzionalmente di farlo da un punto di vista personale. Poche persone ho conosciuto, nella mia vita, che abbiano saputo portare una testimonianza tanto diretta ed evidente dell’importanza della cultura, specialmente letteraria, e in particolare della poesia, nell’esistenza di ciascuno di noi.

A sedici anni, fra le tante passioni e speranze che coltiva ogni ragazzo, aveva quella dell’atletica leggera, ed era un velocista. Ma uno sventurato pomeriggio accettò un passaggio in moto da un amico. Di lì a poco, la moto uscì di strada, l’amico morì, Pierluigi riportò lesioni gravissime, che hanno trasformato la sua esistenza in un calvario ospedaliero, e l’hanno costretto poi per sempre su una sedia a rotelle. 

Pierluigi Cappello

Quanto la letteratura e la poesia abbiano giocato per lui un ruolo fondamentale per superare questo momento è scritto in pagine altissime, nel racconto che egli stesso ha tessuto del suo itinerario biografico: il libro Questa libertà, che Rizzoli ha pubblicato nel 2013. Vi racconta dei primi successi quando scriveva i suoi temi alle elementari: il libro-premio con le immagini degli aerei che, insieme al suo risiedere in alto, a dominare la valle, gli avrebbe istillato la passione del volo. E poi della sua vita a Chiusaforte, del momento epico in cui, nella povera casa arrampicata sui crinali, il padre trasportò di peso sulla propria schiena, lungo un’erta ripidissima, quel così necessario e quasi fantastico strumento che era una lavatrice. E di come quella povera casa venisse poi presto spazzata via dal terremoto del Friuli. Vi racconta di quando leggeva arrampicato su un albero, e di come gli si schiudesse così un nuovo universo di avventure e di mirabili viaggi e percorsi, dei quali da ora e per sempre avrebbe voluto divenire parte integrante. Quell’universo che poi, recuperato – appena possibile, e con braccia deboli e incerte – fra le lenzuola del primo ospedale, l’avrebbe salvato. Lodevole impresa, quella di Francesca Archibugi, aver voluto a sua volta salvare questa vicenda con i mezzi del cinema nel suo film del 2013 (in commercio come DVD) Parole povere.

A presentarmi Pierluigi è stato, in qualche modo, il poeta tardolatino che ha dirottato sui classici il mio viaggio personale: Rutilio Namaziano. Dopo una conferenza sul suo poemetto Il ritorno, il giovane studioso Maurizio Zuliani mi segnalò che un poeta friulano aveva scritto un acrostico su Rutilio. Infatti, nella sua raccolta La misura dell’erba (Milano, Ignazio Maria Gallino 1998, seconda edizione 2000), Pierluigi studia già il tema (poi cruciale nelle sue poesie, e forse non sempre in piena consapevolezza) del conflitto fra movimento e immobilità, scegliendo a suoi campioni Rutilio Namaziano, cioè un poeta che ‘parte’ e vorrebbe restare (p. 19), e Umberto Saba, che invece è un poeta che ‘resta’, con nostalgia e quasi ansia del partire (p. 20):

Namaziano

Non le barche, le scapole dei servi
amare al peso del trasloco, o l’alba
marina di Roma; lui magister
alzò su di sé lo sguardo, divenne
zona viva tra il suo respiro e l’altro
il filo e la sostanza del poeta;
allora non fu partenza il congedo:
nero, in mezzo, lo scalpito del mare
oltre l’indice teso del pontile.

 

Umberto Saba

Uno soltanto tu mi sei poeta
marino, che con l’iride d’azzurro
brevi ansietà d’imbarco mi riveli
e aria e onda spuma di mare e scoglio
respirano nei versi come te;
tu ne tremi, poeta, e quanto il mare
o l’ansito delle navi a vapore
sbioccate là sui fogli dove il cielo
altro non è che estrema ed incessabile
brama d’Odisseo che eri, torni in me:
alto com’è dei culmini ti levi.

Così cercai un contatto, e conobbi sia Pierluigi (all’epoca ricoverato per una lunga degenza nell’ennesimo dei suoi tanti ospedali), sia Anna De Simone, l’autentico angelo che lo ha seguito e aiutato in tutti questi anni nel suo itinerario di artista. Nascevano due grandi amicizie, che ancora oggi riempiono e riempiranno la mia vita. E che ne hanno comportate molte altre, altrettanto belle e importanti. 

Cappello con Alessandro Fo

Dei molti momenti che ci hanno legato vorrei ricordare qui quello forse più bello, quello in cui ho potuto vedere ‘in diretta’ l’amico nel momento in cui si accendeva una delle sue più grandi felicità. Nell’agosto del 2010 Pierluigi figurava nella cinquina finale del Premio Viareggio con la bellissima silloge pubblicata nelle eleganti edizioni del nobile amico Nicola Crocetti Mandate a dire all’imperatore. La Commissione giudicatrice si sarebbe riunita per designare il ‘supervincitore’ di ciascuna sezione solo il 26 agosto, cioè il giorno immediatamente precedente a quello in cui l’esito sarebbe stato reso noto in conferenza stampa, e si sarebbe tenuta quindi, in serata, la Premiazione. Le condizioni di salute di Pierluigi non gli permettevano quasi di affrontare alcun viaggio, figuriamoci un viaggio tanto lungo come quello da Tricesimo, dove viveva, a Viareggio. Non era pensabile tentarlo, nemmeno in caso di definitiva vittoria. Avventurarsi comunque? Pierluigi decise di rischiare e di suddividere la spedizione in due tappe. Con l’aiuto di una squadra di amici generosi, si organizzò con una sorta di ambulanza, in cui viaggiava sdraiato, e, quella famosa vigilia, fece tappa in un Motel sull’autostrada, nei pressi di Bologna. Se lì avesse appreso la notizia della vittoria, l’intera compagnia avrebbe proseguito la mattina seguente per Viareggio. Altrimenti, sarebbero rientrati tutti a Tricesimo. Io lo raggiunsi in quel motel e, quando uno dei giurati telefonò – era Mario Graziano Parri, che si era molto battuto per lui ed era era particolarmente in ansia sapendo di quel viaggio – , capitò proprio a me di ricevere la chiamata e di vivere con lui quel momento. Il giorno dopo eravamo a Viareggio.

Pierluigi era bello, simpatico, delicato, paziente, umile. Non si poteva non volergli bene. Fino dall’inclusione nei quaderni di poesia contemporanea curati da Franco Buffoni, il mondo letterario italiano gli ha riconosciuto quanto ha potuto: fra gli altri, oltre al Viareggio, il Premio Bagutta, il Premio Montale, il Premio Pisa; senza contare la laurea honoris causa dell’Università di Udine. È stato il modo in cui ‘concretamente’ la poesia e la letteratura hanno cercato di consolare un giovane ferito nel profondo dagli eventi della vita, ricompensandolo dell’autentico spirito religioso – laico, contingente, e sempre propugnato con così calda umanità – con cui Pierluigi si è avvicinato ai loro meravigliosi segreti. L’editore Rizzoli ne aveva di recente fatto uno dei propri autori più significativi, e nel suo catalogo si possono trovare ora praticamente tutte le sue poesie ‘riconosciute’: la silloge che egli stesso curò nel 2013 con il titolo di Azzurro elementare e le ultime poesie che con caparbia volontà ha strappato a condizioni sempre più impervie lo scorso anno: sono uscite sotto il Natale del 2016 con il titolo Stato di quiete (in appendice, l’accurata bibliografia delle sue opere e degli interventi critici che lo riguardano, curata da Anna De Simone).

Fra le tante sue bellissime poesie, ne amo particolarmente una tanto breve e significativa, da Mandate a dire all’imperatore, che recupera tutta la sua gentile proiezione verso le figure amate, da quella distanza che spesso impone la vita (e tanto più a chi ha conosciuto deprivazioni di libertà quali quelle con cui Pierluigi ha dovuto sempre combattere):

Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato

 

L’ultima poesia dell’ultima raccolta, Stato di quiete, è una breve lirica separata da un foglio bianco, e presentata senza alcun titolo, in corsivo, che in qualche modo racchiude tutta la sua sensibilità: la vicinanza alla natura e ai giochi infantili, la fede nelle parole, e nei loro riti, che fasciano il cuore più intimo e prezioso di ogni nostra realtà:

Costruire una capanna
di sassi, rami, foglie
un cuore di parole
qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.

 

Umana, troppo umana: una poesia per Marilyn

L’editore Aragno ha recentemente pubblicato l’antologia di poesie Umana, troppo umana, dedicata a Marilyn Monroe, in occasione dei novanta anni dalla nascita. Questo è il mio contributo al volume, curato da Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo.

 

 

Preghiera (a M.)

Ave, Marilyn, piena di tua grazia
e di tristizia, splendida tra tutte
le donne e maledetta, unica dea
che compare nei sogni degli umani
in gonne sollevate dalla furia
dei fiati sotterranei, metropolitani
riprovevoli abissi, e reggiseni
di linde trasparenze, et benedictus
tuo seno senza gioia solo sfiorato
dall’amore di mani, da milioni
d’insaziabili occhi, e preservato
da morte, sempre uguale nei secoli
dei secoli, lo sguardo che non muore
affatturato, avvocata nostra,
inerme tu, sprovvista di difesa,
da noi invocata, come noi esclusa
dal paradiso, sei senza peccato
senza letizia: nell’eternità
la biondissima aureola sfolgorante
ci faccia luce e la luce illuda
che sia senza vecchiaia l’aldilà.
Marilyn madre, Marilyn mia donna,
amante nostra e mai Marilyn sposa,
prega per noi che abbiamo tanto errato
con l’animo vagante e intrappolato
da sempre in cerca, come tu hai cercato
senza riposo il frutto immacolato,
ora pro nobis, se tu sai implorare
e se puoi farlo dalla tua dimora
prega per noi che ti desideriamo
per non averti mai, nunc et in hora.

 

 

 

Simone Ciani, dopo vent’anni

Il blog ospita un testo appassionato e commosso con il quale Alessandro Fo, che ringrazio per aver pensato a questa sede, ricorda, a venti anni dalla morte precoce, la figura del giovane intellettuale Simone Ciani.

Oggi, 10 agosto del 2016, sono esattamente vent’anni dal giorno in cui chiuse la sua breve vita un giovane fra i più geniali che Siena abbia di recente conosciuto.

Il 30 luglio del 1996 aveva compiuto 22 anni. Sulla copertina di un numero della rivista letteraria «Caffè Michelangiolo» (gennaio-aprile 2000), che gli dedica un ampio ricordo, Simone, seduto su una panchina in una pineta, si volta verso il fotografo (verso di noi). Gira una pagina del libro che sta leggendo: il Teeteto di Platone. All’epoca di questo scatto, frequentava il Liceo Piccolomini, con un tale profitto che non solo il suo esame conclusivo fu coronato da una speciale menzione di lode, ma soprattutto, quando si è spento, i suoi ex professori e compagni hanno scelto di raccogliere in un volume gli stessi suoi componimenti scolastici. Una iniziativa che potrebbe a tutta prima sembrare azzardata, ma Nel cuore dell’anima, Il quaderno dei temi e altri scritti (Siena, I Mori, 1996) è un libro già pienamente maturo, che propone di continuo osservazioni personali e mirabilmente profonde su tutto l’arco di quelli che erano gli interessi di Simone: la musica, il cinema, la storia del pensiero, la letteratura, con particolare riferimento al mondo antico.

Simone Ciani

Pochi giorni prima della sua scomparsa, Simone aveva conseguito il diploma di conservatorio in Pianoforte Principale presso l’Istituto «Rinaldo Franci» di Siena. Si interessava anche di composizione musicale, e, per onorare questa sua passione, la società Mens Sana 1871, in accordo e con la collaborazione dell’Università degli studi di Siena, ha istituito fin dal 1998 il premio di composizione «Simone Ciani», giunto nel 2010 alla settima edizione.

Quanto alla ‘decima Musa’, Simone aveva al proprio attivo una fitta messe di recensioni a stampa e via radio che gli valsero nel 1993 il Premio Giornalistico Silvio Gigli, e in cui spaziava dalle pellicole proiettate in televisione ai brillanti commenti sulle novità del Festival di Venezia, cui fu ufficialmente accreditato come critico della testata senese «Il Cittadino» nel 1994 e nel 1995. Il volume Two rode Togethers (Cavalcarono insieme, a cura di Michele Goni, Firenze, Polistampa, 2003), ne raccoglie una scelta: e Pupi Avati, in prefazione, scrive «ritrovo nelle sue recensioni una trepidazione che è di quelli che sanno di aver colto il bersaglio, nel bel mezzo del centro», e ne mette in rilievo la «lucidità rara», raccontando come, colpito da un ‘pezzo’ su un suo film, gli avesse scritto, e, incontrandolo poi a Venezia, fosse rimasto stupito di scoprire come, all’epoca di quel carteggio, Simone fosse solo un adolescente.

Fra tutte le sue vocazioni, aveva scelto di privilegiare, nello studio, quella all’esplorazione del mondo classico, progettando una tesi in Letteratura cristiana antica che non ha poi avuto modo di scrivere. E la scelta si spiega con il fatto che in Simone era forte la spinta a riconoscere nel patrimonio letterario ciò che è universalmente valido per gli esseri umani, a riproporne e valorizzarne il messaggio, mentre, contemporaneamente, nutriva un impulso a studiare la vita di cui era protagonista, fermandone i lineamenti in sensibili ritratti. Era, per sintetizzare in un’unica parola, uno scrittore, e ne ha dato prova in molte brillanti pagine di varia natura ritrovate fra le sue carte. È da queste pagine che ha preso vita il volumetto di racconti Catastrofi e scrigni, uscito a cura di Antonio Pane per Polistampa nel 1999, e vincitore nel 2002 del Premio «Fiesole» sezione giovani. In uno scritto del citato «Caffè Michelangiolo» che ne ricorda le prose, Antonio Tabucchi lo ha definito «mio compagno di banco», facendo leva su «quella fratellanza di sentimenti propria di coloro che, anche senza dirselo, sono sintonizzati sulla stessa misteriosa lunghezza d’onda dell’animo». Tabucchi allude «soprattutto al suo modo di essere scrittore»: un modo che non si sofferma a cesellare il facile ‘pezzo di bravura’, ma punta alla conquista, sulla pagina, di ciò che «costituisce il plasma del comune sentire (intendo dire del soffrire, o del gioire), di ciò che chiamerei il DNA della natura umana». Una virtù innata, perché, come scrive Pupi Avati, a Simone era «sempre chiaro, in qualsiasi contesto, il centro del problema».

Il giovane studioso in compagnia di Umberto Eco

A Simone era sempre chiaro, in qualsiasi contesto, anche il senso di ciò che è opportuno. Tante eccezionali doti non ne facevano affatto un eccentrico, o un intellettualino spocchioso e pieno di sé e arroccato in un proprio hortus conclusus. Mite, gentile, devoto dell’understatement, ‘sapeva vivere’ con simpatica naturalezza, sia che girovagasse mescolandosi alla folla in un giorno di mercato, o partecipasse invece alla vita della sua Contrada, il Bruco – la cui vittoria nel Palio, attesa per tanti anni, ha perduto per un soffio. Così come non si scomponeva quando si trovava a conversare con alcuni grandi della nostra cultura, quali Umberto Eco o Luciano Berio, al quale ultimo dedicò, quando frequentava ancora le medie, lo svolgimento del tema Un personaggio che stimo.

Per tornare al ricordo firmato da Tabucchi, se «la sua scomparsa così precoce appartiene all’ordine delle catastrofi assurde e ingiuste di cui le Parche, senza motivo, sono prodighe verso noi uomini», d’altro canto «le parole che egli ci lascia sono il dono del suo rapido e luminoso passaggio». Un passaggio attento, innamorato, pronto a cogliere con tenerezza e con spirito ogni minima piega di quelle sinuosità dell’essere con cui ciascuno di noi ricerca un proprio spazio.

Nessuno di noi conosce, invece, ed è forse un bene, la misura del proprio futuro destino e il tratto di tempo di cui potrà approfittare. Simone apparteneva in ogni caso a coloro che scelgono di investirlo generosamente, a beneficio, più ancora che proprio, di un patrimonio comune. E se, dunque, chiudendo, posso invadere questo breve e oggettivo ricordo con la nota personale di chi avrebbe dovuto seguire Simone nella preparazione della tesi, e ancora spera che la nostra Università possa trovare modo di riconoscergli una laurea ad onore, desidero sottolineare quanto senta mie le parole con cui ha voluto salutarlo Pupi Avati: «queste poche righe non vogliono essere altro che un doveroso atto di riconoscenza, per avere occupato diverse ore, così preziose nel lampo della sua vita, aiutandomi a trovare un significato, un senso, celato nel mio lavoro».

                                                                                                                      Alessandro Fo