AFFARI DI CUORE di Paolo Ruffilli (Einaudi)

Paolo Ruffilli ha costruito le sue ultime raccolte di versi (tra le quali vale la pena ricordare il notevole esito di La gioia e il lutto) intorno ad un’idea forte centrale, un tema dal quale sviluppare le singole riflessioni. Accade lo stesso anche con Affari di cuore, il volume recentemente pubblicato per i tipi di Einaudi.
Attingendo alla lunga tradizione del canzoniere d’amore, con lo sguardo particolarmente puntato alle origini cortesi, stilnoviste e petrarchesche, Ruffilli manifesta fin dai primi versi una propria idea dell’atto amoroso, rivolto non verso una singola figura di donna, semmai idealizzata, ma considerato quale sentimento puro e durevole pur nelle sue molteplici manifestazioni e nei vorticosi e spesso contraddittori accadimenti. L’amore insomma se è tale non può essere circoscritto dentro esiti prevedibili e codificati, ma è scoperta continua, combinazione imprevedibile di bene e male, dialogo disarmonico e dissacrante tra spinta spirituale e vertigine erotica. L’amore riesce a fornire una ragione alle nostre esistenze, attraverso la presenza della persona amata, che diventa obiettivo e fine delle nostre azioni, ma anche minaccia, trasalimento, composizione impossibile di felicità e disperazione. Nel cammino verso la persona desiderata cerchiamo la possibilità di riconoscerci nell’altro, di pervenire all’impossibile conciliazione degli opposti: “E non volere / più niente d’altro, / se non essere te / dentro di te / nel cuore del tuo cuore, / diventato parte / del tuo stesso odore”.
L’amore sottrae dalla vita e dunque difende l’amante dai violenti assalti della quotidianità. Sembra che nulla possa davvero far male, tranne l’amore stesso, ma in effetti il mondo aspetta fuori dalla porta “benevolo e indulgente / con le nostre vite”, ma alla fine il gioco è smascherato, perché “il mondo vince sempre / tutte le partite”.
Gli esiti più felici della raccolta vanno trovati proprio in questa dialettica continua tra il rassicurante circolo chiuso in cui vive la coppia e l’inevitabile presenza del mondo, tra il bisogno di infinito che nell’amore sembra realizzarsi e la finitezza che ogni atto della vita porta inevitabilmente con sé (“l’idea di un infinito / perfino quotidiano, / lasciato in sorte / al corpo dell’amore”), tra la straniata condizione dell’innamoramento che ci fa prigionieri e il piacere di sentirci incatenati ed alienati.
Nella poesia La traccia ad esempio, ripercorrere i tratti amati del corpo della donna sembra offrire una possibile via di scampo, una soluzione alla nostra fragilità. Ma si tratta di una traccia destinata a svanire: “Solo il dettaglio / nel farsi oggetto / e luogo circoscritto / ai nostri sensi, / rende presente / e non più astratto / né più evanescente / o spento e vano / l’istinto a opporre / al tempo un’immanenza / fingendosi un istante / eterno il mondo / prima che la traccia / slitti via / cadendo a fondo”.
Ruffilli privilegia un tono popolare, che sa comunque guardare alla tradizione letteraria della canzone e che introduce nella sequenza cantilenante del linguaggio quotidiano una serie di metafore che vengono assorbite nell’evento e prontamente smascherate.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)  

NISCIUNA VOCE / NESSUNA VOCE di Mario Mastrangelo (Raffaelli Editore)

“Comme po’ trase, vulenno, nu senzo / rint’ ‘o ppoco ‘e sti vvite?” (Come può entrare, volendo, un senso / nel poco di queste vite?). Bastano questi due versi che fanno da incipit alla poesia ‘O veliero a farci entrare nel vivo della poesia di Mario Mastrangelo e a fornircene una possibile chiave di lettura. In effetti le nostre vite, con il loro carico di fragilità e finitezza, hanno poco senso, o comunque la loro più profonda realtà finisce per sfuggirci e per nascondersi alla nostra comprensione, tanto da apparire come “grumo r’ombra rassignata”. Ma può accadere una specie di prodigio: allora improvvisamente una nuova visuale suggerisce un significato, che appare per un attimo risolutivo. A ben guardare si tratta di un punto d’approdo senza via d’uscita, certo improbabile e vago, così come inverosimile e assurdo è il veliero che noi vediamo dentro una bottiglia e che sembra comunque portare con sé tutta la memoria della sua meravigliosa esistenza, le tempeste, le vele, “’e sciate ‘e viento e ‘i vole r’ ‘e gabbiane”. Quel veliero “è passato magnifico e deritto / pe’ chi sa quale ‘mpruvvisa maggìa, / attraverso nu cuollo ‘e vitro stritto”. Allo stesso modo le nostra vite, così inspiegabili e così prive di senso, portano, ognuna nella propria bottiglia, il carico di una incredibile verità.
Mario Mastrangelo è salernitano e scrive nel dialetto della sua città. Nisciuna voce Nessuna voce (Raffaelli Editore) è la sua settima raccolta di versi: si compone di trentasette liriche in doppia versione, dialettale e italiana, e si avvale di una nota introduttiva di Franco Loi.
La poesia di Nisciuna voce è soprattutto speculativa. Mastrangelo tende a indagare, a penetrare nel mistero del vivere, che è evidente innanzitutto nelle piccole cose che ci circondano. Il dialetto non si affida pertanto al gioco facile di una ricerca prevalentemente ritmica e musicale, né indulge nei toni leggeri e comici a cui viene ai nostri giorni spesso associato e relegato, ma è grumo consistente, ha pesantezza fisica, e conduce la poesia sul terreno, spesso impervio, e nei tempi rallentati della riflessione.
La vita è incanto, si diceva, scoperta continua. Può accadere che le gocce d’acqua, che durante un temporale rimbalzano violentemente sul selciato, generino una schiera di folletti (“na folla ‘e munacielle”), che campano per un momento solo, “busciardo e misteriuso”. Per guardarli attraverso la finestra, sulle lastre appannate apriamo un varco di trasparenza con le dita (“cu ‘e dete ‘e trasparenza nu purtuso”). La poesia di Mastrangelo sembra offrire proprio questo varco di trasparenza, si pone come uno spiraglio che lascia intravedere una realtà che si mostra timida e quasi priva di consistenza, abitata da creature evanescenti, che non si sa se vere o frutto solo di svista o miraggio.
Del resto, scrive Mastrangelo in un’altra lirica, c’è un’altra realtà “miscata a chella toia”, una realtà che ubbidisce ad altre leggi e che comunque è presente nelle nostre esistenze, mette paura e sconcerto “pe’ tutt’ ‘e labirinte r’ ‘o cerviello / quanno capisce ca tu, sì, staie ccà, / però appartiene anema e corpo a chella”. Insomma c’è un’altra realtà a cui noi apparteniamo senza rendercene conto.
In effetti il tempo è “cernicchio” (setaccio), che lascia passare solo la sabbia sottile, tanto che ci ritroviamo presenti alla nostra fragilità, quando arriva “’o scumpiglio r’ ‘e ventate” e noi “simmo già quase ‘e polvere, / simmo già quase ‘e cielo”. La vita sembra sapere qual è la sua meta lontana, che a noi sfugge, noi comprendiamo solamente che “nel mistero la vita si completa”.
Se ci fosse ancora qualcosa “rinto ‘o suppingo” (in soffitta), “uno putesse fravecà nu Dio” (uno potrebbe costruirsi un Dio), o se ci fosse almeno un po’ di pane nella credenza, si potrebbe farlo di pane, “nu Dio ‘e pane, buono finalmente”, ma anche la credenza è vuota e l’uomo rimane solo nella sua ricerca, con le sue speranze e le relative delusioni.
Mastrangelo procede con passo sicuro, esplora la realtà, la rivolta e la scruta alla ricerca di una risposta che non arriva, ma che in fondo è già di per sé sufficiente a darci, leopardianamente, ragione della nostra presenza.
             

DA UN ALTRO MONDO di Roberto Veracini (Edizioni ETS)

Roberto Veracini ha un posto privilegiato dal quale guardare il mondo. E’ la sua Volterra, che ogni volta riemerge nelle sue poesie e che si propone come il luogo dove sempre fare ritorno. Questa insistente presenza, che è spirituale ancora prima che geografica, abbraccio rassicurante che implica insieme apertura e inquietudine, è evidente anche nell’ultima raccolta, emblematicamente intitolata Da un altro mondo.
Il libro si presenta con un’architettura complessa, che si compone di due Parti (Segnare il tempoe Altrove) suddivise in varie sezioni. Nella prima parte Veracini propende per gli argomenti della poesia civile, ma utilizzando un tono sempre volutamente lirico, che imprime patos e tensione alle vicende evocate. Non a caso una delle prime liriche è dedicata a Pasolini: del poeta de Le ceneri di Gramsciviene messo in risalto proprio quell’impasto di impegno civile e di forte partecipazione emotiva ed esistenziale che caratterizza tanta parte della sua opera. La lirica La croce di Pasolinisi conclude con questi versi: “La bestemmia del mondo / non l’hai perdonata, / con gli occhi fissi, incredulo / l’hai vissuta fino in fondo, / nudo in mezzo / a quel macello, pregando”.
Il mondo è in fondo “un posto orrendo”, dove la comunicazione diventa quasi impossibile, vittima com’è di continue divagazioni e distorsioni, e dove il posto che spetta a ognuno si manifesta in modo sempre meno chiaro, i ruoli si sovrappongono e si confondono: “E’ orrendo questo posto / e le facce, l’odore della pelle, / la muta dei cani sempre pronta / all’osso, le servili cosce tivù / sorridenti, la barba finta / degli esperti, la solitudine / dei morti, l’aria / che si respira e l’assenza / quest’assenza che non ci dà / pace…”. Questo posto è insomma orrendo perché finisce per mescolare l’orrore e la bellezza, il dolore e la superficialità.
Volterra
Il nostro mondo, “dove si vedono le immagini perfette” e dove le telecamere sono pronte “ a cogliere l’atto, la guerra / nel suo svolgersi, puntuale, ineluttabile”, ma dove “non si sente più niente”, è impotente di fronte ai segni della frammentazione e del disordine, che diventa ammasso e pasticcio. Il compito del poeta non può dunque essere solo quello di guardare la realtà e denunciare il male: chi scrive deve invece anche provare a restituire una percezione ordinata degli eventi, ritrovare e indicare una possibile unità, un senso che spieghi la nostra presenza e ne dimostri l’utilità dinanzi al dispiegarsi confuso delle immagini e degli avvenimenti. Veracini insomma sente ancora la poesia come adesione allo stato di sofferenza degli altri. Il poeta non può appartarsi, ma deve partecipare alle vicende del mondo, deve provare ad indicare una strada. La possibile soluzione, suggeriscono le liriche di Un altro mondo, passa attraverso l’uso della memoria come strumento privilegiato per la comprensione dei fatti contingenti e, più in generale, della nostra condizione di uomini, e si costruisce a partire dalla capacità di essere attenti agli altri, siano essi vicini o lontani nel tempo, di porre attenzione ai piccoli eventi della quotidianità, che possono dimostrarsi così ricchi di significato. Infine la strada maestra che rende possibile la riconciliazione e la ricomposizione risiede nel ritrovare un rapporto rasserenato con l’ambiente.
Tutto questo per Veracini significa tornare a Volterra, in quell’Altrovedal quale peraltro non si è mai partiti, significa tornare alle proprie pietre, al padre e agli affetti, alla visione del mare, che appare sempre come un obiettivo lontano, un’apertura e una meta che riemerge dalla nebbia e dall’inverno.
Per tutta la vita c’inseguono
ostinati luoghi dell’anima
e verità supreme e minime
che non osiamo credere
ma sono lì a dirci che esistono
memorie ineludibili, infanzie
rilevate, sogni inattaccabili,
poesia della vita che non ha
versi ma fedi e si nutre
di alberi e mari, sirene
e odori inconfondibili

GABBIE PER NUVOLE di Roberto Deidier (Empiria)

Che l’atto del tradurre finisca inevitabilmente per tradire un testo e, di conseguenza, le intenzioni dell’autore, è cosa ormai nota. C’è da aggiungere che il traduttore , nella scelta dell’opera che vuole trasferire in altra lingua e nelle preferenza linguistiche e stilistiche per le quali opta, non può che a sua volta tradirsi, mettere a nudo cioè i suoi amori letterari, i percorsi interiori che ad essi conducono, le proprie predilezioni, molto spesso anche le passioni e le angosce.
Mi ha fatto pensare a questo, e a come ogni traduzione operata da uno scrittore o da un critico sia di fatto una sorta di confessione, la lettura di Gabbie per nuvole di Roberto Deidier. Il bel libro edito da Empirìa è in effetti un quaderno di traduzioni che il poeta e critico letterario Deidier sviluppa però in maniera del tutto originale, per nuclei tematici, dividendo il libro in sezioni, che non sono assegnate a singoli autori o a epoche specifiche, ma appunto si sviluppano seguendo un percorso interiore, una mappa personale e profonda, tanto che la paternità del libro che risulta così composto deve essere attribuita a chi traduce, prima ancora che agli autori tradotti. Insomma è come se Deidier avesse voluto non solo farci entrare nella sua officina di scrittore, ma anche invitarci in casa, facendoci accomodare in poltrona, per vedere se è possibile chiacchierare intorno ad alcuni temi, che non solo sono di grande interesse, ma risultano in definitiva vitali per il nostro tempo.
“Questo libro – scrive Deidier nella Premessa – è la mia personale mappa di amicizie e spaesamenti; una piccola geografia degli autori che mi hanno scortato nel tempo della scrittura, ora come compagni di viaggio, ora come incontri occasionali, imprevisti, o come veri e propri dirottamenti. Alcuni di questi, in seguito, si sono tramutati in amicizie durature, altri sono rimaste presenze legate a un periodo, o anche a un solo istante”.
Avvicinarsi a un autore nell’atto di tradurlo, così come nell’esperienza di una lettura in profondità, può rassicurarci, farci ritrovare in territori gradevoli e accoglienti, o determinare una sorta di spaesamento, costringerci a cambiare direzione, a rivedere i progetti. Gabbie per nuvole è tutto questo, il ritrovare la rotta e insieme perderla, arrivare a un punto d’approdo che ti invita subito a riprendere il viaggio: è “un diario di incontri e di esplorazioni non cercati” che diventa però anche “la storia del formarsi di una lingua”, che è quella appunto di chi traduce, cioè di chi vive, trasformando i testi, una sorta di profonda e personale trasmutazione.
Il risultato non è dunque un libro di traduzioni in cui l’autore, poeta a sua volta, dimostra la sua abilità di versificatore e la perizia tecnica: Deidier è rispettoso nei confronti dei poeti che traduce (soprattutto anglofoni, come Keats, Auden, Stevenson, Hardy, Larkin, ma anche Artaud e Apollinaire), non compie mai il peccato di indulgere in tentazioni di protagonismo, ma nello stesso tempo è sempre presente, con le proprie esperienze letterarie e di vita, e soprattutto con la propria lingua, quella cioè della propria poesia, che a sua volta ha assorbito le indicazioni linguistiche e di stile degli autori tradotti. Siamo così di fronte a un tracciato nitido ma non rettilineo, che si compone di testi, ai quali possiamo avvicinarci in compagnia del traduttore, progressivamente consapevoli di questo gioco complesso di regali e restituzioni che è in questo caso l’atto della traduzione.
“Sono i testi a scegliere noi, e non il contrario”, scrive Deidier. Di questo incontro si vorrebbe afferrare la pienezza e il senso ultimo della lingua. Ma i testi si propongono come “luci di passaggio, piccoli lampi”, tanto che “ogni tentativo di fermarli, di portarli nella nostra lingua, altro non è che la costruzione di una gabbia per nuvole”.

L’ASSO NELLA NEVE di Anna Maria Carpi (Transeuropa)

Ci sono occasioni in cui la poesia riesce a parlare a tutti coloro che le si accostano, affondando con grazia limpida ed accessibile, con acuta e sofferente determinazione, nelle ordinarie eppure particolarissime manifestazioni della vita di tutti i giorni. Si pubblicano oggi in Italia ancora raccolte di versi, che dovrebbero leggere tutti coloro che sostengono che la poesia, per statuto suo proprio o per intima e ormai irreversibile aberrazione, debba per forza mostrarsi come un percorso irto di difficoltà, linguaggio criptico e in parte inaccessibile, codice per iniziati insomma, che si consuma nell’ambito costretto e circoscritto di un circolo di affiliati che finiscono per scambiarsi messaggi tra di loro. Ci sono libri che riescono a coniugare la massima densità di significato con una leggibilità che recupera a nuovo senso la lingua della comunicazione quotidiana, libri che si oppongono come un vessillo di trasparenza a quanti di fronte ad una raccolta di poesie reagiscono con il più netto e consueto dei rifiuti: “io la poesia non la capisco”.
L’asso nella nevedi Anna Maria Carpi, pubblicato da Transeuropa, è uno di questi libri, occasione rara per avvicinarsi alla poesia con rinnovata speranza che essa sappia dire con limpida compostezza le inconcludenze e le bellezze del mondo. La Carpi allunga il suo sguardo rapito e curioso, sempre penetrante, sulle vicende minime e consuete della vita di tutti i giorni e ce ne rimanda le immagini attraverso una lingua che privilegia il registro colloquiale, nobilitata però, e nello stesso tempo straniata, da una musicalità suadente, controllata con estrema perizia e senso dell’armonia. Sta di fatto che le vicende quotidiane raccontate dalla Carpi, proprio nel momento in cui sembrano parte del banale patrimonio che accompagna tutte le nostre giornate, lasciano emergere una verità nascosta, una scoperta improvvisa, un accesso imprevisto verso l’inaccessibile, che ci viene comunque offerto con garbata, quasi noncurante, pacatezza. “La vita è questo” affermano in vario modo le liriche de L’asso nella neve, e cioè entrare in banca, al supermercato, prendere la metropolitana, perdersi nelle mille occupazioni quotidiane, passare le serate con gli amici, andare alle inaugurazioni delle mostre, viaggiare. “La vita è questo” dice a se stessa la poetessa, bisogna in qualche modo adattarsi al turbinio privo di senso, al nulla che si nasconde dietro ogni gesto. E conclude: “Io perché non ne ho voglia? / Perché non mi riprendo come la mia azalea? / Era appassita, i fiori come stracci. / Le era mancata l’acqua, io gliel’ho data / senza speranza e invece stamattina / è ritta viva ignara risplendente”.
C’è sempre una soluzione inattesa nei versi della Carpi, un evento che mescola le carte che sembravano ordinatamente e ordinariamente disposte, e che induce a un repentino cambio di prospettiva, che suggerisce che le regole non sono forse quelle cui ci siamo finora attenuti. I temi della raccolta sono quelli consueti dell’amore e della morte, delle relazioni di coppia e dei rapporti con gli altri, più o meno estranei, ma sono argomenti riproposti e verrebbe da dire rivissuti con “disperata leggerezza”, con vivacità e rapimento, tanto più inaspettati di fronte al ripetuto grigiore dell’esistenza: “… che stortura / è avere un corpo, un volto, quello solo, / e che è soltanto carne, / la data di scadenza scritta in piccolo, / o dentro o sotto, dove nessuno legge. / Si aspetta il verde, si traversa la strada, / si scende nel metrò, si fa la spesa, / si prenotano viaggi, si entra in banca. / Singoli alieni con tatuaggi e piercing, / singoli con i figli da mandare a scuola, / singoli come me soli e scontenti. / E dopo e dopo e dopo? / Dove guardano tutti questi occhi?”.
La morte nelle poesie de L’asso nella neve è spesso solo un pensiero che proietta una specie di preventiva nostalgia per quella parte di vita che continuerà dopo la fine, quando, malgrado la nostra assenza, le cose rimarranno al loro posto e i vivi continueranno a frequentare i luoghi che anche noi frequentavamo, a fare acquisti, a passeggiare. “C’è una via di negozi” certifica la poetessa, “se ci sarà dopo di me io voglio / restarvi come un passero la sera / quando i vivi vanno a far la spesa: / il vorace vola anche lui dentro, / nel bianco algido del supermercato, / campa di briciole, ma non è di cibo / che lui è in cerca. Loro non lo sanno / quale gioia è vederli, stare in mezzo / alla cara brigata di migranti / coi loro acquisti, in fila verso il nulla / una casa, una sera un dopocena”.
Sono gli altri l’ossessione della Carpi, la grande massa degli amati, dei vicini e degli sconosciuti che popolano la nostra esistenza. Sono loro che puntellano la nostra vita e che si vorrebbe abbracciare, ma dei quali si desidera anche non avere bisogno. Da una parte si avverte quasi una brama di possesso, una voglia struggente di essere concretamente nelle vite di tutti, dall’altra una necessità di solitudine, che è insieme desiderio vitale e condanna, piacere e strada impercorribile. “Gli altri: io li voglio tutti, / solo tutti insieme / li posso amare / e di uno soltanto ho poca voglia”.

(pubblicato su Giudizio Universale)

POESIA PRESENTE di Francesco Napoli (Raffaelli)

Francesco Napoli è un acuto critico letterario da anni attivo nell’ambiente milanese, che ha concentrato la sua attenzione in particolare sulla poesia italiana degli ultimi decenni. Impegno già di per sé meritorio, se si considera come la poesia, e in particolare quella contemporanea, sia un luogo comunicativo ed espressivo poco indagato e comunque considerato marginale e, quasi per definizione, lontano dagli interessi del pubblico e degli editori. Dei precedenti libri di Francesco Napoli vanno ricordati almeno l’antologia delle Poesiedi Alfonso Gatto, da lui curata per i tipi della Jaca Book, e per la stessa casa editrice il più recente Novecento prossimo venturo,edito nel 2005, che contiene una serie di conversazioni critiche con alcuni tra i maggiori poeti contemporanei.
Alla produzione lirica di questi anni è dedicato anche l’ultimo lavoro di Napoli, Poesia presente. A pubblicarlo è Raffaelli Editore, nome anch’esso degno di apprezzamento per la considerazione che da sempre dedica alla poesia.
Il libro di Napoli tenta con successo una prima sistemazione storica dell’esperienza poetica degli ultimi decenni, partendo dall’assunto che il panorama risulta estremamente vivo, ma altrettanto frammentato e dunque di difficile ordinamento in categorie. Innanzitutto l’autore si pone il problema di definire i limiti del Novecento, al fine di circoscrivere il proprio raggio d’azione. Se il Novecento in poesia parte con la pubblicazione de Il porto sepoltodi Ungaretti nel 1916, dunque nel pieno di quella Grande Guerra che può essere considerata anche l’inizio della vicenda storica del secolo breve, la conclusione invece anticipa di diversi anni il crollo del Muro di Berlino. La poesia italiana chiude il suo conto con l’avventura novecentesca, scrive Napoli, ben prima dello stravolgimento prodotto dalla caduta dei regimi dei paesi dell’Est: nel 1975, che è poi l’anno di pubblicazione de Il pubblico della poesia, la ben nota antologia curata da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, a cui farà seguito, tre anni più tardi, un’altra raccolta antologica, quella de La parola innamorata, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, nella quale troveranno posto alcuni dei poeti che saranno tra i più attivi nei decenni successivi. Per Napoli si è verificato proprio a partire da queste due pubblicazioni una sorta di “sommovimento tellurico” che “scuote dal profondo la nostra poesia, giungendo a mutarne l’orografia”.
Questo profondo sconvolgimento si spiega innanzitutto con la “fine di ogni scuola dominante a favore di un’estrema e del tutto nuova pluralità di voci di salda tenuta”. Ne deriva che “la koinè letteraria e linguistica, fino ad allora sempre compatta e voluta tale anche dalla Neoavanguardia, si sfarina in un pulviscolo assolutamente unico e mai visto per la nostra poesia, senza danno alcuno per gli esiti”.
E’ proprio all’interno di questa pluralità di voci vivace e interessante che Napoli ci accompagna in un percorso scandito in decenni, nella convinzione che non si possa parlare di scuole e correnti, quanto piuttosto lasciare ai singoli poeti, alla loro produzione significativamente antologizzata nel volume, la possibilità di dare conto di questa produttiva frammentazione.
Il volume si divide in tre parti, ognuna dedicata a un decennio (Anni Settanta, Ottanta e Novanta), con una scelta di testi (27 gli autori antologizzati), introdotta da un ampio e documentato approfondimento critico, che permette di ripercorrere le vicende della poesia italiana contemporanea sulla base di un repertorio di notizie e di informazioni utili sia per gli addetti ai lavori che per i lettori e gli appassionati. Napoli lavora questo materiale sulla scorta del suo rigore critico, ma anche grazie alla diretta conoscenza dell’ambiente letterario e degli stessi poeti, in qualche modo dunque partecipe, semmai con qualche maggiore attenzione alla sponda milanese, ma senza mai tralasciare anche le esperienze poetiche della provincia, peraltro tradizionalmente numerose e significative. Poesia presente è dunque un libro che giunge a colmare uno spazio fin qui lasciato vuoto e che permette una prima sistemazione storica dell’interessante e vivace produzione poetica dei decenni di passaggio verso il nuovo millennio.

PER OGNI FRAZIONE di Davide Castiglione (Campanotto)

Davide Castiglione è un giovane poeta, nato ad Alessandria nel 1985. Nella raccolta d’esordio Per ogni frazione, pubblicata per i tipi di Campanotto Editore, ci rappresenta una realtà frammentata e disuguale, dove il compito della poesia è quello dell’improbabile tentativo di ricondurre il mondo ad unità. Ma il paesaggio, un ambiente cittadino spiazzante nella sua evidente mancanza di senso, si ribella ad ogni disegno, devia continuamente da ogni ipotesi di pianificazione e di stabilità. Così avviene nella sezione sintomaticamente titolata “Sensi della piazza”: “Il vento, se fa tanto, lascia che i panni oscillino, / mai imparata l’urgenza di tenersi o andare”, o ancora “Che questa geografia rimanga uguale ripresa dall’alto, / moltiplicata al più: questo ho sperato per reggere il pensiero / questo ho sperato soppresso dal pensiero. Tutto piano, / spento ogni dissidio perché enorme e remoto per sentirlo”.
Nessuna epifania è possibile, nessuna ricomposizione è plausibile, anche se il miracolo sembra dover avvenire, sembra che improvvisamente l’incontro possa accadere, che l’abbraccio con l’altro, la conoscenza reciproca siano finalmente una soluzione. Ma è il poeta stesso a non credere fino in fondo a questa composizione “sarà la paura di urtarsi / pari al desiderio di urtarsi, / sui marciapiedi un vestirsi a sorriso / che più eccede e più lascia // nudi: così, per non sentirci / assenza o incrocio mancato, / gente a passarsi in mezzo, / in vetrina, a passare, a non conoscersi”.
Date queste condizioni, è inevitabile che Davide Castiglione scelga un respiro frantumato, una lingua comunque colta e dal solido impianto letterario ma che si manifesta spesso per schegge e frammenti. O finge un carattere improvvisamente prosaico, quasi narrativo, salvo poi immediatamente contraddirlo con repentini scarti sintattici, con spostamenti temporali e logici, che specchiano il fuorviante non senso dell’esistenza.

TIBET di Roberto Carifi (Le Lettere)

La poesia di Roberto Carifi, a partire dalla prima raccolta Simulacri pubblicata nel 1979, ha seguito negli anni un suo percorso coerente e rigoroso, sempre orientato a manifestare un sentimento pietoso e accorato di fronte alle tragedie individuali e collettive, alla sofferenza di cui suo malgrado si nutre la vita degli uomini. Attraverso un cammino personale di rinuncia e di dolore, di intima dignitosissima tribolazione, Carifi approda in Tibet, che è insieme luogo dello spirito per eccellenza, ma anche spazio di incontaminata percezione, territorio dove si consuma la separazione dal mondo e dai suoi idoli, dove la spietata corsa alla modernità si mostra in tutta la sua inutilità e inconcludenza. Il Tibet non è l’approdo orientaleggiante di tanti, in fuga semmai vacanziera dai mali del consumo e dalla frenesia della quotidiana corsa al benessere, ma punto di arrivo di un percorso tutto umano e spirituale alla ricerca della casa accogliente dove il pensiero possa trovare finalmente una propria più reale dimensione, dove la parola si mostri autentica, del tutto liberata dalle incrostazioni della quotidianità.
Tibet è il titolo dell’ultima raccolta di Roberto Carifi, che si compone di oltre cinquanta poesie, suddivise in dieci sezioni, che finiscono per svolgere, anche se non dichiaratamente, il filo di un poemetto di forte concentrazione lirica. La parola poetica segue il percorso dell’io nel suo progressivo dilatarsi, fino diremmo all’annullamento, in qualcosa che insieme lo amplia e lo sovrasta, lo spiega e lo nega. “Vidi e non vidi, poi cessai d’immaginare” è l’incipit di una bellissima lirica della sezione Le ferite di tutti, che si chiude con questi versi: “e solo perché diventavo puro / si capiva da che inferni ero passato, / tutto quello che fu chiamato terra / era andato in rovina, catrami e fossili, / rottami, e venivo accolto dove non c’era più nulla”.
L’adesione di Carifi al buddismo, già annunciata con il libro di riflessioni filosofiche Le domande di Masao del 2003, e poi confermata da La solitudine del Budda (2006) e da Il maestro e la compassione (2008), fa da struttura portante delle liriche della raccolta, che propone una sorta di cammino mistico verso un luogo senza confini e senza tempo, dove “non c’è più niente che esista”, ma dove ogni cosa può essere contemplata nella sua verità. La strada verso il Tibet, costellata di visioni e scandita da stazioni di posta che sono luoghi di penitenza e di conoscenza, conduce alla fine ad un punto, che è insieme fine e principio, il luogo della morte e del nulla, della conoscenza e dell’annullamento dell’io, dove gli opposti finiscono per comporsi, e dove infine si raggiunge finalmente la rarefatta atmosfera delle cime: “Poi si riaprono le conifere, respirano le foglie, / poi si diventa una cosa solo con i cumuli di neve, / anche i morti divengono sottili / e raggiungono con migliaia di esseri le vette più alte.”
La forza delle poesie di Tibet sta nel fatto che Carifi non appare alla ricerca delle parole che siano utili a dire la sua esperienza, ma sembra quasi abitato da queste parole, che lo raggiungono nell’atto infine libero della contemplazione e della profonda osservazione. Tutto quello che è accaduto trova ora la sua destinazione: “Del mio passato rammento i blu, / i cobalti delle ore in cui fiorivano i massacri, / e le madri che mi facevano fremere d’amore / mentre ora non ho che spirito, l’ancella del ventre / che mi balbetta dentro, / e sto con il lago a guardare il fogliame, / a cavarmi gli occhi per il troppo vedere”.

POESIE DELLA FAME E DELLA SETE di Francesco Iannone (Ladolfi Editore)

Nella grande massa dei volumi che occupano i banchi delle librerie e che ogni settimana si rinnovano (tanti i libri, così pochi i lettori?), non c’è rischio di rintracciare i solitamente smilzi e più dimessi libretti dei poeti italiani, in particolare se sono di poeti all’esordio e di editori minori se non altro nella capacità di distribuire i propri prodotti. In un angolo della libreria, il più buio il più lontano dall’entrata, pure un settore destinato alla poesia è presente, ma è quasi interamente occupato dai classici e dagli immancabili Neruda e Lorca; è possibile notare tra i poeti italiani per abbondante numero di titoli la sola (e solita) Alda Merini.
Eppure la poesia italiana è alquanto viva e capace di offrire una lettura della realtà per nulla scontata né condizionata da questi tempi in cui la comunicazione sembra marciare decisamente verso la ripetizione di formule note e rassicuranti. E’ vero che i poeti, forse anche perché reclusi in un orizzonte editoriale piuttosto ristretto, tendono a cancellare o a ridurre al minimo ogni confronto con il lettore, anzi spesso dimenticano l’ipotesi che un lettore possa esistere, ma questo non giustifica l’abbandono. Succede poi che dal calderone qualcuno trovi il modo per uscire e mostrarsi solo per caso e per capacità di autopromozione.
Uno sforzo di ricavare qualche indicazione nel brulicante mondo delle opere di poesie (e delle opere prime, in particolare) va comunque fatto. Succede così di scoprire presenze interessanti, esordi certamente da segnalare.
E’ il caso per esempio di Francesco Iannone che presenta al pubblico dei lettori le Poesie della fame e della sete (Giuliano Ladolfi Editore, con una bella e accorata nota introduttiva di Gabriella Sica). Già nella prima poesia, un distico il cui carattere corsivo sembra segnalare un intento programmatico, il giovane poeta salernitano (è nato nel 1985) dichiara che il verso non deve distrarre e confondere, quanto piuttosto arrendersi al reale. E’ una dichiarazione di poetica di inusuale chiarezza e determinazione. Va da sé che il reale della poesia di Iannone è ben altra cosa da quel superficiale ammasso di eventi e circostanze, di oggetti e persone che sembra invece a bella posta volerci distrarre dall’essenza vera e profonda delle cose, appena percettibile e sempre sfuggente. La realtà, per Iannone, si compone di una quotidianità attraente ma indeclinabile nei suoi valori più sinceri, una quotidianità che improvvisamente sbanda, prende vie inconsuete e impreviste. E’ una quotidianità che diremmo spicca il volo, viste le citazioni in esergo da Leopardi, Luzi e dall’amato conterraneo Gatto, che tutte si riferiscono al volo e agli uccelli, e considerati gli scarti verso l’alto di cui la realtà in queste versi è spesso protagonista. E’ quanto avviene nella poesia in cui un vecchio solitario su una panchina è spesso visitato da un uccello che “sgambettava qua e là come ad eseguire un ballo / un esercizio di danza complesso”. Ma poi il vecchio non occupa più il posto dove il poeta l’ha visto tante volte, “forse se n’è volato via per fare compagnia a quell’uccello / nel cielo così solo, senza nemmeno un rifugio o un appiglio”.
E’ una realtà amica e sofferente quella che emerge da queste Poesie della fame e della sete, segnata dai limiti imposti dal tempo e dalla lotta per la sopravvivenza, ma il poeta sa che “c’è un giardino bellissimo dove / il pane si divide, è un luogo vero, reale, / dove il grano si coltiva insieme / e si ride, si vive…”. La lingua per raccontare questa realtà è piana e scivola quasi verso la scoperta di verità nascoste.

(pubblicata su Giudizio Universale)

LA BANDA APOLLINAIRE di Renzo Paris

 

Con la fine della prima guerra mondiale si conclude un’epoca, che aveva mostrato gli ultimi brillanti palpiti con l’esplosiva e contraddittoria età della Belle Epoque, e si spegne anche la vicenda esistenziale di Guillaume Apollinaire. Nello stesso giorno in cui a Parigi si festeggia la fine del conflitto, gli amici si raccolgono intorno al corpo senza vita di quello che sarebbe stato considerato come uno dei più grandi lirici del Novecento, che avrebbe voluto essere il Papa delle avanguardie, e in cui i suoi contemporanei riconobbero soprattutto il fantasioso prosatore, oltre che il brillante, a volte esageratamente vitale, animatore della scena culturale parigina. Apollinaire muore a 38 anni, prostrato nel fisico dopo aver subito una ferita al capo mentre era al fronte, tanto da essere colpito prima da una congestione polmonare e poi dalla febbre spagnola, che nei mesi successivi alla sua morte avrebbe mietuto decine di migliaia di vittime in Europa.
Guillaume Apollinaire era nato a Roma nel 1880, in via Milano ed era stato svezzato da una nutrice di Trastevere (da cui la lapide che lo vorrebbe nato in viale Trastevere). Era figlio di padre ignoto e di Angelica de Kostrowitzky, che si faceva chiamare Olga, una affascinante aristocratica che viveva accompagnando e intrattenendo ricchi signori che trascorrevano la loro vita nelle sale da gioco.
Al polacco di origine russa, che nacque a Roma e visse Parigi come la propria patria, Renzo Paris dedica una ricca e accurata biografia. La banda Apollinaire (il titolo fa riferimento al gruppo di amici, artisti e letterati, che si riunivano nell’atelier di Picasso, che i parigini conobbero come “bande à Picasso”) è un libro composito, ricco di spunti critici, di riflessioni che spesso, più o meno direttamente, richiamano ai nostri giorni, ad una società letteraria che ad esempio ha dimenticato i valori su cui andrebbe costruita la fama letteraria. “Un giovane autore oggi – scrive Paris – punta subito alla penetrazione del mercato. Non è interessato alla stima dei suoi colleghi di penna, è l’entità del contratto della sua opera ad attrarlo”.
Non è un caso che il romanzo biografico si apra e si concluda con la narrazione delle passeggiate romane di Paris, a distanza di un anno, ma sempre il 25 agosto, giorno in cui il poeta era nato, alla ricerca dei luoghi che ospitarono i primi passi della vita di Guillaume. In questo modo si sottolinea come il racconto della vita del poeta francese non sia solo il resoconto di una vicenda ormai passata, ma offra sollecitazioni che possono servire a comprendere meglio il presente. Allo stesso tempo emerge fortemente il legame profondo che lega lo scrittore italiano al poeta d’oltralpe, a cui del resto Paris ha sempre dedicato la sua attenzione, a partire dai primi anni Settanta, quando ne curò un’edizione delle poesie. Questo legame diventa a tratti evocazione struggente di un incontro impossibile: “Sta di fatto che passeggiando per i luoghi centrali di tutta la produzione del Nostro, l’emozione ricevuta dalla lettura dei suoi versi, dalle sue prose, mi ha fatto desiderare davvero di incontrarlo e certe volte mi è parso di vederlo”.
Renzo Paris, con scrupolo di biografo, ripercorre le tappe della vita di Apollinaire, ricostruisce i suoi interventi giornalistici, si sofferma sui capolavori letterari, traccia il percorso dei suoi amori spesso contrastati fino al rassicurante approdo, a poche settimane dalla morte, del matrimonio con la pittrice Jacqueline Kolb. In una prosa solida e piana che rifugge da ogni eleganza che sia solo gratuita concessione al lettore, riesce ad offrirci il senso di un’esperienza letteraria insieme elitaria e di massa, che cerca il contatto con la folla, perché “la poesia si nascondeva proprio tra quella folla che aveva cancellato in un sol colpo il concetto stesso dell’individuo”. Quel poeta “furbissimo e innocente”, come ebbe a definirlo il pittore Gino Severini, ci dice ancora, nell’epoca segnata da internet, nella realtà moderna “contenta di aver cancellato il passato e il futuro in un presente di plastica”, che fare poesia è non perdere il contatto con la tradizione lirica, per poter “cambiare il senso delle parole di sempre”. Ma soprattutto nel libro emerge, quasi nostalgicamente, l’idea di vivere l’arte come solidarietà tra amici. Anzi, dice Paris, che è proprio questo a muoverlo alla ricostruzione di quell’epoca: “Era l’amicizia amorosa tra poeti, tra artisti, quella solidarietà immediata tra bohémiens che volevo ritrovare, compresa l’invidiosa competitività”.