DAL CORPO ABITATO di Matteo Pelliti (Luca Sossella Editore)

Le case tendono a somigliare a chi vive al loro interno, assumono una forma che restituisce l’immagine e le abitudini di chi vi abita, o forse è chi si muove tra le loro pareti a trasformarsi, a divenire giorno dopo giorno parte dello spazio domestico, a entrare in sintonia con lo spirito del luogo. In ogni caso, gli oggetti, l’arredamento, le suppellettili anche le più insignificanti, per il solo fatto di essere parte di quel sistema compiuto che è la casa, la animano allo stesso modo delle persone, di cui condividono le esperienze, partecipando, si direbbe con trepidazione, agli eventi della vita. E’ anche per questo che lasciare l’abitazione in cui si è vissuti, trasferirsi altrove, affrontare un trasloco, comporta un periodo di tensione, un corpo a corpo con le cose, un lavorio angosciato sul passato che ci affatica e ci agita, a maggior ragione quando lo spostamento è conseguente alla fine di un rapporto, ad una frattura affettiva.

Matteo Pelliti nel suo bel libro di poesia Dal corpo abitato ci mette di fronte, fin dalla prima lirica, al dialogo che intercorre tra la casa, che quasi si modella intorno alle persone che la vivono, e chi la abita: “Le case sono corpi, armature aggiuntive, / non tane o ripari, ma organismi viventi autonomi, / che rivestono, come derma supplementare, / i loro abitanti. // Abitante e abitato diventano simultanei / riflessi, a volte di un’unica nevrosi, / l’uno per l’altro biunivoci: / abito una casa che mi abita, / come un ‘abito’ appunto”. 

Matteo Pelliti

Matteo Pelliti

I versi di Pelliti, in una lingua piana che sembra voglia evitare ogni sconfinamento lirico, in un tono mormorante e sommesso, indagano il rapporto tra “abitante e abitato”, seguono il gioco dei loro “simultanei riflessi”, soffermandosi su aspetti apparentemente insignificanti, che introducono invece, nella loro pur evidente ordinarietà, alla scoperta di legami profondi, di epifaniche manifestazioni. I luoghi familiari diventano così sede di una verità, che si rivela per segni minimi. Gli eventi casalinghi, sia pure nel loro procedere prevedibile, riconfermano l’imprevedibilità di ogni espressione della realtà. L’improvvisa scoperta avviene attraverso subitanei scarti linguistici, insospettati slittamenti di senso, cambi di prospettiva tra l’uno e l’altro campo semantico, tra l’ambiente in cui è collocata l’azione che si racconta nella poesia e un altro mondo, più o meno attiguo, che si manifesta inatteso eppure necessario dinanzi ai nostri occhi. Il percorso insomma è insieme piano e accidentato, e quasi svogliato si presenta il palesarsi di una nuova significazione, secondo una lingua poetica che sembra richiamarsi ai modelli di Umberto Fiori e Valerio Magrelli.

Nella poesia Mal di testa, il cattivo funzionamento dell’antenna televisiva sul tetto della casa, spinge il protagonista a cercare ogni tipo di soluzioni per venire incontro alle richieste della figlia: “Mi facevo antenna col corpo / e sintonizzavo il canale dei cartoni animati / stando vicino allo schermo, / poi una danza acrobatica intorno al video / per spostare gli stecchi di ferro / finché non si centrava la frequenza, / le bacchette da rabdomante per l’etere”. Ma arriva anche il giorno in cui ogni sforzo è inutile, la bimba consola suo padre, e questi conclude che “quando la casa ha mal di testa / la tv non si vede”.

Il poeta scopre, in seguito al trauma di una separazione coniugale e al conseguente tentativo di ricomporre, sia pure da single, il proprio rapporto con un nuovo ambiente domestico, le numerose e impreviste implicazioni che lo spazio casalingo contiene. Parlare della casa è anche il modo per affrontare le vicende private, per tentare di restituire all’esistenza un possibile equilibrio, che appare comunque un obiettivo solo desiderato, ma di fatto irrealizzabile. Il bisogno di fare ritorno verso un luogo rassicurante e riconoscibile diventa allora sogno, stralunato vagheggiamento (“Il lessico esoterico / degli annunci immobiliari: / altana, resede, vani / sogni parzialmente ammobiliati. // Piccoli lavori di ristrutturazione necessari, / postbellici”).

Lo sguardo sulle cose è ora malinconico, ora ironico, a tratti amaro o addirittura sprezzante, o ancora tenero e premuroso, quando ad essere al centro della scena è la piccola figlia, ma sempre animato da una volontà di esplorare questa “unica nevrosi” che unisce l’abitazione e i suoi abitanti, semmai a partire da piccole somiglianze anche solo di carattere lessicale, o attraverso il ribaltamento di ricorrenti luoghi comuni: “Riconvoco a vuoto / l’assemblea di condominio del sé, / finché non raggiungo i millesimi / per prendere le deliberazioni: / cresce l’erba in cortile, / piove dal tetto, / e le piastrelle si sono scheggiate”.

Matteo Pelliti, che è nato nel 1972 a Sarzana e vive a Pisa, ha esordito nel 2007 con il volume di poesie Versi ciclabili, ha pubblicato racconti e testi teatrali, anche in collaborazione con Simone Cristicchi, presente in Dal corpo abitato in qualità di lettore di alcune poesie, nel Cd che accompagna il libro edito da Luca Sossella. Il volume è corredato dalle illustrazioni di Guido Scarabottolo.

Il Muro di Parigi

È la mattina successiva agli attentati del 13 novembre ed ho la prima ora di lezione in una quinta classe. Entro nell’aula e sento gli sguardi dei miei alunni carichi di domande e di timore. Dovrei dire qualcosa a questi ragazzi che hanno quasi tutti poco più 18 anni, diventati maggiorenni da qualche settimana o qualche mese, confortarli o solamente offrire loro una lettura razionale degli avvenimenti. Intanto penso agli amici che vivono a Parigi, a cui ho inviato sms preoccupati, e che mi hanno già risposto rassicurandomi, stanno bene ma sono sotto shock, non sanno più pensare alla loro città con la gioia e la leggerezza di sempre, non hanno parole per spiegare il loro turbamento.

Qualcosa di analogo, un’assenza di parole utili a comprendere o almeno a comporre un quadro dentro il quale disporre gli eventi, si evince dagli occhi e dai movimenti degli studenti di questa quinta liceo e mi induce a credere che essi non sappiano che nome dare alle loro emozioni. Non sanno fin dove possono spingere le reazioni, se devono ritenere che la loro vita futura sarà sconvolta da quanto è successo la sera precedente o che piuttosto, presto, tutto tornerà come prima.

È questa la prima vittoria dei terroristi: siamo costretti in uno stato di confusione, non sappiamo come gestire la commozione, come dare sfogo ai sentimenti che premono, così diversi da quelli vissuti fino ad oggi. Del resto non siamo più abituati alle grandi passioni. Non lo sono i più giovani, che vivono in uno stato di perenne festeggiamento, che ha finito per rendere scontata ogni festa, quotidiana l’esultanza, divenuta perciò un rituale privo di contenuti. Anche il dolore individuale, così come quello collettivo, diventa subito rito, uno stato di sofferenza che è possibile contenere ed esorcizzare attraverso una cerimonia pubblica da realizzare su un social network. Un hashtag e si può ricominciare a pensare al futuro.

I terroristi malati di fanatismo religioso colpiscono proprio lì, dove siamo più vulnerabili, tra i giovani che si divertono – il concerto la partita l’aperitivo la cena con gli amici – dove meno ci aspettiamo che possa arrivare la disperazione. Il loro obiettivo non sono stati i luoghi di culto, non i simboli della cultura, nemmeno le istituzioni, ma i templi della spensieratezza, di un vitalismo che, almeno apparentemente, non conosce dubbi, i luoghi dove l’insicurezza si maschera da divertimento.

Pyramide (foto Grattacaso)

Pyramide (foto Grattacaso)

Mi siedo e faccio le cose di sempre, mi nascondo dietro i gesti soliti, le operazioni burocratiche, assenti presenti giustificazioni. Non trovo le parole, almeno per il momento, almeno con questi ragazzi che conosco da anni e che ho visto avvicinarsi a passi lenti e incerti all’età matura. Parliamo allora, come da programma, della prima guerra mondiale, dell’immane carneficina di tante vite giovani perpetrata un secolo fa. Cadorna, le trincee, la battaglia della Somme, la mitragliatrice automatica, il fronte interno.

Gli adolescenti che ho davanti sono nati diversi anno dopo la caduta del Muro di Berlino, per loro l’Europa non ha confini. Sono abituati a viaggiare e a considerare lo spostamento dall’una all’altra parte del mondo un’esperienza esaltante, formativa e sempre possibile. Insegno in un liceo linguistico e da qui la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Spagna, sembrano ancora più vicine, fanno parte di una terra unita, che in qualche modo potrà accogliere le vite di chi oggi è ancora in cerca del proprio destino. Alcuni di questi ragazzi hanno già deciso di continuare a studiare le lingue e le letterature straniere, semmai in un’università di un altro Paese, semmai indirizzandosi verso le culture dell’oriente, la Cina, il Giappone, ma anche dei Paesi arabi.

È questa la paura che oggi rende più pesanti i gesti e le parole: che il mondo stia diventando ancora una volta enorme, un posto con troppi ostacoli, uno spazio immenso difficile da percorrere. Oggi sembra che le distanze siano destinate a dilatarsi. Che ci siano nuovamente muri che impediscono i nostri percorsi di uomini, che cercano le proprie strade e vorrebbero conoscersi. L’avanzata del fanatismo nei paesi arabi ha già prodotto lo spostamento di masse di disperati verso occidente e, ai confini orientali dell’Europa, l’innalzamento di barriere e filo spinato. Ora rischiamo di vedere di nuovo crescere la distanza tra un Paese e l’altro, di sentire più profondamente segnate le linee di confine. Oggi per questi adolescenti il futuro sembra meno accogliente. Si allontana, così come si allontanano le altre terre, improvvisamente meno raggiungibili.

Da domani diremo che bisogna reagire, non arrenderci alla paura, continuare a compiere le azioni di sempre: i concerti, l’aperitivo con gli amici, la partita allo stadio, gli scambi culturali, i viaggi d’istruzione all’estero. E’ questo il modo per non dare ragione alla violenza e alla barbarie. Ma oggi non ci crediamo. Gli adolescenti che ho davanti hanno passi più pesanti, volti meno distesi. Da ieri, anche per loro, il mondo è diventato più grande e più triste. Domani metteremo in atto una reazione, anche nelle nostre piccole vite, ci sforzeremo di non sentirci in pericolo e troveremo qualcosa da dire. Oggi non abbiamo le parole. Oggi studiamo la prima guerra mondiale.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

QUESTIONI PRIVATE di Andrea Carraro (Marco Saya Edizioni)

La forza che emana dalle pagine narrative di Andrea Carraro risiede innanzitutto nella volontà di guardare la realtà, anche nei suoi aspetti più spiacevoli e degradati, senza pregiudicare la nitidezza dell’immagine per mezzo di filtri edulcoranti e dunque senza imporre al lettore facili scorciatoie. Ne sono testimonianza Il branco, il suo romanzo più noto, pubblicato nel 1994 e diventato poi film con la regia di Marco Risi, L’erba cattiva, e i più recenti Il sorcio e Come fratelli

Andrea Carraro

Andrea Carraro

Scegliendo come strumento di comunicazione il linguaggio della poesia, Carraro agisce in maniera analoga. In Questioni private (Marco Saya Edizioni) lo scrittore arriva diritto al cuore delle vicende appunto private a cui il titolo fa riferimento, che sono poi quelle dettate innanzitutto dai rapporti interpersonali, a cominciare dai vincoli familiari. Nella forma del poemetto, e attraverso una prosodia che richiama alla lingua della narrativa e fa leva su un ritmo sempre serrato e sapientemente scandito, Carraro affronta delicate vicende personali, attento a non lasciare che la parola letteraria diventi pretesto per costruzioni che approdino a infingimenti e simulazioni. La volontà è quella di lasciare intravedere il lungo travaglio interiore e di elaborarlo senza rischiare in nessun momento di scarnificare o di mitigare il nucleo esistenziale di partenza. Lo sa bene l’autore che di fronte alle critiche degli amici alla lettura del suo poemetto a loro dedicato, contrappone l’inevitabilità della confessione a cui si accinge: “Guardati dalla nostalgia fine a se stessa / Andrea non è da te / Ho detto l’uno / La poesia allude non dice / Siamo al grado zero / Ha detto l’altro / Ma tu hai continuato / Non per ripicca / Ma perché t’è necessario / Come l’aria / Per andare avanti”.

Nel primo dei cinque poemi che compongono la raccolta, Ode al padre, che è anche quello dal nucleo tematico più compatto, Carraro rivisita il rapporto conflittuale con la figura paterna, inserendosi in maniera in parte inusuale in una significativa tradizione, soprattutto novecentesca, che ha relegato contrapposizioni e dissidi prevalentemente al settore delle opere narrative, lasciando invece alla poesia un’ispirazione più pacificata ed elegiaca. Andrea Carraro si muove su uno scivoloso terreno di confine, mettendo a fuoco la figura paterna negli ultimi anni della vita, quando la distanza tra genitore e figlio si fa più marcata, più insofferente l’atteggiamento del figlio e più evidente e doloroso il suo complesso di colpa. Il padre ha scritto un brutto romanzo autobiografico e chiede al figlio romanziere, assurto a una qualche notorietà dopo la fortunata traduzione cinematografica di una sua opera narrativa, aiuto e sostegno nel tentativo di pubblicazione. “Quell’uomo lì che ti ha rovinato la vita / E ormai lo sa con certezza dai tuoi libri / Pretende oggi di farsi leggere da te?” – scrive l’autore rivolgendosi al se stesso di qualche anno prima. Il gioco è quello di un continuo, mai completamente sereno, scambio di ruoli, cominciato già anni prima, quando il figlio appena adolescente si allenava a copiare la firma del padre per poi utilizzarla nel libretto delle giustificazioni scolastiche, “Perché ti dava una strana forza / Prendere per un lampo il suo posto / Incarnarlo lui com’era nel mondo / Imponente e grande ai tuoi occhi di marmocchio”.

Ma il padre è anche la persona amata incondizionatamente durante l’infanzia “insomma colui che hai imitato e adorato / E aspettato sotto le coperte / E abbracciato nel mare tra il salmastro e l’acqua di colonia”; più tardi è sempre, sia pure tra tante incomprensioni, una figura da amare “appassionatamente come si può amare / Un padre che senti che se ne sta andando per sempre / E che di suo non resterà niente / Se non un ricordo pieno di vergogna / Come se tu l’avessi ucciso / Come se davvero il cancro gliel’avessi procurato tu”. La poesia diventa per questo un estremo tentativo, contraddittorio e a suo modo inevitabile, di liberarsi della figura paterna, di affrancarsene per sempre, e insieme di legarsi ancora di più ad essa: infatti, confessa infine Carraro, che il poemetto nasce dalla volontà di parlare “del padre mio che è morto / Da sedici anni / E ancora non posso congedare”.

I versi di Andrea Carraro raccolti in Questioni private compongono proprio una sorta di articolato poema del congedo, che nasce dallo sforzo di fare i conti non tanto con il passato, ma con quello che del passato ancora si manifesta, in ogni vita, sotto forma di fantasmi, di nostalgia, di un atteggiamento mentale che non riesce ad adattarsi al cambiamento. Quello che non c’è più attrae e finisce per perseguitarci, a non darci pace, proprio quanto più ci sembra ormai lontano, tanto da provare un senso di rimpianto anche per i momenti spudorati e difficili, come si evidenzia spesso nell’Ode agli amici. Il tentativo di strapparsi dagli altri, di lasciare finalmente il passato a se stesso, nasce in effetti dalla volontà di separarsi da una parte di sé, di lasciare che il tempo ci raccolga diversi da quello che siamo stati.

Gli amici così risultano perduti, ma ancora presenti nella vita di chi scrive “E se tutto sfuma / In oleografico quadretto / Non me ne può fregare di meno / Perché l’ho detto e ridetto / Questa roba qui non è per loro / Dico per i critici / Che tutto sanno che tutto hanno letto / Sempre pronti a sbuffare / A alzare il mento / Ma solo per voi amici”.

La California di Stefano Bortolussi

Giovedì 12 novembre alla libreria Lo Spazio di via dell’Ospizio a Pistoia con Stefano Bortolussi parliamo del suo libro di poesie Califia, edito da Jaca Book.

Delle poesie di Bortolussi dedicate alla California (Califia, mitica regina di un popolo di donne guerriere, è il nome dato da Cortes al lembo di terra che lui credeva un’isola) ho già scritto su questo blog:   http://giuseppegrattacaso.it/?p=870

Venerdì 13 alle ore 9,30 al teatro Bolognini Stefano Bortolussi, che attualmente sta lavorando alla traduzione delle opere di Don Carpenter, è protagonista di un incontro con gli studenti delle scuole superiori di Pistoia dal titolo Gli States di Don Capenter: un percorso di traduzione, inserito nel ciclo “Il dolce rumore della vita, da me curato.

Entrambi gli appuntamenti sono realizzati in collaborazione con l’Associazione Isole nel sapere.
califia bortolussi invito

 

Stefano Bortolussi è nato a Milano nel 1959, dove vive e lavora come traduttore di letteratura anglo-americana. Il suo debutto come romanziere avviene negli Stati Uniti. Nel 2003 viene pubblicato dalla casa editrice City Lights di Lawrence Ferlinghetti Head Above Water, tradotto da Anne Milano Appel, nella collana “Italian Voices”, che si aggiudica il 23rd Northern California Book Award e arriva tra i finalisti del PEN Center Literary Award. Nel 2004 il romanzo esce in italiano per l’editore peQuod con il titolo Fuor d’acqua.
Fuoritempo, il suo secondo romanzo, è uscito con peQuod nel 2007.
Bortolussi è co-autore di due serie di libri per ragazzi (Le indagini di Dick Rabbit e  Le avventure di Miss Marmot, Dami Editore/Giunti).
Sue poesie sono state pubblicate in volume (L’ombra del rimare, Forum/Quinta Generazione, 1982; Ipotesi di caldo, Book Editore, 2001) e su diverse riviste letterarie. Il suo poemetto Il moto ondoso del cercare è stato incluso nell’antologia “Bona Vox”, curata da Roberto Mussapi per l’editore Jaca Book (2010).
Ha firmato diversi lavori teatrali e ha tradotto testi di drammaturghi americani contemporanei, ha collaborato in qualità di critico cinematografico con diversi periodici specializzati e non e ha scritto sceneggiature per il cinema indipendente e la televisione. È traduttore di alcuni dei principali autori di narrativa contemporanea anglo-americana.
Il suo ultimo romanzo Verso dove si va per questa strada è del 2013 ed è pubblicato da Fanucci.

Califia è stato pubblicato nel 2014.

PASOLINI RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot)

Mi chiedo che libro scriverò su quel ragazzo a vita”, si domanda con un po’ di apprensione Renzo Paris appena all’inizio del volume dedicato a Pasolini, per concludere: “ripercorrerò affebbrato i luoghi dei nostri incontri, come il segugio di un’ombra”. Di fatto la struttura portante e la cifra peculiare dell’accorato, a tratti doloroso, percorso narrativo di Pasolini ragazzo a vita, in libreria in questi giorni edito da Elliot, risiedono proprio nella partecipazione emotivamente intensa da parte di chi scrive, nella tenerezza di fronte alle scelte e alla sorte dell’amico, che generano appunto uno stato di eccitazione febbrile causato dal premere degli affetti e della memoria. D’altra parte nel libro è sempre presente, a fianco di chi ripercorre gli eventi di quegli anni, il “silenzioso fratello maggiore”, il fantasma dello scrittore e regista. pasolini-10

Paris, che aveva conosciuto Pier Paolo Pasolini nel 1966, non vuole raccontare lasciando che siano le fonti, i documenti, in maniera fredda a parlare. Preferisce piuttosto che i suoi passi da “flâneur incallito”, come lui stesso si definisce, lo guidino nel recupero non solo degli eventi, ma anche delle emozioni che gli avvenimenti determinarono. E’ così che Pasolini ragazzo a vita finisce per proporsi come il resoconto del cammino, a volte sognante ed affascinato, a volte delirante ed angosciato, con cui Paris insegue, come un segugio appunto, le ombre. Non solo quella di Pasolini, che guida lo scrittore amico lungo le strade che entrambi percorsero, nelle case, i locali, le redazioni dei giornali che entrambi frequentarono, ma i propri fantasmi e quelli di un’intera generazione di letterati, che si trovarono, anche in seguito alla morte dell’autore di Le ceneri di Gramsci, a fare i conti con se stessi e con i valori in cui avevano creduto. Inoltre il viaggio di Paris mostra chiaramente i fantasmi di un’epoca, quella del decennio inaugurato dai prodromi del Sessantotto, e della stagione successiva, che ha visto tramontare violentemente speranze e aspettative costruite faticosamente, ma forse partorite con troppo facile entusiasmo. 

Renzo Paris percorre il suo itinerario a passi lenti, lasciandosi dirottare dalle suggestioni e dai suggerimenti del contingente, quindi deviando dal percorso stabilito, permettendo che il presente, quello multietnico ad esempio della stazione Termini, animata da zingarelle e da sudamericani “acciambellati sui muretti”, entri in relazione con il passato pasoliniano, rappresentato nella circostanza dalla stessa piazza dei Cinquecento nella quale il regista rimorchiò sulla sua Alfa GT il suo assassino. L’oggi e lo ieri si mescolano e si confondono, in un racconto della realtà di grande forza e fascino. I vivi e i morti si incontrano, perché, come dice Paris, “le mie passeggiate sono affollate di ombre”. E sono ombre, quelle di Moravia, di Dario Bellezza, di Enzo Siciliano, Elsa Morante e Laura Betti, che partecipano con vivo magnetismo alle vicende narrate

Pasolini ragazzo a vita non è perciò quel tipo di scrittura che normalmente si definisce una biografia, non è del tutto una autofiction, come si dice ora, e nemmeno un romanzo a carattere biografico o un libro di critica letteraria, ma riesce a mettere insieme questi aspetti, tessendo i lacerti, a tratti volutamente scomposti, a tratti appena riconoscibili, perché mescolati a un paesaggio presente sfilacciato e deforme, di un’amicizia che serve a ricomporre la figura del poeta Pasolini, “spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno”, dello scrittore che “voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile”. Paris si avvicina al maestro, quasi con lo stesso atteggiamento che ebbe un tempo, si direbbe con la devozione senza remore dello scrittore più giovane nei confronti del più famoso, a cui viene riconosciuta un’inconsueta vitalità culturale, la nitida capacità di mettere a fuoco il suo tempo, il gusto per la provocazione che si traduce quasi sempre nella capacità di assorbire tutti i respiri dell’esistenza, anche quelli più affannosi e contraddittori.

Ne nasce una sorta di dialogo a distanza tra i due scrittori: il primo, intento a ripercorrere a passi eccitati i luoghi in qualche modo familiari (Casarsa, l’India, dove a Pasolini sembra che “il canto notturno degli indianini rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una concessione della vita”, le strade di una Roma così diversa da quella attraversata ora da Paris impegnato a ricostruire quegli incontri, la casa di Laura Betti, dove c’era sempre un posto a tavola per il poeta cineasta); l’altro, ormai solo un’ombra, ancora in grado però di indicare il terribile scenario che ci circonda, il deserto che ghermisce il nostro vivere collettivo, il poeta che si esprime con le parole penetranti e i lunghi silenzi durante i quali osserva con cura il mondo, convinto che l’arte non possa concedersi di non assorbire tutta la vita che le si muove intorno. Uno, Paris, che sa che la propria esistenza non prevede altra reazione al disastro “se non con la penna”, che continua a guardare rasoterra, “testimone invisibile, cane sciolto, ombra di me stesso”; l’altro che ha sempre agito con la passione e con l’ansia quasi violenta di chi vuole “gettare il corpo nella lotta”, e lo fa fino in fondo, anche da morto. 

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Il Pasolini che emerge da queste pagine non è tanto lo scrittore metà borghese e metà borgataro dei suoi primi anni romani, quanto piuttosto l’intellettuale “vecchio, stanco, che non riusciva più a godere come una volta e quasi non credeva più che quello dei suoi ragazzi notturni fosse amore”. Sostiene Paris che “tutte le sue grandi illusioni si erano rovesciate in rabbiose delusioni”, che l’amico riteneva che Roma fosse finita, “e sembrava fosse finito il mondo intero”. Pasolini avrebbe voluto riscrivere tutta la sua opera, “sotto il segno del deserto che vedeva crescergli intorno”. E ancora: “La sua solitudine si era fatta totale dopo il genocidio dei proletari. (…) Quei suoi ragazzi di vita sembravano contenti, sopra le Honda o le macchine rubate, non gli sembrava vero che somigliassero ai pariolini”.

Paris scrive un libro toccante e ricco di notizie, un libro che si snoda, capitolo dopo capitolo, in cerca di una verità, che l’autore sa bene come non sia possibile riassumere in una formula, né credere che possa essere univoca e lineare. Gli ultimi anni della vita di Pasolini sono segnati anche da un abbandono, vissuto come un lutto, che diventa insieme causa e simbolo della sua disperazione. La fine della relazione con Ninetto Davoli getta il regista nello sconforto. Il giovane amico si è innamorato di una donna che sposerà e con cui avrà un figlio. Pasolini, che tanto aveva investito in quella relazione in termini affettivi, scrive le oltre cento composizioni de L’hobby del sonetto (pubblicate poi solo nel 2003), rivolgendosi al suo Ninetto con il “voi” o il “lei”: “Quanti ragazzi come voi mi odiano e mi amano / Non ho altro da gettare nella lotta / che il mio corpo / esso è al loro fianco ma io sono lontano”.

Forse non è un caso che, quella fatidica sera del primo novembre, prima di incontrare il suo assassino, Pasolini avesse cenato con Davoli e la sua famiglia. A Moravia che si chiedeva come mai il suo amico avesse bisogno di così tanti ragazzi, risponde ora Paris che, se avesse potuto leggere i sonetti avrebbe capito che l’ossessione di Pasolini, quella “reiterazione sessuale portata all’estremo”, era dovuta a quel rapporto d’amore “davvero speciale” che si era concluso. Pasolini, scrive Paris, “aveva gettato il suo corpo nella lotta per farsi massacrare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi

 

 

Paris racconta Pasolini

Giovedì 22 ottobre alle ore 18, a Lo Spazio di via dell’ospizio di Pistoia con Renzo Paris parliamo del suo nuovo libro, Pasolini. Ragazzo a vita (Elliot). La serata è organizzata  in collaborazione con l’Associazione culturale Isole nel sapere.

pasolini ragazzo a vita invitoA quarant’anni dall’omicidio di Pasolini, Renzo Paris torna con la memoria sui luoghi degli incontri romani con l’autore di Petrolio, raccontando un’amicizia durata dal 1966 al 1975. In Ragazzo a vita è il Pasolini “borghese” a campeggiare. Paris si spinge fino a Nuova Delhi e a Nairobi, per le celebrazioni pasoliniane, commentando la versione non censurata del dramma Affabulazione, che Pasolini gli donò in dattiloscritto, conservato come una reliquia. In questo post-romanzo sfila al completo la “famiglia” romana dello scrittore bolognese: da Alberto Moravia a Laura Betti, da Ninetto Davoli a Elsa Morante, con i loro viaggi, l’estate trascorsa a Sabaudia, i dibattiti televisivi sul ’68, e infine le ipotesi su quella morte così atroce avvenuta nel novembre del 1975.
Con questo libro intenso e malinconico, termina la trilogia che Paris ha dedicato ai grandi scrittori del Novecento, iniziata con Alberto Moravia. Una vita controvoglia (Castelvecchi, 2013) e Il fenicottero. Vita segreta di Ignazio Silone (Elliot, 2014)

Poeta, narratore e saggista, Renzo Paris è nato a Celano (AQ) nel 1944. Vive a Roma. Ha pubblicato romanzi: Cani sciolti (Transeuropa, 1988, tradotto in Francia), Frecce avvelenate (Bompiani, 1974), Filo da torcere (Feltrinelli, 1982), Le luci di Roma (Theoria, 1990), Squatter (Castelvecchi, 1999), Ultimi dispacci della notte (Fazi, 1999, tradotto in Germania). Ha raccolto le sue poesie in Album di famiglia (Guanda, 1990). Nel 1988 ha pubblicato un libro autobiografico sul ’68 (Cattivi soggetti, Editori Riuniti), nel 1995 Romanzi di culto (Castelvecchi). Ha tradotto e commentato le poesie di Corbière, Apollinaire, Prévert.  Ha insegna Letteratura francese all’Università.

Fosbury, Fo e il salto della poesia

Esiste qualche rapporto tra Alessandro Fo, poeta raffinato e latinista insigne, e il campione di salto in alto Dick Fosbury, olimpionico ai giochi di Città del Messico del 1968, nonché inventore della tecnica del salto dorsale che da lui prende il nome? La risposta è in una lirica di Fo, che apre la raccolta Mancanze, pubblicata nel 2014 nella prestigiosa collezione bianca di Einaudi, della quale peraltro ho già parlato in altra pagina di questo blog ( http://giuseppegrattacaso.it/?p=155 ).

al Figlio

                                          (non lontano da Ostia)

Nella casa in cui vivevo, adesso,
scuotendo per i passeri
la tovaglia in balcone,
l’aria sarà grida di bambini
all’uscita da scuola.

Là in alto era l’amore, all’ombra
di una storia famosa, la cui tempra
già toccava progetti di bambini.

Dal terrazzo si poteva ascendere
volendo, fino a Dio,
se non come Agostino,
gettandosi lo stesso
oltre i dubbi in un salto
verso la luna, verso l’Orsa Maggiore,
magari, come da ragazzo, alla Fosbury.

                                                            Però
nulla è mai davvero come sembra,
ma almeno sette volte più complesso.

La casa che compare nel primo verso è stata teatro di una “famosa” storia d’amore, che ora evidentemente è per il poeta solo un doloroso ricordo. La nostalgia di un passato che non potrà ripresentarsi è tutta nell’accostamento della condizione passata (“vivevo”) all’avverbio “adesso”, che invece implica un presente nel quale la vita di quel luogo continua a presentarsi con le sue attrattive e le sue possibilità, come l’atto, così sabiano, di scuotere la tovaglia per i passeri, ora azioni soltanto inespresse, lontane dalla quotidianità del protagonista. L’appartamento è posto nei piani alti in un palazzo di via dell’Orsa Maggiore, così in alto che il cielo sembra estremamente vicino, tanto che basterebbe un salto per ascendere fino a Dio, emulando S. Agostino, protagonista con sua madre dell’estasi di Ostia, che lo portò nel fervore della contemplazione a sollevarsi, come lui stesso ebbe a scrivere, verso l’Essere supremo, varcando il cielo e quindi oltrepassando le luci del sole, della luna e delle stelle. Via dell’Orsa Maggiore è a Roma in prossimità dell’Eur e dunque non dista molto da Ostia, come si può intendere dall’indicazione posta nell’epigrafe tra parentesi. Del resto, i nomi delle strade nelle vicinanze offrono ulteriore esortazione al salto verso l’alto, “se non come Agostino”, ma almeno in modo da gettarsi alle spalle ogni dubbio: via delle Costellazioni, via degli Astri. 

Insomma è il salto a riportare alla memoria Fosbury, la cui apparizione nella poesia è comunque dovuta ad un richiamo di carattere biografico: Alessandro Fo, “da ragazzo”, è stato una promessa del salto in alto, che praticava appunto seguendo nello stile l’esempio del campione olimpico. 

Fosbury a Città del Messico nel 1968

Fosbury a Città del Messico nel 1968

Non c’è dubbio che il salto alla Fosbury è quanto di più innaturale si possa immaginare per superare un ostacolo, sia pure esso solamente l’asticella della specialità dell’atletica. A nessuno verrebbe in mente di saltare di spalle. Eppure l’azione è certamente efficace, al punto che oggi nessuno più tra gli atleti pratica il salto ventrale. Non solo: il salto provato per la prima volta dallo statunitense, pur così artificioso, risulta oltremodo elegante, mirabilmente armonico, sembra addirittura semplice, tanto che viene da pensare che non esista altro modo per praticare un salto che si voglia insieme potente e aggraziato.

Non posso che pensare che queste sono anche le qualità del linguaggio poetico, che è un modo di usare la lingua sicuramente artificioso. Perché utilizzare rime, assonanze, un ritmo particolare, figure retoriche che aprono scenari impensati, per esprimere una sensazione, un sentimento, per raccontare un avvenimento? A chi verrebbe in mente di dire i propri pensieri in un modo così ricercato e innaturale? Forse agli stessi che saltano girandosi di spalle.

Alessandro Fo

Alessandro Fo

Quando il linguaggio poetico è privo di astrusità gratuite e di oscurità ingiustificate, ha la stessa grazia e la stessa efficacia, oltre che la stessa dose di folle genialità, del salto alla Fosbury. E’ estremamente studiato, ma anche piacevole ed equilibrato. Il suo effetto è di grande semplicità, tanto che in qualche caso il poeta è costretto specificare che “però / nulla è mai davvero come sembra, / ma almeno sette volte più complesso”.

Si può parlare di eventi dolorosi con l’area e artificiosa naturalezza di un salto dorsale.

E’ per questo che Fosbury e Fo vanno a braccetto.

Competenze

Tra le parole più frequentate in ambito scolastico negli ultimi anni, un posto di particolare rilievo spetta al termine competenze. La scuola infatti ai suoi vari livelli dovrebbe stimolare e migliorare negli studenti non solo l’acquisizione di conoscenze e abilità, ma in misura forse maggiore il conseguimento di competenze. Che cosa esse siano, in verità, non è del tutto chiaro, anche se appare evidente che dovrebbero rappresentare l’asse portante degli obiettivi dell’insegnamento e dunque costituire la base per la valutazione dei singoli alunni nonché del lavoro didattico nel suo complesso. In ogni caso un obiettivo del genere, considerata la centralità che esso assume, non può che spingere le scuole a rivedere, almeno in parte, le modalità e le finalità del percorso didattico. Nulla di tutto questo è avvenuto: la parola competenze passa di bocca in bocca a giustificare prassi contraddittorie, o per circondare di fumus dottrinale, quando non burocratico, e di una parvenza di innovazione, scelte a volte confuse, più spesso ancora legate a pratiche consolidate, quando non addirittura superate. scuola

Dal sito del Ministero dell’Istruzione si ricava che gli apprendimenti acquisiti dagli alunni nell’ambito delle singole discipline dovrebbero essere calati (il termine è ministeriale) “all’interno di un più globale processo di crescita individuale”, per cui “non è importante accumulare conoscenze, ma saper trovare le relazioni tra queste conoscenze e il mondo che ci circonda con l’obiettivo di saperle utilizzare e sfruttare per elaborare soluzioni a tutti quei problemi che la vita reale pone quotidianamente”. Insomma non si può dire di conoscere veramente se non si è in grado di servirsi delle proprie conoscenze, facendole diventare risorse per le proprie azioni nella vita di tutti i giorni. Viene da dire che è abbastanza inutile avere molte nozioni ampie di letteratura italiana, se questo non si traduce nella capacità di analizzare un testo più o meno complesso. Per cui, ad esempio, che uno studente sappia tutto del fantomatico pessimismo leopardiano e poi rimanga indifferente di fronte a una pagina delle Operette morali, perché non riesce ad apprezzarne il valore o non ne capisca il contenuto, è segno che la scuola ha in buona parte fallito.

Insomma la scuola che vuole promuovere negli alunni l’acquisizione di competenze deve rivedere in buona parte percorsi e modalità dell’insegnamento. Potrebbe aiutare l’etimologia del termine, che deriva dal latino petere, che significa sia dirigersi, andare a, ma anche chiedere, domandare. Possiamo cominciare a immaginare ore di lezione durante le quali insegnante e studenti si dirigono insieme e con curiosità verso luoghi sconosciuti, che sono quelli che un sapere meno nozionistico consente di raggiungere e di apprezzare. E’ chiaro che il viaggio non può costruirsi intorno a delle verità acquisite, a risposte certe, perché altrimenti il tragitto non porterebbe altro che a girovagare intorno al luogo di partenza. Per muoversi bisogna porsi continuamente delle domande e non pensare di avere già delle risposte a disposizione. Bisogna camminare insieme, incerti del percorso, ma affascinati dallo spostamento.

DI METRO IN METRO, passeggiata poetica a Poggibonsi

Venerdì 11 settembre a Poggibonsi DI METRO IN METRO, una passeggiata poetica lungo i camminamenti della Fortezza di Poggio Imperiale di Poggibonsi con Alessandro FO, Giuseppe GRATTACASO, Paolo MACCARI.

L’iniziativa  è a sostegno del progetto editoriale A volte mi ritrovo sopra un Colle. Racconti da un carcere (testi nati all’interno dell’Istituto di pena di Ranza).

Di metro in metro è il preludio a Letture in autunno, la rassegna valdelsana organizzata dall’associazione La Scintilla insieme agli “Amici di Romano Bilenchi”.

Poggibonsi

 

 

 

La nuvola di Orione

Per esempio la nuvola di Orione
è massa in divenire assai scomposta,
cioè disordinata e indisponente,
di stelle giovani, molecole disperse,
fiammate d’artificio, crepitanti
trasalimenti, uragani di petali,
rose di venti, dischi planetari,
pietre vaganti, fumi, filamenti
che tra milioni d’anni brilleranno
di luce propria, corpi incandescenti
nel firmamento, o ancora vita ignota
saranno senza nome e condizione
riconosciuta e soddisfacente,
posto assegnato. Non esiste modo
di dare un senso al cielo inessenziale
e sbilanciato. Siamo noi i sapienti,
i diligenti, ordiniamo il mondo
sopra scaffali, mensole, contiamo
le stelle, le galassie, diamo un nome
agli ammassi di luce. Una ragione
che non sappiamo ha pure l’universo,
una missione, un punto d’equilibrio,
questo speriamo, un definito assetto.
Da qualche parte ci sarà un progetto.

(da La vita dei bicchieri e delle stelle, Campanotto 2013)

 

La Nebulosa di Orione vista dal Telescopio Spaziale Hubble

La Nebulosa di Orione vista dal Telescopio Spaziale Hubble