GABBIE PER NUVOLE di Roberto Deidier (Empiria)

Che l’atto del tradurre finisca inevitabilmente per tradire un testo e, di conseguenza, le intenzioni dell’autore, è cosa ormai nota. C’è da aggiungere che il traduttore , nella scelta dell’opera che vuole trasferire in altra lingua e nelle preferenza linguistiche e stilistiche per le quali opta, non può che a sua volta tradirsi, mettere a nudo cioè i suoi amori letterari, i percorsi interiori che ad essi conducono, le proprie predilezioni, molto spesso anche le passioni e le angosce.
Mi ha fatto pensare a questo, e a come ogni traduzione operata da uno scrittore o da un critico sia di fatto una sorta di confessione, la lettura di Gabbie per nuvole di Roberto Deidier. Il bel libro edito da Empirìa è in effetti un quaderno di traduzioni che il poeta e critico letterario Deidier sviluppa però in maniera del tutto originale, per nuclei tematici, dividendo il libro in sezioni, che non sono assegnate a singoli autori o a epoche specifiche, ma appunto si sviluppano seguendo un percorso interiore, una mappa personale e profonda, tanto che la paternità del libro che risulta così composto deve essere attribuita a chi traduce, prima ancora che agli autori tradotti. Insomma è come se Deidier avesse voluto non solo farci entrare nella sua officina di scrittore, ma anche invitarci in casa, facendoci accomodare in poltrona, per vedere se è possibile chiacchierare intorno ad alcuni temi, che non solo sono di grande interesse, ma risultano in definitiva vitali per il nostro tempo.
“Questo libro – scrive Deidier nella Premessa – è la mia personale mappa di amicizie e spaesamenti; una piccola geografia degli autori che mi hanno scortato nel tempo della scrittura, ora come compagni di viaggio, ora come incontri occasionali, imprevisti, o come veri e propri dirottamenti. Alcuni di questi, in seguito, si sono tramutati in amicizie durature, altri sono rimaste presenze legate a un periodo, o anche a un solo istante”.
Avvicinarsi a un autore nell’atto di tradurlo, così come nell’esperienza di una lettura in profondità, può rassicurarci, farci ritrovare in territori gradevoli e accoglienti, o determinare una sorta di spaesamento, costringerci a cambiare direzione, a rivedere i progetti. Gabbie per nuvole è tutto questo, il ritrovare la rotta e insieme perderla, arrivare a un punto d’approdo che ti invita subito a riprendere il viaggio: è “un diario di incontri e di esplorazioni non cercati” che diventa però anche “la storia del formarsi di una lingua”, che è quella appunto di chi traduce, cioè di chi vive, trasformando i testi, una sorta di profonda e personale trasmutazione.
Il risultato non è dunque un libro di traduzioni in cui l’autore, poeta a sua volta, dimostra la sua abilità di versificatore e la perizia tecnica: Deidier è rispettoso nei confronti dei poeti che traduce (soprattutto anglofoni, come Keats, Auden, Stevenson, Hardy, Larkin, ma anche Artaud e Apollinaire), non compie mai il peccato di indulgere in tentazioni di protagonismo, ma nello stesso tempo è sempre presente, con le proprie esperienze letterarie e di vita, e soprattutto con la propria lingua, quella cioè della propria poesia, che a sua volta ha assorbito le indicazioni linguistiche e di stile degli autori tradotti. Siamo così di fronte a un tracciato nitido ma non rettilineo, che si compone di testi, ai quali possiamo avvicinarci in compagnia del traduttore, progressivamente consapevoli di questo gioco complesso di regali e restituzioni che è in questo caso l’atto della traduzione.
“Sono i testi a scegliere noi, e non il contrario”, scrive Deidier. Di questo incontro si vorrebbe afferrare la pienezza e il senso ultimo della lingua. Ma i testi si propongono come “luci di passaggio, piccoli lampi”, tanto che “ogni tentativo di fermarli, di portarli nella nostra lingua, altro non è che la costruzione di una gabbia per nuvole”.

L’ASSO NELLA NEVE di Anna Maria Carpi (Transeuropa)

Ci sono occasioni in cui la poesia riesce a parlare a tutti coloro che le si accostano, affondando con grazia limpida ed accessibile, con acuta e sofferente determinazione, nelle ordinarie eppure particolarissime manifestazioni della vita di tutti i giorni. Si pubblicano oggi in Italia ancora raccolte di versi, che dovrebbero leggere tutti coloro che sostengono che la poesia, per statuto suo proprio o per intima e ormai irreversibile aberrazione, debba per forza mostrarsi come un percorso irto di difficoltà, linguaggio criptico e in parte inaccessibile, codice per iniziati insomma, che si consuma nell’ambito costretto e circoscritto di un circolo di affiliati che finiscono per scambiarsi messaggi tra di loro. Ci sono libri che riescono a coniugare la massima densità di significato con una leggibilità che recupera a nuovo senso la lingua della comunicazione quotidiana, libri che si oppongono come un vessillo di trasparenza a quanti di fronte ad una raccolta di poesie reagiscono con il più netto e consueto dei rifiuti: “io la poesia non la capisco”.
L’asso nella nevedi Anna Maria Carpi, pubblicato da Transeuropa, è uno di questi libri, occasione rara per avvicinarsi alla poesia con rinnovata speranza che essa sappia dire con limpida compostezza le inconcludenze e le bellezze del mondo. La Carpi allunga il suo sguardo rapito e curioso, sempre penetrante, sulle vicende minime e consuete della vita di tutti i giorni e ce ne rimanda le immagini attraverso una lingua che privilegia il registro colloquiale, nobilitata però, e nello stesso tempo straniata, da una musicalità suadente, controllata con estrema perizia e senso dell’armonia. Sta di fatto che le vicende quotidiane raccontate dalla Carpi, proprio nel momento in cui sembrano parte del banale patrimonio che accompagna tutte le nostre giornate, lasciano emergere una verità nascosta, una scoperta improvvisa, un accesso imprevisto verso l’inaccessibile, che ci viene comunque offerto con garbata, quasi noncurante, pacatezza. “La vita è questo” affermano in vario modo le liriche de L’asso nella neve, e cioè entrare in banca, al supermercato, prendere la metropolitana, perdersi nelle mille occupazioni quotidiane, passare le serate con gli amici, andare alle inaugurazioni delle mostre, viaggiare. “La vita è questo” dice a se stessa la poetessa, bisogna in qualche modo adattarsi al turbinio privo di senso, al nulla che si nasconde dietro ogni gesto. E conclude: “Io perché non ne ho voglia? / Perché non mi riprendo come la mia azalea? / Era appassita, i fiori come stracci. / Le era mancata l’acqua, io gliel’ho data / senza speranza e invece stamattina / è ritta viva ignara risplendente”.
C’è sempre una soluzione inattesa nei versi della Carpi, un evento che mescola le carte che sembravano ordinatamente e ordinariamente disposte, e che induce a un repentino cambio di prospettiva, che suggerisce che le regole non sono forse quelle cui ci siamo finora attenuti. I temi della raccolta sono quelli consueti dell’amore e della morte, delle relazioni di coppia e dei rapporti con gli altri, più o meno estranei, ma sono argomenti riproposti e verrebbe da dire rivissuti con “disperata leggerezza”, con vivacità e rapimento, tanto più inaspettati di fronte al ripetuto grigiore dell’esistenza: “… che stortura / è avere un corpo, un volto, quello solo, / e che è soltanto carne, / la data di scadenza scritta in piccolo, / o dentro o sotto, dove nessuno legge. / Si aspetta il verde, si traversa la strada, / si scende nel metrò, si fa la spesa, / si prenotano viaggi, si entra in banca. / Singoli alieni con tatuaggi e piercing, / singoli con i figli da mandare a scuola, / singoli come me soli e scontenti. / E dopo e dopo e dopo? / Dove guardano tutti questi occhi?”.
La morte nelle poesie de L’asso nella neve è spesso solo un pensiero che proietta una specie di preventiva nostalgia per quella parte di vita che continuerà dopo la fine, quando, malgrado la nostra assenza, le cose rimarranno al loro posto e i vivi continueranno a frequentare i luoghi che anche noi frequentavamo, a fare acquisti, a passeggiare. “C’è una via di negozi” certifica la poetessa, “se ci sarà dopo di me io voglio / restarvi come un passero la sera / quando i vivi vanno a far la spesa: / il vorace vola anche lui dentro, / nel bianco algido del supermercato, / campa di briciole, ma non è di cibo / che lui è in cerca. Loro non lo sanno / quale gioia è vederli, stare in mezzo / alla cara brigata di migranti / coi loro acquisti, in fila verso il nulla / una casa, una sera un dopocena”.
Sono gli altri l’ossessione della Carpi, la grande massa degli amati, dei vicini e degli sconosciuti che popolano la nostra esistenza. Sono loro che puntellano la nostra vita e che si vorrebbe abbracciare, ma dei quali si desidera anche non avere bisogno. Da una parte si avverte quasi una brama di possesso, una voglia struggente di essere concretamente nelle vite di tutti, dall’altra una necessità di solitudine, che è insieme desiderio vitale e condanna, piacere e strada impercorribile. “Gli altri: io li voglio tutti, / solo tutti insieme / li posso amare / e di uno soltanto ho poca voglia”.

(pubblicato su Giudizio Universale)

POESIA PRESENTE di Francesco Napoli (Raffaelli)

Francesco Napoli è un acuto critico letterario da anni attivo nell’ambiente milanese, che ha concentrato la sua attenzione in particolare sulla poesia italiana degli ultimi decenni. Impegno già di per sé meritorio, se si considera come la poesia, e in particolare quella contemporanea, sia un luogo comunicativo ed espressivo poco indagato e comunque considerato marginale e, quasi per definizione, lontano dagli interessi del pubblico e degli editori. Dei precedenti libri di Francesco Napoli vanno ricordati almeno l’antologia delle Poesiedi Alfonso Gatto, da lui curata per i tipi della Jaca Book, e per la stessa casa editrice il più recente Novecento prossimo venturo,edito nel 2005, che contiene una serie di conversazioni critiche con alcuni tra i maggiori poeti contemporanei.
Alla produzione lirica di questi anni è dedicato anche l’ultimo lavoro di Napoli, Poesia presente. A pubblicarlo è Raffaelli Editore, nome anch’esso degno di apprezzamento per la considerazione che da sempre dedica alla poesia.
Il libro di Napoli tenta con successo una prima sistemazione storica dell’esperienza poetica degli ultimi decenni, partendo dall’assunto che il panorama risulta estremamente vivo, ma altrettanto frammentato e dunque di difficile ordinamento in categorie. Innanzitutto l’autore si pone il problema di definire i limiti del Novecento, al fine di circoscrivere il proprio raggio d’azione. Se il Novecento in poesia parte con la pubblicazione de Il porto sepoltodi Ungaretti nel 1916, dunque nel pieno di quella Grande Guerra che può essere considerata anche l’inizio della vicenda storica del secolo breve, la conclusione invece anticipa di diversi anni il crollo del Muro di Berlino. La poesia italiana chiude il suo conto con l’avventura novecentesca, scrive Napoli, ben prima dello stravolgimento prodotto dalla caduta dei regimi dei paesi dell’Est: nel 1975, che è poi l’anno di pubblicazione de Il pubblico della poesia, la ben nota antologia curata da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, a cui farà seguito, tre anni più tardi, un’altra raccolta antologica, quella de La parola innamorata, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, nella quale troveranno posto alcuni dei poeti che saranno tra i più attivi nei decenni successivi. Per Napoli si è verificato proprio a partire da queste due pubblicazioni una sorta di “sommovimento tellurico” che “scuote dal profondo la nostra poesia, giungendo a mutarne l’orografia”.
Questo profondo sconvolgimento si spiega innanzitutto con la “fine di ogni scuola dominante a favore di un’estrema e del tutto nuova pluralità di voci di salda tenuta”. Ne deriva che “la koinè letteraria e linguistica, fino ad allora sempre compatta e voluta tale anche dalla Neoavanguardia, si sfarina in un pulviscolo assolutamente unico e mai visto per la nostra poesia, senza danno alcuno per gli esiti”.
E’ proprio all’interno di questa pluralità di voci vivace e interessante che Napoli ci accompagna in un percorso scandito in decenni, nella convinzione che non si possa parlare di scuole e correnti, quanto piuttosto lasciare ai singoli poeti, alla loro produzione significativamente antologizzata nel volume, la possibilità di dare conto di questa produttiva frammentazione.
Il volume si divide in tre parti, ognuna dedicata a un decennio (Anni Settanta, Ottanta e Novanta), con una scelta di testi (27 gli autori antologizzati), introdotta da un ampio e documentato approfondimento critico, che permette di ripercorrere le vicende della poesia italiana contemporanea sulla base di un repertorio di notizie e di informazioni utili sia per gli addetti ai lavori che per i lettori e gli appassionati. Napoli lavora questo materiale sulla scorta del suo rigore critico, ma anche grazie alla diretta conoscenza dell’ambiente letterario e degli stessi poeti, in qualche modo dunque partecipe, semmai con qualche maggiore attenzione alla sponda milanese, ma senza mai tralasciare anche le esperienze poetiche della provincia, peraltro tradizionalmente numerose e significative. Poesia presente è dunque un libro che giunge a colmare uno spazio fin qui lasciato vuoto e che permette una prima sistemazione storica dell’interessante e vivace produzione poetica dei decenni di passaggio verso il nuovo millennio.

PER OGNI FRAZIONE di Davide Castiglione (Campanotto)

Davide Castiglione è un giovane poeta, nato ad Alessandria nel 1985. Nella raccolta d’esordio Per ogni frazione, pubblicata per i tipi di Campanotto Editore, ci rappresenta una realtà frammentata e disuguale, dove il compito della poesia è quello dell’improbabile tentativo di ricondurre il mondo ad unità. Ma il paesaggio, un ambiente cittadino spiazzante nella sua evidente mancanza di senso, si ribella ad ogni disegno, devia continuamente da ogni ipotesi di pianificazione e di stabilità. Così avviene nella sezione sintomaticamente titolata “Sensi della piazza”: “Il vento, se fa tanto, lascia che i panni oscillino, / mai imparata l’urgenza di tenersi o andare”, o ancora “Che questa geografia rimanga uguale ripresa dall’alto, / moltiplicata al più: questo ho sperato per reggere il pensiero / questo ho sperato soppresso dal pensiero. Tutto piano, / spento ogni dissidio perché enorme e remoto per sentirlo”.
Nessuna epifania è possibile, nessuna ricomposizione è plausibile, anche se il miracolo sembra dover avvenire, sembra che improvvisamente l’incontro possa accadere, che l’abbraccio con l’altro, la conoscenza reciproca siano finalmente una soluzione. Ma è il poeta stesso a non credere fino in fondo a questa composizione “sarà la paura di urtarsi / pari al desiderio di urtarsi, / sui marciapiedi un vestirsi a sorriso / che più eccede e più lascia // nudi: così, per non sentirci / assenza o incrocio mancato, / gente a passarsi in mezzo, / in vetrina, a passare, a non conoscersi”.
Date queste condizioni, è inevitabile che Davide Castiglione scelga un respiro frantumato, una lingua comunque colta e dal solido impianto letterario ma che si manifesta spesso per schegge e frammenti. O finge un carattere improvvisamente prosaico, quasi narrativo, salvo poi immediatamente contraddirlo con repentini scarti sintattici, con spostamenti temporali e logici, che specchiano il fuorviante non senso dell’esistenza.

TIBET di Roberto Carifi (Le Lettere)

La poesia di Roberto Carifi, a partire dalla prima raccolta Simulacri pubblicata nel 1979, ha seguito negli anni un suo percorso coerente e rigoroso, sempre orientato a manifestare un sentimento pietoso e accorato di fronte alle tragedie individuali e collettive, alla sofferenza di cui suo malgrado si nutre la vita degli uomini. Attraverso un cammino personale di rinuncia e di dolore, di intima dignitosissima tribolazione, Carifi approda in Tibet, che è insieme luogo dello spirito per eccellenza, ma anche spazio di incontaminata percezione, territorio dove si consuma la separazione dal mondo e dai suoi idoli, dove la spietata corsa alla modernità si mostra in tutta la sua inutilità e inconcludenza. Il Tibet non è l’approdo orientaleggiante di tanti, in fuga semmai vacanziera dai mali del consumo e dalla frenesia della quotidiana corsa al benessere, ma punto di arrivo di un percorso tutto umano e spirituale alla ricerca della casa accogliente dove il pensiero possa trovare finalmente una propria più reale dimensione, dove la parola si mostri autentica, del tutto liberata dalle incrostazioni della quotidianità.
Tibet è il titolo dell’ultima raccolta di Roberto Carifi, che si compone di oltre cinquanta poesie, suddivise in dieci sezioni, che finiscono per svolgere, anche se non dichiaratamente, il filo di un poemetto di forte concentrazione lirica. La parola poetica segue il percorso dell’io nel suo progressivo dilatarsi, fino diremmo all’annullamento, in qualcosa che insieme lo amplia e lo sovrasta, lo spiega e lo nega. “Vidi e non vidi, poi cessai d’immaginare” è l’incipit di una bellissima lirica della sezione Le ferite di tutti, che si chiude con questi versi: “e solo perché diventavo puro / si capiva da che inferni ero passato, / tutto quello che fu chiamato terra / era andato in rovina, catrami e fossili, / rottami, e venivo accolto dove non c’era più nulla”.
L’adesione di Carifi al buddismo, già annunciata con il libro di riflessioni filosofiche Le domande di Masao del 2003, e poi confermata da La solitudine del Budda (2006) e da Il maestro e la compassione (2008), fa da struttura portante delle liriche della raccolta, che propone una sorta di cammino mistico verso un luogo senza confini e senza tempo, dove “non c’è più niente che esista”, ma dove ogni cosa può essere contemplata nella sua verità. La strada verso il Tibet, costellata di visioni e scandita da stazioni di posta che sono luoghi di penitenza e di conoscenza, conduce alla fine ad un punto, che è insieme fine e principio, il luogo della morte e del nulla, della conoscenza e dell’annullamento dell’io, dove gli opposti finiscono per comporsi, e dove infine si raggiunge finalmente la rarefatta atmosfera delle cime: “Poi si riaprono le conifere, respirano le foglie, / poi si diventa una cosa solo con i cumuli di neve, / anche i morti divengono sottili / e raggiungono con migliaia di esseri le vette più alte.”
La forza delle poesie di Tibet sta nel fatto che Carifi non appare alla ricerca delle parole che siano utili a dire la sua esperienza, ma sembra quasi abitato da queste parole, che lo raggiungono nell’atto infine libero della contemplazione e della profonda osservazione. Tutto quello che è accaduto trova ora la sua destinazione: “Del mio passato rammento i blu, / i cobalti delle ore in cui fiorivano i massacri, / e le madri che mi facevano fremere d’amore / mentre ora non ho che spirito, l’ancella del ventre / che mi balbetta dentro, / e sto con il lago a guardare il fogliame, / a cavarmi gli occhi per il troppo vedere”.

POESIE DELLA FAME E DELLA SETE di Francesco Iannone (Ladolfi Editore)

Nella grande massa dei volumi che occupano i banchi delle librerie e che ogni settimana si rinnovano (tanti i libri, così pochi i lettori?), non c’è rischio di rintracciare i solitamente smilzi e più dimessi libretti dei poeti italiani, in particolare se sono di poeti all’esordio e di editori minori se non altro nella capacità di distribuire i propri prodotti. In un angolo della libreria, il più buio il più lontano dall’entrata, pure un settore destinato alla poesia è presente, ma è quasi interamente occupato dai classici e dagli immancabili Neruda e Lorca; è possibile notare tra i poeti italiani per abbondante numero di titoli la sola (e solita) Alda Merini.
Eppure la poesia italiana è alquanto viva e capace di offrire una lettura della realtà per nulla scontata né condizionata da questi tempi in cui la comunicazione sembra marciare decisamente verso la ripetizione di formule note e rassicuranti. E’ vero che i poeti, forse anche perché reclusi in un orizzonte editoriale piuttosto ristretto, tendono a cancellare o a ridurre al minimo ogni confronto con il lettore, anzi spesso dimenticano l’ipotesi che un lettore possa esistere, ma questo non giustifica l’abbandono. Succede poi che dal calderone qualcuno trovi il modo per uscire e mostrarsi solo per caso e per capacità di autopromozione.
Uno sforzo di ricavare qualche indicazione nel brulicante mondo delle opere di poesie (e delle opere prime, in particolare) va comunque fatto. Succede così di scoprire presenze interessanti, esordi certamente da segnalare.
E’ il caso per esempio di Francesco Iannone che presenta al pubblico dei lettori le Poesie della fame e della sete (Giuliano Ladolfi Editore, con una bella e accorata nota introduttiva di Gabriella Sica). Già nella prima poesia, un distico il cui carattere corsivo sembra segnalare un intento programmatico, il giovane poeta salernitano (è nato nel 1985) dichiara che il verso non deve distrarre e confondere, quanto piuttosto arrendersi al reale. E’ una dichiarazione di poetica di inusuale chiarezza e determinazione. Va da sé che il reale della poesia di Iannone è ben altra cosa da quel superficiale ammasso di eventi e circostanze, di oggetti e persone che sembra invece a bella posta volerci distrarre dall’essenza vera e profonda delle cose, appena percettibile e sempre sfuggente. La realtà, per Iannone, si compone di una quotidianità attraente ma indeclinabile nei suoi valori più sinceri, una quotidianità che improvvisamente sbanda, prende vie inconsuete e impreviste. E’ una quotidianità che diremmo spicca il volo, viste le citazioni in esergo da Leopardi, Luzi e dall’amato conterraneo Gatto, che tutte si riferiscono al volo e agli uccelli, e considerati gli scarti verso l’alto di cui la realtà in queste versi è spesso protagonista. E’ quanto avviene nella poesia in cui un vecchio solitario su una panchina è spesso visitato da un uccello che “sgambettava qua e là come ad eseguire un ballo / un esercizio di danza complesso”. Ma poi il vecchio non occupa più il posto dove il poeta l’ha visto tante volte, “forse se n’è volato via per fare compagnia a quell’uccello / nel cielo così solo, senza nemmeno un rifugio o un appiglio”.
E’ una realtà amica e sofferente quella che emerge da queste Poesie della fame e della sete, segnata dai limiti imposti dal tempo e dalla lotta per la sopravvivenza, ma il poeta sa che “c’è un giardino bellissimo dove / il pane si divide, è un luogo vero, reale, / dove il grano si coltiva insieme / e si ride, si vive…”. La lingua per raccontare questa realtà è piana e scivola quasi verso la scoperta di verità nascoste.

(pubblicata su Giudizio Universale)

LA BANDA APOLLINAIRE di Renzo Paris

 

Con la fine della prima guerra mondiale si conclude un’epoca, che aveva mostrato gli ultimi brillanti palpiti con l’esplosiva e contraddittoria età della Belle Epoque, e si spegne anche la vicenda esistenziale di Guillaume Apollinaire. Nello stesso giorno in cui a Parigi si festeggia la fine del conflitto, gli amici si raccolgono intorno al corpo senza vita di quello che sarebbe stato considerato come uno dei più grandi lirici del Novecento, che avrebbe voluto essere il Papa delle avanguardie, e in cui i suoi contemporanei riconobbero soprattutto il fantasioso prosatore, oltre che il brillante, a volte esageratamente vitale, animatore della scena culturale parigina. Apollinaire muore a 38 anni, prostrato nel fisico dopo aver subito una ferita al capo mentre era al fronte, tanto da essere colpito prima da una congestione polmonare e poi dalla febbre spagnola, che nei mesi successivi alla sua morte avrebbe mietuto decine di migliaia di vittime in Europa.
Guillaume Apollinaire era nato a Roma nel 1880, in via Milano ed era stato svezzato da una nutrice di Trastevere (da cui la lapide che lo vorrebbe nato in viale Trastevere). Era figlio di padre ignoto e di Angelica de Kostrowitzky, che si faceva chiamare Olga, una affascinante aristocratica che viveva accompagnando e intrattenendo ricchi signori che trascorrevano la loro vita nelle sale da gioco.
Al polacco di origine russa, che nacque a Roma e visse Parigi come la propria patria, Renzo Paris dedica una ricca e accurata biografia. La banda Apollinaire (il titolo fa riferimento al gruppo di amici, artisti e letterati, che si riunivano nell’atelier di Picasso, che i parigini conobbero come “bande à Picasso”) è un libro composito, ricco di spunti critici, di riflessioni che spesso, più o meno direttamente, richiamano ai nostri giorni, ad una società letteraria che ad esempio ha dimenticato i valori su cui andrebbe costruita la fama letteraria. “Un giovane autore oggi – scrive Paris – punta subito alla penetrazione del mercato. Non è interessato alla stima dei suoi colleghi di penna, è l’entità del contratto della sua opera ad attrarlo”.
Non è un caso che il romanzo biografico si apra e si concluda con la narrazione delle passeggiate romane di Paris, a distanza di un anno, ma sempre il 25 agosto, giorno in cui il poeta era nato, alla ricerca dei luoghi che ospitarono i primi passi della vita di Guillaume. In questo modo si sottolinea come il racconto della vita del poeta francese non sia solo il resoconto di una vicenda ormai passata, ma offra sollecitazioni che possono servire a comprendere meglio il presente. Allo stesso tempo emerge fortemente il legame profondo che lega lo scrittore italiano al poeta d’oltralpe, a cui del resto Paris ha sempre dedicato la sua attenzione, a partire dai primi anni Settanta, quando ne curò un’edizione delle poesie. Questo legame diventa a tratti evocazione struggente di un incontro impossibile: “Sta di fatto che passeggiando per i luoghi centrali di tutta la produzione del Nostro, l’emozione ricevuta dalla lettura dei suoi versi, dalle sue prose, mi ha fatto desiderare davvero di incontrarlo e certe volte mi è parso di vederlo”.
Renzo Paris, con scrupolo di biografo, ripercorre le tappe della vita di Apollinaire, ricostruisce i suoi interventi giornalistici, si sofferma sui capolavori letterari, traccia il percorso dei suoi amori spesso contrastati fino al rassicurante approdo, a poche settimane dalla morte, del matrimonio con la pittrice Jacqueline Kolb. In una prosa solida e piana che rifugge da ogni eleganza che sia solo gratuita concessione al lettore, riesce ad offrirci il senso di un’esperienza letteraria insieme elitaria e di massa, che cerca il contatto con la folla, perché “la poesia si nascondeva proprio tra quella folla che aveva cancellato in un sol colpo il concetto stesso dell’individuo”. Quel poeta “furbissimo e innocente”, come ebbe a definirlo il pittore Gino Severini, ci dice ancora, nell’epoca segnata da internet, nella realtà moderna “contenta di aver cancellato il passato e il futuro in un presente di plastica”, che fare poesia è non perdere il contatto con la tradizione lirica, per poter “cambiare il senso delle parole di sempre”. Ma soprattutto nel libro emerge, quasi nostalgicamente, l’idea di vivere l’arte come solidarietà tra amici. Anzi, dice Paris, che è proprio questo a muoverlo alla ricostruzione di quell’epoca: “Era l’amicizia amorosa tra poeti, tra artisti, quella solidarietà immediata tra bohémiens che volevo ritrovare, compresa l’invidiosa competitività”.

SCONCERTO di Franco Marcoaldi (Bompiani)

Sconcerto è uno spettacolo di “teatro di musica”, secondo l’espressione coniata dai suoi ideatori. E’ nato dall’incontro tra le sensibilità artistiche, diverse per tipologia di linguaggio, estremamente vicine nell’amicizia e nel comune sentire, del compositore Giorgio Battistelli, dell’attore e regista Toni Servillo e del poeta Franco Marcoaldi. Di quest’ultimo è il testo che fa da base alla rappresentazione teatrale e che ora viene pubblicato da Bompiani nella collana Assaggi e Passaggi. 
Il testo di Marcoaldi (non un libretto d’opera, ma, come lo definisce lo stesso autore, “materiale letterario” che accompagna gli altri linguaggi) è in effetti un poemetto ben congegnato, lucido esempio di poesia civile, particolarmente efficace e, considerati i tempi, estremamente opportuno. Protagonista della scena e io-lirico monologante è un direttore d’orchestra che, aggredito dal frastuono che ci circonda, dalle troppe e contraddittorie sollecitazioni a cui non è più possibile dare senso, rimane inerte di fronte ai musicisti, incapace di agire, schiacciato da “troppo mondo nella testa”, e dalla responsabilità di un ruolo che lo vorrebbe invece, per definizione, elemento ordinante e chiarificatore.
E’ appunto questo lo sconcerto a cui fa riferimento il titolo. Termine dichiaratamente ambiguo, che richiama sia l’incapacità del direttore di ricondurre ad unità le note dell’orchestra, da cui la mancata esecuzione del concerto, sia lo stato d’animo del protagonista, e di noi tutti, che è quello di uno sbigottito scombussolamento di fronte alla disarmonia degli impulsi a cui siamo quotidianamente sottoposti.
Il senso, sia pure velatamente metaforico, è trasparente fin dai primi versi: non si tratta di una condizione astrattamente esistenziale, quella che il direttore denuncia con la sua paralisi di fronte all’orchestra, ma dell’effetto di una decadenza morale e civile, di cui è vittima un po’ tutta la società occidentale, in particolare il nostro paese: “Ecco lo specchio di un paese / smanioso, torvo, sfiduciato, / sempre pronto alla bagattella, / alla favola, alla sovreccitazione. / Confuso, frivolo, stordito, / che barcolla al buio senza direzione, / in un interminabile presente”.
Non possiamo che prendere atto di vivere tra le “macerie di una morale / ridotta ormai a sbobba inacidita”, in un paesaggio spettrale dove “le parole ingoiano le leggi”, “la violenza ingoia il coraggio” e quello che è peggio “il falso ingoia il vero”. L’unica cosa salda resta “il soldo, il dindolo, la grana”. E’ un paese segnato dalle morti sul lavoro, dal potere che si autocelebra, dal consumismo sfrenato, dalle scelte dettate solo dalle ragioni della finanza. Un paese dove le sigle finiscono per nascondere l’essenza delle cose: “Attenti con le sigle, che i CIE / ad esempio non sono buoni del tesoro, / ma lager dove s’ammassano / immigrati clandestini. / Odori acri, un caldo atroce, volti smarriti / e supplicanti, scarpe sfondate, parole ignote…”.
Ma un rimedio c’è. Ed è quello di utilizzare il linguaggio perché “azzittisca la solita, insensata sarabanda” e restituisca un senso al nostro agire. E’ la musica che può indicarci la strada per la ricostruzione: “quella strana lingua / che riesce a far parlare / le creature mute, / la quieta essenza del mondo, / la vita segreta delle cose”.
Marcoaldi ci mette di fronte a uno specchio, che riconsegna le forme impietose e deliranti del nostro presente. Le immagini sono intense e crude, e veicolano una verità spietata, che il poeta ci restituisce attraverso la lingua della quotidianità, un lessico semplice e cronachistico, sorretto però da una versificazione dal ritmo musicale e armonioso. 
L’effetto è quello di recuperare significatività al linguaggio di tutti i giorni, che ci viene riproposto depurato e ripulito, di nuovo in grado di dare un nome alle cose. Se quello che accade intorno a noi genera smarrimento, Marcoaldi decide di raccontarci la nostra condizione attraverso l’uso, quasi provocatorio, di una musicalità tenue e pacata. Ne deriva il recupero di un senso morale che è innanzitutto misura, rispetto degli altri e dell’ambiente, capacità di provare sentimenti semplici, perché “il vero segreto / il vero mistero, è nell’evidenza. / E’ nella semplice e pura presenza”.

(pubblicato su Giudizio Univesale.it il 2 novembre 2010)

LA SCALA DI GIACOBBE di Ana Luisa Amaral (Manni)

La rivista Poesia di questo mese contiene alcuni testi di Ana Luisa Amaral, preceduti da un colloquio della poetessa portoghese con la sua traduttrice Livia Apa. Ripropongo la mia recensione (pubblicata su LaRecherche.it)  all’unico libro della Amaral finora edito in Italia.

Cosa può accadere se davanti agli occhi si presenta la vista di un comignolo, un semplice, per nulla straordinario comignolo, che ha l’unica qualità di stagliarsi netto, “ritagliato / nel grigio di una notte di luna / mal cresciuta”? Che cosa fare davanti a un comignolo che sembra “un quadro mezzo fiammingo o quasi”? La risposta di Ana Luisa Amaral è sicura, senza alternative: “che altro, se non scrivere?”.
Ana Luisa Amaral
E cosa altro chiedere alla vita, riflette ancora la Amaral, se il comignolo libero sulla casa suggerisce ipotesi di “conforto, abbandoni e sonni di tenerezza”? In questo comignolo, protagonista della poesia “La fiamma dell’arrivo”, contenuta nel volume antologico La scala di Giacobbe, in un oggetto così solitariamente indifferente eppure così partecipe ai casi della vita, può considerarsi riposto emblematicamente il rapporto che la poesia della Amaral costruisce con la realtà e le sue piccole, apparentemente inutili, manifestazioni quotidiane. Le cose sono lì in attesa di confessarci la loro verità, suggerire una soluzione, strabiliarci con la loro presenza, insieme così ordinaria e così rara. E allora cosa è possibile fare di fronte al comignolo, “se non cantarlo in rima mal curata, / se non voltarlo in nido di parola / e cullarlo tra mille profumi?” La poesia è dunque lo strumento per offrire un nido alle rivelazioni. Del resto le cose sono lì, in una condizione di attesa, pronte a diventare verso e musica. La realtà, anche quella più estranea e distante, nella poesia della Amaral finisce per essere coinvolta nei nostri destini, anzi spesso si manifesta come lo strumento che permette l’accesso ai nostri destini e la loro comprensione.
La scala di Giacobbepermette un percorso nella poesia di Ana Luisa Amaral, a partire dal suo primo libro Minha Senhora de Quêdel 1990 fino alle liriche scritte nel 2005, attraverso raccolte che hanno goduto di grande interesse in Portogallo, quali Epopeiasdel 1994 o Ás vezes o Paraísodel 1998 o ancora Imagens del 2000. La Amaral è una delle voci più rappresentative della lirica portoghese contemporanea. E’ nata nel 1956 a Lisbona, ma si è trasferita presto a Oporto, dove attualmente vive, insegnando Letteratura inglese e americana nell’Università della stessa città. Studiosa in particolare della poesia di Emily Dickinson, Ana Luisa Amaral ha pubblicato numerose raccolte di versi. Tradotta in varie lingue, per la prima volta la sua opera viene pubblicata in italiano, grazie all’amorevole e rigorosa cura di Livia Apa, docente di lingua e letteratura portoghese all’Università L’Orientale di Napoli, da anni impegnata nel tentativo di far conoscere nel nostro paese le opere della vivace letteratura di espressione portoghese. In questo caso, Livia Apa entra in perfetta sintonia con la scrittura e con le intenzioni della Amaral, offrendoci una traduzione rispettosa e senza sbavature, capace di recuperare appieno la carica immaginifica e insieme la concretezza della lingua della Amaral.
Con lo sguardo attento alla tradizione occidentale, particolarmente a quella anglosassone, la scrittura della Amaral si muove appunto utilizzando una lingua quotidiana con accenti quasi prosastici, che erompe però continuamente in un lirismo evocativo e sognante. Ne deriva un linguaggio pacato, senza cedimenti, che si concede a scarti linguistici mai gratuiti, ma che permettono imprevisti scivolamenti del significato. E’ quanto suggerisce Livia Apa, nella nota introduttiva, quando parla di un lessico che “sfonda” la semantica col fine di “traghettarla verso altri possibili sensi”. E’ così che gli oggetti diventano il tramite di interrogazioni e perplessità, di repentine scoperte e di angosciate sospensioni.
Basta a tale proposito l’esempio della poesia “Metamorfosi”, con un incipit subito spiazzante: “Non in un bar della Kashbah, ma in un caffè / di Leça da Palmeira (piccola città al nord / del mio paese), la tua voce qui mi porta lì”. La metamorfosi è dunque quella della cittadina del nord portoghese, che diventa città nordafricana, un bar con tutt’altra atmosfera, perso in una dimensione di qualche decennio fa. Nel bar una voce (“la tua voce”) finisce per evocare le immagini di un film in bianco e nero, pellicola di culto, così come famosissime sono la canzone che muove la vicenda e la frase (“Suonala ancora, Sam”) che serve a richiamarla. A partire da questa trasposizione di un luogo in un altro, a sua volta rievocato dalle scena di un film notissimo come è appunto Casablanca,alla poesia tocca “inventare a Leça da Palmeira / nel mezzo della nebbia così immensa, / uno sguardo teso che si traveste blando / (un pozzo di desiderio, e una ventola / in un aereo di stupore)”. La lingua della Amaral, proprio la lingua e non solo i significati che essa veicola, si muove continuamente tra l’immagine concreta e quella sognata, proiettata verrebbe da dire, in una continua armonica oscillazione. “Lasciare accanto al verso la promessa del nulla / che non c’è stato, ma siede al piano / ripete, come in sogno, la stessa melodia // – tradotta in inglese: suonala ancora, e ancora / che non c’è Kashbah qui, ma poteva / essere proprio la tua voce (in un registro / finale)”.
Il titolo del volume, La scala di Giacobbe, fa riferimento all’episodio biblico per cui Giacobbe sognò una scala che da terra si protendeva fino in cielo, continuamente percorsa nelle due direzioni da angeli, che nel caso del libro in questione diventa emblematica oscillazione appunto tra rarefazione e concretezza, spinta al divino e ancoraggio alla quotidianità. Il mondo rappresentato dalla Amaral contiene un’idea della poesia che, come scrive Apa, nasce dalla “intuizione del sublime nelle piccole cose”. Sta di fatto che cielo e terra non spiegano l’esistenza, non danno risposte definitive. C’è solo la parola a dare un senso al percorso, a ordinare gli oggetti, la parola che riesce a dire l’amore. In una delle ultime poesie del volume, “Un poco solo di Goya: lettera a mia figlia”, Ana Luisa Amaral ricorda quando la figlia, ancora bambina, diceva “che la vita è una fila”: “Nella metafora creata / dall’infanzia, chiedevi dello stupore / del morire e del nascere e di chi seguiva / e perché si seguiva, o della totale assenza / di ragione di questa catena in sogno di gomitolo”. A distanza di anni la poetessa vorrebbe dire una parola di conforto, trovare un antidoto che liberi la figlia “in volo, come una fata, sulla fila”. Ma la forza morale della poesia è anche guardare in faccia la realtà con la sofferenza delle sue contraddizioni. “Ma siccome ti amo non posso farlo, / e in questa notte calda che strappa giugno, / voglio dirti della fila e del gomitolo, / e dei modi di amare tutti diversi, / ma fatti di piccoli suoni di stupore, / se il giusto e l’umano ci si abbracciano”.
Questo libro ha il merito di farci conoscere una delle voci più interessanti dell’attuale panorama poetico portoghese.

MENO LETTERATURA, PER FAVORE! di Filippo La Porta (Bollati Boringhieri)

Nella convinzione che viviamo in una periodo in cui “tutti smaniano di raccontarci qualche storia” e che “rischiamo così di affogare nella fiction”, Filippo La Porta con il piglio e l’immediatezza comunicativa del critico militante e il rigore dello studioso di letteratura, scandaglia l’ultimo decennio alla ricerca di prodotti narrativi che conservino ancora quel carattere utopico di ricerca conoscitiva e linguistica che la letteratura per intrinseco statuto deve sempre coltivare.
Il percorso è chiaro fin dal titolo del volume: Meno letteratura, per favore!, dove l’invito pressante ed esclamativo segnala la necessità di liberarsi dall’ansia di consumo e dell’esserci a tutti i costi che aggredisce da tempo le patrie lettere e, più in generale, la cultura del nostro paese, ma anche il bisogno di una letteratura che sia rivelazione, avventura e “disturbo”. Le file ai musei, le folle ai festival culturali, ormai attivi in ogni parte della penisola, sono indice del fermento di una massa a cui basta “l’aroma culturale e l’apparente sofisticatezza”. Quindi, raccomanda La Porta, meno letteratura “come alibi e decorazione, come consumo più o meno chic e status symbol, come repertorio di citazioni squisite per ogni occasione”.
Il saggio di La Porta è dunque soprattutto un riuscito e particolarmente efficace percorso alla ricerca dei testi, siano essi romanzi o racconti, o ancora testi ibridi all’interno del variegato panorama della non-fiction (tra i tanti autori trattati, Ammaniti e Veronesi, Carraro e Debenedetti, Saviano e Siti, Evangelisti, Pascale, La Capria, ma anche la migrant writer Ornela Vorpsi) che si sottraggano all’inesorabile “depauperamento della letteratura”. La convinzione di partenza è che “la letteratura nasce sempre da un attrito, da un contatto elettrico tra la lingua e qualcosa che comunque sfugge al nostro controllo” e che essa debba tendere a cogliere la logica più profonda ed enigmatica della realtà. La lettura dovrebbe essere strumento di comprensione, fornirci un’idea, “della vita e della morte, del destino e del nostro tempo”. In effetti allo scrittore oggi si chiede tutt’altro: la capacità di apparire, l’appeal televisivo, ad esempio. Perché allora dire verità sgradevoli e indigeste?
Il libro è anche qualcos’altro. Attraverso l’analisi dei testi letterari e le riflessioni più generali sulla letteratura degli ultimi anni, La Porta finisce per costruire un ritratto, amaro ed in qualche modo doloroso e crudo, della situazione culturale in cui siamo immersi, della vicenda comunicativa, del difficile rapporto tra il pubblico, formato sempre più da spettatori televisivi, e la realtà. Nella triste epoca dei reality show, dove deve apparire reale tutto quello che è solo finzione e bugia, la letteratura non può che recuperare la sua natura più vera, che è quella dell’artificio, di una menzogna che però dice la verità. “L’intera letteratura è un trompe-l’oeil – scrive La Porta – immensa finestra dipinta sul muro attraverso la quale entriamo mentalmente in qualsiasi luogo. Contro la trista recita televisiva dell’autenticità meglio un trompe-l’oeil che dichiara di essere tale”.
La Porta è sempre alla ricerca di quello spostamento e dello sforamento, del senso di vertigine che la vera letteratura deve per sua natura provocare nel lettore. Allora, se nessuna sperimentazione linguistica è più davvero possibile, né sono più praticabili pratiche di ribellione o di trasgressione, la strada è quella della “libera commistione dei generi”, o anche del racconto, del quale inspiegabilmente e con pervicacia gli editori diffidano, forse anche perché trasmette al lettore uno spaesamento quasi del tutto sparito dal romanzo di questi anni.
(pubblicato su Giudizio Universale.it)