MADRE di Roberto Carifi (Le Lettere)

Alla figura della madre è dedicato per intero il libro di versi di Roberto Carifi di recente pubblicazione per i tipi di Le Lettere. Il poeta toscano torna su uno dei temi maggiormente frequentati anche nella prima fase della sua produzione. Le diverse poesie, sia pure distinte e ognuna capace di rappresentare un singolo e compiuto componimento, finiscono per delineare una sorta di poemetto, che prende di volta in volta il tono di una lunga e sofferta Lettera, di una accorata Supplica, di un monologo attraverso cui ricostruire gli eventi che hanno caratterizzato il rapporto con la persona amata, ormai raffigurabili solo sul terreno della Memoriae della Nostalgia, come suonano i titoli di alcune delle sezioni in cui è diviso il volume.
Madreè un libro di grande forza emotiva, una coraggiosa confessione di sentimenti, che si muove tra il ricordo della figura materna dolce e piangente al tempo dell’infanzia e della giovinezza e la sua compassionevole partecipazione nel presente, con la donna si direbbe ancora più vicina dopo la morte, avvenuta ormai in un’epoca che Carifi avverte come irrimediabilmente lontana. Dopo la morte della madre, c’è infatti l’evento che ha segnato come uno spartiacque la vita del poeta: “Dieci anni fa stavo per morire. Poi fui trasportato / in uno spazio di recupero, sprofondato in una sedia a rotelle / e non parlavo più. La notte sentivo che mi parlavi, avresti / voluto piangere o forse era la madre di un bambino morto, / pregavo per te, pregavo per tutti, a volte ti vedevo soltanto io / passeggiare come un’ombra”.
Il poeta intesse un pietoso e implacabile dialogo con la figura materna, a cui senza indugio mostra i segni della malattia che l’ha colpito e che lo costringe in un corpo deturpato. “Le distanze sono infinite, tra te che sei nel Nirvana / ed io che mi trascino in questo letamaio, ma poi / vita e morte sono identici e noi due diventiamo / uguali. Anch’io sono vicino e ti stringerò / come si stringe il Grande Nulla, il vuoto”. O ancora: “Piccola madre, quando sarai pura mente / e mi guarderai a distanza, ricordati di me, / lo sciancato, e passa come un velo / accanto al mio letto, piccola, grande madre / quando sarai nel Grande Vuoto pensa / a questo martirio ed alla Compassione / che mi porto dentro”.
La prossimità della morte, l’aspirazione della parola al silenzio, la comunicazione con un mondo che non è quello terreno, la ricostruzione a tratti diaristica delle epoche della propria esistenza, tutti temi che si presentano più volte nel corso della raccolta, delineano una sequenza dove i piani temporali si confondono, e presente, futuro e passato si intrecciano e si sovrappongono. La lingua della poesia predilige un verso più ampio rispetto a precedenti raccolte, diventando più narrativa, ma allo stesso tempo rarefatta, facendo percepire nella scelta lessicale e nel ritmo utilizzato che l’approdo cercato è quello dell’assenza dei rumori, della serenità e della segretezza. Scrive Carifi, in una delle liriche più intense e sofferte della raccolta: “Quaggiù gli inverni cominciano presto, / e di nuovo le preghiere incontrano il silenzio. / Avrai sentito parlare di questa rovina, / tutto ti apparirà remoto, un’altra storia, un altro tempo. / Lo capisco, Madre, e ti vorrei raggiungere. / Intanto mi sto abituando al silenzio, / ogni giorno mi esercito all’addio”.
La raccolta Madre, proprio perché torna su un tema già fortemente praticato, consente di guardare al complessivo percorso poetico di Carifi potendo distinguere in esso un momento di passaggio e di mutamento, determinato prima dall’avvicinamento al buddismo, poi dalla malattia. Il linguaggio si è fatto più diretto, senza perdere incisività, le immagini calate in una realtà che quanto più è fatta di oggetti concreti tanto più rimanda ad altro.
pubblicato su Succedeoggi.it
 
 
 

IL SANGUE AMARO di Valerio Magrelli (Einaudi)

E’ del poeta il fin la meraviglia. Anzi l’obiettivo non è tanto quello di destare stupore nel lettore, quanto di riuscire ancora a meravigliarsi, guardare il mondo con gli occhi di chi indaga e scopre una realtà imprevista, utilizzare i sensi non certo per mettersi alla ricerca del rassicurante e del noto, ma per svelare arcani legami, relazioni nascoste che generano disorientamento e sorpresa. La poesia di Valerio Magrelli si muove da sempre con questa tensione, con l’intento della scoperta che sappia aprire scenari stupefacenti, capace di trovare il meraviglioso nel quotidiano, la rivelazione, a volte suggerita solo da parole che si richiamano nella sonorità, tanto più sorprendente e impressionante perché avviene proprio in quel luogo dove non ci saremmo aspettati altro che visioni ordinarie. Questo modo di procedere, che appare evidente anche nei libri in prosa, sempre più frequenti nella produzione dello scrittore romano, è significativamente accentuato nella nuova raccolta di liriche, Sangue amaro (Einaudi), dove lo sguardo del poeta appare più aperto ad assumere punti di vista diversi dal proprio, che provengono dai personaggi che animano le liriche, e dove la voce è disponibile a confrontarsi con i diversi interlocutori, cui spesso sono indirizzate le parole di chi scrive.
Se il mondo non riesce a stupirsi più di nulla, poiché tutto sembra già accaduto, di ogni avvenimento abbiamo informazioni a sufficienza, tanto che ci sembra di poter dare una spiegazione ad ogni cosa, le indagini di Magrelli suonano dunque come una sfida, che il poeta affronta senza la supponenza di chi ha in tasca una verità da sciorinare, nemmeno con l’energia e il vitalismo di chi è sicuro delle proprie opinioni, ma con il passo lento dell’uomo ancora disposto a fermarsi di fronte alle cose, che sa che per guardare veramente bisogna liberarsi dall’idea che la realtà sia così come sembra e che possa essere svelata da un’occhiata fuggevole. In questo suo nuovo libro, Magrelli avanza verso le sue scoperte con la razionalità vigile e disincantata che da sempre caratterizza i suoi versi, ma anche con il sorriso spesso sconsolato che spinge a ironizzare sulle proprie debolezze e sulle sicurezze altrui. Il risultato è un accorato senso di appartenenza al dolore che lega tutte le esistenze o l’impietosa e rabbiosa condanna che va a colpire coloro che avanzano per la propria strada senza curarsi del malessere comune. Una poesia insomma di afflato civile, anche quando l’attenzione si posa sugli avvenimenti o sui piccoli oggetti della quotidianità.
Emblematica è la poesia Rumore, fa’ silenzio!, che apre la sezione intitolata Otobiografia. Attento come sempre ai segnali del corpo, Magrelli comincia col notare che mentre “C’è gente che trova figure / nascoste nella carta da parati / o nelle nuvole”, a lui succede con i rumori. Anzi più nello specifico col vecchio phon che utilizza per asciugarsi i capelli. Sarà l’elica difettosa o i cuscinetti a sfera “ma so che inizia a intonare una trenodia, / o meglio, a sussurrarla sottovoce. // Prima si avvertono solo suoni indistinti, / una folla che fugge, moto che si avvicinano, / ma facendo attenzione / appaiono via via urla, richiami”. E più avanti : “Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari: / un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti / per seguire le fasi di un rastrellamento / in un lontano villaggio dei Balcani”. Il poeta si dice che forse tutto questo è solo “un miraggio uditivo, un’impressione”. Ma non è così, “La verità è diversa: / mentre mi punto alla tempia quell’attrezzo / che sembra una pistola, / viene fuori il racconto di storie terribili, / fucilazioni, il pianto di bambini. / E’ come una confessione non richiesta, / una registrazione spedita per errore. / Che c’entro, io, con tutto questo sangue, / io che mi voglio solo asciugare la testa?”.
La poesia di Magrelli costruisce, verso dopo verso, un’impalcatura ordinata e beffarda intorno al lettore, fatta di giochi di parole e di scivolamenti verso la prosa, di volute barocche e di lapidarie sentenze, che costringe a sentirsi meno sicuri, a chiedersi dove finisca la poesia e cominci la gabbia che ci imprigiona. Se il mondo ragiona per luoghi comuni, il poeta tende a scomporli, se è superficiale e disattento di fronte ai valori della convivenza, reagisce con sarcasmo e amarezza. “Meteorologica è l’unica, vera / coscienza che noi abbiamo dello Stato, / immagine sgargiante / di isobare come panneggi / che corrono su una nazione / circondata dal nulla” afferma con contrarietà Magrelli. Di fronte all’annebbiamento collettivo che sembra aver colpito le nostre coscienze, infine non c’è altro che provare strazio e tormento. Nella poesia che dà il titolo al volume, Magrelli scrive: “C’è chi fa il pane. / Io faccio Sangue Amaro. / Che chi fa profilati d’alluminio. / Io faccio Sangue Amaro. / C’è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale. / Io faccio Sangue Amaro. / Io mi faccio il Sangue Amaro. / E’ una specialità della casa, fin dal lontano 1957”. Che è poi l’anno di nascita del poeta.
 
 
(Pubblicato su succedeoggi.it)
 

 

POESIE 1986 – 2014 di Umberto Fiori (Oscar Mondadori)

Umberto Fiori è una delle presenze più riconoscibili e significative del panorama letterario italiano degli ultimi decenni. Alla sua opera in versi, a partire dalle poesie della raccolta Case del 1986 fino ad arrivare ai versi di Voi del 2009, la casa editrice Mondadori dedica un Oscar, rendendo così possibile uno sguardo complessivo sulla produzione di un poeta che ha cercato e risolto in maniera senz’altro originale il confronto con la tradizione lirica novecentesca. Il volume è completato dalle prime quattordici sezioni del poemetto inedito Il Conoscente. 

Umberto Fiori

Umberto Fiori

A rileggere ora le raccolte di Fiori, tra le quali vanno ricordate anche le prove di Esempi del 1992, Tutti del 1998, La bella vistapubblicato nel 2002, se ne ricava un percorso poetico di grande coerenza e forza, sempre modulato attraverso una voce che si esprime, fin dagli esordi, con sicurezza e risoluta e semplice accordatura, alle prese con una lingua che predilige il lessico quotidiano e il registro basso, e che evita di scivolare in meccanismi ostili per il lettore, così come nell’ostentata articolazione di un linguaggio astrattamente poetico. La poesia di Fiori si iscrive a pieno titolo in una linea che prende le mosse da Saba, come suggerisce Andrea Anfribo nell’introduzione al volume (dal poeta triestino comunque non eredita la tendenza all’autobiografismo né la passione per una lingua retrodatata), e che, attraverso la lezione dell’ultima produzione montaliana, percorre le strade della scuola lombarda, Sereni innanzitutto nei suoi esiti più “narrativi”, e si sofferma sulle soluzioni espressive care a Caproni del verso breve e brevissimo, e dell’uso imprevisto e risolutivo di rime a assonanze.
L’universo di Fiori è innanzitutto cittadino: la realtà che ci presenta è fatta di case, di muri, di macchine in sosta, di cartelloni pubblicitari, di gas di scarico, di balconi e finestre che sono il teatro sul quale si intravede un’umanità anonima, attraente proprio per questa sua impersonale piattezza. E’ un paesaggio che si presenta per rapide immagini, lacerti dai quali sembrerebbe possibile ricavare un senso; un territorio che un fascio di luce inatteso, un evento repentino consegna all’ipotesi di una brusca e incerta epifania. Ma il prodigio si risolve in un piccolo evento marginale, in un avvenimento senza grande esito e che certamente non reca alcun conforto che non sia quello di una speranza presto delusa. Il male di vivere si manifesta allora con i connotati dei poveri fenomeni quotidiani, assume la fisionomia di presenze ricorrenti e almeno all’apparenza insignificanti. Scrive Fiori nella poesia Slargo, contenuta nella raccolta La bella vista: “Chi potrà più trovarci, / chiedere conto, / domandare perché, / dove, cosa? Noi siamo / tre piccioni che beccano / la pozza di gelato sul marciapiede. // Siamo il busto di bronzo, / la targa del furgone, l’altra bottiglia / che porta il cameriere. // Chi ci potrà più dare / torto o ragione?”.
L’evento prodigioso lascia tutto com’era: il panorama è ancora frammentato, scheggiato. Aspettavamo la consolazione di una risposta, che invece stenta a rivelarsi.
L’io lirico che fa da protagonista alle poesie di Fiori è comunque sempre in attesa che un miracolo possa compiersi. Vigile e solerte spia i movimenti degli altri, dei montaliani “uomini che non si voltano”, della massa che si compone di individui “ognuno / occupato dall’attimo che passa”, per usare invece le parole di Sbarbaro. E’ proprio nel loro anonimato, nell’oscurità ripetitiva di vite a cui non siamo destinati, nella loro incapacità di scoprire una realtà che non sia quella che si vede, che risiede la forza che attrae e che ci lascia intravedere un possibile segreto.
Così nella poesia Treno(in Esempi) il viaggiatore può scorgere, mentre il convoglio che percorre una curva si inclina verso un palazzo, persone che “apparecchiano al terzo. A pianterreno / vanno a prendere un piatto e li vedi fermi”. Nell’odore di mare, mentre “passano armadi, tovaglie, televisori”, si presenta improvvisa una scoperta: “Mentre le stanze passano / e se ne vanno, viene / come una spinta dentro, / come un’invidia. / Ci si sente mancare, / in questa scene. Si è come tenuti fuori. // Ma in fondo poi / vedere come tutto / procede bene / anche senza di noi, / fa quasi ridere. // E si diventa liberi, leggeri: / non si è più lì, si ragiona / come già morti, come / mai nati. (…) // Eppure questo, / questo che tutti vedono / là, nei soggiorni / e nelle camere, non smette di mancare: / essere così chiari / senza saperlo, / stare soprappensiero / un attimo, nel pieno dell’attenzione”.
Umberto Fiori, come sanno i suoi lettori abituali, è stato il cantante degli Stormy Six, storico gruppo del rock italiano degli anni Settanta. Anzi lo è tuttora, visto che negli ultimi tempi la band si è ricomposta, dando vita a rare e acclamate esibizioni. Nei giorni scorsi il gruppo ha tenuto uno spettacolo in compagnia di Moni Ovadia al teatro Elfo Puccini di Milano. In scena l’opera Benvenuti nel ghetto, che aveva debuttato qualche mese fa a Reggio Emilia, dedicata agli avvenimenti nel ghetto di Varsavia dell’aprile del 1943 e dalla quale è stato ricavato un cd audio e un dvd.
(pubblicato sul sito succedeoggi.it)

LO STADIO DI NEMEA. Discorsi sulla poesia di Giancarlo Pontiggia (Moretti&Vitali)

Il dibattito sulla letteratura nel nostro paese è asfittico, anzi quasi del tutto assente. Si parla di libri quasi unicamente sulla scorta di qualche polemica legata a un premio letterario oppure dentro i confini rassicuranti di una recensione. Poca saggistica, spesso a carattere divulgativo, pochissima poesia, spesso per attenzione nei confronti di un amico, soprattutto nessun discorso di carattere più ampio che possa soffermarsi sulle modalità generali dell’espressione letteraria, sulle scelte che distinguono la scrittura dei nostri tempi. A farne le spese è soprattutto la critica più attenta, ormai segregata, al pari della poesia, in luoghi periferici, dai quali, anche a voler alzare la voce, è impossibile farsi sentire. Insomma i libri di critica letteraria sono rari e i pochi che arrivano nelle librerie non sono destinati a sollevare discussioni, e non certo per propri demeriti.
Peccato. Di un dibattito più ampio, non tanto sulle poetiche, che forse nemmeno più ci sono, quanto sui valori stessi che sono alla base del fare letteratura, si gioverebbero narratori e poeti, e più in generale la platea culturale che, almeno qui da noi, è anch’essa ormai sedotta dal chiacchiericcio fine a se stesso, dal rumore di fondo petulante e improduttivo che anima le nostre giornate.
Pensavo a tutto questo leggendo Lo stadio di Nemea. Discorsi sulla poesia di Giancarlo Pontiggia, pubblicato da Moretti&Vitali, che raccoglie interventi sulla poesia destinati a pubblici diversi e pensati per svariate occasioni, scritti dal 2004 al 2012. Pontiggia, che è anche un poeta di misurata e vigile produzione, esordisce sul finire degli anni Settanta prima come redattore della rivista Niebo e poi curando, con Enzo Di Mauro, la fortunata antologia feltrinelliana de La parola innamorata.
I vari interventi raccolti in Lo stadio di Nemea pur nella loro eterogeneità, convergono su alcune linee portanti, che ne fanno un libro unitario e di sicuro spessore critico. Per Pontiggia la poesia svolge ancora oggi un ufficio importante, che è quello di dare una risposta all’esigenza di comunicazione che il mondo reale ci consente solo in modo effimero. La poesia insomma ci salva “dal caos, dall’approssimazione e dalla prepotenza del discorso improvvisato”. I versi ci consegnano, per definizione, a luoghi più stabili, a una ricerca della verità. Ma per fare questo, la poesia, oltre che guardare con rinnovato interesse alla tradizione, deve uscire “dall’imbuto esistenzialistico in cui si è insaccata”, “distanziarsi dall’universo privato, quotidiano, empirico, viscerale del singolo individuo”. Che è come dire a buona parte della lirica italiana degli ultimi anni di liberarsi della veste più spesso indossata, di evitare che lo sguardo indugi troppo sulla propria figura e che la lingua diventi un codice riservato e perciò escludente. La poesia non può dunque manifestarsi esclusivamente come linguaggio dell’emozione, ma deve essere un esercizio della complessità. “Se non c’è pensiero, non c’è poesia” sostiene Pontiggia, “proprio come, all’inverso, non c’è poesia senza retorica, suono, profondità di stile e di linguaggio”. Ma attenzione, la complessità non deve per forza generare difficoltà: “la materia della poesia è semplice: complessa semmai è la sintesi di immaginazione, pensiero e linguaggio cui dà vita”.
Nei brevi saggi che compongono il libro c’è materiale a sufficienza per alimentare una discussione seria sul fare letteratura. Ma a chi interessa? Certo non alle centinaia di scrittori di versi poco disposti a mettere in discussione il proprio lavoro. Quello che quotidianamente viene proposto alla lettura è difatti in buona parte “un’arte antiumanistica, una bottiglia lanciata nel gran mare dell’essere per un lettore fantascientifico che non c’è e probabilmente non ci sarà mai”.
Il risultato è che al pubblico restano solo i prodotti di più facile fruizione e di scarsa qualità, che però sono in grado di parlare di problemi che ci riguardano più da vicino e che in ogni caso riusciamo a comprendere. Dunque la peggiore calamità dei tempi in cui viviamo, almeno nel campo della letteratura, “è che gran parte dei poeti scrivono versi che non sono da leggere, nei quali anzi vengono deliberatamente innestati meccanismi ostili non solo al lettore comune ma all’idea stessa del leggere”.
(pubblicato su succedeoggi.it)

 

QUANDO AVRO’ TEMPO di Anna Maria Carpi (Transeuropa)

Il nuovo libro di poesia di Anna Maria Carpi, Quando avrò tempo, pubblicato come il precedente L’asso nella neve da Transeuropa, contiene, camuffata da cronaca di una serata di poesia, una dichiarazione di poetica in negativo. L’aria è spettrale, le vie deserte, è tardi, già le dieci passate. Anche in sala la gente è poca, le luci rade. La Carpi è spettatrice della lettura e non sa capire “ciò che vogliono dire questi giovani / o solo mezzi giovani nati ormai nei 70”. La conclusione è amara: “E’ come in una chiesa sconsacrata, / è un rosario / di non credenti, recitano cose proprie e arcane. / Chiedere cosa intendono? / A occhi bassi ascolti / e ti guardi le mani.”
La poesia di Anna Maria Carpi si muove su strade opposte. Evita che la parola precipiti in un arcano insondabile per il lettore, rifiuta di muoversi in zone private e dunque inaccessibili, cerca sempre il conforto di una situazione esterna con cui dialogare, è disposta a credere e a farci credere che le proprie personali inquietudini abbiano valore solo se si consegnano a un tempo che non è quello unicamente di chi scrive. C’è una costante nella poesia della Carpi, ed è proprio la grazia con cui dialogano l’interno con l’esterno, l’interiorità del poeta con gli eventi, grandi o piccoli che siano, del mondo reale. Con un passo delicato e partecipe gli oggetti e le circostanze della vita quotidiana s’immergono nell’intimo delle nostre giornate, animano il corpo, si siedono nei pensieri.
In Quando avrò tempola presenza degli altri, spesso animali, ancor più spesso uomini e donne estranei all’io che scrive, visti semmai una volta soltanto, serve a ricordare lo scorrere inesorabile delle ore, e che la nostra vita si muove tutta all’interno della consapevolezza della caducità di ogni cosa, pur nella ricerca di un assoluto che non è però raggiungibile, di un tempo “senza tempo” che possiamo solo desiderare, di uno spazio vitale remoto e incontaminato. Gli storni che volano all’impazzata quasi fossero stati lanciati da una mano gigante, “sbandano, ritornano, / nel loro giubilo d’essere nessuno”. La loro incoscienza ci pone di fronte alla nostra condanna: “Tutti via, poi il gioco ricomincia, / il gioco in alto, al freddo, senza tempo. // Non c’è gioco per noi, noi giù nel tempo / per le vie del quartiere”.
Verso gli altri l’io poetico indirizza il proprio sguardo amico, un anelito di speranza. “I cari altri” sono tutti quelli che sono “a due passi da me e non mi vedono, / non sanno che ci sono, / che sogno e in sogno parlo con loro, / e che non c’è la morte / se non ci viene tolto di parlarci”. Ma è anche vero che la spinta verso l’esterno deve fare i conti con una realtà desolante e per nulla consolatoria. Il mondo è fatto spesso di silenzi e dell’impossibilità di comunicare: “ora è tutto un tacere, / domandi e non ti ascoltano e tu stesso / se ascolti l’altro è alla svelta e per calcolo.”
Anche di fronte alle affermazioni più crudeli, agli atti inconsulti e perciò devastanti, la parola di Anna Maria Carpi sembra possedere una lente filtrante che rende immacolate le nostre miserie, anche se non per questo esse appaiono meno assurde e terribili. Il mondo che ci viene presentato è fatto di relazioni laceranti e comunque prive di senso, di aeroporti dove voli in ritardo mettono a nudo la mediocrità di uomini con il mondo sul tablet, che ad ogni istante guardano l’orologio e che non riescono più a godersi un attimo di ozio; o ancora di navi da crociera immense, “quei lenti mostri che oscurano il sole” e sulle quali è possibile vivere una “immortalità di pochi giorni”.
La Carpi non si adatta al male del mondo, sa che non c’è via di uscita eppure continua a crederci, o finge di farlo. Ci saranno occasioni in cui tutto potrà accadere, “quando avrò tempo dico / e so che non l’avrò”. Anche della mancanza della possibilità di dare un senso all’esistenza possiamo sbarazzarci con un gesto gioioso, con l’inconsapevolezza propria degli animali, volgendoci dall’altra parte: “Tenetevi per voi la vostra fine, io non ci credo. / Verrà una sera di temporale / di lampi e tuoni sopra la casa, / sulla mia via che finisce sul parco, / la mia stanza, il silenzio, la mia intatta / capacità di gioia. // Che è la fine se non un girarsi / dall’altra parte, dove il guanciale è fresco?”.
pubblicato su succedeoggi.it

COME FRATELLI di Andrea Carraro (Barbera Editore)

Andrea Carraro
I protagonisti di Come fratelli sono Andrea e Dario, i due amici che il narratore segue, con occhio impietoso e sempre partecipe, dalla fine dell’adolescenza fino alla morte di Dario, fino a quando cioè lo scrittore Andrea comincia a raccontare la vita dell’amico in un romanzo biografico, che poi sembra essere proprio quello del quale noi lettori in quel momento stiamo per terminare la lettura. I due amici sono persone diverse per carattere ma egualmente inquiete, perennemente in bilico lungo i margini di un’esistenza che vorrebbero cogliere in tutta la sua pienezza, ma che crudelmente e inevitabilmente sfugge loro. Andrea è capace di trovare un proprio equilibrio, anche se questo comporta la rinuncia ai sogni e alle passioni, ma la smania inespressa continua a intravedersi sottopelle; Dario insegue aspirazioni sgangherate e illusorie, ideali tanto attraenti quanto posticci, fino a diventare un predicatore televisivo di una religione da lui stesso inventata, che guarda a Xiva come al luogo della beatitudine e della realizzazione di ogni utopia. Ed è forse proprio quello dell’utopia, dell’impossibilità anzi di realizzazione di ogni progetto di trasformazione del reale, per una generazione che ne aveva fatto il simulacro intorno al quale costruire le proprie azioni, il terreno sul quale si muovono le storie e le frustrazioni dei due amici.
Andrea continua a seguire quasi con accanimento le vicende esistenziali dell’amico, anche quando la loro fratellanza si frantuma sotto i colpi di una età adulta che porta entrambi a non riconoscere l’altro, se non nel deragliamento fallimentare delle aspettative e nello sfilacciamento della confidenza che li aveva resi vicini.
Attraverso lo sguardo ormai disincantato di Andrea e le azioni spesso caotiche che vedono protagonista Dario, Andrea Carraro ci porta all’interno delle vicende italiane degli ultimi anni, senza raccontarcele direttamente, se non in trasparenza, e senza emettere giudizi, ma facendone chiaramente percepire gli effetti. Gli ultimi decenni del Novecento e il primo scorcio del nuovo millennio conducono la società italiana a prodursi in una sorta di cattiveria maldestra e viscida, in una progressiva ricerca di soluzioni facili e di ideali comodi e sconclusionati, così come assurdo e senza costrutto è il percorso religioso che conduce Dario ad una notorietà che lo mette a capo di una schiera di seguaci inconcludenti e confusi, non si sa bene se tanto furbi da credere al loro disordinato messaggio solo per ricavarne un vantaggio, o tanto ingenui da cercare dio dove c’è solo falsità e sciocchezza. Nelle pagine di Come fratelli si intravede un paese cialtrone e ciarliero, schiavo di un delirio mediatico che colpisce indistintamente tutti e non permette più di vedere l’assurda realtà nella quale siamo precipitati.

Ed è proprio la realtà con le sue incongruenze e i suoi legami sconnessi, con le sue fragilità, con la consumata e ormai abituale volgarità, a diventare il centro della narrazione di Andrea Carraro, che non mette ripari per il lettore, non lo difende, ma anzi lo lascia nel pieno del marasma di un paesaggio umano snaturato e senza più equilibrio. Anche per questo la lingua della narrazione non nasconde i mali comunicativi dell’epoca, ma li riproduce, lasciando campo ad un parlato ordinario e ostentatamente inelegante. Carraro racconta una società metropolitana, quella romana in particolare, con un proletariato che non sa più di esistere e una borghesia che non si concede alcuna possibilità di riscatto e vive con rassegnata indolenza la propria incapacità di offrire un senso all’esistenza, che non sia quello della fuga o della disperazione.

(pubblicato su Giudizio Universale)

POESIE DELLA FINE DEL MONDO. DEL PRIMA E DEL DOPO di Antonio Delfini (Einaudi)

Delfini in una foto del 1939
A rileggere le poesie di Antonio Delfini, a distanza di più di cinquanta anni dalla pubblicazione di quel suo unico libro di versi, Poesie della fine del mondo, ora ripubblicato da Einaudi con l’aggiunta delle liriche mai edite in volume, antecedenti e posteriori al libro, a rileggerle ora, che sono lontani i tanti ismi e le correnti e le polemiche che hanno caratterizzato e segnato la cultura di buona parte del Novecento, si scopre in esse una forza ancora maggiore, una purezza e un candore inaspettati e in qualche modo fuori della storia. Pur nella loro irruenza violenta e a tratti sconnessa, che punta dritto verso le vicende dell’Italia, anzi dell’Italietta, di quegli anni, malgrado la furia che spesso non si contiene, le poesie producono nel lettore un cortocircuito di passione e turbamento. Le liriche insomma, trascorso il tempo che è trascorso, con le doverose cancellazioni e con le trasformazioni della sensibilità e del senso estetico che gli anni hanno prodotto, si presentano per quello che sono: un’esperienza sicuramente unica nel panorama letterario del secolo scorso, un viaggio melanconico e ostinato, una fuga non si sa da cosa e verso dove, un arringare scombinato e bizzarro. “E’ mio dovere scrivere la mala poesia” è un verso di Delfini che bene racchiude il suo avanzare frenetico e scompaginato, che sa comunque concedersi pause di leggerezza e di straziata e disillusa vaghezza.
Le Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo (che è il titolo della raccolta curata con amorevole attenzione da Irene Babboni) compongono un canzoniere acido e stravagante, capace di attraversare o di rileggere, con affettuosa noncuranza, le avanguardie dei primi decenni del Novecento (Delfini era nato a Modena nel 1907), ma di tenerne conto solo di rimbalzo; di anticipare qualche tratto dei Novissimi (muore nel 1963 e il suo libro di poesie è pubblicato nel 1961), avendo però subito manifestato quasi una sorta di fastidio dinanzi ai suoi stessi tentativi più sperimentali. In effetti Delfini guarda anche sempre alla tradizione più vicina nel tempo, soprattutto francese, per cui si è fatto (ma come non farlo?) il nome di Baudelaire, a cui però vanno aggiunti almeno quelli di Corbière e Apollinaire. Ma anche in questo caso, l’atteggiamento del poeta è ambiguo e sfuggente, tende a respingere ogni discendenza e familiarità.
La tradizione non rappresenta per Delfini una luce certa e un punto di riferimento perenne, il passato che rassicura e consolida, bensì materia che si frantuma e si trasforma, come ogni altra esperienza, in un procedere volutamente acerbo, nella versificazione sghemba e maledicente. Scrive in Mia prima poesia, una lirica del 1957, “Sia benedetto il mio brutto poetare / Prego il Signore che il mio poetare sia ancora più brutto / avendo in mente gli innominabili nomi / di coloro che ho maledetto e maledico. / Prego.” E la benedizione, beninteso, fa seguito alla maledizione che va a colpire “colui che è magistrato”, il più grande amico, tutti gli avvocati “figliati da lucertole e lombrichi”, i “lustri ministri servitori”, in una sequela maliziosa e maleaugurante, che non è l’unica del libro e che ricorda altrettanto feroci elenchi di altri maledetti e irregolari, primo fra tutti Cecco Angiolieri.
Tra un’invettiva e una denuncia, un’imprecazione e un’ingiuria, Delfini che vinse, ma solo dopo la morte, il premio Viareggio con il volume Racconti, sa essere diretto e icastico, particolarmente nelle poesie brevi, quando i versi escono dalla taverna per diventare più malinconici, meno arrabbiati ma forse ancora più tormentati. Un esempio: “Noi viviamo / di una paura / totale / assoluta / invereconda / senza remissione”.

IL FUMO BIANCO di Renzo Paris (Elliot)

Le poesie di Renzo Paris che compongono il volume Il fumo bianco sono state scritte nel corso degli ultimi venti anni e si muovono dentro luoghi tra loro distanti, eppure vicinissimi nella biografia e nel cuore del poeta. Sono le città e i paesaggi attraverso i quali si costruisce una geografia familiare e degli affetti, ambientazione e motore primo delle liriche.
I versi di Paris sono costruiti intorno all’urgenza di raccontarci l’esistenza, senza moralismi e senza una visione preconcetta che limiti la meraviglia del guardare, e hanno bisogno, per avviare il percorso verso il lettore, di un luogo fisico e concreto da cui partire, un ambito appunto congeniale e familiare, riconoscibile a sé e agli altri come parte del mito personale.
Innanzitutto c’è Roma, i cui squarci urbani, sia quelli a tutti noti sia gli altri più nascosti, sono comunque rappresentati dal poeta flaneur ogni volta dentro la grazia della scoperta e sovrapponendo e mescolando la confusa vitalità del presente, che spesso degenera nel disfacimento, alla presenza, più viva ed emozionante, della classicità. Il mondo latino è vissuto come un contraltare della contemporaneità, il quale allunga le proprie ombre fino a suggerire una lettura critica del presente, fino ad invogliare a una ricostruzione dell’esistenza e delle sue relazioni: “Forse perché del Novecento / non amo più niente, / a passi lenti e gravi misuro // le mura di questa città e i fori, / i marmi della latinità, evitando / di dar peso ai mezzi meccanici // che intasano il grande garage / della modernità”.
Ma può il poeta intervenire sulla realtà? A questo proposito, accompagnando le parole e i gesti con un sorriso amaro e canzonatorio, l’io protagonista delle liriche sembra voglia tirarsi fuori dalla contesa, presentandosi fin dal principio come sospeso in un tempo che non concede più margini all’azione. “Non sono né giovane né vecchio” si confessa nella lirica d’apertura. “Eppure / sono vecchio. In una nicchia dorata / l’autunno cede il passo all’inverno, / coperto di tenebre e sonno”. Ma nemmeno questa è la verità: “Eppure sono giovane, mi batte il petto. / Mille voci mi rimescolano il sangue”. Infine conclude: “Non sono né giovane né vecchio, sogno / come un demente, queste due età infinite, / immerso nel secchio del vino delle aurore, // in un tempo bambino. Sono vecchio, sono / vecchio, eccomi pronto per le sterminate / eternità”.
La personale geografia di Paris non può poi prescindere dalla Marsica, che è la terra dell’infanzia e degli avi, e dunque si colora di una dimensione mitica e narrativa. E’ anche terra che trema, tanto che il “fumo bianco”, che oltre che al libro dà il titolo ad una delle cinque raccolte di cui si compone il volume, fa riferimento al polverone sollevato dalla scossa di terremoto che distrusse L’Aquila e le zone vicine. I movimenti tellurici con la distruzione che producono sono comunque anche metafora di un mondo che si sgretola, di un panorama, anche affettivo e amicale, che perde i protagonisti.
Infine le poesie di Paris ci portano in Finlandia, dove il poeta si è spesso recato negli ultimi anni e dove, come per un incantesimo, sembrano ripresentarsi umori e presenze dell’antico mondo abbruzzese: “Risento l’aroma / di benzina e di lillà, rivedo le nevi / antiche della mia Marsica, ritrovo / i tonitu, i miei dispettosi mazzamurelli”.
La poesia di Paris, con la sollecita corporeità e la contenuta saggezza di quegli scrittori latini che sente affini e fraterni, guarda al mondo che gli è intorno, alle vite dei familiari e degli amici (quelli in vita e quelli scomparsi sono comunque parte attiva nell’esistenza e nelle giornate del poeta), con occhio ad un tempo sollecito e svagato, comunque facendo emergere dal coro di presenze un senso universale del vivere. Il racconto della realtà, ottenuto attraverso terzine di stampo pasoliniano, si realizza per frammenti e approssimazioni, per improvvisi bagliori, per meravigliose scoperte, che suggeriscono, proprio mentre la poesia sembra bisbigliare e dire sottovoce, inaspettate aperture verso orizzonti più ampi, a dichiarazioni mai gridate come vere ma sempre piene di amore per la vita e la poesia. Solo quest’ultima in effetti, sembra suggerire Renzo Paris, può dare veramente conto dell’esistenza, offrirle concretezza. “Possiedo una forma, mentre rimo / vivo. (…) / I miei figli hanno preso il volo, / il nido è vuoto. Voglio vivere ancora, / amare, tradire, rovesciare il cuore”.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

ATTI MANCATI di Matteo Marchesini (Voland)

Il protagonista di Atti mancati, primo romanzo di Matteo Marchesini, è un trentatreenne che si sente a proprio agio solo tra libri e redazioni di giornali, sempre impegnato a scrivere recensioni e a progettare saggi, ma da qualche tempo indifferente di fronte alla vita, incapace anzi di accettare il rischio che essa impone, l’impegno che richiede anche di fronte alle sue minime, quotidiane manifestazioni. Marco Molinari è micidiale sulla carta, ma aleatorio quando parla, come dirà a un certo punto della vicenda Lucia, con cui Marco ha vissuto un’intensa storia d’amore, poi naufragata proprio di fronte alla volontà di lui, improvvisamente emersa, di rifiutare la vita e i suoi pesi. “Hai bisogno di tanto tempo vuoto davanti a te… Per farne che, poi? Sfrondi, sfrondi, e cosa rimane?” gli dice Lucia. Marco è inadeguato di fronte al presente, ma non aspira nemmeno a ricostruire il passato, a ricomporre le ragioni che lo hanno condotto alla sua scelta. E dal passato appunto riemergono il professore Bernardo Pagi, che un tempo era stato il punto di riferimento culturale di Marco, il ricordo di Ernesto, l’amico caro morto in un inspiegabile incidente stradale, Davide, il fratello di Ernesto, che ne ha quasi rubato la fisionomia ma vive in una casa di cura per malattie mentali, e soprattutto Lucia, che ritorna a Bologna con il carico di una malattia incurabile.
Sono personaggi che hanno scelto di “sparire”, di vivere in disparte, come Pagi che si è rifugiato in un borgo dell’Appennino tosco-emiliano. Solo Lucia, che pure è affaticata dalla malattia e condannata alla morte, cerca una verità, si affanna per comprendere quello che succede intorno a lei e agli altri, soprattutto vuole ricostruire un passato che Marco sembra aver cancellato, il cui ricordo vuole ad ogni costo evitare. Solo Lucia è animata da un sentimento vitale, solo lei guarda al presente come un luogo della mente dove è possibile ricomporre il passato e costruire il futuro.
Lucia avvia una sorta di prova di forza con Marco, indotto in qualche modo, malgrado la propria riluttanza, a guardare dietro, a liberare la propria vita dalla patina di nebbia che la avvolge, a fare emergere dal passato un segreto che dia conto del suo rinunciatario stato d’animo.
Marco Marchesini, critico letterario che collabora con vari quotidiani ed ha già al suo attivo opere saggistiche e di poesia, manovra la materia narrativa con abilità e consapevolezza, spingendo a volte il lettore sul terreno dell’attesa e della sospensione, per poi deviare verso la confessione psicologica e l’analisi della condizione generazionale. Il personaggio protagonista, che è il narratore della vicenda, tende, come è nel suo modo di intendere la vita, a dire molto, negando però allo stesso tempo una verità che possa soddisfarci, cambiando spesso la prospettiva e portandoci in questo modo verso uno scioglimento finale di grande e struggente intensità.
L’ossessione di Marco è un romanzo che non riesce a concludere, anzi che rappresenta il peso incompiuto e indeterminato della propria vita. Ma c’è anche un altro romanzo che non è stato finito: è quello di Ernesto. Proprio in quelle pagine che non sono sua opera, Marco sembra ritrovare una parte di sé che non riesce a confessare. “Strana faccenda – dice il protagonista – io, che a differenza di lui ho tanta ansia di restare, di dire tutto, per qualche oscura ragione continuo a coltivare una prosa che non ha fori da cui possa sgorgare una ‘spontanea’ riflessione”.
Atti mancati è anche un romanzo sulla sofferenza della creazione artistica, sul difficile e tormentato rapporto tra scrittura e vita. Marco Molinari è una sorta di novello Zeno Cosini, disposto a spendere le sua parole per continuare a girare intorno a se stesso, per scavare senza mai veramente puntare alla profondità. I suoi “atti mancati” nascondono del resto l’ansia di una generazione alla ricerca di se stessa, mentre intorno i punti di riferimento svaniscono, i maestri si dileguano e le richieste di quanti sono intorno spingono verso l’annebbiamento e la rinuncia.

(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Cucine e altri universi. La poesia di Roberto Amato

Tempo fa mi fu chiesto un intervento per un libro sulla poesia di Roberto Amato. Quel libro non è stato poi pubblicato. Questo è il mio scritto.
In luoghi confinati, insieme familiari e misteriosi, si muove la poesia di Roberto Amato. La geografia di Le cucine celesti si sviluppa a partire da interni segnati dal trascorrere del tempo, da stanze ingombre, da cucine dove le donne si muovono con armoniosa e circospetta solerzia, da giardini immediatamente a ridosso delle case. Sono le terre conosciute e quotidiane, ma allo stesso tempo mitiche e dunque leggendarie, sulle quali agiscono personaggi dai nomi e di volti familiari, non si sa se veramente presenti o se vivi solo nella memoria.
Le cose, attestate in luoghi prossimi e consueti, e ancora di più i corpi degli uomini e degli animali, e le loro appendici, non sembrano però soddisfatti della loro posizione, o forse non sono del tutto consapevoli della condizione che loro attiene. Ci restituiscono infatti, come in un evocativo e incantato gioco di specchi, l’immagine di altre forme, di spazi lontani e sconosciuti, di sconfinate praterie siderali e di costellazioni. Il figlio Lapo, uno dei tanti personaggi di quel lessico familiare che si propone costantemente al lettore, si accorge “fin dal primo vagito” che il padre ha le mani fatte d’aria e che “nel vestito / non c’era quasi niente”, tranne la voce che è chiusa “nella bambagia della barba finta / e lunga / e sfusa / come i pappi dell’Orsa / e le lattigini / delle folte comete”.
Roberto Amato
Sembra insomma che uomini e oggetti non riescano a stare al loro posto, e che, situati davanti agli occhi del poeta, facciano di tutto per confondere la visione, per scivolare in territori a cui non appartengono, per evaporare verso l’alto, in cerca di un luogo diverso, del punto d’approdo a cui credono di essere destinati. Succede perciò che ancora la barba “è un cavolfiore così morbido / si svolge per tutto il firmamento // (per il dolce e fatale / Principio della Levitazione Universale)”.
Il Principio della Levitazione Naturale è, a ben guardare, il contrario della legge di gravità: per esso insomma le cose tenderebbero ad andare verso l’alto, a ritrovare una loro identità e un loro posto accanto alle nuvole, a contatto con uccelli e astri celesti. Il mondo terreno aspira a una leggerezza che si intravede nella difficoltà di uomini, animali e cose ad accettare la loro condizione e il loro posto. Tutto questo permette anche un fitto dialogo tra gli elementi, non importa di quale regno fisico essi facciano parte.
Nella poesia di Amato le presenze della natura lontana e quelle del mondo familiare, le figure varie, animate e non, che compongono la realtà di ogni giorno, si scompongono e si sovrappongono. Così in una drogheria la vegetazione nelle sue varie forme, ma anche gli animali e soprattutto gli uccelli, possono fare capolino tra alici sfilettate, prosciutti e capocolli. L’incanto non è solo nella mente di chi vede e poi restituisce gli elementi e la narrazione della visione, ma ingrediente stesso del mondo, che si presenta a noi confuso e disordinato, imperfetto o forse fornito di una perfezione che non abbiamo gli strumenti per intendere ed afferrare. Accade così che il droghiere che dovrebbe “dividere il creato negli scaffali”, finisce per fare confusione, per mescolare prodotti e cose provenienti da settori e da mondi diversi.
In effetti, quelle che a prima vista possono apparire immagini metaforiche, termini di paragone utili a comporre una figura retorica, nella lingua poetica di Amato entrano a far parte della realtà a pieno diritto, si sistemano con forza e convinzione accanto agli oggetti che per più antica consuetudine appaiono collocati nel posto che gli spetta. E’ così che drogheria e cucine (che sono appunto, non dimentichiamolo, celesti, mettendo insieme l’alchimia quotidiana e tanto concreta della lavorazione del cibo con la spirituale evanescenza delle presenze immateriali e incorporee) diventano gli spazi dove si manifesta una speciale mitologia poetica, i luoghi protetti dove si mescolano ingredienti diversi e inusuali, per dare luogo a qualcosa di inaspettato, a volte di meraviglioso. Gli oggetti non sono nemmeno i correlativi di una nostra condizione esistenziale o i segnali di un sentimento comune universale, sono ancora se stessi, provocatoriamente e assurdamente se stessi, ma scivolati o appunto levitati verso un mondo altro, sorprendente e vago, o forse finalmente restituiti ad esso.
C’è qualcosa di limitato nella nostra condizione di uomini, se ci sforziamo con tanta determinazione perché la realtà non ci confonda con la sua insensatezza, se cerchiamo in ogni modo di essere concilianti con la visione parziale e circoscritta di quanto ci accade intorno, se della vita evitiamo con cura le vertigini, gli spostamenti di senso, i deragliamenti, gli sbandamenti, così provvidi e normali dice la poesia di Amato, dall’una all’altra condizione naturale: “… ma questo tempo incomprensibile / per noi che non abbiamo le ali / e che stupidamente / non dormiamo sugli alberi…”.
Naturalmente tra gli uomini c’è chi si mostra inadatto a comprendere, e sono i più, coloro che vanno sicuri delle loro certezze, della stabile e ordinata composizione della realtà: “Ho contemplato una balena / e mi pareva l’orsa / con un cesto di pesci e di comete // ho chiesto a un vecchio prete cosa fosse / quel carico di stelle // lui rimbambito / (si contava i bottoni della veste) / disse che non aveva visto niente”.
L’età dorata dove è possibile che la confusione dei ruoli e dei mondi diventi sistema ed anzi si manifesti, come se fosse norma, nella sua ovvietà e nella pienezza della significazione, è naturalmente l’infanzia. E’ quello il periodo in cui possiamo crederci uccelli, fare prove di volo dimenando le braccia, correre e saltare fingendo di essere animali. Ed è l’età verso la quale la poesia di Le cucine celestisempre fa ritorno, non per farne pascolianamente l’eden irricostruibile degli affetti, o anche lo strumento privilegiato della conoscenza: per Amato l’infanzia è la sola età in cui veramente si vive, in cui i mondi si rappresentano in un disequilibrio che non può essere messo in discussione, in cui il tempo non è un susseguirsi ordinato e irreversibile, ma compresenza di passato e presente. “… e cammina cammina / io in qualche posto andavo / e seminavo da per tutto / i fazzoletti / i piccoli bottoni / dal fischio dei calzoni / corti // (ora / saremo certamente tutti morti / ecco perché si sogna / tutto il giorno) // ma qualche volta torno / seguo la scia dei moccichini”.
Se è vero che anche il tempo mescola le carte e il poeta vive in un presente in cui continuamente avanzano figure provenienti da altre età, allora la famiglia diventa inevitabilmente un organismo allargato. Nonne e nonni, zie e zii, cugini, genitori e figli si cercano, si incontrano e si parlano, non importa se siano vivi o morti, abitano stanze e cucine che non si sa se appartengono alle case di oggi o sono solo luoghi della memoria. Roberto Amato racconta la sua famiglia come un cantastorie le vicende di paladini, con intrecci complicati e scompigliati, improvvise interruzioni e salti nello spazio e nel tempo, interventi magici che intralciano i progetti o lasciano intravedere uno scioglimento. La poesia si anima di personaggi che sembrano appartenere appunto a vicende eroiche e leggendarie: il nonno Efisio, Giardiniere di Boboli, la Zita, la lunghissima Ofelia, la Titina, la sorella Alina (“quella bambina sordomuta / che andavo coltivando insieme ai fiori delle zucche”, che ha gli occhi che volano “sopra le foglie nere / delle cicorie altissime”); e poi Lapo, l’Orca, la Clara, l’Alfira, Ezechiele, le Fate, ed Efisio il facchino che “non mi ricordo che abbia / proferito verbo, tranne quel suo cantare / da mezzosobrio / o alticcio / soltanto per lodare stoccafissi / o totani cuciti con un ripieno di frattaglie/ d’oche”.
Al disordine del mondo, al guazzabuglio ostinato dell’esistenza, la poesia di Amato non cerca di fornire un assetto più stabile e ordinato. Il compito del poeta è anzi quello di accettare lo stupore che la visione implica, di restituire al lettore il senso della meraviglia. Questo non significa che la poesia si conceda all’improvvisazione e alla spontaneità. Al contrario il verso è sempre misurato e controllato, e dimostra una lunga e ragionata consuetudine con i grandi autori del secolo scorso.

Non conosco personalmente Roberto Amato, ma so da uno scritto di Manlio Cancogni, tra i primi a leggere i suoi versi, che “pare uscito da un racconto nordico di maghi e stregonerie”. Io me lo figuro che “alto, magro allampanato” cammini spesso senza avere una meta precisa, anzi, se mai l’avesse, dimenticandola, ritrovandosi poi chissà dove, ma lontano, senz’altro lontano dal luogo dove sarebbe dovuto arrivare. Immagino che , se fosse a camminare per qualche sentiero di montagna, non andrebbe in cerca di funghi ma di fossili di conchiglie, delle tracce del passaggio di qualche pesce, sicuramente avvenuto in un’epoca remota, che lui crede ancora attuale; o alzerebbe gli occhi al cielo, avendo percepito il verso di un uccello marino in crisi di orientamento. Su una spiaggia invece non sarebbe attratto da stelle marine e ossi di seppia, ma da rami levigati e contorti, residui di un luogo lontano, testimonianza di una dimenticata foresta.