UNGARETTI E IL PORTO SEPOLTO di Leone Piccioni (Succedeoggi)

L’Europa e tanti dei suoi intellettuali e scrittori sono sconvolti dalle vicende drammatiche del primo conflitto mondiale, quando la poesia italiana subisce lo scossone che ne cambierà per sempre le sorti, destinandola definitivamente al nuovo secolo. Nel 1916, grazie all’intervento di un ufficiale, anch’egli poeta, conosciuto al fronte, quel “gentile Ettore Serra” a cui è dedicata la lirica che chiude lo smilzo volumetto, Giuseppe Ungaretti pubblica presso un editore di Udine Il porto sepolto: sono solo 80 copie, che contribuiranno però, come nessun’altra raccolta fino ad allora composta, a svecchiare la poesia italiana, privandola della patina retorica che ne ricopriva spesso le opere, facendole respirare un’aria di cambiamento e novità, proveniente in particolare da oltralpe.

Ungaretti, come tanti altri letterati ed artisti, aveva aderito con entusiamo all’appello della Patria e come volontario si era aggregato alle truppe dell’esercito italiano. In Italia in effetti non era nato e non aveva mai vissuto. Era solo transitato, dopo l’approdo a Brindisi, proveniente dalla natia Alessandria d’Egitto, per quelle terre di cui erano pieni i racconti di sua madre e degli italiani conosciuti in Africa. Aveva soggiornato brevemente a Roma, e più a lungo a Firenze e a Milano. Ma l’Italia era stata solo la tappa per arrivare a Parigi, dove non avrebbe studiato giurisprudenza alla Sorbona, come aveva promesso a sua madre, ma si sarebbe piuttosto interessato alle lezioni di Bergson e ai corsi universitari di letteratura, e più ancora avrebbe frequentato i caffè di Montmartre e del Quartiere Latino per discutere con Guillaume Apollinaire, innanzitutto, e con la schiera di artisti e di poeti, molti dei quali italiani, Modigliani e Soffici su tutti, che si raccoglieva intorno all’autore di Calligrames. 

A quel primo gruppo di poesie, scritte su foglietti di fortuna, sui pacchetti di sigarette, sulle cartoline, come ebbe a raccontare in seguito lo stesso Ungaretti, se ne aggiunsero poi delle altre, mentre le liriche che formavano la prima edizione vennero in parte riviste e corrette, o addirittura eliminate, fino a formare una nuova raccolta, che prenderà il nome di Allegria di naufragi nell’edizione del 1919 e poi, nel 1931, di L’allegria

Piccioni e Ungaretti

Leone Piccioni e Giuseppe Ungaretti

Leone Piccioni, che fu allievo e sodale di Ungaretti a partire dal 1945, frequentandone la casa e raccogliendo i suoi insegnamenti e le sue confidenze, e che si interesserà lungamente, da critico letterario, dell’opera ungarettiana, a cent’anni dalla prima edizione de Il porto sepolto conferma oggi fedeltà e attaccamento all’amico e maestro con l’agile volumetto Ungaretti e il Porto Sepolto, pubblicato dalle edizioni di Succedeoggi.

Superata la soglia dei novanta anni, Leone Piccioni ci mostra ancora una volta, in questo rapido e vivace saggio, che è possibile raccontare la letteratura. E’ possibile cioè dire la fascinazione, l’incanto, la forza espressiva che nasce dall’opera, trasformando in narrazione la lettura e il proprio rapporto con il testo, costruendo un dettato fluido e piano, che interroga e spinge alla riflessione, senza mai risultare faticoso. La letteratura può essere raccontata senza perdere di vista la profondità e i contenuti dell’opera, ma anzi pescando proprio nelle zone più fonde, rendendole accessibili anche al lettore meno esperto. Questo è un libro che dovrebbe essere utilizzato nelle scuole, offerto ai giovani, per renderli partecipi di un momento particolare della vicenda italiana ed europea, quando la letteratura era ancora incontro e confronto, per spiegare loro chi è stato, nei suoi anni giovanili, uno dei poeti più grandi del nostro Novecento, quello forse che ha saputo vedere prima degli altri le caratteristiche del secolo ventesimo, con le sue infinite possibilità e le enormi contraddizioni.

Piccioni, analizzando le poesie de Il porto sepolto, attingendo ai suoi ricordi personali e alle parole del poeta, in particolare contenute in una lunga intervista concessa allo scrittore e critico letterario franco algerino Jean Amrouche e mandata in onda da Radio France, ricostruisce la vicenda esistenziale e culturale di Ungaretti, a partire dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in Egitto, fino alle vicende che lo portano a partecipare alla guerra, prima in maniera convinta, poi sempre con maggiore sofferenza e crescente dolore. Sono insomma i luoghi e le situazioni che il poeta riassume nei versi de I fiumi, dei quali appunto parla come di una sua vera carta d’identità culturale: nell’acqua dell’Isonzo, il fiume che attraversa il Carso, teatro della guerra, Ungaretti ritrova la presenza degli altri fiumi che hanno contribuito a formare la sua personalità, il Nilo naturalmente, che lo ha visto “nascere e crescere / e ardere di inconsapevolezza”, la Senna, nel cui “torbido” il poeta si è “rimescolato” e “riconosciuto”, e prima ancora il Serchio, nella lucchesia, nel quale ricercare le sue origini familiari e dove hanno attinto varie generazioni “di gente mia campagnola / e mio padre e mia madre”.

Gli anni della guerra, quelli della composizione delle poesie de Il porto sepolto, sono terribili per il poeta, ma anche in qualche modo rappresentano, come ricorda Piccioni, la porta d’accesso ai valori più profondi della sua poesia. Dirà Ungaretti in seguito: “Il Carso è la società. E’ una società tragica, una società di guerra, ma è una società umana… L’incontro con gli altri uomini per me avviene sul Carso, avviene nel momento del sentimento di umiltà, di disperazione, di onore e di necessità di aiuto, di comunanza nella sofferenza”.

Ungaretti soldato

Ungaretti soldato

Nel ripercorrere le liriche del primo libro di Ungaretti, a cominciare dai versi dedicati all’amico suicida Moammed Sceab, con il quale il poeta abitò a Parigi in una pensione di rue des Carmes, “appassito vicolo in discesa”, Leone Piccioni cerca le ragioni di quella poesia, i motivi della sua forza e li ritrova in parte proprio nell’ultimo testo già ricordato, nelle parole di Commiato rivolte ad Ettore Serra: “… poesia / è il mondo l’umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / è la limpida meraviglia / di un delirante fermento // Quando io trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso”. Scrive Piccioni: “Inutile cercare invano pretesti per l’ispirazione poetica: c’è solo da guardare le cose del mondo, dell’umanità, della propria vita affidandosi alla novità e alla purezza di una ispirazione che riguarda molto da vicino tutti i viventi. Una parola non logorata dall’uso improprio, ma trovata con fatica e senza illusioni. Un ‘delirante fermento’ è necessario”.

Si tratta a ben guardare di una lezione di poetica di grande attualità. Così come moderno è l’approccio analitico di Leone Piccioni, che gli permette di tornare a parlare, con rinnovata freschezza, dell’opera di Ungaretti. In tale modo di procedere la profondità con cui si muove il critico letterario non è mai separata dalla vivacità della parola del giornalista. Sono le stesse caratteristiche che gli permisero, ormai decenni fa, quando ebbe ruoli significativi nella Rai, di inventare un modo nuovo di fare divulgazione culturale, dando vita, insieme ad altri intellettuali, a quella mitica e mai dimenticata trasmissione culturale che fu L’Approdo.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

Parlavano di me a Napoli

Il tempo del vino e delle rose
piazza Dante 44/45
Napoli

mercoledì 11 maggio
ore 18

Presentazione del libro
Parlavano di me
di Giuseppe Grattacaso
(Edizioni Effigi)

Conversano con l’autore
Maria Cristina Lombardi
Andrea Manzi

 

 

UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE di Paolo di Paolo (Feltrinelli)

La prosa di Paolo Di Paolo procede ordinata e pacata, senza aggressioni e senza scosse, e sembra volerci condurre in un paesaggio limitato, dentro il quale si rappresenta una vicenda marginale e ordinaria. L’autore riesce però, nello stesso momento, a dirigere uno sguardo ampio sulle cose, semmai alimentato da una visione laterale, che sviluppa una proiezione poco rassicurante e sicuramente spiazzante sul mondo. Del resto il mondo non è un luogo particolarmente armonioso, e chi vi abita non può pensare di mettervi ordine, piuttosto, nel migliore dei casi, può credere di essere protagonista di eventi felicemente sorprendenti. Succede così che dove il lettore si aspetta delle soluzioni, trovi invece un terreno all’apparenza solido, ma che impone continuamente un cambio di passo. La narrativa di Di Paolo, a cominciare dai fortunati Dove eravate tutti e Mandami tanta vita, invita a porsi delle domande sul proprio e sull’altrui destino, sul posto che ognuno occupa nella vita del pianeta e nello scorrere del tempo. 

Il nuovo romanzo, Una storia quasi solo d’amore (Feltrinelli, € 15), induce ad uno sguardo obliquo a partire dalla scelta del ruolo del narratore, che è il personaggio di Grazia, una attrice di mezza età, che sembra non avere più nulla da chiedere alla vita, tanto da guardare quanto le accade intorno con distacco, ma insieme con la capacità di distinguere e di far emergere con determinazione la propria lettura degli avvenimenti. Grazia gestisce una scuola di recitazione e ci racconta non la sua storia, ma quella dell’incontro, di cui è testimone, tra sua nipote Teresa, trentenne che da poco si è trasferita da Terracina a Roma, dove lavora senza entusiasmo in un’agenzia di viaggi, e del più giovane Nino, che dopo un’esperienza a Londra decide di fare ritorno in patria, allettato, ma nemmeno poi tanto, dall’offerta di Grazia di tenere un corso di teatro per anziani. Nino, che di cognome fa Morante, ha poco più di vent’anni e in effetti si chiamerebbe Flaminio, ma ha scelto un nome che ritiene più adatto per le sue ambizioni artistiche.

E’ proprio il teatro, l’ambiguità che esso consente o a cui costringe, a fornire una chiave di lettura delle azioni dei personaggi, alla ricerca di una propria identità nella quale riconoscersi, di un posizionamento che li renda riconoscibili agli altri. La vita del resto è sempre teatro, con l’illusione di muoversi nella zona illuminata del palcoscenico, mentre invece siamo nella fase ancora indistinta delle prove, impegnati nel tentativo di costruire con qualche credibilità il nostro personaggio. “D’altra parte, recitare, un po’ si recita sempre, e come viene. E no, non si tratta solo di bugie – gente che nasconde, che dissimula, con l’ansia di essere scoperta e punita. C’è una zona teatrale in ogni nostro atto (…). Non è questione di doppia vita, ma di questa, dell’unica (…). C’è teatro, il più delle volte dozzinale, al telefono, in ufficio, in camera da letto, è teatro il colloquio di lavoro, la lezione a scuola, la cena preparata con più cura, l’abito finalmente indossato, dopo averne buttati sulla sedia tre o quattro. E come nell’altro teatro, nel vero, nulla si ripete uguale: simile sì, mai identico, nulla si ripete né lascia traccia. Tutto esiste solo in quell’istante e poi niente, scompare, evapora, non ha testimoni che non siano quel pubblico ristretto, scelto o improvvisato, radunato su due piedi: come intorno ai cantanti di strada, ai giocolieri, ai matti”.

Non è un caso che Nino voglia mettere in scena con la sua “classe” di anziani debuttanti (ma il suggerimento è della più esperta Grazia) Le false confidenze di Marivaux, le cui dinamiche, le parole dette a metà o mal comprese, le finzioni e le superficialità nei rapporti, la voglia di apparire a tutti i costi, finiscono per incunearsi nella sua vita, a obbligarlo ad un’attenzione più sincera verso le cose che gli accadono intorno, a comprendere anche che l’attrazione che sente per Teresa non è da ricondurre al repertorio solito di una fatua messa in scena di se stesso.

Di Paolo sa indagare in questa zona vaga delle nostre rappresentazioni quotidiane e sa che i movimenti dei suoi personaggi non possono essere completamente ricondotti ad unità, perché un sistema ordinato e perfettamente funzionante non esiste. Si accontenta dunque di farci scoprire la meraviglia che può determinarsi anche a partire dai consueti avvenimenti di tutti i giorni e sa dirci che il mondo in cui abitiamo è vario e incoerente, forse anche inconcludente, ma è pieno di domande e offre scenari che intervengono sulle nostre esistenze e che dobbiamo imparare a interpretare.

La storia d’amore tra Teresa e Nino, che peraltro viene presentata soprattutto nella fase preparatoria, finisce per essere il pretesto attraverso cui il narratore esplora nelle pieghe degli avvenimenti dei nostri giorni, analizza il difficile dialogo tra generazioni che sono costrette a leggere il mondo attraverso ottiche diverse, scruta il passare del tempo nelle vite dei singoli e si interroga su come il passato finisca per gravare significativamente sul presente. E’ forse Teresa a manifestare con più chiarezza il proprio disagio nei confronti di una realtà che sfugge proprio quando sembra più accessibile: “Non ti chiedi mai che rapporto c’è tra te e il mondo? Fra te e i miliardi di persone che non conosci? (…) E’ che tutto mi sembra tanto più grande della nostra capacità di prendercene cura”.

C’è un fondo amaro in Una storia quasi solo d’amore, che forse emerge già dal “quasi solo” del titolo, che circoscrive la vicenda mettendo un limite alla tensione affettiva, ancorandola a una realtà in cui non è facile guardare oltre i propri bisogni, veri o presunti che siano. Un fondo penoso, che Grazia esprime con disillusione e contarietà, ancora una volta attraverso la metafora del mestiere dell’attore: “Quand’è che siamo diventati stronzi? Come abbiamo fatto a non rendercene conto? Qualcosa sopravvive – il talento, che diventa mestiere: più raffinato, più disinvolto. Ma lo stupore? E l’attenzione autentica, profonda, che ci teneva incollati alle cose per ore, alle scoperte della vita intellettuale, alle parole degli sconosciuti, un po’ a tutto. (…) Non brilliamo più. Qualcuno, da lontano, scambia per luce vera il neon freddo e sterile del saperci fare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

CRONACA SENZA STORIA (Poesie 1999-2015) di Matteo Marchesini (Elliot)

Quando veste i panni del poeta, che sono forse quelli che indossa abitualmente e dai quali gli riesce più difficile separarsi, Matteo Marchesini, che è anche narratore (il suo primo romanzo Atti mancati è stato pubblicato da Voland nel 2013) e critico (del 2014 per Quodlibet Da Pascoli a Busi, ma sono rilevanti gli interventi “militanti”, particolarmente sul Domenicale del Sole 24 ore e su Il Foglio), ama indagare il territorio interiore, a cominciare dai rapporti interpersonali e di coppia, terreno così privato e delicato da presentarsi per definizione impervio, nel caso specifico anche significativamente problematico, quando non proprio faticoso.

Matteo Marchesini

Ne sono dimostrazione le liriche contenute in Cronaca senza storia (edizioni Elliot, prefazione di Paolo Maccari), che raccoglie poesie scritte tra il 1999 e il 2015, con la prima sezione, che dà il titolo al libro, costituita dai testi più recenti e finora mai pubblicati in volume, la seconda che presenta una scelta di componimenti già compresi in Marcia nuziale, la precedente raccolta del 2009. Il montaggio non fornisce al lettore un’antologia di testi che trova ragione solo nella selezione operata dall’autore, ma un libro fortemente unitario, al punto che le liriche già edite sembrano trovare una loro più esatta ed eloquente posizione nel nuovo contesto.

Il carattere autobiografico della raccolta, peraltro dichiarato esplicitamente da un richiamo a Saba, è in ogni caso subito circoscritto dalla doppia perentoria affermazione che chiude la poesia introduttiva, “da adesso vivere è solo ingannare, / da adesso scrivere è solo confessare”, con cui il poeta pare si impegni a ribaltare sia il postulato che vuole realizzato uno stretto legame tra vita e letteratura, sia il principio complementare per cui è invece la letteratura a inventarsi la vita. In questo caso, se l’esistenza è inganno, all’arte dello scrivere tocca mettere a nudo le mancanze e dunque rendere esplicito quello che il vivere quotidiano vorrebbe camuffare. La poesia è insomma confessione, ma di qualcosa che, tirate le somme, tende a non manifestarsi: “Tutte le cose che ho assaggiato / senza conoscerle davvero: le riviste engagées, / il tedesco e la tecnica del calcio, / gli oratori barocchi e le ragazze / che danno il primo bacio a dieci anni / e soprattutto te, / da adesso in poi non potrò più provarle / ma soltanto archiviarle/ (…) / Vivo tempi di proroga, mio amore, / non tempi d’esperienza”.

Con l’arrivo dell’età adulta, il protagonista delle liriche si scopre incapace di affrontare la complessità dei sentimenti e delle relazioni, non sa progettare un futuro che offra una spiegazione degli atti già compiuti: “Mi chiedo a volte se in questa ignoranza / io possa mai conoscere cos’è / una patria dei corpi e delle menti / nel durare del tempo / o se mi tocchi ripetere l’inganno / breve del grande amore”.

La poesia di Marchesini nasce dalla volontà di un’autentica confessione della propria interiorità e della natura complessa dei sentimenti, ma anche dalla disposizione a risolvere gli affetti in quella che Maccari chiama “attitudine ragionativa” e che forse è attrazione verso la distrazione dai sentimenti stessi, autocertificazione della non abilità a vivere le passioni. Quella di cui il poeta scrive è “una vita passata / a invidiare la gente che vive / e non sta sul chi vive”.

Questa ossessiva tendenza a guardarsi vivere, e a scoprirsi irrisolto, si definisce in una sorta di malattia che il soggetto estende alla coppia e in genere alle relazioni affettive, nella ripetizione automatica di gesti abituali, ormai privi di senso. Non è un caso che ad apertura di volume si faccia riferimento al ritorno “di due di rame, di pietra o di legno”, dove l’esplicita citazione da Cavalcanti, e al suo sentirsi un automa in seguito alla sofferenza d’amore, sembra voglia confessare una inadeguatezza a vivere le relazioni, la condanna a concepirsi solo come manichini o fantocci, come peraltro è ribadito nei versi successivi: “Si sopravvive facili a se stessi. / Ci si regala come abiti smessi / a miserabili che hanno la nostra faccia. / E ogni gesto intorbida la traccia”.

L’esistenza finisce allora per gravare nelle giornate del soggetto che anima i versi, mimando le emozioni “così come altri imparano a memoria / le lezioni di scuola”, atterriti però dalla evenienza “che a un tratto una domanda imprevedibile / sveli la smagliatura nei cervelli”.

Marchesini è bravo a smascherare i meccanismi spesso dolorosi che sono alla fonte delle vicende affettive, senza mai lasciarsi andare a scivoloni sul terreno della confessione svenevole. L’equilibrio è reso possibile oltre che da una vigile applicazione a spiegare il mondo in termini raziocinanti e dimostrativi, in special modo quando gli eventi porterebbero in altra direzione, anche dalla solida disposizione al controllo del mezzo espressivo. La lingua poetica di cui si fa uso l’autore è saggiamente artificiosa, con l’orecchio sempre rivolto alla tradizione novecentesca, nel ricorso all’armamentario retorico e soprattutto nell’uso dominante di un endecasillabo sommesso e poco cantabile, che tende ad abbassare, secondo una lezione che arriva da Sbarbaro, il tono delle confidenze e delle penose ammissioni.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

 

 

Alfonso Gatto e la poesia del calcio

Alfonso Gatto ha seguito sempre con intensa passione gli sport popolari. Riteneva che fossero il teatro dove è ancora possibile il dispiegarsi di un’azione epica, il palcoscenico sul quale gli uomini possono nuovamente mettere in scena gesta gloriose e sforzi leggendari. Nella lettura così partecipe e indulgente che ne faceva il poeta, i protagonisti dell’impresa eroica erano comunque spesso i più deboli, i comprimari e i gregari. Oppure emergeva nel racconto dell’evento l’umanità nobile ma difforme dell’atleta di genio, capace di soluzioni impreviste e dunque a volte fraintese, proprio in quanto poeticamente discordi dal consueto. L’aspetto che maggiormente interessava Gatto sembrava essere tutto nella convivenza nello stesso fatto di sport del sublime e dell’ordinario, dell’intervento degli dei che porta verso l’alto e della fatica che invece incolla gli uomini alla terra.  

Il poeta sarà al seguito del Giro d’Italia nel ’47 e nel ’48 per l’Unità. Il serpentone dei ciclisti passa nel mezzo di città e paesi dove i segni delle devastazioni prodotte dalla guerra sono ancora ben visibili. Gatto segue le tappe su una macchina messa a disposizione dal giornale comunista, nella quale ospita il narratore Vasco Pratolini, inviato del Nuovo Corriere. Gli articoli di Gatto sono raccolti in un prezioso, e credo introvabile, volume curato da Luigi Giordano, Sognando di volare, pubblicato dalle edizione Il Catalogo nel 1983.

Gatto, come del resto Pratolini, era un grande appassionato di calcio, lo sport in cui vedeva un impasto di grazia popolare e di inventiva poetica, un’ultima possibilità di salvarsi, come scrisse, “con il gioco e con il genio dell’innocenza”. Di fronte alle imprese dei calciatori, la cui immagine era ancora ben lontana da quella dei divi che sarebbero diventati successivamente, il poeta salernitano era uno sportivo per nulla imparziale, tifoso accesissimo del Milan, tanto da prodursi in storiche dispute con un altro grande poeta di quegli anni, Vittorio Sereni, colpevole, agli occhi di Gatto, di tifare per l’Inter.   

Alfonso Gatto alla galleria d'Arte il Catalogo di Salerno con Paolo Barison,  Josè Altafini, Beppe Chiappella, il pittore Corrado Cagli, il gallerista Lelio Schiavone (foto Michele Adinolfi)

Alfonso Gatto alla galleria d’Arte il Catalogo di Salerno con Paolo Barison, Josè Altafini, Beppe Chiappella, il pittore Corrado Cagli, il gallerista Lelio Schiavone (foto Michele Adinolfi)

La palla al balzo, pubblicato dalle edizioni Limina nel 2006, contiene gli articoli che il poeta, complice Il Giornale di Indro Montanelli, dedicò al gioco del calcio alla metà degli anni Settanta.

A ricordare che il calcio non è solo quello che si gioca sui grandi palcoscenici sportivi e che la provincia italiana si ritrova la domenica pomeriggio in nobili stadi al centro di piccole città, è un articolo del settembre del 1975: “Io, in serie C, sono nato cresciuto e pasciuto, come si dice, e non ho mai dubitato che, a parlare di noi laggiù, e della nostra squadra femmina e popolana, era l’Italia tutta che dalla provincia e dalle piccole città ancora ignote traeva, al meglio dei suoi frutti, il buon seme della speranza e dell’orgoglio”.

Uno degli articoli pubblicati sul Giornale è di fatto una lettera aperta, ma anche una confessione di devota ammirazione, che Gatto rivolge a Gianni Rivera: “Il calcio è come la poesia – scrive -, un gioco che vale la vita. Voglio dirglielo: anche il poeta ha il proprio campo verde ove parole, colori e suoni vanno verso l’esito felice. Fa anche lui il gol o lo lascia fare, dando spazio alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui, nella felicità di avere colpito il segno. Può sembrare tutto facile, e lo è, per grazia ricevuta. Ma, a spedirla questa grazia, è il suo stesso cuore puro, il suo nome innocente, e forse anche il non sapere come ha fatto. La furbizia, tra noi, non sarà mai nostra”.

E’ bello che un poeta affermato, qual era allora Gatto, scriva ad un calciatore idolo delle folle da pari a pari, mettendo a nudo, con ingenua fragilità, il proprio entusiasmo infantile (“Lo so, forse le parole che scrivo sono parole troppo ingenue, ma altre non ne saprei trovare per un uomo puro che ha onorato l’intelligenza e la cultura nello sport, lasciandoci negli occhi la sua immagine di ragazzo invulnerabile”). Ancora più generoso è l’atto di considerare la poesia un’attività simile al calcio. Il poeta può fare gol solo se dà spazio alle ali, al lettore che gli cammina a fianco. La poesia nasce dalla grazia, a volte è atto inconsapevole, mai può nascere dalla furbizia. In ogni caso non può esserci poesia se non in compagnia di altri, pochi o tanti che siano, che siedono sugli spalti, negli stadi metropolitani o in quelli della provincia. Le poesia insomma, così come i gol, ha bisogno di compagni di squadra e di pubblico.

Pubblicato su Il Mattino – Salerno, 8 marzo 2016

 

 

LE ROSE CHE NON COLSI lettura-concerto da Gozzano

Stagione Amici dell’Opera di Pistoia

Martedì 15 marzo 2016

ore 21

Saloncino del teatro Manzoni

LE ROSE CHE NON COLSI

Giuseppe Grattacaso

legge e racconta Guido Gozzano

al pianoforte  Alessandro Barneschi

con

Flora Foresta Erika Marini Matilde Piroddi

Un percorso di lettura nell’opera del poeta de La via del rifugio e de I colloqui, che permette di cogliere la modernità dei suoi versi e l’importanza che essi hanno rappresentato per tanti autori successivi. Le musiche al pianoforte recuperano i fermenti culturali e le atmosfere dell’epoca.

TRITTICO DEL DISTACCO di Pasquale Di Palmo (Passigli)

Trittico del distacco è uno di quei libri necessari a chi li scrive che per qualche profonda ragione diventano fondamentali anche per il lettore: mentre l’autore esplora zone della propria esistenza altrimenti trascurate, sicuramente dolorose ma in qualche modo inevitabili, il lettore è chiamato non solo a partecipare della vicenda altrui, ma a fare i conti con i grumi interiori, la provvisorietà e le insicurezze della propria sfera privata. E’ un libro che nasce da un’urgenza esistenziale, da un travaglio in fondo autenticamente personale, che riesce a trovare in un linguaggio, sobrio essenziale eppure evocativo, la qualità con cui parlare agli altri, costringendoli a guardarsi dentro, a mettersi dinanzi alle proprie inquietudini.

Trittico del distacco di Pasquale di Palmo (edito da Passigli, € 12.50) è innanzitutto un viaggio nella memoria, nel suo aspetto più pietoso e difficile da sostenere, in quella sorta di scorata sofferenza che si presenta quando il ricordo cerca di trattenere quello che è andato perduto, si sforza tenecemente di lottare contro l’irrimediabile allontanarsi delle persone care. La raccolta è scandita in tre parti, a formare un trittico appunto, composto da immagini che si richiamano tra loro e che infine sembrano sovrapporsi in un unico, anche se frammentato, paesaggio interiore. 

(ph. G. Grattacaso)

(ph. G. Grattacaso)

Appare significativo che il libro si apra, inaugurando la sezione Addio a Mirco, con versi che si richiamano al desiderio, peraltro irrealizzabile, di tornare indietro nel tempo, essere ancora un adolescente impegnato in “interminabili partite” su improvvisati campi di calcio in cemento “nel sole allucinato delle due e quaranta”, “la palla servita / al compagno più imbranato / che spreca l’occasione imprecando”. Nel gol mancato, nell’occasione consumata in un nulla di fatto, sembra essere contenuto il limite di ogni attività della memoria, che non può che rappresentare ormai che una vicenda sfilacciata e difforme dal vero, una realtà sognata ed evanescente, un’azione che arriva ad un passo dalla realizzazione e che invece non si conclude se non nella costatazione dell’inattuabilità.

L’addio al cugino Mirco, morto suicida, è contrassegnato inevitabilmente dal rito triste del distacco, ma è anche l’occasione per recuperare dal passato immagini frammentate eppure così vivide e intense: riemergono dagli anni giovanili il quartiere dove ha vissuto il poeta e dove ora passeggia ogni giorno sotto un cielo che “ha un colore schiacciato, di decomposta aringa”; l’incontro con un uomo dagli “occhi appuntiti come spilli”, che a distanza di tempo l’autore scopre essere lo scultore Alberto Viani (“Io, che appena lo ricordo, rimpiango / di non possedere una sua bagnante / in argento lunga pochi centimetri”); una pasticceria frequentata al termine delle partite “giocate in cappotto” (“Il pasticciere era un vecchio fiorentino / che si chiamava Marino. / Unica specialità il castagnaccio”), dove poi il poeta si recherà con il padre ormai “abbrutito dall’ictus” e dove “raramente appare qualcuno che conosciamo”, mentre “fuori sfrecciano gli autobus, / il cielo si divincola tra i rami”.

Il padre è poi protagonista della seconda parte del libro, Centro Alzheimer, che segna il progressivo, penoso distacco dalla vita, dell’uomo anziano senza più memoria. La sezione è introdotta da una bellissima lirica in dialetto veneziano: “Adesso ti xe un albero, papà. / uno di quei alberi / che non gà più bisogno de niente: / basta un fià de vento /un fià de piova / per viver na vita / piena de sgrìsoli, / de usignoli che se sgola. // Le fogie gà la to vose / e co s’ciopa el temporal / ti te riscàri co i lampi / ti te imboressi co i toni (…). Il padre a cui, nell’ultima fase della vita, sono ormai “sconosciuti / la saggezza e gli dei” e che è “inconsapevole di morire / essendo inconsapevole di vivere”, è diventato un albero a cui il vento offre una vita piena di brividi.

Il ricordo, che si palesa dunque essenzialemente come perdita, è un paesaggio oscillante tra la zona luminosa del ricordo, che lascia intravedere margini di una nostalgia che riporta a galla antichi sentimenti, e il territorio opaco che nasce dalla consapevolezza che ogni evento, ogni affetto è destinato a scomporsi e svanire. E’ un tema che si ripresenta ancora più incalzante nella terza sezione, I panneggi della pietà, formata da brevi prose, il cui ritmo è in sostanziale sintonia con le liriche delle precedenti sezioni. Le metafore derivate dal gioco del calcio si fanno più numerose, ma si tratta di uno sport vissuto a livello amatoriale e periferico, così come ancora più presenti sono le figure di uomini vinti dal destino. Il ricordo si ripresenta ancora una volta imprevisto, sotto forma di improvvise evocazioni, ma attraverso un linguaggio pacato, estremamente nitido. Come scrive Maurizio Casagrande nella postfazione al volume (la prefazione è invece affidata a Giancarlo Pontiggia). “le scelte linguistiche non risultano affatto gratuite dal momento che rispondono a una funzione catartica che àncora saldamente l’opera al vissuto, inverandola e confutando implicitamente ogni deriva orfica o asrattamente letteraria”.

Di Palmo, che è nato al Lido di Venezia nel 1958 ed ha al suo attivo diversi volumi di poesia, traduzioni e opere di saggistica, conferma di essere una voce significativa, sia pure spesso defilata, del panorama poetico nazionale.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi.it

 

 

Parlavano di me – Hippopotamidae

Pubblico l’inizio del primo dei nove racconti che compongono il mio libro Parlavano di me (Edizioni Effigi). Il racconto ha titolo Hippopotamidae.

 

Il volume può essere acquistato richiedendolo in qualsiasi libreria. Oppure online,  recandovi  su queste pagine:

http://www.amazon.it/Parlavano-di-me-Giuseppe-Grattacaso/dp/8864336168/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1454420869&sr=1-1&keywords=grattacaso

http://www.ibs.it/code/9788864336169/grattacaso-giuseppe/parlavano-me.html

http://www.cpadver-effigi.com/blog/parlavano-di-me-giuseppe-grattacaso/

 

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Ha cominciato a correre tra i viali, avanti e indietro, girando a caso a destra o a sinistra. Ha un piumino rosso che lo fa sembrare un piccolo fagotto irrequieto, un papavero che vola verso il sole, l’ala del pappagallo. Dopo un po’ ha cominciato a sedersi su ogni panchina. Dieci passi, una corsa veloce, la panchina. Ancora qualche passo, corsa, panchina. L’ho guardato fare. Finalmente si è avvicinato.
Gli animali sono abituati ai bambini, non fanno nemmeno più caso alla loro presenza. Ce ne sono sempre tanti qui, che urlano e che si inseguono. Ma oggi c’è solo lui, un solo bambino dentro il suo piumino rosso.

Lavoro allo zoo da due anni. Spalo letame dalle gabbie degli animali. Comincio alle sei del mattino, porto via lo sporco con una scopa di saggina, quelle che usavano un tempo i netturbini, poi con la pompa o a secchiate faccio in modo che l’acqua completi l’opera.
I primi giorni avanzavo con circospezione. Cercavo di non pestare gli escrementi. Nei vialetti controllavo la suola delle scarpe, come si fa sui marciapiedi di città, quando si teme d’aver pestato la cacca di un cane. Poi ho capito che è tutto inutile. Non c’è riparo alla merda, soprattutto dopo che è piovuto.
Faccio lo stesso giro tutte le mattine. E’ bello sapere che troverò gli animali nelle gabbie e che le gabbie sono sempre lì, uguali a se stesse, immobili e inesorabili, con quello spicchio di mondo che si portano dentro, le certezze di limiti prestabiliti, di vite che non cercano niente dal destino. A pochi centimetri dalle sbarre o dalla rete di protezione un cartello spiega le caratteristiche degli animali: c’è scritto il nome in latino, la provenienza, le particolarità della specie.
Armadillo villoso, Chaetophractus villosus, Sud America meridionale, vive in habitat aridi, è caratterizzato da lunghe setole, d’estate è prevalentemente notturno e si nutre di piccole prede, d’inverno è attivo soprattutto di giorno; la sua dieta è composta essenzialmente di vegetali. Cavallo di Przewalski, Equus przewalskii, Asia orientale, estinto in natura, sopravvive nei giardini zoologici e nelle zone protette, il branco tipico è guidato da una femmina anziana ed è formato da altre femmine, dalla loro prole e da uno stallone che rimane in posizione marginale.
Io d’estate sono qui all’alba. C’è appena un po’ di luce, gli animali si sono da poco svegliati ed è il momento più rumoroso della giornata. Il leone, i pappagalli, i macachi non si ricordano che sono dentro da una vita, che i loro messaggi non saranno raccolti da nessuno che non sia a pochi passi da loro, e lanciano i versi al sole che sorge. Aspettano delle risposte che non arrivano.
Qualche volta mi fermo davanti al recinto dell’Equus przewalskii, guardo la coppia immobile se non per le code che ogni tanto si agitano e i due sopravvissuti mi fanno tenerezza coi loro corpi un po’ tozzi, l’espressione assorta e inebetita, mentre si chiedono cosa ci faccia piantato lì. Chiamo il maschio, schiocco la lingua sul palato, gli faccio dei segnali con le braccia. Quando è a pochi passi gli dico che anche noi uomini non siamo più capaci di vivere in natura, siamo di fatto estinti per la natura. In un habitat naturale non riusciremmo a sopravvivere neppure pochi giorni, anche noi siamo protetti e chiusi in gabbie e recinti che costruiamo noi stessi. Viviamo tutelati nelle nostre città, nelle nostre case. Ci sono quelli che credono di andare a vivere in campagna perché a loro piace il contatto con la natura, così dicono. Ma della natura non sanno niente, non riconoscono gli alberi, non toccano mai la terra con le mani. Quando lo fanno, corrono subito a lavarsele. Le loro abitazioni sono più ricche di quelle di città. La domenica vanno a passeggiare nei centri commerciali pur di non vedere quell’erba che cresce in giardino e che bisognerebbe tagliare.
L’orango del Borneo, Pongo pygmaeus, vive in media tra i 35 e i 45 anni, i maschi arrivano a pesare fino a 100 chili, le femmine solo la metà. Raggiunta la maturità sessuale intorno ai 12 anni, i maschi sviluppano guance carnose e larghe, con cui impressionano i rivali e le femmine. I nostri simili per impressionare gli altri maschi e conquistare le donne, le guance cercano di scarnificarle, sudano all’interno di eleganti palestre, corrono e corrono, e poi, quando smettono di correre, salgono su grandi auto nere, che sembrano fuoristrada, ma non si sa bene cosa siano e a cosa servano.
Ce ne sono bizzarrie tra gli animali. Per esempio la foca di Weddell, Leptonychotes weddellii, nella stagione fredda trascorre il suo tempo sott’acqua, raggiungendo i 600 metri di profondità, ma è costretta a mantenere delle cavità piene d’aria sotto il ghiaccio o delle aperture per respirare e trascinarsi fuori. Per fare questo utilizza i canini e gli unghielli delle natatoie, ma i suoi denti non crescono continuamente, e col tempo si rompono a forza di tritare il ghiaccio. Così accade spesso che la foca muoia di fame, perché non ha i denti per mangiare. Lo Yak selvatico, Bos grunniens, conosciuto anche come bue tibetano, vive solo nelle steppe gelide a più di seimila metri di altezza. Durante le tormente di neve si protegge sdraiandosi accanto ai compagni del branco, formando un cerchio, con la testa rivolta verso l’interno.
Il Lar o “gibbone dalle mani bianche”, Hylobater lar, diventa attivo poco dopo l’alba, quando il maschio e la femmina eseguono una specie di duetto di grida forti e in crescendo, che serve per rafforzare il legame di coppia. Forse per vivere in due bisogna fare così, urlarsi qualcosa appena alzati, dirsi cattiverie a voce sempre più alta, strillare fino a non avere più forza.
Io comunque preferisco gli erbivori. Perché la merda degli erbivori non puzza se non di fieno stantio. Se la pesti, non ti porti dietro il tanfo fino a sera.
Ogni tanto dirigo lo spruzzo d’acqua della pompa sui miei stivali. L’acqua ricade in rivoli marroni. Se ho pestato la merda del leone o della tigre non c’è niente da fare. Mi rimane il puzzo nel naso fino a quando non torno a casa.
Quando non c’è nessuno d’inverno o nelle più torride giornate estive e so che il proprietario e il custode sono al caldo o si godono l’aria condizionata nei loro uffici, immergo gli stivali nella vasca dell’orso bianco. Muovo le gambe velocemente, produco degli schizzi come fanno i bambini con i loro piccoli piedi sulla sponda di un lago o nella vasca da bagno. Io ho i piedi dentro gli stivali. Certe volte l’orso mi guarda dalle sbarre. Non credo che sia contento che io usurpi il suo posto. Più tardi lo vedo che annusa il bordo della vasca.
Non stanno mica male gli animali. Qui hanno ricostruito il loro ambiente naturale. Almeno così dicono i depliant illustrativi, così sostiene il proprietario davanti alle scolaresche delle scuole elementari che visitano il giardino zoologico. In effetti gli animali sono protetti, tanto è vero che vivono più a lungo che se fossero nel loro habitat. Anzi il Cavallo di Przewalski non saprebbe neppure dove andare, non ce l’ha più un suo spazio che non sia quello dello zoo. Non credo nemmeno che il maschio ricordi che un tempo c’erano tante femmine nel branco, invece di quest’unica compagna.
Non è per niente facile ricostruire la savana o la giungla o la steppa a seimila metri o le acque del circolo polare. Diciamo che è come se gli animali vivessero pigiati dentro una cartolina. Sempre la stessa immagine, cambia solo la loro posizione. Lo stesso albero, lo stesso pezzo di foresta o di deserto. Non sai mai quello che c’è più a destra o più a sinistra. Dopo quell’albero ce ne sono altri o c’è un’ampia distesa di vegetazione stenta?
Dopo quell’albero in effetti c’è il casotto degli attrezzi e dopo ancora uno spiazzo per i giochi dei bambini. Scivoli, altalene, le panchine, così i genitori e gli insegnanti possono sedersi. Qui vengono molti bambini. Le caprette che sono libere per i viali del giardino zoologico li seguono in attesa di qualche ricompensa. Ci sono distributori di mangime. A pagamento, naturalmente.
Anche i pavoni passeggiano tutti tronfi tra i viali. Ma loro non amano i bambini. Quando li vedono salgono su una voliera e, se gli pare, aprono a ventaglio il lungo strascico di piume e si scuotono, come a dire non vogliamo seccature da questi mocciosi senza piume.
Quasi sempre rimango allo zoo anche per la pausa pranzo. Soprattutto in primavera, mi siedo su una panchina all’ombra davanti alla gabbia dei babbuini della Guinea e mangio il panino che ho preparato a casa. Leggo qualcosa. Ascolto i rumori dello zoo. I versi degli animali, ruggiti belati ululati che si susseguono, si intrecciano, si sovrappongono. Il frullare delle ali della Avocetta o del Turaco crestarossa. I tonfi delle Otarie orsine del Capo che si tuffano nell’acqua gelida. Gli zoccoli delle zebre di Burchell o del Cervo maculato che sbattono sulla pietra per liberare gli arti dalle mosche. La giraffa che strappa le foglie dalla mangiatoia. Il cammello che rumina.
Quando è caldo, mi distendo sulla panchina e mi addormento cullato da questi sogni di lontananza e di estraneità. Mi svegliano i babbuini che urlano, che si aggrappano furiosi alla gabbia, che corrono nel loro poco spazio come in una danza isterica di tarantolati.
Ma il rumore che preferisco è quello dell’ippopotamo che si muove nella sua acqua sporca e fangosa. Bisogna essere ben allenati per percepirlo. Ma io so sentirlo anche in lontananza. E distinguere. Per esempio mi accorgo se l’ippopotamo sta immergendo nella melma il suo testone, che poi scuote, lentamente. O quando apre le grandi fauci. Mi sembra di ascoltare la noia maestosa di quel sontuoso sbadiglio.
E’ l’animale che preferisco. Starei ore a guardarlo, lui che sta quasi sempre fermo, che guarda fisso davanti a sé, insensibile a tutto quello che gli sta intorno. I bambini urlano, “ehi! ehi!”, cercano di attirare la sua attenzione, improvvisano balletti davanti al suo recinto, gli lanciano noccioline. E lui niente, indifferente, guarda verso un punto lontano. Poi quando apre la bocca, spalanca le fauci, i bambini lanciano urla di meraviglia e di approvazione.
Il corpo dell’ippopotamo fa pensare a un animale vissuto in un’altra epoca. E’ un sopravvissuto. Tozzo, con le gambe corte, una testa impresentabile. Eppure in condizioni normali, vicino ai laghi africani dove vive, si muove con inaspettata grazia sulla terraferma, dove bruca l’erba, ma soprattutto in acqua dove vive la maggior parte del suo tempo. Può immergersi e rimanere a lungo sott’acqua passeggiando sui fondali. Vorrei vederlo mentre fissa con i suoi occhi sporgenti i pesci che si aggirano incuriositi intorno al corpo massiccio.
Cerco di leggere tutto quello che trovo sugli animali dello zoo. Degli ippopotami per esempio so che i piccoli rimangono con la madre fino ai cinque anni. E che il piccolo nasce quasi sempre sott’acqua.
L’ippopotamo è un animale essenzialmente acquatico, tanto che molti studiosi ritengono sia strettamente imparentato con le balene più che con altri ungulati, il maiale per esempio. E’ questo che mi affascina. Che abbia tanto bisogno dell’acqua, pur essendo un animale terrestre. Che abbia tanto bisogno dell’acqua e che viva nel cuore dell’Africa.
L’ippopotamo dello zoo è una femmina. Si chiama Tamidae. Entro nel suo recinto sempre con un certo rispetto. La chiamo per nome. Entro nell’acqua fino al ginocchio e mi metto anch’io a guardare verso quel punto dove lei guarda. Vorrei tanto capire cosa guarda, ma davanti ha solo degli alberi, i viali dello zoo, qualche panchina. E poi ha occhi laterali, posti nella parte alta della testa, per cui non sono certo che guardino nella direzione verso cui è orientato il muso. Non dà segni di impazienza, non vorrebbe vedere altro da quello che quotidianamente e così fissamente guarda.
L’ippopotamo non puzza. Ha un suo odore particolare, ecco tutto. Un odore che è un misto di fango, erba e fieno. E di quella sostanza densa e oleosa che ricopre l’epidermide.
Mansueto mi ha detto che Tamidae ha la pelle delicata, che si screpola facilmente e che è sensibile alle punture degli insetti. Io non ci volevo credere, ma poi ho capito che Mansueto dice sempre la verità sugli animali. Anche se, quando parla, usa un tono che sembra voglia prenderti in giro.

Giuseppe Grattacaso, Parlavano di me, Effigi

Distilleria letteraria

Sulle pagine dei quotidiani un’inserzione pubblicitaria invita a scoprire una nuova iniziativa editoriale, che porta sugli scaffali delle librerie i libri distillati. Si tratta, come recita anche l’elegante sito di riferimento, del “meglio della narrativa italiana e internazionale in meno della metà delle pagine dell’originale”. Volumi meno voluminosi, in cui si lasciano inalterati, almeno così assicura chi ha ideato l’iniziativa, “la trama, i personaggi, le emozioni”, lo stile dell’autore. Insomma, si parla di libri “distillati, non riassunti”.

Si può credere che i tagli (che riguarderanno, mettiamo, le descrizioni, i personaggi secondari, i momenti di stanca della narrazione) siano impresa di specifiche figure professionali, di chi per lavoro si occupa della cura editoriale di un’opera, in breve degli editor. Del resto non potrebbe essere diversamente. Possiamo immaginare che ad agire siano gli stessi professionisti che agli autori suggeriscono, di fronte a una storia che funziona, a personaggi credibili, di ampliare la narrazione, per arrivare ad un numero di pagine in grado di soddisfare le esigenze editoriali. Viene fatto di ritenere che, dopo la precedente dilatazione, con l’intervento riparatorio della distillazione, il romanzo ritorni alle sue dimensioni di partenza.20160126_140003

La scelta della riduzione però induce anche a cattivi pensieri: spinge a giudicare cioè che poche o molte pagine dei libri di narrativa di quelli di maggiore successo, siano di fatto superflue. L’operazione ha quindi l’obiettivo di cancellare quello che non serve, che risulta inutile o che addirittura è brutto. Ne deriverebbe che il “meglio della narrativa” contiene in effetti un peggio, di cui si può fare a meno.

Ma allora perché tanto impegno nella costruzione di romanzi così corposi? Un altro cattivo pensiero porta a credere che nella ricetta alla base della composizione di un best seller sia inserito anche l’obbligo di infarcirlo di materia eccedente. Per piacere al grande pubblico insomma si deve essere sovrabbondanti.

Non è chiaro se gli autori interessati siano d’accordo con l’iniziativa, della quale comunque non possono non essere informati. Come avranno reagito all’idea che vengano tagliati i loro romanzi? Qualcuno di loro avrà suggerito i brani da espellere, semmai nel tentativo di tornare all’originale modificato dal proprio editor?

Sta di fatto che esistono già romanzi brevi e racconti, che potrebbero quindi contentare chi cerca narrazioni meno imponenti, ma, a detta degli editori, sono prodotti che “non si vendono”, perché gli italiani non amano le storie che non siano particolarmente ricche di intreccio, o perché (è il caso del romanzo breve) il libro di poche pagine genera dubbi sull’importanza del suo contenuto. Tra i pochi autori che riescono a pubblicare romanzi brevi a catena è Erri De Luca. In questo caso però l’editore decide di utilizzare caratteri tipografici visibilmente più grandi del consueto, con sentita riconoscenza da parte degli affetti da presbiopia e con l’effetto di rendere almeno accettabile il numero delle pagine, tanto che l’oggetto in questione possa chiamarsi libro. Certo si potrebbe optare per la pubblicazione di tre o più romanzi brevi nello stesso volume (come è spesso accaduto in passato), ma la scelta, oltre che portare ad un evidente nocumento economico, potrebbe far risaltare la ripetitività che caratterizza le opere.

I primi romanzi italiani ad essere ridotti saranno Venuto al mondo di Margaret Mazzantini e La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, che inaugurano anche un possibile cursus honorum in tre fasi, romanzo / film / distillato. Nel caso del libro di Giordano, che tra l’altro non è un romanzo particolarmente massiccio, forse l’opera del distillatore potrebbe arrivare ad isolare i primi due capitoli, che hanno già titolo autonomo, L’angelo della neve e Il Principio di Archimede. Si tratta di due splendidi racconti, tra i più belli della narrativa italiana degli ultimi anni. Ma sono appunto racconti, di cui immagino il solerte editore abbia chiesto a suo tempo l’ampliamento, lo sviluppo in un intreccio ampio, abbia raccomandato di dare un seguito agli eventi, altrimenti troppo repentini e dunque meno invitanti.

Infatti, si sa, nessuno legge i racconti, quindi è meglio allungarli a dismisura, farli diventare romanzi ingombranti, e poi accorciare i romanzi.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

http://www.succedeoggi.it/