ELSINA E IL GRANDE SEGRETO di Sandra Petrignani (Rrose Sélavy)

Elsina è una bambina molto fantasiosa, vive nel quartiere romano di Testaccio ed è estremamente affascinata dalle parole, con cui inventa storie e poesie. Delicata e eccitabile, è dolce soprattutto con gli animali, tanto che i grandi si chiedono perché mai questa bambina tanto sensibile sia così spesso arrabbiata con loro, sia così battagliera e desiderosa di libertà. La bimba ama a tal punto gli animali, da portare le polpette preparate dalla mamma ai cani randagi e costringere i due fratelli più piccoli a mangiare una frittata.

Elsa Morante bambina

Illustrazione di Gianni De Conno per Elsina

A scuola la maestra, che ha scoperto che Elsina scrive versi, glieli fa recitare davanti a tutta la classe e la ritiene, come gli altri adulti, una Bambina Prodigio. Elsina ne è felice, ma anche imbarazzata, ed è amareggiata e infastidita, quando scopre che in questo modo si rende antipatica alle compagne di classe.

Elsina, che è poi Elsa Morante da piccola, è la protagonista di un racconto per ragazzi che ha molti punti in comune con la vera infanzia della narratrice romana. La fiaba, scritta da Sandra Petrignani, è illustrata da Gianni De Conno per la raffinata collana del Quaderno Quadrone (Elsina e il grande segreto, Rrose Sélavy, € 14).

Il segreto a cui fa riferimento il titolo e intorno a cui si svolge la narrazione è quello di una bambina che cresce con due padri, anzi con quello che lui chiama papà e che le ha dato il cognome, cioè Augusto Morante, e con lo zio Francesco Lo Monaco, che è poi il padre naturale di Elsina. La piccola non si preoccupa particolarmente di questa strana situazione, occupata com’è a inventare le sue storie e a pensare a come spiegare il guazzabuglio familiare ai fratelli, visto che la mamma, vinta dalle sue insistenze, l’ha messa al corrente dei fatti.

Il breve racconto della Petrignani si snoda felice e leggero, pur toccando alcune questioni che, a distanza di diversi decenni dagli anni in cui si è svolta l’infanzia della Morante, ancora suonano attuali: i ragazzi alle prese con il “segreto” di una famiglia con più genitori invece dei canonici due; i bambini che si trovano a fare i conti con un talento che spesso viene esibito con troppa facilità e con un pizzico di crudeltà (basti pensare alle insopportabili trasmissioni televisive popolate da pargoli con particolari doti canore); il mistero, questo sì davvero un gran segreto, come suggerisce Franco Lorenzoni nell’introduzione, dell’ispirazione letteraria, di una sensibilità che spesso fa male (“gli altri giocavano e lei stava sola in un angolo a leggere e rileggere i suoi libri”), ma che può anche sciogliersi nella felicità della creazione artistica.

In fondo la storia raccontata dalla Petrignani e così sapientemente e incantevolmente illustrata da De Conno vuole anche dire a grandi e piccini che bisogna accettare degli altri, soprattutto se si tratta di bambini, la deviazione della norma, il carattere ostile e irritante, gli sbalzi improvvisi di umore, in quanto essi possono nascondere un modo particolare di guardare la realtà, non regolamentare e disciplinato, ma tale a volte da suggerirci nuove prospettive, utili anche alle nostre esistenze.

Non è un caso che ad essere protagonista del breve racconto sia proprio la scrittrice Elsa Morante. Sia perché Sandra Petrignani ha una particolare attenzione al mondo e alla vita delle donne che scrivono (La scrittrice abita qui, il romanzo Marguerite sulla vita della Duras, Addio a Roma, dove molte pagine sono dedicate anche a Elsina, ma in versione ormai adulta, una biografia di Natalia Ginzburg in preparazione), ma anche per la grande considerazione della Morante nei confronti del mondo dei bambini. Vale la pena ricordare personaggi come il piccolo Useppe ne La Storia, Arturo de L’isola di Arturo, le poesie de Il mondo salvato dai ragazzini, ma ancora di più gli esordi della Morante, avvenuti da giovanissima appunto, con filastrocche e raccontini letti agli adulti e poi sulle pagine de Il Corriere dei Piccoli.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

DAL CORPO ABITATO di Matteo Pelliti (Luca Sossella Editore)

Le case tendono a somigliare a chi vive al loro interno, assumono una forma che restituisce l’immagine e le abitudini di chi vi abita, o forse è chi si muove tra le loro pareti a trasformarsi, a divenire giorno dopo giorno parte dello spazio domestico, a entrare in sintonia con lo spirito del luogo. In ogni caso, gli oggetti, l’arredamento, le suppellettili anche le più insignificanti, per il solo fatto di essere parte di quel sistema compiuto che è la casa, la animano allo stesso modo delle persone, di cui condividono le esperienze, partecipando, si direbbe con trepidazione, agli eventi della vita. E’ anche per questo che lasciare l’abitazione in cui si è vissuti, trasferirsi altrove, affrontare un trasloco, comporta un periodo di tensione, un corpo a corpo con le cose, un lavorio angosciato sul passato che ci affatica e ci agita, a maggior ragione quando lo spostamento è conseguente alla fine di un rapporto, ad una frattura affettiva.

Matteo Pelliti nel suo bel libro di poesia Dal corpo abitato ci mette di fronte, fin dalla prima lirica, al dialogo che intercorre tra la casa, che quasi si modella intorno alle persone che la vivono, e chi la abita: “Le case sono corpi, armature aggiuntive, / non tane o ripari, ma organismi viventi autonomi, / che rivestono, come derma supplementare, / i loro abitanti. // Abitante e abitato diventano simultanei / riflessi, a volte di un’unica nevrosi, / l’uno per l’altro biunivoci: / abito una casa che mi abita, / come un ‘abito’ appunto”. 

Matteo Pelliti

Matteo Pelliti

I versi di Pelliti, in una lingua piana che sembra voglia evitare ogni sconfinamento lirico, in un tono mormorante e sommesso, indagano il rapporto tra “abitante e abitato”, seguono il gioco dei loro “simultanei riflessi”, soffermandosi su aspetti apparentemente insignificanti, che introducono invece, nella loro pur evidente ordinarietà, alla scoperta di legami profondi, di epifaniche manifestazioni. I luoghi familiari diventano così sede di una verità, che si rivela per segni minimi. Gli eventi casalinghi, sia pure nel loro procedere prevedibile, riconfermano l’imprevedibilità di ogni espressione della realtà. L’improvvisa scoperta avviene attraverso subitanei scarti linguistici, insospettati slittamenti di senso, cambi di prospettiva tra l’uno e l’altro campo semantico, tra l’ambiente in cui è collocata l’azione che si racconta nella poesia e un altro mondo, più o meno attiguo, che si manifesta inatteso eppure necessario dinanzi ai nostri occhi. Il percorso insomma è insieme piano e accidentato, e quasi svogliato si presenta il palesarsi di una nuova significazione, secondo una lingua poetica che sembra richiamarsi ai modelli di Umberto Fiori e Valerio Magrelli.

Nella poesia Mal di testa, il cattivo funzionamento dell’antenna televisiva sul tetto della casa, spinge il protagonista a cercare ogni tipo di soluzioni per venire incontro alle richieste della figlia: “Mi facevo antenna col corpo / e sintonizzavo il canale dei cartoni animati / stando vicino allo schermo, / poi una danza acrobatica intorno al video / per spostare gli stecchi di ferro / finché non si centrava la frequenza, / le bacchette da rabdomante per l’etere”. Ma arriva anche il giorno in cui ogni sforzo è inutile, la bimba consola suo padre, e questi conclude che “quando la casa ha mal di testa / la tv non si vede”.

Il poeta scopre, in seguito al trauma di una separazione coniugale e al conseguente tentativo di ricomporre, sia pure da single, il proprio rapporto con un nuovo ambiente domestico, le numerose e impreviste implicazioni che lo spazio casalingo contiene. Parlare della casa è anche il modo per affrontare le vicende private, per tentare di restituire all’esistenza un possibile equilibrio, che appare comunque un obiettivo solo desiderato, ma di fatto irrealizzabile. Il bisogno di fare ritorno verso un luogo rassicurante e riconoscibile diventa allora sogno, stralunato vagheggiamento (“Il lessico esoterico / degli annunci immobiliari: / altana, resede, vani / sogni parzialmente ammobiliati. // Piccoli lavori di ristrutturazione necessari, / postbellici”).

Lo sguardo sulle cose è ora malinconico, ora ironico, a tratti amaro o addirittura sprezzante, o ancora tenero e premuroso, quando ad essere al centro della scena è la piccola figlia, ma sempre animato da una volontà di esplorare questa “unica nevrosi” che unisce l’abitazione e i suoi abitanti, semmai a partire da piccole somiglianze anche solo di carattere lessicale, o attraverso il ribaltamento di ricorrenti luoghi comuni: “Riconvoco a vuoto / l’assemblea di condominio del sé, / finché non raggiungo i millesimi / per prendere le deliberazioni: / cresce l’erba in cortile, / piove dal tetto, / e le piastrelle si sono scheggiate”.

Matteo Pelliti, che è nato nel 1972 a Sarzana e vive a Pisa, ha esordito nel 2007 con il volume di poesie Versi ciclabili, ha pubblicato racconti e testi teatrali, anche in collaborazione con Simone Cristicchi, presente in Dal corpo abitato in qualità di lettore di alcune poesie, nel Cd che accompagna il libro edito da Luca Sossella. Il volume è corredato dalle illustrazioni di Guido Scarabottolo.

QUESTIONI PRIVATE di Andrea Carraro (Marco Saya Edizioni)

La forza che emana dalle pagine narrative di Andrea Carraro risiede innanzitutto nella volontà di guardare la realtà, anche nei suoi aspetti più spiacevoli e degradati, senza pregiudicare la nitidezza dell’immagine per mezzo di filtri edulcoranti e dunque senza imporre al lettore facili scorciatoie. Ne sono testimonianza Il branco, il suo romanzo più noto, pubblicato nel 1994 e diventato poi film con la regia di Marco Risi, L’erba cattiva, e i più recenti Il sorcio e Come fratelli

Andrea Carraro

Andrea Carraro

Scegliendo come strumento di comunicazione il linguaggio della poesia, Carraro agisce in maniera analoga. In Questioni private (Marco Saya Edizioni) lo scrittore arriva diritto al cuore delle vicende appunto private a cui il titolo fa riferimento, che sono poi quelle dettate innanzitutto dai rapporti interpersonali, a cominciare dai vincoli familiari. Nella forma del poemetto, e attraverso una prosodia che richiama alla lingua della narrativa e fa leva su un ritmo sempre serrato e sapientemente scandito, Carraro affronta delicate vicende personali, attento a non lasciare che la parola letteraria diventi pretesto per costruzioni che approdino a infingimenti e simulazioni. La volontà è quella di lasciare intravedere il lungo travaglio interiore e di elaborarlo senza rischiare in nessun momento di scarnificare o di mitigare il nucleo esistenziale di partenza. Lo sa bene l’autore che di fronte alle critiche degli amici alla lettura del suo poemetto a loro dedicato, contrappone l’inevitabilità della confessione a cui si accinge: “Guardati dalla nostalgia fine a se stessa / Andrea non è da te / Ho detto l’uno / La poesia allude non dice / Siamo al grado zero / Ha detto l’altro / Ma tu hai continuato / Non per ripicca / Ma perché t’è necessario / Come l’aria / Per andare avanti”.

Nel primo dei cinque poemi che compongono la raccolta, Ode al padre, che è anche quello dal nucleo tematico più compatto, Carraro rivisita il rapporto conflittuale con la figura paterna, inserendosi in maniera in parte inusuale in una significativa tradizione, soprattutto novecentesca, che ha relegato contrapposizioni e dissidi prevalentemente al settore delle opere narrative, lasciando invece alla poesia un’ispirazione più pacificata ed elegiaca. Andrea Carraro si muove su uno scivoloso terreno di confine, mettendo a fuoco la figura paterna negli ultimi anni della vita, quando la distanza tra genitore e figlio si fa più marcata, più insofferente l’atteggiamento del figlio e più evidente e doloroso il suo complesso di colpa. Il padre ha scritto un brutto romanzo autobiografico e chiede al figlio romanziere, assurto a una qualche notorietà dopo la fortunata traduzione cinematografica di una sua opera narrativa, aiuto e sostegno nel tentativo di pubblicazione. “Quell’uomo lì che ti ha rovinato la vita / E ormai lo sa con certezza dai tuoi libri / Pretende oggi di farsi leggere da te?” – scrive l’autore rivolgendosi al se stesso di qualche anno prima. Il gioco è quello di un continuo, mai completamente sereno, scambio di ruoli, cominciato già anni prima, quando il figlio appena adolescente si allenava a copiare la firma del padre per poi utilizzarla nel libretto delle giustificazioni scolastiche, “Perché ti dava una strana forza / Prendere per un lampo il suo posto / Incarnarlo lui com’era nel mondo / Imponente e grande ai tuoi occhi di marmocchio”.

Ma il padre è anche la persona amata incondizionatamente durante l’infanzia “insomma colui che hai imitato e adorato / E aspettato sotto le coperte / E abbracciato nel mare tra il salmastro e l’acqua di colonia”; più tardi è sempre, sia pure tra tante incomprensioni, una figura da amare “appassionatamente come si può amare / Un padre che senti che se ne sta andando per sempre / E che di suo non resterà niente / Se non un ricordo pieno di vergogna / Come se tu l’avessi ucciso / Come se davvero il cancro gliel’avessi procurato tu”. La poesia diventa per questo un estremo tentativo, contraddittorio e a suo modo inevitabile, di liberarsi della figura paterna, di affrancarsene per sempre, e insieme di legarsi ancora di più ad essa: infatti, confessa infine Carraro, che il poemetto nasce dalla volontà di parlare “del padre mio che è morto / Da sedici anni / E ancora non posso congedare”.

I versi di Andrea Carraro raccolti in Questioni private compongono proprio una sorta di articolato poema del congedo, che nasce dallo sforzo di fare i conti non tanto con il passato, ma con quello che del passato ancora si manifesta, in ogni vita, sotto forma di fantasmi, di nostalgia, di un atteggiamento mentale che non riesce ad adattarsi al cambiamento. Quello che non c’è più attrae e finisce per perseguitarci, a non darci pace, proprio quanto più ci sembra ormai lontano, tanto da provare un senso di rimpianto anche per i momenti spudorati e difficili, come si evidenzia spesso nell’Ode agli amici. Il tentativo di strapparsi dagli altri, di lasciare finalmente il passato a se stesso, nasce in effetti dalla volontà di separarsi da una parte di sé, di lasciare che il tempo ci raccolga diversi da quello che siamo stati.

Gli amici così risultano perduti, ma ancora presenti nella vita di chi scrive “E se tutto sfuma / In oleografico quadretto / Non me ne può fregare di meno / Perché l’ho detto e ridetto / Questa roba qui non è per loro / Dico per i critici / Che tutto sanno che tutto hanno letto / Sempre pronti a sbuffare / A alzare il mento / Ma solo per voi amici”.

PASOLINI RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot)

Mi chiedo che libro scriverò su quel ragazzo a vita”, si domanda con un po’ di apprensione Renzo Paris appena all’inizio del volume dedicato a Pasolini, per concludere: “ripercorrerò affebbrato i luoghi dei nostri incontri, come il segugio di un’ombra”. Di fatto la struttura portante e la cifra peculiare dell’accorato, a tratti doloroso, percorso narrativo di Pasolini ragazzo a vita, in libreria in questi giorni edito da Elliot, risiedono proprio nella partecipazione emotivamente intensa da parte di chi scrive, nella tenerezza di fronte alle scelte e alla sorte dell’amico, che generano appunto uno stato di eccitazione febbrile causato dal premere degli affetti e della memoria. D’altra parte nel libro è sempre presente, a fianco di chi ripercorre gli eventi di quegli anni, il “silenzioso fratello maggiore”, il fantasma dello scrittore e regista. pasolini-10

Paris, che aveva conosciuto Pier Paolo Pasolini nel 1966, non vuole raccontare lasciando che siano le fonti, i documenti, in maniera fredda a parlare. Preferisce piuttosto che i suoi passi da “flâneur incallito”, come lui stesso si definisce, lo guidino nel recupero non solo degli eventi, ma anche delle emozioni che gli avvenimenti determinarono. E’ così che Pasolini ragazzo a vita finisce per proporsi come il resoconto del cammino, a volte sognante ed affascinato, a volte delirante ed angosciato, con cui Paris insegue, come un segugio appunto, le ombre. Non solo quella di Pasolini, che guida lo scrittore amico lungo le strade che entrambi percorsero, nelle case, i locali, le redazioni dei giornali che entrambi frequentarono, ma i propri fantasmi e quelli di un’intera generazione di letterati, che si trovarono, anche in seguito alla morte dell’autore di Le ceneri di Gramsci, a fare i conti con se stessi e con i valori in cui avevano creduto. Inoltre il viaggio di Paris mostra chiaramente i fantasmi di un’epoca, quella del decennio inaugurato dai prodromi del Sessantotto, e della stagione successiva, che ha visto tramontare violentemente speranze e aspettative costruite faticosamente, ma forse partorite con troppo facile entusiasmo. 

Renzo Paris percorre il suo itinerario a passi lenti, lasciandosi dirottare dalle suggestioni e dai suggerimenti del contingente, quindi deviando dal percorso stabilito, permettendo che il presente, quello multietnico ad esempio della stazione Termini, animata da zingarelle e da sudamericani “acciambellati sui muretti”, entri in relazione con il passato pasoliniano, rappresentato nella circostanza dalla stessa piazza dei Cinquecento nella quale il regista rimorchiò sulla sua Alfa GT il suo assassino. L’oggi e lo ieri si mescolano e si confondono, in un racconto della realtà di grande forza e fascino. I vivi e i morti si incontrano, perché, come dice Paris, “le mie passeggiate sono affollate di ombre”. E sono ombre, quelle di Moravia, di Dario Bellezza, di Enzo Siciliano, Elsa Morante e Laura Betti, che partecipano con vivo magnetismo alle vicende narrate

Pasolini ragazzo a vita non è perciò quel tipo di scrittura che normalmente si definisce una biografia, non è del tutto una autofiction, come si dice ora, e nemmeno un romanzo a carattere biografico o un libro di critica letteraria, ma riesce a mettere insieme questi aspetti, tessendo i lacerti, a tratti volutamente scomposti, a tratti appena riconoscibili, perché mescolati a un paesaggio presente sfilacciato e deforme, di un’amicizia che serve a ricomporre la figura del poeta Pasolini, “spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno”, dello scrittore che “voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile”. Paris si avvicina al maestro, quasi con lo stesso atteggiamento che ebbe un tempo, si direbbe con la devozione senza remore dello scrittore più giovane nei confronti del più famoso, a cui viene riconosciuta un’inconsueta vitalità culturale, la nitida capacità di mettere a fuoco il suo tempo, il gusto per la provocazione che si traduce quasi sempre nella capacità di assorbire tutti i respiri dell’esistenza, anche quelli più affannosi e contraddittori.

Ne nasce una sorta di dialogo a distanza tra i due scrittori: il primo, intento a ripercorrere a passi eccitati i luoghi in qualche modo familiari (Casarsa, l’India, dove a Pasolini sembra che “il canto notturno degli indianini rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una concessione della vita”, le strade di una Roma così diversa da quella attraversata ora da Paris impegnato a ricostruire quegli incontri, la casa di Laura Betti, dove c’era sempre un posto a tavola per il poeta cineasta); l’altro, ormai solo un’ombra, ancora in grado però di indicare il terribile scenario che ci circonda, il deserto che ghermisce il nostro vivere collettivo, il poeta che si esprime con le parole penetranti e i lunghi silenzi durante i quali osserva con cura il mondo, convinto che l’arte non possa concedersi di non assorbire tutta la vita che le si muove intorno. Uno, Paris, che sa che la propria esistenza non prevede altra reazione al disastro “se non con la penna”, che continua a guardare rasoterra, “testimone invisibile, cane sciolto, ombra di me stesso”; l’altro che ha sempre agito con la passione e con l’ansia quasi violenta di chi vuole “gettare il corpo nella lotta”, e lo fa fino in fondo, anche da morto. 

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Il Pasolini che emerge da queste pagine non è tanto lo scrittore metà borghese e metà borgataro dei suoi primi anni romani, quanto piuttosto l’intellettuale “vecchio, stanco, che non riusciva più a godere come una volta e quasi non credeva più che quello dei suoi ragazzi notturni fosse amore”. Sostiene Paris che “tutte le sue grandi illusioni si erano rovesciate in rabbiose delusioni”, che l’amico riteneva che Roma fosse finita, “e sembrava fosse finito il mondo intero”. Pasolini avrebbe voluto riscrivere tutta la sua opera, “sotto il segno del deserto che vedeva crescergli intorno”. E ancora: “La sua solitudine si era fatta totale dopo il genocidio dei proletari. (…) Quei suoi ragazzi di vita sembravano contenti, sopra le Honda o le macchine rubate, non gli sembrava vero che somigliassero ai pariolini”.

Paris scrive un libro toccante e ricco di notizie, un libro che si snoda, capitolo dopo capitolo, in cerca di una verità, che l’autore sa bene come non sia possibile riassumere in una formula, né credere che possa essere univoca e lineare. Gli ultimi anni della vita di Pasolini sono segnati anche da un abbandono, vissuto come un lutto, che diventa insieme causa e simbolo della sua disperazione. La fine della relazione con Ninetto Davoli getta il regista nello sconforto. Il giovane amico si è innamorato di una donna che sposerà e con cui avrà un figlio. Pasolini, che tanto aveva investito in quella relazione in termini affettivi, scrive le oltre cento composizioni de L’hobby del sonetto (pubblicate poi solo nel 2003), rivolgendosi al suo Ninetto con il “voi” o il “lei”: “Quanti ragazzi come voi mi odiano e mi amano / Non ho altro da gettare nella lotta / che il mio corpo / esso è al loro fianco ma io sono lontano”.

Forse non è un caso che, quella fatidica sera del primo novembre, prima di incontrare il suo assassino, Pasolini avesse cenato con Davoli e la sua famiglia. A Moravia che si chiedeva come mai il suo amico avesse bisogno di così tanti ragazzi, risponde ora Paris che, se avesse potuto leggere i sonetti avrebbe capito che l’ossessione di Pasolini, quella “reiterazione sessuale portata all’estremo”, era dovuta a quel rapporto d’amore “davvero speciale” che si era concluso. Pasolini, scrive Paris, “aveva gettato il suo corpo nella lotta per farsi massacrare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

RELIQUIARIO DELLA GRANDE TRIBOLAZIONE di Giuseppe Langella (Interlinea)

Durante la prima guerra mondiale, come forse mai era accaduto in precedenti conflitti, i soldati avvertirono se stessi come uomini piccoli e smarriti, alla ricerca di un’umanità che sentivano persa per sempre. La loro lotta, prima ancora che contro un nemico del quale sapevano poco e che certo non avevano ragione di odiare, si svolse innanzitutto contro le avverse e terribili condizioni naturali, le enormi montagne, il freddo dell’alta quota, le nevi che sembravano non volersi mai sciogliere, il fango delle trincee, il caldo opprimente dell’estate. Ai terribili nuovi armamenti si rispondeva con strumenti di difesa assolutamente inadeguati. Il conflitto venne combattuto innanzitutto contro la propria fragilità di uomini. Anche per questo la Grande Guerra è stata oggetto di riflessione di tanti tra narratori e poeti.prima guerra

La vana e coraggiosa fatica dei singoli chiamati a lottare contro forze più grandi di loro è oggetto della breve e intensa raccolta poetica di Giuseppe Langella, spinto all’impresa dalla consuetudine con i luoghi che furono teatro di alcuni tra i più drammatici eventi della guerra e sollecitato dall’incontro con l’artista camuno Edoardo Nonelli, autore della scultura Croce, realizzata assemblando reperti bellici, a volte anche solo frammenti, dotati comunque di grande suggestione, recuperati sulle pendici dell’Adamello, dove vennero scavate trincee e dove i soldati furono chiamati a sforzi sovrumani.

In Reliquiario della grande tribolazione, pubblicato da Interlinea, Langella opera allo stesso modo di Nonelli, partendo appunto dalle reliquie, dai ritrovamenti minimi qui soltanto evocati, e ricostruendo, a partire da quelle antiche tracce, le condizioni miserevoli di quanti si trovarono, a volte provenienti da regioni lontane, a combattere il conflitto. Lo sguardo del poeta è pietoso e partecipe, la sua voce si veste di un tono religioso, peraltro richiamato già dal titolo della raccolta, che non può che riportare anche ai versi di Ungaretti e in particolare alla poesia I fiumi, dove il soldato-poeta dichiara di essersi disteso nell’Isonzo come “in un’urna d’acqua” e di aver riposato “come una reliquia”.

A differenza di Ungaretti, pure citato in esergo della sezione Stazioni (che rappresentano le fermate di una dolorosa e crudele via crucis), Langella sceglie per le sue poesie una cadenza di carattere popolare, segnata dalle rime, anche baciate, come avviene nella lirica che apre il libro, dal titolo appunto Reliquie. Langella assume punto di vista e sofferenza degli sconfitti, e in questa guerra sono sconfitti tutti, anche coloro che potranno dirsi salvi e tornare alle proprie case, ma può farlo solo dalla distanza dei cento anni che sono trascorsi dal conflitto, può farlo guardando e facendo parlare i resti che la guerra ha lasciato sul terreno e che la natura, a distanza di anni, restituisce: sono “assiti, pioli, stanghe, tavolacci, / cui il tempo, l’aria, i ghiacci, / hanno impresso il colore delle ceneri”. Le reliquie contengono la traccia, la lontana presenza, di quelle vite che la guerra segnò per sempre, che vengono anche richiamate dai suoni stessi delle parole, dal timbro spietato e popolare, che sembra ricordare i canti che accompagnavano le marce e le attese dei soldati: “Casematte, cunicoli, tettoie / divelte, feritoie, / schegge, cassette, lamiere ritorte, / ostaggi della sorte; / carrucole, funi, reticolati, / sbarre, ferri incrostati / di ruggine, scheletri di baracche, / ghirbe, taniche, sacche: / di tanti alpini, delle loro gesta, / è tutto quello che resta”.

Giuseppe Langella, che a Milano insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica ed ha esordito in volume nel 2003 presso San Marco dei Giustiniani con la raccolta Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore, è poeta colto che comunque sa rinunciare alle asprezze del dettato per aderire, come in questo caso, alla materia trattata, per farla diventare esperienza comune.

I resti di lamiere e legno, dei reticolati, i brandelli di stoffa, scandiscono un percorso, che nel volume è segnato in parallelo dalla riproposizione di disegni e litografie in gran parte realizzati proprio dai soldati che combatterono nel corso della Grande Guerra. E’ un percorso in cui si rappresenta la condizione di sofferenza e fragilità degli uomini, il continuo dialogo tra vita e morte che di nuovo emerge dai reperti che sembrano ancora avere impressi i segni di quei destini: “O legno centenario, / arso dal sole, scavato dai venti, / tutto costole e solchi, schegge e fori, / midollo che si spacca dai dolori, / fosti fasciame che scalda e ripara, / buono per la baracca e per la bara”.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it

 

L’OMBRA DI CHI PASSA di Alessandro Quattrone (Puntoacapo)

L’editoria di poesia vive ormai da decenni in una condizione di sospensione, uno stato vegetativo da cui sembra impossibile riemergere. Non essendo neppure più considerata fiore all’occhiello per le case editrici, che potevano così giustificare scelte su altri versanti assolutamente commerciali, non supportata da nessuna forma di promozione, finisce per sottostare a scelte determinate da decisioni di basso profilo, se non addirittura prive di senso. Ne fanno le spese libri di notevole livello, cui viene offerta la possibilità di affrontare il pubblico, quello beninteso ridottissimo del caso, solo grazie alla presenza coraggiosa di piccole case editrici specializzate, che si barcamenano tra mille difficoltà, tra cui quella di non essere in grado di garantire una distribuzione adeguata, attività peraltro non sostenuta, nel caso della poesia, nemmeno dalle grandi case.

La premessa vale a raccomandare attenzione verso le proposte di un agguerrito gruppo di editori di poesia e a introdurre il discorso relativo al nuovo libro di versi di Alessandro Quattrone, L’ombra di chi passa, edito da Puntoacapo. Si tratta infatti di un volume che raccoglie liriche di grande intensità, degne di arrivare a un pubblico vasto, se non altro per il rifiuto di muoversi all’interno di un panorama asfitticamente introspettivo, paesaggio spesso frequentato dalla produzione poetica italiana degli ultimi anni. La poesia di Quattrone risolve la complessità del pensiero, la ricerca di un oltre sempre imperscrutabile e perciò destinato ad essere costantemente cercato, l’apparente banalità di un quotidiano che in effetti nasconde mille insidie e innumerevoli domande, in un dettato chiaro ed accessibile, che invita il lettore a una relazione, apparentemente fondata su presupposti scontati, ma che presto si snoda in riflessioni che costringono ad un’ottica inconsueta e frastornante. NATURA-MORTA-DI-GIORGIO-MORANDI_2

Alessandro Quattrone è nato nel 1958 a Reggio Calabria e vive da tempo a Como, dove insegna. Il suo primo libro di poesia, Interrogare la pioggia, risale al 1984; al volume d’esordio fece seguito nel 1993 Passeggiate e inseguimenti. Dopo un lungo silenzio poetico, puntellato da varie traduzioni e dalla pubblicazione di un romanzo, nel 2013 ha dato alle stampe la raccolta Prove di lontananza.

Il mondo che si delinea in L’ombra di chi passa è limitato a un territorio circoscritto, popolato di oggetti, di piante, di animali, soprattutto di insetti, riconoscibili e familiari. La zanzara, la mosca, la cimice, la formica, il passero sembrano costringere autore e lettore a limitare lo sguardo agli immediati dintorni, si pongono come un freno perché il passo non ardisca verso paesaggi insoliti. Eppure i versi svoltano presto verso verità inaspettate, soluzioni penetranti e impreviste. Il conosciuto serve da ancora che tenga al riparo da possibili scivolamenti, si propone come una prospettiva agognata, ma in effetti irrealizzabile, come è detto già nella lirica che apre il volume: “Sapessimo imitare la saggezza / delle cose ferme al loro posto / da mesi o da decenni, / noi anime in continuo movimento / senza una terra né un giardino / dove obbedire muti alle stagioni, / sapessimo restare immobili / come quadri appesi alle pareti, / con i nostri colori che chiedono solo / di avere una forma e una cornice”.

Gli insetti devono al loro essere piccoli e alla brevità della vita il raggiungimento di una beata consapevolezza senza aspettative, che li libera dalle incertezze relative al futuro e dalle domande sul proprio stato. Così la pioggia che cade inesausta cancella rumori e voci nella strada, “ma risparmia il suono impazzito / della cimice che si sa mortale”. Del resto anche l’uomo è un essere piccolissimo di fronte ai grandi accadimenti della natura e ai suoi numeri, anche l’uomo nella sua ricerca infinita sembra alternare “silenzio e ronzio, sbattendo / contro il soffitto e le pareti”, ma la sua condanna è continuare a credere che sia possibile il futuro e che il passato sia veramente custodito da qualche parte. Ed è per questo che il piccolo essere umano non riesce a trovare una collocazione che lo soddisfi, un posto nel quale sentirsi veramente a casa: “Guardando questa immensa trasparenza / non sappiamo se è il nulla o la pienezza / che amiamo, e rimaniamo a lungo incerti / fra vertigine e equilibrio”.

La realtà, proprio quando si presenta ordinata e precisa, appare minacciosa, perché ci mette di fronte alla nostra volontà di dare un senso al mondo, di comporre in un disegno nitido e preciso i pezzi frammentati dell’esistenza, per scoprire che c’è sempre qualcosa che non torna, un particolare che rimette tutto in discussione: “La cucina pulita ci minaccia / con i suoi silenzi di bottiglie vuote, / con i suoi mormorii di uva bianca, / con la tranquillità irrimediabile / di un calendario scaduto”.

E’ possibile recuperare momenti di pienezza, di soddisfatta autenticità, solo a costo di credere che la felicità sia esercizio passeggero e che essa risieda in avvenimenti minimi, nel precario benessere di un attimo di equilibrio. Chi però, anche se solo per un momento, anche se solo per “miracolo, magia, fantasia”, ha raggiunto una comprensione, sia pure del tutto parziale, della nostra vicenda nel mondo, non può che guardare agli altri, secondo un modello che arriva a Quattrone da Sbarbaro e Montale, come a ombre, a una folla di “appestati incosapevoli” (“una compagnia di strani condannati sorridenti” li chiamava il poeta di Pianissimo; “gli uomini che non si voltano”, “l’altre ombre che scantonano” scriveva Montale): “Quanto azzurro allegro d’ombre / intermittenti sulla sponda del lago: / è solo un intervallo, questo, / solo una breve pausa lirica / nel trascorrere di un cammino epico. / Una folla vagante di appestati / inconsapevoli, colmi di storia / e di giudizi, ci trascorre accanto. / Tutti possessori di porzioni / di aria, di acqua, di nuvole”.

(pubblicato sulla rivista online Succedeoggi)

 

 

NOTIZIE DEL MONDO di Philip Levine (Mondadori)

Immergersi nella lettura dello straordinario libro di poesie che è Notizie del mondo di Philip Levine, recentemente pubblicato nella collana Lo Specchio di Mondadori, è come fare un viaggio nell’irrazionalità dell’esistenza: si scoprono luoghi e avvenimenti a tratti meravigliosi, in altri casi terribili, comunque sempre sorprendenti e degni di essere raccontati, che dicono che la vita procede a tentoni, prende strade impreviste e senza senso, e proprio questa assurdità in fondo è la ragione del suo fascino e della sua oscura necessità. A conforto di questa osservazione valga la vicenda descritta nella poesia Giorni in biblioteca, nella quale il protagonista, confortato dalla luce del sole “che scendeva a fiumi dalle alte finestre”, si lascia andare a una confessione che nasconde anche una sussurrata dichiarazione di poetica: “Scelsi per prima una copia vergine de L’idiota / di Dostoevskij, ogni pagina del quale mi confermava / l’irrazionalità dell’esistenza”. Levine posa sugli eventi grandi e piccoli della vita il suo sguardo partecipe e pacato, nel tentativo di ricostruire il passato che dà sostanza alle sue notizie del mondo, per scoprire che è del tutto inutile cercare di dare un ordine agli avvenimenti. Le storie, che provengono da un tempo più o meno remoto, ritornano come schegge vaganti, avanzi di una realtà refrattaria a modellarsi in una composizione coerente.

Philip Levine è morto da un paio di mesi. Figlio di immigrati russi ebrei, era nato a Detroit nel 1928 e aveva cominciato a lavorare nelle fabbriche di auto all’età di 14 anni. Notizie dal mondo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2009, è il suo ultimo libro. Il mondo operaio, la difficile condizione di chi lavora per sopravvivere, come lo zio che viene colto “mentre chino sul mestiere sbagliato / nel posto sbagliato faceva il proprio ingresso / nell’epica non scritta del tedio”, affiorano nei ricordi del poeta, così come riemergono le vite umili e spesso infelici di uomini e donne che non hanno voce, destinati a sparire senza lasciare altra traccia che non sia quella rappresentata dalla loro presenza nei versi di Levine. 

Philip Levine

Philip Levine

Il verso di forte respiro narrativo che caratterizza queste poesie non cerca di ricostruire il passato attribuendogli solennità, né è orientato ad offrire un affresco realistico di una società marginale e depressa. Il viaggio nella memoria, che è anche ricostruzione di una geografia privata che spazia da Detroit a Cuba, dal Baltico delle memorie familiari al Portogallo, procede a sbalzi, con improvvise ellissi e con scarti inattesi, che rendono frammentaria e parziale la ricostruzione dei singoli avvenimenti. Delle vite delle persone che con il poeta hanno condiviso un pezzo di esistenza, o di quelle appena conosciute, è impossibile ricostruire le ragioni che hanno portato a scelte spesso insensate o sapere dove le ha condotte in seguito il destino. Anzi i segmenti che riaffiorano dimostrano come la realtà si sistemi in una composizione traballante e dissennata. Dal movimento a ritroso nel tempo nasce una sorta di commovente Spoon River, un cimitero dove non ci sono defunti a ricordare la propria esistenza passata, ma uomini colti in un attimo lieve e indeterminato della propria vita presente, lasciati come sospesi a chiedersi e a chiederci il senso delle azioni compiute e più in generale della loro e della nostra presenza nel mondo.

Del resto la memoria, già di per sé incapace di ricostruire con precisione il passato, non può che prendere atto che il trascorrere del tempo trasforma o cancella esseri viventi e cose, come è ovvio. La poesia di Levine tramuta questa condanna in meraviglia, conduce lo sconcerto a divenire nostalgia e grazia. Così nella poesia Ritorno a casa (la raccolta è tradotta da Giuseppe Strazzeri): “Un vero posto nella vera città / dove tutti siamo cresciuti. Ci passiamo accanto tu ed io / sulla strada di scuola o tornando a casa / dopo il lavoro. E’ dove sorgeva la vecchia casa / un tempo, i grandi occhi spalancati notte e giorno, / rimpiazzata dal nulla. Potresti definirlo un lotto vacante / ma vuoto non è. Iris selvatici in aprile, / come una spuma di bianchi fiori di pizzo che Mamma chiamava / cicoria selvatica, e ancora euforbia, segale, ginestra, / in autunno la seconda fioritura del rabarbaro / che nessuno raccoglie, una lunga trincea / adatta alla guerra e un tempo disseminata / delle travi rimaste dalla prima casa / crollata proprio qui”. La poesia si conclude con l’apparizione di una figura femminile e con l’amara e ironica costatazione dell’impossibilità di una soluzione che offra un riparo dall’inconcludenza del vivere: “Nella casa / che una volta qui sorgeva, si è levata un’ombra / per dare spazio al giorno, un ricordo di donna / quasi prende forma mentre lei resta / pietrificata alla finestra. Se stiamo zitti / potremmo forse udire qualcosa di vivo / muoversi lungo i vicoli polverosi / o nei giardinetti abbandonati, qualche / cosa lasciata alle spalle, lo spirito del luogo / che ci dà il benvenuto, se il luogo uno spirito l’avesse”.

I piani temporali si confondono e si sovrappongono offrendo al lettore illuminazioni improvvise, così come gli sparuti dialoghi inseriti nelle narrazioni possono aprire squarci sul nulla che avvolge i personaggi, subito disposti però a rientrare in una quotidianità che li affascina e li tramortisce, nell’irrazionalità che si riversa cupa e inevitabile sulle azioni. Nella poesia Dell’amore e altri disastri “l’operatore di presse del Nord / incontrò l’assemblatrice del West Virginia / in un bar vicino allo stadio”. A un certo punto la donna fa scivolare il discorso sulle proprie mani e sui solchi profondi scavati dal lavoro sulle palme. “ ‘La linea della vita’ / disse lui ‘qual è?’ ‘Nessuna’ / rispose lei e lui notò che aveva occhi / nocciola disseminati di pagliuzze / d’oro, e poi – imbarazzato – tornò / a guardarle la mano”. Poi lei gli pulisce gli occhiali e lui non riesce a vedere niente di diverso da prima. “E pensò ‘Meglio / filarsela prima che sia troppo tardi’, ma / sospettò che troppo tardi era ciò che desiderava”.

(pubblicato su succedeoggi.it)

 

 

ORIGINI di Giancarlo Pontiggia (Interlinea Edizioni)

La poesia di Giancarlo Pontiggia è costantemente tesa alla formulazione di un dettato preciso e nitido, alla traduzione del pensiero, anche quando questo comporti un forte sentimento di inquietudine, una profonda apprensione, in un ritmo pacato e fortemente controllato. Fin dagli esordi, avvenuti negli anni Settanta sulle pagine della rivista Niebo e all’interno della fortunata antologia La parola innamorata, da lui stesso curata insieme ad Enzo Di Mauro, il poeta milanese si muove con rigore alla ricerca di un’armonia che possa riferire senza falsità consolatorie, ma anche senza proclami, il senso della precarietà e del fascino instabile dell’esistenza, che sappia risolvere in trasparenza le zone oscure che aggrediscono affetti e azioni.

Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia

Il primo volume di versi di Pontiggia, Con parole remote, risale al 1998, quindi oltre venti anni dopo le prime pubblicazioni su rivista, a testimonianza di un procedere severo ed esigente, di una disciplina sempre estremamente scrupolosa, così come della tenace volontà di non accondiscendere alle richieste di una realtà, quale è quella in cui viviamo, che tutto vorrebbe consumare in fretta. Questa cura nel costruire un’espressione equilibrata e puntuale deriva in buona parte dalla ininterrotta consuetudine con i classici latini e greci, di cui Pontiggia è assiduo frequentatore. Le due raccolte finora pubblicate (il secondo libro di versi, Bosco del tempo, risale al 2005) e i versi stampati in varie plaquettes, entrano ora a far parte di un volume edito da Interlinea Edizioni. Origini si avvale di uno scritto introduttivo di Carlo Sini e dei contributi critici di Roberta Bertozzi, Massimo Morasso, Daniele Piccini, Massimo Raffaelli.

Il movimento armonico che caratterizza i versi di Pontiggia, il respiro mai affannato eppure continuamente aggredito dal male che segna la condizione umana, sembrano volere reagire con la loro ferma dizione classica, al turbamento provocato dallo scorrere inesorabile del tempo. Insomma di fronte a provvisorietà e incertezza, che costituiscono l’inevitabile palcoscenico su cui siamo costretti ad agire, la poesia risponde avanzando in modo fermo e tranquillo. Scrive Pontiggia, in una breve lirica dal sapore epigrammatico: “O rime, o troppo schive, / io torno a voi in questo / evo buio che delira: siete / il vino che non mente, e la fiamma / che brucia, nella fredda mattina”.

Le poesie si concentrano spesso, in maniera quasi ossessiva, sul tema del tempo, che tutto appunto cancella, l’uomo prima ancora che le sue opere, destinate comunque in parte a sopravvivergli: “E leggi che durare possono / le cose che non hanno vita, / e tu muori, // e questi versi, che altri un giorno / leggeranno, durano più di te, / e tu non duri, / e li hai fatti // e in queste stanze / dove tante ore hai / dormito, altri / ci dormiranno: e così poco / è la vita, // che un verso, un muro, un letto / sono più lunghi di te, / erano prima, e sono dopo / di te”.

Del resto nemmeno la memoria è capace di conservare intatte le impressioni e le vicende passate (“niente rammentiamo / di più che una scialba sagoma, / un cielo di cartone”), anche se a tratti qualcosa risorge improvvisamente e in maniera quasi inaspettata, e produce “i vermigli tremori, acquazzoni / di una festante vita”, ma è conquista di un momento, poi il ricordo “strugge, come lo scricchio / del gelo che si scioglie, o come / il chiuso bocciolo della gemma, sul quale / la stagione incide il suo / imperioso sigillo”.

La poesia di Pontiggia è spesso dunque un tornare appunto alle origini: le proprie personali, degli anni dell’infanzia e della giovinezza, e quelle culturali, rappresentate dalla grande tradizione della poesia classica. Ma il viaggio a ritroso non produce sicurezze, anzi è fonte di smarrimento. La vicenda biografica lascia intravedere l’ipotesi irrealizzata di una vita diversa, lontana, insieme inaccessibile e necessaria. La rivisitazione della poesia latina e greca mette a fuoco per contrasto l’angoscioso, perché appunto frammentario e vano, paesaggio del presente: “Passano, i giorni, / in un ostinato pressappoco: erra / l’anima, / disdegnosa del troppo // poco”.

La poesia di Origini si interroga sui grandi temi dell’esistenza, che generano sconcerto e senso di fragilità, sempre declinando il tormento in un dettato chiaro. Del resto lo stesso Pontiggia, in una intervista concessa nel 2011 a Francesco Napoli, ora raccolta da La Vita Felice nel volume, anche esso edito recentemente, Undici dialoghi sulla poesia, afferma: “Quel che più mi preme, dopo tanti anni segnati dall’egemonia di una poesia ardua, spesso illeggibile – sia essa di provenienza simbolista, cifrata e misteriosa, sia di provenienza sperimentalistica, aperta al potere incontrastato, e inconscio, della lingua – è che il lettore possa muoversi dentro quel mondo come un ospite invocato, non come un estraneo da lasciar fuori sulla soglia, o cui si imponga di avventurarsi in un mondo indecifrabile. Selvosa e indistricabile sarà la materia, a volte la lingua stessa, se l’ispirazione lo richiede: ma la forma complessiva deve giungere – è questo il compito retorico del poeta – a una sua completa limpidezza”.

Che è modalità, viene fatto di aggiungere, propria dei classici.

CALIFIA di Stefano Bortolussi (Jaca Book)

Esiste davvero la California? O piuttosto l’estremo lembo di terra verso Occidente è prevalentemente un luogo mentale, approdo immaginato e mitico di ogni viaggio che punti verso Occidente? Nel recente libro di versi di Stefano Bortolussi, la California, palcoscenico che fa da sfondo all’azione di ogni poesia del volume, appare tanto più reale proprio quando meno si delinea in paesaggio concreto. Essa è insieme spazio fisico preciso e dimensione vagheggiata, presenza immediata e approdo favoloso, scoperta e desiderio. Non a caso il libro, edito da Jaca Book, ha titolo Califia, che è il nome che Hernan Cortés attribuì alla striscia di terra in cui era approdato, quella che sarà poi appunto la California, e che aveva creduto un’isola, ricavando l’appellativo dalla leggendaria regina di un popolo di sole donne di una altrettanto leggendaria isola dell’Oceano Indiano.

Stefano Bortolussi in compagnia di Lawrence Ferlinghetti

Stefano Bortolussi in compagnia di Lawrence Ferlinghetti

Insomma la California di Bortolussi è innanzitutto luogo di un’epopea mitologica, in cui si fondono elementi individuali e collettivi, e dove i richiami a Nettuno, al Minotauro, ad Apollo, a Mnemosine e alle Muse sue figlie si completano e si fondono con i riferimenti, anch’essi a loro modo favolosi e mitici, a Robert Mitchum nei panni di Marlowe, ai protagonisti della musica della West Coast degli anni Sessanta e Settanta, a cominciare da David Crosby, Neil Young e Joni Mitchell, a Jack Kerouac alla ricerca della pace interiore a Big Sur, al regista Billy Wilder, alle bande spettrali di Apache e Comanche che attraversano senza pace le immense praterie.
Del resto Bortolussi ci mette sull’avviso già in una delle poesie di esordio del libro: “Mi è sempre stata mito, questa lingua / di terra occidentale”, per poi chiarire che il “regno perduto di Califia” è “schermo non più solo di me stesso, / panorama del nuovo, del mondo immaginato, / Olimpo più verde e digradante, / non fiero e punitivo come l’altro ma più numinoso / perché vicino, esposto all’occhio, quasi al tatto”.
Califia è luogo reale, con i suoi paesaggi quotidiani e le azioni e i personaggi del vivere comune, ma è anche la proiezione di un paradiso costituito da gloriose epopee, racconto prima ancora che avvenimento, presenza che genera nostalgia, il sentimento del rimpianto di qualcosa che nel momento stesso in cui accade è già fonte di desiderio. “Non c’è risposta, / oppure la ragione è troppo semplice e accarezza / le pietre arancioni del Rocky Peack Park, / dove molti hanno girato l’epopea di questa terra / e di altre uguali a questa, nel technicolor / che ridipinge ogni giorno la scena di Rio Bravo / su sui respira e vive la nostalgia di un qui / che non può che essere un altrove”.
Califia è anche un libro sul viaggio che non trova mai possibilità di raggiungere la meta, sulla lunga marcia verso un Occidente, che è sede di una cultura che tende continuamente a spostare in avanti la linea di frontiera, il punto di approdo: “non ci sarà nessuno a dirmi che è impossibile / o anche solo a suggerire che è improbabile / – perché come mi ha dettato questa terra, / come di questa terra hanno scritto i suoi poeti, / io sarò il viaggio, il viaggio sarà me”.
Stefano Bortolussi, traduttore di alcuni dei principali narratori anglo-americani (James Ellroy, John Irving, Stephen King, ad esempio), è al suo terzo libro di versi, ed ha pubblicato tre romanzi, il primo dei quali (Head Above Water, City Lights 2003) edito negli Stati Uniti, prima ancora che in Italia. Nella sua poesia è avvertibile l’influenza della cultura statunitense oltre che nei contenuti anche nel respiro della versificazione, che tende a una prosodia di intonazione epica, al racconto in versi che addolcisce la narrazione scivolando verso improvvisi accenti lirici. E’ una poesia che sceglie con decisione un’ascendenza dalla tradizione letteraria di matrice anglosassone, risale fino a Walt Whitman e risente della lezione del caribico di lingua inglese Derek Walcott. In questo modo Bortolussi perviene, come suggerisce Roberto Mussapi nella quarta di copertina, a “un respiro internazionale, una versificazione pacata e ardente, ventosa e narrante”.

(Pubblicato su succedeoggi.it)

VIVO COSI’ di Alberto Toni (Nomos Edizioni)

Alberto Toni fin dall’esordio in volume, avvenuto nel 1987 con La chiara immagine, procede nel suo cammino poetico con incedere severo e rigoroso. La sua poesia poggia sulla ferma convinzione che la parola sia un dono che possa svelare l’intimo segreto dell’esistenza, spiegare la misteriosa ragione del mondo. Nello stesso tempo il poeta è consapevole che la tensione verso l’assoluto rimanga pur sempre un anelito e che il tragitto verso un’ipotetica verità non solo sia accidentato, ma che resti costellato di molteplici incertezze, tanto che dovunque la parola scavi, invece che risposte essa continui a generare dubbi, lasciando chi scrive e chi legge esitanti sulla soglia di una possibile soluzione. Toni si dedica al lavoro di scavo e di esplorazione senza cercare scorciatoie, con una maniera misurata nell’espressione e insieme febbrile nell’eccitazione con cui il suo verso si pone di fronte ad ogni possibile domanda che la realtà riservi.alberto_toni

Una conferma arriva ora dalla raccolta Vivo così (Nomos Edizioni), che ribadisce come la scrittura del poeta romano si muova costantemente su quella linea marginale e poco frequentata dove si realizza l’incontro tra tensione lirica e sviluppo epico, tra volontà di sondare in profondità l’abisso individuale e la suggestione, che spesso affiora dai versi, di risolvere l’indefinibile in narrazione. Sta proprio in questo camminare lungo il confine tra il labirinto dell’io e il racconto che diventa mito, “in questa mancata distinzione tra coro e assolo”, come suggerisce molto opportunamente Mario Santagostini nella densa prefazione al volume, il tratto più vero della poesia di Alberto Toni. Ne nasce un dettato che procede per sbalzi, che inserisce profonde omissioni proprio mentre sembra voglia invece svelare, che avanza effettuando improvvise virate analogiche, scegliendo che la parola rimanga sospesa in un paesaggio privo di certa definizione. Quello che sembrava un indizio si mostra così solo come una traccia irrisolta e la direzione che intendevamo seguire per uscire dall’intricata sequenza degli smarrimenti ci porta irrimediabilmente fuori strada: “G. ora allo stesso posto dell’altro. / Caricava un sorriso al mio rientro, / la moglie preoccupata di lasciarlo solo. / E’ l’umanità mite al suo bivio, mentre / per noi, carichi di presente, il cielo / è un improvviso transito di tutto ciò / che è stato. Il dubbio era proprio / negli occhi che bruciavano, sibilava già maturo in me. / Come dirlo? Come spiegarlo senza perdere il filo, / la vita, dormire un po’ tra le tue braccia in abbandono”.

Come è possibile spiegare l’esistenza senza perdere il filo, senza smarrirsi nell’intricato groviglio di avvenimenti e pensieri? Vivo così è un libro costituito da liriche brevi o molto brevi, la cui struttura sembrerebbe orientarsi verso la forma del poemetto, e che invece non si risolve mai in sviluppo narrativo. Una parte dell’azione finisce sempre per oscurarsi, qualcosa che poteva realizzarsi in unità si frantuma in mille esitazioni. E’ come se la parola, dalla chiarezza iniziale, fosse irrimediabilmente attratta verso il porto sepolto, l’abisso, il pozzo, e lì trovasse una verità che non è possibile però riportare in superficie. Il linguaggio perciò non può essere che reticente e la poesia seminare perplessità. “Partivo. Con il grosso da compiere. / Non bastava il talento dell’ultima chiamata / d’amore. Neppure la città deserta. / Oh, l’adorabile, l’inseparabile. / Sembrava il prosciugarsi lento / del pozzo, la sua deità nascosta”.

E’ proprio quando la conoscenza diventa un approdo impossibile, sembra dire la poesia di Alberto Toni, che essa sfiora la divinità. E’ nel fondo imperscrutabile del pozzo che può celarsi una soluzione, è lì che può nascondersi la presenza decisiva.

(Pubblicato su succedeoggi.it)