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La difficoltà del bene

Miss Marx

regia di Susanna Nicchiarelli

Miss Marx è un film inospitale. Dichiara fin dalle prime sequenze un certo suo aspetto ostico, ad esempio nel tratto di incerta volontà, esplicitamente ben presto dichiarato, nell’indirizzare lo spettatore verso l’una o l’altra direzione di svolgimento della narrazione, o ancora di più nella maniera pacata, a tratti verrebbe da dire sfocata o evasiva, eppure in qualche maniera coinvolgente, di raccontare la commozione e la sofferenza. E questa mancata ostentazione rappresenta già un grosso merito, considerata l’esposizione urlata e ricorrente a cui abbiamo destinato, negli ultimi tempi, la sfera più interiore del dolore e del trasporto emotivo. L’idea di disagio però ci coglie soprattutto sul terreno scomodo, mai troppo affidabile e dunque impercettibilmente inquietante, su cui si rappresenta il contrasto tra pensiero e sentimenti, tra intelligenza brillante e serena e la tensione, spesso bruciante, determinata dall’esplodere della sfera emotiva, deflagrazione peraltro mai testimoniata chiaramente e nonostante questo drammaticamente efficace. È in questa inospitalità, nel posto disagevole dove la vicenda ci conduce, sembrerebbe suo malgrado, nello spazio che siamo costretti ad occupare tra trasparente razionalità e cupo tormento, la grande forza del film.

La miss che dà il titolo alla pellicola è Eleanor, delle tre figlie di Karl Marx la più piccola e quella che ne subisce maggiormente il fascino e ne raccoglie l’eredità morale ed intellettuale, forse anche l’intelligenza composta e insieme capace di grandi bagliori e di imprevisti scarti. È del resto ad Eleanor, che tutti chiamano Tussy, che è affidato il breve elogio funebre del padre del socialismo, che è anche suo padre, che costituisce la prima scena del film. Tussy ci accoglie con sguardo fisso verso la macchina da presa, e dunque verso le nostre coscienze di uomini del nuovo millennio (Karl Marx muore nel 1883). Come farà poi spesso nel corso delle sequenze, nella splendida interpretazione di Romola Garai, Eleanor guarda verso i nostri occhi, quasi a ricordarci quanto è stato fatto e quello che manca ancora da realizzare sul fronte dei diritti dei lavoratori, della lotta delle donne per godere di pari opportunità, e sul terreno dell’abolizione del lavoro minorile.

Tussy combatte e vive con passione il suo ruolo di continuatrice dell’opera paterna. Proprio impegnandosi in questo compito, che avverte e che avvertiamo come la ragione stessa della sua vita, conosce Edward Aveling, un brillante attivista politico con il quale fonderà la Socialist League, di cui si innamorerà e con il quale deciderà presto di condividere l’esistenza. Ma Edward ha una personalità torbida, proprio come Tussy è invece rilucente e determinata. Aveling è incapace di una conduzione economica appena accorta, così come di equilibrio e di tenuta sul fronte affettivo. È in fondo un incapace, un poco di buono, un miserabile accumulatore di debiti e di vicende amorose, intricate e poco chiare. Eleanor si innamora di lui e non riesce a liberarsi del suo sentimento, anche quando scopre i limiti della persona che le vive accanto.

Lo sviluppo della vicenda di Miss Marx è tutto nella contraddizione che abita Eleanor. Da una parte il socialismo, che significa gli altri, a cui lei dedica la sua intelligenza e la sua sorridente passione, accanto a lei l’uomo che ama e che continuerà ad amare, il prossimo che vorrebbe e che sente a se stessa uguale, che invece si mostra spesso come un estraneo, senza peraltro che Tussy riesca ad agire per rimuoverlo dalla propria esistenza, anzi riconoscendo, anche nei momenti peggiori, l’impossibilità di non amarlo.

La regista Susanna Nicchiarelli sceglie di non subire fino in fondo il fascino di questo amore sofferente e irrazionale (ma c’è un amore che sappia agire con razionalità?), di rappresentarcelo senza pathos, se non nelle ultime bellissime scene. Procede invece accuratamente nella direzione di una quasi anonima fotografia dell’esistente. A dirci molto di più, ma comunque senza mai indulgere in un formalismo gratuito, è l’abile e fortemente significativo uso della macchina da presa, che disegna punti di vista che raddoppiano, e quindi in qualche modo ostacolano, le possibilità di comprensione delle vicende a cui stiamo assistendo. Allo stesso modo la colonna sonora si muove in una direzione spesso in apparente contrasto con le scene. Il punk rock dei Downtown Boys e quello che si intreccia con la tradizione melodica e classica dei Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo, che fanno da contrappunto alle scene in cui ci aspetteremmo una sottolineatura musicale drammatica, rappresentano inaspettatamente una chiave di lettura del film. Lo spettatore da una parte può apprezzare la precisa ricostruzione storica delle vicende e degli ambienti, che in qualche modo lo pongono a una distanza protettiva, dall’altra non può che sentirsi profondamente invischiato in quello che accade sullo schermo, come i passaggi musicali sembrano sottolineare, sia dalle questioni politiche, ancora troppo attuali, che dalle contraddizioni private.

Miss Marx è un film rigoroso. Ci racconta dell’intellettuale Eleanor, che fu anche sensibile traduttrice, ad esempio di Casa di bambola di Ibsen, della sua vicenda politica, e intanto parallelamente ci dice della sua scelta affettiva sbagliata, senza mai però offrire un’interpretazione, un commento morale, che non sia quello che ci assicuri che la vita, anche delle persone più dedite agli altri e più appassionate, anche delle più sensibili, forse in particolare di loro, in fondo è abitata da incoerenze, da errori, da eventi intimi che dimostrano irresponsabilità verso se stessi.

Pubblicato su Succedeoggi.it


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