SULITA’ di Nino De Vita (Mesogea)

La poesia di Nino De Vita è sorprendente. E’ insieme antica e modernissima, si ciba di un dialetto in uso, e forse neppure più tanto, in un territorio geograficamente piuttosto limitato e riesce a farsi intendere ben al di fuori dei confini nazionali, proprio perché paradossalmente utilizza una lingua poetica vicina ad esperienze culturali di respiro europeo. E’ una poesia che si sofferma sui grandi temi dell’esistenza, innanzitutto del nulla che ci è intorno e condiziona ogni nostra azione, ma lo fa senza esibire nessuna filosofia, anzi scegliendo che siano personaggi marginali a dire la loro idea sul mondo, protagonisti di eventi minimi, di storie apparentemente insignificanti.

 

Nino De Vita

Le vicende che la poesia di De Vita presenta restano come sospese, sono brandelli che penzolano sull’animo del lettore, come se fossero appunto aggredite all’improvviso da una mancanza di senso, dal vuoto che senza tregua si riprende il suo posto. Si tratta di piccoli racconti in versi, di segmenti narrativi, nei quali lo svolgimento della vicenda viene spesso presentato attraverso l’espediente del dialogo. C’è chi ha voluto parlare, a tale proposito, di poesia epica, di un’epos che rimane comunque circoscritto all’interno di un preciso e ridotto perimetro. Direi comunque che l’epica di De Vita non si concretizza in una rivelazione fluida degli avvenimenti, non si costruisce attorno a uno svolgimento cronologico preciso, essa al contrario è frantumata, la sua tendenza a raccontare si scontra inevitabilmente con l’impossibilità a chiudere il cerchio. E’ come se un cantastorie siciliano o un puparo avesse incontrato sul suo cammino Raymond Carver. A ben guardare, la poesia di De Vita è vicina a quella di tanta produzione anglosassone, forse anche in maniera inconsapevole, tanto che viene fatto di pensare che la traduzione del suo siciliano risulterebbe più vicina all’originale in inglese invece che in italiano.

Nino De Vita scrive nel dialetto di Cutusio, o Cutusìu, la contrada di Marsala dove è nato nel 1950 e dove vive. Dopo l’esordio in lingua nel 1984 con la raccolta Fosse Chiti, ha sempre pubblicato opere in dialetto. Tra queste vanno ricordate Cutusìu, Cùntura, Nnòmura, Omini. La sua raccolta più recente, in circolazione da alcune settimane, è Sulità, edita dalle messinesi edizioni Mesogea. “Sulità” significa solitudine, ma, forte anche dell’uso che se ne fa nel proverbio “sulità santità”, diventa nelle mani del poeta, al pari della saudade per i portoghesi, una sorta di categoria dello spirito, una chiave per interpretare il mondo, una condizione interiore invece che fisica, determinata dai casi della vita, dalle sciagure e dalle afflizioni, da eventi semmai già avvenuti da tempo e che tornano o si lasciano intravedere nei racconti dei protagonisti delle poesie.

I protagonisti di queste poesie (l’io lirico si esibisce solo raramente: nel ruolo di un personaggio che guarda e annota, a volte interloquisce) sono uomini e donne che improvvisamente vengono posti di fronte al proprio destino o che ritornano senza pietà, e senza che sia possibile un rimedio, agli eventi che ne hanno segnata la vita. Il poeta si muove in questa Spoon River di viventi con la grazia discreta di chi sa che ogni singola esistenza non si può spiegare ma solo raccontare, si può abbracciare non giudicare.

Nella poesia “I cosi chi si fannu” (Quello che si fa) una donna è costretta a vivere quotidianamente a contatto con l’uomo che segretamente ama, che è il futuro sposo di sua sorella. La donna vive dei suoi sguardi e delle sue rare parole (“Mi piaci chi mi parla. / M’arrèstanu ‘i palori / chiantati poi pi gghiorna / chini”. “Mi piace che mi parla, / Mi restano le parole / dopo, dentro, per giorni / interi”), ma vorrebbe che i due andassero a vivere altrove e la casa tornasse “a com’era prima”. Il momento più duro è quando sua sorella e l’uomo si appartano: “Rririnu tutti rui, / si strìncinu, sarrà… / Sta cruci ‘unn’a circai. / L’ha purtari e ‘un cci ‘ a fazzu. / Ora ‘un rrìrinu cchiù… / Mi veni ri nfuddiri. / ‘I cosi chi si fannu, / chi nna st’accianza si / fannu…”. “Ridono tutti e due / si stringono, forse…/ Questa croce non l’ho cercata. / Devo portarla e io non ho le forze. / ora non ridono più… / Mi viene da impazzire. / Quello che si fa, / che in questi momenti si / fa…”

Le donne e gli uomini di queste poesie appunto sono colti nel momento in cui si manifesta dinanzi ai loro occhi la croce che sono costretti a portare. Il poeta non può liberarli dal peso, ma può parlarne. Del resto, come scrive De Vita nella poesia “I libbra” (I libri) “I libbra stannu fermi / ma rintra hannu una vita / ch’ì macina: cci sunnu / ‘i cinchedda, i sbintati, i luparini; / i torti, i macanzisi; / allivoti cci sunnu ‘i nannalau, / ‘i scarafuna, l’òmini squaquègnari, i ngazzati, l’eroi; / cci su’ nzivati tinti / nne cantunera bbianchi / ri fogghi, cc’è u silenziu, / cci su’ ncuttumi, i tuppuli nu cori…”, “I libri stanno fermi / ma dentro hanno una vita / intensa: ci sono / gli scapestrati, i libertini, i chiusi di carattere; / i malvagi, i traditori; / a volte ci sono gli stupidi, / gli ingordi, gli uomini miseri, / gli amanti, gli eroi; / ci sono paure indicibili / negli spazi bianchi / dei fogli, c’è il silenzio, / ci sono pene, palpiti”.

Anche le poesie di Nino De Vita stanno ferme, ma dentro ci sono gli uomini e le loro storie, il silenzio, le pene, i palpiti, ci sono la lingua e le storie di Cutusio, che sanno parlare al mondo.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PLATONE! di Francesco Bargellini (Aragno)

 

Non può essere messa in dubbio l’affermazione che voglia sottolineare il legame esistente, sul piano etico innanzitutto, tra filosofia e poesia: la ricerca di una ragione che spieghi l’esistenza, da qualunque lato la si voglia vedere, è attività alla base di ogni opera filosofica, così come essa non può che sempre sottendere anche il corpus poetico che voglia dirsi tale. E’ altrettanto vero che la parola della filosofia si nutre in qualche modo anche di alcuni degli strumenti retorici che sollevano la significazione dal livello più blandamente comunicativo, al fine di poter dire quello che l’uso convenzionale e denotativo del linguaggio non riesce compiutamente ad esprimere. E’ noto come la filosofia greca antica abbia fatto uso di un linguaggio immaginifico ed evocativo e che Platone, in particolare, abbia intessuto le sue opere con momenti di puro lirismo.

Francesco Bargellini con Platone!, pubblicato per i tipi di Nino Aragno Editore, ci mette dinanzi ad un’operazione di grande interesse culturale e dalla riuscitissima tenuta poetica, non solo traducendo in versi le parole del grande pensatore, ma ricomponendo i lacerti di questa azione in una raccolta, tale da prestarsi ad essere considerata un’opera del tutto originale, pur attingendo in maniera puntuale ai diversi scritti del filosofo. Dei testi originari non si tiene conto di quel continuum che ogni scritto filosofico è costretto ad inseguire, ma anzi si preferisce pensarli, così costruendo un tracciato del tutto nuovo, come se si trattasse di una raccolta di frammenti, come se dell’impresa iniziale fossero rimaste solo segni sparsi da cui è possibile immaginare le parti mancanti. 

Spiega Bargellini nell’ampio scritto in prosa che dà inizio al volume, che il percorso poetico che ha ricavato dagli scritti di Platone è “delineato per frammenti, quasi che il corpus platonico fosse un solo grande poema perduto e ora riemerso per schegge isolate; e questo percorso ha la natura dell’omaggio e del saccheggio al contempo”. Aggiungerei che ha anche la natura di un libro compiuto e di tono e di linguaggio unitari, fedele del resto alla parola del maestro ateniese al punto da ricostruirla in maniera inusuale e profondamente incisiva.

Bargellini insomma scrive un libro di poesia che è sicuramente opera di Platone (le traduzioni d’altra parte, sia pure in versi, sono fedeli per contenuto e verrebbe da dire nell’intonazione musicale alla lezione originaria), ma che è anche, con la stessa sincerità e la stessa forza, risultato della più intima natura artistica ed umana dello stesso Bargellini. Quindi se è vero, come saggiamente suggerisce Alessandro Fo che firma la prefazione al volume, che “Platone filosofo-poeta e Bargellini poeta-filosofo” sanno che “la filosofia procede dalla meraviglia” e che “la meraviglia a sua volta produce anche parola meravigliata e meravigliosa, cioè poesia”, sta di fatto che in questo caso la parola che “trasferisce nell’animo del lettore, in un unico tratto, bellezza, conoscenza, pienezza, producendo inestimabile ricchezza” è frutto del lavoro di entrambi: e anche questo lavoro a quattro mani a distanza di secoli risulta certamente meraviglioso, e spiega molto dell’intento dell’autore nostro contemporaneo, che tiene comunque a precisare che l’antologia “è proditoria, in primo luogo, ai danni del pensatore”.

Non c’è dubbio, danno o no, che il risultato sia di grande forza espressiva e che consegni al lettore intatto, anzi in qualche modo rinnovato, il valore del pensiero di Platone. Basta qualche esempio: “La gente non sa: / senza questo tragitto attraverso ogni cosa, / senza vagabondaggio // se pure la incontri non avrai intelligenza / della Verità” (“Il vagabondo” dal Parmenide); “mi ordinava di fare musica, / e io questo facevo // sicuro che la filosofia / fosse la musica massima” (“La musica” dal Fedone); “Guardati intorno, davvero, sta’ attento / non ci senta un profano // questi sicuri che non ci sia altro / oltre ciò che le mani riescono a stringere // che alle azioni, alle generazioni / e all’Invisibile tutto / non concedono essere” (“Il profano” dal Teeteto).

Il Platone! di Francesco Bargellini parla anche alla e della nostra contemporaneità. Ne è prova a suo modo l’ultima parte del libro, che è costituita dalle brevi prose che hanno titolo Platonico. In questo caso Bargellini parla esclusivamente (almeno così si direbbe) a proprio nome: considerati i presupposti e la scelta di far esprimere Platone in versi, non può, lui che è autore di versi, al quarto libro di poesia dopo Il significato, Dresda e Sono paura, che scegliere la strada di esprimersi in prosa. Sono scritti che ci mettono di fronte ai mali e alla limitatezza dei nostri tempi, quasi a voler ribadire l’urgenza e la necessità di recuperare un’esistenza da platonici, appunto. In uno di questi scritti Bargellini afferma che il Platonico “diceva che la gente, per non conoscersi, frantumava peculiari specchi; ed era bene che facessimo orecchio a quel crash di ogni giorno, da tutte le case. Era istruttivo sapere degli innumerevoli settennati di guai, e la follia di quell’autoteppismo, mentre i bambini si ferivano con i frantumi”. Se fossero di più i platonici, dice in un altro di questi poemes en prose, se ci fosse “un esercito Platonicorum”, gli uomini avrebbero pietà per le disgrazie proprie e dei propri simili.

Pubblicato su Poesia n.324

IL NOME DELLA FIGLIA DI SAFFO di Jesper Svenbro (Settegiorni Editore)

 

Jesper Svenbro è un poeta che tende a rimuovere le distanze: siano esse quelle fisiche o geografiche esistenti tra territori lontani, oppure le differenze che si manifestano tra ambienti diversi di natura più propriamente culturale. Il passato e il presente, i miti dell’antica Grecia e gli eventi dolorosi o felici della nostra quotidianità, gli dei, gli eroi e i derelitti, le isole del mar Egeo e i boschi della Scandinavia, nei versi di Svenbro interagiscono e danno luogo a nuova significazione. Allo stesso modo una tensione di matrice più evidentemente lirica si insinua nella versificazione che è incline al racconto e alla soluzione narrativa, la riflessione propria dell’argomentazione saggistica entra in stretta relazione con un movimento di natura privata ed affettiva.

Anche quando i versi propongono una materia più intima e familiare, o quando si soffermano sui drammi che affliggono il genere umano, la violenza, la morte, la guerra, la fuga da luoghi inospitali, Svenbro non dimentica la sua attività di filologo e di studioso di letteratura greca, che non si sviluppa solo sul terreno dell’investigazione accademica ma è frutto di passione profonda e si costruisce nel rapporto con la vita di tutti i giorni: la sua poesia in questo modo si ciba di alimenti diversi, che restituisce al lettore dotati di nuova energia, di una rinnovata incisività. Il ricorso ad argomenti lontani, eppure in qualche modo presenti, conduce la poesia ad essere raffinata e popolare, colta nei riferimenti e lineare nella formulazione lessicale e sintattica. 

 

Jesper Svenbro

A Jesper Svenbro è stato assegnato pochi giorni fa il Premio Internazionale Il Ceppo, dedicato a Piero Bigongiari, e l’Accademia che concede il riconoscimento ha meritoriamente promosso la pubblicazione, presso i tipi di Settegiorni Editore, di un’ampia scelta del nuovo libro di versi del poeta scandinavo, in ampio anticipo rispetto all’uscita in terra svedese, dove le liriche verrano edite solo il prossimo autunno. La raccolta Il nome della figlia di Saffo è curata da Paolo Fabrizio Iacuzzi e si compone di diciannove liriche, tradotte da Maria Cristina Lombardi, che firma anche un’illuminante introduzione al volume.

Di Jesper Svenbro, che dal 2006 è membro dell’Accademia di Svezia che assegna il premio Nobel per la letteratura, in Italia sono stati pubblicati i saggi La parola e il marmo. Alle origini della poetica greca (Bollati Boringhieri, 1984), Storia della lettura nella Grecia antica (Laterza, 1991) e le raccolte poetiche Apollo blu, cura e traduzione di M. Cristina Lombardi (Interlinea, 2008) e Romanzo di guerra, a cura di Marina Giaveri (ES, 2013).

A partire dal ritrovamento nel 2014 di ulteriori due frammenti della poetessa di Lesbo, Svenbro, che a Saffo ha dedicato molta parte dei suoi studi di filologia, sente il bisogno di ritornare sulla sua vicenda, questa volta inserendola in un delicato e originalissimo quadro sociale e familiare. Svenbro ci conduce, attraverso un’inchiesta che diremmo di natura politico-economica, a ricostruire i legami dell’aristocratica Saffo e di suo fratello Carasso con l’ambiente dell’isola dove vivevano e dove la loro famiglia era giunta esule dalla sconfitta Troia. Carasso in effetti aveva messo in piedi una significativa e redditizia attività economica, esportando l’ottimo vino dell’isola, di cui era anche produttore, e importando, soprattutto dall’Egitto, vari prodotti, tra cui quel nìtron, il salnitro, che diventa centrale nella raccolta. Proprio a partire dal nìtron infatti si sviluppa il discorso di Svenbro, che combina, facendoli interagire tra loro in maniera altamente e insolitamente significativa, affermazioni che potrebbero appartenere ad un saggio di carattere economico con dotte e approfondite questioni squisitamente filologiche, il linguaggio piano e scarnificato tipico di un libro di storia con improvvisi scarti lirici. “Cosa può avere indotto Saffo all’uso / di una parola come “salnitro” in un testo poetico? / Nella lista delle merci che Carasso / portò con sé nel viaggio di ritorno // da Naukratis davvero è menzionato / (…) // Il suo profumo così simile al Palmolive! / Un sapone democratico che può insaponare / il corpo nudo di una donna d’estate / prima di un’aristocratica doccia.”

Così scrive Svenbro, in una poesia dal titolo eloquente ed inatteso, almeno in un libro dedicato a Saffo: Palmolive. Sapone verde per la poesia, partendo dalla costatazione che esiste un brevissimo frammento di Saffo dove appunto compare la parola nìtron.

Tra saponi e prodotti per lavarsi i denti (la poesia Dentifricio è dedicata all’amico scomparso Valentino Zeichen), tra tracce per i compiti d’esame e poemi didattici sul significato dei nomi propri nell’antica Grecia, tra richiami alla mitologia classica e citazioni dalla cinematografia più conosciuta, indicazioni per un’estetica saffiana e riferimenti alla più dolorosa attualità in una foto dell’artista Ai Weiwei (“Il suo Istagram lo mostra tra i profughi siriani / sullo sfondo di migliaia di salvagenti e gommoni bucati. / Il mare nel sole della sera. Il suo volto: / una maschera di Dioniso”) la poesia di Svenbro costringe il lettore a scivolare da un contenuto all’altro, ad aggiustare continuamente il tiro, alla costante, eccitante perdita di equilibrio. Chi legge entra dunque nel vortice di un gioco vertiginoso, nel quale la linea di confine tra il territorio dell’ironia e quello governato dal rigore scientifico è davvero straordinariamente labile.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

HAIKU ITALIANI di Luigi Oldani (Samuele Editore)

 

Luigi Oldani ha sempre vissuto la letteratura con una sorta di delicata attenzione nei confronti della parola poetica, una generosa partecipazione alle vicende più complessive della poesia del nostro tempo, un commosso rispetto nei confronti dei maestri. Ne è testimonianza l’appassionata attività quale organizzatore di letture e incontri, e soprattutto l’esperienza di coordinamento e redazione della rivista Pioggia Obliqua, partita come periodico radiofonico e poi, negli anni Novanta, diventa una tra le più significative pubblicazioni di letteratura, aperta a contributi di notevole spessore e a partecipazioni illustri, quali quelle di Enzo Siciliano, Antonio Tabucchi, Mario Luzi, Luigi Baldacci. Da qualche tempo la rivista è riproposta in versione online (https://www.pioggiaobliqua.it/) e si avvale dei contributi dei maggiori scrittori italiani di questo inizio secolo, tanto da diventare, nel giro di poco tempo, uno dei più attivi punti di riferimento della poesia italiana di questi anni. 

Luigi Oldani legge i suoi haiku

Oldani, che è autore di diverse pubblicazioni, ha presentato recentemente quella che finora più essere considerata la sua opera più originale e matura. Gli Haiku italiani, editi per i tipi di Samuele Editore, sono infatti un libro denso, di scrittura rigorosa e di notevole spessore espressivo. Il poeta, forte di un periodo trascorso a Tokyo per motivi di lavoro e di un’esperienza maturata nel Centro Zen Firenze, tra i più rappresentativi dello Zen europeo, si avvicina ad una delle forme tradizionali dell’espressione poetica nipponica con grande sensibilità e con la capacità di muoversi in equilibrio sulla linea di confine tra la quotidianità e la cultura europee e le consuetudini espressive e la raffinatezza di marca orientale.

Nella poesia italiana dello scorso secolo non sono mancati esempi di poeti che si sono avvicinati alla forma dell’haiku, semmai senza ripercorrerne rigorosamente i dettami tradizionali. E’ il caso di Saba e Zanzotto, ma anche alcune liriche di Ungaretti sembrano richiamare lo stile e la composizione sillabica della lirica giapponese. In ogni caso, Oldani sembra più vicino, per l’utilizzo di immagini legate alla nostra quotidianità e per la propensione a far materializzare il vuoto e il senso di vanità che accompagna ogni nostro gesto, alla produzione, piuttosto significativa, che Jack Kerouac dedicò al genere, in pratica reinventandolo ad uso della nostra sensibilità di occidentali.

Luigi Oldani, che mantiene in massima parte la struttura dell’haiku tradizionale, pur assicurando alle sue poesie una maggiore libertà nella lunghezza dei singoli versi, sviluppa un’espressione che appoggia la significazione soprattutto su una sorta di salto logico finale, che apre a contenuti imprevisti e di notevole forza espressiva. Questo modo di procedere, del resto in linea con gli esempi moderni, anche giapponesi, consente di porgere al lettore in maniera semplice ma particolarmente efficace quelli che sono i grandi quesiti che l’uomo si trova ad affrontare: le questioni legate al trascorrere del tempo e alla finitezza delle cose terrene, gli eventi imperfetti e che pure possono apparire eterni, almeno nell’attimo in cui sembrano suggerire un loro impronunciabile segreto. Come scrive Alba Donati nell’introduzione alla raccolta, Oldani con questo suo scatto improvviso alla fine di ogni haiku e con quell’ulteriore verso che ci aspettiamo di leggere, che quasi siamo costretti a pronunciare, e che in effetti non c’è, “rigira il tutto, inverte la direzione, immette cose non viste, non vedibili”.

La forza struggente e in qualche modo sfuggente delle liriche di Oldani è proprio nel legame tra quello che ci viene descritto e l’invisibile, il mai visibile o il non più visibile, si concretizza nel mondo indefinibile che si rappresenta dinanzi ai nostri occhi, tra la corporeità dei reperti naturali che irrompono sulla scena e l’impalpabilità della loro più profonda natura,. Per esempio: “Tra le camelie / una gatta s’aggira / le cade un fiore”; o, quasi un manifesto di poetica, “Lascio cadere / parole mai nate: / vento d’inverno”.

Il poeta sembra provare ritegno di fronte alla scoperta della vita e del suo mistero, una specie di incapacità a credere che la parola possa davvero definire una presenza, misurarsi con la vera consistenza della realtà, per cui con consapevolezza confessa: “Dei secchi granchi / con la bassa marea / amo il ritegno”.

Il tempo a cui spesso ci si riferisce in queste liriche non è quello storico che rassicura, mettendoci di fronte all’esistenza di un prima e di un dopo, di un succedersi esatto di segmenti misurabili, quanto piuttosto l’estensione indefinibile, in bilico tra la tradizione dello zen e lo spaziotempo delle recenti acquisizioni della fisica: “Di ogni fiore / ogni petalo esiste / per tutto il tempo”; “Come la stella / tutta nel cielo oggi / piango questo blu”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

IL DOLORE di Alberto Toni (Samuele Editore)

 

Alberto Toni ha sviluppato nel corso degli anni, a partire dall’esordio avvenuto nel 1987 con la raccolta La chiara immagine, un percorso concentrato e coerente, fedele ad un’atmosfera culturale, forse maggiormente presente nel nostro paese negli ultimi decenni del secolo scorso, di attenta riflessione sulle dinamiche dell’io e insieme fondata sulla volontà di indagine del mondo, nella consapevolezza che l’impegno civile abbia corrispondenza innanzitutto nella ricerca di una verità, in qualche modo ipotizzabile, ma che per sua natura sempre si nega e si allontana. E’ questo un lavoro spesso oscuro, che impone una dizione poetica non lineare, che procede per sbalzi analogici e per accumulazione di immagini ed esperienze.

Alberto Toni (Ph. Dino Ignani)

Nella poesia di Toni, come si evince anche dalla sua più recente prova poetica, Il dolore, pubblicata da Samuele Editore, è sempre evidente un’attenzione esasperata alla singola parola, ad ogni movimento interno della versificazione, nella convinzione, peraltro mai esibita ed anzi che si manifesta in maniera tormentata, che si possa davvero dire l’indicibile, arrivare attraverso la poesia a sondare anche le zone più profonde e impervie della natura dell’uomo. La poesia è dunque attività sacra, ma non per questo risolta, anzi si alimenta nella frammentazione e si compone di fragilità.

Il lettore delle poesie di Alberto Toni deve essere disposto a farsi trasportare dalla corrente evocativa in cui si muovono le parole, seguendo il corso che ha scelto la poesia che, come la “trota sannita” della lirica Lungo il Sangro che apre il volume, parente prossima della nota anguilla montaliana, “s’annida al temporale, sfida il grigio / e il verde, mentre l’acqua, il riverbero / di fibule sotterra il tempo antico e / quanto resta”. Il viaggio della trota è sfida e scoperta, dunque consapevolezza che non esiste altra strada che quella di continuare a cercare una strada, altra condizione che trovare la ragione dell’esistenza proprio nei limiti a cui la vita stessa continuamente obbliga: “La trota / che s’inerpica nel grigiorosa dei sassi / e poi scompare. Come una spada, una lancia / museale, viva e sembiante, un po’ in ombra, / ma eccola al raggio e alla pioggia sopravvive, / rinasce di giorno in giorno, smilza che fugge / e scrive la storia antica”. Ma dal viaggio non si ricavano rassicurazioni, né l’idea di una soluzione, di una risposta piana: “Se dalla / fugacità rapita noi non proviamo gioia, eccolo / il turbinello della mente, il basso / che ci pesa al cuore, lapsus, offuscamento e male”.

Una parola chiara, un racconto lineare e sciolto, un discorso senza increspature non sono più possibili; il poeta dunque deve fare i conti con il ritmo ansante e frammentato del suo respiro, con l’accumulazione di vicende e oggetti, che appartengono alla vita ma non possono essere ricondotti ad unità, anche se è quello che la poesia è costretta ogni volta a tentare.

Il dolore, a cui il titolo fa riferimento, nasce dalla scomparsa della madre, raccontata soprattutto nelle sezioni finali del libro, Percorso ospedaliero, Il dopo, Il dolore. La morte pone il poeta di fronte a una serie di quesiti e riflessioni, che spesso ruotano intorno al concetto di tempo. Anzi, dovremmo dire con Toni “Non il tempo, ma i tempi: quelli / dei ritratti e dei cieli mobili, / angeli piegati verso il basso / schiere, viluppi, antichi / turbamenti”.

La poesia non può che costatare che il movimento che sembra orientare le esistenze verso l’una o l’altra direzione è “sempre uguale, anche se / appare diverso ogni momento. / E’ l’illusione ottica della vita”. Il tempo perciò è un contenitore senza storia, mera illusione anch’esso: “Rema contro, il tempo. Rema / per le città senza cuore, per / i secoli brevi, troppo brevi. / E a niente vale la clessidra, / se non come specchio e tema. / (…) / perché il tempo non dà risposte. / Nessuna. Fruscio d’alito perpetuo, / intuito, annegato subito dopo / nelle mie chiacchiere oziose”.

Il dolore di Alberto Toni è un libro denso e compatto, frutto di uno sguardo accorato e affranto, ma anche capace di cogliere i colori della vita. E’ lo sguardo di un poeta che, come la trota sannita, “non teme le nostre sorprese / contemporanee e lascia soltanto un filo / nel percorso, spiazza in controtendenza / la lenza del pescatore”.

PASSAGGIO IN SICILIA di Massimo Onofri (Giunti)

Se si vuole iscrivere l’argomento di cui tratta Passaggio in Sicilia di Massimo Onofri (Giunti) entro limiti chiaramente enunciati, e da questo ricavarne una precisa classificazione, operazione in qualche modo richiesta quando si parla di un libro, a volte addirittura necessaria, gli unici confini nei quali è possibile circoscrivere l’opera sono appunto solamente quelli che distinguono la terra siciliana dal mare circostante. Il libro di Onofri infatti, che con il precedente Passaggio in Sardegna va a comporre un ideale dittico dell’Italia isolana, è un lavoro che parla della Sicilia in ogni suo aspetto, ma che poco si presta a qualsiasi definitiva collocazione. Pur potendo dichiarare qualche parentela con i resoconti di illustri viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento, ma anche con libri più recenti, penso ad esempio a Breviario mediterraneo di Pedrag Matvejevic o a Danubio e Microcosmi di Claudio Magris, Passaggio in Sicilia si segnala per un proprio particolare e affascinante modo di raccontare la realtà.

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Massimo Onofri

In effetti l’opera di Onofri è molte cose insieme. Innanzitutto si propone al lettore con la sobria eleganza di un’affabulazione incalzante e seducente: è narrazione dunque, con quel tratto creativo che ogni racconto prevede, ma contiene comunque anche un’approfondita riflessione critico letteraria, che nasce, e non poteva essere diversamente, dall’interesse primario e dal decennale lavoro dell’autore, e insieme a tutto questo racchiude una specie di intelligente e mai banale guida turistica ad uso del viaggiatore, e ancora presenta la capacità di rivelare l’universo siciliano attraverso considerazioni che poggiano sull’acquisizione di fondamentali e avanzati concetti ricavati dalle scienze umane, e infine comprende un piccolo fondamentale manuale degli avvenimenti che hanno caratterizzato la vita siciliana, anche più recente, che permette di inserire ogni affermazione dentro un preciso quadro storico e politico.

Onofri possiede competenze ed esperienze, che utilizza con grande abilità, che gli consentono di parlare dei più svariati argomenti e di muoversi da un settore dell’esplorazione all’altro, mettendo in mostra conoscenze da erudito senza mai sembrare tale, anzi accompagnando il lettore in una progressiva scoperta che ha sempre il dono della leggerezza e insieme della capacità di assemblare ogni cosa in un tutto organico, dove ogni passaggio dà luogo, in maniera assolutamente necessaria, al successivo.

Impossibile fare un esempio di questa fluidità narrativa che si combina con l’acume critico, senza rischiare di penalizzare l’ampio respiro dell’opera. Basti solo ricordare il passaggio nei pressi di Marsala e la tappa a Cutusio. “Cutusio – scrive Onofri – è una delle contrade attraverso cui Marsala si moltiplica lungo la provinciale che costeggia il pescosissimo Stagnone, parallela alla statale 115, in direzione di Trapani, tra vigneti che insuperbiscono in uno dei vini più dolci d’Italia”. Cutusio è soprattutto la patria di Nino De Vita e di sua moglie Giovanna. E De Vita “lo voglio dire chiaro, è uno dei poeti più puri che la nostra astiosa e fatua patria letteraria possa oggi vantare”. “Dopo viaggi perigliosi di gioventù – prosegue Onofri -, ha scelto di coltivarsi nel più appartato silenzio, nella casa avita tra i limoni, mentre Giovanna, magari, s’ingegnava, paziente e perfetta, con implacabile dolcezza, in qualcuno di quei piatti di pesce su cui sono nate leggende, e che facevano correre quaggiù, oltre a Consolo, anche un sedentario come Sciascia”. La narrazione approda in seguito verso considerazioni di carattere letterario, ricordando che fin dagli esordi di De Vita, “non ci trovavamo di fronte alla Sicilia di colli pensili sull’acque, di volpi d’oro, di sere d’aranci e d’oleandri, d’aspre resine, ma a una terra amarissima e desolata, quella di ‘bbabbaluci scacciati’, e cioè di lumache spiaccicate, di mosche morte, di limoni infradiciti, di bestie sfiancate dall’aratro”. Considerata la storia letteraria di De Vita e offerto un consiglio di lettura, Onofri conclude che al poeta di Cutusio non sono mancati critici d’eccezione, tra i quali Raboni (sono mancati forse, aggiungerei io, i grandi editori, ma la poesia subisce spesso di questi affronti) e esprime, in poche righe, una valutazione sull’opera poetica di De Vita di rara forza e intensità, come del resto avviene in molti altri casi nelle pagine di Passaggio in Sicilia: “i suoi versi continuano a conservare intatta la musica nativa: che è pregio, appunto, solo di quella particolare poesia che, misteriosamente, riesce a schivare la storia. Il suo punto di partenza è sempre l’idillio, ma con occhi che riescono a cogliere, di quella natura trepidante e leopardiana, ogni carie, dentro un paesaggio che s’è andato sempre più aprendo al passo dell’uomo, alle sue gioie e ai suoi dolori, per farsi alla fine racconto”. Poi Onofri riprende la narrazione e dice dell’arrivo, insieme ai suoi compagni di viaggio, alla casa del poeta: “il cancello ferrato lentamente si apre e ci appare subito, col suo sorriso gaudioso e quella dolcezza che le conosco da sempre, donna Giovanna” che dice subito all’amico in visita, perché sa che ne va pazzo, di avere preparato il cuscus di pesce.

Il riferimento alle pagine dedicate all’arrivo a Cutusio ha dato l’occasione per fornire qualche informazione, tramite Onofri, sulla poesia di Nino De Vita, che merita ogni attenzione, e di fare assaggiare a chi legge il modo di procedere di Onofri, che ci accompagna, nelle trecentonovanta pagine di cui si compone questo Passaggio, in un viaggio culturale, umano, antropologico, letterario e alla scoperta di luoghi conosciuti o insoliti, sempre ponendoci delle domande, o invitandoci a porcele, e sempre con la grazia e con la perizia, mai pedante, del fine conoscitore, sorretto, nella sua affabulazione, da vero amore per la terra siciliana. Un amore che permette di animare il racconto con una serie innumerevole di personaggi, una miriade di scrittori, ma anche artisti di diversa fama, uomini politici, gentili signore più o meno note, e di trasmettere la bellezza, ma anche la ferocia di una terra che sembra credere troppo alla propria identità e allo stesso tempo negarla. Significative a tale proposito le pagine sulla mafia, considerata quasi unicamente attraverso le parole degli scrittori, in particolare quelle ricavate da opere di scarso valore letterario, ma che fanno leva su un sicilianismo di marca apologetica, che finisce per giustificare certi atteggiamenti di cui la mafia si è sempre cibata: “Un filone – sostiene Onofri – alle cui tentazioni è difficile sottrarsi, quando non si ha la lucida consapevolezza ideologica d’uno Sciascia o d’un Consolo”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

UN PUNTO DI BIACCA di Anna Elisa De Gregorio (La Vita Felice)

Un tratto ricorrente nei versi di Anna Elisa De Gregorio, raccolti nel volume Un punto di biacca, recentemente edito da La Vita Felice, è dato da una sottile vena di melanconia che pervade le liriche, che pare alimentata dalla ricerca di una ragione che possa dare conto del principio che muove gli avvenimenti terreni e la nostra presenza tra le cose, nella consapevolezza che ogni spiegazione che offra indubitabili certezze è palesemente impossibile e che dunque la nostra vicenda di uomini è sempre segnata dall’assenza, dalla ricerca dell’anello che manca, e che forse risulterebbe risolutivo, dalla confusa bellezza in cui sono disposte le tessere.

Très riches heures du Duc de Berry (gennaio)

La miniatura Très riches heures du Duc de Berry (gennaio) dei fratelli Limbourg

Pure di fronte all’accertamento di questo limite, la voce della De Gregorio continua piana e rassicurante a raccontare, a volte a disegnare, il mondo, spesso facendosi attrarre dai piccoli eventi e dalle contraddizioni che lo caratterizzano, che servono, se non a spiegare la storia, almeno a dirci che in questa incertezza viviamo e che essa ha, in fin dei conti, qualcosa di prodigioso. 

Nella prima sezione del libro, Svelature, ogni lirica porta in calce l’autore e il nome dell’opera d’arte che l’ha ispirata. All’autrice dei versi non interessa illustrare o commentare, ma seguire un proprio cammino, passare attraverso un varco, spesso assolutamente periferico, che può fare intravedere un destino o suggerire, anche in questo caso, che la verità passa sempre accanto alla vita, senza però mai offrire una motivazione decisiva. Si tratta insomma di svelare appunto, ma anche di constatare che un velo impedisce pur sempre una perfetta visuale. Del resto la velatura, nell’arte pittorica, è proprio quella tecnica che consiste nel coprire con uno strato più leggero il colore già asciutto, in modo da determinare particolari effetti e trasparenze. Accostandosi ad esempio alla miniatura Très riches heures du Duc de Berry, esposta nel Musée Condé di Chantilly, e assistendo allo sfarzo dell’ambiente ai “preziosi lapislazzuli / sull’abito del duca e dei compari”, la De Gregorio così coclude la poesia: “Come in ogni altra notte, / fuori morte e miseria: / né morte, né miseria / all’apparenza sfiorano il signore. // Ma sarà l’ultimo suo capodanno: / fino al castello arriverà la peste. / Chi vede il cuore oscuro del futuro? / Solo chi sa rappresentare storie”.

La realtà ha sempre, in queste poesie, un altro suo lato da mostrare, che non è per forza un lato oscuro, anzi è spesso altrettanto palese, ma bisogna disporsi a guardare alle cose a partire da un diverso punto di vista, che offre spunto per una nuova significazione. In questo senso i titoli delle quattro sezioni di cui si compone il libro risultano rivelatori: oltre alle Svelature di cui si è detto, essi sono Sconcerti, Spunti di vista, Spartenze.  

Anna Elisa De Gregorio

Anna Elisa De Gregorio

Nel caso dell’ultima sezione, le Spartenze a cui ci si riferisce rimandano ai dialetti meridionali, dove il termine sta indicare la divisione, l’atto dello spartire appunto, ma è chiaro che al lettore il termine non può che comunicare anche l’idea della mancata partenza. Così una sequenza di poesie contenuta in questa sezione può chiamarsi Vietato oltrepassare la linea gialla e due delle liriche fare riferimento alla stazione di Bologna e alla memoria della strage che al suo interno venne compiuta. Il passato e il presente si mescolano e il punto di vista sull’insieme, che improvvisamente ha uno scarto, serve a scoprire, ma anche a rivelare la presenza di un insondabile segreto: “Si inciampa sulle morti / rimaste tra i binari: / stanno per sempre attonite, / per sempre senza pace. / Ma la stazione spinge / a coincidenze di ore / e qui la vita corre, / corre più che altrove. // Resta come un rimorso / la lapide in memoria / nella sala d’aspetto, / alloggio di fortuna / per i senza biglietto, / quelli dei cappotti / al posto dei pigiami, / che arrivano sul tardi”.

Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena e vive ad Ancona dal 1959. Il suo primo libro di poesia, Le Rondini di Manet, arriva solo nel 2010. Al suo attivo anche una plaquette in dialetto anconetano, Corde de tempo.

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MADRE D’INVERNO di Vivian Lamarque (Mondadori)

La raccolta di Vivian Lamarque Madre d’inverno, recentemente pubblicata nella collana Lo Specchio di Mondadori, è un libro compatto e di solida struttura, nel quale la poetessa affronta, ancor più che in precedenti prove, l’argomento che ritorna ossessivamente nella sua opera, presente a partire dai primi libri ed ora qui riproposto con nuova forza. La Lamarque, con la maniera tutta sua con la quale riesce a coniugare fragilità e determinazione, sottile meraviglia e dolente rassegnazione, ci pone di fronte al nucleo nodale della sua biografia, il rapporto con la madre adottiva e con quella biologica, meglio la presenza di queste due figure non tanto e non solo nella vita di tutti i giorni, ma nell’intimità più profonda della scrittrice, ombre i cui movimenti, anche i più impercettibili, anche quelli vissuti in assenza, determinano conseguenze vistose. C’è da dire comunque che Vivian Lamarque proprio quando sembra parlare solo di se stessa, mentre si esprime sulla propria particolare e delicata esperienza, sta anche parlando del mondo, dell’universo tutto e dei suoi oscuri meccanismi, sta parlando di noi e del nostro rapporto con tutto quanto ci scorre attorno. E’ facile richiamare a questo proposito la lezione di Saba e del suo autobiografismo radicale, del resto già manifesta in precedenti raccolte anche per la relazione con la psicoanalisi (freudiana nel caso del triestino, junghiana per la Lamarque), e qui in qualche modo evocata già nel titolo che fa pensare al dualismo sabiano tra la “madre di pianto” e la “madre di gioia”, quest’ultima la balia Beppa Sabaz.    

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

E’ stato detto più volte che tra le qualità più significative della poesia della Lamarque ci siano il tono leggero e il dettato limpido, dietro cui si nascondono contenuti ed emozioni complessi, spesso dolorosi. Già a proposito delle prime poesie, Raboni parlò di “eleganza impalpabile e tuttavia quasi feroce”. Sarebbe utile aggiungere a questo punto che, in particolare in questo libro, la straordinaria capacità di Vivian Lamarque di trasformare, con repentini scatti tonali e di soggetto, il tema ossessivo e la vicenda più propriamente biografica in riflessioni più generali sull’esistenza dell’uomo nel mondo, si concentra in particolare sul nostro rapporto con il tempo, sulla relazione con gli oggetti e le presenze naturali (gli alberi, i fiori, i piccoli animali domestici) che interagiscono con il nostro quotidiano.

A ben guardare Madre d’inverno è soprattutto una lunga, a tratti penosa, sempre sorprendente riflessione sul tema del tempo, il nostro tempo individuale, che rende molteplice la singola vicenda esistenziale, il tempo che rimane, quando le persone care non ci sono più, o quello ancora che ci accompagna lentamente ai margini della vita. In “Venti volte circa già Natale”, la poetessa si chiede quanto tempo resti ancora da vivere: “Di vita venti circa anni ancora, così tanti?”. Ma il così tanto a declinarlo diversamente, a ridurlo in porzioni, sembra diventare decisamente più piccolo: “Specifichiamo allora: inverni venti circa / venti circa primavere, così poche? circa / sole venti volte è già natale, venti andare / al mare? è così poco venti due decine sole / e mentre dici venti il vento ruba siamo a / diciannove”.

Soffermarsi sul valore del tempo è anche un modo per cercare di delimitare la morte, per comprenderla. Il libro si costruisce a partire dalla scomparsa della madre e procede, sempre con tono leggero e sofferente, nel tentativo di dare un posto alla morte e ai morti (tra questi è da annoverare anche la “Madre l’altra”, come suona il titolo della quarta sezione del libro, e cioè la madre naturale), di inserirli ancora nelle vicende della vita. “Agli appuntamenti arrivavi / sempre molto prima, facevi / sembrare in ritardo il mondo / intero, lui si sentiva in colpa, / ti si scusava. Ora nella tua via / mi pare camminino tutti / un po’ più piano e hanno anche / tolto l’orologio stradale, quello / sotto l’albero, si sono accorti / che ormai non lo guardava più / nessuno, tantomeno l’albero, / loro l’ora la conoscono già / per nascita, esatta senza guardare”.

Gli oggetti si diceva, gli alberi, i fiori, sono presenze ricorrenti nelle liriche del libro. Partecipano alle vite, diventano interlocutori attendibili, sembrano essere depositari di una verità che però non possono compiutamente comunicare. Restano, quando gli esseri viventi non ci sono più e, a loro modo essi stessi viventi, possono ricordare, imporre un dialogo tra chi è in vita e coloro che sono scomparsi: “Quando si telefona, dopo, nelle loro case / si fa suonare a lungo più a lungo e di quegli squilli / supplementari ti sono grati gli annoiati mobili / e soprammobili e l’asse da stirare / e più di tutto la disabitata poltrona, tutto / nella casa tende le orecchie, tutti, anche chi / ha formato il numero, e proprio mentre sta per / riagganciare si ferma, alt, è parso di sentire di là / quel lieve fruscio che sempre precede / l’atto del rispondere”.

Una sintesi della poesia della Lamarque (che, sia detto con chiarezza, raggiunge particolarmente in questo libro, esiti alti) la fornisce la stessa autrice in una lirica, Caro dottore, rivolta allo psicanalista junghiano anch’egli già protagonista di molte liriche e della raccolta Poesie dando del Lei: “fare anima cos’è? le chiedevo allora, ora / lo so cos’è, è tante cose, anche camminare / tra oriente e occidente, un po’ facendo uso / di gioia e un po’ di dolore, un po’ di gambe / e un po’ di pensiero, un poco guardando alla terra / e un poco al cielo”.

Fare poesia per Vivian Lamarque cos’è? E’ andare con passo delicato tra luoghi lontani tra loro e scoprire che le distanze possono restringersi o dilatarsi, è fare uso della parola in grado di spiegare che la vita è dialogo tra gioia e dolore, è insieme concretezza e immaterialità. E’ uno sguardo rivolto, nello stesso tempo, alla terra e al cielo.

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UNGARETTI E IL PORTO SEPOLTO di Leone Piccioni (Succedeoggi)

L’Europa e tanti dei suoi intellettuali e scrittori sono sconvolti dalle vicende drammatiche del primo conflitto mondiale, quando la poesia italiana subisce lo scossone che ne cambierà per sempre le sorti, destinandola definitivamente al nuovo secolo. Nel 1916, grazie all’intervento di un ufficiale, anch’egli poeta, conosciuto al fronte, quel “gentile Ettore Serra” a cui è dedicata la lirica che chiude lo smilzo volumetto, Giuseppe Ungaretti pubblica presso un editore di Udine Il porto sepolto: sono solo 80 copie, che contribuiranno però, come nessun’altra raccolta fino ad allora composta, a svecchiare la poesia italiana, privandola della patina retorica che ne ricopriva spesso le opere, facendole respirare un’aria di cambiamento e novità, proveniente in particolare da oltralpe.

Ungaretti, come tanti altri letterati ed artisti, aveva aderito con entusiamo all’appello della Patria e come volontario si era aggregato alle truppe dell’esercito italiano. In Italia in effetti non era nato e non aveva mai vissuto. Era solo transitato, dopo l’approdo a Brindisi, proveniente dalla natia Alessandria d’Egitto, per quelle terre di cui erano pieni i racconti di sua madre e degli italiani conosciuti in Africa. Aveva soggiornato brevemente a Roma, e più a lungo a Firenze e a Milano. Ma l’Italia era stata solo la tappa per arrivare a Parigi, dove non avrebbe studiato giurisprudenza alla Sorbona, come aveva promesso a sua madre, ma si sarebbe piuttosto interessato alle lezioni di Bergson e ai corsi universitari di letteratura, e più ancora avrebbe frequentato i caffè di Montmartre e del Quartiere Latino per discutere con Guillaume Apollinaire, innanzitutto, e con la schiera di artisti e di poeti, molti dei quali italiani, Modigliani e Soffici su tutti, che si raccoglieva intorno all’autore di Calligrames. 

A quel primo gruppo di poesie, scritte su foglietti di fortuna, sui pacchetti di sigarette, sulle cartoline, come ebbe a raccontare in seguito lo stesso Ungaretti, se ne aggiunsero poi delle altre, mentre le liriche che formavano la prima edizione vennero in parte riviste e corrette, o addirittura eliminate, fino a formare una nuova raccolta, che prenderà il nome di Allegria di naufragi nell’edizione del 1919 e poi, nel 1931, di L’allegria

Piccioni e Ungaretti

Leone Piccioni e Giuseppe Ungaretti

Leone Piccioni, che fu allievo e sodale di Ungaretti a partire dal 1945, frequentandone la casa e raccogliendo i suoi insegnamenti e le sue confidenze, e che si interesserà lungamente, da critico letterario, dell’opera ungarettiana, a cent’anni dalla prima edizione de Il porto sepolto conferma oggi fedeltà e attaccamento all’amico e maestro con l’agile volumetto Ungaretti e il Porto Sepolto, pubblicato dalle edizioni di Succedeoggi.

Superata la soglia dei novanta anni, Leone Piccioni ci mostra ancora una volta, in questo rapido e vivace saggio, che è possibile raccontare la letteratura. E’ possibile cioè dire la fascinazione, l’incanto, la forza espressiva che nasce dall’opera, trasformando in narrazione la lettura e il proprio rapporto con il testo, costruendo un dettato fluido e piano, che interroga e spinge alla riflessione, senza mai risultare faticoso. La letteratura può essere raccontata senza perdere di vista la profondità e i contenuti dell’opera, ma anzi pescando proprio nelle zone più fonde, rendendole accessibili anche al lettore meno esperto. Questo è un libro che dovrebbe essere utilizzato nelle scuole, offerto ai giovani, per renderli partecipi di un momento particolare della vicenda italiana ed europea, quando la letteratura era ancora incontro e confronto, per spiegare loro chi è stato, nei suoi anni giovanili, uno dei poeti più grandi del nostro Novecento, quello forse che ha saputo vedere prima degli altri le caratteristiche del secolo ventesimo, con le sue infinite possibilità e le enormi contraddizioni.

Piccioni, analizzando le poesie de Il porto sepolto, attingendo ai suoi ricordi personali e alle parole del poeta, in particolare contenute in una lunga intervista concessa allo scrittore e critico letterario franco algerino Jean Amrouche e mandata in onda da Radio France, ricostruisce la vicenda esistenziale e culturale di Ungaretti, a partire dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in Egitto, fino alle vicende che lo portano a partecipare alla guerra, prima in maniera convinta, poi sempre con maggiore sofferenza e crescente dolore. Sono insomma i luoghi e le situazioni che il poeta riassume nei versi de I fiumi, dei quali appunto parla come di una sua vera carta d’identità culturale: nell’acqua dell’Isonzo, il fiume che attraversa il Carso, teatro della guerra, Ungaretti ritrova la presenza degli altri fiumi che hanno contribuito a formare la sua personalità, il Nilo naturalmente, che lo ha visto “nascere e crescere / e ardere di inconsapevolezza”, la Senna, nel cui “torbido” il poeta si è “rimescolato” e “riconosciuto”, e prima ancora il Serchio, nella lucchesia, nel quale ricercare le sue origini familiari e dove hanno attinto varie generazioni “di gente mia campagnola / e mio padre e mia madre”.

Gli anni della guerra, quelli della composizione delle poesie de Il porto sepolto, sono terribili per il poeta, ma anche in qualche modo rappresentano, come ricorda Piccioni, la porta d’accesso ai valori più profondi della sua poesia. Dirà Ungaretti in seguito: “Il Carso è la società. E’ una società tragica, una società di guerra, ma è una società umana… L’incontro con gli altri uomini per me avviene sul Carso, avviene nel momento del sentimento di umiltà, di disperazione, di onore e di necessità di aiuto, di comunanza nella sofferenza”.

Ungaretti soldato

Ungaretti soldato

Nel ripercorrere le liriche del primo libro di Ungaretti, a cominciare dai versi dedicati all’amico suicida Moammed Sceab, con il quale il poeta abitò a Parigi in una pensione di rue des Carmes, “appassito vicolo in discesa”, Leone Piccioni cerca le ragioni di quella poesia, i motivi della sua forza e li ritrova in parte proprio nell’ultimo testo già ricordato, nelle parole di Commiato rivolte ad Ettore Serra: “… poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / è la limpida meraviglia / di un delirante fermento // Quando io trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso”. Scrive Piccioni: “Inutile cercare invano pretesti per l’ispirazione poetica: c’è solo da guardare le cose del mondo, dell’umanità, della propria vita affidandosi alla novità e alla purezza di una ispirazione che riguarda molto da vicino tutti i viventi. Una parola non logorata dall’uso improprio, ma trovata con fatica e senza illusioni. Un ‘delirante fermento’ è necessario”.

Si tratta a ben guardare di una lezione di poetica di grande attualità. Così come moderno è l’approccio analitico di Leone Piccioni, che gli permette di tornare a parlare, con rinnovata freschezza, dell’opera di Ungaretti. In tale modo di procedere la profondità con cui si muove il critico letterario non è mai separata dalla vivacità della parola del giornalista. Sono le stesse caratteristiche che gli permisero, ormai decenni fa, quando ebbe ruoli significativi nella Rai, di inventare un modo nuovo di fare divulgazione culturale, dando vita, insieme ad altri intellettuali, a quella mitica e mai dimenticata trasmissione culturale che fu L’Approdo.

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UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE di Paolo di Paolo (Feltrinelli)

La prosa di Paolo Di Paolo procede ordinata e pacata, senza aggressioni e senza scosse, e sembra volerci condurre in un paesaggio limitato, dentro il quale si rappresenta una vicenda marginale e ordinaria. L’autore riesce però, nello stesso momento, a dirigere uno sguardo ampio sulle cose, semmai alimentato da una visione laterale, che sviluppa una proiezione poco rassicurante e sicuramente spiazzante sul mondo. Del resto il mondo non è un luogo particolarmente armonioso, e chi vi abita non può pensare di mettervi ordine, piuttosto, nel migliore dei casi, può credere di essere protagonista di eventi felicemente sorprendenti. Succede così che dove il lettore si aspetta delle soluzioni, trovi invece un terreno all’apparenza solido, ma che impone continuamente un cambio di passo. La narrativa di Di Paolo, a cominciare dai fortunati Dove eravate tutti e Mandami tanta vita, invita a porsi delle domande sul proprio e sull’altrui destino, sul posto che ognuno occupa nella vita del pianeta e nello scorrere del tempo. 

Il nuovo romanzo, Una storia quasi solo d’amore (Feltrinelli, € 15), induce ad uno sguardo obliquo a partire dalla scelta del ruolo del narratore, che è il personaggio di Grazia, una attrice di mezza età, che sembra non avere più nulla da chiedere alla vita, tanto da guardare quanto le accade intorno con distacco, ma insieme con la capacità di distinguere e di far emergere con determinazione la propria lettura degli avvenimenti. Grazia gestisce una scuola di recitazione e ci racconta non la sua storia, ma quella dell’incontro, di cui è testimone, tra sua nipote Teresa, trentenne che da poco si è trasferita da Terracina a Roma, dove lavora senza entusiasmo in un’agenzia di viaggi, e del più giovane Nino, che dopo un’esperienza a Londra decide di fare ritorno in patria, allettato, ma nemmeno poi tanto, dall’offerta di Grazia di tenere un corso di teatro per anziani. Nino, che di cognome fa Morante, ha poco più di vent’anni e in effetti si chiamerebbe Flaminio, ma ha scelto un nome che ritiene più adatto per le sue ambizioni artistiche.

E’ proprio il teatro, l’ambiguità che esso consente o a cui costringe, a fornire una chiave di lettura delle azioni dei personaggi, alla ricerca di una propria identità nella quale riconoscersi, di un posizionamento che li renda riconoscibili agli altri. La vita del resto è sempre teatro, con l’illusione di muoversi nella zona illuminata del palcoscenico, mentre invece siamo nella fase ancora indistinta delle prove, impegnati nel tentativo di costruire con qualche credibilità il nostro personaggio. “D’altra parte, recitare, un po’ si recita sempre, e come viene. E no, non si tratta solo di bugie – gente che nasconde, che dissimula, con l’ansia di essere scoperta e punita. C’è una zona teatrale in ogni nostro atto (…). Non è questione di doppia vita, ma di questa, dell’unica (…). C’è teatro, il più delle volte dozzinale, al telefono, in ufficio, in camera da letto, è teatro il colloquio di lavoro, la lezione a scuola, la cena preparata con più cura, l’abito finalmente indossato, dopo averne buttati sulla sedia tre o quattro. E come nell’altro teatro, nel vero, nulla si ripete uguale: simile sì, mai identico, nulla si ripete né lascia traccia. Tutto esiste solo in quell’istante e poi niente, scompare, evapora, non ha testimoni che non siano quel pubblico ristretto, scelto o improvvisato, radunato su due piedi: come intorno ai cantanti di strada, ai giocolieri, ai matti”.

Non è un caso che Nino voglia mettere in scena con la sua “classe” di anziani debuttanti (ma il suggerimento è della più esperta Grazia) Le false confidenze di Marivaux, le cui dinamiche, le parole dette a metà o mal comprese, le finzioni e le superficialità nei rapporti, la voglia di apparire a tutti i costi, finiscono per incunearsi nella sua vita, a obbligarlo ad un’attenzione più sincera verso le cose che gli accadono intorno, a comprendere anche che l’attrazione che sente per Teresa non è da ricondurre al repertorio solito di una fatua messa in scena di se stesso.

Di Paolo sa indagare in questa zona vaga delle nostre rappresentazioni quotidiane e sa che i movimenti dei suoi personaggi non possono essere completamente ricondotti ad unità, perché un sistema ordinato e perfettamente funzionante non esiste. Si accontenta dunque di farci scoprire la meraviglia che può determinarsi anche a partire dai consueti avvenimenti di tutti i giorni e sa dirci che il mondo in cui abitiamo è vario e incoerente, forse anche inconcludente, ma è pieno di domande e offre scenari che intervengono sulle nostre esistenze e che dobbiamo imparare a interpretare.

La storia d’amore tra Teresa e Nino, che peraltro viene presentata soprattutto nella fase preparatoria, finisce per essere il pretesto attraverso cui il narratore esplora nelle pieghe degli avvenimenti dei nostri giorni, analizza il difficile dialogo tra generazioni che sono costrette a leggere il mondo attraverso ottiche diverse, scruta il passare del tempo nelle vite dei singoli e si interroga su come il passato finisca per gravare significativamente sul presente. E’ forse Teresa a manifestare con più chiarezza il proprio disagio nei confronti di una realtà che sfugge proprio quando sembra più accessibile: “Non ti chiedi mai che rapporto c’è tra te e il mondo? Fra te e i miliardi di persone che non conosci? (…) E’ che tutto mi sembra tanto più grande della nostra capacità di prendercene cura”.

C’è un fondo amaro in Una storia quasi solo d’amore, che forse emerge già dal “quasi solo” del titolo, che circoscrive la vicenda mettendo un limite alla tensione affettiva, ancorandola a una realtà in cui non è facile guardare oltre i propri bisogni, veri o presunti che siano. Un fondo penoso, che Grazia esprime con disillusione e contarietà, ancora una volta attraverso la metafora del mestiere dell’attore: “Quand’è che siamo diventati stronzi? Come abbiamo fatto a non rendercene conto? Qualcosa sopravvive – il talento, che diventa mestiere: più raffinato, più disinvolto. Ma lo stupore? E l’attenzione autentica, profonda, che ci teneva incollati alle cose per ore, alle scoperte della vita intellettuale, alle parole degli sconosciuti, un po’ a tutto. (…) Non brilliamo più. Qualcuno, da lontano, scambia per luce vera il neon freddo e sterile del saperci fare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi