RIFRAZIONI di Elio Pecora (Mondadori)

Elio Pecora ha attraversato da assoluto protagonista le vicende culturali degli ultimi decenni. Rifrazioni, pubblicato nella collana dello Specchio di Mondadori, è il suo ventesimo libro di poesie. Alla ponderosa produzione poetica vanno aggiunti i volumi di prosa, gli scritti per bambini, gli interventi critici, l’attività di giornalista culturale, sia per i quotidiani che per le trasmissioni radiofoniche della Rai. Il suo contributo è stato determinante, anche se la sua presenza è sempre apparsa discreta, a tratti, si direbbe, silenziosa.

Con Rifrazioni Pecora, superati gli ottanta anni, fa i conti innanzitutto con il tempo, che vorremmo credere sia un’ordinata sequenza di attimi ed invece si rappresenta come una massa, a volte densa in altri casi rarefatta, di pensieri in movimento, di ricordi che sfuggono, di insicure proiezioni nel futuro. I versi si muovono tra l’accettazione che la propria vicenda non sia “che un intreccio infinitesimo, il disegno sbilenco / di una foglia prossima a insecchire” e “la voglia testarda di restare”.

Elio Pecora

Il personaggio protagonista di queste poesie, un se stesso pensieroso e silente, in qualche modo in lotta con un mondo tumultuoso e ostile, viene descritto in terza persona, come se il poeta volesse segnare un margine di distanza, vedersi da un tempo diverso, un immediatamente dopo o un poco prima che già allontana, oppure intendesse liberarsi da una vicenda sentita troppo privata, per denunciare come la propria condizione non sia altro che un dare conto della bellezza e della pochezza dell’esistenza di tutti. Pecora ci dice che sono “tutti qui i paradisi e gli inferni, così da non avere più / da ascendere o da discendere”, che “al desiderio basta il desiderio / di una felicità solo sfiorata”, che la bellezza può appartenere ad ogni cosa, è spesso lontananza e perdita (“Chi negherà bellezza all’abbraccio / che può esserci tolto?”), che infine tutto conduce, quasi come a un approdo rassicurante, a “sottrarsi alla voce, uscire dai piedi, dal nome, / nemmeno più la perdita, nemmeno il silenzio”.

Rifrazioni è un libro sapienziale senza la presunzione di verità che a volte caratterizza la sapienza. I versi si propongono con la voce che distingue i classici, ferma e determinata nel metterci di fronte alla realtà, ma anche lieve ed estremamente chiara quando deve raccontare l’esistenza, arrivando così a sospenderci con delicatezza sull’abisso, sulla linea incerta dove vita e morte di confondono, dove i luoghi frequentati ogni giorno sono abitati ora da presenze reali e da ombre.

Pecora descrive il mondo da “un giardino ai piedi della collina”. In questo spazio protetto “fiorivano d’estate dalie / gialle e cremisi. Ibiscus bianchi e azzurri, / un loto, un’acacia, un melo verde, un fico / spandevano sul terreno morbido la loro ombra leggera”. Il giardino è lo spazio reale su cui si affaccia la casa del paesino di Sant’Arsenio, dove il poeta, che in quel paese è nato, torna d’estate a meditare e a scrivere, ed è anche una sorta di luogo incantato, dove si compie il meraviglioso, dove è possibile che i viventi e coloro che vissero trovino ancora modo di incontrarsi, perché, foscolianamente, “non è perdita l’addio / se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore”. Queste presenze “non sono larve, frammenti. Hanno mani, hanno piedi / e nomi e gesti”, sono “abitatori di un mondo senza peso”, sono ombre che “alle domande mute mute rispondono”. Così la sezione Lo spessore dell’ombra, la quarta delle cinque che compongono la raccolta, si anima della presenza di scrittori e poeti amici, Sandro Penna, Palazzeschi, Moravia, Elsa Morante, Luciano Erba, Dario Bellezza, Francesca Sanvitale, Amelia Rosselli (“Era nella sua voce d’organo, in quel viluppo di note alte, cupe, distese, / e nei farfuglii, negli incagli, / la sua incomparabile musica: / che veniva da cieli segreti / di là dalla muraglia delle lingue”), ma anche dei familiari del poeta o degli oscuri abitatori del paese, come Aduccia, che “portava abiti con molti bottoni, arricciature, volant” e che “finanche i grembiuli da cucina guarniva con viole e gelsomini”: era la sarta del paese e “due anni prima di morire, si chiuse nella sua casa / e ammutì”.

Nel giardino, d’estate, torna “un uomo / che da sempre, il suo sempre, cercava parole esatte / contro il rumore”. E’ questa, in effetti, una dichiarazione di poetica; la poesia, per Elio Pecora, nasce dallo sforzo e dalla necessità di trovare “parole esatte”. L’onestà di ogni poesia, diremmo chiamando in soccorso Saba, è proprio in questa ricerca di precisione, di scrupolo, di meticolosa cura. Ciò che è esatto è anche in qualche modo asciutto, rifiuta gli orpelli, gli ornamenti senza utilità, i fronzoli disonesti. In questo senso la parola esatta è d’ostacolo al rumore, alla parola gridata e abusata, a cui questi tempi ci hanno abituato. La poesia di Pecora, sia quando privilegia il verso lungo che quasi assume il ritmo del poemetto in prosa, sia quando invece propende per i toni più lirici, è fedele a questo principio, non cerca scorciatoie, non si rifugia mai in formule scontate, può essere soltanto rigorosa e disciplinata. E’ una poesia dunque che non si accontenta, che è sempre alla ricerca di un approdo, che peraltro sa irraggiungibile.

In opposizione allo spazio eletto del giardino, c’è la città, con il suo “tumulto infernale / con dannati che vanno / – avvoltolati d’ansia – per ignoti traguardi, dove “tante sono le storie, / tanti sono gli inganni, / quel che ieri ha disfatto / torna intatto domani”. In questo luogo dove regna il rumore, in questa “età affollata di dèi”, anche le divinità hanno perso di vista il proprio ufficio: Ermes “non reca più messaggi”, ma vuole solo istruire “la truppa fittissima dei ladri”, “la truccatissima Afrodite / (…) / si limita alle sue svenevolezze / torcendosi sui tacchi”, mentre Zeus e Plutone “l’uno se ne sta in piedi sul suo scanno, / l’altro mugola chiuso nel suo buio, / entrambi ormai svuotati di potere / ripetono uno stanco teatrino”.

Pecora è forse l’unico poeta che, in questi anni, sia riuscito a parlare di se stesso e della propria vicenda biografica, della fedeltà all’amicizia, di un quotidiano spesso fatto di eventi minimi, e intanto farci vedere il mondo nella sua complessità e nella sua miseria. Anche per questo Rifrazioni (il titolo fa riferimento alla deviazione subita da un’onda, per esempio di luce, quando passa da un mezzo ad un altro, quindi all’atto di percepire un esterno continuamente cangiante) è un libro di grande ricchezza e di straordinaria forza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

LA GENTILEZZA DELL’ACERO di Alessandro Quattrone (Passigli)

Oltre il clamore dell’epoca, il rumore di fondo che vorrebbe fornire sicurezza, le frasi scontate urlate come verità assolute, oltre la propensione a ridurre la complessità nei confini certi di uno slogan, c’è la poesia.

Alessandro Quattrone è un poeta che ha seguito con coerenza e determinazione una propria strada, continuando a riflettere sul senso della vita, sul rapporto con gli altri, siano essi persone o oggetti, abitando in quei luoghi ritirati e fuori mano a cui obbliga il vocio invadente dei tempi. Nativo di Reggio Calabria, ma da tempo residente a Como, Quattrone ha esordito nel 1984 con la raccolta Interrogare la pioggia ed ha trovato una piena maturità espressiva con L’ombra di chi passa (Puntoacapo. 2015), di cui abbiamo parlato su questo stesso web magazine, e con La gentilezza dell’acero, edito da Passigli e da poco in libreria. Qualche mese fa, ancora per l’editore Puntoacapo, Quattrone ha dato alle stampe il gustoso volume di testi per il teatro A me non sembra di dover morire ed altri dialoghi teatrali.

La poesia di Quattrone si propone sottovoce, in un pianissimo (tanto per ribadire la lontana parentela poetica con Sbarbaro, già segnalata nell’introduzione al volume di Giancarlo Pontiggia) che è capace di notevole forza comunicativa, di una ricerca approfondita e severa nel tentativo di mettere il lettore, ogni lettore, anche quello meno accorto, di fronte a se stesso, alle asperità e alle contraddizioni dell’esistenza. La gentilezza dell’acero vive innanzitutto dell’atteggiamento gentile e accorato del poeta nei confronti del mondo che gli sta intorno, nei confronti delle presenze naturali, gli alberi le piante gli animali, ma anche degli oggetti quotidiani, dei piccoli avvenimenti di ogni giorno, che spesso trascorrono senza lasciare traccia nei nostri ricordi e sui quali invece Quattrone indaga, nei quali penetra con occhio vigile. E’ lo sguardo, lo strumento che il poeta utilizza per entrare nel mondo, vicino o lontano che sia. Lo sguardo che si fa subito pensiero. La poesia di Quattrone infatti non vuole dispiegare un susseguirsi di immagini, piuttosto è propensa a riflettere, a fare dell’approccio visivo il punto di partenza di una approfondita meditazione.

Non è un caso che la prima sezione del volume si chiami Osservazioni e sguardi, e non sfugga che il termine “osservazione” può contenere sia l’atto del guardare con attenzione sia quello di fare delle osservazioni, cioè di esprimere delle opinioni. L’idea complessa dello sguardo è peraltro racchiusa in una poesia, che si riporta per intero: “Entrare in un museo non per guardare / ma per essere guardati dai ritratti / di personaggi illustri e consapevoli / della loro evidente dignità. // Entrare per sottrarsi ai volti anonimi / che assorti per la strada non ti vedono. / e apprendere che tuttavia c’è un modo / per conservare intatto anche lo sguardo”.

E’ un mondo sospeso quello che emerge dai versi de La gentilezza dell’acero, alla ricerca di conforto e di una sistemazione che possa risultare in qualche modo o almeno per qualche tempo stabile, dove ogni cosa è in stretto collegamento con il resto del cosmo, ma è anche irrimediabilmente sola, impegnata a capire il motivo per cui esiste e per cui occupa un determinato posto nel mondo. Così “sono gentili gli astri innumerevoli / ma non credono di dover rispondere / agli alberi che implorano spauriti”, nemmeno portano conforto agli animi innamorati o malinconici: “Sono gentili di solito, ma a volte / scintillano così, senza un motivo”.

L’incanto della vita, in questa poesie di straordinaria forza, è in qualcosa che potrebbe accadere e farci felici, nella felicità che è sul punto di manifestarsi, nell’incontro che sta per compiersi. Nulla però accade, ma è proprio in quell’attimo di sospensione, nella pausa tra l’attesa e la delusione, che la vita dà il meglio di se stessa. “E’ stato solamente un malinteso, / come quando ti si avvicina un cane / credendo che tu abbia qualcosa / da offrirgli, uno sguardo, un’amicizia / che sfama, rallegra e rassicura, / qualcosa che ci sarà e non c’era: / e invece nelle mani desolate / non hai altro che una carezza, breve.” Oppure di fronte a un “volto fra mille che incanta” e che ci fa per un attimo credere che in esso si racchiuda una promessa, scoprire presto che “quel volto è un dono inutile / perché non siamo noi i destinatari”. In ogni caso qualcosa è successo, l’incanto si è realizzato, in quanto quella figura “con il solo suo apparire / conferma che la felicità esiste / da qualche parte, e a volte ci sfiora, / ma ci proibisce di chiamarla, e persino / semplicemente di nominarla”.

La poesia di Quattrone non si concentra sulla delusione, che pure non può che essere l’inevitabile epilogo di ogni attesa, ma in quello che la precede, quando il miracolo sembra stia per realizzarsi. C’è da dire che il miracolo per Quattrone non è lo spiraglio metafisico a cui aspirava Montale, la “maglia rotta nella rete” che ci permette di fuggire verso qualche verità, bensì la possibilità di ricostruirla la rete, di mettere in ordine i pezzi, di dare un senso al rapporto che ci lega alle cose e agli uomini.

La vita è perciò anche sempre ad un passo dal nulla, dall’assenza, da quello che non possiamo conoscere. Può succedere che a un concerto “intanto che la musica si sparge” capiti di pensare a coloro “che una volta c’erano / e cantavano con noi fiduciosi”. Erano lì, come gli uomini in una poesia di Sbarbaro, in quel caso colti nell’atto di inseguire farfalle, “sospesi sull’abisso senza saperlo, / anzi credendo come tutti / di stare battendo il tempo con il piede”.

La poesia di Alessandro Quattrone ci parla della nostra incosciente fragilità, della possibile gioia e dell’inevitabile limite, con esemplare chiarezza e con un tono pacato e composto, sempre attenta a non essere preda di facili entusiasmi, a non suggerire accomodanti verità, a mostrarci quasi felici mentre battiamo il tempo con il piede.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

LA CORSARA. RITRATTO DI NATALIA GINZBURG di Sandra Petrignani (Neri Pozza Editore)

Natalia Ginzburg scrive in Le piccole virtù che “la bellezza poetica è un insieme di crudeltà, di superbia, di tenerezza carnale, di fantasia e di memoria, di chiarezza e di oscurità”, per cui “se non riusciamo a ottenere tutto questo insieme”, il risultato risulterà “povero, precario e scarsamente vitale”. A ben vedere la vita, la singola esistenza di un individuo, è composta dagli stessi ingredienti disparati e discordi, è anch’essa un inestricabile complesso organismo di cose diverse e a volte opposte che la letteratura cerca solo di riproporre in una sequenza ordinata. La vita insomma, allo stesso modo della “bellezza poetica”, finirebbe per risultare “scarsamente vitale” se fosse totalmente piana, un flusso stabile e disciplinato di segmenti coerenti.

Sa bene tutto questo Sandra Petrignani che, alle prese appunto con la vita, da tradurre in narrazione biografica, dell’autrice di Lessico famigliare, in La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, recentemente edito da Neri Pozza, accetta di fare i conti con quel tanto di inesplicabile che ogni esistenza contiene, col suo grumo disordinato, e affronta il “ritratto” con il piglio della narratrice di storie, che sa benissimo che non c’è da spiegare ma solo da raccontare, non da giustificare, ma tutt’al più da comprendere.

Il racconto si muove accostando reperti biografici, riflessioni di carattere critico, considerazioni sugli stati d’animo della scrittrice, analisi sulla società civile e letteraria degli anni in cui visse, non isolando i temi in comparti coerenti, in sezioni ordinate a partire da un contenuto comune, ma scegliendo di seguire il fluttuante ondeggiare della vita, procedendo spesso per digressioni, anche se l’esistenza è quella di una donna timida e austera, all’apparenza triste, spesso silenziosa, come fu la Ginzburg, le cui opinioni, ricorda Sandra Petrignani, “stordivano, irritavano, innamoravano”. La vita è piena di tante cose, di appuntamenti e di abbagli, di perdite, cadute, tentennamenti, di momenti di felicità e di asprezze: la Petrignani segue Natalia nella sua crescita, spesso dolorosa, di donna e di scrittrice, nei rallentamenti e nelle paure, nelle ruvidezze e nei sentimenti contrastanti, con uno sguardo accorato e mai inquisitorio.

Natalia Ginzburg

Ma c’è di più: il ritratto veramente fedele è quello che in un solo volto e in una sola espressione di quel volto, riesce a far emergere tutti quanti i segni di una vita, gli incontri, le assenze, le vittorie e le sconfitte che quella vita hanno caratterizzato e che il corpo inevitabilmente, e si direbbe inconsapevolmente, ha finito per assimilare. La Petrignani è bravissima a far sì che nella stessa immagine di Natalia Ginzburg si componga e venga raffigurato anche l’affresco di un’epoca. Si guarda nella vita della scrittrice e intanto si percepisce l’atmosfera degli anni della ricostruzione morale e culturale che fece seguito alla fine della seconda guerra mondiale. Si penetra a fondo nella sua vicenda esistenziale e intellettuale “costantemente oscillante fra vocazione autobiografica e sua negazione, trasparenza memorialistica e reticenza” e si ascoltano le voci di quanti le furono accanto, a cominciare dal primo marito Leone Ginzburg, da Cesare Pavese e Cesare Garboli, che la accompagnarono nel suo cammino culturale, ne compresero, sia pure spesso nella difficoltà determinata dal suo riserbo e dalla riluttanza quasi naturale a partecipare al gioco collettivo, lo spessore dell’opera e l’enorme importanza anche etica della sua scrittura.

Il libro della Petrignani ha il grande pregio di riportare la figura della Ginzburg al centro dell’attenzione e di restituirle un posto di primaria importanza nella vicenda letteraria del secondo Novecento, e insieme di imporre al lettore una riflessione, anche questa di carattere etico, sull’enorme differenza tra quegli anni (stiamo parlando nei decenni che seguirono la caduta del fascismo) e l’epoca in cui viviamo noi oggi: una distanza che la narrazione segnala almeno per quanto riguarda i valori che esprimeva quella che un tempo si chiamava la “società letteraria”, ma che inevitabilmente si estende al mondo della politica e in genere a tutta la società civile. Alla freddezza individualistica di questi nostri anni, al disinteresse per i destini altrui, spesso esibito come una qualità, al valore che si misura solo in termini di visibilità e consenso, le donne e gli uomini che vissero la complessa vicenda del dopoguerra sembrano opporre, nella accurata e notevolmente documentata ricostruzione che ne offre Sandra Petrignani, un impegno che viene coniugato sempre alla prima persona plurale, che fa uso costantemente del “noi” (del resto ossessivamente utilizzato dalla Ginzburg anche nei testi più autobiografici), la determinazione nel sentirsi parte di un progetto collettivo, l’idea che la crescita dell’altro arricchisca anche coloro che gli sono accanto.

Valga come esempio utile ad illustrare il clima di quegli anni quanto scrisse nel 1957 Natalia Ginzburg in Ritratto di un amico, ricordando i tempi che seguirono la morte di Pavese, avvenuta sette anni prima: “Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede tra chi si vuole bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e di proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti”.

Ne deriva un’attenzione assoluta e perentoria nei confronti della parola, che deve essere in grado di esprimere la verità, che non coincide con la realtà, ma è qualcosa di più profondo e di meno intellegibile. La Petrignani distende il suo sguardo premuroso ed esperto sulla vita e sull’opera della scrittrice e ci porta a scoprire che solo la parola che esprime la verità può essere in grado di riconsegnarci alle passioni della vita.

“Era necessario tornare a scegliere le parole, a scrutarle per sentire se erano false o vere, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano soltanto le effimere radici della comune illusioni”: lo scrive la Ginzburg in Lessico famigliare ed è un’affermazione che bene si addice al nostro presente, che potrebbe rappresentare un viatico per affrontare lo stato di frustrazione morale in cui siamo piombati. Scrive ancora la Ginzburg in un articolo pubblicato nel 1950: “Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole. Tutti i giorni rischiamo di diventare degli isolati e degli indifferenti. Rischiamo di respirare le parole meccanicamente, rischiamo di dire e ascoltare parole che non evocano niente, e che non risvegliano nessun particolare sentimento in noi”.

La letteratura dovrebbe servire a questo, suggerisce Natalia Ginzburg e le fa eco Sandra Petrignani, a risvegliare i sentimenti, a vincere l’indifferenza, a dare un’anima alla realtà. Anche per questo La corsara non è solo il ritratto di una grande scrittrice, tra le voci maggiori del Novecento, ma ha la forza delle migliori opere narrative, capaci di parlare di ognuno di noi e dell’epoca in cui viviamo, anche quando sembrano dire altro.

LA SECONDA CIGARA DE TE’ di Andrea Longega (Atì editore)

Sarebbe meglio forse nemmeno parlare di poesia in dialetto, cioè non definirla come tale, evitando di costringere in tal modo in una categoria che suona riduttiva una produzione letteraria che appartiene di fatto al nostro patrimonio culturale comune. La poesia o è poesia o non lo è, in qualsiasi lingua essa venga scritta. Del resto se la lingua poetica si mostra, almeno negli ultimi secoli, come costituzionalmente anacronistica, il dialetto entra di forza e senza alcun limite nel novero delle espressioni fuori del tempo e perciò dunque intrinsecamente poetiche. Succede peraltro che risieda proprio in questo anacronismo la possibilità di affondare lo sguardo nel presente senza le formule e i codici, le celebrazioni rituali, che il presente impone. Il dialetto, che è sempre meno linguaggio della comunicazione quotidiana e ancor meno espressione della cultura contemporanea di un territorio, riesce più facilmente ad evitare gli scivolamenti di una lingua letteraria troppo schiacciata su modelli preordinati, troppo orientata dalla voglia di piacere più che da quella di dire. Paradossalmente, più i dialetti sono lontani dal presente della comunicazione, una lingua dunque quasi reinventata ad uso della letteratura, più essi sono confinati in ambiti comunicativi ristretti, e più riescono a parlare delle nostre vite nel presente.

E’ il caso, ad esempio, del siciliano Nino De Vita, di cui ho scritto non molto tempo fa su questo stesso web magazine, ed è il caso di Andrea Longega, veneziano che vive a Murano, che ha all’attivo già numerosi libri di poesie e diverse collaborazioni con le preziose Edizioni dell’Ombra di Gaetano Bevilacqua. Longega ha esordito in volume nel 2002 con i versi di Ponte de mèzo (Campanotto) e ha da poco dato alle stampe, per i tipi di Atì editore, la raccolta La seconda cicara de tè. Il poeta veneto è un appartato, poco propenso a partecipare al brusio tanto invadente quanto vacuo che caratterizza i tempi in cui viviamo, meno che mai appare interessato alle trite liturgie letterarie. Eppure la sua voce poetica, che si esprime in un veneziano gradevole e tenue, avrebbe ben diritto di essere ascoltata dal maggior numero possibile di lettori, numero che si sa, per quanto riguarda la poesia e in particolare quella dialettale, è per definizione già irrimediabilmente contenuto. Piuttosto il poeta si dice impegnato, come si ricava da una poesia della raccolta, nel “duro far niente davanti a ‘sto blu potente”, che è poi quello del cielo, ma anche più in generale il colore che riassume l’esistenza.

Andrea Longega

Questo “duro far niente” gli permette di porsi nella condizione dell’osservatore, spesso incantato o commosso o solo meravigliato dallo spettacolo che gli si pone dinanzi. Solo che lo sguardo di Longega tende ad essere attratto dai particolari all’apparenza insignificanti, a soffermarsi sulle scene marginali, sui dettagli. In questo modo l’insieme si annebbia e si sgretola, e proprio nel frantumarsi la realtà viene a manifestarsi nei suoi aspetti più sorprendenti. In altre parole, Longega ci guida a guardare le immagini ricorrenti della quotidianità, mettendone a fuoco le minuzie, le sfumature, che ci appaiono, attraverso questo sguardo ravvicinato e limpidissimo, come eventi inusuali e straordinari. In una sera piovosa, ad esempio, “nel campo belissimo / e lustro de piova, xe là che ne spèta un indian / gióvine, a mostrarne le so tante ombreléte, / le fa pènder nere dal brasso – a milioni / come schiapi dolenti de pipistreli”. E questi ombrellini, che pendono neri dal braccio del venditore indiano a milioni come stormi dolenti di pipistrelli, ci danno l’idea di come la poesia possa reinventare la realtà, raccontarcene il mistero e il miracolo.

Longega comunque non vuole mai stupire, non forza la lingua nel tentativo di produrre effetti speciali, ci dice solo che il mondo è fatto così, che è stupefacente proprio nel punto dove appare maggiormente ordinario. Anche la lingua dunque procede senza scossoni: è un veneziano pacato, sussurrato, esile. D’altra parte non c’è nessuna verità da dichiarare, né positiva né negativa: nella poesia di Longega c’è solo da scoprire armonie e incongruenze del mondo, sbandando verso non si sa dove e rischiando “de intoparme su i gàtoli” (di inciampare nei tombini), c’è da guardare la realtà con gli occhi “sfocati e cisposi”: “Lassé che vada, anche se fasso scagióni / anca se rischio de intoparme su i gatoli / lasséme vardar ‘sto mondo belo / i merli che córe tra erba e maségni / e in fondi / più in fondi, fin dove rivo / co ‘sti oci turbi e incaramelai”.

Del resto cosa può fare la poesia, se non costatare che il mondo non può essere compreso e dunque nemmeno spiegato? Le poesie son merce di poco conto, prodotti di tutti i giorni, anche quelle di un libro dolente e necessario come è La seconda cicara de tè. Il poeta vorrebbe allora portarle “al frutariòl” per fargliele vendere con lo stesso entusiasmo con cui vende ogni giorno la frutta, anche le arance che sono “rànseghe” (rancide). E quando le vecchie chiederanno se sono buone, il fruttivendolo risponderà “bóne? eccezionali”: “Care, le mie vecie – conclude il poeta – che no vede / che le xe tute macae”.

Sono tutti ammaccati i versi: è il destino della buona poesia.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

TUTTI I NOSTRI ERRORI di Mario Fortunato (Bompiani)

Mario Fortunato è uno scrittore di racconti, forse ancor prima che un romanziere. L’autore di I giorni innocenti della guerra, Allegra Street, Le voci di Berlino, da sempre dimostra di essere a suo agio negli spazi brevi, delinea con sicurezza caratteri e situazioni, tratteggia paesaggi naturali e dell’anima in poche righe, sa dosare gli effetti senza mai indugiare nell’emozione troppo violenta o esibita, conclude la storia non quando il cerchio si chiude e il plot si stempera in una soluzione, ma nel momento in cui il necessario, se veramente esiste un necessario nel raccontare, è stato detto.

Mario Fortunato alla libreria Lo Spazio di via dell’Ospizio a Pistoia (ph. g. grattacaso)

Ne è dimostrazione il volume Tutti i nostri errori, edito da Bompiani, che raccoglie, nelle oltre trecento pagine, sedici racconti che l’autore ha composto nel corso degli anni o che ha scritto più recentemente e che sono qui dunque pubblicati per la prima volta.

 

Le quattro parti in cui si divide il libro testimoniano la volontà di dare unità ai testi scritti in epoche diverse e per differenti occasioni. In effetti ne nasce davvero un “romanzo controvoglia”, come suggerisce il sottotitolo in copertina. Fortunato finisce per realizzare il possibile romanzo dei nostri giorni: quello che non racconta per esteso e non pretende di dire tutto, ma che procede per frammenti, mette insieme pezzi apparentemente lontani e non combacianti, propone un puzzle il cui disegno di approdo può apparire scomposto, ma che nell’insieme risulta altamente significativo, capace di offrire un ritratto preciso dell’autore e dei tempi e del paese in cui ha vissuto.

Una sorta di dichiarazione di poetica ci viene dal racconto Fuori di qui. Il protagonista, che è anche il narratore della storia, vive in una cella e tenta di vincere l’inevitabile disperazione che nasce dalla vita carceraria, tramite la scrittura. Chiede una macchina da scrivere e in sette anni realizza quindici racconti (che, a ben vedere, se aggiungiamo quello che sta scrivendo e di cui stiamo parlando, diventano sedici, come le narrazioni che compongono il libro). Infine giunge a questa conclusione: “Il bisogno di riprodurre minuziosamente il suono dell’esistenza mi aveva condotto quasi fatalmente a scomporlo, a purificarlo, riducendolo a un unico accordo. Ero in possesso di singole schegge, di frammenti di me stesso, che chiedevano di essere ricomposti in un’unica trama. L’immagine più netta che si affacciava nei miei pensieri era quella di una mappa in scala uno a uno. Un disegno, insomma, che arrivava a sovrapporsi, a identificarsi con tutto me stesso, e con gli altri me stessi che coabitavano nello spazio circoscritto della mia testa”.

Insomma Fortunato sembra suggerire che un procedimento lineare non sia più possibile e che intrecciare le storie e le vite degli altri nella narrazione, in certi casi significa arrivare a disegnare un autoritratto. Si parla di altri, delle esistenze degli altri, e si disegna se stessi. In questo modo, tanti racconti, che pure si soffermano su personaggi e vicende diverse, possono convergere verso la scrittura di un’opera unitaria. “Avrei dovuto allora raccontarmi – afferma ancora il personaggio di Fuori di qui – nell’atto del racconto di altre esistenze intrecciate alla mia? Avrei dovuto optare per una sorta di scrittura multipla? (…) Il rischio, comunque, era quello di giungere a una forma, magari di secondo grado, di autoritratto. Una specie di autoscatto fotografico, fissato sulla pellicola da qualcun altro”. Oppure un selfie, verrebbe fatto di aggiungere, in cui chi si ritrae scopre nella fotografia realizzata l’immagine di un altro.

Vale la pena ricordare che il testo citato è stato pubblicato per la prima volta nella raccolta di racconti Luoghi naturali, che risale al 1988 e rappresenta l’esordio narrativo di Fortunato. Insomma il “romanzo controvoglia” parte da lontano, così come l’idea di letteratura che sostiene le opere del narratore.

Forse anche perché il raccontare non può che generare il proprio autoritratto, quello di chi scrive ma poi in fondo anche quello del lettore, i personaggi di queste storie tendono a nascondersi, ad immergersi in un contorno opaco, un paesaggio interiore malinconico e indefinito, nel quale porsi e porci domande più che cercare risposte e dove bisogna spesso fare i conti con la memoria, che non offre soluzioni ed anzi si sovrappone al presente confondendone la prospettiva. Sono personaggi che a volte avvertono la mancanza di qualcuno o di qualcosa, che sarà difficile ritrovare, o vivono in una condizione di felicità, sapendo che l’emozione che ora li trascina si risolverà presto in delusione e avvilimento.

I racconti di Tutti i nostri errori (titolo quanto mai felice) costruiscono anche un romanzo dell’Italia degli ultimi decenni, che viene descritta sempre a toni tenui e con fare quasi svagato, ma che risulta di estrema efficacia nel ricordarci i sentimenti e i limiti che la hanno animata. Pur con un procedere sereno e paziente (Daniele Del Giudice ebbe a scrivere, nel presentare Luoghi naturali, che “non deve ingannare l’apparente scrittura piana”, il suo stile “ha un preciso campo corporeo di gesti, e insieme di repentini ribaltamenti”), Fortunato con forza sa metterci di fronte a tutti i nostri errori e alle nostre miserie, ma anche sa dirci che bisogna continuare a credere che una soluzione sia possibile e che questa risiede forse proprio nell’accettazione della nostra condizione di imperfezione e di insufficienza.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PROMEMORIA di Andrea Bajani (Einaudi)

Che cosa si scrive sulla lavagnetta, solitamente posta in un angolo un po’ nascosto della cucina, usata come promemoria? Naturalmente “le cose da non dimenticare”, i piccoli gesti quotidiani, come andare in lavanderia a ritirare un capo o recarsi a scuola per un colloquio con il professore di un figlio: gli atti di tutti i giorni, così necessari e tanto facili da tralasciare.

Anche Andrea Bajani, autore di romanzi quali Se consideri le colpe, Ogni promessa, e del più recente Un bene al mondo, ha una lavagnetta, sulla quale appuntare gli appuntamenti che è utile ricordare, le cose da acquistare, i nomi delle persone a cui telefonare, “Sale grosso multa carte da regalo / posta bollettino tacchi da pagare”. Succede però che gli appunti di Bajani siano finiti nelle sessanta poesie che compongono la raccolta Promemoria, pubblicata nella Collezione di poesia dell’editore Einaudi. Succede soprattutto che sulla piccola lavagna, tanto utile e di solito così confusa per la sovrapposizione di messaggi diversi tra loro per contenuto e per tempistica, facciano irruzione pensieri e progetti che riguardano sì la quotidianità, come lo strumento richiede, ma nei suoi aspetti più privati, a tratti inconsueti, anche se, possiamo ipotizzare, ricorrenti in tante vite. Sono le manifestazioni del vivere che non riguardano più solo gli acquisti in drogheria e le visite dallo specialista, ma qualcosa di più profondo e complesso. La combinazione tra le azioni di tutti i giorni e la loro immagine capovolta, con cui Bajani gioca con grande sicurezza, finisce per produrre un effetto insieme ironico e inquietante.

Gli atti concreti e abituali e gli aspetti arcani dell’esistenza, il tangibile e l’astratto, il futile e il sostanzioso, arrivano così ad essere elencati uno di seguito all’altro, fino a confondersi e a contaminarsi: “Una volta a settimana avviare / la scansione. Per una notte / lasciarla lavorare. Intercettare / i pensieri che si sono annidati / senza averli mai pensati. Se / possibile individuare il pensatore / e restituire. Altrimenti eliminare”.

Con questo stratagemma, sempre declinato al modo infinito del verbo, richiesto dall’apparente fine della comunicazione e dallo strumento che la supporta, Bajani, con un tono leggero e svagato, ci mette di fronte ad una realtà altra, inaspettata e conturbante, che ci appare allo stesso momento terribile e affascinante, nella quale spesso fa capolino la presenza della morte. Il mondo che viene raccontato in questo Promemoria risulta perennemente in bilico tra certezze e squilibri, tra scadenze rassicuranti e improvvisi deragliamenti verso l’abisso: “Telefonare ai morti il giorno dopo / il funerale. Lasciarli parlare poco: / solo il tempo di sentirli dire incerti / che non sono ancora in casa. Chi / lascerà il numero sarà chiamato. / Tra i due bip dire tutto in un fiato”.

La lavagnetta su cui scrive Bajani si concede spesso a riflessioni sul linguaggio stesso, sulle parole e sulla loro capacità a dire gli uomini che le manovrano e a raccontare il mondo. A suo modo, è una sorta di metalavagnetta: “Provare a non chiudere una frase, / lasciare uno spiraglio per chi vuole / entrare: che lo faccia senza chiave, / senza chiedere permesso, che metta / pure una parola dove crede. Stare / meglio quando s’intravede un nesso”.

Questi ultimi versi, che compongono la poesia numero 41, finiscono per essere anche una dichiarazione di poetica, che accomuna il Bajani poeta al narratore. L’attività di scrittura dell’autore di quel libro di brevi racconti che si rivelano utili considerazioni morali, che è La vita non è in ordine alfabetico, si muove alla ricerca di un nesso che metta insieme mondi e circostanze all’apparenza piuttosto lontane. Ma la vita appunto non segue nessun ordine, è confusione affascinante e disarmante, e la lavagna non può che dare conto della confusione, essere al servizio del disservizio generale e dunque sorprenderci rispecchiando il caos del mondo.

Sul nero della lavagna è possibile si disegni una mappa di quello che ci è intorno e che non è possibile collocare in punti precisi nello spazio e nel tempo, quel niente infine verso cui gli occhi dei neonati sembrano essere particolarmente attratti: “Guardare dove guarda il neonato / nel tempo tra la stella e il desiderio. / Seguirlo in un punto mai mappato. / Prendere sul serio il niente che / con gli occhi ciechi ha intercettato”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

IL MOTO DELLE COSE di Giancarlo Pontiggia (Mondadori)

Procedendo nella sua maniera pacata e estremamente controllata, disegnando in maniera netta e senza sbavature ogni singolo verso, come ci ha abituati nelle precedenti raccolte, Giancarlo Pontiggia in Il moto delle cose, pubblicato nella collana mondadoriana dello Specchio, si muove nell’ostinata, a tratti commossa, ricerca di un senso che possa spiegare l’esistenza e il suo divenire nel tempo, che possa dare conto del susseguirsi dei giorni e del nostro affannarci a costruire obiettivi e progetti. Ma il significato che cerchiamo, ci dicono senza clamori le belle poesie di questa sequenza lirica così compatta, continuamente sfugge, anzi forse nemmeno risulta ipotizzabile. Non per questo il poeta rinuncia a magnificare la nostra presenza nel mondo, anzi egli sembra celebrare, quando più ne mette in risalto i limiti, proprio l’attaccamento alla vita e al suo caotico mistero, al “delirante moto delle cose”, che ci affascina nella sua incongruenza.

All’interno di “città tetre, apocalittiche”, in preda a un incessante lavorio per stare al passo con il trascorrere di un tempo che pure inevitabilmente è imperscrutabile, il protagonista di queste liriche è abbagliato dal movimento, che sembra non avere scopo, che è provocato da tutto quello che ci è intorno, dalle immagini che si propongono incessantemente dinanzi ai suoi (ai nostri) occhi, e che vorrebbe continuare a guardare, stupendosi ogni volta del panorama incompiuto che si materializza “tra i cieli e la terra, i fiori e gli asfalti”.

Giancarlo Pontiggia

Pontiggia guarda il mondo nelle sue manifestazioni più diverse, dal “firmamento algido” agli accadimenti minimi di tutti i giorni, con sguardo rassegnato e incantato. Il suo modo di raccontarci le cose non mescola l’alto con il basso: la quotidianità con i suoi singoli eventi, minuti e differenti, serve solo a spiegare l’insieme, ad alimentare un pensiero alto, una riflessione caparbia e appassionata, a formulare una risposta, sempre a sua volta interrogativa, sulle mille domande che la vita ci pone, anche nelle sue manifestazioni più trascurabili, nei suoi prodotti più passivi. : “che cos’è, pensi, questa vita / se non vita in sé, soffi / di vapore che si sollevano / dalla bocca, sangue / che fugge dalle vene / e s’impasta con la terra // (…) cos’era – ti chiedi – questo / fervente agitìo, / questo mùgghio / di vite che premono, ansano, / che ribollono / nella gran pappa del mondo // il concime / della vita, la sua pasta / opaca, nera, che lievita, lievita / dal fondo delle cose / che furono, dal niente / che ritorna, dalla sua ombra / più lucente, / e si riveste / di un nuovo, fulgido / se stesso // niente che germina dal niente / stesso che genera se stesso”

Le poesie di questo libro, alcune di pochi versi, altre che hanno il respiro del poemetto, tutte comunque coerentemente, quasi ossessivamente, all’interno di un’ideale disciplinata successione, compongono un dialogo serrato del poeta con se stesso: il tu che ritroviamo con continuità nelle poesie in effetti non si rivolge ad altri che a chi scrive, è un tu orientato verso lo specchio: chi guarda scopre in se stesso le mutazioni dovute al passare del tempo e alle rinunce che il transito impone (“Passano, i giorni, / in un ostinato pressappoco: erra / l’anima, / disdegnosa del troppo // poco.”), chi legge scopre che l’immagine riflessa in qualche modo gli appartiene. Infatti proprio quando più concitato si fa il colloquio con sé, tanto più netta diventa la certezza che quel identifichi in effetti tutti noi lettori.

Il moto delle cose, come suggerisce il titolo, parla anche del movimento degli oggetti e di ogni presenza più in generale alla ricerca di una propria identità definitiva. Anche le cose, che pure ci sopravvivono e appaiono meno deteriorabili nell’avanzare del tempo, sono preda del mutamento, forse alla ricerca di un senso o forse perché solo sospinte dal vortice che ci guida. Queste metamorfosi sono segnalate dalla numerosa serie di verbi che dicono di un’alterazione accidentale, quasi sempre di uno scivolamento verso il basso, verso un punto d’approdo che si vorrebbe ultimo: “e sai e non sai, / t’increti / nella memoria sottile delle cose / che non sono (larve, lemuri, bolle che crepitano / nella caverna della mente che delira), implori / un cenno, un suono / di niente, che scardini / il corso del tempo, affondi // in genealogie di pensieri troppo remoti”.

Per dire delle cose che sono “sospese / nella loro formula di caso / e ordine”, Pontiggia ancora una volta procede con un dettato estremamente nitido, come era già accaduto del resto nella precedente produzione poetica, qualche tempo fa riproposta dall’editore Interlinea nell’antologia Origini, di cui abbiamo già parlato in questa stessa sede. In una breve dichiarazione di poetica, è lo stesso Pontiggia a indicare il procedere della sua poesia: “Pochi versi, ma veri. / Valgano per te, come per me. / Che siano limpidi – per guardare il cielo / alto – / e severi, se così è il tuo animo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

LE NOTTI ASPRE di Evelina De Signoribus (Il Canneto)

La poesia di Evelina De Signoribus è costantemente mossa da un’esigenza di equilibrio, che non è solamente rivolta in direzione della ricerca formale, ma nasce dalla volontà di trovare un’armonia, una possibilità di bilanciamento tra le cose e gli avvenimenti che animano l’esistenza. La poesia si è come data l’impegnativo obiettivo di portare alla luce il rapporto esistente, e il dialogo che da esso può scaturire, tra animali e uomini, tra i vivi e i morti, tra gli oggetti inanimati e gli esseri viventi, tra gli eventi che confluiscono nella Storia e le vicende quotidiane dei singoli individui, tra le azioni degli uomini e le ragioni o le fatalità che le hanno determinate. Anzi, la poesia si è messa in testa di ricrearlo questo rapporto, di inventare, se mai fosse possibile, un nuovo modo di stare al mondo e dunque, necessariamente, un mondo più stabile.

Evelina De Signoribus in una foto di Mario Vespasiani

Le notti aspre, pubblicato dalla casa editrice genovese Il Canneto, è il secondo libro di poesie (dopo Pronuncia d’inverno del 2009) della giovane scrittrice nata a San Benedetto del Tronto, autrice anche del quaderno di racconti La capitale straniera (Quodlibet, 2008) e curatrice, insieme a Elena Frontaloni, del più recente Poeti in classe. 25 poesie per l’infanzia e non solo (Italic Pequod).

La raccolta si compone di cinque parti, nelle quali assumono spesso il centro della scena personaggi che non hanno voce, gli animali ad esempio, ma anche i morti, gli assenti, gli assediati dal peso di una guerra (come avviene nella terza sezione, La lingua della terra, che “si svolge come un racconto in una striscia di terra-di guerra”).

La poesia è dunque lo strumento che può dare voce alla privazione e alla scomparsa. “Se riuscissi a dire di questo prato muto / e del cigolio della giostra vuota / che in tondo gira come un lamento // se riuscissi a dire quanto sarebbe bello / vederti lì ancora tornare con il vento”.

Se è vero che un punto di equilibrio deve pur esistere e va dunque cercato con convinzione, è altrettanto evidente che si tratta pur sempre di un traguardo solamente sperato. A ben guardare, sia quando parla di animali o di coloro che non sono più vivi, sia quando rende protagonisti gli abitanti di un territorio segnato da un lungo conflitto armato, Evelina De Signoribus fronteggia sempre una mancanza, si mette davanti a qualcosa che non ha avuto la forza di realizzarsi o che soltanto non ci appartiene più. (“Dimmi per favore, per prima cosa, qui dove siamo, / se è un posto dove abbiamo vissuto / se salivamo le scale o non c’erano gradini. / Dimmi se camminavi veloce e ti stavo al passo. / Avevi voce? Avevo vita? / Mi occorre sapere se ricordi / perché io altro non so che eri tu”.

La parola allora, non solo deve dare conto di questa situazione di sofferenza, prendere atto della lacerazione che ogni distacco comporta, ma diventa, nelle mani della poetessa, lo strumento privilegiato per cercare di ricostruire lì dove la ferita è visibile, per sanare la perdita. Anche per questo Le notti aspre è una sorta di Libro dei morti. Come nel mito nordico descritto da Peter Handke in Saggio del luogo tranquillo e ricordato dalla De Signoribus nella breve nota introduttiva, le notti aspre “sono quelle comprese tra Natale e Epifania, quando si liberavano le anime dei morti dall’oltretomba, mentre i mortali, i vivi, usavano per conforto restare chiusi in casa, davanti al fuoco”. Evelina ha immaginato “che queste anime venissero a scuotere gli uomini, a bussare alle loro porte”, con l’intento di “forse un giorno rinascere”: “Tra il qui e il là solo gente in fuga / gli uni dagli altri, molti da sé / che aspettano uno squarcio improvviso / o un filo di luce che l’accompagni”.

Le notti aspre assume a tratti le caratteristiche di una preghiera: la parola può essere utile per quello che riesce ad evocare, anche solo a suggerire, ma deve essere capace di assumere i toni e di raggiungere quelle peraltro irraggiungibili proporzioni di una lingua che può essere solo immaginata, che ad ogni passo deve essere rifondata.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

 

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora (Neri Pozza)

Un eroe attraversa le vicende e le memorie raccontate ne Il libro degli amici di Elio Pecora (Neri Pozza), ed è lo stesso narratore, che non vuole essere oggettivo e nemmeno pretende di scomparire per lasciare spazio ai personaggi rappresentati, anzi tiene a precisare fin dalla breve introduzione che “il ritratto appartiene al ritrattista, e questi, intanto che ritrae, caccia da sé le sostanze e le apparenze di cui s’è nutrito e in qualche misura se ne libera”. Il racconto dunque non può che seguire le strade private dell’amicizia che, nel caso di Pecora, è sentimento vero e mai totalmente pacificato, che finisce per alimentarsi sempre, che sia lungo o breve il periodo di frequentazione, di passione e di inquietudine. E’ l’eroe che tiene insieme le vicende e i personaggi di questo libro che si muove ripercorrendo gli anni di vita romana dell’autore, in particolare quelli che vanno dal suo trasferimento da Napoli, nel 1966, alla morte di Elsa de’ Giorgi, amica amatissima, avvenuta nel 1997: insomma un trentennio, insomma vicende del secolo scorso. I singoli ritratti compongono un affresco ampio della società letteraria della capitale, purtroppo ormai scomparsa nelle sue caratteristiche di quei tempi, portando via con sé i suoi riti, le isterie, la smania feroce e nobile di dirsi e di capire il mondo. 

Elio Pecora in una foto di qualche anno fa

Come succede ad ogni ritrattista, Elio Pecora non vuole costruire delle brevi biografie, ma cerca invece di delineare pochi tratti che servano a fermare un’esistenza, a dirci il valore di un rapporto, di una presenza. Lo fa a partire da se stesso, come si è detto, e dalla propria sensibilità, dal valore che dà agli incontri e a quell’affetto che, per quanto lo riguarda, “non si limita ai recinti profumati, si lascia andare ai terreni melmosi, s’avventura per anditi scuri”. L’autore confessa che in se stesso “alligna la scontentezza”, che in qualche modo segna la sua esistenza e dunque anche le amicizie che la hanno attraversata, ma allo stesso tempo non è possibile non vivere anche conquistati dalla “bellezza, l’allegria, l’intelligenza”. “Che – scrive Pecora – rendono ebbri e leggeri, innamorati e dimentichi”. Il libro degli amici è così il racconto di questa continua ricerca di un equilibrio tra innamoramento e mancanza, tra ebbrezza e inquietudine.

E’ proprio parlando di sé, o meglio partendo da sé, che Elio Pecora riesce a fornire delle istantanee quanto mai nitide dei personaggi, raffigurati nella loro verità, semmai emersa nel corso di una lettura, di un incontro, di un salotto letterario. Questo avviene sia nel primo capitolo del libro, “Laura Betti e tanti altri”, che contiene una carrellata di immagini di artisti, letterati musicisti, attori, sia, a maggior ragione, nei dieci ritratti in cui vengono raccontati Wilcock, Elsa Morante, la Rosselli, Moravia, Palazzeschi, Penna, Elsa de’ Giorgi, Paola Masino e Francesca Sanvitale. 

 

Elsa Morante con Moravia e Pasolini

Il lettore è chiamato, nel tono spesso leggero, a tratti mondano, del racconto, a isolare immagini improvvise, capaci di delineare un carattere, di disegnare la commistione, in un gesto in una voce, tra vita e letteratura. Così Caproni, che partecipava spesso alle letture organizzate da Pecora: “nella voce strascicata i suoi congedi cerimoniosi mi suonavano tetri e definitivi, come definitivo era quel suo aggirarsi nelle domande estreme”; Luzi “che appare sommerso e immerso nel suo alone di poeta” e che, l’ultima volta che Pecora lo vede a Roma, “traversa barcollante le strisce pedonali, i capelli radi mossi dal vento, la faccia di uccello in un altrove imprecisabile”; Elsa Morante che “non era solo la manichea, l’amica difficile, quella che infieriva, che disfaceva gli affetti per inserrarsi nell’infelicità della disamata. Era, prima ancora, colei che portava nella mente e nel cuore il dolore del mondo, e lo rivelava e narrava per consegnarlo a tanti e a tutti”; Bellezza, “persona singolare, viva anche quando si nega nel niente e nella morte”; Moravia che “ha cercato lo scontro, l’incomprensione, il pregiudizio che, costringendolo al dolore e alla solitudine, rinnovando la paura di non potere, di non essere, lo hanno condotto all’azione e alla scrittura”.

Pecora non è interessato a mettere in ordine i fatti, li racconta continuamente deviando da un tempo ad un altro, anche perché parla da un’epoca, quella in cui viviamo, in cui quelle vicende appaiono straordinariamente lontane, dunque leggendarie. La scrittura di Pecora cambia registro, diventa amara, struggente, dolosamente indignata nell’ultimo atto di questo bel libro, “Una possibile chiusa”. La decadenza di Roma, con il centro diventato un garage e le folle che si spingono ignorandosi, e quella di un mondo culturale arroccato intorno ai propri egoismi, vanno di pari passo. Dalla lettura dei nostri giorni, dal confronto penoso con quelli passati, nascono pagine di alta letteratura, che fanno sperare che questa “possibile chiusa” si apra a una possibile continuazione, a un diario di questi tempi, in cui, come scrive Pecora, “tutti annaspiamo, ognuno pensa a difendere il proprio sgabello, uno sgabello senza schienale che lascia ingobbito chi lo occupa. Non sono estranei a tale clima poeti e romanzieri”.

Pubblicato sul magazine online Succedeoggi

IL MATTINO DI DOMANI di Renzo Paris (Elliot)

Renzo Paris confessa che le terzine, delle quali si compone la sua più recente raccolta di poesie Il mattino di domani, pubblicata da Elliot, sono “intrise” di quella che chiama la sua “ridicola vecchiaia”. E’ una dichiarazione che si ripropone, sotto forme diverse e in maniera più o meno esplicita, per tutto il libro e che risulta tanto più significativa e a suo modo imprevista, se si considera che la scrittura di Paris si muove da sempre, sia essa in versi o in prosa, all’interno di un’ideale giovinezza, di un tempo cioè della scoperta e della fragilità, quando le cose non sono ancora al loro posto e tutto può accadere.

Anche in questo libro tornano i temi ricorrenti dell’opera dello scrittore nativo di Celano, i personaggi, noti e non, che hanno animato le sue pagine anche in prosa, ma ci vengono proposti da una visuale diversa, intrisi di una malinconia più profonda. E’ il precipitare nella vecchiaia, l’attesa della morte a fare capolino in queste pagine, ma anche la drammatica presenza della vita e del desiderio che non si rassegnano ad assumere fisionomie diverse. La poesia è ancora “una cosa da ragazzi”, continua a meravigliarsi del mondo e dei suoi avvenimenti grandi e piccoli, continua a interrogare, a inseguire amori improvvisi e improbabili, ma lo fa quasi sentendo di essere fuori posto, non riuscendo a conformarsi a ritmi e condizioni più tranquille che l’età imporrebbe. Il poeta si chiede, nella poesia che apre il volume, “Come sarà il mattino di domani, / sarò ancora in piedi e la poesia / sarà pur sempre una cosa da ragazzi?”, per concludere: “Vita mia, presto / volerò da te. Ma io perché indugio, / che cosa mi trattiene ancora?”. E’ proprio questo indugio che anima le poesie di questa raccolta, così densa e compatta, così pervasa di inquietudine e di un mesto e doloroso amore per l’esistenza. 

Renzo Paris

Paris si racconta ancora assetato di vita, camminatore instancabile per le vie di Roma, ancora capace di stupirsi per una realtà che, ai suoi occhi, si anima di presenze concrete e di sogni: “Ma io / quando finirò di stare a teatro, // di commuovermi per la vita che grida / attorno a me, a caccia di tutti i piaceri? / Chi mi ha reso prigioniero di me stesso, // nella frenetica danza della vita? Chi?”.

Non è un caso che anche in questo libro, che con i precedenti Album di famiglia del 1980 e Il fumo bianco del 2013 viene a comporre una sorta di canzoniere unitario, si faccia spesso riferimento a quel gruppo di amici poeti e narratori, che hanno animato le vicende letterarie romane a partire dagli anni Settanta. E’ una sorta di famiglia, ai cui membri Paris ha dato l’appellativo appunto di “ragazzi a vita”. Del resto la sua poesia è spesso dialogante, si rivolge a un interlocutore, sia esso una presenza apparsa all’improvviso e con la stessa rapidità svanita, oppure un amico o un’amica con cui il poeta ha condiviso una parte significativa della vita. Solo che in questo caso gli amici più cari, Valentino Zeichen, che compare più volte in queste pagine, Amelia Rosselli, Dario Bellezza sono morti, si può solo ricordarne la poesia: “I miei amici poeti sono in gran parte defunti, // mi godo quest’arietta primaverile / ricordando la loro poesia ironica, civile”.

Il confronto può continuare nel ricordo dei viaggi, delle passeggiate, delle gite al mare (“Ci spiavamo di tanto in tanto / in un silenzio innaturale, persi / tra dune di parole che solo // la mente sapeva pronunciare. / Seduta sugli scalini del teatro di Ostia / Antica, mi chiedesti che cosa eravamo / diventati”, scrive Paris in “Gambe d’ambra” rivolgendosi alla Rosselli). I defunti continuano ad essere presenti: il poeta forte delle sue origini contadine, dei racconti fantastici ascoltati da bambino, può credere che il dialogo continui, che il sogno sappia penetrare la realtà.

E la realtà, in questo libro, è fatta anche di tanti animali, soprattutto uccelli, di paesaggi marini e delle montagne abruzzesi, è un mondo popolato da insetti, ma dove compaiono, ultimo approdo di un possibile dialogo a cui Paris non vuole rinunciare, anche i social e Facebook: “Una torma di insetti di giorno / entra dalle mie finestre nascondendosi / tra i libri. Bucano le foglie // della quercia del viale e dormono / tra i classici latini. Gli fanno compagnia / le insonni zanzare tigri che di notte // mi crivellano, riempiendomi di bolle. Allora mi sveglio e corro su facebook / pieno di gente che non dorme”.

Sulla scorta degli amati Apollinaire e Corbière, ma anche di Pasolini e Penna, Renzo Paris è attratto dalla folla, che può essere quella variegata che si forma sui social, ma soprattutto è data dalle tante persone che il poeta incontra quotidianamente nelle sue quotidiane occupazioni. Anche a queste la poesia rivolge la sua attenzione: “Amo fare la spesa al supermercato, / entrare in un bar del quartiere, / ascoltare i loquaci avventori, / i più ridanciani, pettegoli, ubriachi / fin dal mattino. Amo la vita trita”.

Il mattino di domani fin dal titolo e dalla divisione in quattro sezioni, una per ogni stagione dell’anno, è un libro sul tempo e sull’idea che, da un certo momento dell’esistenza, sarebbe più facile non proiettare più sul futuro speranze e desideri. Paris ci racconta questa sua stagione, scegliendo il ritmo narrativo delle terzine, che rimandano in questo caso soprattutto al Pasolini di Le ceneri di Gramsci.

Anche quando l’inverno della vecchiaia comincia a farsi sentire, rimane la leggera presenza della poesia: “La poesia è tornata bambina, / rincorre il tempo e come l’ape, di fiore / in fiore, succhia il suo miele. // Non si preoccupa di accordare terzine. / Carica d’anni eppure fanciulla, la poesia / gioca a campana e trotta per le vie / come una gazzella, dondolando la coda / di cavallo”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi