E se invece dei libri di testo

Appena finito il loro compito (al termine di un anno scolastico o di un ciclo di studi), il primo pensiero è quello di sbarazzarsene, semmai ricavandone un qualche godimento. Così fino a qualche anno fa si organizzavano dei falò, oggi più concretamente ci si impegna nel tentativo di metterli in vendita, sforzo quasi sempre disperato comunque faticoso al pari di quello che fu il fervore nell’acquisto. E’ questo immancabilmente il destino dei libri di testo, compresi quelli di letteratura. A nessuno però appena sano di mente verrebbe in mente di dare alle fiamme Il fu Mattia Pascal o di fare a pezzi, subito dopo la lettura, la pagina che contiene L’infinito di Leopardi.
E’ allora del tutto lecita, e anzi appare quasi necessaria, la domanda che si pone Francesco Piccolo, sulla Lettura del Corriere della Sera di ieri, e che insieme a lui ci poniamo tutti: ma serviranno davvero, questi libri di testo?
Diciamolo con franchezza: i libri di testo (vogliamo partire dalle antologie della letteratura italiana? bene, partiamo pure da loro) sono pesanti, ingombranti, costosi, solitamente mal organizzati, confusi, ripetitivi. Se ne utilizza solo una minima parte, essendo il resto superfluo , almeno nei piani e nelle possibilità dell’insegnante e dei ragazzi che hanno a che fare con quel volume.
La letteratura è fatta di testi: perché non rivolgersi direttamente a loro, con l’apporto di qualche agile strumento critico? I libri di cui si parla a scuola sono oggi in gran parte scaricabili gratuitamente dal web e sono a nostra disposizione in qualsiasi biblioteca. Perché non tentare un uso combinato delle due risorse, così da evitare anche il frainteso che la letteratura è l’insieme di testi antologizzati, che vanno dunque studiati (anzi ne vanno studiate le interpretazioni che qualcun altro ci suggerisce) e non letti?
Verrà obiettato che gli oggetti che formano lo studio della letteratura sono in gran parte gli stessi (Dante, che so, Machiavelli, Manzoni), e se dunque i libri di testo hanno dato buoni risultati fino ad ora si può continuare ad usarli senza eccessivi problemi, avendo semmai solo l’accortezza di scegliere quelli più adeguati ai nostri tempi. Ma si dimentica che si sta parlando di strumenti e gli strumenti appunto devono adeguarsi al cambiamento dei tempi. Il fatto che i libri di testo siano costruiti con modalità analoghe e proponendo sostanzialmente le stesse strutture di quelli in uso trenta o quaranta anni fa è la prova evidente della loro inadeguatezza e della loro scarsa utilità.
Mi piacerebbe dunque che le scuole (in particolare i licei) fossero dotate di un’aula della letteratura italiana, dotata di una piccola biblioteca cartacea e dell’immensa biblioteca web, con lavagna interattiva insomma, computer e quanto serve a che gli alunni interessati possano, anche a scuola, trovare sul web quanto in quel momento serve. E poi che le scuole fossero obbligate al wi-fi gratuito e che gli studenti fossero invitati a dotarsi di tablet oltre che di romanzi e libri di poesia, invece che di libri di testo.

Le palme lungo il mare di Salerno





















Le palme lungo il mare di Salerno

che ammalate e poi decapitate
restano radicate in mezzi tronchi
senza più ciuffo, insomma grasse e sfatte
vecchie signore, languide matrone
senza testa, ridotte a vegetale,
io vado ad abbracciare, non morite
vi prego non lasciate il vostro posto
ad alberi più giovani, a dei fusti
volgari e supponenti, non pensate
a quelle signorine in tacchi a spillo
sempre eccitate e sempre innamorate,
che fino a ieri vivevano in vivai,
non vi arrendete al punteruolo rosso
che scava gallerie dentro la carne,
la vostra carne cadente e contegnosa,
i vostri tronchi in abito da sposa.  


Più libri, meno carcere

In Brasile i detenuti che leggono un libro al mese possono ottenere una riduzione della loro pena. Si tratta di un esperimento, per ora attuato in quattro case di detenzione. E’ necessario che i detenuti scrivano, ad ogni libro letto, una relazione «con proprietà di linguaggio e accuratezza, dimostrando di averne compreso il valore e il senso». Ogni anno possono ottenere fino a un massimo di 48 giorni di libertà.
Credo che l’idea nasca dalla costatazione che la lettura di un libro renda senza dubbio migliori (oltre che scaturire dall’assunto, piuttosto retorico oltre che teorico, che la cultura produca libertà). Chi legge cresce moralmente, è meno disposto a fare del male, a sentire gli altri come nemici da combattere. 
L’esperimento è sicuramente apprezzabile e sarebbe bello se potesse estendersi al nostro Paese, semmai interessando anche altre categorie di persone, coinvolgendo cioè coloro che vivono a piede libero e variando di conseguenza la qualità degli abbuoni.
Per esempio, un calciatore che legga almeno un libro al mese si vedrebbe premiato con un calcio di rigore; un politico, con una certa quantità di voti alle prossime elezioni; un medico, con qualche giorno di vacanza in più; una presentatrice di reality show potrebbe andare a cena con Umberto Eco, invece che con Corona. Il vantaggio di un tale sistema riguarderebbe non solamente i lettori, c’è da supporre in gran parte poco abituali, ma tutti noi. Ascolteremmo infatti dai personaggi pubblici dichiarazioni meno superficiali e scontate e vedremmo migliorare la nostra condizione di vita, di fronte, tanto per dirne una, a professionisti più scrupolosi e attenti alle esigenze altrui.
Si potrebbero attribuire premi anche a quegli insegnanti che, svolgendo un mestiere per il quale si presuppone il possesso di determinate conoscenze, credono di non aver più bisogno dei libri o di non aver tempo da leggere. A quelli che dimostreranno di “aver compreso il valore e il senso” di quello che hanno letto, la possibilità di insegnare quello che sanno veramente insegnare, semmai con un aumento di stipendio.

Mariapia Veladiano: valutare significa dare tempo per rimediare all’errore

Mariapia Veladiano sul quotidiano La Repubblica di oggi interviene con grande chiarezza sulla questione della valutazione scolastica, strumento delicatissimo e in ogni caso fondamentale nel processo di formazione delle nuove generazioni. La base da cui si sviluppa il ragionamento è costituita dai risultati positivi ottenuti dalla scuola del Trentino, dove non si possono esprimere valutazioni al di sotto del 4. La Veladiano propone una serie di considerazioni pienamente condivisibili, a cui rimando. Mi soffermo su un solo aspetto, che è poi l’inevitabile punto di partenza di chi voglia affrontare la questione: a cosa dovrebbe servire l’atto della valutazione? a cosa veramente conduce?
Valutare, dice la scrittrice, è uno dei compiti della scuola: “serve a capire se il passo di chi insegna è giusto, se chi apprende lo sta facendo, a certificare al mondo che un percorso è compiuto davvero”. Aggiungerei che, oltre al “passo” dell’insegnante, ogni seria valutazione mette in discussione anche il metodo e il modello di relazione con coloro che vengono valutati.
Avviene invece che spesso le valutazioni prescindano dall’obiettivo primario che l’istituzione scolastica dovrebbe porsi, che non è quello di giudicare con durezza, di colpire dove si manifesta la mancanza, ma di spingere gli studenti a procedere con attenzione e possibilmente con entusiasmo in un percorso che li trasporti nella vita adulta con un adeguato bagaglio di conoscenze e di competenze. I ragazzi crescono, hanno bisogno di imparare, non di essere mortificati, di capire che gli errori possono servire a migliorarsi, di avere a disposizione strumenti che permettano loro di verificare se quello che stanno facendo ed apprendendo è in sintonia con la visione del mondo che stanno costruendo. Hanno perciò necessità di inserire le valutazioni in un sistema giusto e condiviso. “A scuola – scrive la Veladiano – la valutazione incrocia tutto intero il tempo in cui i ragazzi esplorano ancora intatte tutte le loro possibilità, cercano conferme del loro valore, hanno paura di non trovarle. E’ la formazione del sé. In cui ci vuole tempo, spazio per l’errore, e per rimediare all’errore”.
E più avanti: “la scuola deve sempre sapere che la vita sorprende, che tutto può accadere nel bene e nel male”.
Mi viene in mente a questo proposito un passo del romanzo Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia. 

“… all’epoca Puglisi era di una timidezza sconcertante; uno di quei ragazzi che faticano moltissimo a ingranare e ne fanno una tragedia incomunicabile. Faticano a ingranare nella vita (il primo vero bacio lo danno di solito a vent’anni) e per motivi che nessuno può comprendere faticano a ingranare negli studi. E’ come se la loro intelligenza si chiudesse, la loro sensibilità fosse spartita con precisione millimetrica tra cariche positive e negative, per cui l’impasse diventa la loro croce naturale, e rischiano – come Puglisi faceva ogni volta che veniva interrogato, e a ogni interrogazione faceva scena muta – di pisciarsi addosso quando anche la madre di tutte le domande cattive (“Sai almeno come ti chiami?”) inizia ad essere inghiottita dal silenzio, domanda che uno dei tanti professori a un certo punto si lascia sfuggire, non per malvagità ma perché l’impotenza di certi ragazzi è così solida da diventare un sostegno perfetto per la fragile impotenza degli adulti”.

Siamo a Bari a metà degli anni Ottanta. Puglisi, assicura il romanzo, si farà poi strada nella vita. Quanti Puglisi ci sono ancora oggi nelle scuole d’Italia, quanti insegnanti si sforzano di concepire considerazioni spietate, sicuri che su questo terreno si giochi la loro rispettabilità e quella dell’istruzione che dovrebbero assicurare?
Anche oggi il rigore di certe valutazioni, la presunta oggettività, nascondono solo la “fragile impotenza” di chi è chiamato a valutare.

A quattro vincitrici nel gioco della scherma

Non sono molti i movimenti, sempre quelli
sulla pedana avanti e indietro, affondo
presa di ferro, eppure rarefatti
o consistenti diventano miraggio della grazia,
il volteggio dell’anima che fugge
lungo il braccio e vorrebbe mantenersi
infinita. Non sono sufficienti
il gesto delicato e pronto al balzo,
il deciso vigore trattenuto, l’improvviso
schianto, il disegno leggero
delle gambe, il pensiero
che mantiene e che fulmina, la schiena
lieve, che salta e scarta si contrae ritorna
in sintesi perfetta. Bisogna misurare la bellezza,
frenarla, non unirla al tramestio del tempo,
al magro sdrucciolare
dei giorni, all’ombra, alle inutili imprese.
Bisogna che resista
la giovinezza negli occhi e nelle braccia,
sia sempre il vento della leggerezza
nel muscolo che freme e va a bersaglio.

Per vincere occorre essere semplici e lontane,
cedere alla preghiera, all’emozione,
non fissare lo sguardo
sul presente che mette le catene
alle caviglie, pensarsi forma, solo vivo segno,
la muta intelligenza della danza, la nuvola
corretta in resistenza.
Le quattro vincitrici nella scherma
sono la gioia che abbiamo abbandonato, il finale
cantato a squarciagola, l’abbraccio immaginato
con gli amici.

Oggi che continua la vita, mi accontento
di guardarvi da questo tempo nostro
di mortali che avanzano e indietreggiano in pedana,
un po’ più vecchi, più deboli all’assalto, da questo tempo
di parole che fuggono la vita, che si addormentano.
Venite voi, Elisa e Arianna e Valentina e Ilaria,
venite coi fioretti sorridenti, le maschere pensanti,
la sorpresa del braccio che accarezza,
a darci il cuore, a raccontarci il sogno,
a mantenere la fiaccola sospesa
ancora verso il cielo.

Mercuzio: fine pena mai (ovvero Armando Punzo e la poesia)

L’attività di Armando Punzo all’interno del carcere di Volterra è giustamente nota. Anche quest’anno il regista ha presentato nella casa di reclusione di Volterra con la sua Compagnia della Fortezza un’opera densa, carica di significati, capace di pressare lo spettatore trasportandolo su un tapis roulant che scarta continuamente e induce ad una riflessione sempre significativamente divagante, ma che converge infine verso un unico quadro di insieme che genera un’intensa reazione emotiva. C’è da chiedersi da dove nasca questa forza, che cosa accade tra le mura del carcere perché l’esperienza teatrale che lì nasce e si produce riesca a stupire e a coinvolgere così tanto lo spettatore. Credo che dipenda dalla capacità di Punzo di costruire uno spettacolo che sappia essere popolare nello stesso momento in cui si presenta come un evento elegante ed extravagante; un’opera che riesca ad evocare la tradizione, anche la più consueta, quella appunto che appartiene al sentire comune di più generazioni e non è confinata nell’ambito intellettuale, proprio quando sembra allontanarsi dai percorsi abituali e tentare strade poco battute, che sia capace di parlare al cuore mentre si propone come operazione di alto livello culturale. E’ il teatro, bellezza, e tu non puoi farci niente, direbbe il Bogart di Quarto potere. E’ il teatro, con la sua magia, la follia, la commozione, la suggestione e il turbamento, i suoi luoghi deputati, come lo è diventato, ormai da tempo, il cortile del carcere di Volterra.
Mercuzio non vuole morire accende i riflettori su quella che, a detta di Punzo, è la vera tragedia del Romeo e Giulietta, cioè la morte di Mercuzio, il poeta che parla di nulla perché parla dei sogni, e che dunque non può vivere in una società dove la violenza e la sopraffazione, la volgarità che esse producono, tolgono forza alle parole, almeno quando queste intendono veramente comunicare. Punzo insomma, in quel suo modo visionario istrionico trepidante eccitato e a tratti scanzonato, parla della poesia e dell’arte, della sua necessaria sopravvivenza in un mondo che sembra andare in tutt’altra direzione, affidando le parole di Shakespeare (non solo dal Romeo e Giulietta), di Baudelaire, Cervantes, Dante, Majakovskji, alla sua scrupolosa compagnia di attori detenuti e facendo entrare all’interno del carcere il mondo di fuori, i paesaggi cittadini su enormi pannelli, e le persone cosiddette libere, chiamate ad essere a loro volta protagoniste dell’evento, salvo poi, come è avvenuto appunto quest’anno, ribaltare la prospettiva e condurre attori e spettatori fuori dal carcere per fare in modo che siano i cittadini a diventare a loro volta attori, le strade e le piazze il grande scenario in cui si consuma la tragedia.
Infine la forza emotiva dello spettacolo è anche nel personaggio di Mercuzio, verso i cui ideali, sottilmente evocati, Punzo e i suoi attori sospingono gli spettatori. Lo scambio di ruoli, il continuo scivolamento di prospettiva, il bagaglio di sensazioni e di parole si consegnano al pubblico in un equilibrio imprevisto, tenuto insieme da un filo tenue e solidissimo, che lega e dà sostanza ai diversi frammenti, ai brani e ai lacerti di cui la messa in scena si ciba e si appropria, scomponendo e ricomponendo l’immagine complessiva che lo spettacolo poco a poco costruisce.
Il filo evanescente e tenace, che avvolge e mescola, che avvinghia e avvince, è proprio la poesia. Armando Punzo ci dice che è in fondo la poesia (l’arte, se volete) a dare consistenza alla realtà, a rimettere insieme le parti, a ricostruire e riunire. Senza la parola, senza la poesia, i nostri sogni sarebbero vuoti e non saprebbero dirci in quale direzione proseguire il cammino, perché senza sogni diventa inconsistente ogni possibilità di cambiamento, impossibile crescere, difficile avanzare.

E Mercuzio? Il poeta che non partecipa alla tragedia di Capuleti e Montecchi, tanto da cadere in duello appena la contesa ha inizio, non vuole morire, e lancia, attraverso Punzo e i suoi attori, il suo grido innocente e disperato. Ma Mercuzio è costretto a morire, a ripetere all’infinito la scena della sua morte, a cadere esanime, per potere poi rialzarsi con nuova e altrettanto disperata vitalità. La pena di Mercuzio è quella che lo costringe ad assumere su di sé la sofferenza e i disastri del mondo, la bellezza e la grandezza senza spiegazione, e pertanto intollerabile, dell’esistenza, la vita e la morte. Ed è una pena che non ha mai termine.

AFFARI DI CUORE di Paolo Ruffilli (Einaudi)

Paolo Ruffilli ha costruito le sue ultime raccolte di versi (tra le quali vale la pena ricordare il notevole esito di La gioia e il lutto) intorno ad un’idea forte centrale, un tema dal quale sviluppare le singole riflessioni. Accade lo stesso anche con Affari di cuore, il volume recentemente pubblicato per i tipi di Einaudi.
Attingendo alla lunga tradizione del canzoniere d’amore, con lo sguardo particolarmente puntato alle origini cortesi, stilnoviste e petrarchesche, Ruffilli manifesta fin dai primi versi una propria idea dell’atto amoroso, rivolto non verso una singola figura di donna, semmai idealizzata, ma considerato quale sentimento puro e durevole pur nelle sue molteplici manifestazioni e nei vorticosi e spesso contraddittori accadimenti. L’amore insomma se è tale non può essere circoscritto dentro esiti prevedibili e codificati, ma è scoperta continua, combinazione imprevedibile di bene e male, dialogo disarmonico e dissacrante tra spinta spirituale e vertigine erotica. L’amore riesce a fornire una ragione alle nostre esistenze, attraverso la presenza della persona amata, che diventa obiettivo e fine delle nostre azioni, ma anche minaccia, trasalimento, composizione impossibile di felicità e disperazione. Nel cammino verso la persona desiderata cerchiamo la possibilità di riconoscerci nell’altro, di pervenire all’impossibile conciliazione degli opposti: “E non volere / più niente d’altro, / se non essere te / dentro di te / nel cuore del tuo cuore, / diventato parte / del tuo stesso odore”.
L’amore sottrae dalla vita e dunque difende l’amante dai violenti assalti della quotidianità. Sembra che nulla possa davvero far male, tranne l’amore stesso, ma in effetti il mondo aspetta fuori dalla porta “benevolo e indulgente / con le nostre vite”, ma alla fine il gioco è smascherato, perché “il mondo vince sempre / tutte le partite”.
Gli esiti più felici della raccolta vanno trovati proprio in questa dialettica continua tra il rassicurante circolo chiuso in cui vive la coppia e l’inevitabile presenza del mondo, tra il bisogno di infinito che nell’amore sembra realizzarsi e la finitezza che ogni atto della vita porta inevitabilmente con sé (“l’idea di un infinito / perfino quotidiano, / lasciato in sorte / al corpo dell’amore”), tra la straniata condizione dell’innamoramento che ci fa prigionieri e il piacere di sentirci incatenati ed alienati.
Nella poesia La traccia ad esempio, ripercorrere i tratti amati del corpo della donna sembra offrire una possibile via di scampo, una soluzione alla nostra fragilità. Ma si tratta di una traccia destinata a svanire: “Solo il dettaglio / nel farsi oggetto / e luogo circoscritto / ai nostri sensi, / rende presente / e non più astratto / né più evanescente / o spento e vano / l’istinto a opporre / al tempo un’immanenza / fingendosi un istante / eterno il mondo / prima che la traccia / slitti via / cadendo a fondo”.
Ruffilli privilegia un tono popolare, che sa comunque guardare alla tradizione letteraria della canzone e che introduce nella sequenza cantilenante del linguaggio quotidiano una serie di metafore che vengono assorbite nell’evento e prontamente smascherate.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)  

Alessandro Parronchi: una poesia per Nadia Comaneci

Cominciano oggi le Olimpiadi di Londra. A me è venuta in mente una poesia che Alessandro Parronchi scrisse nel 1976, contenuta nella raccolta Replay, pubblicata da Garzanti nel 1980. Parronchi era nato a Firenze nel 1914. Nella stessa città è morto nel gennaio del 2007. Ha pertanto vissuto da protagonista, sia pure in un suo modo gentile e appartato, una stagione culturalmente viva e significativa, segnata da presenze ed esperienze importanti. A Firenze Parronchi ha sempre vissuto e ha insegnato all’Università, è stato un critico d’arte di grande sensibilità e intelligenza e ha dedicato studi fondamentali all’arte e all’architettura del Rinascimento, fino poi ad essere testimone sempre più ai margini degli anni della decadenza della città, così profonda da modificarne, almeno in parte, l’identità morale.
Era Parronchi un signore d’altri tempi, dotato di un aplomb anglosassone, a disagio appunto negli ultimi anni, ma sempre estremamente curioso delle vite degli altri, disposto a un confronto serrato anche con le manifestazioni più ordinarie dell’esistenza.
Della sua garbata e limpida pietas, è esempio la poesia A Nadia Comaneci, incerta sul cavallo. Tutti ricorderanno la giovane ginnasta rumena che alle Olimpiadi di Montreal del 1976 vinse tre medaglie d’oro e fu la prima al mondo ad ottenere il punteggio complessivo di 10 dopo una strepitosa prestazione alle parallele asimmetriche.
Trascrivo, senza altro aggiungere, ma con una forte dose di commozione e di nostalgia, le due ultime strofe della poesia. Vale la pena solo accennare alla triste successiva parabola della vita della Comaneci (che la poesia sembra in qualche modo presagire), fino alla fuga negli Stati Uniti nel 1989 e al definitivo riscatto.
Nadia Comaneci alle Olimpiadi di Montreal del 1976

E ora, prima che la cresta
dell’onda si sia ripiegata
– prima che un rotocalco
sveli la tua vita privata,
o ti riduca a schema
come una rotellina del sistema –
sii quale appari, perfetta
forma di giovinetta,
col ritmo del tempo coinciso
il tuo ritmo e il tuo sorriso
quando, un attimo vinta
la resistenza la spinta,
torna a dar consistenza
alla terra la tua cadenza.

Ma fino a quando – a me lo chiedo –
potrai lanciarti come viva foglia
che inventa il vento da cui viene avvinta
in mulinello, senza
che il ritornare a terra ne scomponga
la compattezza aerea?
E’ gioia d’un istante: anche se vera
non dura una preghiera.
E forse a ogni stagione, in ogni età
il più di sé può darlo
solo chi crede al vento che trascina
il mulinello d’immondizie,
chi non si salva, chi non si sottrae,
un ramo vivo, strappato
a una pianta che si credeva morta,
uno, con l’estro ancora di rispondere
ai perché d’una volta.

Aria pubblica, aria privata

Patrizia Cavalli

Luglio: le strade del centro cittadino sono occupate da una serie di insignificanti appuntamenti, che gli amministratori locali si sforzano di chiamare eventi culturali. Nello slargo, davanti a quello che una volta fu un Caffè elegante e ora è un triste locale deserto, quattro persone parlano di cibi sani e di qualità della vita. Urlano nei microfoni, le loro voci lottano con l’evento che si consuma cinquanta metri più in là, dove tra un bar, un negozio di intimo e una profumeria (nei centri storici delle città di provincia puoi trovarti senza pane, ma non ti mancherà mai una mutanda e un dopobarba) una cantante cinquantenne dal trucco esagerato e dalla capigliatura improbabile si esibisce in una sequenza di classici da discoteca. Poco più avanti è stato allestito un karaoke, nella via d’angolo una scuola di danza ha appena finito la sua esibizione: la strada è ancora chiusa dalle transenne, malgrado l’evento sia ormai da un po’ terminato. Nella piazza del Duomo il palco che per tre settimane ne ha occupato un lato ha lasciato da qualche giorno posto alla pista in terra battuta dove si svolgerà l’immancabile, e storicamente poco accreditata, giostra medievale. Ci aspettano corteggi, cavalieri con gli occhiali, sbandieratori sbandieranti e dame in abiti di broccato che hanno trascorso il pomeriggio dal parrucchiere.
La piazzetta dove quotidianamente si svolge il mercato è diventata un grande ristorante all’aperto, al quale si accede però solo se invitati da non so quale associazione di commercianti. Per raggiungerla devo attraversare un mercatino di chincaglierie di vario genere, tra sentori di incenso, olezzi di saponi che dovrebbero curare l’insonnia e effluvi che provengono dal furgone del paninaro.
E’ mezzanotte e schivando accaldate orde schiamazzanti, transenne e gruppi musicali petulanti, faccio rapido ritorno a casa: per sentirmi meno inadeguato di fronte allo spirito dei tempi mi è venuta voglia di rileggere Aria pubblica, il poemetto di Patrizia Cavalli, prima pubblicato nei sassi di Nottetempo e poi raccolto nell’einaudiano Pigre divinità e pigra sorte.

L’aria è di tutti, non è di tutti l’aria?
Così è una piazza, spazio di città.
Pubblico spazio, ossia pubblica aria
che se è di tutti non può essere occupata
perché diventerebbe aria privata.
Ma se una piazza insieme alla sua aria
è in modo irrevocabile ingombrata
da stabili e lucrose attività,
questa non è più piazza e la sua aria
non è che mercantile aria privata.

Comincia così il poemetto della Cavalli. Mi sento meno solo nella mia rabbiosa incapacità ad accettare un’estate dove il divertimento passa attraverso il rumore che si riesce a produrre, lo spazio che si deve riempire, la fetta di notte che si deve occupare, eliminando la possibilità che altri possano divertirsi e trascorrere la notte in modo diverso.

I delegati a conservare il bene
di tutti, cittadini e forestieri,
fuggono il vuoto come peste nera,
per loro il vuoto è vuoto di potere.
Non c’è piazzetta slargo o marciapiede
strada o rientranza che, sequestrata,
non si trasformi in gabbia. Da riempire.
Che cosa la riempie non importa:
chiasso puzze concerto promozioni
i cinquemila culturali eventi
fiere-mercato libri chioschi incensi
corpi seduti o in piedi nella mischia,
purché sia tutto pieno, dura festa.

Una volta, parlando a cena di questo argomento, Patrizia Cavalli mi raccontò, in quel suo modo sarcastico e falsamente innocente, della sua vita romana a due passi da Campo dei Fiori, di come era cambiata negli ultimi anni, dell’aggressione di cui ci si è vittime quando appunto non si riesce a oltrepassare una piazza senza sentirsi, invece che in un luogo pubblico, in “un lugubre infinito lunapark”. E concluse: “sono furiosa, buon per te, che vivi a Pistoia”.  

Alfonso Gatto al Giro, sognando di volare

Gatto e Pratolini (secondo e terzo da destra) al Giro

Giro d’Italia del 1947, il secondo dopo la pausa bellica. Sono gli anni della rivalità tra Bartali e Coppi, delle imprese eroiche su strade appena praticabili, dell’entusiasmo genuino della gente, che nasce dalla speranza e dalla voglia di superare gli eventi terribili della guerra. Tra i corridori si muove in una larga tuta azzurra, sulla quale campeggia la scritta L’Unità, il poeta Alfonso Gatto. Ha trentotto anni, proprio come il Giro. Con la corsa ciclistica che rappresenta gli italiani ha condiviso dunque sofferenze, aspettative e illusioni. Al suo fianco un narratore di successo, una delle firme allora più amate della sinistra: Vasco Pratolini, inviato al Giro del Nuovo Corriere.

Gatto era un abile nuotatore, amava il ciclismo oltre al gioco del calcio (grande tifoso del Milan e di Rivera in particolare, mentre Pratolini naturalmente teneva per la Fiorentina), ma non sapeva andare in bicicletta, condizione assai strana in un’epoca in cui uomini e donne si muovevano soprattutto pigiando sui pedali. Tra i ciclisti che si lanciano lungo discese da capogiro, che scalano montagne dondolando come ballerine e soffrendo come pugili, un uomo che non sa andare in bici fa sicuramente notizia. E infatti, quando la voce si diffonde tra capitani e gregari della carovana, il poeta salernitano diviene il caso da additare e da guardare con commiserazione.
Lo scrive lo stesso Gatto in un articolo da Pescara, del 6 giugno, raccolto, insieme ad altre cronache del poeta dal Giro e dal Tour, in un volume del 1983, ormai introvabile, curato da Luigi Giordano per conto delle edizioni Il Catalogo di Lelio Schiavone.
Quel giorno Coppi, “che è un bravo ragazzo” scrive Gatto, propone di fargli da maestro. “Si immagini quale onore per me – risponde l’autore de Il capo sulla neve -; ma è come se un bambino che deve frequentare la prima classe abbia per maestro un professore d’Università”. Il campione insiste e i due si danno appuntamento per una lezione. Anche davanti all’insigne professore, Gatto non riesce a stare in equilibrio, ha paura di fallire, si sente inadeguato. “Mi lasci scendere”, supplica. E’ troppo tardi, il poeta crolla per terra, mentre Coppi scuote la testa e decine di curiosi “non si azzardano nemmeno a ridere per la soggezione di vedersi lì Coppi davanti con l’aria del maestro”. “Ma io so nuotare” cerca di spiegare Gatto a Coppi e agli altri, senza ottenere però nemmeno un’alzata di spalle.
“Intanto tutta la città parla e sparla di me – conclude Alfonso Gatto -, i miei colleghi non sanno come comportarsi. Ma di una cosa sono certo: che se io sapessi andare in bicicletta sarei un campione. E’ ridicolo che ci si serva di quella macchina da angeli per camminare come fanno tutti. Cadrò, cadrò sempre fino all’ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare”.
Fausto Coppi vince il Giro d’Italia del 1947

Che lezione viene da questa caduta di bicicletta! E che grande esempio di giornalismo è questo! Non tiene conto forse di quei princìpi che vengono insegnati nelle scuole che devono formare i professionisti dell’informazione, ma l’articolo è straordinariamente pieno di forza vitale, di umanità, di una curiosità che riesce a dare valore ad ogni avvenimento, anche il più futile. Coppi, vestito da maestro, e Alfonso Gatto, con l’aria dell’alunno un po’ discolo, rappresentano un’immagine che dovrebbe restare scolpita nel cuore del nostro Paese. E poi: le biciclette che diventano “macchine da angeli” e dunque non possono servire solo a camminare sono come le parole per il poeta Gatto, anche quando scrive da giornalista: non possono servire solo a comunicare, ma devono aprire nuovi orizzonti, permetterci di cadere per sognare di volare.