TUTTE LE POESIE di Giovanni Giudici (Oscar Mondadori)

Nel 1953, appena pubblicata la sua prima raccolta di versi, Giovanni Giudici, che all’epoca abitava nella periferia di Roma, aveva quasi trenta anni e nell’operazione aveva impegnato 25mila lire dell’esiguo bilancio familiare, pensò di spedirne la prima copia ad Umberto Saba, che si trovava allora in una clinica romana per curarsi. Lo racconta lo stesso Giudici nel prezioso e ormai introvabile Andare in Cina a piedi. Racconto sulla poesia, spiegando anche il perché di tanta sollecitudine: “Già da diversi anni egli era il poeta che più amavo e leggevo e, forse, il primo fra i contemporanei del quale avessi letto qualche poesia”, che è un modo anche per mettere in evidenza una filiazione, per mostrare un grado di parentela. Saba, per la cronaca, rispose al giovane allievo, dando così inizio ad una frequentazione che sarebbe durata negli anni successivi, i pochi anni che separavano il vecchio poeta triestino dalla morte.
L’episodio è riaffiorato alla memoria, mentre sfogliavo il ponderoso Oscar Mondadori dedicato all’intera opera poetica di Giovanni Giudici: oltre 1200 pagine di versi, a cui vanno aggiunte le cinquanta dell’introduzione firmata da Maurizio Cucchi, l’apparato bio-bibliografico e le circa quaranta pagine di indice. Tutte le poesie, che va ad affiancarsi al Meridiano pubblicato dalla stessa casa editrice nel 2000, si propone come uno strumento importante per avvicinarsi o per rileggere l’opera di uno dei poeti che maggiormente hanno segnato con la propria continua ricerca linguistica e con la forte connotazione etica, il panorama poetico italiano della seconda metà del Novecento.
Come Saba ebbe a contrastare i bagliori delle avanguardie e la presenza fagocitante dell’ermetismo attraverso una propria particolare declinazione della lingua della poesia e del valore che essa viene ad assumere nel rapporto con il lettore, anche Giudici, che si trovò inizialmente stretto tra le propaggini del neorealismo e l’invadenza sperimentale del Gruppo 63, seppe costruire un proprio peculiare percorso, alimentato del rapporto con la tradizione, che viene recuperata in forme sempre originali. Si percepisce in Giudici la necessità di nutrirsi del passato della letteratura, di attraversarlo con tenacia e regolarità, ma insieme l’attenzione costante ad abbassare i toni che dalla tradizione provengono, ribadendo in tal senso in maniera singolare ed efficace l’esempio gozzaniano. Del resto nell’opera del poeta di La vita in versi, Autobiologia, Il male dei creditori, per citare alcuni dei titoli più noti, la lingua della poesia, sorprendentemente tesa a prelevare da vari registri e da diversi territori linguistici è sempre comunque disposta a fare i conti con il linguaggio della comunicazione ordinaria. Giudici crede fortemente nella forza evocativa della parola, ma sa anche che essa non può prescindere dalla necessità di un confronto serrato con il presente. Del resto la poesia è avvertita come dispositivo per liberare e nello stesso tempo controllare l’energia della parola. Scrive Giudici in una delle brevi prose contenute nel volume a cui prima si faceva riferimento: “Fare i conti con la lingua sarà in primis prendere coscienza del ricco e polivalente strumento di cui disponiamo. Fare poesia: utilizzare un materiale di esperienze fisiche e sentimentali per fabbricare oggetti linguistici multi-uso. Dominare la lingua è dominare, nei limiti della nostra finitezza, il reale. Lingua è il reale che entra in noi, si trasmette e si propaga”. Ed è questa un’affermazione che bene può accompagnare la lettura dei versi del poeta nato a Le Grazie, una frazione di Portovenere, sul mare di Liguria, e poi vissuto lungamente a Milano.
L’Oscar da poco pubblicato dà conto di un percorso poetico vario e polifonico, ma sempre indirizzato a cercare di ottenere il massimo effetto comunicativo facendo interagire i valori prosodici e sonori del verso (l’uso per esempio di rime e assonanze, il continuo ricorso ad un sistema di strofe, la scelta nella seconda parte della produzione di far iniziare ogni verso con la maiuscola, a segnalarne la compiutezza fonetica e di senso) con il naturale svolgimento, vicino alla prosa, dei registri linguistici. Ne nasce una lingua varia e complessa, una mobilità espressiva che si realizza, come scrive Cucchi, attraverso “una continua oscillazione di tono e nell’uso di materiali linguistici e stilistici eterogenei”.
La poesia di Giudici oscilla anche costantemente, denunciando ancora una volta il legame con l’antecedente sabiano, tra la tendenza alla narrazione e la forte tensione lirica, in qualche modo placata però quest’ultima dal ricorso all’ironia e all’autoironia e dall’allusione a un paesaggio ordinario e quotidiano, a volte anche dimesso e popolato di piccole cose.
Scrivere poesia è sempre comunque una promessa d’amore nei confronti della parola, un’umile ma faticosa e studiatissima prova di abilità artigiana, ma anche, e in questo risiede in parte il valore etico dell’atto, capacità di ascoltare l’energia, le interne armonie, i doni, che le parole portano con sé. In questo senso il poeta è insieme “alunno e fabbro”, come è detto nella lirica Un poeta, contenuta nella raccolta Quanto spera di campare Giovanni del 1993: “Uomo, sì, grazioso / Come si dice di colui che pure / Non grato all’apparenza si fa amare / Per le miti maniere in braccio alle sventure / O minima intenzione a fior di labbro: / Di ciò nel fare cose di parole / Alunno e fabbro”.
(pubblicato su succedeoggi.it)

 

MANCANZE di Alessandro Fo (Einaudi)

La poesia di Alessandro Fo si muove con rapida e stupefatta delicatezza tra le vicende del mondo, che tenta sempre inizialmente di risolvere nella linearità del racconto. Ma, come avviene nella lirica di Sereni, non appena il filo narrativo sembra cominciare a dipanarsi, e ad assolvere alla sua funzione ordinatrice, subito qualcosa (un pensiero laterale, un gesto inaspettato, lo sguardo che si posa su un oggetto apparentemente senza importanza) lo porta in altra direzione, lo spinge verso prode impreviste. Ne derivano preziose quanto pericolose sovrapposizioni di senso, che fanno sì che il lettore si trovi dinanzi una realtà pencolante, in fondo poco rassicurante anche se presentata con i toni della leggerezza e della sobrietà, dentro cui muoversi con l’occhio sorpreso di chi scopre dietro l’ordinarietà degli eventi l’incanto e la magia.
Ne troviamo conferma nella raccolta Mancanze, da poco edita da Einaudi. Il titolo traduce per approssimazione l’originario Reliqua desiderantur, l’appunto con cui si indicava, a margine dei testi antichi, la mancanza di qualcosa: il resto manca insomma, ma in quanto tale rimane appunto sotto forma di desiderio. Per esigenze editoriali (il latino non attrae e poi sarebbe stata troppo forte la rassomiglianza con il fortiniano Composita solvantur), Fo ha dovuto abbandonare l’idea iniziale, lasciando all’immaginazione del lettore l’anelito di quell’evanescente riferimento al desiderio che pure avrebbe già detto qualcosa sul contenuto del libro.
Perché in fondo la poesia di Fo, che si proponga sotto forma di preghiera, come nella prima sezione della raccolta, o che penetri con grazia all’interno del miracolo della musica di Chopin, come accade nella sezione che ha titolo Il tono blu (Variazioni Chopin), è sempre alla ricerca di quel particolare che manca alla realtà per definirla, quella zona celata ed ambita che sappiamo esistere in qualche luogo e in qualche forma, perché fa parte indiscutibilmente delle nostre esistenze, e da cui però ci sentiamo irrimediabilmente separati. La parola ha dunque il compito di svelare e di riportare in vita, di consolare e di mettere in evidenza le parti che mancano, di dare concretezza a ciò che è impalpabile. E’ quanto avviene nella preghiera. Solo che quella declinata da Alessandro Fo è orazione tutta impregnata di una religiosità laica e mondana, sia pure composta in una pietà sincera e devota: “E non è cosa meno incredibile il pensiero, / a pensarlo davvero, / questo nulla che si fa verbo e moto, / il corso di parole / che esercita il diritto / di pronunciarsi muto / e sfocia qui trascritto, // l’immateriale / dentro il materiale / – o forse nel suo vuoto // – come la Grazia, / nel suo corpo mortale”.
Nei versi di Mancanze vita e morte dialogano incessantemente, così come si rincorrono i volti delle persone care con le presenze di angeli (a loro è dedicata un’altra sezione del libro), che possono anche essere figure intraviste, apparizioni destinate a svanire, delle quali poi si potrà sentire appunto solo il peso dell’assenza. Gli angeli delle poesie di Fo, che denunciano uno stretto grado di parentela con le fanciulle e i ragazzacci di Saba, sono creature terrene nelle quali bene si rappresenta l’evanescenza della realtà, il senso del miracolo, la consapevolezza di qualcosa che abbiamo perduto e di cui sentiremo per sempre la nostalgia (“Né lei, probabilmente, / saprà mai quanto deve / alla sua veste il minimo bagliore / che ne riflette forse questa via / d’inchiostro e carta in metrica: // ispira diffidenza la poesia, / non convince la delicatezza, / poca gente è all’altezza dell’affetto, / quasi niente è il rispetto dell’amore..”).
Così il poeta, riducendo in sintesi il rilievo attuale della propria esistenza, scrive: “Una minima scia / che già si spegne / resta, se resta, lontana in qualche mente / su cui mi sporgo ancora come aneddoto / legato a una passata professura / o come inesplicabile fessura / di nostalgia per un compagno assente. / Ma lentamente la figura che una volta / parlando in me si dava nome ‘io’ / collimerà in rima piena con oblio”.
Fo, che insegna Letteratura Latina all’Università di Siena e ha recentemente curato e tradotto l’Eneide sempre per i tipi di Einaudi, predilige un linguaggio semplice e un tono leggero, velatamente ironico, senza che questo però significhi rinunciare alla complessità, ma anzi lasciandola emergere con più forza proprio dove l’ordinarietà sembra prevalere. A questo proposito, i versi dedicati a Chopin possono diventare una sorta di dichiarazione di poetica: “Il valzer in do diesis / minore (opera 64, 2) / sembra in contraddizione. / Appassionata, eloquente confessione / molto espressiva, come per raccontare… // … e poi prende la pena, / la volge in leggerezza” o ancora “… come possono valzer cosí tristi / giungere a donare tanta gioia?”
 
 
Pubblicato su succedeoggi.it

 

MADRE di Roberto Carifi (Le Lettere)

Alla figura della madre è dedicato per intero il libro di versi di Roberto Carifi di recente pubblicazione per i tipi di Le Lettere. Il poeta toscano torna su uno dei temi maggiormente frequentati anche nella prima fase della sua produzione. Le diverse poesie, sia pure distinte e ognuna capace di rappresentare un singolo e compiuto componimento, finiscono per delineare una sorta di poemetto, che prende di volta in volta il tono di una lunga e sofferta Lettera, di una accorata Supplica, di un monologo attraverso cui ricostruire gli eventi che hanno caratterizzato il rapporto con la persona amata, ormai raffigurabili solo sul terreno della Memoriae della Nostalgia, come suonano i titoli di alcune delle sezioni in cui è diviso il volume.
Madreè un libro di grande forza emotiva, una coraggiosa confessione di sentimenti, che si muove tra il ricordo della figura materna dolce e piangente al tempo dell’infanzia e della giovinezza e la sua compassionevole partecipazione nel presente, con la donna si direbbe ancora più vicina dopo la morte, avvenuta ormai in un’epoca che Carifi avverte come irrimediabilmente lontana. Dopo la morte della madre, c’è infatti l’evento che ha segnato come uno spartiacque la vita del poeta: “Dieci anni fa stavo per morire. Poi fui trasportato / in uno spazio di recupero, sprofondato in una sedia a rotelle / e non parlavo più. La notte sentivo che mi parlavi, avresti / voluto piangere o forse era la madre di un bambino morto, / pregavo per te, pregavo per tutti, a volte ti vedevo soltanto io / passeggiare come un’ombra”.
Il poeta intesse un pietoso e implacabile dialogo con la figura materna, a cui senza indugio mostra i segni della malattia che l’ha colpito e che lo costringe in un corpo deturpato. “Le distanze sono infinite, tra te che sei nel Nirvana / ed io che mi trascino in questo letamaio, ma poi / vita e morte sono identici e noi due diventiamo / uguali. Anch’io sono vicino e ti stringerò / come si stringe il Grande Nulla, il vuoto”. O ancora: “Piccola madre, quando sarai pura mente / e mi guarderai a distanza, ricordati di me, / lo sciancato, e passa come un velo / accanto al mio letto, piccola, grande madre / quando sarai nel Grande Vuoto pensa / a questo martirio ed alla Compassione / che mi porto dentro”.
La prossimità della morte, l’aspirazione della parola al silenzio, la comunicazione con un mondo che non è quello terreno, la ricostruzione a tratti diaristica delle epoche della propria esistenza, tutti temi che si presentano più volte nel corso della raccolta, delineano una sequenza dove i piani temporali si confondono, e presente, futuro e passato si intrecciano e si sovrappongono. La lingua della poesia predilige un verso più ampio rispetto a precedenti raccolte, diventando più narrativa, ma allo stesso tempo rarefatta, facendo percepire nella scelta lessicale e nel ritmo utilizzato che l’approdo cercato è quello dell’assenza dei rumori, della serenità e della segretezza. Scrive Carifi, in una delle liriche più intense e sofferte della raccolta: “Quaggiù gli inverni cominciano presto, / e di nuovo le preghiere incontrano il silenzio. / Avrai sentito parlare di questa rovina, / tutto ti apparirà remoto, un’altra storia, un altro tempo. / Lo capisco, Madre, e ti vorrei raggiungere. / Intanto mi sto abituando al silenzio, / ogni giorno mi esercito all’addio”.
La raccolta Madre, proprio perché torna su un tema già fortemente praticato, consente di guardare al complessivo percorso poetico di Carifi potendo distinguere in esso un momento di passaggio e di mutamento, determinato prima dall’avvicinamento al buddismo, poi dalla malattia. Il linguaggio si è fatto più diretto, senza perdere incisività, le immagini calate in una realtà che quanto più è fatta di oggetti concreti tanto più rimanda ad altro.
pubblicato su Succedeoggi.it
 
 
 

IL SANGUE AMARO di Valerio Magrelli (Einaudi)

E’ del poeta il fin la meraviglia. Anzi l’obiettivo non è tanto quello di destare stupore nel lettore, quanto di riuscire ancora a meravigliarsi, guardare il mondo con gli occhi di chi indaga e scopre una realtà imprevista, utilizzare i sensi non certo per mettersi alla ricerca del rassicurante e del noto, ma per svelare arcani legami, relazioni nascoste che generano disorientamento e sorpresa. La poesia di Valerio Magrelli si muove da sempre con questa tensione, con l’intento della scoperta che sappia aprire scenari stupefacenti, capace di trovare il meraviglioso nel quotidiano, la rivelazione, a volte suggerita solo da parole che si richiamano nella sonorità, tanto più sorprendente e impressionante perché avviene proprio in quel luogo dove non ci saremmo aspettati altro che visioni ordinarie. Questo modo di procedere, che appare evidente anche nei libri in prosa, sempre più frequenti nella produzione dello scrittore romano, è significativamente accentuato nella nuova raccolta di liriche, Sangue amaro (Einaudi), dove lo sguardo del poeta appare più aperto ad assumere punti di vista diversi dal proprio, che provengono dai personaggi che animano le liriche, e dove la voce è disponibile a confrontarsi con i diversi interlocutori, cui spesso sono indirizzate le parole di chi scrive.
Se il mondo non riesce a stupirsi più di nulla, poiché tutto sembra già accaduto, di ogni avvenimento abbiamo informazioni a sufficienza, tanto che ci sembra di poter dare una spiegazione ad ogni cosa, le indagini di Magrelli suonano dunque come una sfida, che il poeta affronta senza la supponenza di chi ha in tasca una verità da sciorinare, nemmeno con l’energia e il vitalismo di chi è sicuro delle proprie opinioni, ma con il passo lento dell’uomo ancora disposto a fermarsi di fronte alle cose, che sa che per guardare veramente bisogna liberarsi dall’idea che la realtà sia così come sembra e che possa essere svelata da un’occhiata fuggevole. In questo suo nuovo libro, Magrelli avanza verso le sue scoperte con la razionalità vigile e disincantata che da sempre caratterizza i suoi versi, ma anche con il sorriso spesso sconsolato che spinge a ironizzare sulle proprie debolezze e sulle sicurezze altrui. Il risultato è un accorato senso di appartenenza al dolore che lega tutte le esistenze o l’impietosa e rabbiosa condanna che va a colpire coloro che avanzano per la propria strada senza curarsi del malessere comune. Una poesia insomma di afflato civile, anche quando l’attenzione si posa sugli avvenimenti o sui piccoli oggetti della quotidianità.
Emblematica è la poesia Rumore, fa’ silenzio!, che apre la sezione intitolata Otobiografia. Attento come sempre ai segnali del corpo, Magrelli comincia col notare che mentre “C’è gente che trova figure / nascoste nella carta da parati / o nelle nuvole”, a lui succede con i rumori. Anzi più nello specifico col vecchio phon che utilizza per asciugarsi i capelli. Sarà l’elica difettosa o i cuscinetti a sfera “ma so che inizia a intonare una trenodia, / o meglio, a sussurrarla sottovoce. // Prima si avvertono solo suoni indistinti, / una folla che fugge, moto che si avvicinano, / ma facendo attenzione / appaiono via via urla, richiami”. E più avanti : “Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari: / un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti / per seguire le fasi di un rastrellamento / in un lontano villaggio dei Balcani”. Il poeta si dice che forse tutto questo è solo “un miraggio uditivo, un’impressione”. Ma non è così, “La verità è diversa: / mentre mi punto alla tempia quell’attrezzo / che sembra una pistola, / viene fuori il racconto di storie terribili, / fucilazioni, il pianto di bambini. / E’ come una confessione non richiesta, / una registrazione spedita per errore. / Che c’entro, io, con tutto questo sangue, / io che mi voglio solo asciugare la testa?”.
La poesia di Magrelli costruisce, verso dopo verso, un’impalcatura ordinata e beffarda intorno al lettore, fatta di giochi di parole e di scivolamenti verso la prosa, di volute barocche e di lapidarie sentenze, che costringe a sentirsi meno sicuri, a chiedersi dove finisca la poesia e cominci la gabbia che ci imprigiona. Se il mondo ragiona per luoghi comuni, il poeta tende a scomporli, se è superficiale e disattento di fronte ai valori della convivenza, reagisce con sarcasmo e amarezza. “Meteorologica è l’unica, vera / coscienza che noi abbiamo dello Stato, / immagine sgargiante / di isobare come panneggi / che corrono su una nazione / circondata dal nulla” afferma con contrarietà Magrelli. Di fronte all’annebbiamento collettivo che sembra aver colpito le nostre coscienze, infine non c’è altro che provare strazio e tormento. Nella poesia che dà il titolo al volume, Magrelli scrive: “C’è chi fa il pane. / Io faccio Sangue Amaro. / Che chi fa profilati d’alluminio. / Io faccio Sangue Amaro. / C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale. / Io faccio Sangue Amaro. / Io mi faccio il Sangue Amaro. / E’ una specialità della casa, fin dal lontano 1957”. Che è poi l’anno di nascita del poeta.
 
 
(Pubblicato su succedeoggi.it)
 

 

POESIE 1986 – 2014 di Umberto Fiori (Oscar Mondadori)

Umberto Fiori è una delle presenze più riconoscibili e significative del panorama letterario italiano degli ultimi decenni. Alla sua opera in versi, a partire dalle poesie della raccolta Case del 1986 fino ad arrivare ai versi di Voi del 2009, la casa editrice Mondadori dedica un Oscar, rendendo così possibile uno sguardo complessivo sulla produzione di un poeta che ha cercato e risolto in maniera senz’altro originale il confronto con la tradizione lirica novecentesca. Il volume è completato dalle prime quattordici sezioni del poemetto inedito Il Conoscente. 

Umberto Fiori

Umberto Fiori

A rileggere ora le raccolte di Fiori, tra le quali vanno ricordate anche le prove di Esempi del 1992, Tutti del 1998, La bella vistapubblicato nel 2002, se ne ricava un percorso poetico di grande coerenza e forza, sempre modulato attraverso una voce che si esprime, fin dagli esordi, con sicurezza e risoluta e semplice accordatura, alle prese con una lingua che predilige il lessico quotidiano e il registro basso, e che evita di scivolare in meccanismi ostili per il lettore, così come nell’ostentata articolazione di un linguaggio astrattamente poetico. La poesia di Fiori si iscrive a pieno titolo in una linea che prende le mosse da Saba, come suggerisce Andrea Anfribo nell’introduzione al volume (dal poeta triestino comunque non eredita la tendenza all’autobiografismo né la passione per una lingua retrodatata), e che, attraverso la lezione dell’ultima produzione montaliana, percorre le strade della scuola lombarda, Sereni innanzitutto nei suoi esiti più “narrativi”, e si sofferma sulle soluzioni espressive care a Caproni del verso breve e brevissimo, e dell’uso imprevisto e risolutivo di rime a assonanze.
L’universo di Fiori è innanzitutto cittadino: la realtà che ci presenta è fatta di case, di muri, di macchine in sosta, di cartelloni pubblicitari, di gas di scarico, di balconi e finestre che sono il teatro sul quale si intravede un’umanità anonima, attraente proprio per questa sua impersonale piattezza. E’ un paesaggio che si presenta per rapide immagini, lacerti dai quali sembrerebbe possibile ricavare un senso; un territorio che un fascio di luce inatteso, un evento repentino consegna all’ipotesi di una brusca e incerta epifania. Ma il prodigio si risolve in un piccolo evento marginale, in un avvenimento senza grande esito e che certamente non reca alcun conforto che non sia quello di una speranza presto delusa. Il male di vivere si manifesta allora con i connotati dei poveri fenomeni quotidiani, assume la fisionomia di presenze ricorrenti e almeno all’apparenza insignificanti. Scrive Fiori nella poesia Slargo, contenuta nella raccolta La bella vista: “Chi potrà più trovarci, / chiedere conto, / domandare perché, / dove, cosa? Noi siamo / tre piccioni che beccano / la pozza di gelato sul marciapiede. // Siamo il busto di bronzo, / la targa del furgone, l’altra bottiglia / che porta il cameriere. // Chi ci potrà più dare / torto o ragione?”.
L’evento prodigioso lascia tutto com’era: il panorama è ancora frammentato, scheggiato. Aspettavamo la consolazione di una risposta, che invece stenta a rivelarsi.
L’io lirico che fa da protagonista alle poesie di Fiori è comunque sempre in attesa che un miracolo possa compiersi. Vigile e solerte spia i movimenti degli altri, dei montaliani “uomini che non si voltano”, della massa che si compone di individui “ognuno / occupato dall’attimo che passa”, per usare invece le parole di Sbarbaro. E’ proprio nel loro anonimato, nell’oscurità ripetitiva di vite a cui non siamo destinati, nella loro incapacità di scoprire una realtà che non sia quella che si vede, che risiede la forza che attrae e che ci lascia intravedere un possibile segreto.
Così nella poesia Treno(in Esempi) il viaggiatore può scorgere, mentre il convoglio che percorre una curva si inclina verso un palazzo, persone che “apparecchiano al terzo. A pianterreno / vanno a prendere un piatto e li vedi fermi”. Nell’odore di mare, mentre “passano armadi, tovaglie, televisori”, si presenta improvvisa una scoperta: “Mentre le stanze passano / e se ne vanno, viene / come una spinta dentro, / come un’invidia. / Ci si sente mancare, / in questa scene. Si è come tenuti fuori. // Ma in fondo poi / vedere come tutto / procede bene / anche senza di noi, / fa quasi ridere. // E si diventa liberi, leggeri: / non si è più lì, si ragiona / come già morti, come / mai nati. (…) // Eppure questo, / questo che tutti vedono / là, nei soggiorni / e nelle camere, non smette di mancare: / essere così chiari / senza saperlo, / stare soprappensiero / un attimo, nel pieno dell’attenzione”.
Umberto Fiori, come sanno i suoi lettori abituali, è stato il cantante degli Stormy Six, storico gruppo del rock italiano degli anni Settanta. Anzi lo è tuttora, visto che negli ultimi tempi la band si è ricomposta, dando vita a rare e acclamate esibizioni. Nei giorni scorsi il gruppo ha tenuto uno spettacolo in compagnia di Moni Ovadia al teatro Elfo Puccini di Milano. In scena l’opera Benvenuti nel ghetto, che aveva debuttato qualche mese fa a Reggio Emilia, dedicata agli avvenimenti nel ghetto di Varsavia dell’aprile del 1943 e dalla quale è stato ricavato un cd audio e un dvd.
(pubblicato sul sito succedeoggi.it)

LO STADIO DI NEMEA. Discorsi sulla poesia di Giancarlo Pontiggia (Moretti&Vitali)

Il dibattito sulla letteratura nel nostro paese è asfittico, anzi quasi del tutto assente. Si parla di libri quasi unicamente sulla scorta di qualche polemica legata a un premio letterario oppure dentro i confini rassicuranti di una recensione. Poca saggistica, spesso a carattere divulgativo, pochissima poesia, spesso per attenzione nei confronti di un amico, soprattutto nessun discorso di carattere più ampio che possa soffermarsi sulle modalità generali dell’espressione letteraria, sulle scelte che distinguono la scrittura dei nostri tempi. A farne le spese è soprattutto la critica più attenta, ormai segregata, al pari della poesia, in luoghi periferici, dai quali, anche a voler alzare la voce, è impossibile farsi sentire. Insomma i libri di critica letteraria sono rari e i pochi che arrivano nelle librerie non sono destinati a sollevare discussioni, e non certo per propri demeriti.
Peccato. Di un dibattito più ampio, non tanto sulle poetiche, che forse nemmeno più ci sono, quanto sui valori stessi che sono alla base del fare letteratura, si gioverebbero narratori e poeti, e più in generale la platea culturale che, almeno qui da noi, è anch’essa ormai sedotta dal chiacchiericcio fine a se stesso, dal rumore di fondo petulante e improduttivo che anima le nostre giornate.
Pensavo a tutto questo leggendo Lo stadio di Nemea. Discorsi sulla poesia di Giancarlo Pontiggia, pubblicato da Moretti&Vitali, che raccoglie interventi sulla poesia destinati a pubblici diversi e pensati per svariate occasioni, scritti dal 2004 al 2012. Pontiggia, che è anche un poeta di misurata e vigile produzione, esordisce sul finire degli anni Settanta prima come redattore della rivista Niebo e poi curando, con Enzo Di Mauro, la fortunata antologia feltrinelliana de La parola innamorata.
I vari interventi raccolti in Lo stadio di Nemea pur nella loro eterogeneità, convergono su alcune linee portanti, che ne fanno un libro unitario e di sicuro spessore critico. Per Pontiggia la poesia svolge ancora oggi un ufficio importante, che è quello di dare una risposta all’esigenza di comunicazione che il mondo reale ci consente solo in modo effimero. La poesia insomma ci salva “dal caos, dall’approssimazione e dalla prepotenza del discorso improvvisato”. I versi ci consegnano, per definizione, a luoghi più stabili, a una ricerca della verità. Ma per fare questo, la poesia, oltre che guardare con rinnovato interesse alla tradizione, deve uscire “dall’imbuto esistenzialistico in cui si è insaccata”, “distanziarsi dall’universo privato, quotidiano, empirico, viscerale del singolo individuo”. Che è come dire a buona parte della lirica italiana degli ultimi anni di liberarsi della veste più spesso indossata, di evitare che lo sguardo indugi troppo sulla propria figura e che la lingua diventi un codice riservato e perciò escludente. La poesia non può dunque manifestarsi esclusivamente come linguaggio dell’emozione, ma deve essere un esercizio della complessità. “Se non c’è pensiero, non c’è poesia” sostiene Pontiggia, “proprio come, all’inverso, non c’è poesia senza retorica, suono, profondità di stile e di linguaggio”. Ma attenzione, la complessità non deve per forza generare difficoltà: “la materia della poesia è semplice: complessa semmai è la sintesi di immaginazione, pensiero e linguaggio cui dà vita”.
Nei brevi saggi che compongono il libro c’è materiale a sufficienza per alimentare una discussione seria sul fare letteratura. Ma a chi interessa? Certo non alle centinaia di scrittori di versi poco disposti a mettere in discussione il proprio lavoro. Quello che quotidianamente viene proposto alla lettura è difatti in buona parte “un’arte antiumanistica, una bottiglia lanciata nel gran mare dell’essere per un lettore fantascientifico che non c’è e probabilmente non ci sarà mai”.
Il risultato è che al pubblico restano solo i prodotti di più facile fruizione e di scarsa qualità, che però sono in grado di parlare di problemi che ci riguardano più da vicino e che in ogni caso riusciamo a comprendere. Dunque la peggiore calamità dei tempi in cui viviamo, almeno nel campo della letteratura, “è che gran parte dei poeti scrivono versi che non sono da leggere, nei quali anzi vengono deliberatamente innestati meccanismi ostili non solo al lettore comune ma all’idea stessa del leggere”.
(pubblicato su succedeoggi.it)

 

QUANDO AVRO’ TEMPO di Anna Maria Carpi (Transeuropa)

Il nuovo libro di poesia di Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo, pubblicato come il precedente L’asso nella neve da Transeuropa, contiene, camuffata da cronaca di una serata di poesia, una dichiarazione di poetica in negativo. L’aria è spettrale, le vie deserte, è tardi, già le dieci passate. Anche in sala la gente è poca, le luci rade. La Carpi è spettatrice della lettura e non sa capire “ciò che vogliono dire questi giovani / o solo mezzi giovani nati ormai nei 70”. La conclusione è amara: “E’ come in una chiesa sconsacrata, / è un rosario / di non credenti, recitano cose proprie e arcane. / Chiedere cosa intendono? / A occhi bassi ascolti / e ti guardi le mani.”
La poesia di Anna Maria Carpi si muove su strade opposte. Evita che la parola precipiti in un arcano insondabile per il lettore, rifiuta di muoversi in zone private e dunque inaccessibili, cerca sempre il conforto di una situazione esterna con cui dialogare, è disposta a credere e a farci credere che le proprie personali inquietudini abbiano valore solo se si consegnano a un tempo che non è quello unicamente di chi scrive. C’è una costante nella poesia della Carpi, ed è proprio la grazia con cui dialogano l’interno con l’esterno, l’interiorità del poeta con gli eventi, grandi o piccoli che siano, del mondo reale. Con un passo delicato e partecipe gli oggetti e le circostanze della vita quotidiana s’immergono nell’intimo delle nostre giornate, animano il corpo, si siedono nei pensieri.
In Quando avrò tempola presenza degli altri, spesso animali, ancor più spesso uomini e donne estranei all’io che scrive, visti semmai una volta soltanto, serve a ricordare lo scorrere inesorabile delle ore, e che la nostra vita si muove tutta all’interno della consapevolezza della caducità di ogni cosa, pur nella ricerca di un assoluto che non è però raggiungibile, di un tempo “senza tempo” che possiamo solo desiderare, di uno spazio vitale remoto e incontaminato. Gli storni che volano all’impazzata quasi fossero stati lanciati da una mano gigante, “sbandano, ritornano, / nel loro giubilo d’essere nessuno”. La loro incoscienza ci pone di fronte alla nostra condanna: “Tutti via, poi il gioco ricomincia, / il gioco in alto, al freddo, senza tempo. // Non c’è gioco per noi, noi giù nel tempo / per le vie del quartiere”.
Verso gli altri l’io poetico indirizza il proprio sguardo amico, un anelito di speranza. “I cari altri” sono tutti quelli che sono “a due passi da me e non mi vedono, / non sanno che ci sono, / che sogno e in sogno parlo con loro, / e che non c’è la morte / se non ci viene tolto di parlarci”. Ma è anche vero che la spinta verso l’esterno deve fare i conti con una realtà desolante e per nulla consolatoria. Il mondo è fatto spesso di silenzi e dell’impossibilità di comunicare: “ora è tutto un tacere, / domandi e non ti ascoltano e tu stesso / se ascolti l’altro è alla svelta e per calcolo.”
Anche di fronte alle affermazioni più crudeli, agli atti inconsulti e perciò devastanti, la parola di Anna Maria Carpi sembra possedere una lente filtrante che rende immacolate le nostre miserie, anche se non per questo esse appaiono meno assurde e terribili. Il mondo che ci viene presentato è fatto di relazioni laceranti e comunque prive di senso, di aeroporti dove voli in ritardo mettono a nudo la mediocrità di uomini con il mondo sul tablet, che ad ogni istante guardano l’orologio e che non riescono più a godersi un attimo di ozio; o ancora di navi da crociera immense, “quei lenti mostri che oscurano il sole” e sulle quali è possibile vivere una “immortalità di pochi giorni”.
La Carpi non si adatta al male del mondo, sa che non c’è via di uscita eppure continua a crederci, o finge di farlo. Ci saranno occasioni in cui tutto potrà accadere, “quando avrò tempo dico / e so che non l’avrò”. Anche della mancanza della possibilità di dare un senso all’esistenza possiamo sbarazzarci con un gesto gioioso, con l’inconsapevolezza propria degli animali, volgendoci dall’altra parte: “Tenetevi per voi la vostra fine, io non ci credo. / Verrà una sera di temporale / di lampi e tuoni sopra la casa, / sulla mia via che finisce sul parco, / la mia stanza, il silenzio, la mia intatta / capacità di gioia. // Che è la fine se non un girarsi / dall’altra parte, dove il guanciale è fresco?”.
pubblicato su succedeoggi.it

COME FRATELLI di Andrea Carraro (Barbera Editore)

Andrea Carraro
I protagonisti di Come fratelli sono Andrea e Dario, i due amici che il narratore segue, con occhio impietoso e sempre partecipe, dalla fine dell’adolescenza fino alla morte di Dario, fino a quando cioè lo scrittore Andrea comincia a raccontare la vita dell’amico in un romanzo biografico, che poi sembra essere proprio quello del quale noi lettori in quel momento stiamo per terminare la lettura. I due amici sono persone diverse per carattere ma egualmente inquiete, perennemente in bilico lungo i margini di un’esistenza che vorrebbero cogliere in tutta la sua pienezza, ma che crudelmente e inevitabilmente sfugge loro. Andrea è capace di trovare un proprio equilibrio, anche se questo comporta la rinuncia ai sogni e alle passioni, ma la smania inespressa continua a intravedersi sottopelle; Dario insegue aspirazioni sgangherate e illusorie, ideali tanto attraenti quanto posticci, fino a diventare un predicatore televisivo di una religione da lui stesso inventata, che guarda a Xiva come al luogo della beatitudine e della realizzazione di ogni utopia. Ed è forse proprio quello dell’utopia, dell’impossibilità anzi di realizzazione di ogni progetto di trasformazione del reale, per una generazione che ne aveva fatto il simulacro intorno al quale costruire le proprie azioni, il terreno sul quale si muovono le storie e le frustrazioni dei due amici.
Andrea continua a seguire quasi con accanimento le vicende esistenziali dell’amico, anche quando la loro fratellanza si frantuma sotto i colpi di una età adulta che porta entrambi a non riconoscere l’altro, se non nel deragliamento fallimentare delle aspettative e nello sfilacciamento della confidenza che li aveva resi vicini.
Attraverso lo sguardo ormai disincantato di Andrea e le azioni spesso caotiche che vedono protagonista Dario, Andrea Carraro ci porta all’interno delle vicende italiane degli ultimi anni, senza raccontarcele direttamente, se non in trasparenza, e senza emettere giudizi, ma facendone chiaramente percepire gli effetti. Gli ultimi decenni del Novecento e il primo scorcio del nuovo millennio conducono la società italiana a prodursi in una sorta di cattiveria maldestra e viscida, in una progressiva ricerca di soluzioni facili e di ideali comodi e sconclusionati, così come assurdo e senza costrutto è il percorso religioso che conduce Dario ad una notorietà che lo mette a capo di una schiera di seguaci inconcludenti e confusi, non si sa bene se tanto furbi da credere al loro disordinato messaggio solo per ricavarne un vantaggio, o tanto ingenui da cercare dio dove c’è solo falsità e sciocchezza. Nelle pagine di Come fratelli si intravede un paese cialtrone e ciarliero, schiavo di un delirio mediatico che colpisce indistintamente tutti e non permette più di vedere l’assurda realtà nella quale siamo precipitati.

Ed è proprio la realtà con le sue incongruenze e i suoi legami sconnessi, con le sue fragilità, con la consumata e ormai abituale volgarità, a diventare il centro della narrazione di Andrea Carraro, che non mette ripari per il lettore, non lo difende, ma anzi lo lascia nel pieno del marasma di un paesaggio umano snaturato e senza più equilibrio. Anche per questo la lingua della narrazione non nasconde i mali comunicativi dell’epoca, ma li riproduce, lasciando campo ad un parlato ordinario e ostentatamente inelegante. Carraro racconta una società metropolitana, quella romana in particolare, con un proletariato che non sa più di esistere e una borghesia che non si concede alcuna possibilità di riscatto e vive con rassegnata indolenza la propria incapacità di offrire un senso all’esistenza, che non sia quello della fuga o della disperazione.

(pubblicato su Giudizio Universale)

POESIE DELLA FINE DEL MONDO. DEL PRIMA E DEL DOPO di Antonio Delfini (Einaudi)

Delfini in una foto del 1939
A rileggere le poesie di Antonio Delfini, a distanza di più di cinquanta anni dalla pubblicazione di quel suo unico libro di versi, Poesie della fine del mondo, ora ripubblicato da Einaudi con l’aggiunta delle liriche mai edite in volume, antecedenti e posteriori al libro, a rileggerle ora, che sono lontani i tanti ismi e le correnti e le polemiche che hanno caratterizzato e segnato la cultura di buona parte del Novecento, si scopre in esse una forza ancora maggiore, una purezza e un candore inaspettati e in qualche modo fuori della storia. Pur nella loro irruenza violenta e a tratti sconnessa, che punta dritto verso le vicende dell’Italia, anzi dell’Italietta, di quegli anni, malgrado la furia che spesso non si contiene, le poesie producono nel lettore un cortocircuito di passione e turbamento. Le liriche insomma, trascorso il tempo che è trascorso, con le doverose cancellazioni e con le trasformazioni della sensibilità e del senso estetico che gli anni hanno prodotto, si presentano per quello che sono: un’esperienza sicuramente unica nel panorama letterario del secolo scorso, un viaggio melanconico e ostinato, una fuga non si sa da cosa e verso dove, un arringare scombinato e bizzarro. “E’ mio dovere scrivere la mala poesia” è un verso di Delfini che bene racchiude il suo avanzare frenetico e scompaginato, che sa comunque concedersi pause di leggerezza e di straziata e disillusa vaghezza.
Le Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo (che è il titolo della raccolta curata con amorevole attenzione da Irene Babboni) compongono un canzoniere acido e stravagante, capace di attraversare o di rileggere, con affettuosa noncuranza, le avanguardie dei primi decenni del Novecento (Delfini era nato a Modena nel 1907), ma di tenerne conto solo di rimbalzo; di anticipare qualche tratto dei Novissimi (muore nel 1963 e il suo libro di poesie è pubblicato nel 1961), avendo però subito manifestato quasi una sorta di fastidio dinanzi ai suoi stessi tentativi più sperimentali. In effetti Delfini guarda anche sempre alla tradizione più vicina nel tempo, soprattutto francese, per cui si è fatto (ma come non farlo?) il nome di Baudelaire, a cui però vanno aggiunti almeno quelli di Corbière e Apollinaire. Ma anche in questo caso, l’atteggiamento del poeta è ambiguo e sfuggente, tende a respingere ogni discendenza e familiarità.
La tradizione non rappresenta per Delfini una luce certa e un punto di riferimento perenne, il passato che rassicura e consolida, bensì materia che si frantuma e si trasforma, come ogni altra esperienza, in un procedere volutamente acerbo, nella versificazione sghemba e maledicente. Scrive in Mia prima poesia, una lirica del 1957, “Sia benedetto il mio brutto poetare / Prego il Signore che il mio poetare sia ancora più brutto / avendo in mente gli innominabili nomi / di coloro che ho maledetto e maledico. / Prego.” E la benedizione, beninteso, fa seguito alla maledizione che va a colpire “colui che è magistrato”, il più grande amico, tutti gli avvocati “figliati da lucertole e lombrichi”, i “lustri ministri servitori”, in una sequela maliziosa e maleaugurante, che non è l’unica del libro e che ricorda altrettanto feroci elenchi di altri maledetti e irregolari, primo fra tutti Cecco Angiolieri.
Tra un’invettiva e una denuncia, un’imprecazione e un’ingiuria, Delfini che vinse, ma solo dopo la morte, il premio Viareggio con il volume Racconti, sa essere diretto e icastico, particolarmente nelle poesie brevi, quando i versi escono dalla taverna per diventare più malinconici, meno arrabbiati ma forse ancora più tormentati. Un esempio: “Noi viviamo / di una paura / totale / assoluta / invereconda / senza remissione”.

IL FUMO BIANCO di Renzo Paris (Elliot)

Le poesie di Renzo Paris che compongono il volume Il fumo bianco sono state scritte nel corso degli ultimi venti anni e si muovono dentro luoghi tra loro distanti, eppure vicinissimi nella biografia e nel cuore del poeta. Sono le città e i paesaggi attraverso i quali si costruisce una geografia familiare e degli affetti, ambientazione e motore primo delle liriche.
I versi di Paris sono costruiti intorno all’urgenza di raccontarci l’esistenza, senza moralismi e senza una visione preconcetta che limiti la meraviglia del guardare, e hanno bisogno, per avviare il percorso verso il lettore, di un luogo fisico e concreto da cui partire, un ambito appunto congeniale e familiare, riconoscibile a sé e agli altri come parte del mito personale.
Innanzitutto c’è Roma, i cui squarci urbani, sia quelli a tutti noti sia gli altri più nascosti, sono comunque rappresentati dal poeta flaneur ogni volta dentro la grazia della scoperta e sovrapponendo e mescolando la confusa vitalità del presente, che spesso degenera nel disfacimento, alla presenza, più viva ed emozionante, della classicità. Il mondo latino è vissuto come un contraltare della contemporaneità, il quale allunga le proprie ombre fino a suggerire una lettura critica del presente, fino ad invogliare a una ricostruzione dell’esistenza e delle sue relazioni: “Forse perché del Novecento / non amo più niente, / a passi lenti e gravi misuro // le mura di questa città e i fori, / i marmi della latinità, evitando / di dar peso ai mezzi meccanici // che intasano il grande garage / della modernità”.
Ma può il poeta intervenire sulla realtà? A questo proposito, accompagnando le parole e i gesti con un sorriso amaro e canzonatorio, l’io protagonista delle liriche sembra voglia tirarsi fuori dalla contesa, presentandosi fin dal principio come sospeso in un tempo che non concede più margini all’azione. “Non sono né giovane né vecchio” si confessa nella lirica d’apertura. “Eppure / sono vecchio. In una nicchia dorata / l’autunno cede il passo all’inverno, / coperto di tenebre e sonno”. Ma nemmeno questa è la verità: “Eppure sono giovane, mi batte il petto. / Mille voci mi rimescolano il sangue”. Infine conclude: “Non sono né giovane né vecchio, sogno / come un demente, queste due età infinite, / immerso nel secchio del vino delle aurore, // in un tempo bambino. Sono vecchio, sono / vecchio, eccomi pronto per le sterminate / eternità”.
La personale geografia di Paris non può poi prescindere dalla Marsica, che è la terra dell’infanzia e degli avi, e dunque si colora di una dimensione mitica e narrativa. E’ anche terra che trema, tanto che il “fumo bianco”, che oltre che al libro dà il titolo ad una delle cinque raccolte di cui si compone il volume, fa riferimento al polverone sollevato dalla scossa di terremoto che distrusse L’Aquila e le zone vicine. I movimenti tellurici con la distruzione che producono sono comunque anche metafora di un mondo che si sgretola, di un panorama, anche affettivo e amicale, che perde i protagonisti.
Infine le poesie di Paris ci portano in Finlandia, dove il poeta si è spesso recato negli ultimi anni e dove, come per un incantesimo, sembrano ripresentarsi umori e presenze dell’antico mondo abbruzzese: “Risento l’aroma / di benzina e di lillà, rivedo le nevi / antiche della mia Marsica, ritrovo / i tonitu, i miei dispettosi mazzamurelli”.
La poesia di Paris, con la sollecita corporeità e la contenuta saggezza di quegli scrittori latini che sente affini e fraterni, guarda al mondo che gli è intorno, alle vite dei familiari e degli amici (quelli in vita e quelli scomparsi sono comunque parte attiva nell’esistenza e nelle giornate del poeta), con occhio ad un tempo sollecito e svagato, comunque facendo emergere dal coro di presenze un senso universale del vivere. Il racconto della realtà, ottenuto attraverso terzine di stampo pasoliniano, si realizza per frammenti e approssimazioni, per improvvisi bagliori, per meravigliose scoperte, che suggeriscono, proprio mentre la poesia sembra bisbigliare e dire sottovoce, inaspettate aperture verso orizzonti più ampi, a dichiarazioni mai gridate come vere ma sempre piene di amore per la vita e la poesia. Solo quest’ultima in effetti, sembra suggerire Renzo Paris, può dare veramente conto dell’esistenza, offrirle concretezza. “Possiedo una forma, mentre rimo / vivo. (…) / I miei figli hanno preso il volo, / il nido è vuoto. Voglio vivere ancora, / amare, tradire, rovesciare il cuore”.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)