L’UFFICIALE E LA SPIA di Roman Polanski

Qualcosa rende grande L’ufficiale e la spia, il nuovo film di Roman Polanski, e non è la materia che tratta, e nemmeno solamente il rigore stilistico con cui il regista affronta il celebrato affaire Dreyfus.

La vicenda del capitano dell’esercito francese degradato nel 1895 e mandato al confino con l’infamante accusa di spionaggio è nota, così come è universalmente conosciuta la reazione di una parte della cultura francese, in particolare l’assunzione di responsabilità dell’allora affermatissimo Emile Zola, che portò il caso all’attenzione della cronaca e della coscienza nazionale con il suo spietato J’accuse (che è anche il titolo originale del film), che gli valse un processo e una condanna per diffamazione.

E’ evidente d’altra parte che la triste vicenda del capitano di origine ebraica Alfred Dreyfus oggi, ancora più che allora o nelle varie rivisitazioni anche cinematografiche del secolo scorso, possa essere considerata un esempio vistoso e storicamente accertato della possibilità di manipolare dati reali e informazioni al fine di rendere più solido il consenso, nel tentativo di rinvigorire una posizione di potere. L’avvento di un giornalismo più consapevole e libero, la diffusione dei social, la propagazione delle notizie attraverso il web hanno da una parte aumentato gli strumenti a difesa della libera circolazione delle idee, e quindi della possibilità del cittadino di conoscere quello che accade nel mondo, dall’altra hanno reso possibile la dilatazione della menzogna, la deflagrazione dell’inganno, la mistificazione della realtà, utilizzati più che spesso per rendere possibili macchinazioni a danno di altri.

Polanski racconta tutto questo, ma riesce a fare in modo, malgrado le sue vicende personali avrebbero potuto portarlo da tutt’altra parte, che la passione non diventi mai sermone o imprecazione, ma continui a marciare sempre scortata da un senso di compostezza, da un’eleganza formale, che finisce peraltro per contrastare, in maniera molto significativa, anche se mai troppo evidente, con la distinzione sfilacciata e di maniera del mondo che descrive. Il nitore delle immagini, la precisa definizione di ogni ambiente servono a mettere in luce la falsità dei rapporti tra gli alti gradi dell’esercito, a sottolineare come proprio quello che appare più chiaro possa contenere una coscienza torbida e limacciosa.

Le scene sono costruite con una misura e una sobrietà che non lasciano spazio a nessuna eccitazione emotiva. Proprio quando la storia è nel momento di massima tensione e Georges Picquart, l’ufficiale alle prese con la ricostruzione della vicenda di spionaggio, è vicino a rendere possibile lo smascheramento dell’errore giudiziario e la riabilitazione del militare condannato e offeso, proprio allora la narrazione smorza ancora di più i toni e sceglie la strada della pacatezza e di un’accuratezza quasi indifferente. Più i personaggi si muovono nella perfezione stilistica cui il regista costringe l’intera pellicola (ribadita ogni tanto da citazioni dai dipinti dell’impressionismo), quasi a sottolineare l’intenzione di una disinteressata ricostruzione storica, che sembrerebbe voler ancorare la vicenda al passato, più il film procede senza i lacci imposti dalla veridicità, tanto da farci scoprire che la condotta deplorevole delle alte sfere dell’esercito e della politica ci appartiene, che essa parla, sia pure senza mai alzare i toni, dell’epoca malsana in cui stiamo vivendo.

Roman Polanski con Georges Picquart

Si ha l’impressione che con L’ufficiale e la spia Roman Polanski abbia voluto in fondo immergerci nel nostro vissuto quotidiano, ormai assorbito senza fastidio e senza nessuna reazione emotiva, proprio cancellando ogni emozione, così come, nella splendida interpretazione di Jean Dujardin, il colonnello Picquart, a capo della sezione di controspionaggio, procede senza scosse e senza particolare partecipazione sentimentale alla vicenda, solamente sostenuto dal suo senso del dovere, dall’amore del ruolo che ricopre, eppure agendo con coraggiosa determinazione, quasi a voler mettere in risalto che in epoche in cui si è smarrito il senso della dignità, il decoro e la compostezza sono già una forma di rivoluzione.

In una delle prime scene del film, il capitano Dreyfus, mentre sta per recarsi dai suoi superiori che lo condanneranno senza permettergli nessuna difesa, si lascia scappare la frase “C’è un po’ troppo silenzio, non vi pare?”. E’ una domanda che la storia di quell’uomo, nella rilettura che ne fa Polanski, rivolge a tutti noi.

DIRE IL COLORE ESATTO di Matteo Pelliti (Luca Sossella editore)

La poesia di Matteo Pelliti, a partire dagli esordi avvenuti nel 2007 con Versi ciclabili, e in maniera più definita nella raccolta Dal corpo abitato del 2015, ha sempre rivolto lo sguardo sulle cose vicine, spesso soffermandosi sul paesaggio domestico, sui personaggi noti della scena familiare e amicale, salvo poi costringersi ad una repentina deviazione, ad uno slittamento imprevisto. E’ l’irruzione del pensiero a imporre il cambio di direzione suggerire una scena diversa, che può essere considerata dal lettore, e dal poeta stesso, una opportunità o una svista, una rivelazione o una deformazione.
E’ quanto avviene, in maniera certamente più matura, nella nuova raccolta Dire il colore esatto, edita da Luca Sossella (prefazione di Fabio Pusterla, disegni di Luca Scarabottolo). La dizione è diventata più pacata e in qualche maniera più capace di disegnare le nostre inquietudini, le piccole inevitabili discrepanze su cui si regge la nostra presenza nel mondo, le incrinature con cui è necessario fare i conti. Lo sguardo di Matteo Pelliti scopre di continuo relazioni nascoste, che possono riguardare aspetti diversi e lontani della realtà, ma è come se le scoperte non fossero definitive e non servissero ad offrire delle spiegazioni, solo a condurci dentro un territorio egualmente instabile, popolato da nuove incertezze.
Pelliti conosce la realtà spostando continuamente il pensiero su un contenuto suggerito, solitamente per accostamento metonimico, da un particolare, da un gesto, da una propria affermazione. Il poeta si guarda intorno e si accorge che la propria mente, senza che fosse prevedibile un proponimento in tal senso, è scivolata su un contenuto inaspettato. Del resto, come scrive nella poesia Grammatica del cogito, “Chi pensa àgita, / ed è agitato, agìto / dai pensieri che rimesta / e incolla a salti, a scarti, a strati / densi come vino scuro / che oscilla e ruota nel cratere”. Infatti all’origine del pensare vi è “un co-agitare / tra loro i pensieri insieme”.
Pur preferendo le forme brevi o brevissime (“finisce / che scrivo solo significati / che stiano dentro a 11×16 cm, / poesie più che tascabili, / pensierini”), la parola di Matteo Pelliti non procede per condensazione, ma per trasloco ed elusione. Non è un caso che la precedente raccolta, Dal corpo abitato, raccontasse appunto l’esperienza del cambiamento di abitazione, che diventava in quel caso il paradigma della propria percezione della vita.
Pelliti si muove spesso tra la tentazione, il tentativo di confinare le esperienze dentro delimitazioni che dovrebbero risultare rassicuranti, considerata la loro esattezza quasi scientifica, e la sterzata verso territori di natura sentimentale, e perciò, per definizione, meno definibili. Accanto al ricorso al linguaggio specifico, a tratti settoriale, il poeta utilizza senza soluzione di continuità termini ed espressioni che corrono sul versante più strettamente emotivo. Ci troviamo di fronte come ad una doppia messa a fuoco, che da una parte rende nitida l’immagine e dall’altra la sfoca, delimitando e nello stesso momento dilatando oggetti e situazioni.
Si avverte la necessità di accordare i pensieri tra loro fornendo le parole del massimo di esattezza, di sistemare deduzioni tra loro discordanti, di dare unità ai rimescolamenti a cui la mente ci costringe e ci abitua. Nel caos della mente, nei suoi salti e nei suoi scarti, Pelliti vorrebbe mettere ordine, o meglio disporre le cose in un ordine nuovo, che semmai non risolve, ma riscrive la grammatica. E infatti la sezione che risulta centrale nell’offrire unità al libro, che pure presenta contenuti vari, ha per titolo appunto Grammatiche (e, a tale proposito, vale la pena ricordare che Pelliti si è laureato in Filosofia con una tesi sulla “grammatica del linguaggio psicologico” in Wittgenstein).
Nella poesia Grammatica del colore esatto, il poeta confessa di voler “Dire il colore esatto / dei tuoi occhi / in modo tale da valere – insuperato – / per chiunque altro mai voglia descriverli in futuro”, ma avverte che “Si accresce qui la distanza tra desideri e realtà terrena, concettuale, / per questo viaggio necessario nella ricerca iridiologica, qui in atto”. Di fronte al tentativo stilnovistico, ma trasferito in termini scientifici, di dare precisa connotazione all’iride della donna (in termini di ascendenze poetiche una sorta di connubio tra Guido Cavalcanti e Magrelli), il poeta conclude che “Nemmeno la vicinanza delle fronti, / sempre attesa, che rende tutti monoculi, / basta per capire il gradiente certo del colore / che la sorte ha estratto dal pentolone genetico, / l’amalgama di pigmenti necessari / a fare quell’esatto punto di marrone, / spalmato sul lieve azzurrino della sclera”. Si arriva dunque alla conclusione, ancora confessata in espressione stilnovistica, che “Nel giorno in cui compresi gli occhi bruni / lasciai la prova del colore esatto”.
Che nel bel libro di Pelliti, l’occhio, lo sguardo, l’atto dell’osservare, siano presenti in maniera ricorrente e costituiscano in qualche misura il filo che lega tra loro le sette sezioni di cui si compone il libro, è ribadito dalla poesia Occhiali nuovi, nella quale costatato come “Ogni miopia rimodella i volti in fisionomie / che incorporano lenti e montature / per forme quasi organiche”, e che “Io sono i miei occhiali / e quando li cambio / vado a cambiarmi la faccia”, si fa notare come “sopra le lenti si specchieranno parti di / realtà / incomprese, altre filtreranno nelle rètine / e finiranno in quartieri del subconscio”.
Lo sguardo con cui Pelliti guarda il mondo è spesso ironico, ma l’ironia non colpisce mai i personaggi, siano essi esseri umani o oggetti, nei cui confronti il poeta è sempre pietoso e benevolo. La derisione si indirizza sempre sul funzionamento del macchinario, sugli intoppi che lo rendono inadeguato, sugli impedimenti che ci restituiscono una realtà inagibile. Tutt’al più la sottile canzonatura di Pelliti è destinata ai poeti stessi, a quelli soprattutto che credono che la poesia possa dare splendore alle tristezze del mondo. A loro dice nei versi di Poesia all’uncinetto: “Rassegniamoci, noi facciamo centrini / all’uncinetto e ci diciamo, solo tra noi, / sia bene inteso, quanto son belli questi centrini. / Che cotone usi tu? E quali ferri?”.

 

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Premio Pisa a “Il mondo che farà”

Con Il mondo che farà (Elliot) ho vinto il premio Pisa per la poesia. Il riconoscimento per la narrativa è andato a Giuseppe Culicchia con il romanzo Il cuore e la tenebra (Mondadori). A vincere la sezione dedicata alla saggistica è stato Remo Bodei, scomparso da qualche settimana, con Dominio e sottomissione (Il Mulino).

Particolarmente prestigioso l’albo d’oro. Tra i premiati per la poesia negli ultimi decenni (il premio è alla sessantatreesima edizione) Vivian Lamarque, Anna Maria Carpi, Umberto Piersanti, Alessandro Fo (ora membro della giuria), Valerio Magrelli, Cesare Viviani, Franco Buffoni, Mario Luzi, Roberto Mussapi, Maurizio Cucchi, Ennio Cavalli (ora in giuria), Pierluigi Cappello, Michele Mari, Paolo Ruffilli, Bruno Galluccio, Mariengela Gualtieri, Alberto Bevilacqua, Stefano Carrai.

La cerimonia di premiazione è fissata per sabato 7 dicembre alle ore 17 alla Sala delle Baleari del Palazzo comunale di Pisa.

LA BELLE EPOQUE di Nicolas Bedos

La belle epoque è il bistrot dove si sono conosciuti Victor e Marianne. In locali come quello si è formata e ha sostato l’atmosfera incantata e agitata che animò gli anni Settanta del secolo scorso. Non movida ma movimento, semmai ancora con l’idea di cambiare la società; non apericena a base di spritz o mojito, ma pensieri e canzoni bagnati da vino rosso o birra.

La belle epoque è ora solamente la ricostruzione scenografica del bistrot, il set ricostruito ad uso di Victor (Daniel Auteil), che vorrebbe rivivere l’incontro avvenuto anni prima, il 16 maggio del 1974, per ripercorrere la fase dell’innamoramento e dei primi tempi della relazione con sua moglie Marianne (Fanny Ardant), ma anche per sentir rinascere dentro di sé il sentimento di quel tempo, che è tramontato portandosi via quel tanto di entusiasmo e follia, di deragliamento dagli schemi, che rendeva più sana e felice la vita, possibile, perché ancora incontaminato, il futuro.

Victor è un disegnatore, che ha avuto un periodo di notorietà e che poi si è separato, o forse è stato espulso, dalla vita attiva. Crede che il presente tecnologico e virtuale contenga un germe malefico, con cui lui non vuole avere nulla a che fare (“prima, a tavola – sentenzia a moglie e figlio innamorati della modernità – non si parlava al telefono, prima c’erano la destra e la sinistra”). Il suo matrimonio è in crisi, il suo lavoro è terminato con un licenziamento, la sua vena creativa è arida e si nutre di fantasmi. Quando la moglie lo butta fuori di casa, Victor decide di accettare l’offerta di Antoine (Guillaume Canet), un regista che allestisce set per danarosi che hanno voglia di vivere, almeno per qualche ora, in epoche passate. A Victor interessa solamente ritornare al 1974, all’interno di quel bistrot, ritrovare il fascino di quell’incontro. Ad interpretare la parte di Marianne da giovane sarà la bella e inquieta Margot (Doria Tillier), che è, e qui il gioco comincia a complicarsi, anche la compagna di Antoine.

La belle epoque è il titolo del bel film di Nicolas Bedos (alla seconda prova da regista), che ha il pregio di apparire all’inizio una commedia sentimentale sotto il segno della nostalgia, come è stata letta da molti, per poi trasformarsi presto anche in tanto altro. Basta sentire Victor sussurrare, nel bel mezzo di una scena in cui è l’interprete piuttosto invecchiato e compassato del se stesso giovane, “è un’esperienza incredibile; anche se so che è tutto finto, è bello lo stesso”, perché lo spettatore sia costretto a entrare con qualche incertezza in più nel complesso meccanismo ad orologeria costruito dall’attenta sceneggiatura scritta dallo stesso Bedos, un congegno ingegnoso che ha il pregio di non essere solamente originale. Di fronte allo smarrimento divertito e partecipe di Victor, alla sua improvvisa risolutezza a rientrare nella vita proprio attraverso la porta della recita, alla rinnovata capacità di pensare al proprio futuro, viene fatto di chiedersi se esista davvero un confine tra la realtà e la finzione, dove insomma, nella vita di ognuno di noi, finisca il set e cominci la scena vera dell’esistenza. Forse il film di Bedos ci dice anche che il futuro ogni volta va inventato, non importa come, con quali sotterfugi ed esponendosi a quali rischi, e che va ricreato anche il passato, nel senso proprio di immaginarselo come se fosse nuovo, ricercando nel tempo trascorso entusiasmo e coraggio per andare avanti in maniera più risoluta. Bisogna insomma che la vita diventi letteratura, o meglio ancora che il racconto della vita ci aiuti a non abbandonare i sogni, l’ipotesi di una possibile felicità, l’idea che esista un tempo prossimo in cui sia possibile ancora emozionarsi.

Victor, nella magistrale, contenuta interpretazione di Daniel Auteil, è inizialmente un uomo che intorno ai settant’anni sa solo pensare che tutto è già successo, che il meglio è per forza di cosa alle spalle e che non si può ridestarlo nella sua concretezza se non a costo di snaturarlo. L’organizzazione “Les voyageurs de temps”, artificiale fin dal nome altisonante e fasullo, lo immerge nella simulazione di quello che è stato e, mentre lo trasporta in un passato che proprio nel momento in cui appare più contraffatto risulta incredibilmente autentico, gli fa sentire che esiste ancora una strada da percorrere. Anche il tempo, insomma, non è proprio quello scorrere asettico e feroce che crediamo, basta raccontarselo diversamente.

Bedos è bravo a mescolare i piani, a scantonare continuamente, a deviare proprio nel momento in cui pensavamo la storia avesse preso finalmente una direzione lineare e rassicurante, a suggerire piani diversi per l’interpretazione del racconto e, perché no, della vita, a far ridere, e tanto, lo spettatore, forse soprattutto delle proprie debolezze. Il regista gioca col suo stesso film e con la vicenda (finta) che sul set viene ricostruita. Ad esempio utilizzando in maniera sorniona e a volte volutamente cialtrona i brani musicali che compongono la colonna sonora, lasciando che il commento musicale, proprio quando sembrerebbe sia posto ad accentuare il tono sentimentale e debba quindi risultare trascinante, sia veicolato da improbabili interpreti e risulti una accentuata smascherata finzione nella finzione.

Che cosa ridà smalto a Victor e ridona un volto umano e sereno a sua moglie Marianne (la Ardant è come al solito superba), la forza della loro vita passata o la finzione che lascia intravedere che il futuro possa essere il luogo di una nuova opportunità? E cosa affascina veramente Victor, la nostalgica rappresentazione di quello che è stato o l’idea di un nuovo inizio con una donna che in fondo sta solo interpretando una parte?

La verità è che non c’è una risposta e il film appunto non propone una tesi definitiva: il passato e il futuro possono solo rincorrersi e sovrapporsi. Il presente finisce per essere, in un modo o nell’altro, nel migliore dei casi una rappresentazione.

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LONTANO DAGLI OCCHI di Paolo Di Paolo (Feltrinelli)

Il nuovo romanzo di Paolo Di Paolo (Lontano dagli occhi, Feltrinelli, 189 pagine, 16 Euro) “mastica domande”, proprio come uno dei personaggi che animano le tre storie che lo compongono, quel Gaetano appena diventato padre, che vorrebbe e non vorrebbe sentirsi investito da una responsabilità che ha cercato fino all’ultimo di nascondere a se stesso. E proprio ascoltando le parole che sono nella testa di Gaetano, mentre è fuori dall’ospedale dove è nato suo figlio e mangia una pizza, che dal nugolo di domande con cui il lettore è costretto a fare i conti, emerge un quesito che le contiene tutte e che Gaetano esprime nella sua maniera diretta e senza fronzoli: «Com’è che mi sono ritrovato qui? Com’è questa stranezza della vita che mi sballotta come un pulmino scassato e mi deposita proprio qua (…)?».

Lontano dagli occhi è un romanzo di rara e struggente bellezza, anche perché ci mette nelle condizioni di interrogarci con pacata e appassionata inquietudine sulla “stranezza della vita”, a cominciare da quella che si concretizza nella nostra presenza nel mondo, nel posto che ci è stato assegnato (e da chi poi?) in quanto singoli e irripetibili individui. Se siamo qui, ora, in questo angolo di pianeta, com’è che ci siamo arrivati, quante coincidenze sono dovute accadere perché noi accadessimo, quante sono state più o meno consapevolmente evitate perché noi potessimo cominciare il nostro percorso nella vita? Ognuno di noi in fondo è «una variabile tra infinite variabili», una presenza con cui «sorprendere il futuro prima che arrivi».

Lontano dagli occhi è certo il romanzo con cui Paolo Di Paolo ci racconta che «niente ci accomuna come l’essere figli», è certo un romanzo sulla maternità e sulla paternità («Un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente», così comincia la storia), soprattutto quando avvengono in maniera inaspettata e in età giovanile, ma è anche molto altro: innanzitutto il resoconto della nostra apprensione di fronte all’impossibilità di essere totalmente figli così come di essere fino in fondo soltanto genitori. Ancora di più: è il tentativo di usare la letteratura per colmare i vuoti con i quali ogni esistenza deve necessariamente fare i conti, di far sì che le parole servano a restituire quello che si è perso, a ridare luce alle zone d’ombra, perché «le parole fanno esistere». Infine è chiedersi dove ci avrebbe portato tutto quello che poteva accadere e non è stato, «quello che non facciamo, che non sappiamo fare, che non abbiamo fatto», insomma quel tutto o quel tratto di vita potenziale che «continua a lampeggiare con la sua luce verde, di là da un molo!,

Paolo Di Paolo, come già avveniva nelle precedenti prove narrative, ma in questo caso con più forza e avendo precisa davanti a sé una sua idea dell’esistenza, ha la capacità di parlare sommessamente, come se le parole venissero appunto di lontano, riuscendo però ad arrivare vicino ai nostri sentimenti e a far emergere le nostre emozioni. Attraverso una prosa limpida nella sua semplicità quasi colloquiale, che sembra partire sempre da una zona interna, dall’interiorità più profonda dei personaggi, ci mette di fronte alla complessità della vita.

Il romanzo si sviluppa intorno alle vicende di tre giovani donne, Luciana Valentina e Cecilia,  alle prese con il sopraggiungere di una maternità che le sorprende, le inibisce, le incuriosisce e con cui cercano di fare i conti, anche se spesso in maniera conflittuale. Accanto a loro ci sono, o dovrebbero esserci, degli uomini ancora però troppo immersi nel ruolo di figli per poter pensare di diventare padri. Quello che più conta è che l’occhio esterno del narratore non è per nulla oggettivo ed estraneo, anche se in effetti nemmeno può dirsi personaggio della storia. È colui che racconta per ricostruire, per fare sì che una storia si realizzi, che si compia il passato, per narrare innanzitutto a se stesso «nove mesi e un giorno, molto vicini al cuore», in modo che possano finalmente legarsi a «una vita intera, lontano dagli occhi».

La vicenda è ambientata nel 1983, che è poi l’anno di nascita dell’autore. La Storia, come già avveniva nei precedenti romanzi, entra nella vicenda nel momento in cui è una storia ancora con la minuscola, fatta di avvenimenti e di atmosfere che si attaccano agli abiti e alle vite dei protagonisti, senza che questi nemmeno se ne accorgano. Di Paolo è bravissimo a farci cogliere la condizione culturale e sociale di un periodo, senza imporre paesaggi stereotipati, nemmeno grandi immagini, semmai solo richiamando un brano musicale, un evento marginale, quale può essere la cerimonia per festeggiare i quaranta anni in politica di Giulio Andreotti, con la presenza tra gli invitati della deputata pornoattrice Ilona Staller, la cui figura si muove tra alti prelati e ambasciatori, divi televisivi e attori popolari come Sordi e la Lollobrigida e “la claque venuta apposta dai paesini della Ciociaria con tanto di gonfaloni”.

A differenza di tanti suoi colleghi, che fin troppo ostentatamente vorrebbero spiegarci il mondo e pretestuosamente inseguono la composizione della loro Opera Mondo, Di Paolo il mondo ce lo racconta senza gridarlo e senza spiegarlo, ma anzi mettendoci di fronte a tutte le incertezze e ai mille interrogativi che animano e compongono le nostre singole esistenze, e mette in scena, senza teorizzarlo, il proprio affetto per l’umanità, per i suoi difetti e le sue insicurezze, soprattutto guardando a quella parte di umanità più giovane, di cui Di Paolo sembra comprendere tutte le fragilità. L’autore segue i suoi personaggi con un occhio sempre premuroso, quasi sempre affettuoso, anche quando affiorano atti di viltà e bassezze morali.

Come uno dei personaggi del romanzo, anche Paolo Di Paolo «non è preoccupato se non capisce». Anzi, proprio dal non capire possono nascere tante domande e la volontà di ricostruire raccontando. «Il lontanissimo lo affascina spesso più di ciò che ha sotto il naso. Inforca gli occhiali e si prepara a decifrare curiosi scarabocchi, grafici che indicano misteriosi transiti di pianeti e satelliti. Meccanica celeste! È un’espressione che gli piace», dice di un infermiere, affascinato dalla vita dell’universo e costretto a prestare assistenza a neonati sfortunati.

Anche Di Paolo è affascinato dal lontano, anche perché non sempre lontano dagli occhi significa lontano dal cuore.

 

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heart / string, il nuovo cd di Lucia Minetti Presentazioni a Torino, Pistoia, Milano

A novembre cominciano le presentazioni del nuovo cd di Lucia Minetti heart / strings, un progetto musicale ideato e realizzato in collaborazione co Oscar del Barba, pianista e autore di grande esperienza e ricercatezza, che ne ha composto e arrangiato le musiche per voce e quartetto d’archi.

Lucia Minetti è una stimata interprete della canzone d’autore e del jazz e amata da compositori e autori per la potenza espressiva delle sue interpretazioni e il timbro unico della sua voce, trova anche in questo progetto ispirazioni nuove intorno alla forma canzone. Qui compie un passo importante verso una ridefinizione dell’idea di canto, inteso non solo come vocalità, ma anche e soprattutto nelle sue dimensioni mitopoetiche.

Ad accompagnare Lucia Minetti il giovane, pluripremiato Quartetto Echos che, seppur impegnato prevalentemente nel repertorio cameristico, crede fortemente nel valore artistico delle contaminazioni fra generi musicali differenti, che considera fonte di crescita e di ispirazione per un ensemble giovane e motivato. Il Quartetto Echos è formato da Andrea Maffolini e Ida Di Vita, violini, Giorgia Lenzo, viola, Martino Maina, violoncello.

I testi delle canzoni sono composti dai narratori e poeti Stefano Bortolussi, Marco Bortoli, Luca Ragagnin, Enrico Remmert, Francesca Tini Brunozzi, Stefano Valanzuolo, Dario Voltolini. Sono presenti anche due canzoni con miei  testi: Per sempre naviganti e In volo.

Queste le prime presentazioni:

giovedì 7 novembre Torino Circolo dei Lettori
venerdì 15 novembre Pistoia Libreria Lo Spazio in via dell’ospizio
giovedì 21 novembre Milano Teatro Franco Parenti  – Sala Café Rouge

Tutti gli incontri cominciano alle ore 19.

Il cd è prodotto da Velut Luna.

O CARO PENSIERO di Renato Minore (Aragno)

Il titolo del nuovo libro di poesie di Renato Minore, O caro pensiero (Aragno editore), rimanda senza che se ne possa dubitare a Leopardi, per quel vocativo che risulta così singolarmente ottocentesco, per il “caro”, che è aggettivo caro appunto al recanatese, e soprattutto per il riferimento al pensiero, modalità e strumento letterario associabile all’intera opera del poeta de L’infinito. E’ come se Minore, che di Leopardi è biografo con il fortunato Leopardi: l’infanzia, le città, gli amori, concedesse al lettore una prima chiave di lettura, che è quella che conduce ad una poesia che preveda sempre un pensiero che la sostenga, un ragionamento che la alimenti, pur in una dimensione che vuole essere senz’altro e prima di tutto lirica.

Renato Minore

Va da sé comunque che l’afflato lirico di Minore, come ricorda Raffaele Manica nell’introduzione al volume, si muove a partire da una tensione che si vorrebbe latamente narrativa. E’ come se l’occhio del poeta guardasse continuamente intorno alla ricerca di storie da raccontare e che però scegliesse, per narrare, la forma e il ritmo della versificazione. Le vicende, d’altro canto, sono assorbite senza che sia possibile restituirne l’integrità, perché ogni pretesa di offrire pienezza a una storia rimane, sembra dire il poeta, atto vano di presunzione. Ogni storia è di fatto fin dalla sua origine scompaginata e scomposta, sotto qualsiasi forma essa si presenti, e ancora di più appare disordinata se la vicenda che si vuole raccontare proviene dal passato o se si manifesti con i connotati della quotidianità, che lungi dall’essere rassicurante, nei versi di Minore si rappresenta in tutta la sua ambiguità e irriverenza. E’ la realtà, per sua stessa natura, a non offrire sponda, a presentarsi con fattezze smembrate ed arruffate, irriducibile ad ogni ipotesi di coerenza e di sviluppo lineare.
Il pensiero dunque, a cui si fa riferimento nel titolo e che invoca il poeta, non può che tentare di offrire una spiegazione a questa insensatezza della realtà. Il compito del poeta è mettere insieme i pezzi del racconto, salvo poi ritrovarsi a spiegare che è proprio nella vertiginosa agitazione del mondo, nella confusione con cui sono disposti i frammenti che lo compongono, il senso stesso dell’esistenza.
D’altra parte è vero che è proprio il pensiero a rendere possibile la realtà, a crearla e a contraddirla. “Tu sei solo quello che riesco a pensarti”, scrive Minore nel Trittico paterno.
Il caro pensiero insomma può dirci solamente che l’unica perfezione è nel cedimento, che camminiamo tutti sull’orlo dell’abisso, come già suggeriva Sbarbaro sulla scorta dell’onnipresente Leopardi, e che forse sarebbe saggio cominciare a dirselo: “Siamo le carte / di un castello perfetto / ognuna è un crollo / il cedimento. // Una debolezza / si appoggia ad altre / il corto respiro entra / nel fiato universale”. Che, a ben pensarci, è una declinazione contemporanea e post-einsteiniana dell’invito alla “social catena” del recanatese.
In fin dei conti, se è l’abisso che alimenta il terrore, sono l’ipotesi del cedimento e la nostra debolezza di esseri viventi, e dunque di esseri morenti, che ci permettono di appoggiarci agli altri, alle altre carte, alle altrui fragilità e pertanto insieme tentare un equilibrio, trovare il gusto e la ragione stessa dell’essere creature sole nel mondo. Insomma proprio lì dove si annidano gli argomenti per i quali non varrebbe la pena di sforzarsi di vivere, nello stesso punto si trovano le motivazioni per cui vale la pena di continuare a farlo. Lo dice chiaramente Renato Minore nella poesia Il moto e il mondo: “siamo qui perché / per cosa per come / tra necessità e finzione / non vale la pena / ma vale la pena / tra finzione e necessità”.
Se la scommessa di ogni poesia è cercare di scoprire un senso che possa spiegare il nostro essere nella vita, è proprio il movimento del mondo e di ogni esistenza a rendere impossibile una fotografia attendibile di quello che abbiamo intorno e ancora di più di quanto è già accaduto. Il presente e il passato sono insensati, perché non hanno possibilità di essere fermati e dunque raccontati. “Lo specchio inclinato / dal balcone riflette / un attimo solo / il cane appare come / non sarà mai più”, scrive Minore in una poesia della sezione Mi serve tempo, confessando così che la poesia, anche quando ragiona e ragiona su se stessa, non può che specchiare il moto e perciò non può pretendere di fermare la vita in un immagine (o in un pensiero?) che possa davvero rappresentarla.
Ma forse nell’assenza, nel tratto di vita ignoto che non è possibile decifrare, si nasconde il senso di ogni storia, che ha sempre una parte di inesplorato, di non realizzato. C’è una zona in ogni storia che può anche essere illuminata, ma che riporta inevitabilmente a una mancanza e al buio. La poesia di Renato Minore è un po’ come l’occhio di vetro di Enrico, in una delle poesie che apre il volume, “che luccicava / sempre centrandoti / e sempre non vedendoti”.

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CASA DI CARTE di Matteo Marchesini (Il Saggiatore)

Potrebbe bastare l’ampio saggio dedicato all’autore di Trieste e una donna, “Perché Umberto Saba non è popolare in Italia”, per farci apprezzare interamente il valore delle riflessioni critiche di Matteo Marchesini, la sua volontà di esprimere considerazioni all’interno di un preciso quadro di riferimento, tale da liberare l’opera dello scrittore, o il tema trattato, dalla morsa delle “mitizzazioni e mistificazioni” sedimentate negli anni, per ricondurre il discorso ad una specificità che deve essere sempre riconquistata e che, proprio in virtù di questo percorso, può offrirci una lettura finalmente libera da condizionamenti.

Casa di carte raccoglie saggi a articoli di critica letteraria che offrono un quadro della letteratura dal Novecento ai giorni nostri, anzi, come suona il sottotitolo del volume, della letteratura italiana dal boom ai social, quadro che appare per niente trascurabile, proprio in virtù della inedita capacità, che pervade tutto il libro, di differenziare la propria voce rispetto a quanti, e sono la maggioranza, vorrebbero che la critica letteraria fosse il luogo delle rassicurazioni, dell’accademica aprioristica sistemazioni di presenze e canonizzazioni, dell’accondiscendente e rassicurante esaltazione di tutto quanto in questo momento storico corrisponde allo spirito del tempo. Non è un caso che intorno al libro sia nato un po’ di tempo fa un caso Marchesini: l’autore infatti si vide respinta l’opera presso un altro editore (il libro ha visto poi la luce presso Il Saggiatore), quando si era già in una fase molto avanzata della pubblicazione. Al critico bolognese venne chiesto di eliminare dal volume ogni accenno polemico nei confronti di narratori pubblicati o in qualche modo legati alla casa editrice che avrebbe dovuto dare alle stampe il volume.

Matteo Marchesini, che è anche narratore e poeta e quindi anche per questo ancora più coraggioso nelle sue battaglie critiche, cerca di costruire intorno alle opere che analizza quel “vuoto anagrafico” che, come ricorda lo stesso Marchesini, Alessio Martini attribuiva al modo di procedere di Luigi Baldacci, critico più volte evocato, e non a caso, nelle pagine di Casa di carte. Non si tratta di non avvertire la presenza fisica e biografica dell’autore, quanto piuttosto di non dare nulla per scontato sulle opere, rileggendole in modo da astrarle “il più possibile da quella auctoritas accumulata intorno a loro nel tempo”.

Il volume di Marchesini è interamente attraversato dalla convinzione, che si manifesta anche riguardo a scrittori e situazioni diverse, che esista una retorica dell’originalità, che si esprime spesso in una stilizzazione a tutti i costi, dietro la quale si intravede un abile gioco letterario, a volte privo di vera esigenza comunicativa. Così, nel saggio su Saba già ricordato, Marchesini afferma che in poesia non si può avere paura di apparire ovvi e che la “poesia onesta” è in fondo quella poesia che si rifiuta di essere originale a tutti i costi. Oppure, quando parla di Raffaele La Capria, “uno scrittore insieme felice e inquieto, riflessivo e mobile, sobrio, ma pronto ad affrontare i salti mortali della forma, (…), abituato a coltivare la lievità anziché la sua retorica, ed equilibrato nella sintassi quanto radicale nello sguardo”, il critico affonda il colpo contro “una famiglia letteraria nazionale che gronda di snobismi decadenti e di eccessi populisti, di calcolati esibizionismi e di paludamenti astuti”.

Quando poi Marchesini affronta l’argomento Cassola, si criticano le culture egemoni, ci sembra di poter aggiungere di allora e di oggi, “fondate su un esibizionismo dell’intelligenza”. E’ proprio questa intelligenza ostentata che finisce per offrire una rappresentazione del mondo che risulta annebbiata dalla furbizia di chi scrive, o deformata dalla volontà di risoluzione dei dissidi, quando invece il destino dell’arte più vera è proprio quello di rimanere nell’incertezza, nell’impossibilità di dispiegare il complesso paesaggio del mondo in un disegno perfettamente definito. O ancora la realtà è resa addirittura illeggibile dal “ricatto della novità ad ogni costo”. Il rischio è quello di “sostituire lo stile, cioè un modo di guardare il mondo conquistato affrontando gli ostacoli senza rete, e quindi senza nascondere la fragilità, con la stilizzazione, che è l’enfatica sclerotizzazione di un elemento già dato e una maniera apparente di vincere senza combattere”.

E’ chiaro dunque che la letteratura per Marchesini è anche accettare e fare i conti con questa fragilità, con il rischio costante di silenzio, con la “nausea da realtà”, è la capacità di combattere sapendo che il conflitto nel quale si è lottatori accaniti è, per sua stessa natura e per caratteristiche del combattente, senza possibilità di conclusione e dunque senza che possa esistere occasione per la vittoria.

Una lettura che presenta queste caratteristiche finisce per ridisegnare la storia letteraria e culturale degli ultimi decenni. Riemergono così con nuova forza e assumendo un ruolo decisivo, le figure e le opere di Giorgio Bassani, “postumo a priori”, che finisce per dirci sempre “che la realtà in presa diretta è insopportabile”; del dimenticatissimo Domenico Rea, la cui sorte letteraria “somiglia a quella degli innumerevoli figli della plebe che popolano la sua narrativa” e che è vittima della sua stessa “sensibilità avida e cruda”; di Cassola che nel suo romanzo più noto, La ragazza di Bube, a contraddire chi lo aveva etichettato come narratore dei buoni sentimenti, ci dice che la vita “non condanna e non assolve” ed è quindi un autore che “appare molto meno rassicurante di chi si lascia ipnotizzare da un’immagine stilizzata del Negativo”.

Il pensiero a questo punto non può che correre verso la narrativa dei nostri giorni, a quegli scrittori acclamati, Scurati Moresco Lagioia tra gli altri, nei confronti dei quali Marchesini lancia strali appassionati. La polemica è contro quei libri “che tendono a rovesciare le disperate afasie moderne in una logorrea euforica”. E’ quello che Marchesini, sulla scorta di Alberto Savinio, chiama il “romanzo pompiere”, il sogno del Grande Romanzo Definitivo, divenuto in effetti null’altro che un’allucinazione. Valga per tutti il giudizio espresso nei confronti del romanzo La ferocia: “L’estetica della Ferocia viene dai fondi di magazzino del primitivismo decadente, illuminati con le strobo di un paninaro. Lagioia si sdilinquisce davanti a tutto ciò che sembra abbacinante e oscuro, vellutato fino all’astrazione e ferocemente fisico: il suo immaginario coincide con una qualunque pubblicità di cocktail dove una femmina eburnea svanisce mentre le si scuciono regalmente le mutande”.

L’esaltazione per i “finti Romanzi Cosmici” ci ha fatto rifiutare Moravia, romanziere autentico, “come si rifiuta uno specchio che ci rimanda con troppa esattezza la squallida monotonia della nostra vita”.

In Marchesini la polemica comunque non è mai pretestuosa, ma si inserisce in un precisa, raffinata e molto solida idea della letteratura, ed è sostenuta peraltro da una prosa sempre ricca e sapiente. Così, anche nell’affrontare le linee che si sono espresse nella poesia degli ultimi decenni, Marchesini pensa che vada ricordato che ogni poesia dovrebbe proporsi il compito di potenziare il senso della lingua e di fare attrito con gli altri codici linguistici e con la realtà circostante. A dare forza all’espressione poetica per tanti versi martoriata, anche per le scelte improvvide delle collane degli editori maggiori, “gestite con criteri di pessimo gusto”, sono quegli autori che, anche in questo caso, rifiutano l’alibi della stilizzazione “e che costituiscono testi densi, stratificati, di grande coerenza formale”, autori che “non si nascondono dietro un finto esoterismo e inseguono anzi la limpidezza complessa, mai bamboleggiante”.

L’originalità in letteratura risiede dunque tutta nella capacità di guardare il mondo senza furbi scantonamenti, di affrontarlo nella sua complessità, di amarlo anche per la fatica che impone, mai però di assecondarlo.

Da heart / strings, il nuovo album di Lucia Minetti: “In volo”

Il 5 ottobre (ma su Spotify è già scaricabile) esce il nuovo album di Lucia Minetti, intitolato heart/strings.
È un album molto bello, particolare e raffinato, di lieder moderni. I testi sono scritti da poeti, le musiche sono di Oscar Del Barba. I pezzi sono cantati meravigliosamente, con grande sensibilità artistica, da Lucia, suonati splendidamente dal giovane Quartetto Echos.
Nel cd sono presenti due miei testi, oltre a quelli di Stefano Bortolussi, Luca Ragagnin, Enrico Remmert, Francesca Tini Brunozzi, Stefano Valanzuolo, Dario Voltolini e Marco Bortoli.
Il cd è pubblicato da Velut Luna e distribuito da Egea.
Propongo qui l’anteprima di In volo.

Quartine d’agosto

Le Quartine d’agosto sono pubblicate nel mio libro La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto), pubblicato nel 2013. La sezione è composta da 31 quartine, una per ogni giorno del mese.

1.

Da una finestra arriva un do d’autore,

canto d’antan, caruso o tito schipa,

tutto si ferma, ed è quasi dolore

la nostalgia, sopra agosto straripa.

 

7.

Tutti nudi, spettacolo indecente.

Flaccida carne, peluria folta, panza.

Passa la gatta come una che niente

cura, leggera nella sua eleganza.

 

8.

All’altra dice, hai cominciato all’alba

ma non ti sembra che ti sforzi invano?

la melodia suona alquanto scialba

e non hai proprio voce da soprano.

 

9.

E la cicala: se mi stessi accanto,

se tu mi fossi veramente amica,

potresti dirti esperta ed il bel canto

apprezzeresti, invece sei formica.

 

10.

Cadono stelle, pare, in questa notte

di San Lorenzo, così con fare serio

serro per tempo balconi logge porte,

sennò mi tocca pensare un desiderio.

 

12.

Non muovo boccia, non sposto una pedina.

Nemmeno fiato, una statua di ghiaccio.

Una partita da vincere in panchina,

anzi in poltrona, dove ottuso giaccio.

 

15.

Ma tutte voi alla cui vista arretro,

spalle abbronzate, gambe e braccia nude,

non date sofferenza, andate retro,

tanto lo so che poi non si conclude.

 

21.

Certo è quiete nel buio della navata,

nel silenzioso vuoto illanguidito.

Poi con cadenza lenta e evaporata

una campana suona l’infinito.

 

22.

Solo la gatta si concede al sole

di mezzogiorno, non se ne lamenta,

rimane indifferente in prendisole

tra il vaso di basilico e la menta.

 

25.

Umori scivolosi e straripanti,

tutto un sudore, un umido di ascelle.

Ci salvano pensieri deodoranti,

versi come saponi sulla pelle.

 

30.

I popoli festosi ed acclamanti

si spargono per mari monti fiumi,

ingordi accampamenti di griglianti

gonfi impiegati di salsicce e fumi.

 

31.

Luce serale languida e gentile,

pulita del trascorso temporale,

in questa perfezione giovanile

la vita è inconcludente ed immortale.

 

Le foto inserite nel post sono mie