IL DOLORE di Alberto Toni (Samuele Editore)

 

Alberto Toni ha sviluppato nel corso degli anni, a partire dall’esordio avvenuto nel 1987 con la raccolta La chiara immagine, un percorso concentrato e coerente, fedele ad un’atmosfera culturale, forse maggiormente presente nel nostro paese negli ultimi decenni del secolo scorso, di attenta riflessione sulle dinamiche dell’io e insieme fondata sulla volontà di indagine del mondo, nella consapevolezza che l’impegno civile abbia corrispondenza innanzitutto nella ricerca di una verità, in qualche modo ipotizzabile, ma che per sua natura sempre si nega e si allontana. E’ questo un lavoro spesso oscuro, che impone una dizione poetica non lineare, che procede per sbalzi analogici e per accumulazione di immagini ed esperienze.

Alberto Toni (Ph. Dino Ignani)

Nella poesia di Toni, come si evince anche dalla sua più recente prova poetica, Il dolore, pubblicata da Samuele Editore, è sempre evidente un’attenzione esasperata alla singola parola, ad ogni movimento interno della versificazione, nella convinzione, peraltro mai esibita ed anzi che si manifesta in maniera tormentata, che si possa davvero dire l’indicibile, arrivare attraverso la poesia a sondare anche le zone più profonde e impervie della natura dell’uomo. La poesia è dunque attività sacra, ma non per questo risolta, anzi si alimenta nella frammentazione e si compone di fragilità.

Il lettore delle poesie di Alberto Toni deve essere disposto a farsi trasportare dalla corrente evocativa in cui si muovono le parole, seguendo il corso che ha scelto la poesia che, come la “trota sannita” della lirica Lungo il Sangro che apre il volume, parente prossima della nota anguilla montaliana, “s’annida al temporale, sfida il grigio / e il verde, mentre l’acqua, il riverbero / di fibule sotterra il tempo antico e / quanto resta”. Il viaggio della trota è sfida e scoperta, dunque consapevolezza che non esiste altra strada che quella di continuare a cercare una strada, altra condizione che trovare la ragione dell’esistenza proprio nei limiti a cui la vita stessa continuamente obbliga: “La trota / che s’inerpica nel grigiorosa dei sassi / e poi scompare. Come una spada, una lancia / museale, viva e sembiante, un po’ in ombra, / ma eccola al raggio e alla pioggia sopravvive, / rinasce di giorno in giorno, smilza che fugge / e scrive la storia antica”. Ma dal viaggio non si ricavano rassicurazioni, né l’idea di una soluzione, di una risposta piana: “Se dalla / fugacità rapita noi non proviamo gioia, eccolo / il turbinello della mente, il basso / che ci pesa al cuore, lapsus, offuscamento e male”.

Una parola chiara, un racconto lineare e sciolto, un discorso senza increspature non sono più possibili; il poeta dunque deve fare i conti con il ritmo ansante e frammentato del suo respiro, con l’accumulazione di vicende e oggetti, che appartengono alla vita ma non possono essere ricondotti ad unità, anche se è quello che la poesia è costretta ogni volta a tentare.

Il dolore, a cui il titolo fa riferimento, nasce dalla scomparsa della madre, raccontata soprattutto nelle sezioni finali del libro, Percorso ospedaliero, Il dopo, Il dolore. La morte pone il poeta di fronte a una serie di quesiti e riflessioni, che spesso ruotano intorno al concetto di tempo. Anzi, dovremmo dire con Toni “Non il tempo, ma i tempi: quelli / dei ritratti e dei cieli mobili, / angeli piegati verso il basso / schiere, viluppi, antichi / turbamenti”.

La poesia non può che costatare che il movimento che sembra orientare le esistenze verso l’una o l’altra direzione è “sempre uguale, anche se / appare diverso ogni momento. / E’ l’illusione ottica della vita”. Il tempo perciò è un contenitore senza storia, mera illusione anch’esso: “Rema contro, il tempo. Rema / per le città senza cuore, per / i secoli brevi, troppo brevi. / E a niente vale la clessidra, / se non come specchio e tema. / (…) / perché il tempo non dà risposte. / Nessuna. Fruscio d’alito perpetuo, / intuito, annegato subito dopo / nelle mie chiacchiere oziose”.

Il dolore di Alberto Toni è un libro denso e compatto, frutto di uno sguardo accorato e affranto, ma anche capace di cogliere i colori della vita. E’ lo sguardo di un poeta che, come la trota sannita, “non teme le nostre sorprese / contemporanee e lascia soltanto un filo / nel percorso, spiazza in controtendenza / la lenza del pescatore”.

Anno nuovo

Penseremo possibile una svolta,
mutamento nel ritmo della marcia
per adeguarci ai tempi accelerati
che impone l’era, ai forsennati scatti
digitali, alle brusche alterazioni
negli assetti. Forse ci coglierà
per rinnovata sfida o infermità
di morbo antico, l’impazienza
di scosse, di trasalimenti, voglia
di rubare ai giorni emendamenti,
lezioni sconosciute, variazioni
al consueto regolare svolgimento
delle fatalità. Vogliamo breccia
nella compostezza, un’oscillazione
nella tenuta solita dei patti,
che una faglia rovini l’equilibrio
e ci riporti al passo vacillante
che era di giovinezza. Accadrà
invece poco o nulla, l’universo
proseguirà con pochi impedimenti
per il suo verso, noi rovisteremo
sia giorno o notte il cielo alla scoperta
del tempo che farà, domanderemo
alle stelle lontane, alle galassie
se sia sensato il balzo, che distanza
passi tra dove siamo e la felicità.

(ph. G. Grattacaso)

Firenze gonfia d’Arno: l’alluvione in una poesia di Piero Santi

Ho tra le mani l’elegante volumetto dei 263 Versi di Piero Santi e scopro che la dedica che volle farmi quello che per me è stato un indimenticabile maestro e un caro amico risale al 7 dicembre del 1983. Avevo conosciuto Santi da qualche mese, ma quella era una delle prime volte, se non la prima in assoluto, che mi recavo nella casa di via dell’Erta Canina, appena all’inizio della ripida salita che, dopo il viale alberato che parte, superata via del Monte alle Croci, da quello che fu il ristorante La Beppa, conduce tra gli ulivi fino a piazzale Michelangelo. 

Piero Santi con Mario Luzi al ristorante La Beppa nel 1983

Piero Santi con Mario Luzi al ristorante La Beppa nel 1983

Ci sono tornato qualche giorno fa in compagnia di Mari Yamazaki, a cui ho mostrato il piccolo libro edito da L’Upupa, la casa editrice ideata dallo stesso Piero Santi, il quale darà più tardi lo stesso nome anche allo Spazio d’Arte in via de’ Bardi, gestito insieme a Sergio L. Miranda e luogo di incontro di tanti giovani e meno giovani artisti e scrittori.  

Mari Yamazaki è una disegnatrice molto nota in Giappone ed è a Firenze perché l’emittente televisiva NHK Educational sta girando un documentario sulla sua vita e sui luoghi che sono stati importanti nella sua formazione di artista. Mari ha voluto ricordare il tempo trascorso a Firenze, dove “fondamentale per la mia crescita umana e culturale più degli studi che ho fatto – racconta davanti alle telecamere – è stata la frequentazione con Piero Santi”.

Ci commuoviamo entrambi nel ricordare quei giorni, lontani nel tempo ma ancora così presenti nelle nostre vite. Il desiderio di incontrarsi e di raccontarsi, di condividere esperienze e riflessioni, di conversare su ogni cosa e di sentirsi parte di un gruppo di amici, sono stati la forza di quella stagione e delle persone che si riunivano intorno a Santi. Dopo di allora quell’entusiasmo e quell’interesse solidale alle pratiche artistiche altrui, conveniamo entrambi, la presenza partecipe di un maestro affettuoso come è stato Piero, non sono più tornati.

Sfoglio il libretto dopo un po’ di anni che non lo facevo e mi rendo conto che la prima poesia fa riferimento all’alluvione di Firenze, a quel tragico 4 novembre di 50 anni fa, a quella vicenda di doloro, morte e resurrezione a cui santi aveva già dedicato gli scritti di Da un tetto e nelle stade, editi nel 1967 da De Donato (chi se ne è ricordato, dico solo per inciso, in questi giorni di commemorazioni?).

Piero Santi amava visceralmente la città nella quale era quasi sempre vissuto (era nato a Volterra il 5 aprile del 1912, ma presto la famiglia si era trasferita in riva d’Arno), tanto da soffrire e polemizzare, già negli anni ’80, per la trasfigurazione che la città andava progressivamente subendo e che per lui, che aveva vissuto, a fianco di Montale, Gadda e Landolfi, il periodo in cui tanti intellettuali si ritrovavano a Firenze intorno ai tavolini del Caffè delle Giubbe Rosse, significava una perdita di identità collettiva che nemmeno il fango e la nafta dell’alluvione avevano prodotto.

Riporto di seguito la poesia, nella quale è possibile leggere l’amore profondo e contrastato, come è solo delle passioni più vere, che legava l’autore de Il sapore della menta, di Libertà condizionata e del bellissimo Ritratto di Rosai alla città che un tempo era stata “grande e putrida di gloria”. Vi si scopre anche il dialogo continuo, ricorrente nell’opera di Santi, tra la morte che appare sempre come un’eventualità incombente, e che in questo caso è minaccia e presenza reale, e il desiderio di nascere o rinascere, la necessità di spingere fino all’estremo la voglia di esserci, perché malgrado tutto “la città vive / come arde di vita Hanoi-napalm”. Anche di fronte al fiume violento e assassino, armato in qualche modo comunque dagli uomini, “i coccodrilli / che piangono lacrime d’oro”, Piero Santi ci dice che la letteratura non può che fare i conti con la morte e non può che essere desiderio di vita.

4 Novembre 1966

Nafta! scoppia la città nera gonfia
d’Arno, nafta a Santa Maria del Fiore,
gorghi gialli ungono i palazzi bui
e il campanile-vampiro muore
rosa-sinistro nell’alba vuota.
Un tempo la città si chiamava Firenze
grande e putrida di gloria;
ora grande e morta immota,
domani grande e popolare,
pop, op, rinascimento e geometria;
le indossatrici fragili a sognare
appoggiate languide-isteriche
alle pietre di pietra serena,
i giovani, fango e amore,
cercano nel fango il tuo rosso fiore.
I love Florence
come una ragazza di Chelsea;
dalle scale del Sacré-Coeur
autostop pour Florence
dove il fiume non ha più anse
né letto né sponde;
attorno alla città che non risponde,
fiat lancia alfa
citroen prinz renault impazzite
spaccano il deserto;
la sera i giovani sbucano dalle tane,
hanno lo sguardo bruno
e gialle le mani.
Abbasso abbasso
l’Arno balsamo fino,
abbasso da Santa Croce al Pino,
dalle cantine fetide di Gavinana
alla piana dell’Osmannoro;
abbasso i coccodrilli
che piangono lacrime d’oro;
mon amour vivra encore
plus beau, plus grand,
nafta e amore, fra le talpe travolte
e i gatti uccisi; i fiumi ribollono
ancora ma noi siamo vivi
e in fiore!
La città vive
come arde di vita Hanoi-napalm
nelle brume gialle dell’Est;
la Mortesecca dell’Ovest
drizza le sue ossa omicide;
ecco la città della vita,
Hanoi rossa
Firenze-rabbia,
la città tenera dell’olivo
sopra il diluvio peste;
vive nelle mani secche e meste
dei giovani,
fango-acqua-diga-enel,
sola, caparbia, altera,
fiera
di vivere.
Abbasso i coccodrilli
che piangono lacrime d’oro,
abbasso,
da Santa Croce all’Osmannoro,
dalle stanze-tane di San Frediano
alle Cascine deserte di grilli:
mota, peste fino all’Indiano.
Abbasso i coccodrilli
dalle lacrime d’oro.

 

PASSAGGIO IN SICILIA di Massimo Onofri (Giunti)

Se si vuole iscrivere l’argomento di cui tratta Passaggio in Sicilia di Massimo Onofri (Giunti) entro limiti chiaramente enunciati, e da questo ricavarne una precisa classificazione, operazione in qualche modo richiesta quando si parla di un libro, a volte addirittura necessaria, gli unici confini nei quali è possibile circoscrivere l’opera sono appunto solamente quelli che distinguono la terra siciliana dal mare circostante. Il libro di Onofri infatti, che con il precedente Passaggio in Sardegna va a comporre un ideale dittico dell’Italia isolana, è un lavoro che parla della Sicilia in ogni suo aspetto, ma che poco si presta a qualsiasi definitiva collocazione. Pur potendo dichiarare qualche parentela con i resoconti di illustri viaggiatori del Settecento e dell’Ottocento, ma anche con libri più recenti, penso ad esempio a Breviario mediterraneo di Pedrag Matvejevic o a Danubio e Microcosmi di Claudio Magris, Passaggio in Sicilia si segnala per un proprio particolare e affascinante modo di raccontare la realtà.

massimo-onofri

Massimo Onofri

In effetti l’opera di Onofri è molte cose insieme. Innanzitutto si propone al lettore con la sobria eleganza di un’affabulazione incalzante e seducente: è narrazione dunque, con quel tratto creativo che ogni racconto prevede, ma contiene comunque anche un’approfondita riflessione critico letteraria, che nasce, e non poteva essere diversamente, dall’interesse primario e dal decennale lavoro dell’autore, e insieme a tutto questo racchiude una specie di intelligente e mai banale guida turistica ad uso del viaggiatore, e ancora presenta la capacità di rivelare l’universo siciliano attraverso considerazioni che poggiano sull’acquisizione di fondamentali e avanzati concetti ricavati dalle scienze umane, e infine comprende un piccolo fondamentale manuale degli avvenimenti che hanno caratterizzato la vita siciliana, anche più recente, che permette di inserire ogni affermazione dentro un preciso quadro storico e politico.

Onofri possiede competenze ed esperienze, che utilizza con grande abilità, che gli consentono di parlare dei più svariati argomenti e di muoversi da un settore dell’esplorazione all’altro, mettendo in mostra conoscenze da erudito senza mai sembrare tale, anzi accompagnando il lettore in una progressiva scoperta che ha sempre il dono della leggerezza e insieme della capacità di assemblare ogni cosa in un tutto organico, dove ogni passaggio dà luogo, in maniera assolutamente necessaria, al successivo.

Impossibile fare un esempio di questa fluidità narrativa che si combina con l’acume critico, senza rischiare di penalizzare l’ampio respiro dell’opera. Basti solo ricordare il passaggio nei pressi di Marsala e la tappa a Cutusio. “Cutusio – scrive Onofri – è una delle contrade attraverso cui Marsala si moltiplica lungo la provinciale che costeggia il pescosissimo Stagnone, parallela alla statale 115, in direzione di Trapani, tra vigneti che insuperbiscono in uno dei vini più dolci d’Italia”. Cutusio è soprattutto la patria di Nino De Vita e di sua moglie Giovanna. E De Vita “lo voglio dire chiaro, è uno dei poeti più puri che la nostra astiosa e fatua patria letteraria possa oggi vantare”. “Dopo viaggi perigliosi di gioventù – prosegue Onofri -, ha scelto di coltivarsi nel più appartato silenzio, nella casa avita tra i limoni, mentre Giovanna, magari, s’ingegnava, paziente e perfetta, con implacabile dolcezza, in qualcuno di quei piatti di pesce su cui sono nate leggende, e che facevano correre quaggiù, oltre a Consolo, anche un sedentario come Sciascia”. La narrazione approda in seguito verso considerazioni di carattere letterario, ricordando che fin dagli esordi di De Vita, “non ci trovavamo di fronte alla Sicilia di colli pensili sull’acque, di volpi d’oro, di sere d’aranci e d’oleandri, d’aspre resine, ma a una terra amarissima e desolata, quella di ‘bbabbaluci scacciati’, e cioè di lumache spiaccicate, di mosche morte, di limoni infradiciti, di bestie sfiancate dall’aratro”. Considerata la storia letteraria di De Vita e offerto un consiglio di lettura, Onofri conclude che al poeta di Cutusio non sono mancati critici d’eccezione, tra i quali Raboni (sono mancati forse, aggiungerei io, i grandi editori, ma la poesia subisce spesso di questi affronti) e esprime, in poche righe, una valutazione sull’opera poetica di De Vita di rara forza e intensità, come del resto avviene in molti altri casi nelle pagine di Passaggio in Sicilia: “i suoi versi continuano a conservare intatta la musica nativa: che è pregio, appunto, solo di quella particolare poesia che, misteriosamente, riesce a schivare la storia. Il suo punto di partenza è sempre l’idillio, ma con occhi che riescono a cogliere, di quella natura trepidante e leopardiana, ogni carie, dentro un paesaggio che s’è andato sempre più aprendo al passo dell’uomo, alle sue gioie e ai suoi dolori, per farsi alla fine racconto”. Poi Onofri riprende la narrazione e dice dell’arrivo, insieme ai suoi compagni di viaggio, alla casa del poeta: “il cancello ferrato lentamente si apre e ci appare subito, col suo sorriso gaudioso e quella dolcezza che le conosco da sempre, donna Giovanna” che dice subito all’amico in visita, perché sa che ne va pazzo, di avere preparato il cuscus di pesce.

Il riferimento alle pagine dedicate all’arrivo a Cutusio ha dato l’occasione per fornire qualche informazione, tramite Onofri, sulla poesia di Nino De Vita, che merita ogni attenzione, e di fare assaggiare a chi legge il modo di procedere di Onofri, che ci accompagna, nelle trecentonovanta pagine di cui si compone questo Passaggio, in un viaggio culturale, umano, antropologico, letterario e alla scoperta di luoghi conosciuti o insoliti, sempre ponendoci delle domande, o invitandoci a porcele, e sempre con la grazia e con la perizia, mai pedante, del fine conoscitore, sorretto, nella sua affabulazione, da vero amore per la terra siciliana. Un amore che permette di animare il racconto con una serie innumerevole di personaggi, una miriade di scrittori, ma anche artisti di diversa fama, uomini politici, gentili signore più o meno note, e di trasmettere la bellezza, ma anche la ferocia di una terra che sembra credere troppo alla propria identità e allo stesso tempo negarla. Significative a tale proposito le pagine sulla mafia, considerata quasi unicamente attraverso le parole degli scrittori, in particolare quelle ricavate da opere di scarso valore letterario, ma che fanno leva su un sicilianismo di marca apologetica, che finisce per giustificare certi atteggiamenti di cui la mafia si è sempre cibata: “Un filone – sostiene Onofri – alle cui tentazioni è difficile sottrarsi, quando non si ha la lucida consapevolezza ideologica d’uno Sciascia o d’un Consolo”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

Nel cielo innamorato delle rondini: il Sud di Libero De Libero

Volevo una poesia che mi dicesse il sapore della campagna povera, la natura e i paesi del Sud di qualche tempo fa, decenni addietro di arsura e di miseria, ma anche di odori forti e di pomeriggi estivi invasi dalla luce; una poesia che raccontasse gli spazi vicini all’eternità, eppure così fragili, delle contrade preappenniniche, le pianure assolate tra il mare e le montagne. Mi è venuta incontro una lirica di Libero De Libero, contenuta nel volume Sono uno di voi, che raccoglie versi scritti tra il 1945 e il 1956.
De Libero era nato a Fondi il 10 settembre del 1903, ma fin dall’età di ventiquattro anni aveva vissuto a Roma, mantenendo comunque con la Ciociaria un rapporto continuo di anelito, di innamorato tormento e di rarefatta insoddisfazione. “Ciociaria, o mia bianca giovenca, / – scrive in una lirica tratta dalla stessa raccolta – dovunque mi segui col tuo rifiato, / sempre cercata e sempre assente / nei territori della mia paura”.

Libero De Libero

Libero De Libero

La produzione poetica di De Libero è solitamente inserita nel clima culturale ed espressivo dell’ermetismo, in quella sua particolare accezione meridionale che si manifesta soprattutto nelle liriche di Alfonso Gatto, di Leonardo Sinisgalli, di Salvatore Quasimodo. Nel poeta ciociaro il Sud è il luogo di una arcaicità selvaggia e rude, immobile nella sua immutabilità e insieme sempre sfuggente: la regione che rappresenta la patria a cui è necessario ritornare, portando con sé le innumerevoli domande che la vita pone, ma nella consapevolezza che ogni nuova tappa non potrà che comportare una rinnovata ricerca della propria identità.

Ma torniamo alla poesia di cui si diceva.

LETTERA D’ESTATE

Alla cicala delle mie colline
così stordita nella macchia afosa,
voglio tornare alle mie contrade
dove l’ulivo è amico mio celeste.
Con le selve laggiù complotta l’aria
contro i colombi che gelosi vanno
nel cielo innamorato delle rondini:
laggiù cresce la pietra come rosa,
la bella età del giorno si riposa
e in ogni zolla è un seme di furore.
Puledra ondosa della mia pianura,
per acqua e fuoco scalpita il tuo odore
e brulica l’erba, ogni frutto si dona.
Fa luce d’uva e l’arancio straripa
versi di foglie dettando alle strade,
veglia il bufalo con occhi di spiga
e il monte è un mandriano smemorato.
Alla mia lingua spinosa più del cardo
scordata per un’altra così liscia,
voglio tornare alla mia gente amara.

Detto velocemente del forte impatto visivo della lirica, una cifra ricorrente del resto nell’ermetismo meridionale, di una parola che si potrebbe dire dipinta, e di un endecasillabo che ha già superato la ricercatezza sibillina dei canoni ermetici, per approdare ad una più piana narratività, vale la pena soffermarsi subito sui primi versi della lirica e su quelli finali, nei quali appare evidente e fortemente marcato il tema del ritorno.
Il desiderio di tornare alla terra d’origine apre e chiude la lirica (“voglio tornare”). In entrambi i casi il verbo regge, con diversa costruzione sintattica, due complementi di luogo. Inizialmente il paesaggio verso cui approdare è segnato dalla presenza dell’ulivo “celeste”, ma anche della cicala “stordita nella macchia afosa”, che subisce cioè, lei o forse coloro che l’ascoltano, la greve presenza dell’aria soffocante. Insomma siamo in uno spazio che è caratterizzato dalla tensione verso l’alto, ma anche dal forte ancoraggio alla terra arsa e petrosa. Così l’aria complotta con i colombi, “che gelosi vanno / nel cielo innamorato delle rondini”, ma la pietra cresce “come rosa” e “in ogni zolla è un seme di furore”. L’alto e il basso, il cielo limpido e la pietra, le rondini e la zolla, l’opaco e il colorato appartengono allo stesso sguardo, fanno parte di un unico paesaggio, anzi sembra quasi che non possa il viso alzarsi verso l’alto senza che il corpo senta l’aderenza al terreno, il peso di quel mondo riarso. Del resto, ogni zolla genera furore, porta dentro di sé la rabbia del dialogo irrisolto tra il fascino della prepotenza e della rudezza della natura, e la pena che esso comporta. L’energia vitale della campagna, un po’ sano vigore e un po’ brutalità, emerge dalle immagini della “puledra ondosa”, dell’erba che “brulica”, dell’arancio che “straripa / versi di foglie”, del bufalo con “occhi di spiga”, del monte che viene descritto come “un mandriano smemorato”; la forza della natura è segnata dalla presenza dell’acqua e del fuoco.
A contatto con la nostalgia per la sua terra, con il desiderio che offre concretezza ai ricordi, De Libero riscopre la forza di una lingua “spinosa più del cardo”, che ha i caratteri bruschi e severi della sua terra, che non devia verso le scorciatoie di un dire piano e carezzevole, in qualche modo accattivante. Tornare a questa lingua significa anche restituirsi, come uomo e come scrittore, alla propria gente e al suo senso dell’esistenza dolente e desolato. Se il cielo è innamorato delle rondini, per tutti gli altri esseri viventi, colombi inclusi, è necessario fare i conti con un destino che non permette mai di staccarsi del tutto dalla terra, coscienti che l’ambiente che ci ospita risulta tanto maestoso e seducente da apparire feroce.
E’ questo il Sud nella Lettera di De Libero: un luogo dove le presenze animali e vegetali si manifestano con i connotati della divinità (non sfuggano, a tale proposito, le tante personificazioni e metafore) e proprio per questo mettono l’uomo di fronte ai propri limiti e alla propia fragilità. Tornare è dunque accettare la lingua rude che confessa lo stato di instabilità e sofferenza di fronte all’altera esuberanza dell’ambiente naturale.
Il panismo dannunziano, che pure sembra ispirare i primi versi della lirica, la potenza vitale del creato che si trasferisce nell’uomo e nelle sue azioni, l’operato di una forza fecondante, sono qui presto declinati in aridità e amarezza, meglio nella compresenza di una natura che mescola apertura verso orizzonti luminosi e rifiuto. La forte energia vitale che mette in movimento ogni cosa è sempre sottoposta ad una cappa afosa che immobilizza, la pianura soleggiata che si concede all’eternità dialoga costantemente con cardo e colombi, che ci ricordano la condizione di mortalità.

UN PUNTO DI BIACCA di Anna Elisa De Gregorio (La Vita Felice)

Un tratto ricorrente nei versi di Anna Elisa De Gregorio, raccolti nel volume Un punto di biacca, recentemente edito da La Vita Felice, è dato da una sottile vena di melanconia che pervade le liriche, che pare alimentata dalla ricerca di una ragione che possa dare conto del principio che muove gli avvenimenti terreni e la nostra presenza tra le cose, nella consapevolezza che ogni spiegazione che offra indubitabili certezze è palesemente impossibile e che dunque la nostra vicenda di uomini è sempre segnata dall’assenza, dalla ricerca dell’anello che manca, e che forse risulterebbe risolutivo, dalla confusa bellezza in cui sono disposte le tessere.

Très riches heures du Duc de Berry (gennaio)

La miniatura Très riches heures du Duc de Berry (gennaio) dei fratelli Limbourg

Pure di fronte all’accertamento di questo limite, la voce della De Gregorio continua piana e rassicurante a raccontare, a volte a disegnare, il mondo, spesso facendosi attrarre dai piccoli eventi e dalle contraddizioni che lo caratterizzano, che servono, se non a spiegare la storia, almeno a dirci che in questa incertezza viviamo e che essa ha, in fin dei conti, qualcosa di prodigioso. 

Nella prima sezione del libro, Svelature, ogni lirica porta in calce l’autore e il nome dell’opera d’arte che l’ha ispirata. All’autrice dei versi non interessa illustrare o commentare, ma seguire un proprio cammino, passare attraverso un varco, spesso assolutamente periferico, che può fare intravedere un destino o suggerire, anche in questo caso, che la verità passa sempre accanto alla vita, senza però mai offrire una motivazione decisiva. Si tratta insomma di svelare appunto, ma anche di constatare che un velo impedisce pur sempre una perfetta visuale. Del resto la velatura, nell’arte pittorica, è proprio quella tecnica che consiste nel coprire con uno strato più leggero il colore già asciutto, in modo da determinare particolari effetti e trasparenze. Accostandosi ad esempio alla miniatura Très riches heures du Duc de Berry, esposta nel Musée Condé di Chantilly, e assistendo allo sfarzo dell’ambiente ai “preziosi lapislazzuli / sull’abito del duca e dei compari”, la De Gregorio così coclude la poesia: “Come in ogni altra notte, / fuori morte e miseria: / né morte, né miseria / all’apparenza sfiorano il signore. // Ma sarà l’ultimo suo capodanno: / fino al castello arriverà la peste. / Chi vede il cuore oscuro del futuro? / Solo chi sa rappresentare storie”.

La realtà ha sempre, in queste poesie, un altro suo lato da mostrare, che non è per forza un lato oscuro, anzi è spesso altrettanto palese, ma bisogna disporsi a guardare alle cose a partire da un diverso punto di vista, che offre spunto per una nuova significazione. In questo senso i titoli delle quattro sezioni di cui si compone il libro risultano rivelatori: oltre alle Svelature di cui si è detto, essi sono Sconcerti, Spunti di vista, Spartenze.  

Anna Elisa De Gregorio

Anna Elisa De Gregorio

Nel caso dell’ultima sezione, le Spartenze a cui ci si riferisce rimandano ai dialetti meridionali, dove il termine sta indicare la divisione, l’atto dello spartire appunto, ma è chiaro che al lettore il termine non può che comunicare anche l’idea della mancata partenza. Così una sequenza di poesie contenuta in questa sezione può chiamarsi Vietato oltrepassare la linea gialla e due delle liriche fare riferimento alla stazione di Bologna e alla memoria della strage che al suo interno venne compiuta. Il passato e il presente si mescolano e il punto di vista sull’insieme, che improvvisamente ha uno scarto, serve a scoprire, ma anche a rivelare la presenza di un insondabile segreto: “Si inciampa sulle morti / rimaste tra i binari: / stanno per sempre attonite, / per sempre senza pace. / Ma la stazione spinge / a coincidenze di ore / e qui la vita corre, / corre più che altrove. // Resta come un rimorso / la lapide in memoria / nella sala d’aspetto, / alloggio di fortuna / per i senza biglietto, / quelli dei cappotti / al posto dei pigiami, / che arrivano sul tardi”.

Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena e vive ad Ancona dal 1959. Il suo primo libro di poesia, Le Rondini di Manet, arriva solo nel 2010. Al suo attivo anche una plaquette in dialetto anconetano, Corde de tempo.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

Simone Ciani, dopo vent’anni

Il blog ospita un testo appassionato e commosso con il quale Alessandro Fo, che ringrazio per aver pensato a questa sede, ricorda, a venti anni dalla morte precoce, la figura del giovane intellettuale Simone Ciani.

Oggi, 10 agosto del 2016, sono esattamente vent’anni dal giorno in cui chiuse la sua breve vita un giovane fra i più geniali che Siena abbia di recente conosciuto.

Il 30 luglio del 1996 aveva compiuto 22 anni. Sulla copertina di un numero della rivista letteraria «Caffè Michelangiolo» (gennaio-aprile 2000), che gli dedica un ampio ricordo, Simone, seduto su una panchina in una pineta, si volta verso il fotografo (verso di noi). Gira una pagina del libro che sta leggendo: il Teeteto di Platone. All’epoca di questo scatto, frequentava il Liceo Piccolomini, con un tale profitto che non solo il suo esame conclusivo fu coronato da una speciale menzione di lode, ma soprattutto, quando si è spento, i suoi ex professori e compagni hanno scelto di raccogliere in un volume gli stessi suoi componimenti scolastici. Una iniziativa che potrebbe a tutta prima sembrare azzardata, ma Nel cuore dell’anima, Il quaderno dei temi e altri scritti (Siena, I Mori, 1996) è un libro già pienamente maturo, che propone di continuo osservazioni personali e mirabilmente profonde su tutto l’arco di quelli che erano gli interessi di Simone: la musica, il cinema, la storia del pensiero, la letteratura, con particolare riferimento al mondo antico.

Simone Ciani

Pochi giorni prima della sua scomparsa, Simone aveva conseguito il diploma di conservatorio in Pianoforte Principale presso l’Istituto «Rinaldo Franci» di Siena. Si interessava anche di composizione musicale, e, per onorare questa sua passione, la società Mens Sana 1871, in accordo e con la collaborazione dell’Università degli studi di Siena, ha istituito fin dal 1998 il premio di composizione «Simone Ciani», giunto nel 2010 alla settima edizione.

Quanto alla ‘decima Musa’, Simone aveva al proprio attivo una fitta messe di recensioni a stampa e via radio che gli valsero nel 1993 il Premio Giornalistico Silvio Gigli, e in cui spaziava dalle pellicole proiettate in televisione ai brillanti commenti sulle novità del Festival di Venezia, cui fu ufficialmente accreditato come critico della testata senese «Il Cittadino» nel 1994 e nel 1995. Il volume Two rode Togethers (Cavalcarono insieme, a cura di Michele Goni, Firenze, Polistampa, 2003), ne raccoglie una scelta: e Pupi Avati, in prefazione, scrive «ritrovo nelle sue recensioni una trepidazione che è di quelli che sanno di aver colto il bersaglio, nel bel mezzo del centro», e ne mette in rilievo la «lucidità rara», raccontando come, colpito da un ‘pezzo’ su un suo film, gli avesse scritto, e, incontrandolo poi a Venezia, fosse rimasto stupito di scoprire come, all’epoca di quel carteggio, Simone fosse solo un adolescente.

Fra tutte le sue vocazioni, aveva scelto di privilegiare, nello studio, quella all’esplorazione del mondo classico, progettando una tesi in Letteratura cristiana antica che non ha poi avuto modo di scrivere. E la scelta si spiega con il fatto che in Simone era forte la spinta a riconoscere nel patrimonio letterario ciò che è universalmente valido per gli esseri umani, a riproporne e valorizzarne il messaggio, mentre, contemporaneamente, nutriva un impulso a studiare la vita di cui era protagonista, fermandone i lineamenti in sensibili ritratti. Era, per sintetizzare in un’unica parola, uno scrittore, e ne ha dato prova in molte brillanti pagine di varia natura ritrovate fra le sue carte. È da queste pagine che ha preso vita il volumetto di racconti Catastrofi e scrigni, uscito a cura di Antonio Pane per Polistampa nel 1999, e vincitore nel 2002 del Premio «Fiesole» sezione giovani. In uno scritto del citato «Caffè Michelangiolo» che ne ricorda le prose, Antonio Tabucchi lo ha definito «mio compagno di banco», facendo leva su «quella fratellanza di sentimenti propria di coloro che, anche senza dirselo, sono sintonizzati sulla stessa misteriosa lunghezza d’onda dell’animo». Tabucchi allude «soprattutto al suo modo di essere scrittore»: un modo che non si sofferma a cesellare il facile ‘pezzo di bravura’, ma punta alla conquista, sulla pagina, di ciò che «costituisce il plasma del comune sentire (intendo dire del soffrire, o del gioire), di ciò che chiamerei il DNA della natura umana». Una virtù innata, perché, come scrive Pupi Avati, a Simone era «sempre chiaro, in qualsiasi contesto, il centro del problema».

Il giovane studioso in compagnia di Umberto Eco

A Simone era sempre chiaro, in qualsiasi contesto, anche il senso di ciò che è opportuno. Tante eccezionali doti non ne facevano affatto un eccentrico, o un intellettualino spocchioso e pieno di sé e arroccato in un proprio hortus conclusus. Mite, gentile, devoto dell’understatement, ‘sapeva vivere’ con simpatica naturalezza, sia che girovagasse mescolandosi alla folla in un giorno di mercato, o partecipasse invece alla vita della sua Contrada, il Bruco – la cui vittoria nel Palio, attesa per tanti anni, ha perduto per un soffio. Così come non si scomponeva quando si trovava a conversare con alcuni grandi della nostra cultura, quali Umberto Eco o Luciano Berio, al quale ultimo dedicò, quando frequentava ancora le medie, lo svolgimento del tema Un personaggio che stimo.

Per tornare al ricordo firmato da Tabucchi, se «la sua scomparsa così precoce appartiene all’ordine delle catastrofi assurde e ingiuste di cui le Parche, senza motivo, sono prodighe verso noi uomini», d’altro canto «le parole che egli ci lascia sono il dono del suo rapido e luminoso passaggio». Un passaggio attento, innamorato, pronto a cogliere con tenerezza e con spirito ogni minima piega di quelle sinuosità dell’essere con cui ciascuno di noi ricerca un proprio spazio.

Nessuno di noi conosce, invece, ed è forse un bene, la misura del proprio futuro destino e il tratto di tempo di cui potrà approfittare. Simone apparteneva in ogni caso a coloro che scelgono di investirlo generosamente, a beneficio, più ancora che proprio, di un patrimonio comune. E se, dunque, chiudendo, posso invadere questo breve e oggettivo ricordo con la nota personale di chi avrebbe dovuto seguire Simone nella preparazione della tesi, e ancora spera che la nostra Università possa trovare modo di riconoscergli una laurea ad onore, desidero sottolineare quanto senta mie le parole con cui ha voluto salutarlo Pupi Avati: «queste poche righe non vogliono essere altro che un doveroso atto di riconoscenza, per avere occupato diverse ore, così preziose nel lampo della sua vita, aiutandomi a trovare un significato, un senso, celato nel mio lavoro».

                                                                                                                      Alessandro Fo

Guido, Amalia e le farfalle

Fa caldo a Torino il 9 agosto del 1916. In città si comprende di essere in guerra solo attraverso le lettere che arrivano dal fronte. E’ quasi il tramonto e le campane che suonano a festa sembrano riportare alle giornate gioiose dell’estate di qualche anno prima, quando, nel 1911, Torino, per celebrare i cinquanta anni dell’Unità d’Italia, aveva ospitato l’Esposizione Universale e la città aveva vissuto con fermento e grande vitalità le tante iniziative, anche di impronta culturale, che avevano caratterizzato la manifestazione.

Si festeggia l’entrata in Gorizia dell’esercito italiano vittorioso. Il suono festoso delle campane accompagna però, come un triste controcanto, anche la morte di Guido Gozzano.

Amalia e Guido

Due volte, in questa stessa giornata, Amalia Guglielminetti ha bussato alla casa torinese dei Gozzano. Due volte ha subito un rifiuto. La madre del poeta, la signora Diodata, anche su consiglio di don Silvestro, il sacerdote che un tempo aveva fatto parte della banda di artisti e scapestrati che si raccoglievano intorno a Guido, non vuole che la poetessa saluti suo figlio sul letto di morte, teme che la visita possa portare discredito alla famiglia e al poeta morente.

Il legame tra Guido e la Guglielminetti è cominciato nel 1907, all’indomani della pubblicazione de La via del rifugio. Tra Guido e la bella, giovane e affascinante “Saffo dalle chiome viola”, come l’aveva definita il critico Giuseppe Antonio Borgese, era nato un rapporto intenso e passionale, poi stemperatosi nei modi di una salda amicizia e di una forte stima intellettuale, soprattutto per volontà del poeta, che in quello stesso anno aveva anche saputo di essere malato di tisi e aveva cominciato a sentire accanto a sé la presenza di quella che chiamerà la “signora vestita di nulla”.

Nel novembre del 1909 Amalia scrive a Guido parole di tono amaro e di invaghita inquietudine, ma che sottolineano in modo chiaro cosa stesse diventando il loro rapporto:

Guido molto amato,

si può sapere in che mondo vivi? Da varie parti mi si chiede di te come s’io fossi la tua custode, ed io t’ignoro peggio di altri. (…) Fatti vivo, buon fratello cattivo e oblioso; dicono che sei a Torino, ma saresti così perverso da non farti vedere da me? Non mi vuoi più bene, lo sento! Vedi, mi lamento come una modistina abbandonata dall’amante e siamo tu celebre e io quasi, senza contare che ci amiamo di un amore puro. Scrivimi se sei a Torino o altrove, anzi vieni a trovarmi: voglio dirti tante cose, tante care cose sciocche, di quelle che si dicono fra persone intelligenti. Se non ti fai vivo m’offendo, te lo giuro, e rinnego la nostra fraternità. Ti bacio su una tempia: dev’essere un po’ cavata la tua tempia, credo. Addio.

Malgrado la volontà del poeta di sottrarsi alla stretta affettuosa dell’amica, Amalia continuerà ad essere una presenza costante e significativa nella vita di Guido Gozzano. Lui le scrive anche quando si reca in India nel 1912 nel tentativo di trovare giovamento per la sua malattia:

Amica mia sempre cara,

quanto spazio, quanto silenzio ha diviso la nostra amicizia! No, non l’amicizia, ché tu sei (e mai l’ho sentito come in questi mesi di remoto pellegrinare), fra i pochi spiriti affini che si ricordano con nostalgia anche a Ceylon, anche in quest’isola che ha la virtù di dismemorare di tutto e di tutti. (…) Ho per amici i consoli di Francia e d’Olanda con le loro famiglie e vado ogni sera dall’hotel alle loro ville, che sono contigue: nessuna galanteria, molta cordialità, molta musica (anche italiana), mentre dalle vetrate aperte giunge il coro rauco dei pappagalli, delle scimmie e il barrito stanco degli elefanti, che ritornano dal lavoro… Che strana vita e come ti vorrei qui con me.

Si incontrano ancora spesso nell’estate del 1914, quando Guido trascorre le vacanze insieme alla madre a Bogliasco, nei pressi di Genova. In una villa vicina a quella dei Gozzano soggiorna la Guglielminetti e si reca dall’amico sempre caro.

Negli ultimi mesi della vita Gozzano, da sempre attratto dal cinema, scrive un soggetto per un film sulla vita di San Francesco, che non verrà mai realizzato, ma soprattutto lavora a un poemetto di carattere didascalico sulle farfalle, che rimarrà incompiuto e che vuole dedicare ad Alba Nigra, il nome dietro cui si cela ancora una volta Amalia Guglielminetti.

Le farfalle del resto sono state da sempre un interesse del poeta, che in una lettera alla Guglielminetti del settembre del 1908 aveva scritto: “Immaginatevi che in un cassetto ho circa trecento crisalidi, ottenute dai bruchi allevati con infinita pazienza, per settimane e settimane”. Qualche giorno più tardi la metteva al corrente delle novità: “Le mie crisalidi sono tutte farfalle! L’ho scoperto oggi attraverso il reticolato del coperchio: ho chiuso le finestre e aperta la scatola ed è stato nella mia grande camera chiara, un frusciare turbinoso di prigioniere sbigottite”.

Nel poemetto si legge:

                               Ed io mi sono
quel negromante che nel suo palagio
senza fine, in clessidre senza fine,
custodisce gli spiriti captivi
dei trapassati, degli apparituri.
Veramente la mia stanza modesta
è la reggia del non essere più,
del non essere ancora. E qui la vita
sorride alla sorella inconciliabile
e i loro volti fanno un volto solo.

E ancora:

Voi contemplate, amica, la farfalla
infissa da molt’anni. Ben più dolce
è meditarla viva nel suo regno.
La rivedo con gioia ad ogni estate;
sfuggito all’afa cittadina, appena
giunto al rifugio sospirato, indago
con occhi inquieti lo scenario alpestre:
senza l’ospite candida le nevi
sarebbero per me senza commento.

Ma rade volte scende a valle. Giova
attenderla sull’orlo degli abissi,
fra gli alti cardi i tassi i rododendri.
In quel silenzio primo, intatto come
quando non era l’uomo ed il dolore,
ecco la bella principessa alpestre!
Giunge dall’alto scende con un volo
solenne e stanco, noto all’entomologo,
s’arresta sulle cuspidi dei cardi,
s’adonta di un erebia, d’un virgaurea,
suoi commensali sullo stesso fiore;
s’avvia, s’innalza, saggia il vento, scende,
vibra, si libra, s’equilibra, esplora
l’abisso, cade lungo le pareti
vertiginose ad ali tese: morta.
Dispare, appare sui macigni opposti,
dispare sul candore delle spume,
appare sopra il verde degli abeti,
dispare sul candore dei nevai,
appare, spare, minima… Si perde…
Parnasso Apollo!… Il genïetto lascia
un solco di mistero al suo passaggio.
Il volo stanco, ritmico, diverso
dall’aliar plebeo delle pieridi,
ha un che di malinconico e s’accorda
mirabilmente con la gamma chiara
dell’alte solitudini montane.
E il poeta disteso sull’abisso,
col mento chiuso tra le palme, oblia
la pagina crudele di sofismi,
segue con occhi estatici il Parnasso
e bene intende il sorgere dei miti
nei primi giorni dell’umanità;
pensa una principessa delle nevi
volta in farfalla per un malefizio…


Come farfalle sono spesso i personaggi femminili di Gozzano, sospesi tra il “non essere più” e il “non essere ancora”, tra il tempo della nostalgia e quello della fiaba, tra il mito e il “malefizio”. Come una farfalla Amalia si è posata sulla vita del poeta e vi ha volteggiato intorno. Guido l’ha sfiorata, poi ha temuto di farle male. Ha continuato ad ammirarla e a cercarla, a farla volare, perché “ben più dolce / è meditarla viva nel suo regno”.

Marino Moretti e una rosa

L’opera di Marino Moretti è stata classificata, per tutta la vita dell’autore, sotto l’etichetta di “crepuscolare”. Del resto il suo libro più noto, Poesie scritte col lapis, risale al 1910, e dunque si inserisce, in piena stagione crepuscolare, tra le raccolte di Gozzano, La via del rifugio, che è del 1907, e i Colloqui, del 1911. E’ noto che il critico Borgese abbia coniato il termine pensando innanzitutto all’opera del poeta romagnolo.

Eppure la produzione di Moretti si svilupperà ben oltre il periodo crepuscolare, accompagnando lo scrittore per buona parte della sua vita, fino a pochi mesi prima della morte, avvenuta nel luglio del 1979 a Cesenatico, la cittadina dove era nato, sempre nel mese di luglio, nel 1885. Non può che suonare strana una così fedele adesione ad un’avanguardia, peraltro mai esibita in dichiarazioni di poetica, tanto più se si considera che, a partire dal 1915, Moretti non pubblicò per diversi decenni libri di poesia, ma solo, e molti, racconti e romanzi, alcuni di grande successo, fino all’ultima sua straordinaria stagione poetica, che si inaugura con L’ultima estate nel 1969 e si conclude con Diario senza le date, che vede la luce nel 1974. 

Marino Moretti nella sua casa di Cesenatico

Certo la poesia di Moretti sviluppa un’attenzione per gli oggetti e gli eventi della vita quotidiana, per i luoghi abituali del vivere, in questo senso aderendo ad un comune sentimento che lo unisce ad altri esponenti della poesia crepuscolare. Ma si tratta di un’applicazione quasi ossessiva e che sempre riporta poi alla vita dell’autore. Ciò risulta particolarmente vero soprattutto per la raccolta Poesie scritte col lapis. Basta scorrere i titoli delle poesie: La giostra, Cane randagio, Hortulus, La maestra di piano, Elogio dello sbadiglio, Orario ferroviario (che è proprio quel librettino giallo, dalle esili pagine fitte di nomi di località e di numeri, che alcuni, nati in epoca pre-tecnologica, ricorderanno), Valigie, Il giardino della stazione, Botteghino del lotto, Dal barbiere, Telefono, Ascensore, fino a rendere degno di poesia anche Il piccolo Melzi, che è poi un dizionario della lingua italiana, particolarmente diffuso a quel tempo, che farà bella mostra di sé nelle case borghesi ancora per alcuni decenni (“Vedi, io non ti domando, amico dotto, / mentre scrivo, un consiglio frettoloso, / né per turbare il tuo giusto riposo / ti riaccosto a un libro mal tradotto; // ti guardo e t’amo perché tu mi vieni / di così lungi come una parola / detta nell’ombra: vieni dalla scuola, / mio buon glossario, dai miei dì sereni”).

Più che fratello di Gozzano, Moretti è figlio di Pascoli. Del poeta di Myricae possiede lo sguardo che si fissa meticolosamente su una realtà vicina, che nella sua ordinarietà svela la mediocrità (o, nel caso di Pascoli, la malvagità) dell’esistenza, il peso del vivere. Ma il mondo di Moretti è essenzialmente cittadino e provinciale, mai campagnolo e rurale, mentre la sua poesia ha voglia di mettersi continuamente in discussione (“Aver qualche cosa da dire / nel mondo, a se stessi, alla gente. / Che cosa? Non so veramente / perché io non ho nulla da dire”) ed è percorsa da un’ironia appena percettibile nell’amara rassegnazione che la contraddistingue. Moretti crede e non crede a quello che dice, ma sempre compone un autoritratto fintamente svagato, in qualche modo affabilmente consolatorio: nel disegno che si compone anche gli oggetti hanno una loro vita, ma solo se possono dire qualcosa sulla vicenda esistenziale dell’autore dei versi. Come scrive Luigi Baldacci, in uno scritto apparso per il centenario della nascita di Moretti e poi riproposto in Novecento passato remoto, “l’accento, la novità di Moretti stanno tutti nel prender coscienza della prigione del già detto, dalla quale il poeta moderno non può evadere”.

Ho scelto di parlare di Marino Moretti, e in particolare della sua prima produzione poetica, appoggiando le mie riflessioni ad un testo solitamente poco frequentato, Elogio di una rosa. Ma poi, in verità, quali sono i testi di Moretti oggi conosciuti, a parte la poesia A Cesena, ancora in qualche caso presente nelle antologie per i licei? Dico per inciso che mi piacerebbe questa pagina fosse la prima di una serie, tale da fornire la base per alcune letture (una per ognuna delle circa trenta settimane di lezione di cui si compone un anno scolastico?), naturalmente fuori dal contesto ufficiale del programma: trenta poesie del Novecento, tra quelle meno presenti nelle antologie, accompagnate da un breve commento.

Elogio di una rosa

Rosa della grammatica latina
che forse odori ancor nel mio pensiero
tu sei come l’immagine del vero
alterata dal vetro che s’incrina.

Fosti la prima tu che al mio furtivo
tempo insegnasti la tua lingua morta
e mi fioristi gracile e contorta
per un dativo od un accusativo.

Eri un principio tu: ma che ti valse
lungo il cammino il tuo mesto richiamo?
Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo
perché hai la grazia delle cose false.

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore
di seta o cera o di carta velina,
rosa della grammatica latina:
odora d’ombra, di fede, d’amore.

Tu sei più vecchia e sei più falsa, e odori
d’adolescenza e sembri viva e fresca,
tanto che dotta e quasi pedantesca
sai perché t’amo e non mi sprezzi o fori.

Passaron gli anni: un tempo di mia vita.
Avvizzirono i fior del mio giardino.
Ma tu, sempre fedele al tuo latino,
tu sola, o rosa, non sei più sfiorita.

Nel libro la tua pagina è strappata,
strappato il libro e chiusa la mia scuola,
ma tu rivivi nella mia parola
come nel giorno in cui t’ho “declinata”.

E vedo e ascolto: il precettore in posa,
la vecchia Europa appesa alla parete
e la mia stessa voce che ripete
sul desiderio di non so che cosa:

Rosa, la rosa
Rosae, della rosa…

 

E’ chiaro fin dal primo verso che la rosa di cui si parla non è il fiore, ma il termine latino solitamente utilizzato per introdurre gli studenti allo studio della prima declinazione e dunque più in generale della lingua latina. L’immagine di una generica rosa e la parola latina si confondono, tanto che la pianta può “fiorire gracile e contorta / per un dativo od un accusativo”. E’ proprio questo non esistere ad attrarre maggiormente il poeta (e a dirci tanto su quello che Moretti intende per poesia), perché la rosa è insieme presenza concreta e abituale, ed anche solamente astrazione, capace di evocare un’epoca trascorsa, come tale particolarmente seducente, “perché hai la grazia delle cose false”. Il gioco tra la realtà e la sua rappresentazione viene portato al massimo effetto, quando il poeta dichiara che “anche un fior falso odora”, e in questo caso la “rosa della grammatica latina” emana un odore “d’adolescenza”. Mentre gli altri fiori del giardino sono avvizziti, la rosa è rimasta fedele al suo latino, a quell’antica cantilena della declinazione e non è più sfiorita.

Moretti parla dunque del tempo, del procedere della vita che ci allontana da quella che, per lui, ma anche per Pascoli, è la stagione felice della fanciullezza e dell’adolescenza. Il regredire verso gli anni dell’infanzia, anzi la possibilità che il fanciullo accompagni per sempre l’uomo adulto, che pure sente la perdita di quel tempo non più presente, è uno dei grandi temi della poesia di Moretti, che si riproporrà, e con nuovo vigore, anche nelle ultime raccolte.

MADRE D’INVERNO di Vivian Lamarque (Mondadori)

La raccolta di Vivian Lamarque Madre d’inverno, recentemente pubblicata nella collana Lo Specchio di Mondadori, è un libro compatto e di solida struttura, nel quale la poetessa affronta, ancor più che in precedenti prove, l’argomento che ritorna ossessivamente nella sua opera, presente a partire dai primi libri ed ora qui riproposto con nuova forza. La Lamarque, con la maniera tutta sua con la quale riesce a coniugare fragilità e determinazione, sottile meraviglia e dolente rassegnazione, ci pone di fronte al nucleo nodale della sua biografia, il rapporto con la madre adottiva e con quella biologica, meglio la presenza di queste due figure non tanto e non solo nella vita di tutti i giorni, ma nell’intimità più profonda della scrittrice, ombre i cui movimenti, anche i più impercettibili, anche quelli vissuti in assenza, determinano conseguenze vistose. C’è da dire comunque che Vivian Lamarque proprio quando sembra parlare solo di se stessa, mentre si esprime sulla propria particolare e delicata esperienza, sta anche parlando del mondo, dell’universo tutto e dei suoi oscuri meccanismi, sta parlando di noi e del nostro rapporto con tutto quanto ci scorre attorno. E’ facile richiamare a questo proposito la lezione di Saba e del suo autobiografismo radicale, del resto già manifesta in precedenti raccolte anche per la relazione con la psicoanalisi (freudiana nel caso del triestino, junghiana per la Lamarque), e qui in qualche modo evocata già nel titolo che fa pensare al dualismo sabiano tra la “madre di pianto” e la “madre di gioia”, quest’ultima la balia Beppa Sabaz.    

Vivian Lamarque

Vivian Lamarque

E’ stato detto più volte che tra le qualità più significative della poesia della Lamarque ci siano il tono leggero e il dettato limpido, dietro cui si nascondono contenuti ed emozioni complessi, spesso dolorosi. Già a proposito delle prime poesie, Raboni parlò di “eleganza impalpabile e tuttavia quasi feroce”. Sarebbe utile aggiungere a questo punto che, in particolare in questo libro, la straordinaria capacità di Vivian Lamarque di trasformare, con repentini scatti tonali e di soggetto, il tema ossessivo e la vicenda più propriamente biografica in riflessioni più generali sull’esistenza dell’uomo nel mondo, si concentra in particolare sul nostro rapporto con il tempo, sulla relazione con gli oggetti e le presenze naturali (gli alberi, i fiori, i piccoli animali domestici) che interagiscono con il nostro quotidiano.

A ben guardare Madre d’inverno è soprattutto una lunga, a tratti penosa, sempre sorprendente riflessione sul tema del tempo, il nostro tempo individuale, che rende molteplice la singola vicenda esistenziale, il tempo che rimane, quando le persone care non ci sono più, o quello ancora che ci accompagna lentamente ai margini della vita. In “Venti volte circa già Natale”, la poetessa si chiede quanto tempo resti ancora da vivere: “Di vita venti circa anni ancora, così tanti?”. Ma il così tanto a declinarlo diversamente, a ridurlo in porzioni, sembra diventare decisamente più piccolo: “Specifichiamo allora: inverni venti circa / venti circa primavere, così poche? circa / sole venti volte è già natale, venti andare / al mare? è così poco venti due decine sole / e mentre dici venti il vento ruba siamo a / diciannove”.

Soffermarsi sul valore del tempo è anche un modo per cercare di delimitare la morte, per comprenderla. Il libro si costruisce a partire dalla scomparsa della madre e procede, sempre con tono leggero e sofferente, nel tentativo di dare un posto alla morte e ai morti (tra questi è da annoverare anche la “Madre l’altra”, come suona il titolo della quarta sezione del libro, e cioè la madre naturale), di inserirli ancora nelle vicende della vita. “Agli appuntamenti arrivavi / sempre molto prima, facevi / sembrare in ritardo il mondo / intero, lui si sentiva in colpa, / ti si scusava. Ora nella tua via / mi pare camminino tutti / un po’ più piano e hanno anche / tolto l’orologio stradale, quello / sotto l’albero, si sono accorti / che ormai non lo guardava più / nessuno, tantomeno l’albero, / loro l’ora la conoscono già / per nascita, esatta senza guardare”.

Gli oggetti si diceva, gli alberi, i fiori, sono presenze ricorrenti nelle liriche del libro. Partecipano alle vite, diventano interlocutori attendibili, sembrano essere depositari di una verità che però non possono compiutamente comunicare. Restano, quando gli esseri viventi non ci sono più e, a loro modo essi stessi viventi, possono ricordare, imporre un dialogo tra chi è in vita e coloro che sono scomparsi: “Quando si telefona, dopo, nelle loro case / si fa suonare a lungo più a lungo e di quegli squilli / supplementari ti sono grati gli annoiati mobili / e soprammobili e l’asse da stirare / e più di tutto la disabitata poltrona, tutto / nella casa tende le orecchie, tutti, anche chi / ha formato il numero, e proprio mentre sta per / riagganciare si ferma, alt, è parso di sentire di là / quel lieve fruscio che sempre precede / l’atto del rispondere”.

Una sintesi della poesia della Lamarque (che, sia detto con chiarezza, raggiunge particolarmente in questo libro, esiti alti) la fornisce la stessa autrice in una lirica, Caro dottore, rivolta allo psicanalista junghiano anch’egli già protagonista di molte liriche e della raccolta Poesie dando del Lei: “fare anima cos’è? le chiedevo allora, ora / lo so cos’è, è tante cose, anche camminare / tra oriente e occidente, un po’ facendo uso / di gioia e un po’ di dolore, un po’ di gambe / e un po’ di pensiero, un poco guardando alla terra / e un poco al cielo”.

Fare poesia per Vivian Lamarque cos’è? E’ andare con passo delicato tra luoghi lontani tra loro e scoprire che le distanze possono restringersi o dilatarsi, è fare uso della parola in grado di spiegare che la vita è dialogo tra gioia e dolore, è insieme concretezza e immaterialità. E’ uno sguardo rivolto, nello stesso tempo, alla terra e al cielo.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi.