COME FOSSE GIOVEDI’ di Michele Paoletti (Puntoacapo)

È possibile pensare che esista una logica che tiene in piedi il mondo, una geometria che sappia spiegare le relazioni, i piccoli e i grandi eventi che contraddistinguono un’esistenza. Forse a sostenere le nostre vite è un sistema di linee che suggerisce infine un disegno preciso, che inserisce le immagini, anche quelle più caotiche, in una cornice dai contorni netti. Le poesie che compongono il bel volumetto Come fosse giovedì (Puntoacapo, € 8), che segna l’esordio nella poesia di Michele Paoletti, sono alla ricerca di un sistema esatto, una formula che sappia rendere compiuta la nostra presenza tra i fatti e le cose. Ma la ricerca è infruttuosa o comunque ci mette di fronte ad un risultato diverso rispetto a quello desiderato, ci mostra la presenza di una sofferenza diffusa e di una altrettanto estesa condizione di disordine a cui non sappiamo dare una spiegazione.

Le linee, i reticoli geometrici dovrebbero consentire almeno che il corpo trovi un suo equilibrio a contatto con la realtà, che le nostre emozioni sappiano, a partire da coordinate precise, regolare il loro legame con le vicende della vita, ma questo non accade: «Gli spigoli del mio corpo / formano una macchia confusa / una catasta di nervi alla rinfusa / che si contraggono / come pesci sulla rena. / Poi arriva la piena delle parole / a dare a tutto un nome / a rituffare / le squame ovali in mare. / A rendermi lineare».

(ph G. Grattacaso)

(ph G. Grattacaso)

Le parole hanno il compito, se non di trovare una soluzione, almeno di esprimere una ricerca, che spesso si concretizza nello spazio ben caratterizzato del teatro, che per Paoletti, come recitano le esigue note biografiche è “passione da sempre”, un microcosmo ideale dunque, il luogo dove realtà e finzione entrano in contatto e si sovrappongono, dove l’accadimento tragico può confondersi con quello comico. È sulle assi del palcoscenico, nell’ambiente apparentemente protetto della rappresentazione scenica, in un luogo che nasce già come metafora della vita, che disperazione e tormento possono essere messi in messi in mostra senza il timore di apparire patetici. E’ in questo luogo deputato che è consentito consumare il proprio dramma, affrontare i reticoli dell’esistenza: «Sfido i fantocci al centro della scena / stringendo il mio copione / e la mia pena». O ancora: «Sono il tiranno / il faro sul soffitto / la botola sul palco / l’attore, lo sconfitto».

La rappresentazione dell’io è spesso realizzata attraverso richiami a presenze diverse, oggetti di poco conto, ambienti più o meno familiari, quasi che il poeta senta il bisogno di misurare la proprio sofferenza e l’inevitabilità del male attraverso la concretezza delle cose, che si propongono come correlativi della condizione umana. «Stavano il mio letto e il sonno / in una scatola dal doppio fondo scassato / che mi portavo appresso / insieme ai pochi capelli gelosi / e qualche forchetta arrugginita. / Anche un vuoto di stomaco mi seguiva / attorcigliato alla tromba delle scale / che scendevo in fretta e risalivo / quando ancora era agosto / e avevo parole cesellate sulle labbra / e vuoti nella gola da pulire».

La lingua di Michele Paoletti, che è nato nel 1982 a Piombino, dove vive, è sempre fortemente scandita, presenta linee marcate e appare ancorata a un sistema di metafore che sembrano rincorrersi (tanto che a volte si rischia che il gioco sfugga di mano), con un uso, esibito solo a tratti, di rime e di figure foniche, che non inducono però mai alla cantabilità dei versi. «Non so se la notte è una distanza / o un balbettare della pelle / in una gabbia amare senza sbarre / non so se i morti hanno scarpe / con suole di cera / per alleggerire il valzer / che arrugginisce il meccanismo. // I cassetti non hanno serratura / i cardini stridono sconfitti / la volontà vuota le reti negli specchi».

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

Il pigolio di Arbasino (contro Pascoli)

Alberto Arbasino comincia le esternazioni critiche del nuovo anno (La Repubblica, 2 gennaio 2016) prendendosela, non si sa perché, con Giovanni Pascoli, al quale imputa versi dai “connotati apparentemente sempliciotti che rivelano macchinosità spropositate”. Quella di Pascoli, a detta dell’ottantacinquenne scrittore cresciuto nell’atmosfera del Gruppo 63, è una poesia di “spericolati sperimentalismi fonici”, che mal si combina con la “ideologia da coltivatore diretto”, con il continuo “pigolio rurale”. L’autore di Fratelli d’Italia (non l’inno nazionale, ma il meno noto romanzo pubblicato appunto nel 1963) sottolinea la mancanza di sesso e guerra nel poeta di Myricae e l’eccessiva presenza di “molti nidi, rane, fonti, orti, autunni, foglie, cancelli, temporali, continui bucati, frequenti mietiture, parecchie tessitrici e capinere e civette e rondini, numerosi morticini”. Ma “Giammai sesso! Né guerre!”. 

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

Mentre il mondo viaggia verso il primo conflitto mondiale e la lotta di classe imperversa e la campagna è il luogo di feroci rapporti sociali, Pascoli si perde dietro i cinguettii di una marea di “pettirossi, capinere, cincie, schidionate di passeri, fringuelli, usignoli, nonché rondini e civette”.

Arbasino è disturbato dalla presenza di tanti volatili e dal loro persistente cinguettio. E’ proprio questo pigolio che rende le poesie del romagnolo sconcertanti e antiche, al pari delle sue vicende private (“grande erudizione classica, molto vino meridionale, celibato perentorio e il notissimo attaccamento per le sorelle”), considerate “banalità da prontuario freudiano”.

L’aggressione astiosa di Arbasino è gratuita e non si capisce dove voglia andare a parare, se non a relegare la poesia di Pascoli nell’ambito di un Ottocento pallido e polverosamente patriottico, di fatto ancorato ad una visione statica e superata del mondo, ad una lettura conservatrice dei rapporti di classe. Il Fanciullino insomma “funziona come calamita irresistibile verso il Poderetto”.

Le cincie e i pettirossi di Pascoli invece, ma anche assiuoli e allodole (chissà perché dimenticati, così come i cani, eppure con il buon Gulì il poeta ebbe un rapporto, anche questo, ai limiti della patologia) in effetti ci portano, con buona pace di Arbasino, all’interno del Novecento, a contatto diretto con le ambiguità di un secolo che avrebbe reso più facili le nostre vite attraverso innovazioni tecniche e scientifiche, senza però essere in grado di liberarci dalla sofferenza individuale né dalla violenza che alberga nel mondo e che troverà la sua espressione definitiva nella furia nazista. La grandezza di Pascoli, la sua modernità risiede proprio nella volontà di considerare i grandi temi dell’esistenza, la straziante inquietudine che nasce dal progredire della conoscenza e dal rapporto mai risolto con gli elementi della natura, attraverso la voce dei piccoli personaggi delle sue liriche.

Alberto Arbasino

Alberto Arbasino

Attraverso lo scilp dei passeri, il vitt videvitt delle rondini, il chiù dell’assiuolo, il grido della civetta, e spesso ancor di più attraverso l’eco di questi suoni che rimane come traccia oscuramente palpitante nelle vite, Pascoli ci consegna il disegno di un universo senza scopo, nel quale il ruolo dell’uomo è quello di provare a capire, di inventare nuove formule, che mai però lo libereranno dai suoi fardelli (“Noi mentre il mondo va per la sua strada, / noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno, / e perché vada, e perché lento vada” suonano i primi versi del madrigale Il cane). Insieme il poeta dei Canti di Castelvecchio costruisce un linguaggio nuovo, che mescola cinguettii e tecnicismi, espressioni gergali e lingua letteraria, dialetto e latinismi, italo americano con le voci della natura. E’ la lingua varia e complessa, che dice la confusione del mondo, che vorrebbe mettere ordine nella realtà e che scopre in essa il perturbante: la lingua dei nostri giorni.

Il garrire delle rondini, lo zirlare dei tordi, il singulto dell’assiuolo ci consegnano alla vita del Novecento e alle sue contraddizioni.

Pubblicato sulla rivita online Succedeoggi

ELSINA E IL GRANDE SEGRETO di Sandra Petrignani (Rrose Sélavy)

Elsina è una bambina molto fantasiosa, vive nel quartiere romano di Testaccio ed è estremamente affascinata dalle parole, con cui inventa storie e poesie. Delicata e eccitabile, è dolce soprattutto con gli animali, tanto che i grandi si chiedono perché mai questa bambina tanto sensibile sia così spesso arrabbiata con loro, sia così battagliera e desiderosa di libertà. La bimba ama a tal punto gli animali, da portare le polpette preparate dalla mamma ai cani randagi e costringere i due fratelli più piccoli a mangiare una frittata.

Elsa Morante bambina

Illustrazione di Gianni De Conno per Elsina

A scuola la maestra, che ha scoperto che Elsina scrive versi, glieli fa recitare davanti a tutta la classe e la ritiene, come gli altri adulti, una Bambina Prodigio. Elsina ne è felice, ma anche imbarazzata, ed è amareggiata e infastidita, quando scopre che in questo modo si rende antipatica alle compagne di classe.

Elsina, che è poi Elsa Morante da piccola, è la protagonista di un racconto per ragazzi che ha molti punti in comune con la vera infanzia della narratrice romana. La fiaba, scritta da Sandra Petrignani, è illustrata da Gianni De Conno per la raffinata collana del Quaderno Quadrone (Elsina e il grande segreto, Rrose Sélavy, € 14).

Il segreto a cui fa riferimento il titolo e intorno a cui si svolge la narrazione è quello di una bambina che cresce con due padri, anzi con quello che lui chiama papà e che le ha dato il cognome, cioè Augusto Morante, e con lo zio Francesco Lo Monaco, che è poi il padre naturale di Elsina. La piccola non si preoccupa particolarmente di questa strana situazione, occupata com’è a inventare le sue storie e a pensare a come spiegare il guazzabuglio familiare ai fratelli, visto che la mamma, vinta dalle sue insistenze, l’ha messa al corrente dei fatti.

Il breve racconto della Petrignani si snoda felice e leggero, pur toccando alcune questioni che, a distanza di diversi decenni dagli anni in cui si è svolta l’infanzia della Morante, ancora suonano attuali: i ragazzi alle prese con il “segreto” di una famiglia con più genitori invece dei canonici due; i bambini che si trovano a fare i conti con un talento che spesso viene esibito con troppa facilità e con un pizzico di crudeltà (basti pensare alle insopportabili trasmissioni televisive popolate da pargoli con particolari doti canore); il mistero, questo sì davvero un gran segreto, come suggerisce Franco Lorenzoni nell’introduzione, dell’ispirazione letteraria, di una sensibilità che spesso fa male (“gli altri giocavano e lei stava sola in un angolo a leggere e rileggere i suoi libri”), ma che può anche sciogliersi nella felicità della creazione artistica.

In fondo la storia raccontata dalla Petrignani e così sapientemente e incantevolmente illustrata da De Conno vuole anche dire a grandi e piccini che bisogna accettare degli altri, soprattutto se si tratta di bambini, la deviazione della norma, il carattere ostile e irritante, gli sbalzi improvvisi di umore, in quanto essi possono nascondere un modo particolare di guardare la realtà, non regolamentare e disciplinato, ma tale a volte da suggerirci nuove prospettive, utili anche alle nostre esistenze.

Non è un caso che ad essere protagonista del breve racconto sia proprio la scrittrice Elsa Morante. Sia perché Sandra Petrignani ha una particolare attenzione al mondo e alla vita delle donne che scrivono (La scrittrice abita qui, il romanzo Marguerite sulla vita della Duras, Addio a Roma, dove molte pagine sono dedicate anche a Elsina, ma in versione ormai adulta, una biografia di Natalia Ginzburg in preparazione), ma anche per la grande considerazione della Morante nei confronti del mondo dei bambini. Vale la pena ricordare personaggi come il piccolo Useppe ne La Storia, Arturo de L’isola di Arturo, le poesie de Il mondo salvato dai ragazzini, ma ancora di più gli esordi della Morante, avvenuti da giovanissima appunto, con filastrocche e raccontini letti agli adulti e poi sulle pagine de Il Corriere dei Piccoli.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

Parlavano di me – presentazioni dicembre 2015

In libreria il mio libro di racconti Parlavano di me (Edizioni Effigi, € 12).

Le prime presentazioni.
Pistoia. Giovedì 17 dicembre alle ore 18 alla Saletta Incontri dell’Assessorato alla Cultura, in via Sant’Andrea 16, con intervento di Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università di Perugia, e lettura di Matilde Piroddi.
Salerno. Martedì 29 dicembre alle ore 18.30 alla Galleria Il Catalogo, in via A. M. De Luca 14, con intervento di Andrea Manzi, giornalista e scrittore, e lettura di Simona Fredella.

L’inserviente di uno zoo, affascinato dalla mole pacifica e sonnolenta dell’ippopotamo, un predicatore porta a porta alla sua prima esperienza, una giovane donna che consuma le sue ambizioni tra un concorso di bellezza e l’altro, due coppie che s’incontrano a cena nel luogo dove da anni trascorrono le vacanze al mare, un anziano sarto a cui tremano le mani, un professore alle prese con il figlio che sta per laurearsi, un gruppo di ragazzi che festeggiano il compleanno di uno di loro, una giovane extracomunitaria in attesa di ritirare il permesso di soggiorno, un uomo che porta sul palcoscenico di un teatro il suo malessere psichico: sono i protagonisti di vite comuni, che con distacco e quasi con indifferenza ripetono le loro azioni quotidiane.

Parlavano di me copertina

I nove racconti che compongono il libro narrano storie del tutto normali, di uomini e donne anonimi, a volte messi ai margini della società dalla vita che preme con frenetica impazienza, perché anch’essi partecipino senza reticenza allo stato di eccitazione collettivo. Ma forse sono loro stessi che hanno scelto di nascondersi: senza gesti clamorosi e senza mostrare atti di ribellione, hanno accettato che le proprie debolezze li conducessero passo dopo passo fuori dal gioco.

Qualcosa comunque è intervenuto nelle loro vite, un piccolo o grande avvenimento ha deviato il corso dell’esistenza, li ha resi lenti e lontani, ne ha fatto delle persone esteriormente inserite nell’ingranaggio, ma in fondo scampate con dignità al sistema, capaci di trovare quasi sempre una via di fuga che le ha portate in un mondo separato e divergente. Come l’ippopotamo ospitato nello zoo, che compare nel racconto che apre il volume, guardano l’ambiente circostante e chi lo abita con apparente imperturbabilità. Sono in fondo dei sopravvissuti, allo stesso modo del grosso animale che presenta nell’aspetto e nelle movenze qualcosa di irrimediabilmente inattuale.

I personaggi di questi racconti, chiusi nei loro silenzi e assorbiti da paesaggi ordinari, sono diventati prede di piccole manie e di insignificanti frustrazioni. Eppure anche nel loro scialbo panorama improvvisamente sembra sia possibile una luce, un piccolo bagliore che riscatti le loro giornate da reduci: un lampo rosso come il piumino di un bambino.

La poesia del pane

E’ stato pubblicato in questi giorni il libro Pane e Poesia, che raccoglie ricette di cibi poveri, a base di pane, e versi.  All’interno una mia poesia, che riporto di seguito.

La tenera esistenza dei panini
che cercano la stretta delle mani,
sentirsi in pugno, il garbato assalto
delle dita arpionanti la corteccia,
è breve viaggio in cerca di abbandono,
essere d’altri vita trangugiata
in dolci cedimenti, ma la voglia
dello sciogliersi in briciole dolenti,
del lasciarsi finire bacio a bacio,
come fosse la morte in ogni morso
sfinito godimento, è voluttà,
fibra che sfalda, ansito d’amore
che squarcia e in nuova vita si compone.

Boulangerie (ph. Grattacaso)

Boulangerie (ph. Grattacaso)

A metà strada tra il ricettario di cucina e l’antologia poetica, Pane e Poesia nasce per contribuire a diffondere la sensibilità antispreco, offrendo uno spunto di riflessione su quanto il cibo, e in particolare il pane, alimento così simbolico. sia un tema sempre presente e vivo nell’ispirazione poetica, trattato qui dai poeti che hanno donato le loro poesie, come annota Vincenzo Guarracino “spezzando parole come pane, trattando cioè ognuno, alla propria maniera, il tema della fame e del soddisfacimento del bisogno primario dell’alimentazione con parole adeguate, su registri e da angoli visuali suoi propri e peculiari”.

La vendita di questo libro contribuisce a sostenere l’attività del Banco Alimentare della Lombardia Onlus per il suo servizio “Siticibo”, che attraverso volontari recupera le eccedenze di cibo fresco e cucinato per donarlo a strutture di carità e assistenza che aiutano i bisognosi.

Sono presenti nell’antologia, tra gli altri, Sandro Boccardi, Tiziano Broggiato, Franco Buffoni, Luigi Cannillo,  Emilio Coco, Michelangelo Coviello, Nino De Vita, Luigi Fontanella , Tomaso Kemeny, Vivian Lamarque,  Valerio Magrelli, Franco Manzoni, Giulia Niccolai, Alessandra Paganardi, Daniela Pericone, Alessandro Quattrone, Maria Pia Quintavalla, Alberto Toni.

Il libro verrà presentato a MILANO mercoledì 16 dicembre, Spazio Coviello, via Tadino 20, ore 18.30;
a COMO venerdì 18 dicembre, Sala “Turbina” c/o sede Espansione TV-Coop. Editoriale Lariana, via Sant’Abbondio 4, ore 18.30.

pane e posia copertina[1]

DAL CORPO ABITATO di Matteo Pelliti (Luca Sossella Editore)

Le case tendono a somigliare a chi vive al loro interno, assumono una forma che restituisce l’immagine e le abitudini di chi vi abita, o forse è chi si muove tra le loro pareti a trasformarsi, a divenire giorno dopo giorno parte dello spazio domestico, a entrare in sintonia con lo spirito del luogo. In ogni caso, gli oggetti, l’arredamento, le suppellettili anche le più insignificanti, per il solo fatto di essere parte di quel sistema compiuto che è la casa, la animano allo stesso modo delle persone, di cui condividono le esperienze, partecipando, si direbbe con trepidazione, agli eventi della vita. E’ anche per questo che lasciare l’abitazione in cui si è vissuti, trasferirsi altrove, affrontare un trasloco, comporta un periodo di tensione, un corpo a corpo con le cose, un lavorio angosciato sul passato che ci affatica e ci agita, a maggior ragione quando lo spostamento è conseguente alla fine di un rapporto, ad una frattura affettiva.

Matteo Pelliti nel suo bel libro di poesia Dal corpo abitato ci mette di fronte, fin dalla prima lirica, al dialogo che intercorre tra la casa, che quasi si modella intorno alle persone che la vivono, e chi la abita: “Le case sono corpi, armature aggiuntive, / non tane o ripari, ma organismi viventi autonomi, / che rivestono, come derma supplementare, / i loro abitanti. // Abitante e abitato diventano simultanei / riflessi, a volte di un’unica nevrosi, / l’uno per l’altro biunivoci: / abito una casa che mi abita, / come un ‘abito’ appunto”. 

Matteo Pelliti

Matteo Pelliti

I versi di Pelliti, in una lingua piana che sembra voglia evitare ogni sconfinamento lirico, in un tono mormorante e sommesso, indagano il rapporto tra “abitante e abitato”, seguono il gioco dei loro “simultanei riflessi”, soffermandosi su aspetti apparentemente insignificanti, che introducono invece, nella loro pur evidente ordinarietà, alla scoperta di legami profondi, di epifaniche manifestazioni. I luoghi familiari diventano così sede di una verità, che si rivela per segni minimi. Gli eventi casalinghi, sia pure nel loro procedere prevedibile, riconfermano l’imprevedibilità di ogni espressione della realtà. L’improvvisa scoperta avviene attraverso subitanei scarti linguistici, insospettati slittamenti di senso, cambi di prospettiva tra l’uno e l’altro campo semantico, tra l’ambiente in cui è collocata l’azione che si racconta nella poesia e un altro mondo, più o meno attiguo, che si manifesta inatteso eppure necessario dinanzi ai nostri occhi. Il percorso insomma è insieme piano e accidentato, e quasi svogliato si presenta il palesarsi di una nuova significazione, secondo una lingua poetica che sembra richiamarsi ai modelli di Umberto Fiori e Valerio Magrelli.

Nella poesia Mal di testa, il cattivo funzionamento dell’antenna televisiva sul tetto della casa, spinge il protagonista a cercare ogni tipo di soluzioni per venire incontro alle richieste della figlia: “Mi facevo antenna col corpo / e sintonizzavo il canale dei cartoni animati / stando vicino allo schermo, / poi una danza acrobatica intorno al video / per spostare gli stecchi di ferro / finché non si centrava la frequenza, / le bacchette da rabdomante per l’etere”. Ma arriva anche il giorno in cui ogni sforzo è inutile, la bimba consola suo padre, e questi conclude che “quando la casa ha mal di testa / la tv non si vede”.

Il poeta scopre, in seguito al trauma di una separazione coniugale e al conseguente tentativo di ricomporre, sia pure da single, il proprio rapporto con un nuovo ambiente domestico, le numerose e impreviste implicazioni che lo spazio casalingo contiene. Parlare della casa è anche il modo per affrontare le vicende private, per tentare di restituire all’esistenza un possibile equilibrio, che appare comunque un obiettivo solo desiderato, ma di fatto irrealizzabile. Il bisogno di fare ritorno verso un luogo rassicurante e riconoscibile diventa allora sogno, stralunato vagheggiamento (“Il lessico esoterico / degli annunci immobiliari: / altana, resede, vani / sogni parzialmente ammobiliati. // Piccoli lavori di ristrutturazione necessari, / postbellici”).

Lo sguardo sulle cose è ora malinconico, ora ironico, a tratti amaro o addirittura sprezzante, o ancora tenero e premuroso, quando ad essere al centro della scena è la piccola figlia, ma sempre animato da una volontà di esplorare questa “unica nevrosi” che unisce l’abitazione e i suoi abitanti, semmai a partire da piccole somiglianze anche solo di carattere lessicale, o attraverso il ribaltamento di ricorrenti luoghi comuni: “Riconvoco a vuoto / l’assemblea di condominio del sé, / finché non raggiungo i millesimi / per prendere le deliberazioni: / cresce l’erba in cortile, / piove dal tetto, / e le piastrelle si sono scheggiate”.

Matteo Pelliti, che è nato nel 1972 a Sarzana e vive a Pisa, ha esordito nel 2007 con il volume di poesie Versi ciclabili, ha pubblicato racconti e testi teatrali, anche in collaborazione con Simone Cristicchi, presente in Dal corpo abitato in qualità di lettore di alcune poesie, nel Cd che accompagna il libro edito da Luca Sossella. Il volume è corredato dalle illustrazioni di Guido Scarabottolo.

Il Muro di Parigi

È la mattina successiva agli attentati del 13 novembre ed ho la prima ora di lezione in una quinta classe. Entro nell’aula e sento gli sguardi dei miei alunni carichi di domande e di timore. Dovrei dire qualcosa a questi ragazzi che hanno quasi tutti poco più 18 anni, diventati maggiorenni da qualche settimana o qualche mese, confortarli o solamente offrire loro una lettura razionale degli avvenimenti. Intanto penso agli amici che vivono a Parigi, a cui ho inviato sms preoccupati, e che mi hanno già risposto rassicurandomi, stanno bene ma sono sotto shock, non sanno più pensare alla loro città con la gioia e la leggerezza di sempre, non hanno parole per spiegare il loro turbamento.

Qualcosa di analogo, un’assenza di parole utili a comprendere o almeno a comporre un quadro dentro il quale disporre gli eventi, si evince dagli occhi e dai movimenti degli studenti di questa quinta liceo e mi induce a credere che essi non sappiano che nome dare alle loro emozioni. Non sanno fin dove possono spingere le reazioni, se devono ritenere che la loro vita futura sarà sconvolta da quanto è successo la sera precedente o che piuttosto, presto, tutto tornerà come prima.

È questa la prima vittoria dei terroristi: siamo costretti in uno stato di confusione, non sappiamo come gestire la commozione, come dare sfogo ai sentimenti che premono, così diversi da quelli vissuti fino ad oggi. Del resto non siamo più abituati alle grandi passioni. Non lo sono i più giovani, che vivono in uno stato di perenne festeggiamento, che ha finito per rendere scontata ogni festa, quotidiana l’esultanza, divenuta perciò un rituale privo di contenuti. Anche il dolore individuale, così come quello collettivo, diventa subito rito, uno stato di sofferenza che è possibile contenere ed esorcizzare attraverso una cerimonia pubblica da realizzare su un social network. Un hashtag e si può ricominciare a pensare al futuro.

I terroristi malati di fanatismo religioso colpiscono proprio lì, dove siamo più vulnerabili, tra i giovani che si divertono – il concerto la partita l’aperitivo la cena con gli amici – dove meno ci aspettiamo che possa arrivare la disperazione. Il loro obiettivo non sono stati i luoghi di culto, non i simboli della cultura, nemmeno le istituzioni, ma i templi della spensieratezza, di un vitalismo che, almeno apparentemente, non conosce dubbi, i luoghi dove l’insicurezza si maschera da divertimento.

Pyramide (foto Grattacaso)

Pyramide (foto Grattacaso)

Mi siedo e faccio le cose di sempre, mi nascondo dietro i gesti soliti, le operazioni burocratiche, assenti presenti giustificazioni. Non trovo le parole, almeno per il momento, almeno con questi ragazzi che conosco da anni e che ho visto avvicinarsi a passi lenti e incerti all’età matura. Parliamo allora, come da programma, della prima guerra mondiale, dell’immane carneficina di tante vite giovani perpetrata un secolo fa. Cadorna, le trincee, la battaglia della Somme, la mitragliatrice automatica, il fronte interno.

Gli adolescenti che ho davanti sono nati diversi anno dopo la caduta del Muro di Berlino, per loro l’Europa non ha confini. Sono abituati a viaggiare e a considerare lo spostamento dall’una all’altra parte del mondo un’esperienza esaltante, formativa e sempre possibile. Insegno in un liceo linguistico e da qui la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Spagna, sembrano ancora più vicine, fanno parte di una terra unita, che in qualche modo potrà accogliere le vite di chi oggi è ancora in cerca del proprio destino. Alcuni di questi ragazzi hanno già deciso di continuare a studiare le lingue e le letterature straniere, semmai in un’università di un altro Paese, semmai indirizzandosi verso le culture dell’oriente, la Cina, il Giappone, ma anche dei Paesi arabi.

È questa la paura che oggi rende più pesanti i gesti e le parole: che il mondo stia diventando ancora una volta enorme, un posto con troppi ostacoli, uno spazio immenso difficile da percorrere. Oggi sembra che le distanze siano destinate a dilatarsi. Che ci siano nuovamente muri che impediscono i nostri percorsi di uomini, che cercano le proprie strade e vorrebbero conoscersi. L’avanzata del fanatismo nei paesi arabi ha già prodotto lo spostamento di masse di disperati verso occidente e, ai confini orientali dell’Europa, l’innalzamento di barriere e filo spinato. Ora rischiamo di vedere di nuovo crescere la distanza tra un Paese e l’altro, di sentire più profondamente segnate le linee di confine. Oggi per questi adolescenti il futuro sembra meno accogliente. Si allontana, così come si allontanano le altre terre, improvvisamente meno raggiungibili.

Da domani diremo che bisogna reagire, non arrenderci alla paura, continuare a compiere le azioni di sempre: i concerti, l’aperitivo con gli amici, la partita allo stadio, gli scambi culturali, i viaggi d’istruzione all’estero. E’ questo il modo per non dare ragione alla violenza e alla barbarie. Ma oggi non ci crediamo. Gli adolescenti che ho davanti hanno passi più pesanti, volti meno distesi. Da ieri, anche per loro, il mondo è diventato più grande e più triste. Domani metteremo in atto una reazione, anche nelle nostre piccole vite, ci sforzeremo di non sentirci in pericolo e troveremo qualcosa da dire. Oggi non abbiamo le parole. Oggi studiamo la prima guerra mondiale.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

QUESTIONI PRIVATE di Andrea Carraro (Marco Saya Edizioni)

La forza che emana dalle pagine narrative di Andrea Carraro risiede innanzitutto nella volontà di guardare la realtà, anche nei suoi aspetti più spiacevoli e degradati, senza pregiudicare la nitidezza dell’immagine per mezzo di filtri edulcoranti e dunque senza imporre al lettore facili scorciatoie. Ne sono testimonianza Il branco, il suo romanzo più noto, pubblicato nel 1994 e diventato poi film con la regia di Marco Risi, L’erba cattiva, e i più recenti Il sorcio e Come fratelli

Andrea Carraro

Andrea Carraro

Scegliendo come strumento di comunicazione il linguaggio della poesia, Carraro agisce in maniera analoga. In Questioni private (Marco Saya Edizioni) lo scrittore arriva diritto al cuore delle vicende appunto private a cui il titolo fa riferimento, che sono poi quelle dettate innanzitutto dai rapporti interpersonali, a cominciare dai vincoli familiari. Nella forma del poemetto, e attraverso una prosodia che richiama alla lingua della narrativa e fa leva su un ritmo sempre serrato e sapientemente scandito, Carraro affronta delicate vicende personali, attento a non lasciare che la parola letteraria diventi pretesto per costruzioni che approdino a infingimenti e simulazioni. La volontà è quella di lasciare intravedere il lungo travaglio interiore e di elaborarlo senza rischiare in nessun momento di scarnificare o di mitigare il nucleo esistenziale di partenza. Lo sa bene l’autore che di fronte alle critiche degli amici alla lettura del suo poemetto a loro dedicato, contrappone l’inevitabilità della confessione a cui si accinge: “Guardati dalla nostalgia fine a se stessa / Andrea non è da te / Ho detto l’uno / La poesia allude non dice / Siamo al grado zero / Ha detto l’altro / Ma tu hai continuato / Non per ripicca / Ma perché t’è necessario / Come l’aria / Per andare avanti”.

Nel primo dei cinque poemi che compongono la raccolta, Ode al padre, che è anche quello dal nucleo tematico più compatto, Carraro rivisita il rapporto conflittuale con la figura paterna, inserendosi in maniera in parte inusuale in una significativa tradizione, soprattutto novecentesca, che ha relegato contrapposizioni e dissidi prevalentemente al settore delle opere narrative, lasciando invece alla poesia un’ispirazione più pacificata ed elegiaca. Andrea Carraro si muove su uno scivoloso terreno di confine, mettendo a fuoco la figura paterna negli ultimi anni della vita, quando la distanza tra genitore e figlio si fa più marcata, più insofferente l’atteggiamento del figlio e più evidente e doloroso il suo complesso di colpa. Il padre ha scritto un brutto romanzo autobiografico e chiede al figlio romanziere, assurto a una qualche notorietà dopo la fortunata traduzione cinematografica di una sua opera narrativa, aiuto e sostegno nel tentativo di pubblicazione. “Quell’uomo lì che ti ha rovinato la vita / E ormai lo sa con certezza dai tuoi libri / Pretende oggi di farsi leggere da te?” – scrive l’autore rivolgendosi al se stesso di qualche anno prima. Il gioco è quello di un continuo, mai completamente sereno, scambio di ruoli, cominciato già anni prima, quando il figlio appena adolescente si allenava a copiare la firma del padre per poi utilizzarla nel libretto delle giustificazioni scolastiche, “Perché ti dava una strana forza / Prendere per un lampo il suo posto / Incarnarlo lui com’era nel mondo / Imponente e grande ai tuoi occhi di marmocchio”.

Ma il padre è anche la persona amata incondizionatamente durante l’infanzia “insomma colui che hai imitato e adorato / E aspettato sotto le coperte / E abbracciato nel mare tra il salmastro e l’acqua di colonia”; più tardi è sempre, sia pure tra tante incomprensioni, una figura da amare “appassionatamente come si può amare / Un padre che senti che se ne sta andando per sempre / E che di suo non resterà niente / Se non un ricordo pieno di vergogna / Come se tu l’avessi ucciso / Come se davvero il cancro gliel’avessi procurato tu”. La poesia diventa per questo un estremo tentativo, contraddittorio e a suo modo inevitabile, di liberarsi della figura paterna, di affrancarsene per sempre, e insieme di legarsi ancora di più ad essa: infatti, confessa infine Carraro, che il poemetto nasce dalla volontà di parlare “del padre mio che è morto / Da sedici anni / E ancora non posso congedare”.

I versi di Andrea Carraro raccolti in Questioni private compongono proprio una sorta di articolato poema del congedo, che nasce dallo sforzo di fare i conti non tanto con il passato, ma con quello che del passato ancora si manifesta, in ogni vita, sotto forma di fantasmi, di nostalgia, di un atteggiamento mentale che non riesce ad adattarsi al cambiamento. Quello che non c’è più attrae e finisce per perseguitarci, a non darci pace, proprio quanto più ci sembra ormai lontano, tanto da provare un senso di rimpianto anche per i momenti spudorati e difficili, come si evidenzia spesso nell’Ode agli amici. Il tentativo di strapparsi dagli altri, di lasciare finalmente il passato a se stesso, nasce in effetti dalla volontà di separarsi da una parte di sé, di lasciare che il tempo ci raccolga diversi da quello che siamo stati.

Gli amici così risultano perduti, ma ancora presenti nella vita di chi scrive “E se tutto sfuma / In oleografico quadretto / Non me ne può fregare di meno / Perché l’ho detto e ridetto / Questa roba qui non è per loro / Dico per i critici / Che tutto sanno che tutto hanno letto / Sempre pronti a sbuffare / A alzare il mento / Ma solo per voi amici”.

La California di Stefano Bortolussi

Giovedì 12 novembre alla libreria Lo Spazio di via dell’Ospizio a Pistoia con Stefano Bortolussi parliamo del suo libro di poesie Califia, edito da Jaca Book.

Delle poesie di Bortolussi dedicate alla California (Califia, mitica regina di un popolo di donne guerriere, è il nome dato da Cortes al lembo di terra che lui credeva un’isola) ho già scritto su questo blog:   http://giuseppegrattacaso.it/?p=870

Venerdì 13 alle ore 9,30 al teatro Bolognini Stefano Bortolussi, che attualmente sta lavorando alla traduzione delle opere di Don Carpenter, è protagonista di un incontro con gli studenti delle scuole superiori di Pistoia dal titolo Gli States di Don Capenter: un percorso di traduzione, inserito nel ciclo “Il dolce rumore della vita, da me curato.

Entrambi gli appuntamenti sono realizzati in collaborazione con l’Associazione Isole nel sapere.
califia bortolussi invito

 

Stefano Bortolussi è nato a Milano nel 1959, dove vive e lavora come traduttore di letteratura anglo-americana. Il suo debutto come romanziere avviene negli Stati Uniti. Nel 2003 viene pubblicato dalla casa editrice City Lights di Lawrence Ferlinghetti Head Above Water, tradotto da Anne Milano Appel, nella collana “Italian Voices”, che si aggiudica il 23rd Northern California Book Award e arriva tra i finalisti del PEN Center Literary Award. Nel 2004 il romanzo esce in italiano per l’editore peQuod con il titolo Fuor d’acqua.
Fuoritempo, il suo secondo romanzo, è uscito con peQuod nel 2007.
Bortolussi è co-autore di due serie di libri per ragazzi (Le indagini di Dick Rabbit e  Le avventure di Miss Marmot, Dami Editore/Giunti).
Sue poesie sono state pubblicate in volume (L’ombra del rimare, Forum/Quinta Generazione, 1982; Ipotesi di caldo, Book Editore, 2001) e su diverse riviste letterarie. Il suo poemetto Il moto ondoso del cercare è stato incluso nell’antologia “Bona Vox”, curata da Roberto Mussapi per l’editore Jaca Book (2010).
Ha firmato diversi lavori teatrali e ha tradotto testi di drammaturghi americani contemporanei, ha collaborato in qualità di critico cinematografico con diversi periodici specializzati e non e ha scritto sceneggiature per il cinema indipendente e la televisione. È traduttore di alcuni dei principali autori di narrativa contemporanea anglo-americana.
Il suo ultimo romanzo Verso dove si va per questa strada è del 2013 ed è pubblicato da Fanucci.

Califia è stato pubblicato nel 2014.

PASOLINI RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot)

Mi chiedo che libro scriverò su quel ragazzo a vita”, si domanda con un po’ di apprensione Renzo Paris appena all’inizio del volume dedicato a Pasolini, per concludere: “ripercorrerò affebbrato i luoghi dei nostri incontri, come il segugio di un’ombra”. Di fatto la struttura portante e la cifra peculiare dell’accorato, a tratti doloroso, percorso narrativo di Pasolini ragazzo a vita, in libreria in questi giorni edito da Elliot, risiedono proprio nella partecipazione emotivamente intensa da parte di chi scrive, nella tenerezza di fronte alle scelte e alla sorte dell’amico, che generano appunto uno stato di eccitazione febbrile causato dal premere degli affetti e della memoria. D’altra parte nel libro è sempre presente, a fianco di chi ripercorre gli eventi di quegli anni, il “silenzioso fratello maggiore”, il fantasma dello scrittore e regista. pasolini-10

Paris, che aveva conosciuto Pier Paolo Pasolini nel 1966, non vuole raccontare lasciando che siano le fonti, i documenti, in maniera fredda a parlare. Preferisce piuttosto che i suoi passi da “flâneur incallito”, come lui stesso si definisce, lo guidino nel recupero non solo degli eventi, ma anche delle emozioni che gli avvenimenti determinarono. E’ così che Pasolini ragazzo a vita finisce per proporsi come il resoconto del cammino, a volte sognante ed affascinato, a volte delirante ed angosciato, con cui Paris insegue, come un segugio appunto, le ombre. Non solo quella di Pasolini, che guida lo scrittore amico lungo le strade che entrambi percorsero, nelle case, i locali, le redazioni dei giornali che entrambi frequentarono, ma i propri fantasmi e quelli di un’intera generazione di letterati, che si trovarono, anche in seguito alla morte dell’autore di Le ceneri di Gramsci, a fare i conti con se stessi e con i valori in cui avevano creduto. Inoltre il viaggio di Paris mostra chiaramente i fantasmi di un’epoca, quella del decennio inaugurato dai prodromi del Sessantotto, e della stagione successiva, che ha visto tramontare violentemente speranze e aspettative costruite faticosamente, ma forse partorite con troppo facile entusiasmo. 

Renzo Paris percorre il suo itinerario a passi lenti, lasciandosi dirottare dalle suggestioni e dai suggerimenti del contingente, quindi deviando dal percorso stabilito, permettendo che il presente, quello multietnico ad esempio della stazione Termini, animata da zingarelle e da sudamericani “acciambellati sui muretti”, entri in relazione con il passato pasoliniano, rappresentato nella circostanza dalla stessa piazza dei Cinquecento nella quale il regista rimorchiò sulla sua Alfa GT il suo assassino. L’oggi e lo ieri si mescolano e si confondono, in un racconto della realtà di grande forza e fascino. I vivi e i morti si incontrano, perché, come dice Paris, “le mie passeggiate sono affollate di ombre”. E sono ombre, quelle di Moravia, di Dario Bellezza, di Enzo Siciliano, Elsa Morante e Laura Betti, che partecipano con vivo magnetismo alle vicende narrate

Pasolini ragazzo a vita non è perciò quel tipo di scrittura che normalmente si definisce una biografia, non è del tutto una autofiction, come si dice ora, e nemmeno un romanzo a carattere biografico o un libro di critica letteraria, ma riesce a mettere insieme questi aspetti, tessendo i lacerti, a tratti volutamente scomposti, a tratti appena riconoscibili, perché mescolati a un paesaggio presente sfilacciato e deforme, di un’amicizia che serve a ricomporre la figura del poeta Pasolini, “spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno”, dello scrittore che “voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile”. Paris si avvicina al maestro, quasi con lo stesso atteggiamento che ebbe un tempo, si direbbe con la devozione senza remore dello scrittore più giovane nei confronti del più famoso, a cui viene riconosciuta un’inconsueta vitalità culturale, la nitida capacità di mettere a fuoco il suo tempo, il gusto per la provocazione che si traduce quasi sempre nella capacità di assorbire tutti i respiri dell’esistenza, anche quelli più affannosi e contraddittori.

Ne nasce una sorta di dialogo a distanza tra i due scrittori: il primo, intento a ripercorrere a passi eccitati i luoghi in qualche modo familiari (Casarsa, l’India, dove a Pasolini sembra che “il canto notturno degli indianini rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una concessione della vita”, le strade di una Roma così diversa da quella attraversata ora da Paris impegnato a ricostruire quegli incontri, la casa di Laura Betti, dove c’era sempre un posto a tavola per il poeta cineasta); l’altro, ormai solo un’ombra, ancora in grado però di indicare il terribile scenario che ci circonda, il deserto che ghermisce il nostro vivere collettivo, il poeta che si esprime con le parole penetranti e i lunghi silenzi durante i quali osserva con cura il mondo, convinto che l’arte non possa concedersi di non assorbire tutta la vita che le si muove intorno. Uno, Paris, che sa che la propria esistenza non prevede altra reazione al disastro “se non con la penna”, che continua a guardare rasoterra, “testimone invisibile, cane sciolto, ombra di me stesso”; l’altro che ha sempre agito con la passione e con l’ansia quasi violenta di chi vuole “gettare il corpo nella lotta”, e lo fa fino in fondo, anche da morto. 

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Il Pasolini che emerge da queste pagine non è tanto lo scrittore metà borghese e metà borgataro dei suoi primi anni romani, quanto piuttosto l’intellettuale “vecchio, stanco, che non riusciva più a godere come una volta e quasi non credeva più che quello dei suoi ragazzi notturni fosse amore”. Sostiene Paris che “tutte le sue grandi illusioni si erano rovesciate in rabbiose delusioni”, che l’amico riteneva che Roma fosse finita, “e sembrava fosse finito il mondo intero”. Pasolini avrebbe voluto riscrivere tutta la sua opera, “sotto il segno del deserto che vedeva crescergli intorno”. E ancora: “La sua solitudine si era fatta totale dopo il genocidio dei proletari. (…) Quei suoi ragazzi di vita sembravano contenti, sopra le Honda o le macchine rubate, non gli sembrava vero che somigliassero ai pariolini”.

Paris scrive un libro toccante e ricco di notizie, un libro che si snoda, capitolo dopo capitolo, in cerca di una verità, che l’autore sa bene come non sia possibile riassumere in una formula, né credere che possa essere univoca e lineare. Gli ultimi anni della vita di Pasolini sono segnati anche da un abbandono, vissuto come un lutto, che diventa insieme causa e simbolo della sua disperazione. La fine della relazione con Ninetto Davoli getta il regista nello sconforto. Il giovane amico si è innamorato di una donna che sposerà e con cui avrà un figlio. Pasolini, che tanto aveva investito in quella relazione in termini affettivi, scrive le oltre cento composizioni de L’hobby del sonetto (pubblicate poi solo nel 2003), rivolgendosi al suo Ninetto con il “voi” o il “lei”: “Quanti ragazzi come voi mi odiano e mi amano / Non ho altro da gettare nella lotta / che il mio corpo / esso è al loro fianco ma io sono lontano”.

Forse non è un caso che, quella fatidica sera del primo novembre, prima di incontrare il suo assassino, Pasolini avesse cenato con Davoli e la sua famiglia. A Moravia che si chiedeva come mai il suo amico avesse bisogno di così tanti ragazzi, risponde ora Paris che, se avesse potuto leggere i sonetti avrebbe capito che l’ossessione di Pasolini, quella “reiterazione sessuale portata all’estremo”, era dovuta a quel rapporto d’amore “davvero speciale” che si era concluso. Pasolini, scrive Paris, “aveva gettato il suo corpo nella lotta per farsi massacrare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi