NISCIUNA VOCE / NESSUNA VOCE di Mario Mastrangelo (Raffaelli Editore)

“Comme po’ trase, vulenno, nu senzo / rint’ ‘o ppoco ‘e sti vvite?” (Come può entrare, volendo, un senso / nel poco di queste vite?). Bastano questi due versi che fanno da incipit alla poesia ‘O veliero a farci entrare nel vivo della poesia di Mario Mastrangelo e a fornircene una possibile chiave di lettura. In effetti le nostre vite, con il loro carico di fragilità e finitezza, hanno poco senso, o comunque la loro più profonda realtà finisce per sfuggirci e per nascondersi alla nostra comprensione, tanto da apparire come “grumo r’ombra rassignata”. Ma può accadere una specie di prodigio: allora improvvisamente una nuova visuale suggerisce un significato, che appare per un attimo risolutivo. A ben guardare si tratta di un punto d’approdo senza via d’uscita, certo improbabile e vago, così come inverosimile e assurdo è il veliero che noi vediamo dentro una bottiglia e che sembra comunque portare con sé tutta la memoria della sua meravigliosa esistenza, le tempeste, le vele, “’e sciate ‘e viento e ‘i vole r’ ‘e gabbiane”. Quel veliero “è passato magnifico e deritto / pe’ chi sa quale ‘mpruvvisa maggìa, / attraverso nu cuollo ‘e vitro stritto”. Allo stesso modo le nostra vite, così inspiegabili e così prive di senso, portano, ognuna nella propria bottiglia, il carico di una incredibile verità.
Mario Mastrangelo è salernitano e scrive nel dialetto della sua città. Nisciuna voce Nessuna voce (Raffaelli Editore) è la sua settima raccolta di versi: si compone di trentasette liriche in doppia versione, dialettale e italiana, e si avvale di una nota introduttiva di Franco Loi.
La poesia di Nisciuna voce è soprattutto speculativa. Mastrangelo tende a indagare, a penetrare nel mistero del vivere, che è evidente innanzitutto nelle piccole cose che ci circondano. Il dialetto non si affida pertanto al gioco facile di una ricerca prevalentemente ritmica e musicale, né indulge nei toni leggeri e comici a cui viene ai nostri giorni spesso associato e relegato, ma è grumo consistente, ha pesantezza fisica, e conduce la poesia sul terreno, spesso impervio, e nei tempi rallentati della riflessione.
La vita è incanto, si diceva, scoperta continua. Può accadere che le gocce d’acqua, che durante un temporale rimbalzano violentemente sul selciato, generino una schiera di folletti (“na folla ‘e munacielle”), che campano per un momento solo, “busciardo e misteriuso”. Per guardarli attraverso la finestra, sulle lastre appannate apriamo un varco di trasparenza con le dita (“cu ‘e dete ‘e trasparenza nu purtuso”). La poesia di Mastrangelo sembra offrire proprio questo varco di trasparenza, si pone come uno spiraglio che lascia intravedere una realtà che si mostra timida e quasi priva di consistenza, abitata da creature evanescenti, che non si sa se vere o frutto solo di svista o miraggio.
Del resto, scrive Mastrangelo in un’altra lirica, c’è un’altra realtà “miscata a chella toia”, una realtà che ubbidisce ad altre leggi e che comunque è presente nelle nostre esistenze, mette paura e sconcerto “pe’ tutt’ ‘e labirinte r’ ‘o cerviello / quanno capisce ca tu, sì, staie ccà, / però appartiene anema e corpo a chella”. Insomma c’è un’altra realtà a cui noi apparteniamo senza rendercene conto.
In effetti il tempo è “cernicchio” (setaccio), che lascia passare solo la sabbia sottile, tanto che ci ritroviamo presenti alla nostra fragilità, quando arriva “’o scumpiglio r’ ‘e ventate” e noi “simmo già quase ‘e polvere, / simmo già quase ‘e cielo”. La vita sembra sapere qual è la sua meta lontana, che a noi sfugge, noi comprendiamo solamente che “nel mistero la vita si completa”.
Se ci fosse ancora qualcosa “rinto ‘o suppingo” (in soffitta), “uno putesse fravecà nu Dio” (uno potrebbe costruirsi un Dio), o se ci fosse almeno un po’ di pane nella credenza, si potrebbe farlo di pane, “nu Dio ‘e pane, buono finalmente”, ma anche la credenza è vuota e l’uomo rimane solo nella sua ricerca, con le sue speranze e le relative delusioni.
Mastrangelo procede con passo sicuro, esplora la realtà, la rivolta e la scruta alla ricerca di una risposta che non arriva, ma che in fondo è già di per sé sufficiente a darci, leopardianamente, ragione della nostra presenza.
             

Pontremoli: la scuola è bocciata

Confesso: ho cercato sull’atlante, come si faceva una volta. Voglio la concretezza del foglio di carta, dei colori, il verde per le pianure, il marrone per le montagne, gli stessi di quando frequentavo le elementari. Voglio essere sicuro che sia proprio lì, dove ricordo. In Italia, a un passo dal Mediterraneo, ma nemmeno troppo lontana dal cuore moderno dell’Europa. Pontremoli in effetti è dove è sempre stata, in Lunigiana, tra Toscana e Emilia, uscita dell’autostrada A15, che da La Spezia porta a Parma.
In una classe di Pontremoli sono stati bocciati cinque ragazzi. Non sarebbe una gran notizia, se non fosse che si tratta di una prima elementare. Due italiani (uno disabile), tre figli di stranieri. Così sottolineano i giornali (che, in verità, parlano, forse più precisamente, di “tre stranieri”). Una scuola che costringe l’informazione a prodursi in una classificazione di questo genere ha già fallito. I cinque bambini sono stati bocciati due volte: lo scrutinio finale infatti è stato ripetuto su richiesta del Ministero.
E’ stato presentato un ricorso al Tar, insomma ci sarà una battaglia legale, e qualcuno alla fine si pronuncerà sulla correttezza formale delle bocciature. Ma il problema mi pare sia un altro. E riguarda, più in generale, la scuola e l’idea di formazione degli studenti (e di educazione, parola oggi in disuso) che ne è alla base.
Il preside dell’istituto che ha bocciato i cinque bambini dichiara oggi a Quotidiano.netche le motivazioni della non ammissione sono da ricercarsi nel “mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di apprendimento, scrittura, lettura e calcolo”, ma ha anche influito “la poca maturità riscontrata negli alunni”. Su La Repubblicaleggo invece che in un dettato svolto a maggio nella prima A sono risultati “insufficienti” il 41 per cento degli alunni, nella sezione B il 65 per cento. Verrebbe fatto di pensare che forse gli obiettivi minimi erano sbagliati e che la parola insufficiente affibbiata ai compiti di alunni di una classe prima non sia la più adeguata. Mi verrebbe da dire che una scuola che cerca la maturità in bambini di sei anni ha forse poco compreso il proprio ruolo e i propri compiti, che sono appunto quelli di aiutare gli alunni a crescere e a maturare, e non a giudicare il grado di maturità di chi, per definizione, non può essere ancora maturo. Ma forse la penso così solo perché credo che la scuola debba comprendere prima di misurare freddamente, essere disponibile al dialogo invece che arroccarsi dietro formule distanti e spesso vuote di significato, e oggi invece si tende a voler dimostrare che la scuola è innanzitutto luogo austero e irto di difficoltà, scambiando l’intransigenza per autorevolezza.
Il dirigente scolastico tiene anche a sottolineare (la fonte è ancora Quotidiano.net) che le insegnanti, “riconfermando la decisione già assunta per il bene degli alunni, hanno dimostrato grande serietà e deontologia professionale”.
Non avevo dubbi. Il richiamo alla serietà lo aspettavo. Nella scuola degli ultimi anni “serietà” è parola ricorrente. Ma quando è che un insegnante e la scuola con lui dimostrano “grande serietà”? Quando si boccia, sembrerebbe. Serietà è spesso sinonimo si selezione e di distinzione, di rigidità e durezza. Ma è più seria la scuola che guarda davanti a sé e continua imperterrita il suo percorso verso il raggiungimento degli obiettivi (spesso sempre gli stessi, anno dopo anno), anche se buona parte dei suoi studenti non riesce a raccogliere la sollecitazioni, o quella che prova a far crescere tutti i ragazzi che le sono affidati, che si guarda intorno e ammette, quando è il caso, anche i propri sbagli?
Va da sé: la decisione della non ammissione alla classe seconda elementare è stata assunta “per il bene degli alunni” e dunque tutto questo discorso si vanifica. Infatti, come dice la legge, nella scuola primaria i docenti, con decisione assunta all’unanimità, possono non ammettere l’alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione(art. 3 legge 169/2008). E qui, diciamolo, qualcosa di eccezionale sicuramente c’è. Ma non riguarda i cinque bambini di Pontremoli.


Alberto Bertoni: la poesia a scuola è materia museale

I bambini riescono a costruire un rapporto diretto con la poesia, per la quale manifestano attitudine e capacità di comprensione che potremmo definire fisiche. Infatti le costruzioni linguistiche proprie del linguaggio dei versi “sgorgano in loro spontaneamente”. Non appena però la poesia approda alla scuola secondaria, “diventa disciplina, programma obbligato e svogliatamente svolto, materia museale, storia della poesia”. Allora il rapporto si incrina, spesso irrimediabilmente, e “quella spinta giocosa e istintiva impallidisce e declina, diventa peso, fatica, archeologia del linguaggio, modo ampolloso e complicato di ornare concetti semplici”.
A partire da queste riflessioni si sviluppa il primo capitolo di La poesia contemporanea, il libro del poeta e critico letterario Alberto Bertoni appena pubblicato per i tipi de Il Mulino. La questione dell’insegnamento della letteratura e della poesia, in particolare nelle scuole secondarie, è in effetti l’inevitabile punto di avvio di ogni discorso che voglia analizzare il posto che occupa la poesia nella percezione sociale. Ne ho spesso parlato in questo blog, in quanto ritengo che oggi i poeti non possono continuare a considerare il problema della fruizione della poesia (e quello, per così dire ad esso associato, dell’assenza di lettori) come non degno di una loro attenta valutazione, una problematica che tende cioè a sviarli da altre e ben più significative meditazioni.
Alberto Bertoni con la consueta chiarezza sviluppa un accurato ragionamento, assolutamente necessario se si vogliono poi approfondire altre questioni di natura più squisitamente critica sulla presenza della poesia nella società contemporanea.
Sta di fatto che quando agli insegnanti si chiede di fare il nome di un poeta dei nostri giorni, fa seguito solitamente un silenzio deciso, nemmeno tanto imbarazzato. E’ evidente dunque che “il venir meno della coscienza e della cognizione dell’esistenza e della necessità di una poesia contemporanea, oggi in Italia, concerne e coinvolge il corpo docente molto più e molto prima di quello discente”.
Una nebbia diffusa nasconde, agli occhi della maggior parte degli abitanti del nostro paese, anche di coloro che a vario titolo si occupano di argomenti culturali, l’esistenza di una poesia dei nostri giorni. Le cause vanno cercate certamente nella progressiva incapacità, particolarmente evidente nelle generazioni più giovani, di trovare piacere nella lettura concentrata e solitaria, ma anche in una sorta di venir meno di quella che Bertoni giustamente definisce la destinazione sociale della poesia. La poesia infatti può presentarsi in maniera complessa e profonda, ma non può rinunciare alla sua natura comunicativa, la sua parola è “condannata a svanire subito, se non raggiunge l’Altro”. “Aborrisco – scrive Bertoni – un’idea chiusa della poesia: l’idea di un’operazione segreta, misticheggiante, limitata alla setta degli ‘eletti’, autoreferenziale”.
Del resto se anche siamo di fronte ad un “analfabetismo di ritorno indotto dagli abusi mediatico-televisivi e da un potere che, anche nelle nostre democrazie occidentali, favorisce e provoca in tutti i modi gli esercizi più perfidi e subliminali di distrazione collettiva”, è altrettanto vero che “la poesia – se trasmessa con competenza e passione – può essere un genere tutt’altro che estraneo alle nuove modalità recettive”. Perché la nostra società si riappropri delle sue voci poetiche è necessario che l’insegnante sia egli stesso, in primo luogo, come lo definisce Bertoni, un “Lettore autentico”. Credo inoltre che un ruolo importante potrebbe spettare agli stessi poeti, se solo avessero voglia di mettersi maggiormente in gioco e di proporsi come interlocutori delle istituzioni scolastiche. Nelle scuole secondarie si assiste oggi a un paradosso: nei primi anni si parla di poesia forse più di qualche anno fa, ma si riduce l’attenzione a una fredda, e spesso inconcludente, analisi di figure retoriche, a una scomposizione meccanica, che si conclude inevitabilmente con un questionario a punti. Si privilegia poi un approccio del tutto cronologico, che tende a inserire i singoli autori (di cui si leggono pochissimi testi) in una dimensione storica. E la storia, per quanto riguarda la poesia, si conclude con Montale. Il resto è avvolto nella nebbia, da cui emerge qua e là qualche nome, a volte, se si ha fortuna, qualche verso. 
La poesia rimane così spesso lontana dalle aule scolastiche. 

Berardinelli: poeti che hanno poco da dire

Qualche riflessione sull’articolo di Alfonso Berardinelli, pubblicato sulla Domenicadel Sole 24 ore del 27 maggio 2012.
A partire dagli anni Settanta, afferma tra l’altro Berardinelli, i poeti non hanno avvertito più il bisogno di un’attenta riflessione critica che agisse insieme alla produzione in versi, intrecciandosi cioè con il loro percorso creativo. Ciò ha contribuito a far sì che la poesia si liberasse dalle regole e dalla necessità di “avere qualcosa da dire”, dando luogo a una pratica che è sembrata ancora di più aperta al contributo di tutti. Berardinelli sottolinea anche come, a partire dagli anni Ottanta, nei discorsi sulla poesia sia subentrata una sorta di “fissazione ontologica e mistica”, facendo di “un caso limite, come quello di Paul Celan, poeta straordinariamente oscuro, un nuovo modello canonico a protezione della routine poetica”. Il risultato è che la poesia “annega in categorie che sembrano universali e profonde, ma sono solo generiche”.
Alfonso Berardinelli
La mancanza di coscienza critica, di solidi presupposti teorici, l’assenza insomma di “qualcosa da dire”, ma anche l’impossibilità (o anche la mancanza di volontà?) da parte dei critici di operare scelte precise, indicando “se un testo poetico è eccellente, buono, mediocre, banale o nullo”, hanno determinato delle condizioni di vaghezza e presunta inattacabilità, per cui la Poesia (a questo punto inevitabilmente e pericolosamente con la maiuscola) “può generare uno stato d’autoipnosi favorevole a un’inconsulta produttività verbale”.
In effetti Berardinelli colpisce nel segno. L’immensa produzione poetica degli ultimi decenni presenta spesso un buon livello tecnico, ma solo se consideriamo accettabile che essa si manifesti su un territorio nel quale appare possibile agire e muoversi seguendo modelli e percorsi individuali, all’apparenza frutto di un’estrema libertà d’azione, in effetti rischiosamente ripetitivi, dei quali sfugge il pensiero, e dunque l’urgenza, che li ha generati. Spesso dietro un dettato indefinito ed elusivo, si nasconde un’intenzione inintelligibile e un’idea fumosa. Quante volte siamo giunti al termine della lettura di una raccolta poetica, che all’inizio ci aveva attratti proprio in virtù di una certa abile e accattivante indeterminatezza della lingua, senza infine capire cosa l’autore abbia voluto comunicarci? Ci è sembrato cioè, cito ancora Berardinelli, che le parole fossero arrivate sulla pagina “da chissà dove, magnetizzate come corpuscoli dal loro reciproco attrito”.
Se vuole ricominciare ad essere un linguaggio indirizzato a tutti e dunque ascoltato non solo dagli altri poeti, ma anche dai lettori, la poesia ha estremamente bisogno di critici che sappiano e vogliano distinguere e indicare percorsi, ma anche di poeti che intendano nuovamente mettersi in gioco, attraverso l’interazione dei versi con seri e ragionati presupposti teorici. Poeti che insomma abbiano “qualcosa da dire”.

Gozzano in India tra corvi ed elefanti

Nel maggio del 1912, esattamente cento anni fa, Guido Gozzano era sulla via del ritorno dal suo viaggio in India. Era partito in febbraio, con l’amico Garrone, dietro consiglio dei medici, che ritenevano che il clima di qui luoghi potesse essere favorevole ai suoi polmoni malati. I suoi scritti di viaggio, pubblicati inizialmente dal quotidiano La Stampa, vennero poi ampiamente rivisti e raccolti nel volume Verso la cuna del mondo. Negli ultimi giorni del suo soggiorno in Oriente, Gozzano scrive: “I signori dell’India non sono gl’Indiani. E non sono nemmeno gl’Inglesi. I signori dell’India sono gli animali. I corvi, anzi tutto”. Iniziano così le pagine de Il vivajo del buon Dio, l’ultima prosa del volume. “Se gli avvoltoi sono i necrofori – continua Gozzano -, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria, contro i quali non vi difende nessun policeman volenteroso”.

Gozzano ritratto durante il suo viaggio in India

Gozzano ritratto durante il suo viaggio in India

La presenza invadente dei volatili è un’impressione visiva ed uditiva che colpisce subito il visitatore sbarcato in una delle grandi capitali: Bombay o Calcutta, Madras o Rangoon. Nei pomeriggi assolati, quando la città è immersa nel silenzio e nessuno passeggia per le vie, e “in ogni stanza dell’albergo un europeo sogna la Patria lontana, resupino sotto il refrigerio dell’immenso ventilatore”, si sente il gracidio dei corvi. Esso è così monotono da non rompere il silenzio, ma da sottolinearlo. E’ un “inno alla putredine”, scrive il poeta, “dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l’orecchio sembra discernere tutte le parole non liete: Ricordati! Ricordati! Morire! Morte! Morirai!”.

“Tutti gli animali hanno in India una straordinaria familiarità con l’uomo. I passeri, le tortore, gli scoiattoli striati invadono i cortili e i giardini, scendono a prendere le bricie quasi dalle vostre mani, pieni di una francescana fiducia; ma nei corvi e nelle scimmie la familiarità è fatta di tracotanza insolente, di calcolo ingordo; certo pensano che Bombay e Calcutta siano state edificate per loro e che l’uomo sia un bipede intruso da tollerarsi con palese rancore”.

Con altrettanto palese insofferenza, Gozzano passa ad elencare le imprese delle scimmie, che invadono i tetti delle case nelle periferie, delle lucertole gibbose, del cobra dagli occhiali, dei coccodrilli, ma mostra tutta la propria partecipe meraviglia di fronte agli elefanti. “La loro intelligenza è inaudita, imbarazzante: nell’occhio microscopico, quasi perduto nella mole della testa, s’alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza derisoria e di bontà indulgente. Sono certo che comprendono ciò che dico, che intuiscono ciò che penso”.

Infine di fronte all’ospedale degli animali di Bombay, dove l’occidentale arretra alla vista di “ronzini di piazza, bufali, zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati, coperti d’ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi, senza pelo”, il poeta della Signorina Felicita, chiede che senso abbia tutto questo, “perché non si dà a quelle povere bestie il colpo di grazia”. Il guardiano risponde che quegli animali devono vivere per soffrire e dunque spegnere, nella ruota delle molteplici incarnazioni, il desiderio di esistere, il peccato cioè che ci condanna a ritornare in vita, ad essere di nuovo materia.

“E se fosse vero? – si domanda Gozzano – Se veramente noi non fossimo il re dell’universo come la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l’uomo non fossero che gradazioni varie dello spirito, della stessa forza immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una mèta che ignoriamo?”.

Poco meno di un anno dopo il suo ritorno in Italia, Gozzano annunciò di aver consegnato all’editore il manoscritto di Farfalle, una sorta di composito poema che rimarrà in larga parte incompiuto. Chissà se nelle Vanesse e nei Bruchi non abbia visto una qualche fase di passaggio verso “la pace dell’Increato”.

Ventiquattro ragazzi e un’averla

In una classe prima del liceo linguistico in cui insegno cominciamo a parlare del linguaggio della poesia. Per avviare una riflessione, leggo Il fanciullo e l’averla di Umberto Saba. La classe fin dall’inizio dell’anno non si è mostrata particolarmente reattiva e, in questi giorni di maggio, appare un po’ stordita, intimorita anche. Come dice Alice, che degli altri alunni è un po’ la portavoce, alcuni ragazzi vivono le ore di lezione in una condizione di spaesamento. Leggo Saba insomma e i ventiquattro timorosi studenti reagiscono con inaspettata vitalità. Mani alzate, gli occhi che seguono i pensieri, considerazioni brillanti. Non sembrano gli stessi dell’altro giorno, della settimana scorsa, di un mese fa.
Mi chiedo cosa sia successo e mi attribuisco in parte la colpa del torpore precedente. A contatto con la poesia di Saba il mio entusiasmo è cresciuto e di conseguenza anche quello di chi è costretto a seguire i miei ragionamenti. E poi forse, azzardo, andare a scovare le figure retoriche del significante e del significato ai ragazzi sembra un gioco, al quale dunque aderiscono con piacere.
Ma c’è dell’altro. Gli alunni infatti, di fronte a quel loro coetaneo e alla sua averla, agiscono in maniera diversa, si muovono contenti, comprendendo più o meno coscientemente che i versi di Saba stanno parlando proprio a loro e anche un po’ di loro. Insomma il merito più grande di quanto accade è proprio dell’averla, l’uccello passeriforme che il fanciullo vuole per sé, ma poi che “l’ebbe (…) all’istante l’obliò”. Chi scuote la giornata altrimenti sonnolenta dei miei alunni è l’uccellino che resta confinato nella sua gabbia e piange solo e in silenzio “del cielo / lontano irraggiungibile alla vista”, finché un giorno il fanciullo si ricorda di lui e vuole stringerlo in pugno, ma quello allora si ribella e vola via. Da quel giorno il ragazzo “per quel male l’amò senza ritorno”.
Cosa è dunque successo perché l’apologo sia arrivato così direttamente ai cuori dei giovani studenti? In quale personaggio si sono identificati gli alunni di questa prima liceo? Nel fanciullo, che scopre l’amore solo quando il piccolo uccello non c’è più, o nell’averla, che trova finalmente la libertà?
Una risposta non c’è. Ci sono solo gli sguardi adolescenti che rincorrono l’averla, che svolazza tra i banchi, si posa per un attimo sulla spalla di una ragazza, e poi infila la finestra e, come direbbe il poeta, s’invola. Vola leggera sfiorando i rami degli alberi del bel giardino che risplende oltre la finestra, verso il quale troppo raramente guardiamo.

DA UN ALTRO MONDO di Roberto Veracini (Edizioni ETS)

Roberto Veracini ha un posto privilegiato dal quale guardare il mondo. E’ la sua Volterra, che ogni volta riemerge nelle sue poesie e che si propone come il luogo dove sempre fare ritorno. Questa insistente presenza, che è spirituale ancora prima che geografica, abbraccio rassicurante che implica insieme apertura e inquietudine, è evidente anche nell’ultima raccolta, emblematicamente intitolata Da un altro mondo.
Il libro si presenta con un’architettura complessa, che si compone di due Parti (Segnare il tempoe Altrove) suddivise in varie sezioni. Nella prima parte Veracini propende per gli argomenti della poesia civile, ma utilizzando un tono sempre volutamente lirico, che imprime patos e tensione alle vicende evocate. Non a caso una delle prime liriche è dedicata a Pasolini: del poeta de Le ceneri di Gramsciviene messo in risalto proprio quell’impasto di impegno civile e di forte partecipazione emotiva ed esistenziale che caratterizza tanta parte della sua opera. La lirica La croce di Pasolinisi conclude con questi versi: “La bestemmia del mondo / non l’hai perdonata, / con gli occhi fissi, incredulo / l’hai vissuta fino in fondo, / nudo in mezzo / a quel macello, pregando”.
Il mondo è in fondo “un posto orrendo”, dove la comunicazione diventa quasi impossibile, vittima com’è di continue divagazioni e distorsioni, e dove il posto che spetta a ognuno si manifesta in modo sempre meno chiaro, i ruoli si sovrappongono e si confondono: “E’ orrendo questo posto / e le facce, l’odore della pelle, / la muta dei cani sempre pronta / all’osso, le servili cosce tivù / sorridenti, la barba finta / degli esperti, la solitudine / dei morti, l’aria / che si respira e l’assenza / quest’assenza che non ci dà / pace…”. Questo posto è insomma orrendo perché finisce per mescolare l’orrore e la bellezza, il dolore e la superficialità.
Volterra
Il nostro mondo, “dove si vedono le immagini perfette” e dove le telecamere sono pronte “ a cogliere l’atto, la guerra / nel suo svolgersi, puntuale, ineluttabile”, ma dove “non si sente più niente”, è impotente di fronte ai segni della frammentazione e del disordine, che diventa ammasso e pasticcio. Il compito del poeta non può dunque essere solo quello di guardare la realtà e denunciare il male: chi scrive deve invece anche provare a restituire una percezione ordinata degli eventi, ritrovare e indicare una possibile unità, un senso che spieghi la nostra presenza e ne dimostri l’utilità dinanzi al dispiegarsi confuso delle immagini e degli avvenimenti. Veracini insomma sente ancora la poesia come adesione allo stato di sofferenza degli altri. Il poeta non può appartarsi, ma deve partecipare alle vicende del mondo, deve provare ad indicare una strada. La possibile soluzione, suggeriscono le liriche di Un altro mondo, passa attraverso l’uso della memoria come strumento privilegiato per la comprensione dei fatti contingenti e, più in generale, della nostra condizione di uomini, e si costruisce a partire dalla capacità di essere attenti agli altri, siano essi vicini o lontani nel tempo, di porre attenzione ai piccoli eventi della quotidianità, che possono dimostrarsi così ricchi di significato. Infine la strada maestra che rende possibile la riconciliazione e la ricomposizione risiede nel ritrovare un rapporto rasserenato con l’ambiente.
Tutto questo per Veracini significa tornare a Volterra, in quell’Altrovedal quale peraltro non si è mai partiti, significa tornare alle proprie pietre, al padre e agli affetti, alla visione del mare, che appare sempre come un obiettivo lontano, un’apertura e una meta che riemerge dalla nebbia e dall’inverno.
Per tutta la vita c’inseguono
ostinati luoghi dell’anima
e verità supreme e minime
che non osiamo credere
ma sono lì a dirci che esistono
memorie ineludibili, infanzie
rilevate, sogni inattaccabili,
poesia della vita che non ha
versi ma fedi e si nutre
di alberi e mari, sirene
e odori inconfondibili

Grillo, la politica e la poesia

Sulla Repubblicadi oggi, a proposito delle “belinate sulla mafia” (peraltro estremamente pericolose) che gli sono “scappate di bocca”, Michele Serra ci ricorda che Grillo è un comico e dunque parla da comico, cioè lavora sulla sintesi e procede per semplificazioni. “Se un intellettuale o un politico osasse liquidare un argomento tremendo come la mafia in quattro battute – conclude Serra -, verrebbe considerato un cialtrone”.
A parte che Grillo, anche se è un comico, nel momento in cui parla da politico e liquida argomenti seri con qualche scaltro motto di spirito, è anch’egli senza ombra di dubbio un cialtrone, la questione interessante mi sembra un’altra. Oggi i politici (e gli intellettuali, quando ci sono e non cercano di assomigliare ai politici) adottano anch’essi un linguaggio che tende alla semplificazione, che finisce per affrontare le problematiche anche più complesse attraverso l’enunciazione di slogan. Oppure, al contrario, girano intorno agli argomenti con inconcludente e logorroica supponenza. Politici (e intellettuali?), in un caso e nell’altro, finiscono per essere riduttivi e per non fornire risposte che non siano confuse e avviluppate su loro stesse e sulle domande che le hanno generate.
Anche la poesia, come la comicità, tende alla sintesi e alla semplificazione, anzi saltare i passaggi logici e procedere per accostamenti spiazzanti, per repentine e impreviste aperture di significato è proprio uno dei caratteri dominanti del linguaggio della poesia. Ma in poesia essere semplici non coincide con un procedimento restrittivo e limitante, non vuol dire evitare il confronto con la realtà, ma anzi in questo modo la lingua della poesia non evita i significati più complessi ma li amplifica e procede spedita verso il centro stesso del problema.
Scrive Giovanni Giudici in Andare in Cina a piedi: “La lingua è un luogo di verità: non sopporta troppo a lungo la menzogna, la chiacchiera; e anche l’orecchio meno sensibile avverte prima o poi lo sgradevole suono della moneta falsa”. Va da sé che la poesia sa come spesso non esistano risposte ma solo domande; dunque la lingua è un luogo di verità solo perché non tollera concessioni, consolazioni, facili riduzioni.
Conclusione: se vogliamo finalmente affrancarci da tutte le chiacchiere, le ciance inutili e le falsità che caratterizzano il nostro tempo, dobbiamo leggere più poesie e fare così che i giovani sentano la lingua non come l’espediente per raggiungere il successo, ma come lo strumento per evitare la menzogna.

Cantanti che scrivono romanzi

Secondo Francis Ford Coppola qualcosa è veramente cambiato nel cinema “il giorno in cui invece di chiederci se un film era bello, abbiamo cominciato a chiederci quanto aveva incassato”. Da qualche anno la ricerca del successo commerciale ad ogni costo, non riguarda solo il cinema, ma anche la produzione letteraria, in particolare sul versante narrativo. Editor e agenti sono diventati fondamentali nel determinare le scelte delle case editrici, sempre meno interessate al risultato artistico. Come spiegare altrimenti il proliferare di romanzi, i cui autori sono volti noti in settori diversi dalla letteratura, e da quei mondi prestati alla narrativa? Soltanto nelle ultime settimane hanno visto la luce le opere narrative di Massimo Gramellini, Carlo Verdone, Flavio Insinna, Ligabue, Francesco Guccini, e degli immancabili Fabio Volo, Veronica Pivetti, Alba Parietti.
Niente di male, verrebbe da dire, se tutto questo non coincidesse con un evidente scadimento del livello medio della narrativa italiana, più impegnata suo malgrado a vendere (e dunque ancor prima, giustamente, a farsi pubblicare) piuttosto che a cercare di dire qualcosa. Viene da chiedersi se oggi avrebbero accesso alla pubblicazione autori come Landolfi e Pavese, Ortese e Morante, Pasolini e Bassani, o se invece si troverebbero a combattere contro l’opera censoria e la riscrittura di un agguerrito nugolo di editor.
Ve lo immaginate ai nostri giorni Livio Garzanti che cerca in tutti i modi di convincere il riluttante Gadda a pubblicare il Pasticciaccio? Insomma è chiaro ormai che fra gli addetti ai lavori nessuno si chiede se un romanzo è bello, ma quanto possa vendere. L’importante perciò diventa rispettare certe regole che puntano al gradimento da parte del lettore, condire la storia con i giusti ingredienti, non essere troppo noiosi ma nemmeno esageratamente superficiali.
Del resto, se a pubblicare i libri di cucina non sono più i cuochi, ma le presentatrici televisive, perché stupirsi se a scrivere i romanzi sono i cantanti? Resta da capire perché i narratori non comincino a cantare.

Morin: a scuola senza burocrazia

Bisognerebbe fare tesoro delle parole di Edgar Morin che, sollecitato da Armando Massarenti sulla Domenica del Sole 24 ore del 15 aprile scorso, a proposito dei disvalori che la burocratizzazione produce su scuola ed educazione, afferma: “I processi di burocratizzazione estendono al mondo dell’educazione la logica anonimizzante, frammentatrice e gerarchizzante della tecnica. Dev’essere rigenerato il valore della missione educativa, si deve tornare a quell’Eros che, come diceva Platone, è il requisito fondamentale per saper insegnare. E si deve promuovere il valore dell’unità del pensiero coinvolto nel processo educativo, che oggi soffre gravemente di due mali: il male della disgiunzione tra problemi e tra saperi, e il male del riduzionismo”.
Edgar Morin
Più o meno il contrario di quello che sta accadendo nella scuola italiana, sempre più attenta a un tecnicismo dell’insegnamento che non lascia spazio alla passione e alla presenza emotiva di chi ha il compito di insegnare e di coloro che dovrebbero apprendere. L’esteso materiale burocratico che un insegnante deve compilare e che dovrebbe servire a valutare il percorso di apprendimento appare vacuo e troppo spesso fine a se stesso. Si finge di credere che basti programmare, schematizzare, fornirsi di obiettivi stereotipati, per sapere cosa e come dire, per risolvere la questione tanto delicata e articolata dell’insegnamento. E’ inevitabile così che saperi e problemi finiscano per ridursi a formule frammentarie, abbastanza pericolose quando si ritiene che possano essere risolutive.
Ciò è vero anche per l’insegnamento di quelle che un tempo erano le materie umanistiche, letteratura compresa. Si pretenderebbe parlare di Dante e Petrarca, così come di Montale e di Saba, solo finalizzando la conoscenza a una questione di verifiche, utilizzando tabelle e schemi invece che i testi letterari, proponendo semplificazioni e risposte certe, dove invece sono presenti complessità e solo domande.
L’insegnamento per non essere platonico, finge di essere concreto, perdendo in prospettiva e in capacità di offrire strumenti per la comprensione della realtà e per la risoluzione dei problemi.