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Elio Pecora, il mistero dell’arte in tre monologhi

Elio Pecora, Tre monologhi, Il ramo e la foglia

Da sempre la scrittura di Elio Pecora esplora generi diversi. I numerosi testi pubblicati, frutto di un lavoro letterario che attraversa oltre mezzo secolo, sono comunque legati da un’intima e sostanziale coerenza, danno luogo a un percorso fedele all’idea che l’osservazione artistica non sia chiusura entro i confini di un luogo privilegiato, ma aspirazione incessante al confronto. Al fianco della principale e fondamentale produzione in versi, in cui la raffinatezza formale non è mai disgiunta da un accorato sentimento etico e dall’indagine penetrante della realtà umana, vanno considerati i volumi in prosa e i tanti libri per l’infanzia, la notevole attività critica, spesso associata alla ricostruzione memorialistica e biografica, le radiocommedie e i lavori drammaturgici, in gran parte rappresentati.

L’attenzione nei confronti dell’attività letteraria e della biografia di scrittori per qualche tempo o a lungo frequentati è testimoniata da vari libri, a partire da Sandro Penna: una cheta follia, la cui prima edizione risale al 1984, fino ad arrivare a La scrittura e la vita, che raccoglie le conversazioni intrattenute con Francesca Sanvitale, e a Il libro degli amici, edito nel 2017 da Neri Pozza.

Il recente Tre monologhi. Penna, Morante, Wilcock, pubblicato per le eleganti e curate edizioni de Il ramo e la foglia (pp.76, € 13), si muove sul terreno di confine tra espressione drammaturgica, ricostruzione biografica e approfondimento critico. Pecora ritorna, con questo libro, a tentare un dialogo, peraltro mai interrotto, con gli scrittori amati, che tanto hanno rappresentato nella sua esperienza esistenziale.

Va detto però che l’interesse principale di Pecora risiede in questo caso, più ancora che nell’attenzione e nell’esposizione di carattere biografico, soprattutto nella volontà di sondare il mistero della creazione artistica, o meglio ancora di penetrare in quel terreno fragile, delicato, ricco di insidie, dove la scrittura e la vita diventano una cosa sola, senza però mai veramente incontrarsi e quindi senza mai trovare giovamento dall’unione, anzi in qualche modo tentando di ostacolarsi vicendevolmente, di impedire una all’altra il raggiungimento di una piena soddisfazione. Qual è il demone che ha abitato questi scrittori, accomunati da un viscerale amore per la vita, da un febbrile bisogno degli altri e dalla progressiva incapacità di sostenere le necessità che l’esistenza e la presenza degli altri richiedono? Quale oscura forza interna ha spinto la scrittura a fagocitare la vita, ha impedito che la vita continuasse a manifestarsi?

In fondo i Tre monologhi nascono proprio dal tentativo di dare una risposta a queste domande, prestando voce agli stessi protagonisti, come avviene esplicitamente nel primo brano, Una follia quieta, dedicato a Sandro Penna, o facendo emergere voci di monologanti che non parlano in prima persona, di testimoni insomma marginali ma partecipi, voci dalle quali si sostanzia però anche un sentire interno: è il caso di Monologo con figure, un epicedio per J. R. Wilcock e di Nello specchio di Elsa, dove a parlare sembra essere una Morante ormai estranea a se stessa, non più se stessa, appunto solo immagine riflessa, che dice di sé come se raccontasse di un’altra persona.

È una donna che “si muove timidamente” all’interno di un appartamento al centro di Roma, che “non è il suo luogo” e nel quale “sosta come immaginandolo”, a esclamare, a proposito della scrittura di Elsa Morante: “Il demone! Da quale punto della mente, per quale soffio, spinta, si mostrano, si pronunciano quelli che vengono ad abitare nelle sue frasi, in quei puntelli di sillabe, di accenti? E con l’illusione (quanto pagata!) di reinventare il mondo da un’altra parte, dove perfino la morte è il punto estremo di un gioco. Cominciò da un’inquietudine che si fece largo nel rumore di una casa affollata, in una ressa di voci discordanti. Era affaticante e dolorosa la veglia! L’oscurità l’accecava. Allora, bisognava lasciarsi all’altrove del sogno. Imparò presto a negarsi. Cercò dentro e dietro tanto rumore il silenzio, quel silenzio riempì di voci, per un teatro solo suo”.

La lotta tra l’oscurità e la luce, che si risolve spesso in corteggiamento e affinità e che ricorre nei tre monologhi, l’assiduo dialogare tra l’incombere del buio e la ricerca, che può diventare dolorosa, del chiarore, di una luminosità continuamente negata o disperatamente accecante, sono il segno del vano rincorrere la vita, la vagheggiata purezza della vita, che si fa tormento e silenzio. Oscurità e luce richiamano alla compresenza degli opposti, a un’ossessione che si insinua tra le pieghe del rapporto tra scrittura e esistenza. “Come posso uscire al sole, per le strade, per i Lungotevere se non ho più forza nelle gambe, più luce negli occhi?” confessa Penna. O ancora, a proposito della sua “cheta follia”: “Quieta, di un’inquietudine che non ignorava l’allegria, perfino lo stupore, la contentezza. Gli opposti… mai ignari l’uno dell’altro. Dal pozzo fondo scorgere un barlume. Nella luce abbagliante intravedere l’ombra e il buio”.

Tre monologhi è anche un testo dove la riflessione critica, il suggerimento interpretativo sono costantemente presenti. A proposito di Rodolfo Wilcock, poeta e narratore che ha pubblicato con i maggiori editori e scritto per le più importanti testate, e che pure sembra condannato da sempre ad un destino da dimenticato, si dice: “Prendiamo il primo libro italiano. Lo scombinio è dominante, non c’è gesto o evento che non sia squilibrato, insensato. Quel libro lo scrisse a Velletri, in un cubo di cemento senza il cesso e senza il rubinetto dell’acqua. Quattordici racconti pazzi. Il tragico e il ridicolo, il vero e il falso, tutto insieme. Un minestrone di gesti, di parole, ci cadi dentro e nemmeno sei inorridito, disperato. Non c’è scampo e ridi”. E poi, a proposito del personaggio di un racconto: “Un uomo deforme, sordo e mezzo cieco, pretende di catalogare l’universo e la vita contro un immenso disordine. Tutto è fuori dalle regole. Tutto sta fuori dalle logiche false degli uomini. E pure non c’è un solo momento sconsolato”.

La poesia, la narrativa, sembra dire Pecora in questo libro, nascono a partire dal tentativo, impossibile naturalmente a raggiungere un qualche effetto e perciò tanto penoso, di ricostruire il mondo, di dargli un assetto se non stabile, almeno che spieghi la nostra presenza.

La scrittura di Elio Pecora è chiara, asciutta, a tratti colloquiale, come è necessario che sia per opere che sono anche drammaturgiche, ma non è ordinaria, rifiuta ogni scivolamento nell’affermazione scialba e scontata, quella insomma a cui questi tempi ci hanno abituati. La scrittura dei Tre monologhi, e l’oralità che ne deriva, è lineare e complessa, rende più ricca la nostra idea dell’opera e dei personaggi di Penna, Morante e Wilcock e insieme dilata la nostra idea del mondo.

Pubblicato su Succedeoggi.it

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