L’OMBRA DI CHI PASSA di Alessandro Quattrone (Puntoacapo)

L’editoria di poesia vive ormai da decenni in una condizione di sospensione, uno stato vegetativo da cui sembra impossibile riemergere. Non essendo neppure più considerata fiore all’occhiello per le case editrici, che potevano così giustificare scelte su altri versanti assolutamente commerciali, non supportata da nessuna forma di promozione, finisce per sottostare a scelte determinate da decisioni di basso profilo, se non addirittura prive di senso. Ne fanno le spese libri di notevole livello, cui viene offerta la possibilità di affrontare il pubblico, quello beninteso ridottissimo del caso, solo grazie alla presenza coraggiosa di piccole case editrici specializzate, che si barcamenano tra mille difficoltà, tra cui quella di non essere in grado di garantire una distribuzione adeguata, attività peraltro non sostenuta, nel caso della poesia, nemmeno dalle grandi case.

La premessa vale a raccomandare attenzione verso le proposte di un agguerrito gruppo di editori di poesia e a introdurre il discorso relativo al nuovo libro di versi di Alessandro Quattrone, L’ombra di chi passa, edito da Puntoacapo. Si tratta infatti di un volume che raccoglie liriche di grande intensità, degne di arrivare a un pubblico vasto, se non altro per il rifiuto di muoversi all’interno di un panorama asfitticamente introspettivo, paesaggio spesso frequentato dalla produzione poetica italiana degli ultimi anni. La poesia di Quattrone risolve la complessità del pensiero, la ricerca di un oltre sempre imperscrutabile e perciò destinato ad essere costantemente cercato, l’apparente banalità di un quotidiano che in effetti nasconde mille insidie e innumerevoli domande, in un dettato chiaro ed accessibile, che invita il lettore a una relazione, apparentemente fondata su presupposti scontati, ma che presto si snoda in riflessioni che costringono ad un’ottica inconsueta e frastornante. NATURA-MORTA-DI-GIORGIO-MORANDI_2

Alessandro Quattrone è nato nel 1958 a Reggio Calabria e vive da tempo a Como, dove insegna. Il suo primo libro di poesia, Interrogare la pioggia, risale al 1984; al volume d’esordio fece seguito nel 1993 Passeggiate e inseguimenti. Dopo un lungo silenzio poetico, puntellato da varie traduzioni e dalla pubblicazione di un romanzo, nel 2013 ha dato alle stampe la raccolta Prove di lontananza.

Il mondo che si delinea in L’ombra di chi passa è limitato a un territorio circoscritto, popolato di oggetti, di piante, di animali, soprattutto di insetti, riconoscibili e familiari. La zanzara, la mosca, la cimice, la formica, il passero sembrano costringere autore e lettore a limitare lo sguardo agli immediati dintorni, si pongono come un freno perché il passo non ardisca verso paesaggi insoliti. Eppure i versi svoltano presto verso verità inaspettate, soluzioni penetranti e impreviste. Il conosciuto serve da ancora che tenga al riparo da possibili scivolamenti, si propone come una prospettiva agognata, ma in effetti irrealizzabile, come è detto già nella lirica che apre il volume: “Sapessimo imitare la saggezza / delle cose ferme al loro posto / da mesi o da decenni, / noi anime in continuo movimento / senza una terra né un giardino / dove obbedire muti alle stagioni, / sapessimo restare immobili / come quadri appesi alle pareti, / con i nostri colori che chiedono solo / di avere una forma e una cornice”.

Gli insetti devono al loro essere piccoli e alla brevità della vita il raggiungimento di una beata consapevolezza senza aspettative, che li libera dalle incertezze relative al futuro e dalle domande sul proprio stato. Così la pioggia che cade inesausta cancella rumori e voci nella strada, “ma risparmia il suono impazzito / della cimice che si sa mortale”. Del resto anche l’uomo è un essere piccolissimo di fronte ai grandi accadimenti della natura e ai suoi numeri, anche l’uomo nella sua ricerca infinita sembra alternare “silenzio e ronzio, sbattendo / contro il soffitto e le pareti”, ma la sua condanna è continuare a credere che sia possibile il futuro e che il passato sia veramente custodito da qualche parte. Ed è per questo che il piccolo essere umano non riesce a trovare una collocazione che lo soddisfi, un posto nel quale sentirsi veramente a casa: “Guardando questa immensa trasparenza / non sappiamo se è il nulla o la pienezza / che amiamo, e rimaniamo a lungo incerti / fra vertigine e equilibrio”.

La realtà, proprio quando si presenta ordinata e precisa, appare minacciosa, perché ci mette di fronte alla nostra volontà di dare un senso al mondo, di comporre in un disegno nitido e preciso i pezzi frammentati dell’esistenza, per scoprire che c’è sempre qualcosa che non torna, un particolare che rimette tutto in discussione: “La cucina pulita ci minaccia / con i suoi silenzi di bottiglie vuote, / con i suoi mormorii di uva bianca, / con la tranquillità irrimediabile / di un calendario scaduto”.

E’ possibile recuperare momenti di pienezza, di soddisfatta autenticità, solo a costo di credere che la felicità sia esercizio passeggero e che essa risieda in avvenimenti minimi, nel precario benessere di un attimo di equilibrio. Chi però, anche se solo per un momento, anche se solo per “miracolo, magia, fantasia”, ha raggiunto una comprensione, sia pure del tutto parziale, della nostra vicenda nel mondo, non può che guardare agli altri, secondo un modello che arriva a Quattrone da Sbarbaro e Montale, come a ombre, a una folla di “appestati incosapevoli” (“una compagnia di strani condannati sorridenti” li chiamava il poeta di Pianissimo; “gli uomini che non si voltano”, “l’altre ombre che scantonano” scriveva Montale): “Quanto azzurro allegro d’ombre / intermittenti sulla sponda del lago: / è solo un intervallo, questo, / solo una breve pausa lirica / nel trascorrere di un cammino epico. / Una folla vagante di appestati / inconsapevoli, colmi di storia / e di giudizi, ci trascorre accanto. / Tutti possessori di porzioni / di aria, di acqua, di nuvole”.

(pubblicato sulla rivista online Succedeoggi)

 

 

Fogli Volanti a Siena

                                                                                                                           Fogli volanti Fo

Venerdì 26 giugno alle ore 18.30 alla libreria Einaudito di Siena sono di scena i Fogli Volanti, le raffinate edizioni d’arte di Margherita Cassani e Daniela Denti. I Fogli nascono a partire dalle sollecitazioni dei versi dei poeti. Insieme ad Alessandro Fo leggeremo le nostre poesie e parleremo dei nostri libri.

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Pin e Calvino all’esame per diventare grandi

Pin è un ragazzino, che vive in una zona di confine tra l’infanzia e il mondo degli adulti. E’ ancora attratto dalle fiabe, anzi crede che le “storie di uomini e donne nei letti e di uomini ammazzati o messi in prigione”, le storie insomma che ha sentito raccontare dagli adulti in un periodo così intriso di realtà, e insieme così ricco di fascino avventuroso, qual è quello in cui vive, siano in effetti “specie di fiabe che i grandi si raccontano tra loro”.

Il brano scelto per l’analisi del testo della prova di italiano dell’esame di Stato 2015 è ricco di suggestioni e riesce a parlare direttamente al mondo degli adolescenti, che dovrebbero in parte riconoscersi nella “nebbia di solitudine” che si condensa nel petto del protagonista de Il sentiero dei nidi di ragno, nella sua voglia di sentirsi grande e nella paura ad un tempo di affrontare il mondo degli adulti che è pur sempre respingente.

Un fotogramma del film "Sciuscià" di Vittorio De Sica

Un fotogramma del film “Sciuscià” di Vittorio De Sica

I ragazzi non vogliono bene a Pin”, perché Pin “è l’amico dei grandi”, a cui “sa dire cose che li fanno ridere e arrabbiare”. Pin potrebbe rifugiarsi dunque tra gli adulti, ma questi “pure gli voltano la schiena”, sono anche loro “incomprensibili e distanti per lui come per gli altri ragazzi”.

E’ questa in fondo l’adolescenza, la terra di mezzo in cui è possibile sentirsi soli anche in compagnia di tanta gente, in quanto si comunica attraverso una lingua che non può essere più compresa dai bambini, perché non è più quella dell’infanzia che fa a meno della realtà o la distorce profondamente, ma che non riesce nemmeno a parlare ai grandi, perché questi non sono più disposti a credere che le parole generino la realtà e non viceversa.

Ma c’è di più. Pin, che ancora crede che i racconti degli adulti per descrivere la realtà siano “specie di fiabe”, è come lo scrittore Calvino (ma in fin dei conti è forse come ogni scrittore) che per raccontare le vicende della Resistenza deve in qualche modo sospenderle in un alone fantastico e fiabesco. Per narrare la realtà insomma bisogna essere un po’ adolescenti, avvertire il peso degli avvenimenti che quotidianamente ci aggrediscono, partecipare al gioco di vita e di morte che segna le giornate, ma anche, come vorrebbe fare Pin una volta entrato “nell’osteria fumosa e viola”, luogo deputato al raduno degli uomini adulti, dire “cose oscene, improperi mai uditi”, cioè parlare la lingua dei grandi, ma anche cantare “canzoni commoventi, struggendosi fino a piangere e a farli piangere” e inventare “scherzi e smorfie così nuove da ubriacarsi di risate”.

Insomma Pin vuole tentare di essere adulto senza cessare di comportarsi come un bambino. L’ultimo passaggio del brano scelto per l’esame di Stato è anche un’anticipazione di quella che sarà la narrativa di Calvino. E in fondo è una descrizione di quello che è la letteratura: cose oscene, canzoni, scherzi e smorfie.

La brutta scuola

L’ampia sollevazione degli insegnanti contro l’ipotesi di riforma della scuola voluta dal governo, al di là del comprensibile malcontento che dà origine alla protesta, nasconde un atteggiamento di chiusura contro ogni possibile cambiamento, la volontà di conservazione di un modo di operare a cui si è in qualche modo abituati e che tranquillizza. La forte opposizione alla proposta di conferire ai presidi maggiore potere attraverso la possibilità di scegliere gli insegnanti da inserire nel proprio istituto e dunque di valutarne il lavoro, in effetti dissimula la propensione a volere che nessuno giudichi l’azione degli insegnanti e che non si parli di differenze tra l’uno e l’altro docente. Infatti, di fronte alla possibilità che il preside non agisca da solo, ma con l’ausilio di collaboratori, di genitori e studenti – i rappresentanti cioè dell’utenza della scuola – il coro si solleva ancora più alto e minaccioso. Insomma, il messaggio è chiaro: nessuno può valutare il lavoro di chi insegna se non gli insegnanti stessi. 

Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) tra i banchi di scuola nel film "I 400 colpi" di Truffaut

Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) tra i banchi di scuola nel film “I 400 colpi” di Truffaut

Che sia però necessario un cambiamento profondo è sotto gli occhi di tutti, e soprattutto delle famiglie, a cui per ora nessuno ha chiesto un parere sulla riforma. La nostra è una scuola seria, certamente, ma vetusta, poco incline a rapportarsi alla realtà e ai problemi che il nostro tempo impone. Verrebbe da dire che la scuola si rispecchia negli edifici in cui solitamente è ospitata: nobili palazzi, un tempo di pregio, conventi, seminari, collegi, costruiti qualche secolo fa, una volta segni eleganti di un mondo tendente alla conservazione, ora adattati con notevoli sforzi al mutare della vita, ma ormai incapaci di essere al passo con i tempi. Ci siamo abituati all’idea che professori e studenti debbano muovere i passi su pavimenti di inusitata bruttezza, che le pareti delle aule non possano che dare l’idea di sciatta noncuranza, che le tende alle finestre, quando ci sono (per fortuna quasi mai!), somiglino a panni lavati anni fa e poi dimenticati al sole ad asciugare. Allo stesso modo ci siamo ormai assuefatti ad un modello che prevede che i programmi siano immutabili e validi in ogni dove, che le lezioni debbano avere le stesse caratteristiche di quelle che ci annoiavano quando eravamo studenti, che anzi la noia sia indispensabile all’apprendimento, così come siamo certi che sia necessario continuamente misurare quanto gli alunni stanno apprendendo. Non abbiamo nessuna intenzione di liberarci dalla convinzione che la serietà della scuola si evinca dal numero di ore che gli alunni dedicano allo studio a casa, mentre forse sarebbe opportuno impiegare diversamente il tempo trascorso a scuola, durante il quale gli studenti sono solitamente poco attivi. Allo stesso modo non sono pochi i professori che ancora credono che siano i brutti voti a decretare la serietà dell’insegnamento e che il piacere di studiare sia sinonimo di cattivo funzionamento dell’istituzione. Spesso degli alunni viene premiato l’atteggiamento passivo, l’assenso assente di chi non dà problemi, ma non offre nemmeno soluzioni, né alcun contributo a rendere più viva la lezione.

La scuola dunque sembra essere chiusa in se stessa, poco propensa ad accettare il confronto con l’esterno, sicuramente insofferente di fronte alle richieste che arrivano dal mondo, da quello del lavoro, come dalle famiglie. Vale la pena di aggiungere che una scuola che dialoga sempre meno con la vita è una brutta scuola.

Per andare avanti, per confrontarci con quello che avviene in buona parte dei paesi europei, è necessario cambiare e farlo radicalmente. Ha scritto qualche giorno fa sul Corriere della Sera Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica Istruzione, autore di una riforma allora boicottata e resa in parte inoffensiva, “oggi, nel secolo XXI, la scuola non solo deve formare la mente al rigore ma deve attrarre, deve presentarsi capace di far faticare nello studio, inesorabilmente, ma anche di suscitare gioia, emozione, di stimolare la creatività. Superare il monopolio del logocentrismo significa dare altrettanto spazio all’arte, all’espressività di ciascuno, al sogno, alla speranza”.

Senza creatività, espressività dei singoli, senza sogni e senza speranze non c’è scuola che funzioni. Senza bellezza, ed educazione alla bellezza, non c’è scuola. Bisognerebbe forse ripartire da qui.

NOTIZIE DEL MONDO di Philip Levine (Mondadori)

Immergersi nella lettura dello straordinario libro di poesie che è Notizie del mondo di Philip Levine, recentemente pubblicato nella collana Lo Specchio di Mondadori, è come fare un viaggio nell’irrazionalità dell’esistenza: si scoprono luoghi e avvenimenti a tratti meravigliosi, in altri casi terribili, comunque sempre sorprendenti e degni di essere raccontati, che dicono che la vita procede a tentoni, prende strade impreviste e senza senso, e proprio questa assurdità in fondo è la ragione del suo fascino e della sua oscura necessità. A conforto di questa osservazione valga la vicenda descritta nella poesia Giorni in biblioteca, nella quale il protagonista, confortato dalla luce del sole “che scendeva a fiumi dalle alte finestre”, si lascia andare a una confessione che nasconde anche una sussurrata dichiarazione di poetica: “Scelsi per prima una copia vergine de L’idiota / di Dostoevskij, ogni pagina del quale mi confermava / l’irrazionalità dell’esistenza”. Levine posa sugli eventi grandi e piccoli della vita il suo sguardo partecipe e pacato, nel tentativo di ricostruire il passato che dà sostanza alle sue notizie del mondo, per scoprire che è del tutto inutile cercare di dare un ordine agli avvenimenti. Le storie, che provengono da un tempo più o meno remoto, ritornano come schegge vaganti, avanzi di una realtà refrattaria a modellarsi in una composizione coerente.

Philip Levine è morto da un paio di mesi. Figlio di immigrati russi ebrei, era nato a Detroit nel 1928 e aveva cominciato a lavorare nelle fabbriche di auto all’età di 14 anni. Notizie dal mondo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2009, è il suo ultimo libro. Il mondo operaio, la difficile condizione di chi lavora per sopravvivere, come lo zio che viene colto “mentre chino sul mestiere sbagliato / nel posto sbagliato faceva il proprio ingresso / nell’epica non scritta del tedio”, affiorano nei ricordi del poeta, così come riemergono le vite umili e spesso infelici di uomini e donne che non hanno voce, destinati a sparire senza lasciare altra traccia che non sia quella rappresentata dalla loro presenza nei versi di Levine. 

Philip Levine

Philip Levine

Il verso di forte respiro narrativo che caratterizza queste poesie non cerca di ricostruire il passato attribuendogli solennità, né è orientato ad offrire un affresco realistico di una società marginale e depressa. Il viaggio nella memoria, che è anche ricostruzione di una geografia privata che spazia da Detroit a Cuba, dal Baltico delle memorie familiari al Portogallo, procede a sbalzi, con improvvise ellissi e con scarti inattesi, che rendono frammentaria e parziale la ricostruzione dei singoli avvenimenti. Delle vite delle persone che con il poeta hanno condiviso un pezzo di esistenza, o di quelle appena conosciute, è impossibile ricostruire le ragioni che hanno portato a scelte spesso insensate o sapere dove le ha condotte in seguito il destino. Anzi i segmenti che riaffiorano dimostrano come la realtà si sistemi in una composizione traballante e dissennata. Dal movimento a ritroso nel tempo nasce una sorta di commovente Spoon River, un cimitero dove non ci sono defunti a ricordare la propria esistenza passata, ma uomini colti in un attimo lieve e indeterminato della propria vita presente, lasciati come sospesi a chiedersi e a chiederci il senso delle azioni compiute e più in generale della loro e della nostra presenza nel mondo.

Del resto la memoria, già di per sé incapace di ricostruire con precisione il passato, non può che prendere atto che il trascorrere del tempo trasforma o cancella esseri viventi e cose, come è ovvio. La poesia di Levine tramuta questa condanna in meraviglia, conduce lo sconcerto a divenire nostalgia e grazia. Così nella poesia Ritorno a casa (la raccolta è tradotta da Giuseppe Strazzeri): “Un vero posto nella vera città / dove tutti siamo cresciuti. Ci passiamo accanto tu ed io / sulla strada di scuola o tornando a casa / dopo il lavoro. E’ dove sorgeva la vecchia casa / un tempo, i grandi occhi spalancati notte e giorno, / rimpiazzata dal nulla. Potresti definirlo un lotto vacante / ma vuoto non è. Iris selvatici in aprile, / come una spuma di bianchi fiori di pizzo che Mamma chiamava / cicoria selvatica, e ancora euforbia, segale, ginestra, / in autunno la seconda fioritura del rabarbaro / che nessuno raccoglie, una lunga trincea / adatta alla guerra e un tempo disseminata / delle travi rimaste dalla prima casa / crollata proprio qui”. La poesia si conclude con l’apparizione di una figura femminile e con l’amara e ironica costatazione dell’impossibilità di una soluzione che offra un riparo dall’inconcludenza del vivere: “Nella casa / che una volta qui sorgeva, si è levata un’ombra / per dare spazio al giorno, un ricordo di donna / quasi prende forma mentre lei resta / pietrificata alla finestra. Se stiamo zitti / potremmo forse udire qualcosa di vivo / muoversi lungo i vicoli polverosi / o nei giardinetti abbandonati, qualche / cosa lasciata alle spalle, lo spirito del luogo / che ci dà il benvenuto, se il luogo uno spirito l’avesse”.

I piani temporali si confondono e si sovrappongono offrendo al lettore illuminazioni improvvise, così come gli sparuti dialoghi inseriti nelle narrazioni possono aprire squarci sul nulla che avvolge i personaggi, subito disposti però a rientrare in una quotidianità che li affascina e li tramortisce, nell’irrazionalità che si riversa cupa e inevitabile sulle azioni. Nella poesia Dell’amore e altri disastri “l’operatore di presse del Nord / incontrò l’assemblatrice del West Virginia / in un bar vicino allo stadio”. A un certo punto la donna fa scivolare il discorso sulle proprie mani e sui solchi profondi scavati dal lavoro sulle palme. “ ‘La linea della vita’ / disse lui ‘qual è?’ ‘Nessuna’ / rispose lei e lui notò che aveva occhi / nocciola disseminati di pagliuzze / d’oro, e poi – imbarazzato – tornò / a guardarle la mano”. Poi lei gli pulisce gli occhiali e lui non riesce a vedere niente di diverso da prima. “E pensò ‘Meglio / filarsela prima che sia troppo tardi’, ma / sospettò che troppo tardi era ciò che desiderava”.

(pubblicato su succedeoggi.it)

 

 

ORIGINI di Giancarlo Pontiggia (Interlinea Edizioni)

La poesia di Giancarlo Pontiggia è costantemente tesa alla formulazione di un dettato preciso e nitido, alla traduzione del pensiero, anche quando questo comporti un forte sentimento di inquietudine, una profonda apprensione, in un ritmo pacato e fortemente controllato. Fin dagli esordi, avvenuti negli anni Settanta sulle pagine della rivista Niebo e all’interno della fortunata antologia La parola innamorata, da lui stesso curata insieme ad Enzo Di Mauro, il poeta milanese si muove con rigore alla ricerca di un’armonia che possa riferire senza falsità consolatorie, ma anche senza proclami, il senso della precarietà e del fascino instabile dell’esistenza, che sappia risolvere in trasparenza le zone oscure che aggrediscono affetti e azioni.

Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia

Il primo volume di versi di Pontiggia, Con parole remote, risale al 1998, quindi oltre venti anni dopo le prime pubblicazioni su rivista, a testimonianza di un procedere severo ed esigente, di una disciplina sempre estremamente scrupolosa, così come della tenace volontà di non accondiscendere alle richieste di una realtà, quale è quella in cui viviamo, che tutto vorrebbe consumare in fretta. Questa cura nel costruire un’espressione equilibrata e puntuale deriva in buona parte dalla ininterrotta consuetudine con i classici latini e greci, di cui Pontiggia è assiduo frequentatore. Le due raccolte finora pubblicate (il secondo libro di versi, Bosco del tempo, risale al 2005) e i versi stampati in varie plaquettes, entrano ora a far parte di un volume edito da Interlinea Edizioni. Origini si avvale di uno scritto introduttivo di Carlo Sini e dei contributi critici di Roberta Bertozzi, Massimo Morasso, Daniele Piccini, Massimo Raffaelli.

Il movimento armonico che caratterizza i versi di Pontiggia, il respiro mai affannato eppure continuamente aggredito dal male che segna la condizione umana, sembrano volere reagire con la loro ferma dizione classica, al turbamento provocato dallo scorrere inesorabile del tempo. Insomma di fronte a provvisorietà e incertezza, che costituiscono l’inevitabile palcoscenico su cui siamo costretti ad agire, la poesia risponde avanzando in modo fermo e tranquillo. Scrive Pontiggia, in una breve lirica dal sapore epigrammatico: “O rime, o troppo schive, / io torno a voi in questo / evo buio che delira: siete / il vino che non mente, e la fiamma / che brucia, nella fredda mattina”.

Le poesie si concentrano spesso, in maniera quasi ossessiva, sul tema del tempo, che tutto appunto cancella, l’uomo prima ancora che le sue opere, destinate comunque in parte a sopravvivergli: “E leggi che durare possono / le cose che non hanno vita, / e tu muori, // e questi versi, che altri un giorno / leggeranno, durano più di te, / e tu non duri, / e li hai fatti // e in queste stanze / dove tante ore hai / dormito, altri / ci dormiranno: e così poco / è la vita, // che un verso, un muro, un letto / sono più lunghi di te, / erano prima, e sono dopo / di te”.

Del resto nemmeno la memoria è capace di conservare intatte le impressioni e le vicende passate (“niente rammentiamo / di più che una scialba sagoma, / un cielo di cartone”), anche se a tratti qualcosa risorge improvvisamente e in maniera quasi inaspettata, e produce “i vermigli tremori, acquazzoni / di una festante vita”, ma è conquista di un momento, poi il ricordo “strugge, come lo scricchio / del gelo che si scioglie, o come / il chiuso bocciolo della gemma, sul quale / la stagione incide il suo / imperioso sigillo”.

La poesia di Pontiggia è spesso dunque un tornare appunto alle origini: le proprie personali, degli anni dell’infanzia e della giovinezza, e quelle culturali, rappresentate dalla grande tradizione della poesia classica. Ma il viaggio a ritroso non produce sicurezze, anzi è fonte di smarrimento. La vicenda biografica lascia intravedere l’ipotesi irrealizzata di una vita diversa, lontana, insieme inaccessibile e necessaria. La rivisitazione della poesia latina e greca mette a fuoco per contrasto l’angoscioso, perché appunto frammentario e vano, paesaggio del presente: “Passano, i giorni, / in un ostinato pressappoco: erra / l’anima, / disdegnosa del troppo // poco”.

La poesia di Origini si interroga sui grandi temi dell’esistenza, che generano sconcerto e senso di fragilità, sempre declinando il tormento in un dettato chiaro. Del resto lo stesso Pontiggia, in una intervista concessa nel 2011 a Francesco Napoli, ora raccolta da La Vita Felice nel volume, anche esso edito recentemente, Undici dialoghi sulla poesia, afferma: “Quel che più mi preme, dopo tanti anni segnati dall’egemonia di una poesia ardua, spesso illeggibile – sia essa di provenienza simbolista, cifrata e misteriosa, sia di provenienza sperimentalistica, aperta al potere incontrastato, e inconscio, della lingua – è che il lettore possa muoversi dentro quel mondo come un ospite invocato, non come un estraneo da lasciar fuori sulla soglia, o cui si imponga di avventurarsi in un mondo indecifrabile. Selvosa e indistricabile sarà la materia, a volte la lingua stessa, se l’ispirazione lo richiede: ma la forma complessiva deve giungere – è questo il compito retorico del poeta – a una sua completa limpidezza”.

Che è modalità, viene fatto di aggiungere, propria dei classici.

La traduzione secondo Magrelli

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Il poeta Valerio Magrelli

Giovedì 16 aprile alle ore 18.00 alla libreria Lo Spazio di via dell’Ospizio a Pistoia introduco l’intervento di Valerio Magrelli dal titolo La traduzione e gli aggregati sfarfallanti. Si tratta del primo appuntamento del ciclo Teste a fronte, tre lezioni sul tradurre.
Valerio Magrelli, tra i massimi poeti italiani, ordinario di Letteratura Francese all’Università di Cassino, riassume così il senso dell’incontro: “E’ possibile provare a tracciare una piccola fenomenologia della traduzione? Partendo da alcune indicazioni di Benvenuto Terracini, la mia relazione tenterà di affrontare alcuni spunti relativi alla modalità in cui si articola l’atto tradduttorio nel suo momento seminale”.

Teste a fronte è un ciclo dedicato al tema della traduzione letteraria. Gli incontri, aperti agli amanti della letteratura, ai curiosi del mestiere del traduttore, affronteranno temi utili anche per chi voglia intraprendere la professione di traduttore, rispondendo a domande fondamentali. Ogni lezione sarà anche l’occasione per avvicinare i testi letterari di grandi autori stranieri con l’aiuto e la testimonianza di chi si è confrontato in maniera così stretta con loro e che per questo può suggerire spunti di riflessione su come affrontare, in maniera più competente, la lettura di un testo, ma anche dare indicazioni sulla cifra stilistica degli autori e sulle scelte interpretative che si trova ad operare. Lettori per eccellenza, i traduttori potranno svelarci tutti i risvolti, la complessità e la ricchezza, la profondità e l’inventiva dei testi che di volta in volta hanno affrontato.

Il progetto è a cura di Massimo Bucciantini.

Questo è il calendario degli appuntamenti:

giovedi 16 aprile 2015, ore 18
Valerio Magrelli:
La traduzione e gli aggregati sfarfallanti.
Introduce Giuseppe Grattacaso

martedi 5 maggio 2015, ore 18
Matteo Colombo:
Un nuovo giovane Holden,
fra J. D. Salinger, Adriana Motti e sessant’anni di appassionati lettori.
Introduce Massimo Bucciantini

mercoledi 20 maggio 2015, ore 18
Ilide Carmignani:
Tradurre Roberto Bolaño o di come catturare draghi e travestirli da lepri.
Introduce Martino Baldi

Le meravigliose camere di Elisabetta Scarpini

Le Wunderkammer erano stanze in cui, a partire dal Cinquecento e per tutto il Seicento, venivano raccolte mirabilia, oggetti esotici o di forme stranissime, o ancora prodotti originali fino all’eccesso creati da artigiani abilissimi, animali a due teste, rettili provenienti da luoghi lontani, uccelli sconosciuti. Erano insomma un luogo delle meraviglie, una camera delle curiosità, nella quale guardarsi attorno con stupore e che doveva appunto destare meraviglia nel visitatore. Le pareti erano in gran parte coperte da mensole e ripiani, sui quali poggiavano, allineati in disposizione all’apparenza casuale, i pezzi eccentrici di collezioni stravaganti e disordinate. Si trattava di raccolte di cose e reperti stravaganti, una sorta di prima idea di quelli che poi saranno i musei, dei quali però non possedevano la disposizione sistematica, né tantomeno il rigore. E’ normale che queste fiere dello straordinario trovassero ampio favore nel secolo del Barocco. 

Una Wunderkammer di Elisabetta Scarpini

Una Wunderkammer di Elisabetta Scarpini

Elisabetta Scarpini dedica alle Wunderkammer una mostra già ospitata nella libreria Fahrenheit 451 di Campo de’ Fiori a Roma e prima ancora presso Le Salon by Thé des Écrivains di Parigi, e che approda ora a Lisbona, dall’8 al 18 aprile presso la Livreria Ler Devagar, nel quartiere dell’Alcântara.

Le camere delle meraviglie della Scarpini sono fotografie che ritraggono composizioni realizzate dalla stessa artista, in cui libri, oggetti del quotidiano, piccole suppellettili, verdure e piante immediatamente riconoscibili nella loro familiarità, si sistemano in un ordine inconsueto e sorprendente, dando luogo a insospettabili parentele, a legami che, così come nell’arte barocca, si strutturano in forme di equilibrio precario eppure in qualche modo necessario.

Le Wunderkammer diventano degli spazi, innanzitutto mentali e culturali, dove vengono a condensarsi, come nei sogni, frammenti provenienti dalla vita quotidiana più prossima così come da lontani eventi rimossi. Sono nature morte del meraviglioso ridotte a fotografie, formate da brandelli che risalgono all’epoca remota della storia individuale e da lacerti della banalità e della consuetudine a cui ci costringe il presente. In esse convivono, suggerendo, peraltro senza mai dichiararla, una ragione che spieghi la loro coesistenza, presenze strambe e personaggi familiari.

Il rapporto tra i diversi materiali che compongono la scena (perché pur sempre di un teatrino bizzarro si tratta, di una scenografia che rimanda all’assurdo compiersi delle vite in una intelaiatura troppo spesso singolare) può essere rassicurante o generare inquietudine, ma è sempre il segno di una realtà che, pure nella bidimensionalità dell’oggetto fotografico, cambia repentinamente di segno e genera nuove prospettive.

La volontà di esporre le opere in librerie è una scelta felice, visto che gli oggetti più presenti nelle Wunderkammer della Scarpini sono appunto i libri. Nelle parole della letteratura, ma soprattutto della poesia diremmo a scorrere i volumi presenti nelle fotografie, c’è la vita e l’arte, così come è presente l’ostinarsi dell’una e dell’altra a offrire un equilibrio e un senso a schegge spesso vaganti, a oggetti, sentimenti, emozioni, eventi dell’esistenza che si combinano in fogge strampalate, in audaci diagrammi che pure da qualche parte devono avere una loro spiegazione. Per Mauro Pompei, che firma lo scritto di presentazione del catalogo della mostra, si tratta di una “molteplicità che si ripiega e si spiega, e che sta a noi, alla nostra capacità di pensarla, tentare nuovamente di dispiegare”.

(pubblicato su www.succedeoggi.it)

CALIFIA di Stefano Bortolussi (Jaca Book)

Esiste davvero la California? O piuttosto l’estremo lembo di terra verso Occidente è prevalentemente un luogo mentale, approdo immaginato e mitico di ogni viaggio che punti verso Occidente? Nel recente libro di versi di Stefano Bortolussi, la California, palcoscenico che fa da sfondo all’azione di ogni poesia del volume, appare tanto più reale proprio quando meno si delinea in paesaggio concreto. Essa è insieme spazio fisico preciso e dimensione vagheggiata, presenza immediata e approdo favoloso, scoperta e desiderio. Non a caso il libro, edito da Jaca Book, ha titolo Califia, che è il nome che Hernan Cortés attribuì alla striscia di terra in cui era approdato, quella che sarà poi appunto la California, e che aveva creduto un’isola, ricavando l’appellativo dalla leggendaria regina di un popolo di sole donne di una altrettanto leggendaria isola dell’Oceano Indiano.

Stefano Bortolussi in compagnia di Lawrence Ferlinghetti

Stefano Bortolussi in compagnia di Lawrence Ferlinghetti

Insomma la California di Bortolussi è innanzitutto luogo di un’epopea mitologica, in cui si fondono elementi individuali e collettivi, e dove i richiami a Nettuno, al Minotauro, ad Apollo, a Mnemosine e alle Muse sue figlie si completano e si fondono con i riferimenti, anch’essi a loro modo favolosi e mitici, a Robert Mitchum nei panni di Marlowe, ai protagonisti della musica della West Coast degli anni Sessanta e Settanta, a cominciare da David Crosby, Neil Young e Joni Mitchell, a Jack Kerouac alla ricerca della pace interiore a Big Sur, al regista Billy Wilder, alle bande spettrali di Apache e Comanche che attraversano senza pace le immense praterie.
Del resto Bortolussi ci mette sull’avviso già in una delle poesie di esordio del libro: “Mi è sempre stata mito, questa lingua / di terra occidentale”, per poi chiarire che il “regno perduto di Califia” è “schermo non più solo di me stesso, / panorama del nuovo, del mondo immaginato, / Olimpo più verde e digradante, / non fiero e punitivo come l’altro ma più numinoso / perché vicino, esposto all’occhio, quasi al tatto”.
Califia è luogo reale, con i suoi paesaggi quotidiani e le azioni e i personaggi del vivere comune, ma è anche la proiezione di un paradiso costituito da gloriose epopee, racconto prima ancora che avvenimento, presenza che genera nostalgia, il sentimento del rimpianto di qualcosa che nel momento stesso in cui accade è già fonte di desiderio. “Non c’è risposta, / oppure la ragione è troppo semplice e accarezza / le pietre arancioni del Rocky Peack Park, / dove molti hanno girato l’epopea di questa terra / e di altre uguali a questa, nel technicolor / che ridipinge ogni giorno la scena di Rio Bravo / su sui respira e vive la nostalgia di un qui / che non può che essere un altrove”.
Califia è anche un libro sul viaggio che non trova mai possibilità di raggiungere la meta, sulla lunga marcia verso un Occidente, che è sede di una cultura che tende continuamente a spostare in avanti la linea di frontiera, il punto di approdo: “non ci sarà nessuno a dirmi che è impossibile / o anche solo a suggerire che è improbabile / – perché come mi ha dettato questa terra, / come di questa terra hanno scritto i suoi poeti, / io sarò il viaggio, il viaggio sarà me”.
Stefano Bortolussi, traduttore di alcuni dei principali narratori anglo-americani (James Ellroy, John Irving, Stephen King, ad esempio), è al suo terzo libro di versi, ed ha pubblicato tre romanzi, il primo dei quali (Head Above Water, City Lights 2003) edito negli Stati Uniti, prima ancora che in Italia. Nella sua poesia è avvertibile l’influenza della cultura statunitense oltre che nei contenuti anche nel respiro della versificazione, che tende a una prosodia di intonazione epica, al racconto in versi che addolcisce la narrazione scivolando verso improvvisi accenti lirici. E’ una poesia che sceglie con decisione un’ascendenza dalla tradizione letteraria di matrice anglosassone, risale fino a Walt Whitman e risente della lezione del caribico di lingua inglese Derek Walcott. In questo modo Bortolussi perviene, come suggerisce Roberto Mussapi nella quarta di copertina, a “un respiro internazionale, una versificazione pacata e ardente, ventosa e narrante”.

(Pubblicato su succedeoggi.it)

Leopardi, zibaldone per internauti

Antonio Prete, nel presentare al Gabinetto Vieusseux di Firenze una nuova edizione tematica dello Zibaldone leopardiano, condotta sugli indici del poeta e amorevolmente curata da Fabiana Cacciapuoti per l’editore Donzelli, ricorda una lettera al giovane Charles Lebreton, scritta da Napoli nel giugno del 1836. Precisa affettuosamente Leopardi al diciottenne allievo di De Sinner, che malgré le titre magnifique d’opere que mon libraire a cru devoir donner à son recueil, je n’ai jamais fait d’ouvrage, j’ai fait seulement des essais en comptant toujours préluder

Elio Germano è Leopardi nel film “Il giovane favoloso”

L’editore in questione è Saverio Starita, poi costretto a interrompere la pubblicazione delle Opere al secondo volume per problemi con la censura. E’ singolare e di grande rilevanza che il poeta recanatese pensi alla sua produzione in versi e in prosa, che a quel punto della sua vita, a un anno esatto dalla morte, già contiene quasi tutto quello che noi conosciamo, come a qualcosa di incompiuto, anzi come a degli assaggi, nella speranza che essa possa essere preludio di qualcosa evidentemente ancora da scrivere.

Prete ha sottolineato come si tratti di un’affermazione che contiene una concezione assolutamente moderna dell’opera d’arte. Leopardi sembra dire che chi scrive deve fare i conti con l’impossibilità di dire qualcosa di definitivo, di sentire risolto il suo percorso di autore. Nell’Ottocento che crede fortemente che ogni opera debba possedere caratteri di compiutezza e di realizzazione, si tratta di una dichiarazione, verrebbe da dire “di poetica”, originale e moderna, che solo nel secolo successivo sarà messa in atto e interamente compresa.

Leopardi non solo sta dicendo che nessun libro è mai veramente finito, con buona pace di mon libraire e di tutti gli altri editori, ma che ogni scritto si pone sempre nella necessità di essere preludio ad un’opera successiva, e nulla dunque, nell’arte come nella vita, potrà mai dirsi veramente concluso. Questa consapevolezza dell’incompiutezza del lavoro artistico trova la sua definizione più lucida proprio nello Zibaldone che è testo non terminato per definizione, opera incessantemente in divenire, componibile secondo sistemi e criteri diversi, e che dunque contiene più opere, pur a partire dagli stessi scritti.

E’ l’annuncio, e forse anche il superamento, del Novecento: del Canzoniere di Saba che si propone come libro in costruzione continua, della Coscienza arrovellata e frammentata che Svevo attribuisce al suo Zeno e che mai riesce a definirsi in contorni certi, dei romanzi sempre incompiuti di Gadda, perché in effetti è la realtà a non completarsi mai. Ma forse Leopardi ci dice anche, nella sua lettera a Lebreton, cosa può essere la scrittura ai tempi di internet, un preludio errante nel mare del web, un blog a cui si aggiunge sempre un ulteriore assaggio, la necessaria incompiutezza di ogni testo, affidata al vago mondo degli internauti.