I poeti non amano il web

I filosofi americani hanno da tempo scoperto l’importanza dei blog. A questo argomento è stato dedicato un incontro durante l’ultima conferenza annuale della American Philosophical Association. Lo racconta Antonio Sgobba su La Lettura del Corriere della Sera di domenica 26 febbraio. Per Andrew Light, direttore del Center for Global Ethics, i filosofi hanno lasciato il posto agli economisti nella discussione sui fondamentali temi dei valori e dell’etica, ma “attraverso i blog la filosofia può reclamare il vecchio posto nel dibattito”. Sgobba lamenta la pressoché totale assenza dei filosofi italiani dalla rete: tra i quaranta autorevoli partecipanti all’ultimo Festival della mente di Modena, non c’è nessuno che abbia attivo un blog o un profilo twitter. L’unico filosofo italiano blogger vive a New York e scrive in inglese. Si chiama Massimo Pigliucci e dice: “Con un blog posso raggiungere un pubblico che normalmente non si interesserebbe alla filosofia”.
Basta una rapida indagine per scoprire che la riluttanza a servirsi dello strumento della rete non riguarda solo i filosofi. Nessuno fra i maggiori poeti italiani utilizza lo spazio che il web rende disponibile per far conoscere i propri versi o per avvicinare i lettori alla poesia o ancora per far sentire la propria voce su quanto accade nel mondo. Nel web in effetti proliferano i siti di poesia e di letteratura in genere, ma solo raramente sono occasioni di riflessione e confronto, mai si tratta di blog di poeti affermati. I siti web dei poeti, quando ci sono, e succede veramente di rado, non sono aggiornati. Insomma i poeti italiani non amano il web, forse non rendendosi conto che così rinunciano a uno straordinario strumento di comunicazione e di diffusione della poesia.
Per molti poeti italiani la poesia è ancora un oggetto sacro, che non va contaminato. E’ qualcosa di spirituale e impalpabile, di troppo delicato perché possa trovarsi a contatto con altre forme di comunicazione. In questo modo però i poeti non possono reclamare alcun posto nel dibattito. La poesia è libera da ogni forma di contagio, ma risulta distante e poco raggiungibile, quindi incapace di parlare a molti.   

Sonya Orfalian racconta l’Armenia

Sonya Orfalian racconta da sempre l’Armenia, la terra sua e dei suoi avi, il paese dove non è nata e non ha mai vissuto. Sonya non ha neppure mai visto quei luoghi, così invadenti nella sua carta d’identità di artista e di donna. Ma non c’è in questa esperienza negata nessun mancato abbraccio e nessuna contraddizione. Si può infatti essere parte di un popolo, avvertire forte il legame con un territorio, provare per la propria patria un sentimento che scuote e a volte devasta, anche quando i tratti e i colori di un paese sono solo una traccia che arriva dal passato e che non appartiene direttamente al proprio vissuto.
Sonya Orfalian non conosce la terra d’Armenia, che pure ama e di cui scrive e parla con passione: i suoi genitori furono costretti a trovare rifugio all’estero, in Libia, e poi da Tripoli a trasferirsi in Italia, vittime di quel genocidio (dimenticato e dunque, in qualche modo, replicato) che, se anche non li privò della vita, come invece avvenne per un milione e mezzo di connazionali, doveva però irrimediabilmente segnare le loro esistenze e quelle di centinaia di migliaia di armeni.
I luoghi possono alimentare il sangue e la mente, riempire i sogni, anche di coloro che non vi hanno mai vissuto. I paesaggi si formano attraverso i racconti degli altri, negli sguardi in cerca di punti d’approdo dei genitori e degli amici. Il passato, anche quello spezzato dalla immane violenza di un piano di sterminio, si ricompone poi timidamente nei gesti e nelle consuetudini, nella lingua e nei cibi di chi prova a ricostruire in un luogo lontano il proprio passato individuale e di popolo.
Un libro di gastronomia (La cucina d’Armenia, Ponte alle Grazie) diventa allora il modo per tentare un viaggio a ritroso. Sonya Orfalian riannoda i fili della storia della propria gente attraverso i piatti e i cibi, ma anche i movimenti e le frasi che si compongono intorno a una tavola. Sono gesti sapienti e parole nella lingua di chi è ormai lontano e prova a tenere saldo un legame. Dal libro, pubblicato nel 2009, nasce ora lo spettacolo teatrale Una cena armena, scritto da Paola Ponti e portato in scena da Danilo Nigrelli.
La repubblica d’Armenia, nata dal disfacimento dell’impero sovietico, è solo una parte del più grande territorio una volta abitato dagli armeni. Sonya Orfalian non troverebbe in Armenia la casa dei suoi nonni, i luoghi che hanno fatto da sfondo alle vicende narrate da genitori e nonni, i sapori e gli odori che poi avrebbero riscaldato i cuori e le cucine dei profughi.
La sua Armenia si compone delle vite degli esuli disperse per il mondo, dei loro racconti, dei cibi che davano consistenza alla loro memoria. E’ un luogo che non esiste nella realtà, una nazione viva e trepidante grazie alle sue parole.

L’ASSO NELLA NEVE di Anna Maria Carpi (Transeuropa)

Ci sono occasioni in cui la poesia riesce a parlare a tutti coloro che le si accostano, affondando con grazia limpida ed accessibile, con acuta e sofferente determinazione, nelle ordinarie eppure particolarissime manifestazioni della vita di tutti i giorni. Si pubblicano oggi in Italia ancora raccolte di versi, che dovrebbero leggere tutti coloro che sostengono che la poesia, per statuto suo proprio o per intima e ormai irreversibile aberrazione, debba per forza mostrarsi come un percorso irto di difficoltà, linguaggio criptico e in parte inaccessibile, codice per iniziati insomma, che si consuma nell’ambito costretto e circoscritto di un circolo di affiliati che finiscono per scambiarsi messaggi tra di loro. Ci sono libri che riescono a coniugare la massima densità di significato con una leggibilità che recupera a nuovo senso la lingua della comunicazione quotidiana, libri che si oppongono come un vessillo di trasparenza a quanti di fronte ad una raccolta di poesie reagiscono con il più netto e consueto dei rifiuti: “io la poesia non la capisco”.
L’asso nella nevedi Anna Maria Carpi, pubblicato da Transeuropa, è uno di questi libri, occasione rara per avvicinarsi alla poesia con rinnovata speranza che essa sappia dire con limpida compostezza le inconcludenze e le bellezze del mondo. La Carpi allunga il suo sguardo rapito e curioso, sempre penetrante, sulle vicende minime e consuete della vita di tutti i giorni e ce ne rimanda le immagini attraverso una lingua che privilegia il registro colloquiale, nobilitata però, e nello stesso tempo straniata, da una musicalità suadente, controllata con estrema perizia e senso dell’armonia. Sta di fatto che le vicende quotidiane raccontate dalla Carpi, proprio nel momento in cui sembrano parte del banale patrimonio che accompagna tutte le nostre giornate, lasciano emergere una verità nascosta, una scoperta improvvisa, un accesso imprevisto verso l’inaccessibile, che ci viene comunque offerto con garbata, quasi noncurante, pacatezza. “La vita è questo” affermano in vario modo le liriche de L’asso nella neve, e cioè entrare in banca, al supermercato, prendere la metropolitana, perdersi nelle mille occupazioni quotidiane, passare le serate con gli amici, andare alle inaugurazioni delle mostre, viaggiare. “La vita è questo” dice a se stessa la poetessa, bisogna in qualche modo adattarsi al turbinio privo di senso, al nulla che si nasconde dietro ogni gesto. E conclude: “Io perché non ne ho voglia? / Perché non mi riprendo come la mia azalea? / Era appassita, i fiori come stracci. / Le era mancata l’acqua, io gliel’ho data / senza speranza e invece stamattina / è ritta viva ignara risplendente”.
C’è sempre una soluzione inattesa nei versi della Carpi, un evento che mescola le carte che sembravano ordinatamente e ordinariamente disposte, e che induce a un repentino cambio di prospettiva, che suggerisce che le regole non sono forse quelle cui ci siamo finora attenuti. I temi della raccolta sono quelli consueti dell’amore e della morte, delle relazioni di coppia e dei rapporti con gli altri, più o meno estranei, ma sono argomenti riproposti e verrebbe da dire rivissuti con “disperata leggerezza”, con vivacità e rapimento, tanto più inaspettati di fronte al ripetuto grigiore dell’esistenza: “… che stortura / è avere un corpo, un volto, quello solo, / e che è soltanto carne, / la data di scadenza scritta in piccolo, / o dentro o sotto, dove nessuno legge. / Si aspetta il verde, si traversa la strada, / si scende nel metrò, si fa la spesa, / si prenotano viaggi, si entra in banca. / Singoli alieni con tatuaggi e piercing, / singoli con i figli da mandare a scuola, / singoli come me soli e scontenti. / E dopo e dopo e dopo? / Dove guardano tutti questi occhi?”.
La morte nelle poesie de L’asso nella neve è spesso solo un pensiero che proietta una specie di preventiva nostalgia per quella parte di vita che continuerà dopo la fine, quando, malgrado la nostra assenza, le cose rimarranno al loro posto e i vivi continueranno a frequentare i luoghi che anche noi frequentavamo, a fare acquisti, a passeggiare. “C’è una via di negozi” certifica la poetessa, “se ci sarà dopo di me io voglio / restarvi come un passero la sera / quando i vivi vanno a far la spesa: / il vorace vola anche lui dentro, / nel bianco algido del supermercato, / campa di briciole, ma non è di cibo / che lui è in cerca. Loro non lo sanno / quale gioia è vederli, stare in mezzo / alla cara brigata di migranti / coi loro acquisti, in fila verso il nulla / una casa, una sera un dopocena”.
Sono gli altri l’ossessione della Carpi, la grande massa degli amati, dei vicini e degli sconosciuti che popolano la nostra esistenza. Sono loro che puntellano la nostra vita e che si vorrebbe abbracciare, ma dei quali si desidera anche non avere bisogno. Da una parte si avverte quasi una brama di possesso, una voglia struggente di essere concretamente nelle vite di tutti, dall’altra una necessità di solitudine, che è insieme desiderio vitale e condanna, piacere e strada impercorribile. “Gli altri: io li voglio tutti, / solo tutti insieme / li posso amare / e di uno soltanto ho poca voglia”.

(pubblicato su Giudizio Universale)

Celentano, Saviano e la lingua della poesia

Saviano legge in televisione i versi di Wislawa Szymborska e pochi minuti bastano per lasciare un’impressione intensa e profonda nel tranquillo dopocena di telespettatori in gran parte poco abituati al linguaggio della poesia. A distanza di qualche giorno, Adriano Celentano occupa il palco del festival di Sanremo per un tempo apparso interminabile, esibendosi in un sermone dai tratti grotteschi e dal disegno mal distribuito.
Entrambe le apparizioni producono un effetto straniante. La lettura di Saviano lo è in quanto lo scrittore napoletano usa la sua popolarità non per parlare di criminalità organizzata, come è solito fare, ma di poesia. Inoltre non adotta i toni cupi che gli sono consueti, ma si immerge con umiltà nella leggerezza dei versi della Szymborska. Celentano irrompe nell’ambiente superficiale di un festival di evidente carattere popolare, rompendone gli schemi e imponendo, col suo piglio da predicatore, un imprevisto cambio di rappresentazione. I suoi passi sono pesanti, gli accenti grevi, l’aria studiatamente irrespirabile. Il fine ultimo del suo intervento sembra essere proprio questo scartare di lato in modo inaspettato, per far parlare di sé e del contenitore che lo ospita.
Le poesie lette da Saviano sono del genere che non incute timore, che non fornisce risposte, che non vuole offrire prospettive assolute. Del resto la poesia, in genere, non crede che la parola debba servire a condurci in luoghi rassicuranti perché immutabili e dai confini precisamente segnati.
Celentano invece colpisce con violenza a destra e a manca, ma le sue parole producono un esito solo in apparenza sconvolgente ed inquietante. In effetti vogliono farci sentire dei combattenti e degli agitatori, senza che questo ci costi nulla: sono parole che sanno cosa vogliono solo perché gridano a piena voce una verità che non può essere messa in discussione.
La poesia della Szymborska insegna a dubitare, in quanto si nutre di domande (“Ho un elenco di domande / a cui ormai non otterrò risposta, / poiché o sono premature, / o non farò in tempo a comprenderle” è l’incipit della lirica Elenco), e noi siamo un paese che vorrebbe solo avere certezze da urlare. Per qualche minuto Roberto Saviano si è messo al servizio di una lingua che poggia un docile sguardo curioso sul mondo, che non nasconde la propria fragilità e non tenta di mettere ordine tra le cose. Adriano Celentano ha voluto che la lingua fosse al suo servizio, come succede sempre a coloro che pretendono che l’universo sia un sistema in perfetto equilibrio e di cui noi possediamo la chiave di accesso.
Le presenze di Saviano e Celentano in televisione, se messe a confronto l’una con l’altra, assumono il valore di una metafora.

Se Saviano legge Szymborska

La lettura di Roberto Saviano in televisione in prima serata di alcune poesie della Szymborska pare abbia prodotto l’effetto della vendita immediata di quindicimila copie dell’antologia La gioia di scrivere, pubblicata tre anni fa da Adelphi. E’ una buona notizia, di fronte alla quale bisognerebbe essere meno sorpresi e dimostrarsi semmai in grado di comprenderne la portata.
Molti diranno, storcendo la bocca, che questo risultato è effetto della tv, che la poesia quando è tale può essere apprezzata solo da pochi (quali? perché proprio loro?), che Saviano (e dunque la Szymborska) ha potuto sfruttare l’effetto di spiazzamento che ha colpito il telespettatore, diventato senza preavviso un ascoltatore e possibile lettore di poesia.
Ma perché questo dovrebbe essere un problema? Perché continuare a confinare la poesia nei territori, che non le appartengono, della noia e dell’impopolarità? Chiunque abbia avuto modo negli ultimi anni di leggere poesie in pubblico senza dare ad intendere di essere il ministro di un rito per iniziati che ha bisogno di particolari conoscenze e di un’intensa attività di decodifica per essere compreso, si sarà reso conto che la poesia produce reazioni improvvise di risveglio dal torpore, un piacere tanto intenso quanto apparentemente ingiustificato. Quando riesce a parlare in una lingua comprensibile delle questioni su cui ogni uomo, anche il più sprovveduto, finisce almeno una volta nella vita per riflettere, la poesia sa farsi ascoltare anche da interlocutori che si vorrebbero distratti e distanti.
Provate a leggete (bene) a una platea di liceali una poesia di Sbarbaro, di Saba, di Caproni, della Cavalli o appunto della Szymborska, l’effetto è evidente: una quantità di bocche aperte, sguardi inaspettatamente interessati, silenzio da grande occasione. E poi la lettura genererà domande, richieste di coordinate, voglia di comprendere e di dire: una reazione a catena.
Allora la questione è: perché i volumi di poesia sono scomparsi dagli scaffali delle librerie, non sono mai esposti in bella vista o sono relegati nell’angolo più buio e triste? perché i primi a non credere nella poesia sono gli editori, che pure si impegnano a promuovere romanzi che, a volte, vendono così poco da sembrare libri di poesia? perché si leggono poche poesie ai giovani, che vengono messi nella condizione di credere che la poesia vada studiata invece che letta?
Insomma, perché la poesia non fa parte della nostra quotidianità?

POESIA PRESENTE di Francesco Napoli (Raffaelli)

Francesco Napoli è un acuto critico letterario da anni attivo nell’ambiente milanese, che ha concentrato la sua attenzione in particolare sulla poesia italiana degli ultimi decenni. Impegno già di per sé meritorio, se si considera come la poesia, e in particolare quella contemporanea, sia un luogo comunicativo ed espressivo poco indagato e comunque considerato marginale e, quasi per definizione, lontano dagli interessi del pubblico e degli editori. Dei precedenti libri di Francesco Napoli vanno ricordati almeno l’antologia delle Poesiedi Alfonso Gatto, da lui curata per i tipi della Jaca Book, e per la stessa casa editrice il più recente Novecento prossimo venturo,edito nel 2005, che contiene una serie di conversazioni critiche con alcuni tra i maggiori poeti contemporanei.
Alla produzione lirica di questi anni è dedicato anche l’ultimo lavoro di Napoli, Poesia presente. A pubblicarlo è Raffaelli Editore, nome anch’esso degno di apprezzamento per la considerazione che da sempre dedica alla poesia.
Il libro di Napoli tenta con successo una prima sistemazione storica dell’esperienza poetica degli ultimi decenni, partendo dall’assunto che il panorama risulta estremamente vivo, ma altrettanto frammentato e dunque di difficile ordinamento in categorie. Innanzitutto l’autore si pone il problema di definire i limiti del Novecento, al fine di circoscrivere il proprio raggio d’azione. Se il Novecento in poesia parte con la pubblicazione de Il porto sepoltodi Ungaretti nel 1916, dunque nel pieno di quella Grande Guerra che può essere considerata anche l’inizio della vicenda storica del secolo breve, la conclusione invece anticipa di diversi anni il crollo del Muro di Berlino. La poesia italiana chiude il suo conto con l’avventura novecentesca, scrive Napoli, ben prima dello stravolgimento prodotto dalla caduta dei regimi dei paesi dell’Est: nel 1975, che è poi l’anno di pubblicazione de Il pubblico della poesia, la ben nota antologia curata da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, a cui farà seguito, tre anni più tardi, un’altra raccolta antologica, quella de La parola innamorata, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, nella quale troveranno posto alcuni dei poeti che saranno tra i più attivi nei decenni successivi. Per Napoli si è verificato proprio a partire da queste due pubblicazioni una sorta di “sommovimento tellurico” che “scuote dal profondo la nostra poesia, giungendo a mutarne l’orografia”.
Questo profondo sconvolgimento si spiega innanzitutto con la “fine di ogni scuola dominante a favore di un’estrema e del tutto nuova pluralità di voci di salda tenuta”. Ne deriva che “la koinè letteraria e linguistica, fino ad allora sempre compatta e voluta tale anche dalla Neoavanguardia, si sfarina in un pulviscolo assolutamente unico e mai visto per la nostra poesia, senza danno alcuno per gli esiti”.
E’ proprio all’interno di questa pluralità di voci vivace e interessante che Napoli ci accompagna in un percorso scandito in decenni, nella convinzione che non si possa parlare di scuole e correnti, quanto piuttosto lasciare ai singoli poeti, alla loro produzione significativamente antologizzata nel volume, la possibilità di dare conto di questa produttiva frammentazione.
Il volume si divide in tre parti, ognuna dedicata a un decennio (Anni Settanta, Ottanta e Novanta), con una scelta di testi (27 gli autori antologizzati), introdotta da un ampio e documentato approfondimento critico, che permette di ripercorrere le vicende della poesia italiana contemporanea sulla base di un repertorio di notizie e di informazioni utili sia per gli addetti ai lavori che per i lettori e gli appassionati. Napoli lavora questo materiale sulla scorta del suo rigore critico, ma anche grazie alla diretta conoscenza dell’ambiente letterario e degli stessi poeti, in qualche modo dunque partecipe, semmai con qualche maggiore attenzione alla sponda milanese, ma senza mai tralasciare anche le esperienze poetiche della provincia, peraltro tradizionalmente numerose e significative. Poesia presente è dunque un libro che giunge a colmare uno spazio fin qui lasciato vuoto e che permette una prima sistemazione storica dell’interessante e vivace produzione poetica dei decenni di passaggio verso il nuovo millennio.

Cara Szymborska

Cara Szymborska,
la notizia della tua morte sul Corriere della Sera online occupa poco spazio tra le informazioni sui criteri in base ai quali si calcolerà il reddito degli italiani (ci saranno, è detto, anche colf e cavalli), il bollettino dei danni che il gelo sta causando nel nostro paese e la rivelazione, per qualcuno evidentemente fondamentale, che Angelina Jolie da ragazzina amava il karaoke.
Credo che la cosa ti divertirebbe. Hai sempre amato l’incongruente manifestarsi della realtà in forme bizzarre e dialoganti, l’irrazionale distribuirsi degli oggetti, privo, almeno all’apparenza, di ogni costrutto. Tu in questo sparpagliato teatro di contraddizioni cercavi fili invisibili, imbastivi trame, sicura che all’illogico dimenarsi dell’esistenza bisognasse contrapporre la beffarda e risentita volontà di tracciare un disegno dai contorni chiari, la rappresentazione netta dell’irrappresentabile e nemmeno tanto tremendo disordine. Il tempo va avanti nella sua presunzione di oggettività, il mondo mescola in continuazione le carte, e tu ti divertivi a smascherare congegni e sconnessioni, a fingere di rimettere le cose a posto.
L’articolo, stai tranquilla, non dice nulla. Si limita a ricordare il Nobel, a dire la tua età, che ora che sei morta in effetti non vale più niente sapere, ma che credo nel tuo caso avesse poca importanza anche quando eri in vita. Si citano alla rinfusa i titoli dei tuoi libri tradotti nella nostra lingua, ma le informazioni al proposito sono poche e frammentarie e non so perché si fermano al 1996. Anche questo ti avrebbe fatto sorridere. Del resto per riassumere una vita non c’è bisogno di tante parole, bastano pochi versi. Avresti aggiunto: “Hanno letto da un foglietto / a) era un tipo cordiale, / b) voi orchestre suonate, / c) peccato fosse mortale”; oppure con una punta di malcelato orgoglio: “Qui giace come una virgola antiquata / l’autrice di qualche poesia”.
Io vorrei che l’articolo mi desse notizie del tuo gatto. Mi domando cosa farà nel tuo appartamento se tu non ci sei più. Te lo eri chiesta qualche anno fa anche tu di un altro gatto, a proposito della scomparsa di non so chi. “Morire – questo a un gatto non si fa. / Perché cosa può fare il gatto / in un appartamento vuoto? / Arrampicarsi sulle pareti. / Strofinarsi tra i mobili. / Qui niente sembra cambiato, / eppure tutto è mutato. / Niente sembra spostato, / eppure tutto è fuori posto. / E la sera la lampada non brilla più. // Si sentono passi sulle scale, / ma non sono quelli. / Anche la mano che mette il pesce nel piattino / non è quella di prima”.
Vorrei sapere se ora sparpaglia le tue carte sulla scrivania, se ti aspetta con l’aria un po’ offesa. Se ne hai notizia, per favore fammi sapere.

PER OGNI FRAZIONE di Davide Castiglione (Campanotto)

Davide Castiglione è un giovane poeta, nato ad Alessandria nel 1985. Nella raccolta d’esordio Per ogni frazione, pubblicata per i tipi di Campanotto Editore, ci rappresenta una realtà frammentata e disuguale, dove il compito della poesia è quello dell’improbabile tentativo di ricondurre il mondo ad unità. Ma il paesaggio, un ambiente cittadino spiazzante nella sua evidente mancanza di senso, si ribella ad ogni disegno, devia continuamente da ogni ipotesi di pianificazione e di stabilità. Così avviene nella sezione sintomaticamente titolata “Sensi della piazza”: “Il vento, se fa tanto, lascia che i panni oscillino, / mai imparata l’urgenza di tenersi o andare”, o ancora “Che questa geografia rimanga uguale ripresa dall’alto, / moltiplicata al più: questo ho sperato per reggere il pensiero / questo ho sperato soppresso dal pensiero. Tutto piano, / spento ogni dissidio perché enorme e remoto per sentirlo”.
Nessuna epifania è possibile, nessuna ricomposizione è plausibile, anche se il miracolo sembra dover avvenire, sembra che improvvisamente l’incontro possa accadere, che l’abbraccio con l’altro, la conoscenza reciproca siano finalmente una soluzione. Ma è il poeta stesso a non credere fino in fondo a questa composizione “sarà la paura di urtarsi / pari al desiderio di urtarsi, / sui marciapiedi un vestirsi a sorriso / che più eccede e più lascia // nudi: così, per non sentirci / assenza o incrocio mancato, / gente a passarsi in mezzo, / in vetrina, a passare, a non conoscersi”.
Date queste condizioni, è inevitabile che Davide Castiglione scelga un respiro frantumato, una lingua comunque colta e dal solido impianto letterario ma che si manifesta spesso per schegge e frammenti. O finge un carattere improvvisamente prosaico, quasi narrativo, salvo poi immediatamente contraddirlo con repentini scarti sintattici, con spostamenti temporali e logici, che specchiano il fuorviante non senso dell’esistenza.

Caproni, la parola fraterna

 

In un articolo dedicato alla poesia di Giorgio Caproni, pubblicato sul primo numero de L’Indice nell’ottobre del 1984 (e che rileggo ora, in occasione del centenario della nascita del poeta livornese), Gian Luigi Beccaria scrive: “non c’è alcun dubbio che la poesia è traffico con l’inconscio, e che la poesia non è lucidità raziocinante, esposizione, prosa”. E prosegue affermando che “se le sensazioni oscure sono per il poeta le più interessanti, è a condizione che le renda chiare: ‘se percorre la notte – scriveva Proust – lo faccia come l’Angelo delle tenebre, portandovi la luce’”. Tutto questo nella poesia di Caproni si traduce nell’uso di una lingua “fraterna”, che non si lascia irretire “nei labirinti del manierismo, nella esasperazione della tecnica”. Beccaria conclude: “il lettore medio difatti non si è forse arreso talvolta alla poesia contemporanea come di fronte ad un gioco di parole che non lo informano più? Caproni invece coinvolge tutti, l’addetto e il lettore meno provvisto di sapienza critica”.

Giorgio Caproni con Pier Paolo Pasolini

Non c’è dubbio che Caproni abbia attraversato il Novecento con la sua lingua limpida e immediata, con una disponibilità a farsi leggere da tutti, che pure sembra abbia attratto su di lui qualche imbarazzo critico, e qualche conseguente incertezza nella collocazione della sua opera.
E’ proprio il riferimento alla lingua “fraterna” a colpire più nel segno. In effetti, Caproni parla al lettore con una lingua conciliante, quotidiana, mai artefatta, sorretta sempre da una musicalità sottile, un tono da filastrocca popolare, riscritta attraverso l’orecchio sapiente del musicista colto. La poesia di Caproni attraversa davvero il buio – della solitudine dell’uomo di fronte a Dio, per esempio, o della ricerca di un confine che dia conto della nostra fragilità – ma lo segna e lo illumina con la chiarezza del proprio codice espressivo. Che è naturalmente un codice complesso, ricco di interazioni letterarie, controllatissimo, eppure agevole, mai respingente per il lettore. Pasolini in Passione e ideologia, a proposito di Caproni, parla del “cristallo apparentemente semplice della sua poesia, così complesso invece se posto in controluce critico”.
La “fraternità” consiste allora soprattutto nel trasferire in questa lingua dalla pronuncia facile e apparentemente spontanea contenuti per nulla rassicuranti, né consolatorii. Come avviene in Leopardi, il tratto lineare, lo sguardo che riporta i tranquilli accadimenti del quotidiano, non nascondono e non semplificano, ma tendono a denunciare la corruttibile transitorietà della condizione umana, le nostre limitate risorse. Come si fa con i fratelli, con coloro che reputiamo fratelli, la lingua deve essere chiara, e la chiarezza non può servire a comunicare contenuti banali.
Ti parlo come a un fratello, appunto si dice. Cioè senza nascondere la parola, e il dramma che essa trasmette, dietro labirinti artificiosi.

TIBET di Roberto Carifi (Le Lettere)

La poesia di Roberto Carifi, a partire dalla prima raccolta Simulacri pubblicata nel 1979, ha seguito negli anni un suo percorso coerente e rigoroso, sempre orientato a manifestare un sentimento pietoso e accorato di fronte alle tragedie individuali e collettive, alla sofferenza di cui suo malgrado si nutre la vita degli uomini. Attraverso un cammino personale di rinuncia e di dolore, di intima dignitosissima tribolazione, Carifi approda in Tibet, che è insieme luogo dello spirito per eccellenza, ma anche spazio di incontaminata percezione, territorio dove si consuma la separazione dal mondo e dai suoi idoli, dove la spietata corsa alla modernità si mostra in tutta la sua inutilità e inconcludenza. Il Tibet non è l’approdo orientaleggiante di tanti, in fuga semmai vacanziera dai mali del consumo e dalla frenesia della quotidiana corsa al benessere, ma punto di arrivo di un percorso tutto umano e spirituale alla ricerca della casa accogliente dove il pensiero possa trovare finalmente una propria più reale dimensione, dove la parola si mostri autentica, del tutto liberata dalle incrostazioni della quotidianità.
Tibet è il titolo dell’ultima raccolta di Roberto Carifi, che si compone di oltre cinquanta poesie, suddivise in dieci sezioni, che finiscono per svolgere, anche se non dichiaratamente, il filo di un poemetto di forte concentrazione lirica. La parola poetica segue il percorso dell’io nel suo progressivo dilatarsi, fino diremmo all’annullamento, in qualcosa che insieme lo amplia e lo sovrasta, lo spiega e lo nega. “Vidi e non vidi, poi cessai d’immaginare” è l’incipit di una bellissima lirica della sezione Le ferite di tutti, che si chiude con questi versi: “e solo perché diventavo puro / si capiva da che inferni ero passato, / tutto quello che fu chiamato terra / era andato in rovina, catrami e fossili, / rottami, e venivo accolto dove non c’era più nulla”.
L’adesione di Carifi al buddismo, già annunciata con il libro di riflessioni filosofiche Le domande di Masao del 2003, e poi confermata da La solitudine del Budda (2006) e da Il maestro e la compassione (2008), fa da struttura portante delle liriche della raccolta, che propone una sorta di cammino mistico verso un luogo senza confini e senza tempo, dove “non c’è più niente che esista”, ma dove ogni cosa può essere contemplata nella sua verità. La strada verso il Tibet, costellata di visioni e scandita da stazioni di posta che sono luoghi di penitenza e di conoscenza, conduce alla fine ad un punto, che è insieme fine e principio, il luogo della morte e del nulla, della conoscenza e dell’annullamento dell’io, dove gli opposti finiscono per comporsi, e dove infine si raggiunge finalmente la rarefatta atmosfera delle cime: “Poi si riaprono le conifere, respirano le foglie, / poi si diventa una cosa solo con i cumuli di neve, / anche i morti divengono sottili / e raggiungono con migliaia di esseri le vette più alte.”
La forza delle poesie di Tibet sta nel fatto che Carifi non appare alla ricerca delle parole che siano utili a dire la sua esperienza, ma sembra quasi abitato da queste parole, che lo raggiungono nell’atto infine libero della contemplazione e della profonda osservazione. Tutto quello che è accaduto trova ora la sua destinazione: “Del mio passato rammento i blu, / i cobalti delle ore in cui fiorivano i massacri, / e le madri che mi facevano fremere d’amore / mentre ora non ho che spirito, l’ancella del ventre / che mi balbetta dentro, / e sto con il lago a guardare il fogliame, / a cavarmi gli occhi per il troppo vedere”.