NOTIZIE DEL MONDO di Philip Levine (Mondadori)

Immergersi nella lettura dello straordinario libro di poesie che è Notizie del mondo di Philip Levine, recentemente pubblicato nella collana Lo Specchio di Mondadori, è come fare un viaggio nell’irrazionalità dell’esistenza: si scoprono luoghi e avvenimenti a tratti meravigliosi, in altri casi terribili, comunque sempre sorprendenti e degni di essere raccontati, che dicono che la vita procede a tentoni, prende strade impreviste e senza senso, e proprio questa assurdità in fondo è la ragione del suo fascino e della sua oscura necessità. A conforto di questa osservazione valga la vicenda descritta nella poesia Giorni in biblioteca, nella quale il protagonista, confortato dalla luce del sole “che scendeva a fiumi dalle alte finestre”, si lascia andare a una confessione che nasconde anche una sussurrata dichiarazione di poetica: “Scelsi per prima una copia vergine de L’idiota / di Dostoevskij, ogni pagina del quale mi confermava / l’irrazionalità dell’esistenza”. Levine posa sugli eventi grandi e piccoli della vita il suo sguardo partecipe e pacato, nel tentativo di ricostruire il passato che dà sostanza alle sue notizie del mondo, per scoprire che è del tutto inutile cercare di dare un ordine agli avvenimenti. Le storie, che provengono da un tempo più o meno remoto, ritornano come schegge vaganti, avanzi di una realtà refrattaria a modellarsi in una composizione coerente.

Philip Levine è morto da un paio di mesi. Figlio di immigrati russi ebrei, era nato a Detroit nel 1928 e aveva cominciato a lavorare nelle fabbriche di auto all’età di 14 anni. Notizie dal mondo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2009, è il suo ultimo libro. Il mondo operaio, la difficile condizione di chi lavora per sopravvivere, come lo zio che viene colto “mentre chino sul mestiere sbagliato / nel posto sbagliato faceva il proprio ingresso / nell’epica non scritta del tedio”, affiorano nei ricordi del poeta, così come riemergono le vite umili e spesso infelici di uomini e donne che non hanno voce, destinati a sparire senza lasciare altra traccia che non sia quella rappresentata dalla loro presenza nei versi di Levine. 

Philip Levine

Philip Levine

Il verso di forte respiro narrativo che caratterizza queste poesie non cerca di ricostruire il passato attribuendogli solennità, né è orientato ad offrire un affresco realistico di una società marginale e depressa. Il viaggio nella memoria, che è anche ricostruzione di una geografia privata che spazia da Detroit a Cuba, dal Baltico delle memorie familiari al Portogallo, procede a sbalzi, con improvvise ellissi e con scarti inattesi, che rendono frammentaria e parziale la ricostruzione dei singoli avvenimenti. Delle vite delle persone che con il poeta hanno condiviso un pezzo di esistenza, o di quelle appena conosciute, è impossibile ricostruire le ragioni che hanno portato a scelte spesso insensate o sapere dove le ha condotte in seguito il destino. Anzi i segmenti che riaffiorano dimostrano come la realtà si sistemi in una composizione traballante e dissennata. Dal movimento a ritroso nel tempo nasce una sorta di commovente Spoon River, un cimitero dove non ci sono defunti a ricordare la propria esistenza passata, ma uomini colti in un attimo lieve e indeterminato della propria vita presente, lasciati come sospesi a chiedersi e a chiederci il senso delle azioni compiute e più in generale della loro e della nostra presenza nel mondo.

Del resto la memoria, già di per sé incapace di ricostruire con precisione il passato, non può che prendere atto che il trascorrere del tempo trasforma o cancella esseri viventi e cose, come è ovvio. La poesia di Levine tramuta questa condanna in meraviglia, conduce lo sconcerto a divenire nostalgia e grazia. Così nella poesia Ritorno a casa (la raccolta è tradotta da Giuseppe Strazzeri): “Un vero posto nella vera città / dove tutti siamo cresciuti. Ci passiamo accanto tu ed io / sulla strada di scuola o tornando a casa / dopo il lavoro. E’ dove sorgeva la vecchia casa / un tempo, i grandi occhi spalancati notte e giorno, / rimpiazzata dal nulla. Potresti definirlo un lotto vacante / ma vuoto non è. Iris selvatici in aprile, / come una spuma di bianchi fiori di pizzo che Mamma chiamava / cicoria selvatica, e ancora euforbia, segale, ginestra, / in autunno la seconda fioritura del rabarbaro / che nessuno raccoglie, una lunga trincea / adatta alla guerra e un tempo disseminata / delle travi rimaste dalla prima casa / crollata proprio qui”. La poesia si conclude con l’apparizione di una figura femminile e con l’amara e ironica costatazione dell’impossibilità di una soluzione che offra un riparo dall’inconcludenza del vivere: “Nella casa / che una volta qui sorgeva, si è levata un’ombra / per dare spazio al giorno, un ricordo di donna / quasi prende forma mentre lei resta / pietrificata alla finestra. Se stiamo zitti / potremmo forse udire qualcosa di vivo / muoversi lungo i vicoli polverosi / o nei giardinetti abbandonati, qualche / cosa lasciata alle spalle, lo spirito del luogo / che ci dà il benvenuto, se il luogo uno spirito l’avesse”.

I piani temporali si confondono e si sovrappongono offrendo al lettore illuminazioni improvvise, così come gli sparuti dialoghi inseriti nelle narrazioni possono aprire squarci sul nulla che avvolge i personaggi, subito disposti però a rientrare in una quotidianità che li affascina e li tramortisce, nell’irrazionalità che si riversa cupa e inevitabile sulle azioni. Nella poesia Dell’amore e altri disastri “l’operatore di presse del Nord / incontrò l’assemblatrice del West Virginia / in un bar vicino allo stadio”. A un certo punto la donna fa scivolare il discorso sulle proprie mani e sui solchi profondi scavati dal lavoro sulle palme. “ ‘La linea della vita’ / disse lui ‘qual è?’ ‘Nessuna’ / rispose lei e lui notò che aveva occhi / nocciola disseminati di pagliuzze / d’oro, e poi – imbarazzato – tornò / a guardarle la mano”. Poi lei gli pulisce gli occhiali e lui non riesce a vedere niente di diverso da prima. “E pensò ‘Meglio / filarsela prima che sia troppo tardi’, ma / sospettò che troppo tardi era ciò che desiderava”.

(pubblicato su succedeoggi.it)

 

 

ORIGINI di Giancarlo Pontiggia (Interlinea Edizioni)

La poesia di Giancarlo Pontiggia è costantemente tesa alla formulazione di un dettato preciso e nitido, alla traduzione del pensiero, anche quando questo comporti un forte sentimento di inquietudine, una profonda apprensione, in un ritmo pacato e fortemente controllato. Fin dagli esordi, avvenuti negli anni Settanta sulle pagine della rivista Niebo e all’interno della fortunata antologia La parola innamorata, da lui stesso curata insieme ad Enzo Di Mauro, il poeta milanese si muove con rigore alla ricerca di un’armonia che possa riferire senza falsità consolatorie, ma anche senza proclami, il senso della precarietà e del fascino instabile dell’esistenza, che sappia risolvere in trasparenza le zone oscure che aggrediscono affetti e azioni.

Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia

Il primo volume di versi di Pontiggia, Con parole remote, risale al 1998, quindi oltre venti anni dopo le prime pubblicazioni su rivista, a testimonianza di un procedere severo ed esigente, di una disciplina sempre estremamente scrupolosa, così come della tenace volontà di non accondiscendere alle richieste di una realtà, quale è quella in cui viviamo, che tutto vorrebbe consumare in fretta. Questa cura nel costruire un’espressione equilibrata e puntuale deriva in buona parte dalla ininterrotta consuetudine con i classici latini e greci, di cui Pontiggia è assiduo frequentatore. Le due raccolte finora pubblicate (il secondo libro di versi, Bosco del tempo, risale al 2005) e i versi stampati in varie plaquettes, entrano ora a far parte di un volume edito da Interlinea Edizioni. Origini si avvale di uno scritto introduttivo di Carlo Sini e dei contributi critici di Roberta Bertozzi, Massimo Morasso, Daniele Piccini, Massimo Raffaelli.

Il movimento armonico che caratterizza i versi di Pontiggia, il respiro mai affannato eppure continuamente aggredito dal male che segna la condizione umana, sembrano volere reagire con la loro ferma dizione classica, al turbamento provocato dallo scorrere inesorabile del tempo. Insomma di fronte a provvisorietà e incertezza, che costituiscono l’inevitabile palcoscenico su cui siamo costretti ad agire, la poesia risponde avanzando in modo fermo e tranquillo. Scrive Pontiggia, in una breve lirica dal sapore epigrammatico: “O rime, o troppo schive, / io torno a voi in questo / evo buio che delira: siete / il vino che non mente, e la fiamma / che brucia, nella fredda mattina”.

Le poesie si concentrano spesso, in maniera quasi ossessiva, sul tema del tempo, che tutto appunto cancella, l’uomo prima ancora che le sue opere, destinate comunque in parte a sopravvivergli: “E leggi che durare possono / le cose che non hanno vita, / e tu muori, // e questi versi, che altri un giorno / leggeranno, durano più di te, / e tu non duri, / e li hai fatti // e in queste stanze / dove tante ore hai / dormito, altri / ci dormiranno: e così poco / è la vita, // che un verso, un muro, un letto / sono più lunghi di te, / erano prima, e sono dopo / di te”.

Del resto nemmeno la memoria è capace di conservare intatte le impressioni e le vicende passate (“niente rammentiamo / di più che una scialba sagoma, / un cielo di cartone”), anche se a tratti qualcosa risorge improvvisamente e in maniera quasi inaspettata, e produce “i vermigli tremori, acquazzoni / di una festante vita”, ma è conquista di un momento, poi il ricordo “strugge, come lo scricchio / del gelo che si scioglie, o come / il chiuso bocciolo della gemma, sul quale / la stagione incide il suo / imperioso sigillo”.

La poesia di Pontiggia è spesso dunque un tornare appunto alle origini: le proprie personali, degli anni dell’infanzia e della giovinezza, e quelle culturali, rappresentate dalla grande tradizione della poesia classica. Ma il viaggio a ritroso non produce sicurezze, anzi è fonte di smarrimento. La vicenda biografica lascia intravedere l’ipotesi irrealizzata di una vita diversa, lontana, insieme inaccessibile e necessaria. La rivisitazione della poesia latina e greca mette a fuoco per contrasto l’angoscioso, perché appunto frammentario e vano, paesaggio del presente: “Passano, i giorni, / in un ostinato pressappoco: erra / l’anima, / disdegnosa del troppo // poco”.

La poesia di Origini si interroga sui grandi temi dell’esistenza, che generano sconcerto e senso di fragilità, sempre declinando il tormento in un dettato chiaro. Del resto lo stesso Pontiggia, in una intervista concessa nel 2011 a Francesco Napoli, ora raccolta da La Vita Felice nel volume, anche esso edito recentemente, Undici dialoghi sulla poesia, afferma: “Quel che più mi preme, dopo tanti anni segnati dall’egemonia di una poesia ardua, spesso illeggibile – sia essa di provenienza simbolista, cifrata e misteriosa, sia di provenienza sperimentalistica, aperta al potere incontrastato, e inconscio, della lingua – è che il lettore possa muoversi dentro quel mondo come un ospite invocato, non come un estraneo da lasciar fuori sulla soglia, o cui si imponga di avventurarsi in un mondo indecifrabile. Selvosa e indistricabile sarà la materia, a volte la lingua stessa, se l’ispirazione lo richiede: ma la forma complessiva deve giungere – è questo il compito retorico del poeta – a una sua completa limpidezza”.

Che è modalità, viene fatto di aggiungere, propria dei classici.

CALIFIA di Stefano Bortolussi (Jaca Book)

Esiste davvero la California? O piuttosto l’estremo lembo di terra verso Occidente è prevalentemente un luogo mentale, approdo immaginato e mitico di ogni viaggio che punti verso Occidente? Nel recente libro di versi di Stefano Bortolussi, la California, palcoscenico che fa da sfondo all’azione di ogni poesia del volume, appare tanto più reale proprio quando meno si delinea in paesaggio concreto. Essa è insieme spazio fisico preciso e dimensione vagheggiata, presenza immediata e approdo favoloso, scoperta e desiderio. Non a caso il libro, edito da Jaca Book, ha titolo Califia, che è il nome che Hernan Cortés attribuì alla striscia di terra in cui era approdato, quella che sarà poi appunto la California, e che aveva creduto un’isola, ricavando l’appellativo dalla leggendaria regina di un popolo di sole donne di una altrettanto leggendaria isola dell’Oceano Indiano.

Stefano Bortolussi in compagnia di Lawrence Ferlinghetti

Stefano Bortolussi in compagnia di Lawrence Ferlinghetti

Insomma la California di Bortolussi è innanzitutto luogo di un’epopea mitologica, in cui si fondono elementi individuali e collettivi, e dove i richiami a Nettuno, al Minotauro, ad Apollo, a Mnemosine e alle Muse sue figlie si completano e si fondono con i riferimenti, anch’essi a loro modo favolosi e mitici, a Robert Mitchum nei panni di Marlowe, ai protagonisti della musica della West Coast degli anni Sessanta e Settanta, a cominciare da David Crosby, Neil Young e Joni Mitchell, a Jack Kerouac alla ricerca della pace interiore a Big Sur, al regista Billy Wilder, alle bande spettrali di Apache e Comanche che attraversano senza pace le immense praterie.
Del resto Bortolussi ci mette sull’avviso già in una delle poesie di esordio del libro: “Mi è sempre stata mito, questa lingua / di terra occidentale”, per poi chiarire che il “regno perduto di Califia” è “schermo non più solo di me stesso, / panorama del nuovo, del mondo immaginato, / Olimpo più verde e digradante, / non fiero e punitivo come l’altro ma più numinoso / perché vicino, esposto all’occhio, quasi al tatto”.
Califia è luogo reale, con i suoi paesaggi quotidiani e le azioni e i personaggi del vivere comune, ma è anche la proiezione di un paradiso costituito da gloriose epopee, racconto prima ancora che avvenimento, presenza che genera nostalgia, il sentimento del rimpianto di qualcosa che nel momento stesso in cui accade è già fonte di desiderio. “Non c’è risposta, / oppure la ragione è troppo semplice e accarezza / le pietre arancioni del Rocky Peack Park, / dove molti hanno girato l’epopea di questa terra / e di altre uguali a questa, nel technicolor / che ridipinge ogni giorno la scena di Rio Bravo / su sui respira e vive la nostalgia di un qui / che non può che essere un altrove”.
Califia è anche un libro sul viaggio che non trova mai possibilità di raggiungere la meta, sulla lunga marcia verso un Occidente, che è sede di una cultura che tende continuamente a spostare in avanti la linea di frontiera, il punto di approdo: “non ci sarà nessuno a dirmi che è impossibile / o anche solo a suggerire che è improbabile / – perché come mi ha dettato questa terra, / come di questa terra hanno scritto i suoi poeti, / io sarò il viaggio, il viaggio sarà me”.
Stefano Bortolussi, traduttore di alcuni dei principali narratori anglo-americani (James Ellroy, John Irving, Stephen King, ad esempio), è al suo terzo libro di versi, ed ha pubblicato tre romanzi, il primo dei quali (Head Above Water, City Lights 2003) edito negli Stati Uniti, prima ancora che in Italia. Nella sua poesia è avvertibile l’influenza della cultura statunitense oltre che nei contenuti anche nel respiro della versificazione, che tende a una prosodia di intonazione epica, al racconto in versi che addolcisce la narrazione scivolando verso improvvisi accenti lirici. E’ una poesia che sceglie con decisione un’ascendenza dalla tradizione letteraria di matrice anglosassone, risale fino a Walt Whitman e risente della lezione del caribico di lingua inglese Derek Walcott. In questo modo Bortolussi perviene, come suggerisce Roberto Mussapi nella quarta di copertina, a “un respiro internazionale, una versificazione pacata e ardente, ventosa e narrante”.

(Pubblicato su succedeoggi.it)

VIVO COSI’ di Alberto Toni (Nomos Edizioni)

Alberto Toni fin dall’esordio in volume, avvenuto nel 1987 con La chiara immagine, procede nel suo cammino poetico con incedere severo e rigoroso. La sua poesia poggia sulla ferma convinzione che la parola sia un dono che possa svelare l’intimo segreto dell’esistenza, spiegare la misteriosa ragione del mondo. Nello stesso tempo il poeta è consapevole che la tensione verso l’assoluto rimanga pur sempre un anelito e che il tragitto verso un’ipotetica verità non solo sia accidentato, ma che resti costellato di molteplici incertezze, tanto che dovunque la parola scavi, invece che risposte essa continui a generare dubbi, lasciando chi scrive e chi legge esitanti sulla soglia di una possibile soluzione. Toni si dedica al lavoro di scavo e di esplorazione senza cercare scorciatoie, con una maniera misurata nell’espressione e insieme febbrile nell’eccitazione con cui il suo verso si pone di fronte ad ogni possibile domanda che la realtà riservi.alberto_toni

Una conferma arriva ora dalla raccolta Vivo così (Nomos Edizioni), che ribadisce come la scrittura del poeta romano si muova costantemente su quella linea marginale e poco frequentata dove si realizza l’incontro tra tensione lirica e sviluppo epico, tra volontà di sondare in profondità l’abisso individuale e la suggestione, che spesso affiora dai versi, di risolvere l’indefinibile in narrazione. Sta proprio in questo camminare lungo il confine tra il labirinto dell’io e il racconto che diventa mito, “in questa mancata distinzione tra coro e assolo”, come suggerisce molto opportunamente Mario Santagostini nella densa prefazione al volume, il tratto più vero della poesia di Alberto Toni. Ne nasce un dettato che procede per sbalzi, che inserisce profonde omissioni proprio mentre sembra voglia invece svelare, che avanza effettuando improvvise virate analogiche, scegliendo che la parola rimanga sospesa in un paesaggio privo di certa definizione. Quello che sembrava un indizio si mostra così solo come una traccia irrisolta e la direzione che intendevamo seguire per uscire dall’intricata sequenza degli smarrimenti ci porta irrimediabilmente fuori strada: “G. ora allo stesso posto dell’altro. / Caricava un sorriso al mio rientro, / la moglie preoccupata di lasciarlo solo. / E’ l’umanità mite al suo bivio, mentre / per noi, carichi di presente, il cielo / è un improvviso transito di tutto ciò / che è stato. Il dubbio era proprio / negli occhi che bruciavano, sibilava già maturo in me. / Come dirlo? Come spiegarlo senza perdere il filo, / la vita, dormire un po’ tra le tue braccia in abbandono”.

Come è possibile spiegare l’esistenza senza perdere il filo, senza smarrirsi nell’intricato groviglio di avvenimenti e pensieri? Vivo così è un libro costituito da liriche brevi o molto brevi, la cui struttura sembrerebbe orientarsi verso la forma del poemetto, e che invece non si risolve mai in sviluppo narrativo. Una parte dell’azione finisce sempre per oscurarsi, qualcosa che poteva realizzarsi in unità si frantuma in mille esitazioni. E’ come se la parola, dalla chiarezza iniziale, fosse irrimediabilmente attratta verso il porto sepolto, l’abisso, il pozzo, e lì trovasse una verità che non è possibile però riportare in superficie. Il linguaggio perciò non può essere che reticente e la poesia seminare perplessità. “Partivo. Con il grosso da compiere. / Non bastava il talento dell’ultima chiamata / d’amore. Neppure la città deserta. / Oh, l’adorabile, l’inseparabile. / Sembrava il prosciugarsi lento / del pozzo, la sua deità nascosta”.

E’ proprio quando la conoscenza diventa un approdo impossibile, sembra dire la poesia di Alberto Toni, che essa sfiora la divinità. E’ nel fondo imperscrutabile del pozzo che può celarsi una soluzione, è lì che può nascondersi la presenza decisiva.

(Pubblicato su succedeoggi.it)

POESIE DEL TERRORE di Saverio Bafaro (La Vita Felice)

“C’è un buco / nella foglia d’Autunno / che dà dall’altra parte”: sono versi che rappresentano una chiave di lettura utile per entrare nell’atmosfera inquietante della raccolta Poesie del terrore di Saverio Bafaro. Il volume, pubblicato per i tipi de La Vita Felice, è accompagnato da una prefazione di Roberto Deidier e dalle illustrazioni di Piero Crida.  poesiedelterrore
Dall’altra parte del buco c’è lo smarrimento e la paura di ritrovarsi nella stessa realtà di sempre (che cosa può mostrare infatti un buco in una foglia, se non quello che già vediamo?), con la consapevolezza però che il mondo in cui da sempre abitiamo rappresenti appunto un’altra parte, un negativo che riusciamo ora distintamente a percepire, un paesaggio di cui improvvisamente sappiamo i contorni terribili, la faccia oscura e raccapricciante. Insomma la poesia di Bafaro ci trasporta nell’oltre al di là del buco, solo per dirci che esso di fatto non c’è, o almeno che è costituito della stessa materia del nostro quotidiano. I versi ci mettono di fronte ai punti di cedimento, alle presenze evanescenti ma agghiaccianti, alle continue scivolate ai limiti dell’ombra di cui si compongono le nostre giornate.
La poesia di Bafaro percorre questa geografia spettrale con inusitata freddezza, senza partecipazione emotiva, ma solo disegnando con estremo nitore la scena, nel volutamente monotono susseguirsi ritmico di poesie brevi o brevissime: “Da dove mi raggiungi / così esile e bianca farfalla / che in verità sei / gigantesco demone” oppure “Lividi fantasmi / vegliano / sul secolo disabitato”.
Non c’è niente di cui meravigliarsi: il male è già tutto sotto i nostri occhi, la lingua dunque non è disposta a commuoversi ed impressionare, può solo raccontare quello che la realtà mostra, ma che solitamente non siamo disposti a credere, le figure livide che si protendono verso le nostre vite, il male che staziona nei luoghi che solitamente attraversiamo: “Le case attendono / più in là della notte / basse lungo i binari / sanguina l’occhio / della sola finestra accesa / come un lume maligno // Le case attendono / più in là della notte / basse lungo i binari / schiere di serpi scacciate dalle chiese / contorcersi e sputare verdi bave // Le case attendono / più in là della notte / basse lungo i binari / le ruote dei vagoni-fantasma / sfrecciare invisibili e crudeli”.
Bafaro porta sul terreno apparentemente fragile della poesia le caratteristiche di un genere letterario solitamente di pertinenza della prosa. Il terrore infatti pare abbia bisogno del dispiegarsi della narrazione per avere piena possibilità di sviluppo. Ma il racconto ci costringe ad affacciarci sulle vite altrui, il poeta invece vuole che lo sgomento riguardi ognuno di noi, che l’incubo sappia rappresentare il peso del destino comune che ci sovrasta. Si presentano così nel linguaggio della poesia termini e figure prima di ora mantenuti a debita distanza. Del resto lo stesso Bafaro chiarisce i confini entro cui si muove la sua poetica, in una poesia che ha il titolo emblematico di Estetica non-aristotelica. “Noi che abbiamo scelto il Brutto / e letto al contrario il libro dello Stagirita / conosciamo i risvolti / dell’armonico divenuto sghembo / del calmo divenuto irrequieto / del limpido divenuto oscuro / dell’ordine divenuto caos / del simmetrico non più tale / delle proporzioni volutamente saltate”.
E’ questo il mondo in cui Bafaro ci costringe ad abitare, un universo traballante ed irregolare, in cui le proporzioni si alterano, dove l’armonia si frantuma in tormentata instabilità, dove “la Bestia digrigna i denti / ed io ammicco e bacio e sfido / il suo fluorescente splendore”.

TUTTE LE POESIE di Dario Bellezza (Oscar Mondadori)

Dopo la morte del poeta, avvenuta nel 1996, dell’opera di Dario Bellezza si è detto poco e si è scritto ancora meno. I versi dello scrittore romano, molto presente nei decenni Settanta e Ottanta nell’allora fervida vita letteraria della capitale, sono stati come cancellati, offuscati dalla sua stessa leggenda, dalle vicende dolorose che condussero al tragico epilogo della sua esistenza, da quel gioco di simulazione e dissimulazione proprio del personaggio che Bellezza si era costruito addosso. Sarebbe necessario dunque, a quasi vent’anni dalla morte, rileggere con attenzione la sua opera, ripensare ai sui versi con un nuovo atteggiamento critico, libero da quelle sistemazioni preconcette che hanno contribuito a relegare la sua poesia nei confini ristretti di una biografia fin troppo caratterizzata da un protagonismo spesso provocatorio e respingente, e che hanno finito per tenere i suoi versi lontani da antologie e panoramiche letterarie di varia natura. Operazione non facile, considerati gli ostacoli di cui lo stesso Bellezza ha disseminato il suo percorso di scrittore e tenuto conto che la sua poesia è anche il risultato di un particolare clima culturale, quello appunto dei decenni sopra richiamati, difficile oggi da recuperare alla memoria senza avvertirne l’incolmabile distanza con il presente o senza reagire al ricordo con un moto di fastidio. 
Un contributo fondamentale alla rilettura dell’opera di Dario Bellezza viene dalla pubblicazione di un Oscar Mondadori che raccoglie tutta la sua produzione poetica. Il volume contiene gli otto libri di versi pubblicati dal poeta, da Invettive e licenze, dato alle stampe da Garzanti nel 1971, fino a Proclama sul fascino, che vide la luce nel 1996, pochi giorni dopo la morte dell’autore, che di quella raccolta aveva comunque curato la sistemazione e l’organizzazione dei testi. Alle poesie in volume, si aggiungono i versi pubblicati in occasioni varie, su riviste o in edizioni minori, che vanno a costituire un’Appendice di notevole interesse. La pubblicazione mondadoriana evita così che Bellezza finisca per essere una “leggenda di se stesso, un poeta senza più opera”, come scrive Roberto Deidier, che cura questa edizione di Tutte le poesie, e scrive un’introduzione che si pone come uno strumento critico indispensabile per avviare una rivisitazione dell’opera dello scrittore.
La poesia di Bellezza è spesso caratterizzata da un maledettismo ostentato e provocatorio, dall’esibita tendenza a rappresentarsi vittima di una società incapace di vivere la verità delle passioni, innanzitutto quelle di carattere erotico, e si nutre di una sorta di decadentismo tardivo e melodrammatico. La sua ansia di trasgressione è figlia di una borghesia apatica e noncurante, da cui il poeta fugge, ma che sceglie anche come principale interlocutore; il suo malessere è il prodotto di una città contro cui inizialmente scaglia i propri atti di accusa e che poi viene rappresentata in tutta la sua indolente precarietà, terreno propizio alla rinuncia e alla sconfitta. Le arrabbiate “invettive” delle prime poesie si trasformano nelle raccolte successive nel doloroso abbandonarsi alla disfatta, nella ricerca, feroce quanto continua, dell’annientamento morale e fisico. Il fallimento delle emozioni produce un teatrale senso di nostalgia che si indirizza verso la stagione della giovinezza, quando tutto era potenzialmente, ma poco realisticamente, possibile. “Leggiamo le mie possibilità amorose” annuncia il poeta nel primo verso di una poesia contenuta nella sezione Disamore del volume che si intitola semplicemente, ma sintomaticamente, io, per poi proseguire così: “Come avessi vent’anni, e andassi / per stracci, o fidanzate poco / credibili… La verità è che / non amo più, né sento niente / dentro di me se non sommessi insulti / a quel colui che ero, che non sono / più, tranne vendendo i reliquari / di me stesso…”
Nei suoi esiti migliori la poesia di Bellezza si concentra sul trascorrere del tempo, anzi sul constatare come il tempo utile sia già tutto e sempre passato, lasciando un ammasso di rovine che sono quasi interamente interiori e ponendo l’io al centro di un paesaggio desertico, dal quale salvano solo le piccole attività del quotidiano, nell’esaltazione, non si sa fino a che punto sincera, del minimo orizzonte domestico: “Non c’è niente di meglio che barare; / stare in cucina cucinando un minestrone. / Si svuoterà il frigo zeppo di cicoria, / pomodori passati, carote e zucchine”; dichiarazione che si muove tra l’ironia e la rinuncia a prospettive più vaste e che porta il poeta a concludere: “Il trionfo vero / è quello della quotidianità”.
O ancora i versi raggiungono una tranquilla e dolente verità quando ad essere protagonista è uno dei gatti tanto amati: “Mi costringi / a queste poesiole infantili / che rallegrano solo chi le scrive / in un’epoca di trapasso e solitudine / mentre aspetto eventi stranieri / sconvolgenti la mia già lontana / vita. Gatta amata / non ascolti la mia supplica, / non voler morire. I treni / torneranno un dì pieni di ragazzi / festosi le piazze risuoneranno / di fisarmoniche e mandolini; / noi saremo insieme in un viaggio / strepitoso mangiando cremini / e leccandoci i baffi”.
L’esasperazione in senso drammatico del dolore e la sua simulazione, il nascondersi dietro la maschera del poeta maledetto e dell’esteta, quando si compongono e si confondono con i modi della quotidianità casalinga, realizzano forse l’esito più vero e alto della poesia di Bellezza.

Pubblicato su  Succedeoggi http://www.succedeoggi.it/

PROVE DI LONTANANZA di Alessandro Quattrone (Book)

Prove di lontananza di Alessandro Quattrone è un libro molto denso, anzi sembrano convivere al suo interno due o tre raccolte, con la prima parte, che appunto dà il titolo al volume e si divide in tre sezioni, estremamente compatta nel tono e nel procedere del significato, quasi a costruire con un unico fiato una lunga sequenza poetica. Attraverso il linguaggio sempre controllato e la cura formale che non lascia spazio a scarti o fughe, ma che in ciascuna lirica si addensa attorno a poche e nitide immagini, emerge l’idea che la parola poetica sia in grado, non di spiegare il mondo e forse nemmeno di raccontarlo lucidamente, ma di metterne in evidenza gli umori segreti, i piccoli sbandamenti, la grazia nascosta degli incontri e le inaspettate relazioni che nascono tra le cose. La parola può esporre, ed esporsi al tumulto della scoperta, solo per supposizioni, per cauti avanzamenti.  prove di lontananza
Nella prima parte la prevalenza di figure retoriche che producono un trasferimento del significato determinano un continuo scivolamento metamorfico del corpo femminile, destinato dunque ad introiettare contenuti e ad assumere forme diverse, spesso provenienti dal mondo naturale. Lo scorrere del tempo, il succedersi delle stagioni, le condizioni climatiche lasciano tracce sul corpo e sembrano quasi modellarlo. La figura femminile che è protagonista delle liriche (ma le Prove a cui si riferisce il titolo sono piuttosto di pertinenza dell’io lirico), riprendendo in qualche modo un modello montaliano, è insieme smarrita e fatale, nel senso proprio che è colei che può contenere e dare vita a un destino, arriva da luoghi meravigliosi dove può manifestarsi il prodigio dell’esistenza (“l’isola segreta nell’oceano”, “chiusi paradisi senza luce”, con un doppio ossimoro che rende evidente l’impossibilità di un approdo risolutivo, che appare comunque l’inevitabile meta di ogni percorso, o se si vuole di ogni prova). Sono luoghi né vicini né lontani, anzi occupano più uno spazio interiore che fisico, ma rappresentano idealmente la lontananza a cui la donna sempre fa ritorno. Le Prove in questo senso delineano una sorta di viaggio verso l’Altro, e pervengono comunque alla consapevolezza che l’Altro è scoperta ma anche scomparsa, è il tramite attraverso il quale l’io si conosce ma anche si allontana da se stesso.
Nella sezione Genius Loci invece la poesia si confronta con luoghi fisicamente determinati: sono piazze, palazzi, ville, laghi, fiumi, che la parola poetica isola dal loro contesto e mette a fuoco. Ma la realtà, che pure si mostra senza indugio in tutta la sua armonia e bellezza, nasconde insidie e misteri, ha dei cedimenti, o meglio mette il visitatore di fronte alla propria fragilità. Così al cospetto di una villa che “domina con il suo chiaro / pensiero chiuso tra foglie e sospiri”, il viandante è colto dai suoi deliri e non riceve dalla realtà che gli si presenta davanti agli occhi nessuna parola di conforto: “All’improvviso è un cedere a ogni passo, / un chiedere al biancore delle statue / l’origine del puro e dell’impuro, / il termine dell’eros, mentre gela / sul muro l’ombra nobile del nulla”.
Anche in Feste mancate prevale il rapporto con una realtà che viene descritta per istantanee, ma che è il luogo del non accaduto, del gesto frantumato o comunque non realizzato, dell’illusione. Le montagne chiedono un omaggio e “mi invitano a salire, a salire, / a trovare il limite ignoto”, ma malgrado il faticoso tentativo, “poi con il ruscello torno indietro”. Il finale della poesia segna anche il termine dell’inganno: “Ed eccomi a casa, ben presto, / nella piccola stanza che invano / mi rende maestoso”.
Accade così che ogni lontananza sia necessaria ma abbia bisogno a sua volta anche della fase del ritorno, del riconfermato approdo verso luoghi vicini. Il viaggio si conclude nella protezione, insieme conquista e fallimento, della “piccola stanza”, nell’hortus conclusus di tanta tradizione letteraria.
Quattrone costruisce questo moderno canzoniere con estrema perizia stilistica, consapevolmente traducendo il conflitto interiore e lo smarrimento a cui la realtà obbliga, i continui scarti tra vicino e lontano, in una lingua piana e armonica, che vorrebbe essere rassicurante proprio quando si muove sui terreni più infidi e scivolosi.

(Pubblicato su La Recherche.it)

 

LA BELLEZZA NON SI SOMMA di Roberto Maggiani (Italic)

Sguardo, Nazaré, Portogallo (foto Roberto Maggiani)

Sguardo, Nazaré, Portogallo (foto Roberto Maggiani)

A condurre il lettore all’interno della nuova raccolta di versi di Roberto Maggiani, La bellezza non si somma, è posta una citazione da Aldous Huxley che fornisce un’utile indicazione di lettura e finisce per rappresentare una sorta di dichiarazione di poetica dell’autore: “L’occhio contemplativo può posarsi su qualsiasi oggetto e vedere in esso, come da una finestra, tutto il cosmo…”.
In questo caso l’occhio contemplativo di Roberto Maggiani si posa su paesaggi in prevalenza marini, in particolare quelli oceanici dell’amato Portogallo, e sulle azioni degli uomini, con la serenità di chi riconosce agli spazi e alle presenze che li animano una loro intima saggezza. Il mondo che viene rappresentato in queste poesie è spesso circoscritto, un brandello di spiaggia, uno spicchio di mare, un movimento di ombre che “si tuffano / nelle acque atlantiche” o di “onde srotolate come tappeti”; un mondo nel quale si muovono poche nitide figure e dove nulla avviene per caso, ma nello stesso tempo nessuna azione è veramente spiegabile. Il poeta ci permette di guardare gli elementi naturali e gli esseri viventi che ci circondano con la reazione partecipe e meravigliata di chi scopre in essi, anche nelle più quotidiane delle manifestazioni, impreviste rivelazioni, sorprendenti illuminazioni, ma ci pone di fronte alla consapevolezza che si tratta di attimi destinati a trascorrere velocemente. Siamo dinanzi a presenze ed apparizioni destinate a svanire presto, quello che conta è il segno indelebile che lasciano nella memoria e nei versi.
Il lettore può indovinare il punto di osservazione, sulla riva del mare o nel mezzo di una pista da ballo, tra le navate di una cattedrale o con lo sguardo perso verso il cielo stellato, da cui il poeta, che tutto scruta e annota, sorride, a tratti compiaciuto a volte ironico, su se stesso e sul mondo.
Da questa postazione, che poi per intenderci è ancora quella di chi sente di far parte della “razza di chi rimane a terra”, ma che ha intanto scoperto che il miracolo sta proprio nell’atto della contemplazione, è possibile appunto imbattersi in inaspettate corrispondenze tra oggetti uomini e animali, svelare che il piccolo e il grande, gli oggetti e i viventi, la natura ed il cosmo, sono in relazione tra loro, si parlano e si consultano. In questo modo anche l’atto più banale può nascondere somiglianze e consonanze che aprono a inattese verità: “La signora ha occhiali neri e labbra vistose / ripassate con un rossetto rosa aranciato. Sorride. / Indossa un costume nero tutto d’un pezzo. / Si sparge la crema solare sul corpo bianco – / esegue gli stessi movimenti rapidi / di una mosca quando pulisce le ali e la testa”.
Lo sguardo può riconoscere tra le figure umane una creatura che somiglia a un dio “forgiato dai quattro elementi / raccolti sull’isola” o semplicemente individuare una coppia di slavi (“Si riconoscono dall’incarnato pallido / dalla robustezza dei corpi / e da come lei lo impomata sulle spalle e sulla schiena / mentre lui – in piedi – è affaccendato in altro”) che sono sulla spiaggia già alle sette del mattino, con l’uomo “che si siede su un trono improvvisato – / mangia osservando il suo dominio marino”.
Maggiani comunque sa che il suo sguardo, ogni volta che intercetta la bellezza del mondo (che non si somma, come appunto suggerisce il titolo, è ogni volta minima e particolare), sfiora nello stesso tempo l’abisso che ci circonda. Con una lingua piana e sempre controllata, una sorta di parlato, pacato e lievemente ritmico, ci pone proprio sull’orlo del precipizio, a guardare il vuoto. Per esempio nella poesia La paura:

E’ un qualunque mattino di serenità:
il sole alto sull’orizzonte marino
la nuvola bianchissima nell’azzurro subtropicale
la palma ondeggiante lungomare
il frastuono dell’onda sulle pietre

Minuti sospesi
sul baratro dell’inesistenza –
ma noi di questo non ci preoccupiamo.
Nell’Universo dal vuoto metastabile
(potrebbe disintegrarsi da un momento all’altro)
qualcuno si spaventa per una sirena
un incendio improvviso nel bosco
un forte vento.

La paura
è solo un momento in cui vediamo
riflessa nel mondo
la precarietà
della rete che ci sostiene.

 

 

MORTE DI UN NATURALISTA di Seamus Heaney (Mondadori)

A un anno esatto dalla morte dell’autore, arriva nelle librerie la prima raccolta poetica di Seamus Heaney, finora mai pubblicata in Italia. Morte di un naturalista è un testo fondamentale non solo nella produzione di Heaney, in quanto già evidenzia temi e toni che saranno poi elaborati nelle opere successive, ma per l’intera letteratura europea della seconda metà del Novecento. Siamo insomma di fronte a un’opera prima, attraverso cui si manifesta una voce poetica già solida e matura, uno di quei rari casi in cui il libro d’esordio contiene già ben chiara una poetica e la sua futura proiezione. Con una scelta felice dunque, la casa editrice Mondadori ha voluto celebrare il poeta irlandese, premio Nobel nel 1995, proponendo il libro che lo vide esordire nel 1966 e che lo impose subito all’attenzione generale.
La poesia di Heaney è profondamente legata al territorio di origine, anzi proprio alla terra umida e fredda della campagna irlandese, ai suoi paesaggi più umili, così frequentati dal poeta da giovane. Nei versi compaiono, e sembrano essere personaggi dotati di una propria identità, ceste di vimini colme di patate, scavatrici meccaniche, attrezzi da lavoro, bardature, “sacchi orecchiuti” che avanzano “come enormi ratti ciechi”, e un esercito di animali non sempre di nobili origini, come i pipistrelli, le rane, i tacchini, le farfalle, le trote. Nelle prime poesie del volume tornano spesso ad essere protagoniste le figure del padre e dello zio del poeta, che quella terra lavoravano e di cui rispettavano i quotidiani riti e i ritmi spesso faticosi e disumani. La terra è dunque lo spazio dove si manifesta una tradizione contadina rude e vigorosa, sbrigativa e determinata. heaney
Il giovane Heaney, che ha vissuto infanzia e giovinezza in una fattoria persa nella campagna nordirlandese, sa che in quella terra affondano anche le sue radici di scrittore e lo dichiara esplicitamente fin dalla prima poesia della raccolta, la giustamente celebre Digging (Scavare), nella quale dopo aver ricordato il duro lavoro del padre e del padre di suo padre con la vanga che affonda faticosamente nella torba, il breve racconto si conclude con questi versi: “L’odore del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo / della torba impregnata, i tagli netti di una lama / su radici vive mi si ridestano nella mente. / Ma non ho vanga per seguire uomini come loro. // Tra il mio pollice e l’indice riposa / la tozza penna. / Scaverò con questa”. E’ in fondo una dichiarazione di appartenenza che sottolinea il legame con le proprie origini, l’impossibilità di scrivere versi al di fuori di questo vincolo e di questa parentela. La penna sostituisce la vanga ma non la cancella né la rifiuta, anzi ne diventa la naturale prosecuzione.
Per Heaney la campagna irlandese, la torbiera, rappresentano il luogo di un’epica che racconta gesti quotidiani che assurgono a metafora della vita, il ciclico ripetersi dell’esistenza, conquistata con fatica, e della morte che si annida anche nei luoghi all’apparenza più pacifici (come nella struggente Vacanze di metà trimestre, che rievoca la morte del fratellino di quattro anni avvenuta mentre il poeta era in collegio), dell’inevitabile ma non per questo meno drammatico disfacimento di ogni elemento della natura. La campagna sa essere anche terribile, è il palcoscenico dove si muovono presenze poco rassicuranti, un senso di mistero e di paura, che spiega in anticipo quello che sarà l’interesse del poeta irlandese per il nostro Pascoli, amato nel profondo oltre che tradotto. In La raccolta delle more all’iniziale piacere per la maturazione del primo “lucente grumo viola” (“Mangiavi quella primizia e la polpa era dolce / come vino addensato: aveva dentro il sangue dell’estate / che lasciava macchie sulla lingua e brama / di raccolta…”) subentra un senso di disagio e di sofferenza con l’avanzare della rovina e della trasformazione: “Ammucchiavamo le bacche fresche nella stalla. / Ma quando la vasca era colma trovavamo una peluria, / una muffa grigio-ratto, che divorava il nostro tesoro nascosto. / Anche il succo puzzava. Una volta staccata dagli arbusti, / la frutta fermentava, la polpa da dolce diventava aspra. / Mi veniva sempre da piangere. No era giusto / che tutto quel bel raccolto puzzasse di marcio. / Ogni anno speravo che durasse e sapevo che era speranza vana”.
Il paesaggio di questo libro va poco oltre la fattoria familiare situata nella contea di Derry, l’ambiente è limitato a una comunità semplice e chiusa nelle prospettive, ma i versi di Heaney da questo luogo provinciale e ristretto sanno parlare al mondo, perché raccontano le grandi domande e i grandi segreti delle nostre esistenze, con le parole semplici del vivere quotidiano e con l’energia che solo la grande poesia riesce ad esprimere.

(pubblicato su succedeoggi.it)

INTER NOS di Giacomo Trinci (Aragno)

 

Giacomo Trinci è un poeta che riesce a far dialogare la propria vasta e raffinata cultura con un sentimento sinceramente popolare, la tensione civile o comunque il senso del malessere profondo nel quale si aggira e si contorce la nostra civiltà, che molto spesso prorompe dai sui versi, con un tono a tratti scanzonato e provocatorio. La sua poesia combina, in una miscela audace, materiale lessicale di diversa e lontana provenienza, la parola colta della tradizione letteraria con il sillabare intermittente e incompiuto dei nostri giorni. Ne è riprova il suo nuovo lavoro Inter nos, pubblicato da Aragno, un libro massiccio e compatto, denso di circa duecento liriche, divise in cinque ampie sezioni, introdotte da un prologo. giacomo-trinci-4
La voce di Trinci, senz’altro originale e immediatamente riconoscibile, coerente nelle varie prove della sua già significativa produzione (dopo l’esordio di Cella del 1994, vanno ricordati Telemachia, Resto di me e il più recente Senz’altro pensiero), si affida, in questo caso in maniera ancora più marcata, ad un cantabile di matrice operistica, sicuramente derivato dalla passione del poeta pistoiese per il melodramma, dai suoi studi di canto lirico e dalla tendenza, particolarmente accentuata in questo volume, a mascherare da inezia le tragiche rivelazioni quotidiane, figlie del pensiero che si sofferma sull’analisi spietata delle piccolezze e delle ipocrisie, del moralismo distorto, che caratterizzano le nostre vite. Lo scivolamento avviene per mezzo di una lingua che tende al gioco e alla contraffazione, al parapiglia sonoro, un impasto continuamente in bilico tra il mélo a tinte forti e l’opera buffa: “come corse la vita e tutto prese, / anni dismessi, frutto di contese, / le attese incespicate dentro il tempo, // mancate sempre in vivido alimento, / adesso al sole brucio il cuoio, il viso: / ghiaccia la mente, tenero il sorriso”, che sono versi tra i tanti a loro modo esplicativi di una maniera di guardarsi e di guardare il mondo, ricavati dalla sezione che non a caso ha titolo Recitativi ed arie (e del resto la parte conclusiva del volume si intitola Improvvisi e romanze).
Se la parola tende al cantato e al melodramma, la realtà si presenta spesso su un palcoscenico, dove è chiaro che la finzione fa la sua parte, ma dove pure bisogna credere a quello che si vede. La vita, così come si rappresenta nelle poesie di Inter nos, è crudele e brutale, ma è necessario ad essa abbandonarsi, stare al suo gioco, seguirne il flusso: “il guaio è che l’astrazione è reale più della realtà, più solida del solito dire, / del dissoluto crampo del falso, / del mistificante, del musicante nomade da strada / che elemosina, del miagolio del gatto, / d’ogni ratto per vicoli e per vie, / l’astrazione che scommette e che sconnette / vita, rito, fato, e tutte questa parolone vuote, / l’astrazione capitale è più vera / del verosimile che figlia”.
E’ quasi la sonorità delle parole a far partire il flusso che conduce al significato, richiamando altre parole per assonanza; è la loro fisicità almeno in apparenza a costruire il senso. Il poeta è dunque il protagonista che si affanna a manifestare tutta la propria fragilità di artefice e artefatto. In ogni caso il rischio di una soluzione di maniera è solo sfiorato. Lo sbandamento prodotto dalla collisione lessicale, la vertigine acustica, servono a raffigurare una realtà che si presenta frantumata, sfilacciata, che appare indigesta ed estranea, perché si compone di mille quadri, spesso in contraddizione gli uni con gli altri, è franta e i pezzi, disseminati secondo un disegno disordinato, non sono più componibili: “il trapezio del senso è vorticoso, / ma più non mi lusinga la sua fune / e più nell’aria non vedrai animoso / spargere il nodo del senso comune; / tu scrivi, continua a sermoneggiare, ché tanta vita basta a delirare”.

(pubblicato su succedeoggi.it)