SCONCERTO di Franco Marcoaldi (Bompiani)

Sconcerto è uno spettacolo di “teatro di musica”, secondo l’espressione coniata dai suoi ideatori. E’ nato dall’incontro tra le sensibilità artistiche, diverse per tipologia di linguaggio, estremamente vicine nell’amicizia e nel comune sentire, del compositore Giorgio Battistelli, dell’attore e regista Toni Servillo e del poeta Franco Marcoaldi. Di quest’ultimo è il testo che fa da base alla rappresentazione teatrale e che ora viene pubblicato da Bompiani nella collana Assaggi e Passaggi. 
Il testo di Marcoaldi (non un libretto d’opera, ma, come lo definisce lo stesso autore, “materiale letterario” che accompagna gli altri linguaggi) è in effetti un poemetto ben congegnato, lucido esempio di poesia civile, particolarmente efficace e, considerati i tempi, estremamente opportuno. Protagonista della scena e io-lirico monologante è un direttore d’orchestra che, aggredito dal frastuono che ci circonda, dalle troppe e contraddittorie sollecitazioni a cui non è più possibile dare senso, rimane inerte di fronte ai musicisti, incapace di agire, schiacciato da “troppo mondo nella testa”, e dalla responsabilità di un ruolo che lo vorrebbe invece, per definizione, elemento ordinante e chiarificatore.
E’ appunto questo lo sconcerto a cui fa riferimento il titolo. Termine dichiaratamente ambiguo, che richiama sia l’incapacità del direttore di ricondurre ad unità le note dell’orchestra, da cui la mancata esecuzione del concerto, sia lo stato d’animo del protagonista, e di noi tutti, che è quello di uno sbigottito scombussolamento di fronte alla disarmonia degli impulsi a cui siamo quotidianamente sottoposti.
Il senso, sia pure velatamente metaforico, è trasparente fin dai primi versi: non si tratta di una condizione astrattamente esistenziale, quella che il direttore denuncia con la sua paralisi di fronte all’orchestra, ma dell’effetto di una decadenza morale e civile, di cui è vittima un po’ tutta la società occidentale, in particolare il nostro paese: “Ecco lo specchio di un paese / smanioso, torvo, sfiduciato, / sempre pronto alla bagattella, / alla favola, alla sovreccitazione. / Confuso, frivolo, stordito, / che barcolla al buio senza direzione, / in un interminabile presente”.
Non possiamo che prendere atto di vivere tra le “macerie di una morale / ridotta ormai a sbobba inacidita”, in un paesaggio spettrale dove “le parole ingoiano le leggi”, “la violenza ingoia il coraggio” e quello che è peggio “il falso ingoia il vero”. L’unica cosa salda resta “il soldo, il dindolo, la grana”. E’ un paese segnato dalle morti sul lavoro, dal potere che si autocelebra, dal consumismo sfrenato, dalle scelte dettate solo dalle ragioni della finanza. Un paese dove le sigle finiscono per nascondere l’essenza delle cose: “Attenti con le sigle, che i CIE / ad esempio non sono buoni del tesoro, / ma lager dove s’ammassano / immigrati clandestini. / Odori acri, un caldo atroce, volti smarriti / e supplicanti, scarpe sfondate, parole ignote…”.
Ma un rimedio c’è. Ed è quello di utilizzare il linguaggio perché “azzittisca la solita, insensata sarabanda” e restituisca un senso al nostro agire. E’ la musica che può indicarci la strada per la ricostruzione: “quella strana lingua / che riesce a far parlare / le creature mute, / la quieta essenza del mondo, / la vita segreta delle cose”.
Marcoaldi ci mette di fronte a uno specchio, che riconsegna le forme impietose e deliranti del nostro presente. Le immagini sono intense e crude, e veicolano una verità spietata, che il poeta ci restituisce attraverso la lingua della quotidianità, un lessico semplice e cronachistico, sorretto però da una versificazione dal ritmo musicale e armonioso. 
L’effetto è quello di recuperare significatività al linguaggio di tutti i giorni, che ci viene riproposto depurato e ripulito, di nuovo in grado di dare un nome alle cose. Se quello che accade intorno a noi genera smarrimento, Marcoaldi decide di raccontarci la nostra condizione attraverso l’uso, quasi provocatorio, di una musicalità tenue e pacata. Ne deriva il recupero di un senso morale che è innanzitutto misura, rispetto degli altri e dell’ambiente, capacità di provare sentimenti semplici, perché “il vero segreto / il vero mistero, è nell’evidenza. / E’ nella semplice e pura presenza”.

(pubblicato su Giudizio Univesale.it il 2 novembre 2010)

LA SCALA DI GIACOBBE di Ana Luisa Amaral (Manni)

La rivista Poesia di questo mese contiene alcuni testi di Ana Luisa Amaral, preceduti da un colloquio della poetessa portoghese con la sua traduttrice Livia Apa. Ripropongo la mia recensione (pubblicata su LaRecherche.it)  all’unico libro della Amaral finora edito in Italia.

Cosa può accadere se davanti agli occhi si presenta la vista di un comignolo, un semplice, per nulla straordinario comignolo, che ha l’unica qualità di stagliarsi netto, “ritagliato / nel grigio di una notte di luna / mal cresciuta”? Che cosa fare davanti a un comignolo che sembra “un quadro mezzo fiammingo o quasi”? La risposta di Ana Luisa Amaral è sicura, senza alternative: “che altro, se non scrivere?”.
Ana Luisa Amaral
E cosa altro chiedere alla vita, riflette ancora la Amaral, se il comignolo libero sulla casa suggerisce ipotesi di “conforto, abbandoni e sonni di tenerezza”? In questo comignolo, protagonista della poesia “La fiamma dell’arrivo”, contenuta nel volume antologico La scala di Giacobbe, in un oggetto così solitariamente indifferente eppure così partecipe ai casi della vita, può considerarsi riposto emblematicamente il rapporto che la poesia della Amaral costruisce con la realtà e le sue piccole, apparentemente inutili, manifestazioni quotidiane. Le cose sono lì in attesa di confessarci la loro verità, suggerire una soluzione, strabiliarci con la loro presenza, insieme così ordinaria e così rara. E allora cosa è possibile fare di fronte al comignolo, “se non cantarlo in rima mal curata, / se non voltarlo in nido di parola / e cullarlo tra mille profumi?” La poesia è dunque lo strumento per offrire un nido alle rivelazioni. Del resto le cose sono lì, in una condizione di attesa, pronte a diventare verso e musica. La realtà, anche quella più estranea e distante, nella poesia della Amaral finisce per essere coinvolta nei nostri destini, anzi spesso si manifesta come lo strumento che permette l’accesso ai nostri destini e la loro comprensione.
La scala di Giacobbepermette un percorso nella poesia di Ana Luisa Amaral, a partire dal suo primo libro Minha Senhora de Quêdel 1990 fino alle liriche scritte nel 2005, attraverso raccolte che hanno goduto di grande interesse in Portogallo, quali Epopeiasdel 1994 o Ás vezes o Paraísodel 1998 o ancora Imagens del 2000. La Amaral è una delle voci più rappresentative della lirica portoghese contemporanea. E’ nata nel 1956 a Lisbona, ma si è trasferita presto a Oporto, dove attualmente vive, insegnando Letteratura inglese e americana nell’Università della stessa città. Studiosa in particolare della poesia di Emily Dickinson, Ana Luisa Amaral ha pubblicato numerose raccolte di versi. Tradotta in varie lingue, per la prima volta la sua opera viene pubblicata in italiano, grazie all’amorevole e rigorosa cura di Livia Apa, docente di lingua e letteratura portoghese all’Università L’Orientale di Napoli, da anni impegnata nel tentativo di far conoscere nel nostro paese le opere della vivace letteratura di espressione portoghese. In questo caso, Livia Apa entra in perfetta sintonia con la scrittura e con le intenzioni della Amaral, offrendoci una traduzione rispettosa e senza sbavature, capace di recuperare appieno la carica immaginifica e insieme la concretezza della lingua della Amaral.
Con lo sguardo attento alla tradizione occidentale, particolarmente a quella anglosassone, la scrittura della Amaral si muove appunto utilizzando una lingua quotidiana con accenti quasi prosastici, che erompe però continuamente in un lirismo evocativo e sognante. Ne deriva un linguaggio pacato, senza cedimenti, che si concede a scarti linguistici mai gratuiti, ma che permettono imprevisti scivolamenti del significato. E’ quanto suggerisce Livia Apa, nella nota introduttiva, quando parla di un lessico che “sfonda” la semantica col fine di “traghettarla verso altri possibili sensi”. E’ così che gli oggetti diventano il tramite di interrogazioni e perplessità, di repentine scoperte e di angosciate sospensioni.
Basta a tale proposito l’esempio della poesia “Metamorfosi”, con un incipit subito spiazzante: “Non in un bar della Kashbah, ma in un caffè / di Leça da Palmeira (piccola città al nord / del mio paese), la tua voce qui mi porta lì”. La metamorfosi è dunque quella della cittadina del nord portoghese, che diventa città nordafricana, un bar con tutt’altra atmosfera, perso in una dimensione di qualche decennio fa. Nel bar una voce (“la tua voce”) finisce per evocare le immagini di un film in bianco e nero, pellicola di culto, così come famosissime sono la canzone che muove la vicenda e la frase (“Suonala ancora, Sam”) che serve a richiamarla. A partire da questa trasposizione di un luogo in un altro, a sua volta rievocato dalle scena di un film notissimo come è appunto Casablanca,alla poesia tocca “inventare a Leça da Palmeira / nel mezzo della nebbia così immensa, / uno sguardo teso che si traveste blando / (un pozzo di desiderio, e una ventola / in un aereo di stupore)”. La lingua della Amaral, proprio la lingua e non solo i significati che essa veicola, si muove continuamente tra l’immagine concreta e quella sognata, proiettata verrebbe da dire, in una continua armonica oscillazione. “Lasciare accanto al verso la promessa del nulla / che non c’è stato, ma siede al piano / ripete, come in sogno, la stessa melodia // – tradotta in inglese: suonala ancora, e ancora / che non c’è Kashbah qui, ma poteva / essere proprio la tua voce (in un registro / finale)”.
Il titolo del volume, La scala di Giacobbe, fa riferimento all’episodio biblico per cui Giacobbe sognò una scala che da terra si protendeva fino in cielo, continuamente percorsa nelle due direzioni da angeli, che nel caso del libro in questione diventa emblematica oscillazione appunto tra rarefazione e concretezza, spinta al divino e ancoraggio alla quotidianità. Il mondo rappresentato dalla Amaral contiene un’idea della poesia che, come scrive Apa, nasce dalla “intuizione del sublime nelle piccole cose”. Sta di fatto che cielo e terra non spiegano l’esistenza, non danno risposte definitive. C’è solo la parola a dare un senso al percorso, a ordinare gli oggetti, la parola che riesce a dire l’amore. In una delle ultime poesie del volume, “Un poco solo di Goya: lettera a mia figlia”, Ana Luisa Amaral ricorda quando la figlia, ancora bambina, diceva “che la vita è una fila”: “Nella metafora creata / dall’infanzia, chiedevi dello stupore / del morire e del nascere e di chi seguiva / e perché si seguiva, o della totale assenza / di ragione di questa catena in sogno di gomitolo”. A distanza di anni la poetessa vorrebbe dire una parola di conforto, trovare un antidoto che liberi la figlia “in volo, come una fata, sulla fila”. Ma la forza morale della poesia è anche guardare in faccia la realtà con la sofferenza delle sue contraddizioni. “Ma siccome ti amo non posso farlo, / e in questa notte calda che strappa giugno, / voglio dirti della fila e del gomitolo, / e dei modi di amare tutti diversi, / ma fatti di piccoli suoni di stupore, / se il giusto e l’umano ci si abbracciano”.
Questo libro ha il merito di farci conoscere una delle voci più interessanti dell’attuale panorama poetico portoghese.

MENO LETTERATURA, PER FAVORE! di Filippo La Porta (Bollati Boringhieri)

Nella convinzione che viviamo in una periodo in cui “tutti smaniano di raccontarci qualche storia” e che “rischiamo così di affogare nella fiction”, Filippo La Porta con il piglio e l’immediatezza comunicativa del critico militante e il rigore dello studioso di letteratura, scandaglia l’ultimo decennio alla ricerca di prodotti narrativi che conservino ancora quel carattere utopico di ricerca conoscitiva e linguistica che la letteratura per intrinseco statuto deve sempre coltivare.
Il percorso è chiaro fin dal titolo del volume: Meno letteratura, per favore!, dove l’invito pressante ed esclamativo segnala la necessità di liberarsi dall’ansia di consumo e dell’esserci a tutti i costi che aggredisce da tempo le patrie lettere e, più in generale, la cultura del nostro paese, ma anche il bisogno di una letteratura che sia rivelazione, avventura e “disturbo”. Le file ai musei, le folle ai festival culturali, ormai attivi in ogni parte della penisola, sono indice del fermento di una massa a cui basta “l’aroma culturale e l’apparente sofisticatezza”. Quindi, raccomanda La Porta, meno letteratura “come alibi e decorazione, come consumo più o meno chic e status symbol, come repertorio di citazioni squisite per ogni occasione”.
Il saggio di La Porta è dunque soprattutto un riuscito e particolarmente efficace percorso alla ricerca dei testi, siano essi romanzi o racconti, o ancora testi ibridi all’interno del variegato panorama della non-fiction (tra i tanti autori trattati, Ammaniti e Veronesi, Carraro e Debenedetti, Saviano e Siti, Evangelisti, Pascale, La Capria, ma anche la migrant writer Ornela Vorpsi) che si sottraggano all’inesorabile “depauperamento della letteratura”. La convinzione di partenza è che “la letteratura nasce sempre da un attrito, da un contatto elettrico tra la lingua e qualcosa che comunque sfugge al nostro controllo” e che essa debba tendere a cogliere la logica più profonda ed enigmatica della realtà. La lettura dovrebbe essere strumento di comprensione, fornirci un’idea, “della vita e della morte, del destino e del nostro tempo”. In effetti allo scrittore oggi si chiede tutt’altro: la capacità di apparire, l’appeal televisivo, ad esempio. Perché allora dire verità sgradevoli e indigeste?
Il libro è anche qualcos’altro. Attraverso l’analisi dei testi letterari e le riflessioni più generali sulla letteratura degli ultimi anni, La Porta finisce per costruire un ritratto, amaro ed in qualche modo doloroso e crudo, della situazione culturale in cui siamo immersi, della vicenda comunicativa, del difficile rapporto tra il pubblico, formato sempre più da spettatori televisivi, e la realtà. Nella triste epoca dei reality show, dove deve apparire reale tutto quello che è solo finzione e bugia, la letteratura non può che recuperare la sua natura più vera, che è quella dell’artificio, di una menzogna che però dice la verità. “L’intera letteratura è un trompe-l’oeil – scrive La Porta – immensa finestra dipinta sul muro attraverso la quale entriamo mentalmente in qualsiasi luogo. Contro la trista recita televisiva dell’autenticità meglio un trompe-l’oeil che dichiara di essere tale”.
La Porta è sempre alla ricerca di quello spostamento e dello sforamento, del senso di vertigine che la vera letteratura deve per sua natura provocare nel lettore. Allora, se nessuna sperimentazione linguistica è più davvero possibile, né sono più praticabili pratiche di ribellione o di trasgressione, la strada è quella della “libera commistione dei generi”, o anche del racconto, del quale inspiegabilmente e con pervicacia gli editori diffidano, forse anche perché trasmette al lettore uno spaesamento quasi del tutto sparito dal romanzo di questi anni.
(pubblicato su Giudizio Universale.it)

L’INCORONAZIONE DEGLI UCCELLI NEL GIARDINO di Roberto Mussapi (Salani)

L’avviso arriva da Lau Lai, “il più bello di tutte le Hawaii”, un pesce dalle “strisce giallissime e blu”. Tutti gli uccelli si ritroveranno, come avviene ogni cento anni, in un posto prestabilito, “un luogo adatto a loro ma chiuso / per loro sempre in volo, sconfinati, / un luogo umano, questo è il loro uso”.
Comincia da questo annuncio L’incoronazione degli uccelli nel giardino, ultimo lavoro poetico di Roberto Mussapi, tra i maggiori poeti degli ultimi decenni, che compone un poema, intervallato da brevi prose, espressamente dedicato ai più giovani. L’impressione comunque è che Mussapi si rivolga ai ragazzi, ma perché questi invitino alla lettura anche genitori, zii e fratelli più grandi, tutti alla scoperta di un mondo accessibile solo attraverso lo sguardo trasognato e particolarissimo dei più piccoli. In effetti, come sempre avviene quando un poeta rivolge la propria attenzione all’infanzia (e vale appena ricordare l’esempio di Stevenson, o più vicino a noi quello di Alfonso Gatto) i versi finiscono per essere depositari di qualche verità che non sempre l’arte rivolta agli adulti riesce a confessare con uguale immediatezza e semplicità.
Gli uccelli si incontreranno tutti in un giardino di una casa di Milano e lì eleggeranno il loro nuovo re, che succederà a Bubo Bubo, il gufo reale che sceglierà tra i vari candidati chi è in grado di svolgere un ruolo così impegnativo, “essere re del falco e del fagiano / di tutto ciò che vive tra la terra e il cielo”.
Ma come fanno a parlare i pesci, da sempre esempi di mutismo? Con le bollicine naturalmente, in un linguaggio che noi, che pure discendiamo dai primi abitatori del regno del mare, abbiamo dimenticato. Ma, sottolinea Mussapi, “è una cattiva abitudine dell’uomo credere inesistente tutto ciò che ha dimenticato”. Incassata questa prima sentenza, ci poniamo subito una nuova domanda: come mai vanno così d’accordo i pesci e gli uccelli? Mussapi risponde così: “Be’, è ovvio perché sono belli. / Ma non basta ci sono pescioline / che sono belle ma fanno le veline… / Non basta essere belli, è necessario / avere in sé quel dono straordinario / di fondere il silenzio con il canto, / quel dono che suscita l’incanto / in noi umani e ci fa ricordare / qualcosa che abbiamo smesso d’imparare…”. E il “dono straordinario” di fondere canto e silenzio, non è forse prerogativa della poesia? E non è caratteristica dei versi sondare territori sconosciuti, gli abissi dei mari e l’impalpabilità dei cieli, mentre a noi “che camminiamo a livello dei buoi” è destinato un orizzonte circoscritto? Infatti “se esistesse un poeta perfetto / saprebbe fondere in versi il duetto / tra il silenzio dei pesci, le parole mute / che narrano storie lontane e perdute / e il canto degli uccelli, l’inno gioioso / alla vita nel cielo, a quel mondo radioso”.
L’attenzione al mondo degli alati non è nuova per Roberto Mussapi, che nel 2008 aveva pubblicato Volare, un testo tra il saggio e la prosa d’autore alla scoperta del rapporto tra i poeti e gli uccelli, sull’affinità “che unisce nel canto i più antichi e spericolati custodi dei sogni dell’uomo e i più manifesti e misteriosi messaggeri del cielo”. E’ nell’introduzione a quel libro che Mussapi confessa di aver sempre desiderato comunicare con gli uccelli, e fa riferimento al suo piccolo giardino di Milano dove “si danno convegno uccelli di ogni tipo”. E dove dunque è possibile ritrovare molti dei protagonisti del poemetto, compresa “la gatta obesa della vicina”, assassina del merlo con cui il poeta è solito tentare di intraprendere un dialogo.
Il bel poemetto di Mussapi, quasi interamente in endecasillabi, con largo uso della rima, ha per protagonisti il pesciolino di origine orientale Thimothymoore e Marrascabeddu l’allocco, Burbage, l’usignolo che “si annulla quando canta l’Infinito” e Thomascarugate, “il gabbiano sportivo e famoso / per i suoi viaggi e le sue regate”, il re Bubo Bubo e il suo predecessore Samuelcook, “un re leggendario, a partire dal look”. Nella grande festa che si svolge nel giardino di Milano il 10 agosto, ad essere prescelto alla fine sarà uno tra i più umili dei volatili, il passero, più vicino agli uomini, che “conosce per esperienza pianti e pene” e “cinguetta timido ma indefesso al mattino / portando all’uomo che si sente solo / come in un sogno la vita del giardino”.
E chissà che all’inaspettata incoronazione, dopo la rinuncia della rondine Nefertì, non abbia giovato la parentela con il passero protagonista della poesia “Dialogo” di Giovanni Pascoli, che trascorre l’inverno accanto al casolare, mentre la rondine partita in cerca dei palmizi di Gerusalemme non sa la gioia “scilp– della neve, il giorno che dimoia”.

EMILY E LE ALTRE di Gabriella Sica (Cooper)

Emily è naturalmente la Dickinson. Le Altre sono le poetesse e traduttrici che, al di là dei limiti oggettivi segnati dalla distanza nel tempo e nello spazio, hanno costruito un rapporto profondo, un sodalizio artistico ed esistenziale con la scrittrice di Amherst. Una sorta di legame generoso e lacerante, edificato intorno alle inquietudini delle parole e dei corpi, unisce oltre l’ostacolo dei luoghi e degli anni la Dickinson a Emily e Charlotte Bronte, Elizabeth Barrett Browning, Elisabeth Bishop, Sylvia Plath, Margherita Guidacci, Cristina Campo, Nadia Campana e Amelia Rosselli. E’ a partire da questa relazione “di dolore e di vita” che Gabriella Sica costruisce il suo Emily e le Altre, pubblicato per i tipi di Cooper. Emily è la sorella e l’antenata di “donne inquiete, impazienti sbilenche”, “donne vagabonde nel corpo e nell’anima, donne impastate di parole intagliate e incarnate nel corpo”.
Il libro della Sica si presenta subito come un prodotto anomalo nel panorama editoriale italiano, un ibrido, un testo indisciplinato e anche per questo ancor più interessante. Non può essere propriamente definito un libro di critica letteraria, in quanto non segue un rigido ordine sequenziale e, pur in presenza di osservazioni acute sui versi e sulle parabole poetiche della Dickinson e delle sue lontane sodali, non utilizza un linguaggio specialistico, respingente per i non addetti ai lavori. Prevale piuttosto l’aspetto narrativo, se si intende il raccontare non il fluire cronologico delle vicende biografiche, ma la ricerca appassionata delle strade oscure che conducono all’incontro, dei legami nascosti e misteriosi che costruiscono le vite.
Il volume contiene 56 poesie della Dickinson tradotte da Gabriella Sica (“come candele accese per festeggiare i 56 anni della vita di Emily che hanno illuminato il mondo”), che introducono ai vari capitoli di cui si compone il libro, ognuno dei quali dedicato a una poetessa.
Nel rapporto tra queste donne “che implorano la presenza di un uomo al fianco e non ne sopportano la presenza”, che “sanno che la gioia creativa e la gioia domestica insieme non si possono avere”, affiora spesso la necessità comune di scoprire la relazione tra il dato dell’esperienza quotidiana, che fa vivere gli avvenimenti e gli oggetti quasi come abitudini, e l’invisibile che è tra noi e che compone profondamente la verità dell’esistenza, e che dunque bisogna saper guardare. “Non c’è confine – scrive la Sica – tra realtà e immaginazione”, perché “la traiettoria della poesia” si muove appunto “dalla minuzia all’epifania”, tanto che è possibile scoprire il senso cosmico infilato nel cestino della vitaquotidiana”. La poesia di Emily è intramontabile per questa sua instancabile volontà di “estrarre luce dal buio”, moderna nella ricerca continua del punto di incontro tra istante e eternità.
Gabriella Sica fa emergere il lato emotivo e irrazionale del rapporto spirituale e insieme, per qualche arcano legame, anche fisico e corporale che unisce Emily alle Altre, scegliendo un linguaggio che è insieme limpido e recalcitrante, colloquiale e frammentato. Un linguaggio spesso evocativo, nel tentativo di penetrare il segreto delle esistenze di donne che hanno vissuto la loro vita con sofferenza, ma che hanno saputo fino in fondo fare i conti con il loro essere poeti: “spesso sono furiose e pensano molto, pensano con le mani, con le orecchie, con la lingua, con gli occhi…”. Ne deriva una prosa ricca e varia, ariosa e insieme ruvida, a tratti ritmata, spesso metaforica, che costringe il lettore a un continuo e salutare cambio di passo e di prospettiva.
(recensione pubblicata su Giudizio Universale.it) 

POESIE di Claudio Damiani (Fazi Editore)

Sotto il titolo di Poesiel’editore Fazi, in una elegante pubblicazione, raccoglie una scelta antologica delle liriche di Claudio Damiani, che racchiude versi che vanno dal primo libro Fraturno del 1987 ai più recenti Attorno al fuoco (2006) e Sognando Li Po (2008), fino a comprendere un gruppo di poesie inedite, riunite sotto il titolo di Il fico sulla fortezza.
Gli esordi poetici di Damiani risalgono ai primi anni Ottanta, quando il poeta partecipava alle determinanti esperienze delle due riviste romane Braci e Prato Pagano. Come scrive Marco Lodoli, nell’accorata e intensa prefazione al volume, le due riviste “che oggi non si potrebbero neppure immaginare per quanto erano fragili e profonde” erano “voce di un piccolo gruppo di ragazzi che s’allontanavano dalla furia cieca dei linguaggi astratti per ritrovare la dolorosa dolcezza della lingua”.
A quello spirito e a quel modo di intendere la poesia, ricerca di una purezza che non rifugge ma anzi accetta pienamente il dolore, le gioie e le incongruenze del vivere quotidiano, è rimasto sempre legato Claudio Damiani, che ha costruito negli anni un suo percorso originale e personalissimo, estremamente coerente nell’evitare ogni soluzione che privilegi il rincorrere le mode, la ricerca di un linguaggio che, nell’inseguire formalismi e astruserie stilistiche, si discosti da quella ricerca scrupolosa del vero che spiega senza mezzi termini la ragione stessa di ogni poesia. I versi di Damiani sono limpidi e lineari, risultano costruiti su un respiro regolare e mai affannato, sono legati fortemente alla tradizione sempre viva della poesia classica, avvertita come una lezione innanzitutto di misura e di disciplina, ancora attuale dinanzi all’indisciplinato clamore e alle irregolarità dell’esistenza. Proprio a partire da questo sguardo lucido e fermo la poesia di Damiani trova la forza per non concedersi a scorciatoie consolatorie, ma va dritta al problema. Il mondo che ci appartiene, dicono i suoi versi dolenti e insieme infantilmente gioiosi, è estremamente semplice nella sua tragica fragilità. E’ inutile agitarsi alla ricerca di impraticabili, e nemmeno auspicabili, vie di fuga. Dobbiamo invece solamente accettare i nostri limiti, osservare e partecipare a quello che abbiamo intorno. I monti, le strade, gli alberi, i fiumi, gli animali tutti, ci indicano, a saper ben guardare, un destino comune, che non va compreso, né tantomeno avversato in nome di una nostra superiore condizione di uomini, ma soltanto accettato nella sua inevitabile, e proprio per questo sacra evidenza. E’ quanto suggerisce “il fico della fortezza”, dell’omonima sezione inedita, che “ha vita molto precaria” perché a seguito di restauri verrà tagliato, ma accetta il suo stato e il suo destino, “sta tranquillo sotto il sole / distendendo il suo ampio mantello / disuguale, incurante dell’estetica” e “si lascia accarezzare / dalla luce e dalle brezze tiepide / sente la nebbia, sente gli uccelli / che parlottano tra i suoi rami”.
La poesia di Claudio Damiani, straordinariamente ricca nella sua dichiarata semplicità, complessa nella lineare essenzialità del dettato (“Vorrei semplicemente descrivere / quello che vedo, non altro / non mi interessa inventare / mi piace camminare / e mi piace guardare”), si costruisce intorno all’idea etica che scrivere versi significa ritrovarsi nei tempi della natura, nella statica eppure transitoria bellezza degli elementi naturali. Gli uomini soffrirebbero meno “se ci fosse molta socialità / feste e canti, riti / molta natura, non quelle discoteche oscene / non quelle città schifose / (…) molto camminare nei boschi, molto studio e amore, / non quella televisione da lupanare, con facce da assassini, / molta arte, molta cortesia e gentilezza, / buone maniere, educazione, studio, / meno intellettuali ignoranti, / e quei vip, con quelle facce da maiali”.
Quella di Damiani è una poesia che sa parlare della nostra condizione di uomini e insieme partecipare pienamente e emotivamente al destino comune che lega gli esseri viventi e le cose, nella certezza che “se siamo così tanti / vuol dire che non c’è morte / perchè non possiamo morire così in tanti”. 
(pubblicato su Giudizio Universale.it)

NEL TEMPO DELLA MADRE di Elio Pecora (La Vita Felice)

In un’epoca così avara di maestri, Elio Pecora è un riconosciuto punto di riferimento per generazioni di poeti. E mentre la conquista della cosiddetta visibilità è oggi obiettivo che si ottiene a suon di urla e spintoni, Pecora s’è ritagliato questo suo ruolo attraverso i suoi modi sempre civili e contenuti, un fare costumato e appartato, segno di una gentilezza e di una onestà poetica lontana dalle esibizioni di questi tempi. Anche per questo di fronte all’ultima pubblicazione di Elio Pecora, Nel tempo della madre, e a cento anni dalla composizione di un ben noto breve saggio di Umberto Saba, viene da rispolverare il concetto di “poesia onesta”. Il poemetto in quattro sezioni, edito per i tipi de La Vita Felice, è introdotto da un’attenta prefazione di Gabriela Fantato.
Non suoni gratuito il riferimento a Saba, con il quale Pecora sembra peraltro condividere l’inclinazione per un percorso fuori da mode e tendenze, che evita con rigore il ricorso a comode concessioni al gusto corrente. Come avveniva un tempo per il poeta triestino, anche per Pecora, ne sono riprova questi versi dedicati alla madre, è possibile parlare di una inattualità pregna di contenuti, che si manifesta in una dizione classica, in un procedere dei versi che fa perno su un processo di conoscenza che si sviluppa a partire dalla propria vicenda biografica e procede attraverso una versificazione di grande musicalità. Quello che conta insomma è confrontarsi con la vita e con i quesiti morali che essa impone.

Il poemetto prende avvio lì dove la vita della madre sta per volgere al termine, nel giorno in cui la donna (della quale sulla copertina del volume viene riprodotta una foto giovanile) compie cento anni e nulla più resta della bellezza e dell’agile leggerezza di un tempo: “Che ne è di quella di un tempo? / Dov’è mai stata? ma quando? / A sera chiamava la luna / chiara, assorta sugli orti. / Che n’è dei piedi leggeri? / che dei capelli intrecciati?”. Fin dalle prime battute, i versi diventano teatro di una malinconica riflessione sullo scorrere del tempo e sulla inevitabile fragilità della vicenda umana, che finisce per intervenire anche sui rapporti affettivi più profondi, in quanto anche questi sono mantenuti vivi solo grazie al lavoro della memoria, che tende comunque a dimostrarsi esile e fallace, a sfilacciarsi. E’ così che la camera della madre si anima di presenze reali e di fantasmi, del presente e del passato schiacciati l’uno sull’altro. E’ a partire da qui che Elio Pecora cerca di districare il filo, di scioglierlo per ricostruire la storia della madre, la sua vicenda esistenziale (che in qualche modo è anche quella del figlio), pur nella consapevolezza che ogni ricostruzione è di fatto impossibile: “Chiamiamo memoria lo schermo / su cui compaiono nomi, / camere, oggetti / (una sedia impagliata, / il collare di un cane, / un abito a fiori accollato) / facce si sovrappongono, / voci ripetono antiche / sperdute promesse”.

Pecora sceglie una versificazione costruita sulla massiccia presenza di ottonari, che rendono cantabile la narrazione, costruendo un ordito in cui la vicenda personale si intreccia con quella pubblica: il racconto dell’infanzia della madre è anche un atto d’amore nei confronti di una terra (Pecora, che vive da sempre a Roma, è nato a S. Arsenio, un piccolo paese del Cilento) che viene descritta in toni affettuosamente elegiaci (“La casa era il regno sicuro: / le scale, i cortili, i granai, / le pile di pietra dell’olio, / le logge, gli armadi, gli odori / delle dispense e dei tini, le stalle, il canile, i pollai”), poi arrivano gli anni della Grande Guerra, la febbre spagnola, il fascismo, la seconda guerra e la caduta di Mussolini. In piena epoca fascista nasce il figlio: “A quel bimbo la madre / si mostrò uguale e compagna / nell’aspro amato viaggio / che non s’è ancora compiuto”.
Nell’ossimoro “aspro amato” è racchiuso il senso dell’attenzione che Pecora rivolge alla vicenda propria e a quelle degli altri: su tutto si posa uno sguardo insieme trattenuto e accorato, che dà conto della sofferenza del mondo, ma la ripercorre con i toni misurati e modernissimi del poeta classico.
(recensione pubblicata su Giudizio Universale.it)

ADDIO AL CALCIO di Valerio Magrelli (Einaudi)

Negli ultimi anni Valerio Magrelli ha dedicato un’attenzione costante e si direbbe crescente alla prosa, rifuggendo dalle forme del racconto e del romanzo, e dedicandosi invece a brevi scritti concentrati e quasi epigrammatici, che ruotano intorno a un unico argomento. A partire dal 2003 si sono susseguiti tre volumi di prose, intervallati dall’unica raccolta di poesie Disturbi del sistema binario, pubblicata nel 2006.
Dopo l’analisi dedicata al proprio corpo, alle malattie e alla inevitabile decadenza, al centro de Nel condominio di carne, e la riflessione su quel particolare surrogato dell’esistenza che sono i viaggi in treno, contenuta nel più recente La vicevita, Magrelli ora si muove lungo un terreno che appare quanto mai a lui congeniale, e sul quale l’abituale registro ironico e autoironico si condisce di una vena spesso malinconica ed elegiaca. Addio al calcio (Einaudi, € 17) è una raccolta di 90 brevi prose, contrassegnate ognuna non dal titolo né dal numero delle pagine, ma dal minuto del primo o del secondo tempo della speciale partita in cui sono inserite; una partita in cui Magrelli rilegge quella che sicuramente è stata una sua grande passione, ma che finisce anche per essere una chiave di lettura utile ad interpretare eventi del quotidiano e più in generale accadimenti dell’esistenza apparentemente lontani.
Il calcio nelle mani di Magrelli, quello giocato, visto, parlato o solamente evocato in racconti che si avvicinano alla concreta indeterminatezza del mito, diventa un poderoso strumento ottico, dotato di una lente bifocale che avvicina e allontana vicende e argomenti, permettendo a chi scrive e di conseguenza al lettore di muoversi tra passato e presente con veloce e allo stesso tempo pacatissima risolutezza. E così al calcio del presente, che si gioca in stadi nei quali non è più possibile ascoltare i suoni che provengono dal terreno di gioco, il respiro dei giocatori, il colpo del piede sulla palla, si contrappone, richiamato dai versi di Vittorio Sereni e dalle pagine di Borges e Bioy Casares, lo sport meno patinato di un tempo, meno parlato ma più leggendario, condito da una mitologia privata che fa ricordare un forte tiro su un campetto assolato nella calura di un pomeriggio d’estate che produce l’effetto di una traversa spezzata “che scende cigolando sul portiere”; o il calcio, dagli effetti quasi metafisici, che si gioca nelle stanze di una casa vuota, nei giorni che seguono un trasloco, con l’ebbrezza di partite che durano ore e lasciano il ricordo “di un ibrido, di una strana chimera, un insensato incrocio tra campo di calcio e tinello”.
Secondo quello che è un modo di procedere tipico della poesia e della prosa di Magrelli, la realtà, anche quella più abusata o più banale, produce lampi improvvisi, impreviste epifanie, si traveste essa stessa da metafora e come tale regala significati che permettono di penetrare le vicende da nuovi angoli di esplorazione. E’ così ad esempio che la bellissima pagina raccolta al 41′ del primo tempo rievoca i pomeriggi trascorsi di un giovanissimo Valerio sui praticelli stenti tra i contrafforti di Castel Sant’Angelo. Finita la partita, veniva il bello: cercare di spedire la palla oltre le mura. Una missione impossibile, eppure, ricorda Magrelli, “eravamo capaci di impiegare ore intere nel tentativo di calciare più su, più su possibile. Risento ancora il tonfo, e il lungo silenzio che seguiva l’ascesa di quei proiettili lentissimi, protesi verso il cielo, inutilmente”. Leggendo queste parole vien fatto di pensare come quel gioco, nella sua folle ossessione, nella ostinata lentezza, nel mirare verso un traguardo irraggiungibile, risulti in fondo molto simile alla poesia.
Addio al calcio è anche un dialogo a distanza con il figlio che, attratto piuttosto dalla PlayStation e a disagio fin da piccolo con gli scarpini, chiude presto con il “calcio sterminato”, quello per capirci “dei campi che non finiscono più, in cui serve artigliare il terreno a forza di tacchetti e di fiatone”; e con il padre, che incontriamo tra l’altro in quella straordinaria notte estiva di Italia–Germania, chiuso in bagno durante i tempi supplementari, incapace di affrontare quella elettrizzante “epica in cucina”, che chiama il figlio per chiedere informazioni, “per sapere cosa si stava perdendo” e al termine della partita può finalmente abbracciarlo “sciolto dal suo incantesimo”.
Nel personalissimo pantheon calcistico di Magrelli trovano posto personaggi vari, la maggior parte solo fantasmi nella memoria collettiva. Si tratta ad esempio di Jackie Charlton che, nelle vesti di allenatore dell’Eire, stringe nervosamente tra le mani la scoppola, in un gesto d’altri tempi che nulla ha a che vedere con le prove attoriali degli allenatori da oggi, o di Rudi Volk, “antico cannoniere” della Roma, autore della rete determinante nel primo derby giocato contro la Lazio, o di un anonimo giovane campione locale, aggressivo e sguaiato, che si ferma in mezzo al campo a ruttare e diventa, agli occhi del bambino Magrelli, irresistibile per il suo “carisma primitivo”.

Addio al calcio è in fondo un meraviglioso atto d’amore verso uno sport che l’autore confessa di non praticare più come calciatore (“io, che vivevo all’aperto, ebbro di ossigeno, sono rientrato nel nero bozzolo, rinchiuso nell’astuccio di una stanza a macinare chilometri in cyclette”), ma nemmeno di seguire da spettatore. Eppure, conclude Magrelli, “quel morbo lontano continua a possedermi, senza che abbia trovato alcun antidoto”. Perché questa invincibile attrazione? Forse perché, come scrive l’autore a proposito di palloni ancora una volta scagliati verso il cielo, ma questa volta molti anni dopo le esibizioni di Castel Sant’Angelo, “quel gioco era slegato da tutto, e si traduceva in un semplice desiderio di movimento e di elevazione. Forse perché quel gioco era una preghiera”.

VOI di Umberto Fiori (Mondadori)

La poesia italiana degli ultimi anni si è mossa spesso all’interno di luoghi asfittici, negli ambiti piuttosto ristretti segnati dal pronome “io”, scanditi da riferimenti fortemente individuali, da questioni interiori, difficilmente decodificabili da tutti coloro che di questa privata geografia non conoscano le coordinate. Al lettore è stato spesso richiesto, in nome della volontà di sondare territori intimamente inaccessibili, di immergersi in acque insicure e per nulla limpide, in profondità di cui è necessario accettare astrusità personali e chiusure linguistiche.

Umberto Fiori fin dagli esordi poetici ha scelto un’altra strada e nell’ultima raccolta lo dichiara emblematicamente fin dal titolo. Voi (Mondadori 2009, € 14) infatti sposta decisamente l’attenzione dall’io e dalle sue personali disquisizioni, indirizzandola verso tutti coloro, e sono proprio inesorabilmente tutti gli altri, che sono altri da “io”, che vivono altre vite, hanno altre preoccupazioni, occupano altri spazi. Nei loro confronti il poeta manifesta fin dall’inizio della raccolta un duplice sentimento, di malcelata e reiterata attrazione (“Voi credete che in mente abbia soltanto / me stesso. / Sapeste invece quanto spesso / vi penso: continuamente”) e di ostentata, e come tale a volte non del tutto credibile, repulsione (Comodo essere gli altri. // In salvo, fuori tiro, / padroni di andare e venire / come vi pare. // invece io – sempre qui, / a disposizione.).
Del resto la tradizione lirica italiana, almeno nella forma del canzoniere, della raccolta pensata come corpus unitario, si inaugura proprio paradossalmente ricorrendo alla seconda persona plurale. E’ con un “voi” infatti che si apre il Canzoniere del Petrarca: “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” è il celebre incipit della lirica che Petrarca volle ad introduzione dei temi della raccolta. Scelta di non irrilevante stranezza, se si pensa che a operarla è stato il poeta che più di ogni altro ha innalzato un monumento al proprio io, ai suoi tormenti, contraddizioni, ansie. Ma tutti sanno che quel “voi”, che rimane sospeso in attesa del verbo per le intere quartine, lungi dall’essere il soggetto della frase, mostra la sua vera natura in un vocativo. O voi, che ascoltate i miei versi, dice il poeta, io “spero trovar pietà, nonché perdono”. Lo spostamento è spiazzante, ma porta diritti nelle braccia dell’ “io”.
In effetti il bel libro di Umberto Fiori sembra partire proprio da qui, da questo dialogo serrato e ossessivo con tutti coloro che fanno parte dell’immenso consesso dei “voi”: un dialogo che ritorna inevitabilmente all’ “io”, ma solo per dichiarare l’impossibilità del singolo a vivere senza l’assillante presenza degli altri e, specularmente, la necessità per tutti i “voi” che ci sia un “io” verso cui rivolgere azioni e attenzioni. Il confronto conduce l’io lirico, anche in questo caso, alla ricerca di perdono e consenso, nel tentativo di trovare negli altri una comprensione che giocoforza stenta ad arrivare, visto che i “voi” sono entità continuamente sfuggenti, pur nella loro imprescindibile e drammatica concretezza. Scrive Fiori: “A voi io penso sempre. Penso alla mia / infinita mancanza”. Insomma si parla di “voi”, ma i “voi” esistono solo in quanto esiste “io”, ed è in questo irrisolvibile dualismo, in questa scissione che è insieme partecipazione ad un comune destino che si consuma un rapporto che procede tra riconciliazioni e strappi. Il confronto è incessante e morbosamente ininterrotto, così che anche le liriche, con il procedere delle pagine, assumono la forma di un poemetto, coerente ma dai tratti volutamente scompaginati.
Il tema dell’ “infinita mancanza”, del destino comune di sofferenza e solitudine che unisce indissolubilmente io e voi, e senza rimedio li costringe al duello quotidiano, riporta alle precedenti prove poetiche di Fiori, a cominciare dall’esordio del 1986 con Case, in parte assimilato nel successivo volume Esempi (1992), fino ad arrivare a La bella vista del 2002. Uno stretto legame unisce i diversi libri, mettendo in mostra un mondo che manca di senso, salvo manifestare improvvise e spesso titubanti epifanie che si nascondono dentro piccoli oggetti, eventi marginali, accadimenti spesso vani e comunque poco rassicuranti.
Il linguaggio di Voi, colloquiale ed estremamente asciutto, a tratti aspro, segnato da un ritmo frammentato e affannato, emana certezze solo apparenti, che repentinamente si risolvono in angosciose esitazioni, tali da mettere in dubbio l’identità stessa dei protagonisti dell’azione drammatica: “Che poi – / anch’io sono voi. E voi siete io, si sa. // Ma sarà poi vero? // (…) Se siamo uguali, se / siamo lo stesso, / che cos’è questo male, / questo bene / che ci separa?”.
Il dialogo con un interlocutore che risulta sempre sfuggente e continuamente cambia i propri connotati, il ribaltamento delle identità, ma anche le scelte stilistiche fondate su una versificazione scarna, sul linguaggio essenziale, sull’uso della rima che lega tra loro parole in manifesta contrapposizione e dunque apre a significati improvvisi e inaspettati, ci riportano al Caproni delle ultime raccolte, dove si rappresenta nitidamente un io lirico alla ricerca disperata di un altro da sé, di un qualcuno che sia in grado di fornire una risposta chiarificatrice, e come tale dunque impossibile da recapitare. Valga, a segnalare la nobile parentela, questa bella poesia di quattro versi: “Voi: figlio prediletto / di Dio. // Io: vostra lontananza, / vostro difetto”.
La forza lirica della poesia di Fiori si concentra su un “io” che si scopre solo, in compagnia unicamente delle proprie convinzioni e dei propri valori, che generano dubbi e incertezze, mentre gli altri, i “voi”, sembrano ostentare sicurezze e successi. Da una parte c’è un “io” che, con leopardiana pervicacia, non è in cerca di alcuna consolazione, ma solo di sodali nella lotta contro il comune nemico; mentre dall’altra parte, tra coloro che dovrebbero rappresentare i possibili alleati, “io” trova solo “voi”, solo il nemico. L’unica via di salvezza è provare a immaginare, in quell’ora tra la notte e il giorno “quando le imposte / si orlano di chiaro”, di ribaltare le parti, con i “voi” immortalati “a tossire, / a stendere una mano, a ritrovare / la luce, la vergogna”, e “io” invece diventato “la voce che vi chiama, / lo spettro / che vi tira i piedi”.
In conclusione sarà forse utile fare propria una puntualizzazione del poeta: “(Una precisazione, perché / non vorrei essere frainteso: // io dico voi, ma non prendetelo / come un’offesa)”.




(pubblicata su LaRecherche.it)