VIVO COSI’ di Alberto Toni (Nomos Edizioni)

Alberto Toni fin dall’esordio in volume, avvenuto nel 1987 con La chiara immagine, procede nel suo cammino poetico con incedere severo e rigoroso. La sua poesia poggia sulla ferma convinzione che la parola sia un dono che possa svelare l’intimo segreto dell’esistenza, spiegare la misteriosa ragione del mondo. Nello stesso tempo il poeta è consapevole che la tensione verso l’assoluto rimanga pur sempre un anelito e che il tragitto verso un’ipotetica verità non solo sia accidentato, ma che resti costellato di molteplici incertezze, tanto che dovunque la parola scavi, invece che risposte essa continui a generare dubbi, lasciando chi scrive e chi legge esitanti sulla soglia di una possibile soluzione. Toni si dedica al lavoro di scavo e di esplorazione senza cercare scorciatoie, con una maniera misurata nell’espressione e insieme febbrile nell’eccitazione con cui il suo verso si pone di fronte ad ogni possibile domanda che la realtà riservi.alberto_toni

Una conferma arriva ora dalla raccolta Vivo così (Nomos Edizioni), che ribadisce come la scrittura del poeta romano si muova costantemente su quella linea marginale e poco frequentata dove si realizza l’incontro tra tensione lirica e sviluppo epico, tra volontà di sondare in profondità l’abisso individuale e la suggestione, che spesso affiora dai versi, di risolvere l’indefinibile in narrazione. Sta proprio in questo camminare lungo il confine tra il labirinto dell’io e il racconto che diventa mito, “in questa mancata distinzione tra coro e assolo”, come suggerisce molto opportunamente Mario Santagostini nella densa prefazione al volume, il tratto più vero della poesia di Alberto Toni. Ne nasce un dettato che procede per sbalzi, che inserisce profonde omissioni proprio mentre sembra voglia invece svelare, che avanza effettuando improvvise virate analogiche, scegliendo che la parola rimanga sospesa in un paesaggio privo di certa definizione. Quello che sembrava un indizio si mostra così solo come una traccia irrisolta e la direzione che intendevamo seguire per uscire dall’intricata sequenza degli smarrimenti ci porta irrimediabilmente fuori strada: “G. ora allo stesso posto dell’altro. / Caricava un sorriso al mio rientro, / la moglie preoccupata di lasciarlo solo. / E’ l’umanità mite al suo bivio, mentre / per noi, carichi di presente, il cielo / è un improvviso transito di tutto ciò / che è stato. Il dubbio era proprio / negli occhi che bruciavano, sibilava già maturo in me. / Come dirlo? Come spiegarlo senza perdere il filo, / la vita, dormire un po’ tra le tue braccia in abbandono”.

Come è possibile spiegare l’esistenza senza perdere il filo, senza smarrirsi nell’intricato groviglio di avvenimenti e pensieri? Vivo così è un libro costituito da liriche brevi o molto brevi, la cui struttura sembrerebbe orientarsi verso la forma del poemetto, e che invece non si risolve mai in sviluppo narrativo. Una parte dell’azione finisce sempre per oscurarsi, qualcosa che poteva realizzarsi in unità si frantuma in mille esitazioni. E’ come se la parola, dalla chiarezza iniziale, fosse irrimediabilmente attratta verso il porto sepolto, l’abisso, il pozzo, e lì trovasse una verità che non è possibile però riportare in superficie. Il linguaggio perciò non può essere che reticente e la poesia seminare perplessità. “Partivo. Con il grosso da compiere. / Non bastava il talento dell’ultima chiamata / d’amore. Neppure la città deserta. / Oh, l’adorabile, l’inseparabile. / Sembrava il prosciugarsi lento / del pozzo, la sua deità nascosta”.

E’ proprio quando la conoscenza diventa un approdo impossibile, sembra dire la poesia di Alberto Toni, che essa sfiora la divinità. E’ nel fondo imperscrutabile del pozzo che può celarsi una soluzione, è lì che può nascondersi la presenza decisiva.

(Pubblicato su succedeoggi.it)

Cosa c’entra Pasolini con i capelli di El Shaarawy?

pasoliniE cosa c’entra il poeta de Le ceneri di Gramsci con l’acconciatura irsuta di Hamsik, la cresta di Balotelli? Naturalmente niente. Pasolini del resto, che tanto amava il calcio, e malgrado lo sguardo profetico che spesso gli viene attribuito, non avrebbe potuto immaginare la deriva in cui il gioco del pallone sarebbe precipitato, né come si sarebbero presentati in campo i suoi protagonisti. Sta di fatto che le zazzere di El Shaarawy, di Hamsik, di Balotelli, Vidal, Nainggolan sono diventate immagine di culto, modello da seguire, argomento giornalistico.

Il un articolo del 7 gennaio del 1973 pubblicato sul Corriere della Sera con il titolo Contro i capelli lunghi, poi raccolto negli Scritti corsari, Pasolini sostiene che la foggia della capigliatura rappresenta sostanzialmente un messaggio, espresso in un “linguaggio privo di lessico, di grammatica e di sintassi”. Nell’anno in cui scrive, il messaggio significa altro rispetto a qualche anno prima. Se un tempo era il segnale di una contestazione prima silenziosa poi sempre più rumorosa e numerosa contro la civiltà consumistica e i valori borghesi, in seguito quello stesso segnale, attraverso una serie di passaggi intermedi, era arrivato a comunicare tutt’altro. Pasolini racconta che l’anno prima si trovava nella cittadina di Isfahan, nel cuore della Persia: “per le sue strade, al lavoro, o a passeggio, verso sera, si vedono i ragazzi che si vedevano in Italia una decina di anni fa: figli dignitosi e umili, con le loro belle nuche, le loro belle facce limpide sotto i fieri ciuffi innocenti”. Ma una sera, camminando per la strada principale, Pasolini scorge “tra tutti quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni dell’antica dignità umana”, due giovani che si muovono e si presentano in maniera diversa, “due esseri mostruosi” li definisce: “non erano proprio dei capelloni, ma i loro capelli erano tagliati all’europea, lunghi di dietro, corti sulla fronte, resi stopposi dal tiraggio, appiccicati artificialmente intorno al viso con due laidi ciuffetti sopra le orecchie”.
Il poeta traduce quello che quei giovani, per mezzo dei loro capelli, sembrano dire: «Noi non apparteniamo al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati, rimasti indietro alle età barbariche. Noi siamo impiegati di banca, studenti, figli di gente arricchita che lavora nelle società petrolifere; conosciamo l’Europa, abbiamo letto. Noi siamo dei borghesi: ed ecco qui i nostri capelli lunghi che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati».
Il messaggio dei capelli di El Shaarawy e di Hamsik è analogo: voi siete dei perdenti – dicono i loro ciuffi – semmai continuate a credere che studiare possa essere la strada giusta per comprendere la vita e per la vostra affermazione sociale, ma non è così; noi invece siamo coloro che vincono, siamo internazionali e privilegiati, non leggiamo un libro e non ci importa niente del mondo come è stato fino a qualche anno fa, perché esso è profondamente cambiato rispetto a quello in cui hanno vissuto le generazioni precedenti, e sono cambiati i valori e i modi per far valere se stessi.
Pasolini afferma infine, guardando quei giovani degli anni Settanta, e chissà forse pensando anche a El Shaarawy, a Hamsik, a Balotelli e a tanti altri come loro, che “essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre”. E conclude: “È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda”.
E’ venuto anche per noi davvero il momento di dire che non ne possiamo più di capigliature scolpite e di tatuaggi mostrati come bandiere: “è orribile, perché servile e volgare”, questo modo di mostrare se stessi, con l’arroganza di chi vorrebbe sembrare straordinario ed è invece solo adeguato ai tempi e fedele al cliché che ci vuole un poco diversi dagli altri per essere dagli altri presi in considerazione. Ma siccome i calciatori di certo non si accorgeranno della sfrontata povertà dei loro messaggi, dovrebbero essere gli allenatori, i presidenti, gli stessi tifosi delle squadre di calcio a liberarli da questa ”ansia colpevole”. Cosa che non succederà. Del resto, tutto questo discorso è privo di senso. Cosa c’entra infatti Pasolini con i capelli di El Shaarawy?

Programmi scolastici, l’arte di riflettere e la sindrome di Bianconiglio

Una scuola che voglia creare le condizioni per essere buona, tanto per riprendere lo slogan forse un po’ abusato ma efficace dell’attuale governo, non può prescindere dalla rimozione del preconcetto, fin troppo presente negli adulti, anche in coloro che insegnano, che i ragazzi formino un’indistinta massa di superficiali, incapaci di sviluppare qualsiasi pensiero critico o di operare un ragionamento che non poggi su argomentazioni del tutto inconsistenti. Se gli studenti rimangono come inebetiti di fronte a un mondo che si è velocemente complicato, certo ciò non trae origine da una loro prerogativa genetica, né solo dalla velocità del cambiamento, ma dipende anche da una carenza nell’attitudine al pensiero logico, che è ormai caratteristica generale, e dalla mancanza delle parole che servono a svilupparlo. Se i ragazzi sono privi degli strumenti utili per accettare e sostenere il confronto, ciò nasce in parte anche dall’inadeguata proposta didattica, che non riesce più a tradurre in argomenti di riflessione, in scoperta e in curiosità, i contenuti culturali, siano essi tradizionali o legati ai cambiamenti che hanno profondamente modificato il nostro stesso modo di vivere, stravolgendone i parametri di riferimento. I-libri-di-scuola-online-103-istituti-hanno-aderito
Non è un caso che nell’interessante dibattito ospitato sul Domenicale del Sole 24 ore, promosso da un’intervista di Armando Massarenti a Marta Nussbaum e poi proseguito con vari e pregevoli contributi (sia detto per inciso che il quotidiano economico è l’unico giornale che da tempo affronti la questione scuola non in termini allarmistici, ma entrando nel merito di proposte e prospettive), sia proprio emersa l’esigenza di introdurre percorsi didattici che rendano centrali l’arte di riflettere e la pratica della logica.
Sulla questione è intervenuto, sul numero del 15 febbraio 2015, Franco Lorenzoni, fondatore e animatore del centro di sperimentazione educativa casa-laboratorio di Cenci, ad Amelia, per ricordare come la scuola dovrebbe innanzitutto ripensare i metodi di insegnamento e “diffondere la didattica che è capace di promuovere il confronto e sostare intorno a domande aperte”. Insomma il contrario di quanto viene praticato, soprattutto nei licei, dove troppo frequentemente l’insegnante è colui che sa e gli studenti coloro che devono ricevere informazioni e incamerarle. In questo genere di scuola, dove l’invadenza burocratica e la pressione ipercognitivista creano ristagni paludosi e generano insofferenza e monotonia, le domande che non abbiano una risposta certa e blindata sono bandite e l’idea del sostare crea tormentati imbarazzi. Insomma nella scuola contraddistinta dalla continua misurazione dei risultati, vanno aggirate le domande, quello che conta sono le risposte.
A scuola non si può sostare, perché è necessario che gli studenti continuino ad immagazzinare dati, anche se essi risultano spesso privi di profondità. Chissà perché nello spazio quasi sempre privo di attrattive tra cattedra e banchi si ha frequentemente l’impressione di essere in ritardo, si vive preda dell’angoscia di non avere tempo per mettere insieme, in effetti per ammassare, tutte quelle conoscenze che si vorrebbe. I’m late, I’m late, for a very important date, dice Bianconiglio con il suo enorme orologio tra le mani, senza che ci sia un vero obiettivo nel suo correre, tranne quello determinato dalla paura di fare tardi. A scuola la sensazione di panico che coglie insegnanti (soprattutto) e studenti si rileva di fronte ad ogni possibile rallentamento dell’attuazione del Programma.
bianconiglioRiflettere, abituarsi al confronto e all’ascolto, imparare a porre problemi piuttosto che cercarne solo la soluzione, utilizzare procedimenti logici ed essere in grado di riconoscerli, sono attività che hanno bisogno di tempo. Completare il Programma, aggiungendo argomenti su argomenti, senza la possibilità di farli propri e di comprendere le domande che essi contengono, non aiuta a crescere e dunque ad affrontare le domande della vita. Scrive Lorenzoni: “Personalmente ritengo che dovremmo proporre meno contenuti e svolgerli con cura e profondità, perché il grande nemico di ogni crescita culturale sta nella semplificazione”.
La letteratura è il terreno privilegiato nel quale porsi delle domande, che non hanno quasi mai risposta, ma che impongono riflessione e senso critico. E’ il luogo dove la semplificazione è impossibile. Bisognerebbe però interrogare e farsi interrogare dalle opere, piuttosto che fornire semplificate informazioni sulle opere stesse, cercare delle soluzioni e tenersi il più possibile lontani dalle parole di poeti e narratori. Per uno studio della letteratura che preveda la centralità dell’opera, c’è bisogno però di un diverso approccio che non miri a fare tanto, ma che punti invece a soffermarsi sulle parole, senza diventare preda della paura che un maggiore approfondimento sia di ostacolo al completamento del Programma.

POESIE DEL TERRORE di Saverio Bafaro (La Vita Felice)

“C’è un buco / nella foglia d’Autunno / che dà dall’altra parte”: sono versi che rappresentano una chiave di lettura utile per entrare nell’atmosfera inquietante della raccolta Poesie del terrore di Saverio Bafaro. Il volume, pubblicato per i tipi de La Vita Felice, è accompagnato da una prefazione di Roberto Deidier e dalle illustrazioni di Piero Crida.  poesiedelterrore
Dall’altra parte del buco c’è lo smarrimento e la paura di ritrovarsi nella stessa realtà di sempre (che cosa può mostrare infatti un buco in una foglia, se non quello che già vediamo?), con la consapevolezza però che il mondo in cui da sempre abitiamo rappresenti appunto un’altra parte, un negativo che riusciamo ora distintamente a percepire, un paesaggio di cui improvvisamente sappiamo i contorni terribili, la faccia oscura e raccapricciante. Insomma la poesia di Bafaro ci trasporta nell’oltre al di là del buco, solo per dirci che esso di fatto non c’è, o almeno che è costituito della stessa materia del nostro quotidiano. I versi ci mettono di fronte ai punti di cedimento, alle presenze evanescenti ma agghiaccianti, alle continue scivolate ai limiti dell’ombra di cui si compongono le nostre giornate.
La poesia di Bafaro percorre questa geografia spettrale con inusitata freddezza, senza partecipazione emotiva, ma solo disegnando con estremo nitore la scena, nel volutamente monotono susseguirsi ritmico di poesie brevi o brevissime: “Da dove mi raggiungi / così esile e bianca farfalla / che in verità sei / gigantesco demone” oppure “Lividi fantasmi / vegliano / sul secolo disabitato”.
Non c’è niente di cui meravigliarsi: il male è già tutto sotto i nostri occhi, la lingua dunque non è disposta a commuoversi ed impressionare, può solo raccontare quello che la realtà mostra, ma che solitamente non siamo disposti a credere, le figure livide che si protendono verso le nostre vite, il male che staziona nei luoghi che solitamente attraversiamo: “Le case attendono / più in là della notte / basse lungo i binari / sanguina l’occhio / della sola finestra accesa / come un lume maligno // Le case attendono / più in là della notte / basse lungo i binari / schiere di serpi scacciate dalle chiese / contorcersi e sputare verdi bave // Le case attendono / più in là della notte / basse lungo i binari / le ruote dei vagoni-fantasma / sfrecciare invisibili e crudeli”.
Bafaro porta sul terreno apparentemente fragile della poesia le caratteristiche di un genere letterario solitamente di pertinenza della prosa. Il terrore infatti pare abbia bisogno del dispiegarsi della narrazione per avere piena possibilità di sviluppo. Ma il racconto ci costringe ad affacciarci sulle vite altrui, il poeta invece vuole che lo sgomento riguardi ognuno di noi, che l’incubo sappia rappresentare il peso del destino comune che ci sovrasta. Si presentano così nel linguaggio della poesia termini e figure prima di ora mantenuti a debita distanza. Del resto lo stesso Bafaro chiarisce i confini entro cui si muove la sua poetica, in una poesia che ha il titolo emblematico di Estetica non-aristotelica. “Noi che abbiamo scelto il Brutto / e letto al contrario il libro dello Stagirita / conosciamo i risvolti / dell’armonico divenuto sghembo / del calmo divenuto irrequieto / del limpido divenuto oscuro / dell’ordine divenuto caos / del simmetrico non più tale / delle proporzioni volutamente saltate”.
E’ questo il mondo in cui Bafaro ci costringe ad abitare, un universo traballante ed irregolare, in cui le proporzioni si alterano, dove l’armonia si frantuma in tormentata instabilità, dove “la Bestia digrigna i denti / ed io ammicco e bacio e sfido / il suo fluorescente splendore”.

TUTTE LE POESIE di Dario Bellezza (Oscar Mondadori)

Dopo la morte del poeta, avvenuta nel 1996, dell’opera di Dario Bellezza si è detto poco e si è scritto ancora meno. I versi dello scrittore romano, molto presente nei decenni Settanta e Ottanta nell’allora fervida vita letteraria della capitale, sono stati come cancellati, offuscati dalla sua stessa leggenda, dalle vicende dolorose che condussero al tragico epilogo della sua esistenza, da quel gioco di simulazione e dissimulazione proprio del personaggio che Bellezza si era costruito addosso. Sarebbe necessario dunque, a quasi vent’anni dalla morte, rileggere con attenzione la sua opera, ripensare ai sui versi con un nuovo atteggiamento critico, libero da quelle sistemazioni preconcette che hanno contribuito a relegare la sua poesia nei confini ristretti di una biografia fin troppo caratterizzata da un protagonismo spesso provocatorio e respingente, e che hanno finito per tenere i suoi versi lontani da antologie e panoramiche letterarie di varia natura. Operazione non facile, considerati gli ostacoli di cui lo stesso Bellezza ha disseminato il suo percorso di scrittore e tenuto conto che la sua poesia è anche il risultato di un particolare clima culturale, quello appunto dei decenni sopra richiamati, difficile oggi da recuperare alla memoria senza avvertirne l’incolmabile distanza con il presente o senza reagire al ricordo con un moto di fastidio. 
Un contributo fondamentale alla rilettura dell’opera di Dario Bellezza viene dalla pubblicazione di un Oscar Mondadori che raccoglie tutta la sua produzione poetica. Il volume contiene gli otto libri di versi pubblicati dal poeta, da Invettive e licenze, dato alle stampe da Garzanti nel 1971, fino a Proclama sul fascino, che vide la luce nel 1996, pochi giorni dopo la morte dell’autore, che di quella raccolta aveva comunque curato la sistemazione e l’organizzazione dei testi. Alle poesie in volume, si aggiungono i versi pubblicati in occasioni varie, su riviste o in edizioni minori, che vanno a costituire un’Appendice di notevole interesse. La pubblicazione mondadoriana evita così che Bellezza finisca per essere una “leggenda di se stesso, un poeta senza più opera”, come scrive Roberto Deidier, che cura questa edizione di Tutte le poesie, e scrive un’introduzione che si pone come uno strumento critico indispensabile per avviare una rivisitazione dell’opera dello scrittore.
La poesia di Bellezza è spesso caratterizzata da un maledettismo ostentato e provocatorio, dall’esibita tendenza a rappresentarsi vittima di una società incapace di vivere la verità delle passioni, innanzitutto quelle di carattere erotico, e si nutre di una sorta di decadentismo tardivo e melodrammatico. La sua ansia di trasgressione è figlia di una borghesia apatica e noncurante, da cui il poeta fugge, ma che sceglie anche come principale interlocutore; il suo malessere è il prodotto di una città contro cui inizialmente scaglia i propri atti di accusa e che poi viene rappresentata in tutta la sua indolente precarietà, terreno propizio alla rinuncia e alla sconfitta. Le arrabbiate “invettive” delle prime poesie si trasformano nelle raccolte successive nel doloroso abbandonarsi alla disfatta, nella ricerca, feroce quanto continua, dell’annientamento morale e fisico. Il fallimento delle emozioni produce un teatrale senso di nostalgia che si indirizza verso la stagione della giovinezza, quando tutto era potenzialmente, ma poco realisticamente, possibile. “Leggiamo le mie possibilità amorose” annuncia il poeta nel primo verso di una poesia contenuta nella sezione Disamore del volume che si intitola semplicemente, ma sintomaticamente, io, per poi proseguire così: “Come avessi vent’anni, e andassi / per stracci, o fidanzate poco / credibili… La verità è che / non amo più, né sento niente / dentro di me se non sommessi insulti / a quel colui che ero, che non sono / più, tranne vendendo i reliquari / di me stesso…”
Nei suoi esiti migliori la poesia di Bellezza si concentra sul trascorrere del tempo, anzi sul constatare come il tempo utile sia già tutto e sempre passato, lasciando un ammasso di rovine che sono quasi interamente interiori e ponendo l’io al centro di un paesaggio desertico, dal quale salvano solo le piccole attività del quotidiano, nell’esaltazione, non si sa fino a che punto sincera, del minimo orizzonte domestico: “Non c’è niente di meglio che barare; / stare in cucina cucinando un minestrone. / Si svuoterà il frigo zeppo di cicoria, / pomodori passati, carote e zucchine”; dichiarazione che si muove tra l’ironia e la rinuncia a prospettive più vaste e che porta il poeta a concludere: “Il trionfo vero / è quello della quotidianità”.
O ancora i versi raggiungono una tranquilla e dolente verità quando ad essere protagonista è uno dei gatti tanto amati: “Mi costringi / a queste poesiole infantili / che rallegrano solo chi le scrive / in un’epoca di trapasso e solitudine / mentre aspetto eventi stranieri / sconvolgenti la mia già lontana / vita. Gatta amata / non ascolti la mia supplica, / non voler morire. I treni / torneranno un dì pieni di ragazzi / festosi le piazze risuoneranno / di fisarmoniche e mandolini; / noi saremo insieme in un viaggio / strepitoso mangiando cremini / e leccandoci i baffi”.
L’esasperazione in senso drammatico del dolore e la sua simulazione, il nascondersi dietro la maschera del poeta maledetto e dell’esteta, quando si compongono e si confondono con i modi della quotidianità casalinga, realizzano forse l’esito più vero e alto della poesia di Bellezza.

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Giorgio Caproni, poeta della leggerezza

Lavoro oggi intensamente sul tema della leggerezza e dunque mi capita (come sarebbe possibile farne a meno?) di leggere più volte alcune poesie di Giorgio Caproni. Mi torna alla mente così che il poeta livornese è morto proprio il 22 gennaio, di 25 anni fa. Non posso non dedicargli un tributo. Leggero, mi riprometto. caproni2
A parlare di leggerezza non si può fare a meno di ricordare la prima delle Lezioni americane, in cui Calvino parla, tra l’altro, di una “leggerezza della pensosità” che può far apparire la “leggerezza della frivolezza” pesante e opaca. Massimo esempio di un tale modo di interpretare la leggerezza è Guido Cavalcanti, capace di tradurre filosofia, scienza e letteratura in versi di perfetta levità. Del resto la più famosa delle poesie di Cavalcanti, comincia con queste parole: “Perch’io non spero di tornar giammai, / ballatetta, in Toscana, / va’ tu, leggera e piana, / dritt’a la donna mia”. La qualità che viene richiesta alla ballata, perché possa raggiungere agevolmente la donna amata, e raccontarle però “novelle di sospiri / piene di dogli’ e di molta paura”, è appunto quella d’essere leggera.
Se Cavalcanti è, a detta di Calvino, il “poeta della leggerezza”, di un titolo analogo potrebbe fregiarsi, tra i nostri autori del Novecento, senza dubbio Caproni. L’indagine metafisica, che caratterizza tutta l’ultima parte della sua produzione, è sempre contrassegnata da un tono leggero, da una tendenza a spingere lo sguardo verso l’alto e a scoprirlo, il luogo lontano sede delle nostre speranze, tanto impalpabile da coincidere con il nulla, da una propensione alla sottrazione, che va a insinuarsi anche all’interno dei versi, resi più brevi e più scarni, lasciando sulle pagine tutto il bianco, il vuoto appunto, in cui il tenue tende a sfumare. Così, nella Pensatina dell’antimetafisicante: “Un’idea mi frulla, / scema come una rosa. / Dopo di noi c’è il nulla. Nemmeno il nulla, / che già sarebbe qualcosa”.
Del resto in questo la poesia di Caproni procede di pari passo con le acquisizioni della fisica: più l’universo si fa grande, più si scopre formato da particelle piccolissime, elementari. Impalpabili e leggere. Fotoni, elettroni, quarks, gluoni, neutrini: è la fisica (la metafisica?) dei quanti.
La scelta in direzione di una pensosa levità trova una prima coerente e consapevole dichiarazione nei Versi livornesi, dedicati alla madre Anna Picchi, contenuti ne Il seme del piangere, che raccoglie poesie scritte tra il 1950 e il ’58. Caproni non può che associare la figura della madre a immagini che richiamino un’idea di delicatezza e vaporosità: le strade livornesi sono ventose, la donna procede in bicicletta, si fa riferimento a una “scia di cipria”, alla nuca sottile, all’andatura “ilare”, alle rime che devono essere “chiare”, alla mano del poeta che deve farsi “piuma” e “vela”.
I Versi livornesi, che porteranno Caproni ad affrontare comunque il doloroso tema della mancanza, della morte, dell’attraversamento dell’assenza in una sorta di viaggio verso gli inferi, cominciano proprio con un esplicito riferimento a Cavalcanti e alla sua “ballatetta”: “Anima mia, leggera / va’ a Livorno, ti prego”. Se nel poeta amico di Dante era la stessa ballata ad essere investita del compito di essere messaggera delle pene e della sofferenza del suo autore, l’inviata di Caproni è invece l’anima, che deve comunque dimostrarsi leggera se vuole raggiungere il difficile obiettivo di essere ponte tra i vivi e i morti, anzi se vuole provare “se per caso Anna Picchi / è ancor viva tra i vivi”.
L’invito alla leggerezza e il legame con la ballata cavalcantiana attraversano tutto il corpo delle poesie dedicate alla madre: “Mia mano, fatti piuma: / fatti vela; e leggera / muovendoti sulla tastiera, / sii cauta (…)” (Battendo a macchina); “Mia pagina leggera: piuma di primavera” (Piuma); fino ad arrivare all’Ultima preghiera, nella quale il poeta invita ancora una volta l’anima a muoversi agile e lieve per superare l’ostacolo del tempo e della morte: “Anima mia, fa’ in fretta. / Ti presto la bicicletta, / ma corri. E con la gente / (ti prego, sii prudente) / non ti fermare a parlare / smettendo di pedalare”.
La “preghiera” conclude così: “Anche se io, così vecchio, / non potrò darti mano, / tu mormorale all’orecchio / (più lieve del mio sospiro, / messole un braccio in giro / alla vita) in un soffio / ciò ch’io e il mio rimorso, / pur parlassimo piano, / non le potremmo mai dire / senza vederla arrossire. // Dille chi ti ha mandato: / suo figlio, il suo fidanzato / D’altro non ti richiedo. / Poi, va’ pure in congedo”.
La poesia deve essere più lieve del sospiro, più leggera di un soffio, se vuole arrivare a penetrare il mistero, varcare i confini della morte.

Quando Einstein perdeva tempo

All’inizio del secolo scorso Albert Einstein era a Pavia, dove aveva raggiunto la famiglia dopo aver abbandonato gli studi in Germania. Il liceo che frequentava a Monaco faceva leva su un rigore che il giovane Albert non riusciva a sopportare e che aveva inciso negativamente sui suoi studi.

Albert Einstein ai tempi della teoria della "relatività ristretta"

Albert Einstein ai tempi della teoria della “relatività ristretta”

In Italia Einstein trascorreva le giornate a leggere, a seguire le lezioni dell’Università di Pavia, a cui non era iscritto, a gironzolare senza una meta, insomma in buona parte a svolgere attività inutili e a perdere tempo. Ci sono situazioni nella vita e nelle singole giornate di ognuno, in cui è necessario farlo: possiamo guardarci intorno e immergere lo sguardo dentro noi stessi e così scoprire un paesaggio abituale ma che conosciamo in parte; leggere libri di cui capiremo l’importanza solo anni dopo; contare i nostri passi senza temere che sia un’attività assolutamente senza scopo.
Dell’anno italiano di Einstein trascorso a girovagare intorno a se stesso parla Carlo Rovelli nel fortunato Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), concludendo che “se non si perde tempo non si arriva da nessuna parte, cosa che i genitori degli adolescenti purtroppo dimenticano spesso”.
Sta di fatto che l’anno successivo Albert concluse gli studi liceali a Zurigo, per iscriversi poi all’Università della stessa città, avendo ormai chiari i suoi interessi. Pochissimi anni dopo, nel 1905, pubblicò tre articoli fondamentali che avrebbero inciso profondamente sulla fisica del Novecento e cambiato il nostro modo di interpretare la realtà. In uno di questi dimostrò la validità della teoria dei quanti di Planck, in un altro espose la sua prima teoria della relatività, detta della “relatività ristretta”.
E’ l’avvio anche di un nuovo modo di intendere il tempo. Lo scorrere del tempo, riassumerà Einstein, dipende dalla velocità con cui ci si muove. Più veloci siamo e più lentamente il tempo avanza. Queste affermazioni hanno dato vita a una serie di studi che hanno portato a ritenere che il tempo possa anche essere fermo in una sorta di assoluto presente. Ciò avviene alla velocità della luce, per esempio nei buchi neri. E’ lì il luogo senza tempo, o forse è lì l’eternità.
Insomma quell’anno italiano di Einstein, passato a bighellonare, è risultato poi fondamentale per i suoi studi futuri e per le concezioni sullo scorrere del tempo. Se il giovane futuro premio Nobel per la fisica non avesse perso tempo, ora non avremmo modo di dare il giusto valore al tempo.

Perché bisogna credere a Babbo Natale

Credere a Babbo Natale è un allenamento indispensabile per la vita futura. Le bambine e i bambini di oggi, assediati da un eccesso di quotidianità che finisce per banalizzare l’evento (regali che arrivano prima del previsto, poco credibili babbi natale ad ogni angolo di strada e in ogni spot televisivo, lo stato di festa perenne in cui sono precipitate le generazioni più giovani), credono ancora a Babbo Natale? Ci credono gli scaltri ragazzini di otto nove anni, già abili su smartphone e campioni di giochi elettronici, le bimbe attente all’abbigliamento più che alle bambole? Ci credono e non ci credono, più o meno come accadeva un tempo. Di fronte all’improbabile vecchio con la barba bianca, in casacca e cappuccio rossi, si rimane sospesi tra un anelito razionale e la voglia di continuare a ritenere che la vita può anche riservare incredibili sorprese. Proprio a questo serve Babbo Natale, a farci comprendere che le cose sono e non sono allo stesso momento, che la realtà che ci è intorno è anche frutto della nostra immaginazione, anzi che non c’è realtà se non c’è immaginazione.

Illustrazione del 1881 di Thomas Nast raffigurante Babbo Natale

Illustrazione del 1881 di Thomas Nast raffigurante Babbo Natale

Babbo Natale non esiste? Se è per questo non è esistita nemmeno Anna Karenina, eppure per tanti di noi ha un volto e una biografia sicuramente più certi di una miriade di contadine russe, cantanti d’opera e zarine, i cui dati anagrafici sono oggettivamente accertabili, ma di cui, abbiano bene o male operato, non è rimasta nessuna traccia. Chi non è disposto a credere che sia davvero esistito, e che forse sia ancora in vita, il due volte morto Mattia Pascal? E come non desiderare di assistere di persona al racconto dettagliato dei lontani avvenimenti che hanno contrassegnato la cittadina (reale o no?) di Macondo, operato dal suo fondatore, il colonnello Aureliano Buendia?
Certo è bene che il mondo sia arricchito dalla nostra fantasia, ma solo quando siamo bambini, dirà qualcuno, poi è necessario ancorarsi al più solido principio di realtà, allontanarsi dai pericolosi ondeggiamenti che genera l’immaginazione, agire seguendo le indicazioni che la sola ragione è in grado di dettare.
Tutto vero, ma come non accorgersi che siamo quello che siamo perché abbiamo creduto vero quello che ancora non era dimostrato? Non è forse spesso accaduto che le verità di oggi siano state ritenute un tempo l’insano frutto dell’immaginazione di un singolo?
Se il cielo come oggi lo conosciamo (o crediamo di conoscerlo), da una serie di cerchi concentrici, ruotanti e musicali, è diventato un luogo senza fine e in espansione, lo dobbiamo in parte alla nostra immaginazione. Abbiamo fantasticato, prima di conoscere. Prima di avere le prove che l’universo fosse costituito da miliardi di galassie, abbiamo dovuto rappresentarci un mondo che non vedevamo, abbiamo dovuto vagheggiarlo. Del resto la matematica, la più esatta delle scienze, rappresenta l’esistente basandosi su una pura astrazione, quindi lo inventa o almeno lo risistema.
Per tutto questo bisogna che i bambini continuino a credere (con qualche dubbio) al vecchio canuto che porta i regali e tu, caro Babbo Natale, insisti a percorrere i cieli con la tua slitta trainata dalle renne (cosa ci fa una slitta tra le nuvole, ditemi, tra l’Orsa Maggiore e la costellazione del Capricorno?).

In volo

Nella raffinata collezione dei Fogli Volanti, ideata e curata da Margherita Cassani e Danila Denti, è stato pubblicato l’inedito In volo. I miei versi sono accompagnati da una preziosa xilografia di Margherita Cassani. L’elegante composizione è stata tirata nei torchi a mano su carta Vergata.

 

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Io proprio non capisco cosa è stato
che mi ha condotto in alto, camminavo
con il mio passo, ogni tanto un salto,
ed ora mi ritrovo nell’ebbrezza
dell’alta quota, vago tra le stelle
stordita ed affannata, muovo le ali
che non sapevo di vestire: in volo
mi sento come il passero che tenta,
s’arrischia contro vento, ma ritorna
al proprio smarrimento, si confonde
in troppo cielo troppa aria, breve
vuole il suo viaggio, appena un po’ distante
dal luogo conosciuto già si chiede
in quale abbraccio troverà rifugio,
se mai vale la pena di partire.
Dici così, io non mi so fermare,
se mi guardi, mi basterà a planare
solo lo sguardo, arrivo dondolando
sulla tua spalla, io sono il fringuello
che fischia melodie, sono il tuffetto
che non si ferma, tutto il giorno aspetta
la notte per entrare nel tuo letto.

 

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Lo sguardo del saggio. Su una poesia di Elio Pecora

Nel giardino stretto a pianoterra
sul sedile sbrecciato,
tra i vasi delle zinnie e dei gerani:
lascia pane agli uccelli:
cince, passeri, storni,
più volte di mattina una ghiandaia.

Ieri ha scavato sotto la magnolia
per seppellire la gatta
spirata di vecchiaia sul divano.

In due metri di terra
sono spariti i corpi,
nemmeno le ossa,
del lupo alsaziano là da sei anni,
della spinona, sepolta l’anno scorso,
sgravata due volte
di figli minuscoli morti.

 

elio pecora

Elio Pecora

Elio Pecora si avvicina alle vicende del mondo con lo sguardo, e il sorriso verrebbe da aggiungere, del saggio, di colui che sa bene che non c’è una verità da svelare se non quella della nostra finitezza e che comunque avverte la presenza di una possibile rivelazione in ogni gesto e in ogni impresa, dalla sublime alla più insignificante. Non si tratta della saggezza che è il prodotto dell’accumulo d’esperienza frutto del trascorrere degli anni, che rende più pacate e misurate le azioni, che acuisce la capacità di discernere tra il bene e il male, piuttosto essa è strumento di conoscenza, elemento connaturato allo sguardo e alla parola che restituisce il racconto di quello che si è visto. La saggezza, in questo caso, è caratteristica specifica della poesia, è il fiato che percorre i versi e dà loro sostanza, è la cifra che consente di assistere alle vicende umane con un misto di accorata partecipazione e ironico distacco, di sentimento popolare e aristocratica lontananza. Il dialogo tra il vicino e il lontano, tra ciò che gli occhi vedono e tutto quello che invece si manifesta come assenza, tra l’evidenza della realtà e la sua oscurità, è materia di questi versi.
Del resto che sia lo sguardo il motore primo dei versi di Pecora, o meglio la capacità dello sguardo di posarsi su un luogo e di restituirlo al lettore denso di nuovo significato, la modalità con cui cerca la realtà e la trasforma in domanda, ce lo conferma il titolo di una raccolta di brevi prose, L’occhio corto (ma già nel 1984 Pecora aveva pubblicato alcune poesie con il titolo di L’occhio mai sazio), che porta in epigrafe una citazione di Karl Kraus: “Quanto più da vicino si osserva una parola, tanto più lontano essa rimanda la sguardo”. E ciò che vale per la parola può essere esteso, almeno per quanto riguarda il modo di procedere di Pecora, al gesto, al movimento, ai paesaggi, ai comportamenti.
Nella poesia qui riportata, tratta dai Quadri cittadini, proposti all’interno della raccolta Simmetrie (Mondadori, 2007), l’eterna vicenda di vita e morte, della fatale conclusione e consunzione di vite e corpi, dell’altrettanto inevitabile certezza che c’è sempre qualcuno che resta, è rappresentata attraverso una figura umana, il protagonista dell’azione, che non ha nome e ci viene presentato senza alcuna consistenza fisica, privo di connotati che lo distinguono. Lo conosciamo, e lo riconosciamo come nostro simile e fratello, solo dai gesti minimi, terribilmente umani, che sono quelli di offrire da mangiare agli uccelli che frequentano il “giardino stretto a pianoterra”, e di scavare buche che ospiteranno le spoglie degli animali domestici, la gatta, il lupo alsaziano, la spinona. Insomma nel giardino, che immaginiamo chiuso tra alti palazzi, si palesa un piccolo cosmo protetto dall’esterno minaccioso, tanto che in esso trovano ristoro “cince, passeri, storni, / più volte di mattina una ghiandaia” e che funziona, c’è da crederlo, anche da rifugio per l’oscuro e generoso dispensatore di alimenti e di sepolture. Lo stesso giardino è però anche il luogo indifeso nel quale si mostrano le minacce del tempo e della vita, una sorta di hortus conclusus dell’amore e della disperazione, un minuscolo teatro dove si recita una altrettanto infinitesima tragedia.
La scena viene vista da un luogo estraneo e imprecisato, non tanto lontano da non permetterne di coglierne i particolari e di renderne chiare le dinamiche emotive. Nell’estremo nitore dei versi, nell’asciutta precisione del racconto (con tre soli aggettivi, posti ad inizio e fine della lirica, “stretto” “sbrecciato” “morti”, che non lasciano dubbi sull’atmosfera della rappresentazione), Pecora ci conduce, senza indugio e senza commiserazione, con lo sguardo presente e lontano del saggio, proprio a contatto con i nostri limiti e con la nostra incompiutezza.
Il nume tutelare della poesia è Saba: certo per la presenza di uccelli “cittadini”, per i gesti umili e autenticamente caritatevoli, per la “moralità”, sarebbe meglio dire “quasi una moralità”, che si evince dai versi. Non c’è invece, contrariamente a quanto avviene nelle poesie del triestino, la presenza di un io prepotentemente autobiografico. Lo sguardo del saggio non guarda a se stesso, ma si posa sui piccoli gesti quotidiani di anonimi interpreti, scoprendovi i segni del comune destino.