La California di Stefano Bortolussi

Giovedì 12 novembre alla libreria Lo Spazio di via dell’Ospizio a Pistoia con Stefano Bortolussi parliamo del suo libro di poesie Califia, edito da Jaca Book.

Delle poesie di Bortolussi dedicate alla California (Califia, mitica regina di un popolo di donne guerriere, è il nome dato da Cortes al lembo di terra che lui credeva un’isola) ho già scritto su questo blog:   http://giuseppegrattacaso.it/?p=870

Venerdì 13 alle ore 9,30 al teatro Bolognini Stefano Bortolussi, che attualmente sta lavorando alla traduzione delle opere di Don Carpenter, è protagonista di un incontro con gli studenti delle scuole superiori di Pistoia dal titolo Gli States di Don Capenter: un percorso di traduzione, inserito nel ciclo “Il dolce rumore della vita, da me curato.

Entrambi gli appuntamenti sono realizzati in collaborazione con l’Associazione Isole nel sapere.
califia bortolussi invito

 

Stefano Bortolussi è nato a Milano nel 1959, dove vive e lavora come traduttore di letteratura anglo-americana. Il suo debutto come romanziere avviene negli Stati Uniti. Nel 2003 viene pubblicato dalla casa editrice City Lights di Lawrence Ferlinghetti Head Above Water, tradotto da Anne Milano Appel, nella collana “Italian Voices”, che si aggiudica il 23rd Northern California Book Award e arriva tra i finalisti del PEN Center Literary Award. Nel 2004 il romanzo esce in italiano per l’editore peQuod con il titolo Fuor d’acqua.
Fuoritempo, il suo secondo romanzo, è uscito con peQuod nel 2007.
Bortolussi è co-autore di due serie di libri per ragazzi (Le indagini di Dick Rabbit e  Le avventure di Miss Marmot, Dami Editore/Giunti).
Sue poesie sono state pubblicate in volume (L’ombra del rimare, Forum/Quinta Generazione, 1982; Ipotesi di caldo, Book Editore, 2001) e su diverse riviste letterarie. Il suo poemetto Il moto ondoso del cercare è stato incluso nell’antologia “Bona Vox”, curata da Roberto Mussapi per l’editore Jaca Book (2010).
Ha firmato diversi lavori teatrali e ha tradotto testi di drammaturghi americani contemporanei, ha collaborato in qualità di critico cinematografico con diversi periodici specializzati e non e ha scritto sceneggiature per il cinema indipendente e la televisione. È traduttore di alcuni dei principali autori di narrativa contemporanea anglo-americana.
Il suo ultimo romanzo Verso dove si va per questa strada è del 2013 ed è pubblicato da Fanucci.

Califia è stato pubblicato nel 2014.

PASOLINI RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot)

Mi chiedo che libro scriverò su quel ragazzo a vita”, si domanda con un po’ di apprensione Renzo Paris appena all’inizio del volume dedicato a Pasolini, per concludere: “ripercorrerò affebbrato i luoghi dei nostri incontri, come il segugio di un’ombra”. Di fatto la struttura portante e la cifra peculiare dell’accorato, a tratti doloroso, percorso narrativo di Pasolini ragazzo a vita, in libreria in questi giorni edito da Elliot, risiedono proprio nella partecipazione emotivamente intensa da parte di chi scrive, nella tenerezza di fronte alle scelte e alla sorte dell’amico, che generano appunto uno stato di eccitazione febbrile causato dal premere degli affetti e della memoria. D’altra parte nel libro è sempre presente, a fianco di chi ripercorre gli eventi di quegli anni, il “silenzioso fratello maggiore”, il fantasma dello scrittore e regista. pasolini-10

Paris, che aveva conosciuto Pier Paolo Pasolini nel 1966, non vuole raccontare lasciando che siano le fonti, i documenti, in maniera fredda a parlare. Preferisce piuttosto che i suoi passi da “flâneur incallito”, come lui stesso si definisce, lo guidino nel recupero non solo degli eventi, ma anche delle emozioni che gli avvenimenti determinarono. E’ così che Pasolini ragazzo a vita finisce per proporsi come il resoconto del cammino, a volte sognante ed affascinato, a volte delirante ed angosciato, con cui Paris insegue, come un segugio appunto, le ombre. Non solo quella di Pasolini, che guida lo scrittore amico lungo le strade che entrambi percorsero, nelle case, i locali, le redazioni dei giornali che entrambi frequentarono, ma i propri fantasmi e quelli di un’intera generazione di letterati, che si trovarono, anche in seguito alla morte dell’autore di Le ceneri di Gramsci, a fare i conti con se stessi e con i valori in cui avevano creduto. Inoltre il viaggio di Paris mostra chiaramente i fantasmi di un’epoca, quella del decennio inaugurato dai prodromi del Sessantotto, e della stagione successiva, che ha visto tramontare violentemente speranze e aspettative costruite faticosamente, ma forse partorite con troppo facile entusiasmo. 

Renzo Paris percorre il suo itinerario a passi lenti, lasciandosi dirottare dalle suggestioni e dai suggerimenti del contingente, quindi deviando dal percorso stabilito, permettendo che il presente, quello multietnico ad esempio della stazione Termini, animata da zingarelle e da sudamericani “acciambellati sui muretti”, entri in relazione con il passato pasoliniano, rappresentato nella circostanza dalla stessa piazza dei Cinquecento nella quale il regista rimorchiò sulla sua Alfa GT il suo assassino. L’oggi e lo ieri si mescolano e si confondono, in un racconto della realtà di grande forza e fascino. I vivi e i morti si incontrano, perché, come dice Paris, “le mie passeggiate sono affollate di ombre”. E sono ombre, quelle di Moravia, di Dario Bellezza, di Enzo Siciliano, Elsa Morante e Laura Betti, che partecipano con vivo magnetismo alle vicende narrate

Pasolini ragazzo a vita non è perciò quel tipo di scrittura che normalmente si definisce una biografia, non è del tutto una autofiction, come si dice ora, e nemmeno un romanzo a carattere biografico o un libro di critica letteraria, ma riesce a mettere insieme questi aspetti, tessendo i lacerti, a tratti volutamente scomposti, a tratti appena riconoscibili, perché mescolati a un paesaggio presente sfilacciato e deforme, di un’amicizia che serve a ricomporre la figura del poeta Pasolini, “spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno”, dello scrittore che “voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile”. Paris si avvicina al maestro, quasi con lo stesso atteggiamento che ebbe un tempo, si direbbe con la devozione senza remore dello scrittore più giovane nei confronti del più famoso, a cui viene riconosciuta un’inconsueta vitalità culturale, la nitida capacità di mettere a fuoco il suo tempo, il gusto per la provocazione che si traduce quasi sempre nella capacità di assorbire tutti i respiri dell’esistenza, anche quelli più affannosi e contraddittori.

Ne nasce una sorta di dialogo a distanza tra i due scrittori: il primo, intento a ripercorrere a passi eccitati i luoghi in qualche modo familiari (Casarsa, l’India, dove a Pasolini sembra che “il canto notturno degli indianini rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una concessione della vita”, le strade di una Roma così diversa da quella attraversata ora da Paris impegnato a ricostruire quegli incontri, la casa di Laura Betti, dove c’era sempre un posto a tavola per il poeta cineasta); l’altro, ormai solo un’ombra, ancora in grado però di indicare il terribile scenario che ci circonda, il deserto che ghermisce il nostro vivere collettivo, il poeta che si esprime con le parole penetranti e i lunghi silenzi durante i quali osserva con cura il mondo, convinto che l’arte non possa concedersi di non assorbire tutta la vita che le si muove intorno. Uno, Paris, che sa che la propria esistenza non prevede altra reazione al disastro “se non con la penna”, che continua a guardare rasoterra, “testimone invisibile, cane sciolto, ombra di me stesso”; l’altro che ha sempre agito con la passione e con l’ansia quasi violenta di chi vuole “gettare il corpo nella lotta”, e lo fa fino in fondo, anche da morto. 

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Il Pasolini che emerge da queste pagine non è tanto lo scrittore metà borghese e metà borgataro dei suoi primi anni romani, quanto piuttosto l’intellettuale “vecchio, stanco, che non riusciva più a godere come una volta e quasi non credeva più che quello dei suoi ragazzi notturni fosse amore”. Sostiene Paris che “tutte le sue grandi illusioni si erano rovesciate in rabbiose delusioni”, che l’amico riteneva che Roma fosse finita, “e sembrava fosse finito il mondo intero”. Pasolini avrebbe voluto riscrivere tutta la sua opera, “sotto il segno del deserto che vedeva crescergli intorno”. E ancora: “La sua solitudine si era fatta totale dopo il genocidio dei proletari. (…) Quei suoi ragazzi di vita sembravano contenti, sopra le Honda o le macchine rubate, non gli sembrava vero che somigliassero ai pariolini”.

Paris scrive un libro toccante e ricco di notizie, un libro che si snoda, capitolo dopo capitolo, in cerca di una verità, che l’autore sa bene come non sia possibile riassumere in una formula, né credere che possa essere univoca e lineare. Gli ultimi anni della vita di Pasolini sono segnati anche da un abbandono, vissuto come un lutto, che diventa insieme causa e simbolo della sua disperazione. La fine della relazione con Ninetto Davoli getta il regista nello sconforto. Il giovane amico si è innamorato di una donna che sposerà e con cui avrà un figlio. Pasolini, che tanto aveva investito in quella relazione in termini affettivi, scrive le oltre cento composizioni de L’hobby del sonetto (pubblicate poi solo nel 2003), rivolgendosi al suo Ninetto con il “voi” o il “lei”: “Quanti ragazzi come voi mi odiano e mi amano / Non ho altro da gettare nella lotta / che il mio corpo / esso è al loro fianco ma io sono lontano”.

Forse non è un caso che, quella fatidica sera del primo novembre, prima di incontrare il suo assassino, Pasolini avesse cenato con Davoli e la sua famiglia. A Moravia che si chiedeva come mai il suo amico avesse bisogno di così tanti ragazzi, risponde ora Paris che, se avesse potuto leggere i sonetti avrebbe capito che l’ossessione di Pasolini, quella “reiterazione sessuale portata all’estremo”, era dovuta a quel rapporto d’amore “davvero speciale” che si era concluso. Pasolini, scrive Paris, “aveva gettato il suo corpo nella lotta per farsi massacrare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

Paris racconta Pasolini

Giovedì 22 ottobre alle ore 18, a Lo Spazio di via dell’ospizio di Pistoia con Renzo Paris parliamo del suo nuovo libro, Pasolini. Ragazzo a vita (Elliot). La serata è organizzata  in collaborazione con l’Associazione culturale Isole nel sapere.

pasolini ragazzo a vita invitoA quarant’anni dall’omicidio di Pasolini, Renzo Paris torna con la memoria sui luoghi degli incontri romani con l’autore di Petrolio, raccontando un’amicizia durata dal 1966 al 1975. In Ragazzo a vita è il Pasolini “borghese” a campeggiare. Paris si spinge fino a Nuova Delhi e a Nairobi, per le celebrazioni pasoliniane, commentando la versione non censurata del dramma Affabulazione, che Pasolini gli donò in dattiloscritto, conservato come una reliquia. In questo post-romanzo sfila al completo la “famiglia” romana dello scrittore bolognese: da Alberto Moravia a Laura Betti, da Ninetto Davoli a Elsa Morante, con i loro viaggi, l’estate trascorsa a Sabaudia, i dibattiti televisivi sul ’68, e infine le ipotesi su quella morte così atroce avvenuta nel novembre del 1975.
Con questo libro intenso e malinconico, termina la trilogia che Paris ha dedicato ai grandi scrittori del Novecento, iniziata con Alberto Moravia. Una vita controvoglia (Castelvecchi, 2013) e Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone (Elliot, 2014)

Poeta, narratore e saggista, Renzo Paris è nato a Celano (AQ) nel 1944. Vive a Roma. Ha pubblicato romanzi: Cani sciolti (Transeuropa, 1988, tradotto in Francia), Frecce avvelenate (Bompiani, 1974), Filo da torcere (Feltrinelli, 1982), Le luci di Roma (Theoria, 1990), Squatter (Castelvecchi, 1999), Ultimi dispacci della notte (Fazi, 1999, tradotto in Germania). Ha raccolto le sue poesie in Album di famiglia (Guanda, 1990). Nel 1988 ha pubblicato un libro autobiografico sul ’68 (Cattivi soggetti, Editori Riuniti), nel 1995 Romanzi di culto (Castelvecchi). Ha tradotto e commentato le poesie di Corbière, Apollinaire, Prévert.  Ha insegna Letteratura francese all’Università.

Fosbury, Fo e il salto della poesia

Esiste qualche rapporto tra Alessandro Fo, poeta raffinato e latinista insigne, e il campione di salto in alto Dick Fosbury, olimpionico ai giochi di Città del Messico del 1968, nonché inventore della tecnica del salto dorsale che da lui prende il nome? La risposta è in una lirica di Fo, che apre la raccolta Mancanze, pubblicata nel 2014 nella prestigiosa collezione bianca di Einaudi, della quale peraltro ho già parlato in altra pagina di questo blog ( http://giuseppegrattacaso.it/?p=155 ).

al Figlio

                                          (non lontano da Ostia)

Nella casa in cui vivevo, adesso,
scuotendo per i passeri
la tovaglia in balcone,
l’aria sarà grida di bambini
all’uscita da scuola.

Là in alto era l’amore, all’ombra
di una storia famosa, la cui tempra
già toccava progetti di bambini.

Dal terrazzo si poteva ascendere
volendo, fino a Dio,
se non come Agostino,
gettandosi lo stesso
oltre i dubbi in un salto
verso la luna, verso l’Orsa Maggiore,
magari, come da ragazzo, alla Fosbury.

                                                            Però
nulla è mai davvero come sembra,
ma almeno sette volte più complesso.

La casa che compare nel primo verso è stata teatro di una “famosa” storia d’amore, che ora evidentemente è per il poeta solo un doloroso ricordo. La nostalgia di un passato che non potrà ripresentarsi è tutta nell’accostamento della condizione passata (“vivevo”) all’avverbio “adesso”, che invece implica un presente nel quale la vita di quel luogo continua a presentarsi con le sue attrattive e le sue possibilità, come l’atto, così sabiano, di scuotere la tovaglia per i passeri, ora azioni soltanto inespresse, lontane dalla quotidianità del protagonista. L’appartamento è posto nei piani alti in un palazzo di via dell’Orsa Maggiore, così in alto che il cielo sembra estremamente vicino, tanto che basterebbe un salto per ascendere fino a Dio, emulando S. Agostino, protagonista con sua madre dell’estasi di Ostia, che lo portò nel fervore della contemplazione a sollevarsi, come lui stesso ebbe a scrivere, verso l’Essere supremo, varcando il cielo e quindi oltrepassando le luci del sole, della luna e delle stelle. Via dell’Orsa Maggiore è a Roma in prossimità dell’Eur e dunque non dista molto da Ostia, come si può intendere dall’indicazione posta nell’epigrafe tra parentesi. Del resto, i nomi delle strade nelle vicinanze offrono ulteriore esortazione al salto verso l’alto, “se non come Agostino”, ma almeno in modo da gettarsi alle spalle ogni dubbio: via delle Costellazioni, via degli Astri. 

Insomma è il salto a riportare alla memoria Fosbury, la cui apparizione nella poesia è comunque dovuta ad un richiamo di carattere biografico: Alessandro Fo, “da ragazzo”, è stato una promessa del salto in alto, che praticava appunto seguendo nello stile l’esempio del campione olimpico. 

Fosbury a Città del Messico nel 1968

Fosbury a Città del Messico nel 1968

Non c’è dubbio che il salto alla Fosbury è quanto di più innaturale si possa immaginare per superare un ostacolo, sia pure esso solamente l’asticella della specialità dell’atletica. A nessuno verrebbe in mente di saltare di spalle. Eppure l’azione è certamente efficace, al punto che oggi nessuno più tra gli atleti pratica il salto ventrale. Non solo: il salto provato per la prima volta dallo statunitense, pur così artificioso, risulta oltremodo elegante, mirabilmente armonico, sembra addirittura semplice, tanto che viene da pensare che non esista altro modo per praticare un salto che si voglia insieme potente e aggraziato.

Non posso che pensare che queste sono anche le qualità del linguaggio poetico, che è un modo di usare la lingua sicuramente artificioso. Perché utilizzare rime, assonanze, un ritmo particolare, figure retoriche che aprono scenari impensati, per esprimere una sensazione, un sentimento, per raccontare un avvenimento? A chi verrebbe in mente di dire i propri pensieri in un modo così ricercato e innaturale? Forse agli stessi che saltano girandosi di spalle.

Alessandro Fo

Alessandro Fo

Quando il linguaggio poetico è privo di astrusità gratuite e di oscurità ingiustificate, ha la stessa grazia e la stessa efficacia, oltre che la stessa dose di folle genialità, del salto alla Fosbury. E’ estremamente studiato, ma anche piacevole ed equilibrato. Il suo effetto è di grande semplicità, tanto che in qualche caso il poeta è costretto specificare che “però / nulla è mai davvero come sembra, / ma almeno sette volte più complesso”.

Si può parlare di eventi dolorosi con l’area e artificiosa naturalezza di un salto dorsale.

E’ per questo che Fosbury e Fo vanno a braccetto.

Competenze

Tra le parole più frequentate in ambito scolastico negli ultimi anni, un posto di particolare rilievo spetta al termine competenze. La scuola infatti ai suoi vari livelli dovrebbe stimolare e migliorare negli studenti non solo l’acquisizione di conoscenze e abilità, ma in misura forse maggiore il conseguimento di competenze. Che cosa esse siano, in verità, non è del tutto chiaro, anche se appare evidente che dovrebbero rappresentare l’asse portante degli obiettivi dell’insegnamento e dunque costituire la base per la valutazione dei singoli alunni nonché del lavoro didattico nel suo complesso. In ogni caso un obiettivo del genere, considerata la centralità che esso assume, non può che spingere le scuole a rivedere, almeno in parte, le modalità e le finalità del percorso didattico. Nulla di tutto questo è avvenuto: la parola competenze passa di bocca in bocca a giustificare prassi contraddittorie, o per circondare di fumus dottrinale, quando non burocratico, e di una parvenza di innovazione, scelte a volte confuse, più spesso ancora legate a pratiche consolidate, quando non addirittura superate. scuola

Dal sito del Ministero dell’Istruzione si ricava che gli apprendimenti acquisiti dagli alunni nell’ambito delle singole discipline dovrebbero essere calati (il termine è ministeriale) “all’interno di un più globale processo di crescita individuale”, per cui “non è importante accumulare conoscenze, ma saper trovare le relazioni tra queste conoscenze e il mondo che ci circonda con l’obiettivo di saperle utilizzare e sfruttare per elaborare soluzioni a tutti quei problemi che la vita reale pone quotidianamente”. Insomma non si può dire di conoscere veramente se non si è in grado di servirsi delle proprie conoscenze, facendole diventare risorse per le proprie azioni nella vita di tutti i giorni. Viene da dire che è abbastanza inutile avere molte nozioni ampie di letteratura italiana, se questo non si traduce nella capacità di analizzare un testo più o meno complesso. Per cui, ad esempio, che uno studente sappia tutto del fantomatico pessimismo leopardiano e poi rimanga indifferente di fronte a una pagina delle Operette morali, perché non riesce ad apprezzarne il valore o non ne capisca il contenuto, è segno che la scuola ha in buona parte fallito.

Insomma la scuola che vuole promuovere negli alunni l’acquisizione di competenze deve rivedere in buona parte percorsi e modalità dell’insegnamento. Potrebbe aiutare l’etimologia del termine, che deriva dal latino petere, che significa sia dirigersi, andare a, ma anche chiedere, domandare. Possiamo cominciare a immaginare ore di lezione durante le quali insegnante e studenti si dirigono insieme e con curiosità verso luoghi sconosciuti, che sono quelli che un sapere meno nozionistico consente di raggiungere e di apprezzare. E’ chiaro che il viaggio non può costruirsi intorno a delle verità acquisite, a risposte certe, perché altrimenti il tragitto non porterebbe altro che a girovagare intorno al luogo di partenza. Per muoversi bisogna porsi continuamente delle domande e non pensare di avere già delle risposte a disposizione. Bisogna camminare insieme, incerti del percorso, ma affascinati dallo spostamento.

DI METRO IN METRO, passeggiata poetica a Poggibonsi

Venerdì 11 settembre a Poggibonsi DI METRO IN METRO, una passeggiata poetica lungo i camminamenti della Fortezza di Poggio Imperiale di Poggibonsi con Alessandro FO, Giuseppe GRATTACASO, Paolo MACCARI.

L’iniziativa  è a sostegno del progetto editoriale A volte mi ritrovo sopra un Colle. Racconti da un carcere (testi nati all’interno dell’Istituto di pena di Ranza).

Di metro in metro è il preludio a Letture in autunno, la rassegna valdelsana organizzata dall’associazione La Scintilla insieme agli “Amici di Romano Bilenchi”.

Poggibonsi

 

 

 

La nuvola di Orione

Per esempio la nuvola di Orione
è massa in divenire assai scomposta,
cioè disordinata e indisponente,
di stelle giovani, molecole disperse,
fiammate d’artificio, crepitanti
trasalimenti, uragani di petali,
rose di venti, dischi planetari,
pietre vaganti, fumi, filamenti
che tra milioni d’anni brilleranno
di luce propria, corpi incandescenti
nel firmamento, o ancora vita ignota
saranno senza nome e condizione
riconosciuta e soddisfacente,
posto assegnato. Non esiste modo
di dare un senso al cielo inessenziale
e sbilanciato. Siamo noi i sapienti,
i diligenti, ordiniamo il mondo
sopra scaffali, mensole, contiamo
le stelle, le galassie, diamo un nome
agli ammassi di luce. Una ragione
che non sappiamo ha pure l’universo,
una missione, un punto d’equilibrio,
questo speriamo, un definito assetto.
Da qualche parte ci sarà un progetto.

(da La vita dei bicchieri e delle stelle, Campanotto 2013)

 

La Nebulosa di Orione vista dal Telescopio Spaziale Hubble

La Nebulosa di Orione vista dal Telescopio Spaziale Hubble

Chi pubblica la poesia?

Le turbolenze che hanno interessato negli ultimi mesi la casa editrice Mondadori mettono in apprensione il mondo della poesia, costituzionalmente fragile e portato all’inquietudine. Si teme la chiusura della prestigiosa e ambita collezione dello Specchio. In effetti, basta fare due conti per fugare ogni preoccupazione: risulta infatti del tutto inutile cessare l’attività di una collana che pubblica pochi libri l’anno (nel 2015 solo quattro, e dobbiamo credere, come del resto accade per tutta l’editoria di poesia, in un numero non esagerato di copie), e che dunque non comporta nessun rischio economico veramente rilevante per la casa editrice. Insomma Lo Specchio è una collana che mette in moto investimenti sicuramente limitati e i cui tonfi, qualora dovessero esserci, non sarebbero mai paragonabili ai fiaschi in altri settori. D’altro canto, se proprio si vuole parlare di poca attenzione della casa editrice di Segrate, avremmo dovuto farlo un po’ di anni fa, quando è apparsa evidente una progressiva rinuncia a rappresentare un punto di riferimento certo per la poesia, come era avvenuto nei decenni precedenti.

Quindi tranquilli, Lo Specchio mondadoriano dovrebbe continuare (almeno per il momento) le sue pubblicazioni, sia pure con la cadenza sempre più rallentata degli ultimi tempi: quest’anno due italiani (Majorino e De Angelis) e due stranieri (Krüger e Levine), contro i tre più tre della scorsa stagione. Proseguirà senz’altro le pubblicazioni anche la meritevole nuova linea degli Oscar Poesia con la riproposizione dell’intera opera poetica di grandi voci del Novecento (tra gli ultimi, Bellezza, Fortini, Giudici, in programmazione Conte e Orelli).

Giorgio Orelli, a cui Mondadori dedica un Oscar Poesia

Giorgio Orelli, a cui Mondadori dedica un Oscar Poesia

D’altra parte però Lo Specchio continua a riflettere l’immagine, non certo radiosa, della generale situazione editoriale della poesia. Lo scarso interesse, per dirla con un eufemismo, nei confronti della produzione in versi, è riassumibile in due assiomi. Il primo è contenuto nella formula “tanti poeti pochi lettori”, dove i “pochi” possono essere quantificati, a detta del critico e poeta Alberto Bertoni (La poesia contemporanea, Il Mulino, 2012) in circa tremila, a fronte di un numero di scriventi almeno cento volte maggiore. Che siano questi o no i numeri, risulta comunque chiaro come buona parte degli scrittori di versi non siano lettori abituali di poesia.

Il secondo postulato, che non viene mai messo in dubbio, è che “la poesia non si vende”, espressione che, almeno per una volta, varrebbe la pena considerare in un’accezione diversa da quella solita; i libri di poesia non sono cioè un oggetto scarsamente commerciabile, ma non si vendono in quanto per l’appunto non sono in vendita. Non si vuole qui affermare il principio etico della non commerciabilità dell’opera d’arte, quanto costatare proprio che l’oggetto libro di poesia di solito non è messo in vendita, almeno nei luoghi tradizionalmente deputati a questo. I libri di poesia contemporanea infatti non sono distribuiti (dai piccoli editori) o sono malamente distribuiti, di solito con una punta di fastidio (dai grandi, cioè Einaudi e Mondadori, avendo Garzanti, e prima ancora Guanda, già da tempo rinunciato all’impegno). Non è un caso del resto che le librerie, anche le più accreditate, riservino ai libri di poesia un angolo buio in fondo all’ultima sala, con grande presenza degli intramontabili Neruda e Lorca, forse di Leopardi, che resistono tra molte antologie di poesia d’amore e qualche sparuta traccia di Montale, quasi mai di Saba. Dei poeti contemporanei qualche risibile segno, quasi sempre in formulazione straniera.

L’assioma che vuole che la poesia non si venda andrebbe se non altro ampliato con un corollario: “non si vende, perché non è in vendita”. Il paradosso prosegue con un’ulteriore domanda: si comprerebbe, se fosse in vendita?

Nel febbraio del 2012 Saviano lesse in tv in prima serata alcune poesie di Wisława Szymborska. Nei giorni successivi l’antologia La gioia di scrivere, pubblicata tre anni prima e contenente tutti i versi della poetessa polacca, vendette quindicimila copie, creando qualche problema all’editore Adelphi che non aveva previsto il successo improvviso del libro. Forse manca a monte un’attenta politica editoriale, capace di spingere il prodotto anche quando si tratta di un libro di poesie. Ma prima ancora sarebbe necessario operare delle scelte che tengano conto del bisogno espresso dai lettori (tutti, senza distinzione) di testi che siano in grado di parlare alla sensibilità comune e non di custodire esclusivamente elucubrazioni, in una lingua privata, sull’ombelico di chi scrive.

Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska

Alfonso Berardinelli su Il Foglio del 15 luglio scrive: Di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta. Non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita le grandi, medie e minime collane che esistono” E lascia poi intendere che non sempre le case editrici maggiori procedano con scelte ragionate alla selezione dei titoli, lasciandosi piuttosto tentare da “opportunismi”: tanto, afferma lo stesso Berardinelli, “la critica di poesia beve tutto, oppure tace”. Insomma “prima viene l’amico, poi l’amico dell’amico, poi quello che si mette al tuo servizio” e via dicendo.

Eppure i piccoli editori di poesia specializzati sono molto attivi, segno di una vitalità del settore che permette comunque un accettabile recupero economico, soprattutto grazie alle vendite online e al concorso alle spese da parte degli autori, spesso richiesto sotto la formula dell’acquisto di un certo numero di copie. In questa prassi non c’è nulla di veramente scandaloso, se non quando si procede con superficialità nella selezione dei titoli (come si fa a dire di no a chi di fatto si paga il prodotto realizzato?) e con successiva scarsa premura nella promozione e diffusione del libro.

Sta di fatto che senza l’opera di questi editori il brulicante mondo della poesia, animato da alcune significative voci poetiche, anche giovanili (con un po’ di ottimismo, si va oltre i conteggi di Berardinelli), ma anche da un fitto sottobosco di esternatori dei propri sentimenti nelle forme più banali, non troverebbe modo di esprimersi. La Vita Felice, Crocetti, Raffaelli (che da un paio di anni pubblica un pregevole Almanacco), Campanotto, Interlinea, Puntoacapo, LietoColle, Moretti & Vitali, per citare alcune tra le case editrici di poesia più presenti, si barcamenano tra mille difficoltà, tra cui molto spesso anche quella di non riuscire a tener vivo un sito che sia, graficamente e per funzioni, al passo con i tempi, con il risultato di essere del tutto assenti negli scaffali delle librerie e di risultare sconosciuti al pubblico, anche a quello dei lettori di poesia.

C’è poi internet, le mille riviste online, gli e-book che è possibile scaricare gratuitamente o per pochi euro, i blog e i siti che parlano di poesia. Un’occasione ancora tutta da verificare e da sfruttare. Un mondo dove per il momento buona parte dei poeti più affermati si muove con difficoltà, quando non proprio considerando un impiccio il web e le sue manifestazioni. Ma questo è un altro capitolo.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it

 

RELIQUIARIO DELLA GRANDE TRIBOLAZIONE di Giuseppe Langella (Interlinea)

Durante la prima guerra mondiale, come forse mai era accaduto in precedenti conflitti, i soldati avvertirono se stessi come uomini piccoli e smarriti, alla ricerca di un’umanità che sentivano persa per sempre. La loro lotta, prima ancora che contro un nemico del quale sapevano poco e che certo non avevano ragione di odiare, si svolse innanzitutto contro le avverse e terribili condizioni naturali, le enormi montagne, il freddo dell’alta quota, le nevi che sembravano non volersi mai sciogliere, il fango delle trincee, il caldo opprimente dell’estate. Ai terribili nuovi armamenti si rispondeva con strumenti di difesa assolutamente inadeguati. Il conflitto venne combattuto innanzitutto contro la propria fragilità di uomini. Anche per questo la Grande Guerra è stata oggetto di riflessione di tanti tra narratori e poeti.prima guerra

La vana e coraggiosa fatica dei singoli chiamati a lottare contro forze più grandi di loro è oggetto della breve e intensa raccolta poetica di Giuseppe Langella, spinto all’impresa dalla consuetudine con i luoghi che furono teatro di alcuni tra i più drammatici eventi della guerra e sollecitato dall’incontro con l’artista camuno Edoardo Nonelli, autore della scultura Croce, realizzata assemblando reperti bellici, a volte anche solo frammenti, dotati comunque di grande suggestione, recuperati sulle pendici dell’Adamello, dove vennero scavate trincee e dove i soldati furono chiamati a sforzi sovrumani.

In Reliquiario della grande tribolazione, pubblicato da Interlinea, Langella opera allo stesso modo di Nonelli, partendo appunto dalle reliquie, dai ritrovamenti minimi qui soltanto evocati, e ricostruendo, a partire da quelle antiche tracce, le condizioni miserevoli di quanti si trovarono, a volte provenienti da regioni lontane, a combattere il conflitto. Lo sguardo del poeta è pietoso e partecipe, la sua voce si veste di un tono religioso, peraltro richiamato già dal titolo della raccolta, che non può che riportare anche ai versi di Ungaretti e in particolare alla poesia I fiumi, dove il soldato-poeta dichiara di essersi disteso nell’Isonzo come “in un’urna d’acqua” e di aver riposato “come una reliquia”.

A differenza di Ungaretti, pure citato in esergo della sezione Stazioni (che rappresentano le fermate di una dolorosa e crudele via crucis), Langella sceglie per le sue poesie una cadenza di carattere popolare, segnata dalle rime, anche baciate, come avviene nella lirica che apre il libro, dal titolo appunto Reliquie. Langella assume punto di vista e sofferenza degli sconfitti, e in questa guerra sono sconfitti tutti, anche coloro che potranno dirsi salvi e tornare alle proprie case, ma può farlo solo dalla distanza dei cento anni che sono trascorsi dal conflitto, può farlo guardando e facendo parlare i resti che la guerra ha lasciato sul terreno e che la natura, a distanza di anni, restituisce: sono “assiti, pioli, stanghe, tavolacci, / cui il tempo, l’aria, i ghiacci, / hanno impresso il colore delle ceneri”. Le reliquie contengono la traccia, la lontana presenza, di quelle vite che la guerra segnò per sempre, che vengono anche richiamate dai suoni stessi delle parole, dal timbro spietato e popolare, che sembra ricordare i canti che accompagnavano le marce e le attese dei soldati: “Casematte, cunicoli, tettoie / divelte, feritoie, / schegge, cassette, lamiere ritorte, / ostaggi della sorte; / carrucole, funi, reticolati, / sbarre, ferri incrostati / di ruggine, scheletri di baracche, / ghirbe, taniche, sacche: / di tanti alpini, delle loro gesta, / è tutto quello che resta”.

Giuseppe Langella, che a Milano insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica ed ha esordito in volume nel 2003 presso San Marco dei Giustiniani con la raccolta Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore, è poeta colto che comunque sa rinunciare alle asprezze del dettato per aderire, come in questo caso, alla materia trattata, per farla diventare esperienza comune.

I resti di lamiere e legno, dei reticolati, i brandelli di stoffa, scandiscono un percorso, che nel volume è segnato in parallelo dalla riproposizione di disegni e litografie in gran parte realizzati proprio dai soldati che combatterono nel corso della Grande Guerra. E’ un percorso in cui si rappresenta la condizione di sofferenza e fragilità degli uomini, il continuo dialogo tra vita e morte che di nuovo emerge dai reperti che sembrano ancora avere impressi i segni di quei destini: “O legno centenario, / arso dal sole, scavato dai venti, / tutto costole e solchi, schegge e fori, / midollo che si spacca dai dolori, / fosti fasciame che scalda e ripara, / buono per la baracca e per la bara”.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it

 

Pluton Portraits 1

Ha rughe incise al fondo di pianure
e lungo gli occhi, segno si saggezza
o di stanchezza per l’eterno giro
lontano da ogni centro. In primo piano
la cute secca per invecchiamento
e per fatica, dio di rapimenti
e di trasalimenti, grigio nume
sorvegliante di sé, ergastolano
e carceriere, mostri la tua fronte
segnata dalle macchie sulla pelle,
la regale pupilla, sguardo ghiaccio
e già distante. Il ritratto fissa
i brufoli, le piccole escrescenze,
il gelido respiro dei crateri,
l’epidermide glabro ed acciaccato,
la coltre d’elefante, un vasto canyon
tra muscolo e montagna arrugginito.

 

Plutone fotografato dalla sonda New Horizons (Nasa)

Plutone fotografato dalla sonda New Horizons (Nasa)