CALIFIA di Stefano Bortolussi (Jaca Book)

Esiste davvero la California? O piuttosto l’estremo lembo di terra verso Occidente è prevalentemente un luogo mentale, approdo immaginato e mitico di ogni viaggio che punti verso Occidente? Nel recente libro di versi di Stefano Bortolussi, la California, palcoscenico che fa da sfondo all’azione di ogni poesia del volume, appare tanto più reale proprio quando meno si delinea in paesaggio concreto. Essa è insieme spazio fisico preciso e dimensione vagheggiata, presenza immediata e approdo favoloso, scoperta e desiderio. Non a caso il libro, edito da Jaca Book, ha titolo Califia, che è il nome che Hernan Cortés attribuì alla striscia di terra in cui era approdato, quella che sarà poi appunto la California, e che aveva creduto un’isola, ricavando l’appellativo dalla leggendaria regina di un popolo di sole donne di una altrettanto leggendaria isola dell’Oceano Indiano.

Stefano Bortolussi in compagnia di Lawrence Ferlinghetti

Stefano Bortolussi in compagnia di Lawrence Ferlinghetti

Insomma la California di Bortolussi è innanzitutto luogo di un’epopea mitologica, in cui si fondono elementi individuali e collettivi, e dove i richiami a Nettuno, al Minotauro, ad Apollo, a Mnemosine e alle Muse sue figlie si completano e si fondono con i riferimenti, anch’essi a loro modo favolosi e mitici, a Robert Mitchum nei panni di Marlowe, ai protagonisti della musica della West Coast degli anni Sessanta e Settanta, a cominciare da David Crosby, Neil Young e Joni Mitchell, a Jack Kerouac alla ricerca della pace interiore a Big Sur, al regista Billy Wilder, alle bande spettrali di Apache e Comanche che attraversano senza pace le immense praterie.
Del resto Bortolussi ci mette sull’avviso già in una delle poesie di esordio del libro: “Mi è sempre stata mito, questa lingua / di terra occidentale”, per poi chiarire che il “regno perduto di Califia” è “schermo non più solo di me stesso, / panorama del nuovo, del mondo immaginato, / Olimpo più verde e digradante, / non fiero e punitivo come l’altro ma più numinoso / perché vicino, esposto all’occhio, quasi al tatto”.
Califia è luogo reale, con i suoi paesaggi quotidiani e le azioni e i personaggi del vivere comune, ma è anche la proiezione di un paradiso costituito da gloriose epopee, racconto prima ancora che avvenimento, presenza che genera nostalgia, il sentimento del rimpianto di qualcosa che nel momento stesso in cui accade è già fonte di desiderio. “Non c’è risposta, / oppure la ragione è troppo semplice e accarezza / le pietre arancioni del Rocky Peack Park, / dove molti hanno girato l’epopea di questa terra / e di altre uguali a questa, nel technicolor / che ridipinge ogni giorno la scena di Rio Bravo / su sui respira e vive la nostalgia di un qui / che non può che essere un altrove”.
Califia è anche un libro sul viaggio che non trova mai possibilità di raggiungere la meta, sulla lunga marcia verso un Occidente, che è sede di una cultura che tende continuamente a spostare in avanti la linea di frontiera, il punto di approdo: “non ci sarà nessuno a dirmi che è impossibile / o anche solo a suggerire che è improbabile / – perché come mi ha dettato questa terra, / come di questa terra hanno scritto i suoi poeti, / io sarò il viaggio, il viaggio sarà me”.
Stefano Bortolussi, traduttore di alcuni dei principali narratori anglo-americani (James Ellroy, John Irving, Stephen King, ad esempio), è al suo terzo libro di versi, ed ha pubblicato tre romanzi, il primo dei quali (Head Above Water, City Lights 2003) edito negli Stati Uniti, prima ancora che in Italia. Nella sua poesia è avvertibile l’influenza della cultura statunitense oltre che nei contenuti anche nel respiro della versificazione, che tende a una prosodia di intonazione epica, al racconto in versi che addolcisce la narrazione scivolando verso improvvisi accenti lirici. E’ una poesia che sceglie con decisione un’ascendenza dalla tradizione letteraria di matrice anglosassone, risale fino a Walt Whitman e risente della lezione del caribico di lingua inglese Derek Walcott. In questo modo Bortolussi perviene, come suggerisce Roberto Mussapi nella quarta di copertina, a “un respiro internazionale, una versificazione pacata e ardente, ventosa e narrante”.

(Pubblicato su succedeoggi.it)