LA SECONDA CIGARA DE TE’ di Andrea Longega (Atì editore)

Sarebbe meglio forse nemmeno parlare di poesia in dialetto, cioè non definirla come tale, evitando di costringere in tal modo in una categoria che suona riduttiva una produzione letteraria che appartiene di fatto al nostro patrimonio culturale comune. La poesia o è poesia o non lo è, in qualsiasi lingua essa venga scritta. Del resto se la lingua poetica si mostra, almeno negli ultimi secoli, come costituzionalmente anacronistica, il dialetto entra di forza e senza alcun limite nel novero delle espressioni fuori del tempo e perciò dunque intrinsecamente poetiche. Succede peraltro che risieda proprio in questo anacronismo la possibilità di affondare lo sguardo nel presente senza le formule e i codici, le celebrazioni rituali, che il presente impone. Il dialetto, che è sempre meno linguaggio della comunicazione quotidiana e ancor meno espressione della cultura contemporanea di un territorio, riesce più facilmente ad evitare gli scivolamenti di una lingua letteraria troppo schiacciata su modelli preordinati, troppo orientata dalla voglia di piacere più che da quella di dire. Paradossalmente, più i dialetti sono lontani dal presente della comunicazione, una lingua dunque quasi reinventata ad uso della letteratura, più essi sono confinati in ambiti comunicativi ristretti, e più riescono a parlare delle nostre vite nel presente.

E’ il caso, ad esempio, del siciliano Nino De Vita, di cui ho scritto non molto tempo fa su questo stesso web magazine, ed è il caso di Andrea Longega, veneziano che vive a Murano, che ha all’attivo già numerosi libri di poesie e diverse collaborazioni con le preziose Edizioni dell’Ombra di Gaetano Bevilacqua. Longega ha esordito in volume nel 2002 con i versi di Ponte de mèzo (Campanotto) e ha da poco dato alle stampe, per i tipi di Atì editore, la raccolta La seconda cicara de tè. Il poeta veneto è un appartato, poco propenso a partecipare al brusio tanto invadente quanto vacuo che caratterizza i tempi in cui viviamo, meno che mai appare interessato alle trite liturgie letterarie. Eppure la sua voce poetica, che si esprime in un veneziano gradevole e tenue, avrebbe ben diritto di essere ascoltata dal maggior numero possibile di lettori, numero che si sa, per quanto riguarda la poesia e in particolare quella dialettale, è per definizione già irrimediabilmente contenuto. Piuttosto il poeta si dice impegnato, come si ricava da una poesia della raccolta, nel “duro far niente davanti a ‘sto blu potente”, che è poi quello del cielo, ma anche più in generale il colore che riassume l’esistenza.

Andrea Longega

Questo “duro far niente” gli permette di porsi nella condizione dell’osservatore, spesso incantato o commosso o solo meravigliato dallo spettacolo che gli si pone dinanzi. Solo che lo sguardo di Longega tende ad essere attratto dai particolari all’apparenza insignificanti, a soffermarsi sulle scene marginali, sui dettagli. In questo modo l’insieme si annebbia e si sgretola, e proprio nel frantumarsi la realtà viene a manifestarsi nei suoi aspetti più sorprendenti. In altre parole, Longega ci guida a guardare le immagini ricorrenti della quotidianità, mettendone a fuoco le minuzie, le sfumature, che ci appaiono, attraverso questo sguardo ravvicinato e limpidissimo, come eventi inusuali e straordinari. In una sera piovosa, ad esempio, “nel campo belissimo / e lustro de piova, xe là che ne spèta un indian / gióvine, a mostrarne le so tante ombreléte, / le fa pènder nere dal brasso – a milioni / come schiapi dolenti de pipistreli”. E questi ombrellini, che pendono neri dal braccio del venditore indiano a milioni come stormi dolenti di pipistrelli, ci danno l’idea di come la poesia possa reinventare la realtà, raccontarcene il mistero e il miracolo.

Longega comunque non vuole mai stupire, non forza la lingua nel tentativo di produrre effetti speciali, ci dice solo che il mondo è fatto così, che è stupefacente proprio nel punto dove appare maggiormente ordinario. Anche la lingua dunque procede senza scossoni: è un veneziano pacato, sussurrato, esile. D’altra parte non c’è nessuna verità da dichiarare, né positiva né negativa: nella poesia di Longega c’è solo da scoprire armonie e incongruenze del mondo, sbandando verso non si sa dove e rischiando “de intoparme su i gàtoli” (di inciampare nei tombini), c’è da guardare la realtà con gli occhi “sfocati e cisposi”: “Lassé che vada, anche se fasso scagióni / anca se rischio de intoparme su i gatoli / lasséme vardar ‘sto mondo belo / i merli che córe tra erba e maségni / e in fondi / più in fondi, fin dove rivo / co ‘sti oci turbi e incaramelai”.

Del resto cosa può fare la poesia, se non costatare che il mondo non può essere compreso e dunque nemmeno spiegato? Le poesie son merce di poco conto, prodotti di tutti i giorni, anche quelle di un libro dolente e necessario come è La seconda cicara de tè. Il poeta vorrebbe allora portarle “al frutariòl” per fargliele vendere con lo stesso entusiasmo con cui vende ogni giorno la frutta, anche le arance che sono “rànseghe” (rancide). E quando le vecchie chiederanno se sono buone, il fruttivendolo risponderà “bóne? eccezionali”: “Care, le mie vecie – conclude il poeta – che no vede / che le xe tute macae”.

Sono tutti ammaccati i versi: è il destino della buona poesia.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

TUTTI I NOSTRI ERRORI di Mario Fortunato (Bompiani)

Mario Fortunato è uno scrittore di racconti, forse ancor prima che un romanziere. L’autore di I giorni innocenti della guerra, Allegra Street, Le voci di Berlino, da sempre dimostra di essere a suo agio negli spazi brevi, delinea con sicurezza caratteri e situazioni, tratteggia paesaggi naturali e dell’anima in poche righe, sa dosare gli effetti senza mai indugiare nell’emozione troppo violenta o esibita, conclude la storia non quando il cerchio si chiude e il plot si stempera in una soluzione, ma nel momento in cui il necessario, se veramente esiste un necessario nel raccontare, è stato detto.

Mario Fortunato alla libreria Lo Spazio di via dell’Ospizio a Pistoia (ph. g. grattacaso)

Ne è dimostrazione il volume Tutti i nostri errori, edito da Bompiani, che raccoglie, nelle oltre trecento pagine, sedici racconti che l’autore ha composto nel corso degli anni o che ha scritto più recentemente e che sono qui dunque pubblicati per la prima volta.

 

Le quattro parti in cui si divide il libro testimoniano la volontà di dare unità ai testi scritti in epoche diverse e per differenti occasioni. In effetti ne nasce davvero un “romanzo controvoglia”, come suggerisce il sottotitolo in copertina. Fortunato finisce per realizzare il possibile romanzo dei nostri giorni: quello che non racconta per esteso e non pretende di dire tutto, ma che procede per frammenti, mette insieme pezzi apparentemente lontani e non combacianti, propone un puzzle il cui disegno di approdo può apparire scomposto, ma che nell’insieme risulta altamente significativo, capace di offrire un ritratto preciso dell’autore e dei tempi e del paese in cui ha vissuto.

Una sorta di dichiarazione di poetica ci viene dal racconto Fuori di qui. Il protagonista, che è anche il narratore della storia, vive in una cella e tenta di vincere l’inevitabile disperazione che nasce dalla vita carceraria, tramite la scrittura. Chiede una macchina da scrivere e in sette anni realizza quindici racconti (che, a ben vedere, se aggiungiamo quello che sta scrivendo e di cui stiamo parlando, diventano sedici, come le narrazioni che compongono il libro). Infine giunge a questa conclusione: “Il bisogno di riprodurre minuziosamente il suono dell’esistenza mi aveva condotto quasi fatalmente a scomporlo, a purificarlo, riducendolo a un unico accordo. Ero in possesso di singole schegge, di frammenti di me stesso, che chiedevano di essere ricomposti in un’unica trama. L’immagine più netta che si affacciava nei miei pensieri era quella di una mappa in scala uno a uno. Un disegno, insomma, che arrivava a sovrapporsi, a identificarsi con tutto me stesso, e con gli altri me stessi che coabitavano nello spazio circoscritto della mia testa”.

Insomma Fortunato sembra suggerire che un procedimento lineare non sia più possibile e che intrecciare le storie e le vite degli altri nella narrazione, in certi casi significa arrivare a disegnare un autoritratto. Si parla di altri, delle esistenze degli altri, e si disegna se stessi. In questo modo, tanti racconti, che pure si soffermano su personaggi e vicende diverse, possono convergere verso la scrittura di un’opera unitaria. “Avrei dovuto allora raccontarmi – afferma ancora il personaggio di Fuori di qui – nell’atto del racconto di altre esistenze intrecciate alla mia? Avrei dovuto optare per una sorta di scrittura multipla? (…) Il rischio, comunque, era quello di giungere a una forma, magari di secondo grado, di autoritratto. Una specie di autoscatto fotografico, fissato sulla pellicola da qualcun altro”. Oppure un selfie, verrebbe fatto di aggiungere, in cui chi si ritrae scopre nella fotografia realizzata l’immagine di un altro.

Vale la pena ricordare che il testo citato è stato pubblicato per la prima volta nella raccolta di racconti Luoghi naturali, che risale al 1988 e rappresenta l’esordio narrativo di Fortunato. Insomma il “romanzo controvoglia” parte da lontano, così come l’idea di letteratura che sostiene le opere del narratore.

Forse anche perché il raccontare non può che generare il proprio autoritratto, quello di chi scrive ma poi in fondo anche quello del lettore, i personaggi di queste storie tendono a nascondersi, ad immergersi in un contorno opaco, un paesaggio interiore malinconico e indefinito, nel quale porsi e porci domande più che cercare risposte e dove bisogna spesso fare i conti con la memoria, che non offre soluzioni ed anzi si sovrappone al presente confondendone la prospettiva. Sono personaggi che a volte avvertono la mancanza di qualcuno o di qualcosa, che sarà difficile ritrovare, o vivono in una condizione di felicità, sapendo che l’emozione che ora li trascina si risolverà presto in delusione e avvilimento.

I racconti di Tutti i nostri errori (titolo quanto mai felice) costruiscono anche un romanzo dell’Italia degli ultimi decenni, che viene descritta sempre a toni tenui e con fare quasi svagato, ma che risulta di estrema efficacia nel ricordarci i sentimenti e i limiti che la hanno animata. Pur con un procedere sereno e paziente (Daniele Del Giudice ebbe a scrivere, nel presentare Luoghi naturali, che “non deve ingannare l’apparente scrittura piana”, il suo stile “ha un preciso campo corporeo di gesti, e insieme di repentini ribaltamenti”), Fortunato con forza sa metterci di fronte a tutti i nostri errori e alle nostre miserie, ma anche sa dirci che bisogna continuare a credere che una soluzione sia possibile e che questa risiede forse proprio nell’accettazione della nostra condizione di imperfezione e di insufficienza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PROMEMORIA di Andrea Bajani (Einaudi)

Che cosa si scrive sulla lavagnetta, solitamente posta in un angolo un po’ nascosto della cucina, usata come promemoria? Naturalmente “le cose da non dimenticare”, i piccoli gesti quotidiani, come andare in lavanderia a ritirare un capo o recarsi a scuola per un colloquio con il professore di un figlio: gli atti di tutti i giorni, così necessari e tanto facili da tralasciare.

Anche Andrea Bajani, autore di romanzi quali Se consideri le colpe, Ogni promessa, e del più recente Un bene al mondo, ha una lavagnetta, sulla quale appuntare gli appuntamenti che è utile ricordare, le cose da acquistare, i nomi delle persone a cui telefonare, “Sale grosso multa carte da regalo / posta bollettino tacchi da pagare”. Succede però che gli appunti di Bajani siano finiti nelle sessanta poesie che compongono la raccolta Promemoria, pubblicata nella Collezione di poesia dell’editore Einaudi. Succede soprattutto che sulla piccola lavagna, tanto utile e di solito così confusa per la sovrapposizione di messaggi diversi tra loro per contenuto e per tempistica, facciano irruzione pensieri e progetti che riguardano sì la quotidianità, come lo strumento richiede, ma nei suoi aspetti più privati, a tratti inconsueti, anche se, possiamo ipotizzare, ricorrenti in tante vite. Sono le manifestazioni del vivere che non riguardano più solo gli acquisti in drogheria e le visite dallo specialista, ma qualcosa di più profondo e complesso. La combinazione tra le azioni di tutti i giorni e la loro immagine capovolta, con cui Bajani gioca con grande sicurezza, finisce per produrre un effetto insieme ironico e inquietante.

Gli atti concreti e abituali e gli aspetti arcani dell’esistenza, il tangibile e l’astratto, il futile e il sostanzioso, arrivano così ad essere elencati uno di seguito all’altro, fino a confondersi e a contaminarsi: “Una volta a settimana avviare / la scansione. Per una notte / lasciarla lavorare. Intercettare / i pensieri che si sono annidati / senza averli mai pensati. Se / possibile individuare il pensatore / e restituire. Altrimenti eliminare”.

Con questo stratagemma, sempre declinato al modo infinito del verbo, richiesto dall’apparente fine della comunicazione e dallo strumento che la supporta, Bajani, con un tono leggero e svagato, ci mette di fronte ad una realtà altra, inaspettata e conturbante, che ci appare allo stesso momento terribile e affascinante, nella quale spesso fa capolino la presenza della morte. Il mondo che viene raccontato in questo Promemoria risulta perennemente in bilico tra certezze e squilibri, tra scadenze rassicuranti e improvvisi deragliamenti verso l’abisso: “Telefonare ai morti il giorno dopo / il funerale. Lasciarli parlare poco: / solo il tempo di sentirli dire incerti / che non sono ancora in casa. Chi / lascerà il numero sarà chiamato. / Tra i due bip dire tutto in un fiato”.

La lavagnetta su cui scrive Bajani si concede spesso a riflessioni sul linguaggio stesso, sulle parole e sulla loro capacità a dire gli uomini che le manovrano e a raccontare il mondo. A suo modo, è una sorta di metalavagnetta: “Provare a non chiudere una frase, / lasciare uno spiraglio per chi vuole / entrare: che lo faccia senza chiave, / senza chiedere permesso, che metta / pure una parola dove crede. Stare / meglio quando s’intravede un nesso”.

Questi ultimi versi, che compongono la poesia numero 41, finiscono per essere anche una dichiarazione di poetica, che accomuna il Bajani poeta al narratore. L’attività di scrittura dell’autore di quel libro di brevi racconti che si rivelano utili considerazioni morali, che è La vita non è in ordine alfabetico, si muove alla ricerca di un nesso che metta insieme mondi e circostanze all’apparenza piuttosto lontane. Ma la vita appunto non segue nessun ordine, è confusione affascinante e disarmante, e la lavagna non può che dare conto della confusione, essere al servizio del disservizio generale e dunque sorprenderci rispecchiando il caos del mondo.

Sul nero della lavagna è possibile si disegni una mappa di quello che ci è intorno e che non è possibile collocare in punti precisi nello spazio e nel tempo, quel niente infine verso cui gli occhi dei neonati sembrano essere particolarmente attratti: “Guardare dove guarda il neonato / nel tempo tra la stella e il desiderio. / Seguirlo in un punto mai mappato. / Prendere sul serio il niente che / con gli occhi ciechi ha intercettato”.

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IL MOTO DELLE COSE di Giancarlo Pontiggia (Mondadori)

Procedendo nella sua maniera pacata e estremamente controllata, disegnando in maniera netta e senza sbavature ogni singolo verso, come ci ha abituati nelle precedenti raccolte, Giancarlo Pontiggia in Il moto delle cose, pubblicato nella collana mondadoriana dello Specchio, si muove nell’ostinata, a tratti commossa, ricerca di un senso che possa spiegare l’esistenza e il suo divenire nel tempo, che possa dare conto del susseguirsi dei giorni e del nostro affannarci a costruire obiettivi e progetti. Ma il significato che cerchiamo, ci dicono senza clamori le belle poesie di questa sequenza lirica così compatta, continuamente sfugge, anzi forse nemmeno risulta ipotizzabile. Non per questo il poeta rinuncia a magnificare la nostra presenza nel mondo, anzi egli sembra celebrare, quando più ne mette in risalto i limiti, proprio l’attaccamento alla vita e al suo caotico mistero, al “delirante moto delle cose”, che ci affascina nella sua incongruenza.

All’interno di “città tetre, apocalittiche”, in preda a un incessante lavorio per stare al passo con il trascorrere di un tempo che pure inevitabilmente è imperscrutabile, il protagonista di queste liriche è abbagliato dal movimento, che sembra non avere scopo, che è provocato da tutto quello che ci è intorno, dalle immagini che si propongono incessantemente dinanzi ai suoi (ai nostri) occhi, e che vorrebbe continuare a guardare, stupendosi ogni volta del panorama incompiuto che si materializza “tra i cieli e la terra, i fiori e gli asfalti”.

Giancarlo Pontiggia

Pontiggia guarda il mondo nelle sue manifestazioni più diverse, dal “firmamento algido” agli accadimenti minimi di tutti i giorni, con sguardo rassegnato e incantato. Il suo modo di raccontarci le cose non mescola l’alto con il basso: la quotidianità con i suoi singoli eventi, minuti e differenti, serve solo a spiegare l’insieme, ad alimentare un pensiero alto, una riflessione caparbia e appassionata, a formulare una risposta, sempre a sua volta interrogativa, sulle mille domande che la vita ci pone, anche nelle sue manifestazioni più trascurabili, nei suoi prodotti più passivi. : “che cos’è, pensi, questa vita / se non vita in sé, soffi / di vapore che si sollevano / dalla bocca, sangue / che fugge dalle vene / e s’impasta con la terra // (…) cos’era – ti chiedi – questo / fervente agitìo, / questo mùgghio / di vite che premono, ansano, / che ribollono / nella gran pappa del mondo // il concime / della vita, la sua pasta / opaca, nera, che lievita, lievita / dal fondo delle cose / che furono, dal niente / che ritorna, dalla sua ombra / più lucente, / e si riveste / di un nuovo, fulgido / se stesso // niente che germina dal niente / stesso che genera se stesso”

Le poesie di questo libro, alcune di pochi versi, altre che hanno il respiro del poemetto, tutte comunque coerentemente, quasi ossessivamente, all’interno di un’ideale disciplinata successione, compongono un dialogo serrato del poeta con se stesso: il tu che ritroviamo con continuità nelle poesie in effetti non si rivolge ad altri che a chi scrive, è un tu orientato verso lo specchio: chi guarda scopre in se stesso le mutazioni dovute al passare del tempo e alle rinunce che il transito impone (“Passano, i giorni, / in un ostinato pressappoco: erra / l’anima, / disdegnosa del troppo // poco.”), chi legge scopre che l’immagine riflessa in qualche modo gli appartiene. Infatti proprio quando più concitato si fa il colloquio con sé, tanto più netta diventa la certezza che quel identifichi in effetti tutti noi lettori.

Il moto delle cose, come suggerisce il titolo, parla anche del movimento degli oggetti e di ogni presenza più in generale alla ricerca di una propria identità definitiva. Anche le cose, che pure ci sopravvivono e appaiono meno deteriorabili nell’avanzare del tempo, sono preda del mutamento, forse alla ricerca di un senso o forse perché solo sospinte dal vortice che ci guida. Queste metamorfosi sono segnalate dalla numerosa serie di verbi che dicono di un’alterazione accidentale, quasi sempre di uno scivolamento verso il basso, verso un punto d’approdo che si vorrebbe ultimo: “e sai e non sai, / t’increti / nella memoria sottile delle cose / che non sono (larve, lemuri, bolle che crepitano / nella caverna della mente che delira), implori / un cenno, un suono / di niente, che scardini / il corso del tempo, affondi // in genealogie di pensieri troppo remoti”.

Per dire delle cose che sono “sospese / nella loro formula di caso / e ordine”, Pontiggia ancora una volta procede con un dettato estremamente nitido, come era già accaduto del resto nella precedente produzione poetica, qualche tempo fa riproposta dall’editore Interlinea nell’antologia Origini, di cui abbiamo già parlato in questa stessa sede. In una breve dichiarazione di poetica, è lo stesso Pontiggia a indicare il procedere della sua poesia: “Pochi versi, ma veri. / Valgano per te, come per me. / Che siano limpidi – per guardare il cielo / alto – / e severi, se così è il tuo animo”.

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LE NOTTI ASPRE di Evelina De Signoribus (Il Canneto)

La poesia di Evelina De Signoribus è costantemente mossa da un’esigenza di equilibrio, che non è solamente rivolta in direzione della ricerca formale, ma nasce dalla volontà di trovare un’armonia, una possibilità di bilanciamento tra le cose e gli avvenimenti che animano l’esistenza. La poesia si è come data l’impegnativo obiettivo di portare alla luce il rapporto esistente, e il dialogo che da esso può scaturire, tra animali e uomini, tra i vivi e i morti, tra gli oggetti inanimati e gli esseri viventi, tra gli eventi che confluiscono nella Storia e le vicende quotidiane dei singoli individui, tra le azioni degli uomini e le ragioni o le fatalità che le hanno determinate. Anzi, la poesia si è messa in testa di ricrearlo questo rapporto, di inventare, se mai fosse possibile, un nuovo modo di stare al mondo e dunque, necessariamente, un mondo più stabile.

Evelina De Signoribus in una foto di Mario Vespasiani

Le notti aspre, pubblicato dalla casa editrice genovese Il Canneto, è il secondo libro di poesie (dopo Pronuncia d’inverno del 2009) della giovane scrittrice nata a San Benedetto del Tronto, autrice anche del quaderno di racconti La capitale straniera (Quodlibet, 2008) e curatrice, insieme a Elena Frontaloni, del più recente Poeti in classe. 25 poesie per l’infanzia e non solo (Italic Pequod).

La raccolta si compone di cinque parti, nelle quali assumono spesso il centro della scena personaggi che non hanno voce, gli animali ad esempio, ma anche i morti, gli assenti, gli assediati dal peso di una guerra (come avviene nella terza sezione, La lingua della terra, che “si svolge come un racconto in una striscia di terra-di guerra”).

La poesia è dunque lo strumento che può dare voce alla privazione e alla scomparsa. “Se riuscissi a dire di questo prato muto / e del cigolio della giostra vuota / che in tondo gira come un lamento // se riuscissi a dire quanto sarebbe bello / vederti lì ancora tornare con il vento”.

Se è vero che un punto di equilibrio deve pur esistere e va dunque cercato con convinzione, è altrettanto evidente che si tratta pur sempre di un traguardo solamente sperato. A ben guardare, sia quando parla di animali o di coloro che non sono più vivi, sia quando rende protagonisti gli abitanti di un territorio segnato da un lungo conflitto armato, Evelina De Signoribus fronteggia sempre una mancanza, si mette davanti a qualcosa che non ha avuto la forza di realizzarsi o che soltanto non ci appartiene più. (“Dimmi per favore, per prima cosa, qui dove siamo, / se è un posto dove abbiamo vissuto / se salivamo le scale o non c’erano gradini. / Dimmi se camminavi veloce e ti stavo al passo. / Avevi voce? Avevo vita? / Mi occorre sapere se ricordi / perché io altro non so che eri tu”.

La parola allora, non solo deve dare conto di questa situazione di sofferenza, prendere atto della lacerazione che ogni distacco comporta, ma diventa, nelle mani della poetessa, lo strumento privilegiato per cercare di ricostruire lì dove la ferita è visibile, per sanare la perdita. Anche per questo Le notti aspre è una sorta di Libro dei morti. Come nel mito nordico descritto da Peter Handke in Saggio del luogo tranquillo e ricordato dalla De Signoribus nella breve nota introduttiva, le notti aspre “sono quelle comprese tra Natale e Epifania, quando si liberavano le anime dei morti dall’oltretomba, mentre i mortali, i vivi, usavano per conforto restare chiusi in casa, davanti al fuoco”. Evelina ha immaginato “che queste anime venissero a scuotere gli uomini, a bussare alle loro porte”, con l’intento di “forse un giorno rinascere”: “Tra il qui e il là solo gente in fuga / gli uni dagli altri, molti da sé / che aspettano uno squarcio improvviso / o un filo di luce che l’accompagni”.

Le notti aspre assume a tratti le caratteristiche di una preghiera: la parola può essere utile per quello che riesce ad evocare, anche solo a suggerire, ma deve essere capace di assumere i toni e di raggiungere quelle peraltro irraggiungibili proporzioni di una lingua che può essere solo immaginata, che ad ogni passo deve essere rifondata.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

 

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora (Neri Pozza)

Un eroe attraversa le vicende e le memorie raccontate ne Il libro degli amici di Elio Pecora (Neri Pozza), ed è lo stesso narratore, che non vuole essere oggettivo e nemmeno pretende di scomparire per lasciare spazio ai personaggi rappresentati, anzi tiene a precisare fin dalla breve introduzione che “il ritratto appartiene al ritrattista, e questi, intanto che ritrae, caccia da sé le sostanze e le apparenze di cui s’è nutrito e in qualche misura se ne libera”. Il racconto dunque non può che seguire le strade private dell’amicizia che, nel caso di Pecora, è sentimento vero e mai totalmente pacificato, che finisce per alimentarsi sempre, che sia lungo o breve il periodo di frequentazione, di passione e di inquietudine. E’ l’eroe che tiene insieme le vicende e i personaggi di questo libro che si muove ripercorrendo gli anni di vita romana dell’autore, in particolare quelli che vanno dal suo trasferimento da Napoli, nel 1966, alla morte di Elsa de’ Giorgi, amica amatissima, avvenuta nel 1997: insomma un trentennio, insomma vicende del secolo scorso. I singoli ritratti compongono un affresco ampio della società letteraria della capitale, purtroppo ormai scomparsa nelle sue caratteristiche di quei tempi, portando via con sé i suoi riti, le isterie, la smania feroce e nobile di dirsi e di capire il mondo. 

Elio Pecora in una foto di qualche anno fa

Come succede ad ogni ritrattista, Elio Pecora non vuole costruire delle brevi biografie, ma cerca invece di delineare pochi tratti che servano a fermare un’esistenza, a dirci il valore di un rapporto, di una presenza. Lo fa a partire da se stesso, come si è detto, e dalla propria sensibilità, dal valore che dà agli incontri e a quell’affetto che, per quanto lo riguarda, “non si limita ai recinti profumati, si lascia andare ai terreni melmosi, s’avventura per anditi scuri”. L’autore confessa che in se stesso “alligna la scontentezza”, che in qualche modo segna la sua esistenza e dunque anche le amicizie che la hanno attraversata, ma allo stesso tempo non è possibile non vivere anche conquistati dalla “bellezza, l’allegria, l’intelligenza”. “Che – scrive Pecora – rendono ebbri e leggeri, innamorati e dimentichi”. Il libro degli amici è così il racconto di questa continua ricerca di un equilibrio tra innamoramento e mancanza, tra ebbrezza e inquietudine.

E’ proprio parlando di sé, o meglio partendo da sé, che Elio Pecora riesce a fornire delle istantanee quanto mai nitide dei personaggi, raffigurati nella loro verità, semmai emersa nel corso di una lettura, di un incontro, di un salotto letterario. Questo avviene sia nel primo capitolo del libro, “Laura Betti e tanti altri”, che contiene una carrellata di immagini di artisti, letterati musicisti, attori, sia, a maggior ragione, nei dieci ritratti in cui vengono raccontati Wilcock, Elsa Morante, la Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino e Francesca Sanvitale. 

 

Elsa Morante con Moravia e Pasolini

Il lettore è chiamato, nel tono spesso leggero, a tratti mondano, del racconto, a isolare immagini improvvise, capaci di delineare un carattere, di disegnare la commistione, in un gesto in una voce, tra vita e letteratura. Così Caproni, che partecipava spesso alle letture organizzate da Pecora: “nella voce strascicata i suoi congedi cerimoniosi mi suonavano tetri e definitivi, come definitivo era quel suo aggirarsi nelle domande estreme”; Luzi “che appare sommerso e immerso nel suo alone di poeta” e che, l’ultima volta che Pecora lo vede a Roma, “traversa barcollante le strisce pedonali, i capelli radi mossi dal vento, la faccia di uccello in un altrove imprecisabile”; Elsa Morante che “non era solo la manichea, l’amica difficile, quella che infieriva, che disfaceva gli affetti per inserrarsi nell’infelicità della disamata. Era, prima ancora, colei che portava nella mente e nel cuore il dolore del mondo, e lo rivelava e narrava per consegnarlo a tanti e a tutti”; Bellezza, “persona singolare, viva anche quando si nega nel niente e nella morte”; Moravia che “ha cercato lo scontro, l’incomprensione, il pregiudizio che, costringendolo al dolore e alla solitudine, rinnovando la paura di non potere, di non essere, lo hanno condotto all’azione e alla scrittura”.

Pecora non è interessato a mettere in ordine i fatti, li racconta continuamente deviando da un tempo ad un altro, anche perché parla da un’epoca, quella in cui viviamo, in cui quelle vicende appaiono straordinariamente lontane, dunque leggendarie. La scrittura di Pecora cambia registro, diventa amara, struggente, dolosamente indignata nell’ultimo atto di questo bel libro, “Una possibile chiusa”. La decadenza di Roma, con il centro diventato un garage e le folle che si spingono ignorandosi, e quella di un mondo culturale arroccato intorno ai propri egoismi, vanno di pari passo. Dalla lettura dei nostri giorni, dal confronto penoso con quelli passati, nascono pagine di alta letteratura, che fanno sperare che questa “possibile chiusa” si apra a una possibile continuazione, a un diario di questi tempi, in cui, come scrive Pecora, “tutti annaspiamo, ognuno pensa a difendere il proprio sgabello, uno sgabello senza schienale che lascia ingobbito chi lo occupa. Non sono estranei a tale clima poeti e romanzieri”.

Pubblicato sul magazine online Succedeoggi

IL MATTINO DI DOMANI di Renzo Paris (Elliot)

Renzo Paris confessa che le terzine, delle quali si compone la sua più recente raccolta di poesie Il mattino di domani, pubblicata da Elliot, sono “intrise” di quella che chiama la sua “ridicola vecchiaia”. E’ una dichiarazione che si ripropone, sotto forme diverse e in maniera più o meno esplicita, per tutto il libro e che risulta tanto più significativa e a suo modo imprevista, se si considera che la scrittura di Paris si muove da sempre, sia essa in versi o in prosa, all’interno di un’ideale giovinezza, di un tempo cioè della scoperta e della fragilità, quando le cose non sono ancora al loro posto e tutto può accadere.

Anche in questo libro tornano i temi ricorrenti dell’opera dello scrittore nativo di Celano, i personaggi, noti e non, che hanno animato le sue pagine anche in prosa, ma ci vengono proposti da una visuale diversa, intrisi di una malinconia più profonda. E’ il precipitare nella vecchiaia, l’attesa della morte a fare capolino in queste pagine, ma anche la drammatica presenza della vita e del desiderio che non si rassegnano ad assumere fisionomie diverse. La poesia è ancora “una cosa da ragazzi”, continua a meravigliarsi del mondo e dei suoi avvenimenti grandi e piccoli, continua a interrogare, a inseguire amori improvvisi e improbabili, ma lo fa quasi sentendo di essere fuori posto, non riuscendo a conformarsi a ritmi e condizioni più tranquille che l’età imporrebbe. Il poeta si chiede, nella poesia che apre il volume, “Come sarà il mattino di domani, / sarò ancora in piedi e la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?”, per concludere: “Vita mia, presto / volerò da te. Ma io perché indugio, / che cosa mi trattiene ancora?”. E’ proprio questo indugio che anima le poesie di questa raccolta, così densa e compatta, così pervasa di inquietudine e di un mesto e doloroso amore per l’esistenza. 

Renzo Paris

Paris si racconta ancora assetato di vita, camminatore instancabile per le vie di Roma, ancora capace di stupirsi per una realtà che, ai suoi occhi, si anima di presenze concrete e di sogni: “Ma io / quando finirò di stare a teatro, // di commuovermi per la vita che grida / attorno a me, a caccia di tutti i piaceri? / Chi mi ha reso prigioniero di me stesso, // nella frenetica danza della vita? Chi?”.

Non è un caso che anche in questo libro, che con i precedenti Album di famiglia del 1980 e Il fumo bianco del 2013 viene a comporre una sorta di canzoniere unitario, si faccia spesso riferimento a quel gruppo di amici poeti e narratori, che hanno animato le vicende letterarie romane a partire dagli anni Settanta. E’ una sorta di famiglia, ai cui membri Paris ha dato l’appellativo appunto di “ragazzi a vita”. Del resto la sua poesia è spesso dialogante, si rivolge a un interlocutore, sia esso una presenza apparsa all’improvviso e con la stessa rapidità svanita, oppure un amico o un’amica con cui il poeta ha condiviso una parte significativa della vita. Solo che in questo caso gli amici più cari, Valentino Zeichen, che compare più volte in queste pagine, Amelia Rosselli, Dario Bellezza sono morti, si può solo ricordarne la poesia: “I miei amici poeti sono in gran parte defunti, // mi godo quest’arietta primaverile / ricordando la loro poesia ironica, civile”.

Il confronto può continuare nel ricordo dei viaggi, delle passeggiate, delle gite al mare (“Ci spiavamo di tanto in tanto / in un silenzio innaturale, persi / tra dune di parole che solo // la mente sapeva pronunciare. / Seduta sugli scalini del teatro di Ostia / Antica, mi chiedesti che cosa eravamo / diventati”, scrive Paris in “Gambe d’ambra” rivolgendosi alla Rosselli). I defunti continuano ad essere presenti: il poeta forte delle sue origini contadine, dei racconti fantastici ascoltati da bambino, può credere che il dialogo continui, che il sogno sappia penetrare la realtà.

E la realtà, in questo libro, è fatta anche di tanti animali, soprattutto uccelli, di paesaggi marini e delle montagne abruzzesi, è un mondo popolato da insetti, ma dove compaiono, ultimo approdo di un possibile dialogo a cui Paris non vuole rinunciare, anche i social e Facebook: “Una torma di insetti di giorno / entra dalle mie finestre nascondendosi / tra i libri. Bucano le foglie // della quercia del viale e dormono / tra i classici latini. Gli fanno compagnia / le insonni zanzare tigri che di notte // mi crivellano, riempiendomi di bolle. Allora mi sveglio e corro su facebook / pieno di gente che non dorme”.

Sulla scorta degli amati Apollinaire e Corbière, ma anche di Pasolini e Penna, Renzo Paris è attratto dalla folla, che può essere quella variegata che si forma sui social, ma soprattutto è data dalle tante persone che il poeta incontra quotidianamente nelle sue quotidiane occupazioni. Anche a queste la poesia rivolge la sua attenzione: “Amo fare la spesa al supermercato, / entrare in un bar del quartiere, / ascoltare i loquaci avventori, / i più ridanciani, pettegoli, ubriachi / fin dal mattino. Amo la vita trita”.

Il mattino di domani fin dal titolo e dalla divisione in quattro sezioni, una per ogni stagione dell’anno, è un libro sul tempo e sull’idea che, da un certo momento dell’esistenza, sarebbe più facile non proiettare più sul futuro speranze e desideri. Paris ci racconta questa sua stagione, scegliendo il ritmo narrativo delle terzine, che rimandano in questo caso soprattutto al Pasolini di Le ceneri di Gramsci.

Anche quando l’inverno della vecchiaia comincia a farsi sentire, rimane la leggera presenza della poesia: “La poesia è tornata bambina, / rincorre il tempo e come l’ape, di fiore / in fiore, succhia il suo miele. // Non si preoccupa di accordare terzine. / Carica d’anni eppure fanciulla, la poesia / gioca a campana e trotta per le vie / come una gazzella, dondolando la coda / di cavallo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

SULITA’ di Nino De Vita (Mesogea)

La poesia di Nino De Vita è sorprendente. E’ insieme antica e modernissima, si ciba di un dialetto in uso, e forse neppure più tanto, in un territorio geograficamente piuttosto limitato e riesce a farsi intendere ben al di fuori dei confini nazionali, proprio perché paradossalmente utilizza una lingua poetica vicina ad esperienze culturali di respiro europeo. E’ una poesia che si sofferma sui grandi temi dell’esistenza, innanzitutto del nulla che ci è intorno e condiziona ogni nostra azione, ma lo fa senza esibire nessuna filosofia, anzi scegliendo che siano personaggi marginali a dire la loro idea sul mondo, protagonisti di eventi minimi, di storie apparentemente insignificanti.

 

Nino De Vita

Le vicende che la poesia di De Vita presenta restano come sospese, sono brandelli che penzolano sull’animo del lettore, come se fossero appunto aggredite all’improvviso da una mancanza di senso, dal vuoto che senza tregua si riprende il suo posto. Si tratta di piccoli racconti in versi, di segmenti narrativi, nei quali lo svolgimento della vicenda viene spesso presentato attraverso l’espediente del dialogo. C’è chi ha voluto parlare, a tale proposito, di poesia epica, di un’epos che rimane comunque circoscritto all’interno di un preciso e ridotto perimetro. Direi comunque che l’epica di De Vita non si concretizza in una rivelazione fluida degli avvenimenti, non si costruisce attorno a uno svolgimento cronologico preciso, essa al contrario è frantumata, la sua tendenza a raccontare si scontra inevitabilmente con l’impossibilità a chiudere il cerchio. E’ come se un cantastorie siciliano o un puparo avesse incontrato sul suo cammino Raymond Carver. A ben guardare, la poesia di De Vita è vicina a quella di tanta produzione anglosassone, forse anche in maniera inconsapevole, tanto che viene fatto di pensare che la traduzione del suo siciliano risulterebbe più vicina all’originale in inglese invece che in italiano.

Nino De Vita scrive nel dialetto di Cutusio, o Cutusìu, la contrada di Marsala dove è nato nel 1950 e dove vive. Dopo l’esordio in lingua nel 1984 con la raccolta Fosse Chiti, ha sempre pubblicato opere in dialetto. Tra queste vanno ricordate Cutusìu, Cùntura, Nnòmura, Omini. La sua raccolta più recente, in circolazione da alcune settimane, è Sulità, edita dalle messinesi edizioni Mesogea. “Sulità” significa solitudine, ma, forte anche dell’uso che se ne fa nel proverbio “sulità santità”, diventa nelle mani del poeta, al pari della saudade per i portoghesi, una sorta di categoria dello spirito, una chiave per interpretare il mondo, una condizione interiore invece che fisica, determinata dai casi della vita, dalle sciagure e dalle afflizioni, da eventi semmai già avvenuti da tempo e che tornano o si lasciano intravedere nei racconti dei protagonisti delle poesie.

I protagonisti di queste poesie (l’io lirico si esibisce solo raramente: nel ruolo di un personaggio che guarda e annota, a volte interloquisce) sono uomini e donne che improvvisamente vengono posti di fronte al proprio destino o che ritornano senza pietà, e senza che sia possibile un rimedio, agli eventi che ne hanno segnata la vita. Il poeta si muove in questa Spoon River di viventi con la grazia discreta di chi sa che ogni singola esistenza non si può spiegare ma solo raccontare, si può abbracciare non giudicare.

Nella poesia “I cosi chi si fannu” (Quello che si fa) una donna è costretta a vivere quotidianamente a contatto con l’uomo che segretamente ama, che è il futuro sposo di sua sorella. La donna vive dei suoi sguardi e delle sue rare parole (“Mi piaci chi mi parla. / M’arrèstanu ‘i palori / chiantati poi pi gghiorna / chini”. “Mi piace che mi parla, / Mi restano le parole / dopo, dentro, per giorni / interi”), ma vorrebbe che i due andassero a vivere altrove e la casa tornasse “a com’era prima”. Il momento più duro è quando sua sorella e l’uomo si appartano: “Rririnu tutti rui, / si strìncinu, sarrà… / Sta cruci ‘unn’a circai. / L’ha purtari e ‘un cci ‘ a fazzu. / Ora ‘un rrìrinu cchiù… / Mi veni ri nfuddiri. / ‘I cosi chi si fannu, / chi nna st’accianza si / fannu…”. “Ridono tutti e due / si stringono, forse…/ Questa croce non l’ho cercata. / Devo portarla e io non ho le forze. / ora non ridono più… / Mi viene da impazzire. / Quello che si fa, / che in questi momenti si / fa…”

Le donne e gli uomini di queste poesie appunto sono colti nel momento in cui si manifesta dinanzi ai loro occhi la croce che sono costretti a portare. Il poeta non può liberarli dal peso, ma può parlarne. Del resto, come scrive De Vita nella poesia “I libbra” (I libri) “I libbra stannu fermi / ma rintra hannu una vita / ch’ì macina: cci sunnu / ‘i cinchedda, i sbintati, i luparini; / i torti, i macanzisi; / allivoti cci sunnu ‘i nannalau, / ‘i scarafuna, l’òmini squaquègnari, i ngazzati, l’eroi; / cci su’ nzivati tinti / nne cantunera bbianchi / ri fogghi, cc’è u silenziu, / cci su’ ncuttumi, i tuppuli nu cori…”, “I libri stanno fermi / ma dentro hanno una vita / intensa: ci sono / gli scapestrati, i libertini, i chiusi di carattere; / i malvagi, i traditori; / a volte ci sono gli stupidi, / gli ingordi, gli uomini miseri, / gli amanti, gli eroi; / ci sono paure indicibili / negli spazi bianchi / dei fogli, c’è il silenzio, / ci sono pene, palpiti”.

Anche le poesie di Nino De Vita stanno ferme, ma dentro ci sono gli uomini e le loro storie, il silenzio, le pene, i palpiti, ci sono la lingua e le storie di Cutusio, che sanno parlare al mondo.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PLATONE! di Francesco Bargellini (Aragno)

 

Non può essere messa in dubbio l’affermazione che voglia sottolineare il legame esistente, sul piano etico innanzitutto, tra filosofia e poesia: la ricerca di una ragione che spieghi l’esistenza, da qualunque lato la si voglia vedere, è attività alla base di ogni opera filosofica, così come essa non può che sempre sottendere anche il corpus poetico che voglia dirsi tale. E’ altrettanto vero che la parola della filosofia si nutre in qualche modo anche di alcuni degli strumenti retorici che sollevano la significazione dal livello più blandamente comunicativo, al fine di poter dire quello che l’uso convenzionale e denotativo del linguaggio non riesce compiutamente ad esprimere. E’ noto come la filosofia greca antica abbia fatto uso di un linguaggio immaginifico ed evocativo e che Platone, in particolare, abbia intessuto le sue opere con momenti di puro lirismo.

Francesco Bargellini con Platone!, pubblicato per i tipi di Nino Aragno Editore, ci mette dinanzi ad un’operazione di grande interesse culturale e dalla riuscitissima tenuta poetica, non solo traducendo in versi le parole del grande pensatore, ma ricomponendo i lacerti di questa azione in una raccolta, tale da prestarsi ad essere considerata un’opera del tutto originale, pur attingendo in maniera puntuale ai diversi scritti del filosofo. Dei testi originari non si tiene conto di quel continuum che ogni scritto filosofico è costretto ad inseguire, ma anzi si preferisce pensarli, così costruendo un tracciato del tutto nuovo, come se si trattasse di una raccolta di frammenti, come se dell’impresa iniziale fossero rimaste solo segni sparsi da cui è possibile immaginare le parti mancanti. 

Spiega Bargellini nell’ampio scritto in prosa che dà inizio al volume, che il percorso poetico che ha ricavato dagli scritti di Platone è “delineato per frammenti, quasi che il corpus platonico fosse un solo grande poema perduto e ora riemerso per schegge isolate; e questo percorso ha la natura dell’omaggio e del saccheggio al contempo”. Aggiungerei che ha anche la natura di un libro compiuto e di tono e di linguaggio unitari, fedele del resto alla parola del maestro ateniese al punto da ricostruirla in maniera inusuale e profondamente incisiva.

Bargellini insomma scrive un libro di poesia che è sicuramente opera di Platone (le traduzioni d’altra parte, sia pure in versi, sono fedeli per contenuto e verrebbe da dire nell’intonazione musicale alla lezione originaria), ma che è anche, con la stessa sincerità e la stessa forza, risultato della più intima natura artistica ed umana dello stesso Bargellini. Quindi se è vero, come saggiamente suggerisce Alessandro Fo che firma la prefazione al volume, che “Platone filosofo-poeta e Bargellini poeta-filosofo” sanno che “la filosofia procede dalla meraviglia” e che “la meraviglia a sua volta produce anche parola meravigliata e meravigliosa, cioè poesia”, sta di fatto che in questo caso la parola che “trasferisce nell’animo del lettore, in un unico tratto, bellezza, conoscenza, pienezza, producendo inestimabile ricchezza” è frutto del lavoro di entrambi: e anche questo lavoro a quattro mani a distanza di secoli risulta certamente meraviglioso, e spiega molto dell’intento dell’autore nostro contemporaneo, che tiene comunque a precisare che l’antologia “è proditoria, in primo luogo, ai danni del pensatore”.

Non c’è dubbio, danno o no, che il risultato sia di grande forza espressiva e che consegni al lettore intatto, anzi in qualche modo rinnovato, il valore del pensiero di Platone. Basta qualche esempio: “La gente non sa: / senza questo tragitto attraverso ogni cosa, / senza vagabondaggio // se pure la incontri non avrai intelligenza / della Verità” (“Il vagabondo” dal Parmenide); “mi ordinava di fare musica, / e io questo facevo // sicuro che la filosofia / fosse la musica massima” (“La musica” dal Fedone); “Guardati intorno, davvero, sta’ attento / non ci senta un profano // questi sicuri che non ci sia altro / oltre ciò che le mani riescono a stringere // che alle azioni, alle generazioni / e all’Invisibile tutto / non concedono essere” (“Il profano” dal Teeteto).

Il Platone! di Francesco Bargellini parla anche alla e della nostra contemporaneità. Ne è prova a suo modo l’ultima parte del libro, che è costituita dalle brevi prose che hanno titolo Platonico. In questo caso Bargellini parla esclusivamente (almeno così si direbbe) a proprio nome: considerati i presupposti e la scelta di far esprimere Platone in versi, non può, lui che è autore di versi, al quarto libro di poesia dopo Il significato, Dresda e Sono paura, che scegliere la strada di esprimersi in prosa. Sono scritti che ci mettono di fronte ai mali e alla limitatezza dei nostri tempi, quasi a voler ribadire l’urgenza e la necessità di recuperare un’esistenza da platonici, appunto. In uno di questi scritti Bargellini afferma che il Platonico “diceva che la gente, per non conoscersi, frantumava peculiari specchi; ed era bene che facessimo orecchio a quel crash di ogni giorno, da tutte le case. Era istruttivo sapere degli innumerevoli settennati di guai, e la follia di quell’autoteppismo, mentre i bambini si ferivano con i frantumi”. Se fossero di più i platonici, dice in un altro di questi poemes en prose, se ci fosse “un esercito Platonicorum”, gli uomini avrebbero pietà per le disgrazie proprie e dei propri simili.

Pubblicato su Poesia n.324

IL NOME DELLA FIGLIA DI SAFFO di Jesper Svenbro (Settegiorni Editore)

 

Jesper Svenbro è un poeta che tende a rimuovere le distanze: siano esse quelle fisiche o geografiche esistenti tra territori lontani, oppure le differenze che si manifestano tra ambienti diversi di natura più propriamente culturale. Il passato e il presente, i miti dell’antica Grecia e gli eventi dolorosi o felici della nostra quotidianità, gli dei, gli eroi e i derelitti, le isole del mar Egeo e i boschi della Scandinavia, nei versi di Svenbro interagiscono e danno luogo a nuova significazione. Allo stesso modo una tensione di matrice più evidentemente lirica si insinua nella versificazione che è incline al racconto e alla soluzione narrativa, la riflessione propria dell’argomentazione saggistica entra in stretta relazione con un movimento di natura privata ed affettiva.

Anche quando i versi propongono una materia più intima e familiare, o quando si soffermano sui drammi che affliggono il genere umano, la violenza, la morte, la guerra, la fuga da luoghi inospitali, Svenbro non dimentica la sua attività di filologo e di studioso di letteratura greca, che non si sviluppa solo sul terreno dell’investigazione accademica ma è frutto di passione profonda e si costruisce nel rapporto con la vita di tutti i giorni: la sua poesia in questo modo si ciba di alimenti diversi, che restituisce al lettore dotati di nuova energia, di una rinnovata incisività. Il ricorso ad argomenti lontani, eppure in qualche modo presenti, conduce la poesia ad essere raffinata e popolare, colta nei riferimenti e lineare nella formulazione lessicale e sintattica. 

 

Jesper Svenbro

A Jesper Svenbro è stato assegnato pochi giorni fa il Premio Internazionale Il Ceppo, dedicato a Piero Bigongiari, e l’Accademia che concede il riconoscimento ha meritoriamente promosso la pubblicazione, presso i tipi di Settegiorni Editore, di un’ampia scelta del nuovo libro di versi del poeta scandinavo, in ampio anticipo rispetto all’uscita in terra svedese, dove le liriche verrano edite solo il prossimo autunno. La raccolta Il nome della figlia di Saffo è curata da Paolo Fabrizio Iacuzzi e si compone di diciannove liriche, tradotte da Maria Cristina Lombardi, che firma anche un’illuminante introduzione al volume.

Di Jesper Svenbro, che dal 2006 è membro dell’Accademia di Svezia che assegna il premio Nobel per la letteratura, in Italia sono stati pubblicati i saggi La parola e il marmo. Alle origini della poetica greca (Bollati Boringhieri, 1984), Storia della lettura nella Grecia antica (Laterza, 1991) e le raccolte poetiche Apollo blu, cura e traduzione di M. Cristina Lombardi (Interlinea, 2008) e Romanzo di guerra, a cura di Marina Giaveri (ES, 2013).

A partire dal ritrovamento nel 2014 di ulteriori due frammenti della poetessa di Lesbo, Svenbro, che a Saffo ha dedicato molta parte dei suoi studi di filologia, sente il bisogno di ritornare sulla sua vicenda, questa volta inserendola in un delicato e originalissimo quadro sociale e familiare. Svenbro ci conduce, attraverso un’inchiesta che diremmo di natura politico-economica, a ricostruire i legami dell’aristocratica Saffo e di suo fratello Carasso con l’ambiente dell’isola dove vivevano e dove la loro famiglia era giunta esule dalla sconfitta Troia. Carasso in effetti aveva messo in piedi una significativa e redditizia attività economica, esportando l’ottimo vino dell’isola, di cui era anche produttore, e importando, soprattutto dall’Egitto, vari prodotti, tra cui quel nìtron, il salnitro, che diventa centrale nella raccolta. Proprio a partire dal nìtron infatti si sviluppa il discorso di Svenbro, che combina, facendoli interagire tra loro in maniera altamente e insolitamente significativa, affermazioni che potrebbero appartenere ad un saggio di carattere economico con dotte e approfondite questioni squisitamente filologiche, il linguaggio piano e scarnificato tipico di un libro di storia con improvvisi scarti lirici. “Cosa può avere indotto Saffo all’uso / di una parola come “salnitro” in un testo poetico? / Nella lista delle merci che Carasso / portò con sé nel viaggio di ritorno // da Naukratis davvero è menzionato / (…) // Il suo profumo così simile al Palmolive! / Un sapone democratico che può insaponare / il corpo nudo di una donna d’estate / prima di un’aristocratica doccia.”

Così scrive Svenbro, in una poesia dal titolo eloquente ed inatteso, almeno in un libro dedicato a Saffo: Palmolive. Sapone verde per la poesia, partendo dalla costatazione che esiste un brevissimo frammento di Saffo dove appunto compare la parola nìtron.

Tra saponi e prodotti per lavarsi i denti (la poesia Dentifricio è dedicata all’amico scomparso Valentino Zeichen), tra tracce per i compiti d’esame e poemi didattici sul significato dei nomi propri nell’antica Grecia, tra richiami alla mitologia classica e citazioni dalla cinematografia più conosciuta, indicazioni per un’estetica saffiana e riferimenti alla più dolorosa attualità in una foto dell’artista Ai Weiwei (“Il suo Istagram lo mostra tra i profughi siriani / sullo sfondo di migliaia di salvagenti e gommoni bucati. / Il mare nel sole della sera. Il suo volto: / una maschera di Dioniso”) la poesia di Svenbro costringe il lettore a scivolare da un contenuto all’altro, ad aggiustare continuamente il tiro, alla costante, eccitante perdita di equilibrio. Chi legge entra dunque nel vortice di un gioco vertiginoso, nel quale la linea di confine tra il territorio dell’ironia e quello governato dal rigore scientifico è davvero straordinariamente labile.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it