LE ROSE CHE NON COLSI lettura-concerto da Gozzano

Stagione Amici dell’Opera di Pistoia

Martedì 15 marzo 2016

ore 21

Saloncino del teatro Manzoni

LE ROSE CHE NON COLSI

Giuseppe Grattacaso

legge e racconta Guido Gozzano

al pianoforte  Alessandro Barneschi

con

Flora Foresta Erika Marini Matilde Piroddi

Un percorso di lettura nell’opera del poeta de La via del rifugio e de I colloqui, che permette di cogliere la modernità dei suoi versi e l’importanza che essi hanno rappresentato per tanti autori successivi. Le musiche al pianoforte recuperano i fermenti culturali e le atmosfere dell’epoca.

TRITTICO DEL DISTACCO di Pasquale Di Palmo (Passigli)

Trittico del distacco è uno di quei libri necessari a chi li scrive che per qualche profonda ragione diventano fondamentali anche per il lettore: mentre l’autore esplora zone della propria esistenza altrimenti trascurate, sicuramente dolorose ma in qualche modo inevitabili, il lettore è chiamato non solo a partecipare della vicenda altrui, ma a fare i conti con i grumi interiori, la provvisorietà e le insicurezze della propria sfera privata. E’ un libro che nasce da un’urgenza esistenziale, da un travaglio in fondo autenticamente personale, che riesce a trovare in un linguaggio, sobrio essenziale eppure evocativo, la qualità con cui parlare agli altri, costringendoli a guardarsi dentro, a mettersi dinanzi alle proprie inquietudini.

Trittico del distacco di Pasquale di Palmo (edito da Passigli, € 12.50) è innanzitutto un viaggio nella memoria, nel suo aspetto più pietoso e difficile da sostenere, in quella sorta di scorata sofferenza che si presenta quando il ricordo cerca di trattenere quello che è andato perduto, si sforza tenecemente di lottare contro l’irrimediabile allontanarsi delle persone care. La raccolta è scandita in tre parti, a formare un trittico appunto, composto da immagini che si richiamano tra loro e che infine sembrano sovrapporsi in un unico, anche se frammentato, paesaggio interiore. 

(ph. G. Grattacaso)

(ph. G. Grattacaso)

Appare significativo che il libro si apra, inaugurando la sezione Addio a Mirco, con versi che si richiamano al desiderio, peraltro irrealizzabile, di tornare indietro nel tempo, essere ancora un adolescente impegnato in “interminabili partite” su improvvisati campi di calcio in cemento “nel sole allucinato delle due e quaranta”, “la palla servita / al compagno più imbranato / che spreca l’occasione imprecando”. Nel gol mancato, nell’occasione consumata in un nulla di fatto, sembra essere contenuto il limite di ogni attività della memoria, che non può che rappresentare ormai che una vicenda sfilacciata e difforme dal vero, una realtà sognata ed evanescente, un’azione che arriva ad un passo dalla realizzazione e che invece non si conclude se non nella costatazione dell’inattuabilità.

L’addio al cugino Mirco, morto suicida, è contrassegnato inevitabilmente dal rito triste del distacco, ma è anche l’occasione per recuperare dal passato immagini frammentate eppure così vivide e intense: riemergono dagli anni giovanili il quartiere dove ha vissuto il poeta e dove ora passeggia ogni giorno sotto un cielo che “ha un colore schiacciato, di decomposta aringa”; l’incontro con un uomo dagli “occhi appuntiti come spilli”, che a distanza di tempo l’autore scopre essere lo scultore Alberto Viani (“Io, che appena lo ricordo, rimpiango / di non possedere una sua bagnante / in argento lunga pochi centimetri”); una pasticceria frequentata al termine delle partite “giocate in cappotto” (“Il pasticciere era un vecchio fiorentino / che si chiamava Marino. / Unica specialità il castagnaccio”), dove poi il poeta si recherà con il padre ormai “abbrutito dall’ictus” e dove “raramente appare qualcuno che conosciamo”, mentre “fuori sfrecciano gli autobus, / il cielo si divincola tra i rami”.

Il padre è poi protagonista della seconda parte del libro, Centro Alzheimer, che segna il progressivo, penoso distacco dalla vita, dell’uomo anziano senza più memoria. La sezione è introdotta da una bellissima lirica in dialetto veneziano: “Adesso ti xe un albero, papà. / uno di quei alberi / che non gà più bisogno de niente: / basta un fià de vento /un fià de piova / per viver na vita / piena de sgrìsoli, / de usignoli che se sgola. // Le fogie gà la to vose / e co s’ciopa el temporal / ti te riscàri co i lampi / ti te imboressi co i toni (…). Il padre a cui, nell’ultima fase della vita, sono ormai “sconosciuti / la saggezza e gli dei” e che è “inconsapevole di morire / essendo inconsapevole di vivere”, è diventato un albero a cui il vento offre una vita piena di brividi.

Il ricordo, che si palesa dunque essenzialemente come perdita, è un paesaggio oscillante tra la zona luminosa del ricordo, che lascia intravedere margini di una nostalgia che riporta a galla antichi sentimenti, e il territorio opaco che nasce dalla consapevolezza che ogni evento, ogni affetto è destinato a scomporsi e svanire. E’ un tema che si ripresenta ancora più incalzante nella terza sezione, I panneggi della pietà, formata da brevi prose, il cui ritmo è in sostanziale sintonia con le liriche delle precedenti sezioni. Le metafore derivate dal gioco del calcio si fanno più numerose, ma si tratta di uno sport vissuto a livello amatoriale e periferico, così come ancora più presenti sono le figure di uomini vinti dal destino. Il ricordo si ripresenta ancora una volta imprevisto, sotto forma di improvvise evocazioni, ma attraverso un linguaggio pacato, estremamente nitido. Come scrive Maurizio Casagrande nella postfazione al volume (la prefazione è invece affidata a Giancarlo Pontiggia). “le scelte linguistiche non risultano affatto gratuite dal momento che rispondono a una funzione catartica che àncora saldamente l’opera al vissuto, inverandola e confutando implicitamente ogni deriva orfica o asrattamente letteraria”.

Di Palmo, che è nato al Lido di Venezia nel 1958 ed ha al suo attivo diversi volumi di poesia, traduzioni e opere di saggistica, conferma di essere una voce significativa, sia pure spesso defilata, del panorama poetico nazionale.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi.it

 

 

Parlavano di me – Hippopotamidae

Pubblico l’inizio del primo dei nove racconti che compongono il mio libro Parlavano di me (Edizioni Effigi). Il racconto ha titolo Hippopotamidae.

 

Il volume può essere acquistato richiedendolo in qualsiasi libreria. Oppure online,  recandovi  su queste pagine:

http://www.amazon.it/Parlavano-di-me-Giuseppe-Grattacaso/dp/8864336168/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1454420869&sr=1-1&keywords=grattacaso

http://www.ibs.it/code/9788864336169/grattacaso-giuseppe/parlavano-me.html

http://www.cpadver-effigi.com/blog/parlavano-di-me-giuseppe-grattacaso/

 

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Ha cominciato a correre tra i viali, avanti e indietro, girando a caso a destra o a sinistra. Ha un piumino rosso che lo fa sembrare un piccolo fagotto irrequieto, un papavero che vola verso il sole, l’ala del pappagallo. Dopo un po’ ha cominciato a sedersi su ogni panchina. Dieci passi, una corsa veloce, la panchina. Ancora qualche passo, corsa, panchina. L’ho guardato fare. Finalmente si è avvicinato.
Gli animali sono abituati ai bambini, non fanno nemmeno più caso alla loro presenza. Ce ne sono sempre tanti qui, che urlano e che si inseguono. Ma oggi c’è solo lui, un solo bambino dentro il suo piumino rosso.

Lavoro allo zoo da due anni. Spalo letame dalle gabbie degli animali. Comincio alle sei del mattino, porto via lo sporco con una scopa di saggina, quelle che usavano un tempo i netturbini, poi con la pompa o a secchiate faccio in modo che l’acqua completi l’opera.
I primi giorni avanzavo con circospezione. Cercavo di non pestare gli escrementi. Nei vialetti controllavo la suola delle scarpe, come si fa sui marciapiedi di città, quando si teme d’aver pestato la cacca di un cane. Poi ho capito che è tutto inutile. Non c’è riparo alla merda, soprattutto dopo che è piovuto.
Faccio lo stesso giro tutte le mattine. E’ bello sapere che troverò gli animali nelle gabbie e che le gabbie sono sempre lì, uguali a se stesse, immobili e inesorabili, con quello spicchio di mondo che si portano dentro, le certezze di limiti prestabiliti, di vite che non cercano niente dal destino. A pochi centimetri dalle sbarre o dalla rete di protezione un cartello spiega le caratteristiche degli animali: c’è scritto il nome in latino, la provenienza, le particolarità della specie.
Armadillo villoso, Chaetophractus villosus, Sud America meridionale, vive in habitat aridi, è caratterizzato da lunghe setole, d’estate è prevalentemente notturno e si nutre di piccole prede, d’inverno è attivo soprattutto di giorno; la sua dieta è composta essenzialmente di vegetali. Cavallo di Przewalski, Equus przewalskii, Asia orientale, estinto in natura, sopravvive nei giardini zoologici e nelle zone protette, il branco tipico è guidato da una femmina anziana ed è formato da altre femmine, dalla loro prole e da uno stallone che rimane in posizione marginale.
Io d’estate sono qui all’alba. C’è appena un po’ di luce, gli animali si sono da poco svegliati ed è il momento più rumoroso della giornata. Il leone, i pappagalli, i macachi non si ricordano che sono dentro da una vita, che i loro messaggi non saranno raccolti da nessuno che non sia a pochi passi da loro, e lanciano i versi al sole che sorge. Aspettano delle risposte che non arrivano.
Qualche volta mi fermo davanti al recinto dell’Equus przewalskii, guardo la coppia immobile se non per le code che ogni tanto si agitano e i due sopravvissuti mi fanno tenerezza coi loro corpi un po’ tozzi, l’espressione assorta e inebetita, mentre si chiedono cosa ci faccia piantato lì. Chiamo il maschio, schiocco la lingua sul palato, gli faccio dei segnali con le braccia. Quando è a pochi passi gli dico che anche noi uomini non siamo più capaci di vivere in natura, siamo di fatto estinti per la natura. In un habitat naturale non riusciremmo a sopravvivere neppure pochi giorni, anche noi siamo protetti e chiusi in gabbie e recinti che costruiamo noi stessi. Viviamo tutelati nelle nostre città, nelle nostre case. Ci sono quelli che credono di andare a vivere in campagna perché a loro piace il contatto con la natura, così dicono. Ma della natura non sanno niente, non riconoscono gli alberi, non toccano mai la terra con le mani. Quando lo fanno, corrono subito a lavarsele. Le loro abitazioni sono più ricche di quelle di città. La domenica vanno a passeggiare nei centri commerciali pur di non vedere quell’erba che cresce in giardino e che bisognerebbe tagliare.
L’orango del Borneo, Pongo pygmaeus, vive in media tra i 35 e i 45 anni, i maschi arrivano a pesare fino a 100 chili, le femmine solo la metà. Raggiunta la maturità sessuale intorno ai 12 anni, i maschi sviluppano guance carnose e larghe, con cui impressionano i rivali e le femmine. I nostri simili per impressionare gli altri maschi e conquistare le donne, le guance cercano di scarnificarle, sudano all’interno di eleganti palestre, corrono e corrono, e poi, quando smettono di correre, salgono su grandi auto nere, che sembrano fuoristrada, ma non si sa bene cosa siano e a cosa servano.
Ce ne sono bizzarrie tra gli animali. Per esempio la foca di Weddell, Leptonychotes weddellii, nella stagione fredda trascorre il suo tempo sott’acqua, raggiungendo i 600 metri di profondità, ma è costretta a mantenere delle cavità piene d’aria sotto il ghiaccio o delle aperture per respirare e trascinarsi fuori. Per fare questo utilizza i canini e gli unghielli delle natatoie, ma i suoi denti non crescono continuamente, e col tempo si rompono a forza di tritare il ghiaccio. Così accade spesso che la foca muoia di fame, perché non ha i denti per mangiare. Lo Yak selvatico, Bos grunniens, conosciuto anche come bue tibetano, vive solo nelle steppe gelide a più di seimila metri di altezza. Durante le tormente di neve si protegge sdraiandosi accanto ai compagni del branco, formando un cerchio, con la testa rivolta verso l’interno.
Il Lar o “gibbone dalle mani bianche”, Hylobater lar, diventa attivo poco dopo l’alba, quando il maschio e la femmina eseguono una specie di duetto di grida forti e in crescendo, che serve per rafforzare il legame di coppia. Forse per vivere in due bisogna fare così, urlarsi qualcosa appena alzati, dirsi cattiverie a voce sempre più alta, strillare fino a non avere più forza.
Io comunque preferisco gli erbivori. Perché la merda degli erbivori non puzza se non di fieno stantio. Se la pesti, non ti porti dietro il tanfo fino a sera.
Ogni tanto dirigo lo spruzzo d’acqua della pompa sui miei stivali. L’acqua ricade in rivoli marroni. Se ho pestato la merda del leone o della tigre non c’è niente da fare. Mi rimane il puzzo nel naso fino a quando non torno a casa.
Quando non c’è nessuno d’inverno o nelle più torride giornate estive e so che il proprietario e il custode sono al caldo o si godono l’aria condizionata nei loro uffici, immergo gli stivali nella vasca dell’orso bianco. Muovo le gambe velocemente, produco degli schizzi come fanno i bambini con i loro piccoli piedi sulla sponda di un lago o nella vasca da bagno. Io ho i piedi dentro gli stivali. Certe volte l’orso mi guarda dalle sbarre. Non credo che sia contento che io usurpi il suo posto. Più tardi lo vedo che annusa il bordo della vasca.
Non stanno mica male gli animali. Qui hanno ricostruito il loro ambiente naturale. Almeno così dicono i depliant illustrativi, così sostiene il proprietario davanti alle scolaresche delle scuole elementari che visitano il giardino zoologico. In effetti gli animali sono protetti, tanto è vero che vivono più a lungo che se fossero nel loro habitat. Anzi il Cavallo di Przewalski non saprebbe neppure dove andare, non ce l’ha più un suo spazio che non sia quello dello zoo. Non credo nemmeno che il maschio ricordi che un tempo c’erano tante femmine nel branco, invece di quest’unica compagna.
Non è per niente facile ricostruire la savana o la giungla o la steppa a seimila metri o le acque del circolo polare. Diciamo che è come se gli animali vivessero pigiati dentro una cartolina. Sempre la stessa immagine, cambia solo la loro posizione. Lo stesso albero, lo stesso pezzo di foresta o di deserto. Non sai mai quello che c’è più a destra o più a sinistra. Dopo quell’albero ce ne sono altri o c’è un’ampia distesa di vegetazione stenta?
Dopo quell’albero in effetti c’è il casotto degli attrezzi e dopo ancora uno spiazzo per i giochi dei bambini. Scivoli, altalene, le panchine, così i genitori e gli insegnanti possono sedersi. Qui vengono molti bambini. Le caprette che sono libere per i viali del giardino zoologico li seguono in attesa di qualche ricompensa. Ci sono distributori di mangime. A pagamento, naturalmente.
Anche i pavoni passeggiano tutti tronfi tra i viali. Ma loro non amano i bambini. Quando li vedono salgono su una voliera e, se gli pare, aprono a ventaglio il lungo strascico di piume e si scuotono, come a dire non vogliamo seccature da questi mocciosi senza piume.
Quasi sempre rimango allo zoo anche per la pausa pranzo. Soprattutto in primavera, mi siedo su una panchina all’ombra davanti alla gabbia dei babbuini della Guinea e mangio il panino che ho preparato a casa. Leggo qualcosa. Ascolto i rumori dello zoo. I versi degli animali, ruggiti belati ululati che si susseguono, si intrecciano, si sovrappongono. Il frullare delle ali della Avocetta o del Turaco crestarossa. I tonfi delle Otarie orsine del Capo che si tuffano nell’acqua gelida. Gli zoccoli delle zebre di Burchell o del Cervo maculato che sbattono sulla pietra per liberare gli arti dalle mosche. La giraffa che strappa le foglie dalla mangiatoia. Il cammello che rumina.
Quando è caldo, mi distendo sulla panchina e mi addormento cullato da questi sogni di lontananza e di estraneità. Mi svegliano i babbuini che urlano, che si aggrappano furiosi alla gabbia, che corrono nel loro poco spazio come in una danza isterica di tarantolati.
Ma il rumore che preferisco è quello dell’ippopotamo che si muove nella sua acqua sporca e fangosa. Bisogna essere ben allenati per percepirlo. Ma io so sentirlo anche in lontananza. E distinguere. Per esempio mi accorgo se l’ippopotamo sta immergendo nella melma il suo testone, che poi scuote, lentamente. O quando apre le grandi fauci. Mi sembra di ascoltare la noia maestosa di quel sontuoso sbadiglio.
E’ l’animale che preferisco. Starei ore a guardarlo, lui che sta quasi sempre fermo, che guarda fisso davanti a sé, insensibile a tutto quello che gli sta intorno. I bambini urlano, “ehi! ehi!”, cercano di attirare la sua attenzione, improvvisano balletti davanti al suo recinto, gli lanciano noccioline. E lui niente, indifferente, guarda verso un punto lontano. Poi quando apre la bocca, spalanca le fauci, i bambini lanciano urla di meraviglia e di approvazione.
Il corpo dell’ippopotamo fa pensare a un animale vissuto in un’altra epoca. E’ un sopravvissuto. Tozzo, con le gambe corte, una testa impresentabile. Eppure in condizioni normali, vicino ai laghi africani dove vive, si muove con inaspettata grazia sulla terraferma, dove bruca l’erba, ma soprattutto in acqua dove vive la maggior parte del suo tempo. Può immergersi e rimanere a lungo sott’acqua passeggiando sui fondali. Vorrei vederlo mentre fissa con i suoi occhi sporgenti i pesci che si aggirano incuriositi intorno al corpo massiccio.
Cerco di leggere tutto quello che trovo sugli animali dello zoo. Degli ippopotami per esempio so che i piccoli rimangono con la madre fino ai cinque anni. E che il piccolo nasce quasi sempre sott’acqua.
L’ippopotamo è un animale essenzialmente acquatico, tanto che molti studiosi ritengono sia strettamente imparentato con le balene più che con altri ungulati, il maiale per esempio. E’ questo che mi affascina. Che abbia tanto bisogno dell’acqua, pur essendo un animale terrestre. Che abbia tanto bisogno dell’acqua e che viva nel cuore dell’Africa.
L’ippopotamo dello zoo è una femmina. Si chiama Tamidae. Entro nel suo recinto sempre con un certo rispetto. La chiamo per nome. Entro nell’acqua fino al ginocchio e mi metto anch’io a guardare verso quel punto dove lei guarda. Vorrei tanto capire cosa guarda, ma davanti ha solo degli alberi, i viali dello zoo, qualche panchina. E poi ha occhi laterali, posti nella parte alta della testa, per cui non sono certo che guardino nella direzione verso cui è orientato il muso. Non dà segni di impazienza, non vorrebbe vedere altro da quello che quotidianamente e così fissamente guarda.
L’ippopotamo non puzza. Ha un suo odore particolare, ecco tutto. Un odore che è un misto di fango, erba e fieno. E di quella sostanza densa e oleosa che ricopre l’epidermide.
Mansueto mi ha detto che Tamidae ha la pelle delicata, che si screpola facilmente e che è sensibile alle punture degli insetti. Io non ci volevo credere, ma poi ho capito che Mansueto dice sempre la verità sugli animali. Anche se, quando parla, usa un tono che sembra voglia prenderti in giro.

Giuseppe Grattacaso, Parlavano di me, Effigi

Distilleria letteraria

Sulle pagine dei quotidiani un’inserzione pubblicitaria invita a scoprire una nuova iniziativa editoriale, che porta sugli scaffali delle librerie i libri distillati. Si tratta, come recita anche l’elegante sito di riferimento, del “meglio della narrativa italiana e internazionale in meno della metà delle pagine dell’originale”. Volumi meno voluminosi, in cui si lasciano inalterati, almeno così assicura chi ha ideato l’iniziativa, “la trama, i personaggi, le emozioni”, lo stile dell’autore. Insomma, si parla di libri “distillati, non riassunti”.

Si può credere che i tagli (che riguarderanno, mettiamo, le descrizioni, i personaggi secondari, i momenti di stanca della narrazione) siano impresa di specifiche figure professionali, di chi per lavoro si occupa della cura editoriale di un’opera, in breve degli editor. Del resto non potrebbe essere diversamente. Possiamo immaginare che ad agire siano gli stessi professionisti che agli autori suggeriscono, di fronte a una storia che funziona, a personaggi credibili, di ampliare la narrazione, per arrivare ad un numero di pagine in grado di soddisfare le esigenze editoriali. Viene fatto di ritenere che, dopo la precedente dilatazione, con l’intervento riparatorio della distillazione, il romanzo ritorni alle sue dimensioni di partenza.20160126_140003

La scelta della riduzione però induce anche a cattivi pensieri: spinge a giudicare cioè che poche o molte pagine dei libri di narrativa di quelli di maggiore successo, siano di fatto superflue. L’operazione ha quindi l’obiettivo di cancellare quello che non serve, che risulta inutile o che addirittura è brutto. Ne deriverebbe che il “meglio della narrativa” contiene in effetti un peggio, di cui si può fare a meno.

Ma allora perché tanto impegno nella costruzione di romanzi così corposi? Un altro cattivo pensiero porta a credere che nella ricetta alla base della composizione di un best seller sia inserito anche l’obbligo di infarcirlo di materia eccedente. Per piacere al grande pubblico insomma si deve essere sovrabbondanti.

Non è chiaro se gli autori interessati siano d’accordo con l’iniziativa, della quale comunque non possono non essere informati. Come avranno reagito all’idea che vengano tagliati i loro romanzi? Qualcuno di loro avrà suggerito i brani da espellere, semmai nel tentativo di tornare all’originale modificato dal proprio editor?

Sta di fatto che esistono già romanzi brevi e racconti, che potrebbero quindi contentare chi cerca narrazioni meno imponenti, ma, a detta degli editori, sono prodotti che “non si vendono”, perché gli italiani non amano le storie che non siano particolarmente ricche di intreccio, o perché (è il caso del romanzo breve) il libro di poche pagine genera dubbi sull’importanza del suo contenuto. Tra i pochi autori che riescono a pubblicare romanzi brevi a catena è Erri De Luca. In questo caso però l’editore decide di utilizzare caratteri tipografici visibilmente più grandi del consueto, con sentita riconoscenza da parte degli affetti da presbiopia e con l’effetto di rendere almeno accettabile il numero delle pagine, tanto che l’oggetto in questione possa chiamarsi libro. Certo si potrebbe optare per la pubblicazione di tre o più romanzi brevi nello stesso volume (come è spesso accaduto in passato), ma la scelta, oltre che portare ad un evidente nocumento economico, potrebbe far risaltare la ripetitività che caratterizza le opere.

I primi romanzi italiani ad essere ridotti saranno Venuto al mondo di Margaret Mazzantini e La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, che inaugurano anche un possibile cursus honorum in tre fasi, romanzo / film / distillato. Nel caso del libro di Giordano, che tra l’altro non è un romanzo particolarmente massiccio, forse l’opera del distillatore potrebbe arrivare ad isolare i primi due capitoli, che hanno già titolo autonomo, L’angelo della neve e Il Principio di Archimede. Si tratta di due splendidi racconti, tra i più belli della narrativa italiana degli ultimi anni. Ma sono appunto racconti, di cui immagino il solerte editore abbia chiesto a suo tempo l’ampliamento, lo sviluppo in un intreccio ampio, abbia raccomandato di dare un seguito agli eventi, altrimenti troppo repentini e dunque meno invitanti.

Infatti, si sa, nessuno legge i racconti, quindi è meglio allungarli a dismisura, farli diventare romanzi ingombranti, e poi accorciare i romanzi.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

http://www.succedeoggi.it/

COME FOSSE GIOVEDI’ di Michele Paoletti (Puntoacapo)

È possibile pensare che esista una logica che tiene in piedi il mondo, una geometria che sappia spiegare le relazioni, i piccoli e i grandi eventi che contraddistinguono un’esistenza. Forse a sostenere le nostre vite è un sistema di linee che suggerisce infine un disegno preciso, che inserisce le immagini, anche quelle più caotiche, in una cornice dai contorni netti. Le poesie che compongono il bel volumetto Come fosse giovedì (Puntoacapo, € 8), che segna l’esordio nella poesia di Michele Paoletti, sono alla ricerca di un sistema esatto, una formula che sappia rendere compiuta la nostra presenza tra i fatti e le cose. Ma la ricerca è infruttuosa o comunque ci mette di fronte ad un risultato diverso rispetto a quello desiderato, ci mostra la presenza di una sofferenza diffusa e di una altrettanto estesa condizione di disordine a cui non sappiamo dare una spiegazione.

Le linee, i reticoli geometrici dovrebbero consentire almeno che il corpo trovi un suo equilibrio a contatto con la realtà, che le nostre emozioni sappiano, a partire da coordinate precise, regolare il loro legame con le vicende della vita, ma questo non accade: «Gli spigoli del mio corpo / formano una macchia confusa / una catasta di nervi alla rinfusa / che si contraggono / come pesci sulla rena. / Poi arriva la piena delle parole / a dare a tutto un nome / a rituffare / le squame ovali in mare. / A rendermi lineare».

(ph G. Grattacaso)

(ph G. Grattacaso)

Le parole hanno il compito, se non di trovare una soluzione, almeno di esprimere una ricerca, che spesso si concretizza nello spazio ben caratterizzato del teatro, che per Paoletti, come recitano le esigue note biografiche è “passione da sempre”, un microcosmo ideale dunque, il luogo dove realtà e finzione entrano in contatto e si sovrappongono, dove l’accadimento tragico può confondersi con quello comico. È sulle assi del palcoscenico, nell’ambiente apparentemente protetto della rappresentazione scenica, in un luogo che nasce già come metafora della vita, che disperazione e tormento possono essere messi in messi in mostra senza il timore di apparire patetici. E’ in questo luogo deputato che è consentito consumare il proprio dramma, affrontare i reticoli dell’esistenza: «Sfido i fantocci al centro della scena / stringendo il mio copione / e la mia pena». O ancora: «Sono il tiranno / il faro sul soffitto / la botola sul palco / l’attore, lo sconfitto».

La rappresentazione dell’io è spesso realizzata attraverso richiami a presenze diverse, oggetti di poco conto, ambienti più o meno familiari, quasi che il poeta senta il bisogno di misurare la proprio sofferenza e l’inevitabilità del male attraverso la concretezza delle cose, che si propongono come correlativi della condizione umana. «Stavano il mio letto e il sonno / in una scatola dal doppio fondo scassato / che mi portavo appresso / insieme ai pochi capelli gelosi / e qualche forchetta arrugginita. / Anche un vuoto di stomaco mi seguiva / attorcigliato alla tromba delle scale / che scendevo in fretta e risalivo / quando ancora era agosto / e avevo parole cesellate sulle labbra / e vuoti nella gola da pulire».

La lingua di Michele Paoletti, che è nato nel 1982 a Piombino, dove vive, è sempre fortemente scandita, presenta linee marcate e appare ancorata a un sistema di metafore che sembrano rincorrersi (tanto che a volte si rischia che il gioco sfugga di mano), con un uso, esibito solo a tratti, di rime e di figure foniche, che non inducono però mai alla cantabilità dei versi. «Non so se la notte è una distanza / o un balbettare della pelle / in una gabbia amare senza sbarre / non so se i morti hanno scarpe / con suole di cera / per alleggerire il valzer / che arrugginisce il meccanismo. // I cassetti non hanno serratura / i cardini stridono sconfitti / la volontà vuota le reti negli specchi».

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

Il pigolio di Arbasino (contro Pascoli)

Alberto Arbasino comincia le esternazioni critiche del nuovo anno (La Repubblica, 2 gennaio 2016) prendendosela, non si sa perché, con Giovanni Pascoli, al quale imputa versi dai “connotati apparentemente sempliciotti che rivelano macchinosità spropositate”. Quella di Pascoli, a detta dell’ottantacinquenne scrittore cresciuto nell’atmosfera del Gruppo 63, è una poesia di “spericolati sperimentalismi fonici”, che mal si combina con la “ideologia da coltivatore diretto”, con il continuo “pigolio rurale”. L’autore di Fratelli d’Italia (non l’inno nazionale, ma il meno noto romanzo pubblicato appunto nel 1963) sottolinea la mancanza di sesso e guerra nel poeta di Myricae e l’eccessiva presenza di “molti nidi, rane, fonti, orti, autunni, foglie, cancelli, temporali, continui bucati, frequenti mietiture, parecchie tessitrici e capinere e civette e rondini, numerosi morticini”. Ma “Giammai sesso! Né guerre!”. 

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli

Mentre il mondo viaggia verso il primo conflitto mondiale e la lotta di classe imperversa e la campagna è il luogo di feroci rapporti sociali, Pascoli si perde dietro i cinguettii di una marea di “pettirossi, capinere, cincie, schidionate di passeri, fringuelli, usignoli, nonché rondini e civette”.

Arbasino è disturbato dalla presenza di tanti volatili e dal loro persistente cinguettio. E’ proprio questo pigolio che rende le poesie del romagnolo sconcertanti e antiche, al pari delle sue vicende private (“grande erudizione classica, molto vino meridionale, celibato perentorio e il notissimo attaccamento per le sorelle”), considerate “banalità da prontuario freudiano”.

L’aggressione astiosa di Arbasino è gratuita e non si capisce dove voglia andare a parare, se non a relegare la poesia di Pascoli nell’ambito di un Ottocento pallido e polverosamente patriottico, di fatto ancorato ad una visione statica e superata del mondo, ad una lettura conservatrice dei rapporti di classe. Il Fanciullino insomma “funziona come calamita irresistibile verso il Poderetto”.

Le cincie e i pettirossi di Pascoli invece, ma anche assiuoli e allodole (chissà perché dimenticati, così come i cani, eppure con il buon Gulì il poeta ebbe un rapporto, anche questo, ai limiti della patologia) in effetti ci portano, con buona pace di Arbasino, all’interno del Novecento, a contatto diretto con le ambiguità di un secolo che avrebbe reso più facili le nostre vite attraverso innovazioni tecniche e scientifiche, senza però essere in grado di liberarci dalla sofferenza individuale né dalla violenza che alberga nel mondo e che troverà la sua espressione definitiva nella furia nazista. La grandezza di Pascoli, la sua modernità risiede proprio nella volontà di considerare i grandi temi dell’esistenza, la straziante inquietudine che nasce dal progredire della conoscenza e dal rapporto mai risolto con gli elementi della natura, attraverso la voce dei piccoli personaggi delle sue liriche.

Alberto Arbasino

Alberto Arbasino

Attraverso lo scilp dei passeri, il vitt videvitt delle rondini, il chiù dell’assiuolo, il grido della civetta, e spesso ancor di più attraverso l’eco di questi suoni che rimane come traccia oscuramente palpitante nelle vite, Pascoli ci consegna il disegno di un universo senza scopo, nel quale il ruolo dell’uomo è quello di provare a capire, di inventare nuove formule, che mai però lo libereranno dai suoi fardelli (“Noi mentre il mondo va per la sua strada, / noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno, / e perché vada, e perché lento vada” suonano i primi versi del madrigale Il cane). Insieme il poeta dei Canti di Castelvecchio costruisce un linguaggio nuovo, che mescola cinguettii e tecnicismi, espressioni gergali e lingua letteraria, dialetto e latinismi, italo americano con le voci della natura. E’ la lingua varia e complessa, che dice la confusione del mondo, che vorrebbe mettere ordine nella realtà e che scopre in essa il perturbante: la lingua dei nostri giorni.

Il garrire delle rondini, lo zirlare dei tordi, il singulto dell’assiuolo ci consegnano alla vita del Novecento e alle sue contraddizioni.

Pubblicato sulla rivita online Succedeoggi

ELSINA E IL GRANDE SEGRETO di Sandra Petrignani (Rrose Sélavy)

Elsina è una bambina molto fantasiosa, vive nel quartiere romano di Testaccio ed è estremamente affascinata dalle parole, con cui inventa storie e poesie. Delicata e eccitabile, è dolce soprattutto con gli animali, tanto che i grandi si chiedono perché mai questa bambina tanto sensibile sia così spesso arrabbiata con loro, sia così battagliera e desiderosa di libertà. La bimba ama a tal punto gli animali, da portare le polpette preparate dalla mamma ai cani randagi e costringere i due fratelli più piccoli a mangiare una frittata.

Elsa Morante bambina

Illustrazione di Gianni De Conno per Elsina

A scuola la maestra, che ha scoperto che Elsina scrive versi, glieli fa recitare davanti a tutta la classe e la ritiene, come gli altri adulti, una Bambina Prodigio. Elsina ne è felice, ma anche imbarazzata, ed è amareggiata e infastidita, quando scopre che in questo modo si rende antipatica alle compagne di classe.

Elsina, che è poi Elsa Morante da piccola, è la protagonista di un racconto per ragazzi che ha molti punti in comune con la vera infanzia della narratrice romana. La fiaba, scritta da Sandra Petrignani, è illustrata da Gianni De Conno per la raffinata collana del Quaderno Quadrone (Elsina e il grande segreto, Rrose Sélavy, € 14).

Il segreto a cui fa riferimento il titolo e intorno a cui si svolge la narrazione è quello di una bambina che cresce con due padri, anzi con quello che lui chiama papà e che le ha dato il cognome, cioè Augusto Morante, e con lo zio Francesco Lo Monaco, che è poi il padre naturale di Elsina. La piccola non si preoccupa particolarmente di questa strana situazione, occupata com’è a inventare le sue storie e a pensare a come spiegare il guazzabuglio familiare ai fratelli, visto che la mamma, vinta dalle sue insistenze, l’ha messa al corrente dei fatti.

Il breve racconto della Petrignani si snoda felice e leggero, pur toccando alcune questioni che, a distanza di diversi decenni dagli anni in cui si è svolta l’infanzia della Morante, ancora suonano attuali: i ragazzi alle prese con il “segreto” di una famiglia con più genitori invece dei canonici due; i bambini che si trovano a fare i conti con un talento che spesso viene esibito con troppa facilità e con un pizzico di crudeltà (basti pensare alle insopportabili trasmissioni televisive popolate da pargoli con particolari doti canore); il mistero, questo sì davvero un gran segreto, come suggerisce Franco Lorenzoni nell’introduzione, dell’ispirazione letteraria, di una sensibilità che spesso fa male (“gli altri giocavano e lei stava sola in un angolo a leggere e rileggere i suoi libri”), ma che può anche sciogliersi nella felicità della creazione artistica.

In fondo la storia raccontata dalla Petrignani e così sapientemente e incantevolmente illustrata da De Conno vuole anche dire a grandi e piccini che bisogna accettare degli altri, soprattutto se si tratta di bambini, la deviazione della norma, il carattere ostile e irritante, gli sbalzi improvvisi di umore, in quanto essi possono nascondere un modo particolare di guardare la realtà, non regolamentare e disciplinato, ma tale a volte da suggerirci nuove prospettive, utili anche alle nostre esistenze.

Non è un caso che ad essere protagonista del breve racconto sia proprio la scrittrice Elsa Morante. Sia perché Sandra Petrignani ha una particolare attenzione al mondo e alla vita delle donne che scrivono (La scrittrice abita qui, il romanzo Marguerite sulla vita della Duras, Addio a Roma, dove molte pagine sono dedicate anche a Elsina, ma in versione ormai adulta, una biografia di Natalia Ginzburg in preparazione), ma anche per la grande considerazione della Morante nei confronti del mondo dei bambini. Vale la pena ricordare personaggi come il piccolo Useppe ne La Storia, Arturo de L’isola di Arturo, le poesie de Il mondo salvato dai ragazzini, ma ancora di più gli esordi della Morante, avvenuti da giovanissima appunto, con filastrocche e raccontini letti agli adulti e poi sulle pagine de Il Corriere dei Piccoli.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

Parlavano di me – presentazioni dicembre 2015

In libreria il mio libro di racconti Parlavano di me (Edizioni Effigi, € 12).

Le prime presentazioni.
Pistoia. Giovedì 17 dicembre alle ore 18 alla Saletta Incontri dell’Assessorato alla Cultura, in via Sant’Andrea 16, con intervento di Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università di Perugia, e lettura di Matilde Piroddi.
Salerno. Martedì 29 dicembre alle ore 18.30 alla Galleria Il Catalogo, in via A. M. De Luca 14, con intervento di Andrea Manzi, giornalista e scrittore, e lettura di Simona Fredella.

L’inserviente di uno zoo, affascinato dalla mole pacifica e sonnolenta dell’ippopotamo, un predicatore porta a porta alla sua prima esperienza, una giovane donna che consuma le sue ambizioni tra un concorso di bellezza e l’altro, due coppie che s’incontrano a cena nel luogo dove da anni trascorrono le vacanze al mare, un anziano sarto a cui tremano le mani, un professore alle prese con il figlio che sta per laurearsi, un gruppo di ragazzi che festeggiano il compleanno di uno di loro, una giovane extracomunitaria in attesa di ritirare il permesso di soggiorno, un uomo che porta sul palcoscenico di un teatro il suo malessere psichico: sono i protagonisti di vite comuni, che con distacco e quasi con indifferenza ripetono le loro azioni quotidiane.

Parlavano di me copertina

I nove racconti che compongono il libro narrano storie del tutto normali, di uomini e donne anonimi, a volte messi ai margini della società dalla vita che preme con frenetica impazienza, perché anch’essi partecipino senza reticenza allo stato di eccitazione collettivo. Ma forse sono loro stessi che hanno scelto di nascondersi: senza gesti clamorosi e senza mostrare atti di ribellione, hanno accettato che le proprie debolezze li conducessero passo dopo passo fuori dal gioco.

Qualcosa comunque è intervenuto nelle loro vite, un piccolo o grande avvenimento ha deviato il corso dell’esistenza, li ha resi lenti e lontani, ne ha fatto delle persone esteriormente inserite nell’ingranaggio, ma in fondo scampate con dignità al sistema, capaci di trovare quasi sempre una via di fuga che le ha portate in un mondo separato e divergente. Come l’ippopotamo ospitato nello zoo, che compare nel racconto che apre il volume, guardano l’ambiente circostante e chi lo abita con apparente imperturbabilità. Sono in fondo dei sopravvissuti, allo stesso modo del grosso animale che presenta nell’aspetto e nelle movenze qualcosa di irrimediabilmente inattuale.

I personaggi di questi racconti, chiusi nei loro silenzi e assorbiti da paesaggi ordinari, sono diventati prede di piccole manie e di insignificanti frustrazioni. Eppure anche nel loro scialbo panorama improvvisamente sembra sia possibile una luce, un piccolo bagliore che riscatti le loro giornate da reduci: un lampo rosso come il piumino di un bambino.

La poesia del pane

E’ stato pubblicato in questi giorni il libro Pane e Poesia, che raccoglie ricette di cibi poveri, a base di pane, e versi.  All’interno una mia poesia, che riporto di seguito.

La tenera esistenza dei panini
che cercano la stretta delle mani,
sentirsi in pugno, il garbato assalto
delle dita arpionanti la corteccia,
è breve viaggio in cerca di abbandono,
essere d’altri vita trangugiata
in dolci cedimenti, ma la voglia
dello sciogliersi in briciole dolenti,
del lasciarsi finire bacio a bacio,
come fosse la morte in ogni morso
sfinito godimento, è voluttà,
fibra che sfalda, ansito d’amore
che squarcia e in nuova vita si compone.

Boulangerie (ph. Grattacaso)

Boulangerie (ph. Grattacaso)

A metà strada tra il ricettario di cucina e l’antologia poetica, Pane e Poesia nasce per contribuire a diffondere la sensibilità antispreco, offrendo uno spunto di riflessione su quanto il cibo, e in particolare il pane, alimento così simbolico. sia un tema sempre presente e vivo nell’ispirazione poetica, trattato qui dai poeti che hanno donato le loro poesie, come annota Vincenzo Guarracino “spezzando parole come pane, trattando cioè ognuno, alla propria maniera, il tema della fame e del soddisfacimento del bisogno primario dell’alimentazione con parole adeguate, su registri e da angoli visuali suoi propri e peculiari”.

La vendita di questo libro contribuisce a sostenere l’attività del Banco Alimentare della Lombardia Onlus per il suo servizio “Siticibo”, che attraverso volontari recupera le eccedenze di cibo fresco e cucinato per donarlo a strutture di carità e assistenza che aiutano i bisognosi.

Sono presenti nell’antologia, tra gli altri, Sandro Boccardi, Tiziano Broggiato, Franco Buffoni, Luigi Cannillo,  Emilio Coco, Michelangelo Coviello, Nino De Vita, Luigi Fontanella , Tomaso Kemeny, Vivian Lamarque,  Valerio Magrelli, Franco Manzoni, Giulia Niccolai, Alessandra Paganardi, Daniela Pericone, Alessandro Quattrone, Maria Pia Quintavalla, Alberto Toni.

Il libro verrà presentato a MILANO mercoledì 16 dicembre, Spazio Coviello, via Tadino 20, ore 18.30;
a COMO venerdì 18 dicembre, Sala “Turbina” c/o sede Espansione TV-Coop. Editoriale Lariana, via Sant’Abbondio 4, ore 18.30.

pane e posia copertina[1]

DAL CORPO ABITATO di Matteo Pelliti (Luca Sossella Editore)

Le case tendono a somigliare a chi vive al loro interno, assumono una forma che restituisce l’immagine e le abitudini di chi vi abita, o forse è chi si muove tra le loro pareti a trasformarsi, a divenire giorno dopo giorno parte dello spazio domestico, a entrare in sintonia con lo spirito del luogo. In ogni caso, gli oggetti, l’arredamento, le suppellettili anche le più insignificanti, per il solo fatto di essere parte di quel sistema compiuto che è la casa, la animano allo stesso modo delle persone, di cui condividono le esperienze, partecipando, si direbbe con trepidazione, agli eventi della vita. E’ anche per questo che lasciare l’abitazione in cui si è vissuti, trasferirsi altrove, affrontare un trasloco, comporta un periodo di tensione, un corpo a corpo con le cose, un lavorio angosciato sul passato che ci affatica e ci agita, a maggior ragione quando lo spostamento è conseguente alla fine di un rapporto, ad una frattura affettiva.

Matteo Pelliti nel suo bel libro di poesia Dal corpo abitato ci mette di fronte, fin dalla prima lirica, al dialogo che intercorre tra la casa, che quasi si modella intorno alle persone che la vivono, e chi la abita: “Le case sono corpi, armature aggiuntive, / non tane o ripari, ma organismi viventi autonomi, / che rivestono, come derma supplementare, / i loro abitanti. // Abitante e abitato diventano simultanei / riflessi, a volte di un’unica nevrosi, / l’uno per l’altro biunivoci: / abito una casa che mi abita, / come un ‘abito’ appunto”. 

Matteo Pelliti

Matteo Pelliti

I versi di Pelliti, in una lingua piana che sembra voglia evitare ogni sconfinamento lirico, in un tono mormorante e sommesso, indagano il rapporto tra “abitante e abitato”, seguono il gioco dei loro “simultanei riflessi”, soffermandosi su aspetti apparentemente insignificanti, che introducono invece, nella loro pur evidente ordinarietà, alla scoperta di legami profondi, di epifaniche manifestazioni. I luoghi familiari diventano così sede di una verità, che si rivela per segni minimi. Gli eventi casalinghi, sia pure nel loro procedere prevedibile, riconfermano l’imprevedibilità di ogni espressione della realtà. L’improvvisa scoperta avviene attraverso subitanei scarti linguistici, insospettati slittamenti di senso, cambi di prospettiva tra l’uno e l’altro campo semantico, tra l’ambiente in cui è collocata l’azione che si racconta nella poesia e un altro mondo, più o meno attiguo, che si manifesta inatteso eppure necessario dinanzi ai nostri occhi. Il percorso insomma è insieme piano e accidentato, e quasi svogliato si presenta il palesarsi di una nuova significazione, secondo una lingua poetica che sembra richiamarsi ai modelli di Umberto Fiori e Valerio Magrelli.

Nella poesia Mal di testa, il cattivo funzionamento dell’antenna televisiva sul tetto della casa, spinge il protagonista a cercare ogni tipo di soluzioni per venire incontro alle richieste della figlia: “Mi facevo antenna col corpo / e sintonizzavo il canale dei cartoni animati / stando vicino allo schermo, / poi una danza acrobatica intorno al video / per spostare gli stecchi di ferro / finché non si centrava la frequenza, / le bacchette da rabdomante per l’etere”. Ma arriva anche il giorno in cui ogni sforzo è inutile, la bimba consola suo padre, e questi conclude che “quando la casa ha mal di testa / la tv non si vede”.

Il poeta scopre, in seguito al trauma di una separazione coniugale e al conseguente tentativo di ricomporre, sia pure da single, il proprio rapporto con un nuovo ambiente domestico, le numerose e impreviste implicazioni che lo spazio casalingo contiene. Parlare della casa è anche il modo per affrontare le vicende private, per tentare di restituire all’esistenza un possibile equilibrio, che appare comunque un obiettivo solo desiderato, ma di fatto irrealizzabile. Il bisogno di fare ritorno verso un luogo rassicurante e riconoscibile diventa allora sogno, stralunato vagheggiamento (“Il lessico esoterico / degli annunci immobiliari: / altana, resede, vani / sogni parzialmente ammobiliati. // Piccoli lavori di ristrutturazione necessari, / postbellici”).

Lo sguardo sulle cose è ora malinconico, ora ironico, a tratti amaro o addirittura sprezzante, o ancora tenero e premuroso, quando ad essere al centro della scena è la piccola figlia, ma sempre animato da una volontà di esplorare questa “unica nevrosi” che unisce l’abitazione e i suoi abitanti, semmai a partire da piccole somiglianze anche solo di carattere lessicale, o attraverso il ribaltamento di ricorrenti luoghi comuni: “Riconvoco a vuoto / l’assemblea di condominio del sé, / finché non raggiungo i millesimi / per prendere le deliberazioni: / cresce l’erba in cortile, / piove dal tetto, / e le piastrelle si sono scheggiate”.

Matteo Pelliti, che è nato nel 1972 a Sarzana e vive a Pisa, ha esordito nel 2007 con il volume di poesie Versi ciclabili, ha pubblicato racconti e testi teatrali, anche in collaborazione con Simone Cristicchi, presente in Dal corpo abitato in qualità di lettore di alcune poesie, nel Cd che accompagna il libro edito da Luca Sossella. Il volume è corredato dalle illustrazioni di Guido Scarabottolo.