Buon Anno da Carlos Drummond de Andrade

Per salutare il 2013 e augurare ai venticinque lettori di questo blog un anno felice ho scelto una poesia di Carlos Drummond de Andrade, dal titolo inequivocabile di Passagem do ano, appunto Capodanno.
Carlos Drummond de Andrade
Drummond de Andrade è un poeta brasiliano tra i più importanti del secolo scorso. Era nato il 31 ottobre del 1902 a Itabira, una piccola città dello stato di Minas Gerais. Ha vissuto a Belo Horizonte e, dal 1934 fino alla morte, a Rio de Janeiro. E’ morto nel 1987.
E’ questa una poesia di tono pacato e di velata e struggente ironia, di composta malinconia: caratteristiche che contraddistinguono quasi sempre l’opera di Drummond de Andrade. Il poeta è affacciato sulla vita, che guarda con sguardo appassionato e disilluso. Tutte le risorse sono necessarie, tutti i trucchi, e tra questi soprattutto la poesia, sono utili a guardare avanti, a masticare la vita, ma nessuno veramente serve.
La traduzione è di Antonio Tabucchi, che proprio nell’anno della morte di Drummond de Andrade, curò una breve antologia per Einaudi.
Capodanno
L’ultimo giorno dell’anno
non è l’ultimo giorno del tempo.
Altri giorni verranno
ed altre cosce e ventri ti comunicheranno il calore della vita.
Bacerai bocche, strapperai delle carte,
farai viaggi e celebrerai talmente tanti
compleanni, lauree, promozioni, dolci morti con cori e sinfonie,
che il tempo ne sarà pieno e non sentirai lo strepito,
gli ululati irreparabili
del lupo, nella solitudine.
 
L’ultimo giorno del tempo
non è l’ultimo giorno di tutto.
Rimane sempre una frangia di vita
dove possono sedersi due uomini.
Un uomo e il suo contrario,
una donna e il suo piede,
un corpo e il suo ricordo,
un occhio e la sua luce,
una voce e la sua eco,
e chissà perfino se Dio…
Accetta con semplicità questa casuale offerta.
Meriti di vivere ancora un anno.
Vorresti vivere sempre centellinando la feccia dei secoli.
Tuo padre è morto, tuo nonno è morto.
Anche in te molte cose sono morte, altre tengono d’occhio la morte,
ma sei vivo. Ancora una volta, vivo,
e col bicchiere in mano
aspetti di albeggiare.
Il trucco di una sbornia,
Il trucco di balli e schiamazzi,
il trucco dei palloncini,
il trucco di Kant e della poesia.
Tanti trucchi: e nessuno serve.
Sorge il mattino di un anno nuovo.
Le cose sono lustre, a posto.
Il corpo liso si rinnova di spuma.
Tutti i sensi svegli funzionano.
La bocca sta masticando vita.
La bocca è intasata di vita.
La vita cola dalla bocca,
impiastriccia le mani, il marciapiede.
La vita è pingue, oleosa, mortale, surrettizia.
 
 
 

Compiti per le vacanze

La notizia che il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza abbia invitato gli studenti a farsi dare meno compiti per le vacanze natalizie ha avuto poco seguito nelle discussioni sugli organi di informazione, ma anche, c’è da giurarlo, nella condotta degli insegnanti. In effetti, il ministro ha esternato l’invito davanti a una platea di ragazzi il 21 dicembre, giorno di chiusura delle scuole, quando i giochi appunto sono fatti e gli alunni hanno già in mente il programma che li porterà, esercizio dopo esercizio, versione dopo versione, al giorno dell’Epifania. La considerazione, peraltro così poco natalizia da dare luogo ai soli commenti di rito (qualche scrittore insomma che ricorda come era difficile ai suoi tempi trascorrere i giorni di festa con il peso di quei compiti che sarebbero stati svolti solo nelle ultime ore), in effetti propone un’idea di scuola abbastanza lontana da quella attuale, dove ai ragazzi non si propone un contenitore di argomenti preconfezionato, ma che invece con il concorso di tutti diventa il luogo (la palestra, avremmo detto un tempo) dove si produce e si sviluppa cultura.
J. P. Leaud nel film “I 400 colpi” di F. Truffaut
Meglio leggere un libro, ha detto il ministro, visitare una mostra o un museo, meglio avere il tempo per riflettere sul contesto storico che ha prodotto le tante opere d’arte di cui sono ricche le nostre città. Questo significa se non altro che i nostri studenti sono reputati in grado di interessarsi a qualcosa che non sia il loro cellulare: affermazione che ha sicuramente un contenuto di verità, ma che forse è risultata poco gradita agli organi d’informazione, abituati a considerare gli adolescenti, secondo il modello Mastracola (Paola, autrice di varie narrazioni sul mondo della scuola), come un’orda barbarica refrattaria a qualsiasi idea di cultura. Insomma gli studenti liceali fanno notizia solo quando sono autori di nefandezze o oggetto completamente apatico delle analisi di psicoterapeuti e opinionisti di talkshow.
Chi ha in mente l’orda barbarica dirà che il ministro avrebbe fatto meglio a stare zitta: i giovani non leggono, tanto vale che passino le vacanze a fare compiti. La verità è che non leggono nemmeno gli adulti (anzi, leggono ancor meno gli adulti), e che l’amore per la lettura e per la cultura lo trasmettono la società in cui si vive e la scuola che si frequenta. E comunque tanti compiti per le vacanze servono veramente a poco, quando non risultano addirittura dannosi. Se per la scuola un libro è solo uno strumento su cui esercitarsi, un veicolo per la produzione di questionari, difficilmente potrà attrarre l’attenzione di un qualche adolescente. L’impressione è che i nostri licei dispensino l’idea che il sapere sia frutto di abilità tecniche e non anche di passione, di capacità di ragionamento, di curiosità intellettuale, di amore per l’atto gratuito.
Il ministro Carrozza ha detto anche che meno compiti può significare più tempo per ascoltare musica classica e contemporanea. Certo la cultura è tutto questo, signora ministro, e la ringraziamo per averci spinto a queste riflessioni, ma allora perché nelle nostre scuole la musica è in pratica quasi del tutto assente? perché di arte si parla poco (spesso male) e quasi sempre in termini esclusivamente storici? perché la letteratura contemporanea, e la poesia in particolare, non vengono nemmeno prese in considerazione?

POESIE DELLA FINE DEL MONDO. DEL PRIMA E DEL DOPO di Antonio Delfini (Einaudi)

Delfini in una foto del 1939
A rileggere le poesie di Antonio Delfini, a distanza di più di cinquanta anni dalla pubblicazione di quel suo unico libro di versi, Poesie della fine del mondo, ora ripubblicato da Einaudi con l’aggiunta delle liriche mai edite in volume, antecedenti e posteriori al libro, a rileggerle ora, che sono lontani i tanti ismi e le correnti e le polemiche che hanno caratterizzato e segnato la cultura di buona parte del Novecento, si scopre in esse una forza ancora maggiore, una purezza e un candore inaspettati e in qualche modo fuori della storia. Pur nella loro irruenza violenta e a tratti sconnessa, che punta dritto verso le vicende dell’Italia, anzi dell’Italietta, di quegli anni, malgrado la furia che spesso non si contiene, le poesie producono nel lettore un cortocircuito di passione e turbamento. Le liriche insomma, trascorso il tempo che è trascorso, con le doverose cancellazioni e con le trasformazioni della sensibilità e del senso estetico che gli anni hanno prodotto, si presentano per quello che sono: un’esperienza sicuramente unica nel panorama letterario del secolo scorso, un viaggio melanconico e ostinato, una fuga non si sa da cosa e verso dove, un arringare scombinato e bizzarro. “E’ mio dovere scrivere la mala poesia” è un verso di Delfini che bene racchiude il suo avanzare frenetico e scompaginato, che sa comunque concedersi pause di leggerezza e di straziata e disillusa vaghezza.
Le Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo (che è il titolo della raccolta curata con amorevole attenzione da Irene Babboni) compongono un canzoniere acido e stravagante, capace di attraversare o di rileggere, con affettuosa noncuranza, le avanguardie dei primi decenni del Novecento (Delfini era nato a Modena nel 1907), ma di tenerne conto solo di rimbalzo; di anticipare qualche tratto dei Novissimi (muore nel 1963 e il suo libro di poesie è pubblicato nel 1961), avendo però subito manifestato quasi una sorta di fastidio dinanzi ai suoi stessi tentativi più sperimentali. In effetti Delfini guarda anche sempre alla tradizione più vicina nel tempo, soprattutto francese, per cui si è fatto (ma come non farlo?) il nome di Baudelaire, a cui però vanno aggiunti almeno quelli di Corbière e Apollinaire. Ma anche in questo caso, l’atteggiamento del poeta è ambiguo e sfuggente, tende a respingere ogni discendenza e familiarità.
La tradizione non rappresenta per Delfini una luce certa e un punto di riferimento perenne, il passato che rassicura e consolida, bensì materia che si frantuma e si trasforma, come ogni altra esperienza, in un procedere volutamente acerbo, nella versificazione sghemba e maledicente. Scrive in Mia prima poesia, una lirica del 1957, “Sia benedetto il mio brutto poetare / Prego il Signore che il mio poetare sia ancora più brutto / avendo in mente gli innominabili nomi / di coloro che ho maledetto e maledico. / Prego.” E la benedizione, beninteso, fa seguito alla maledizione che va a colpire “colui che è magistrato”, il più grande amico, tutti gli avvocati “figliati da lucertole e lombrichi”, i “lustri ministri servitori”, in una sequela maliziosa e maleaugurante, che non è l’unica del libro e che ricorda altrettanto feroci elenchi di altri maledetti e irregolari, primo fra tutti Cecco Angiolieri.
Tra un’invettiva e una denuncia, un’imprecazione e un’ingiuria, Delfini che vinse, ma solo dopo la morte, il premio Viareggio con il volume Racconti, sa essere diretto e icastico, particolarmente nelle poesie brevi, quando i versi escono dalla taverna per diventare più malinconici, meno arrabbiati ma forse ancora più tormentati. Un esempio: “Noi viviamo / di una paura / totale / assoluta / invereconda / senza remissione”.

Sandro Penna, la “triste luce”

Esiste nella poesia di Sandro Penna un’attrazione verso la luce. Come se il poeta provasse il bisogno di guardare persone e cose, i fanciulli e le presenze della natura, sotto i raggi abbaglianti del sole, nel pieno della luminosità di una giornata in cui l’aria stessa è fonte di spettacolo (Sul molo il vento soffia forte. / Gli occhi hanno un calmo spettacolo di luce”; “Entro l’azzurro intenso di un meriggio d’estate / denso è il fogliame e assorto sotto il lucido sole”: sono gli incipit di due poesie degli anni Quaranta). Penna vuole vedere chiaramente, isolare gli oggetti prima di introdurli nel verso, sembra mosso dalla necessità di essere abbagliato dalle forme per conoscerle. In questo modo in effetti è come se gli oggetti si presentassero ai nostri occhi per la prima volta: l’illuminazione diffusa sorprende e inventa.

Penna sorridente in compagnia di Pasolini

Come nella lirica d’amore dello Stilnovo, la luce rende possibile l’apparizione e introduce al miracolo della presenza dell’oggetto amato, ma la presenza è fuggevole e la luce costruisce la scoperta e prepara all’assenza. Inoltre anche in Penna, come avviene nella poesia di Pascoli, la luce sfuma i contorni e nel riverbero lascia intravedere fantasmi, sottintende il mistero: se l’aria è “gemmea” non è detto che sia frutto della stagione primaverile, l’apparenza (si tratta pur sempre di un’apparizione) potrebbe nascondere tutt’altra realtà, scoprendo “nere trame” e rendendo angoscioso e lontano il cielo.
Come scrive Cesare Garboli, nel sistema ossessivo che attraversa la poesia di Penna “c’è una costante alternanza tra un’espressione panica, solare, luminosa dell’io e una reintroversione, una regressione nell’infelicità e nel mistero”.
Alla scoperta luminescente della natura e del desiderio dell’amore che essa contiene fa seguito repentinamente un senso di angosciosa rivelazione che porta alla consapevolezza che luce e ombra sono inseparabili, così come la gioia e il sogno conducono con sé un sentimento di nostalgia e di rimpianto.
E’ quanto appare evidente in questa lirica tratta da Croce e delizia:

Amore, gioventù, liete parole
cosa splende su voi e vi dissecca?
Resta un odore come merda secca
lungo le siepi cariche di sole.

Ciò che splende su amore e gioventù è la stessa forza che dissecca la loro vitalità e che rende amara l’epifania, cupa l’illuminazione. Il tono leggero e blandamente canzonatorio, lo scivolamento lessicale che coniuga le dannunziane siepi cariche di sole con l’acre e popolare odore della merda secca, rivelano l’impossibile permanenza della luce: luminosità e tenebre convivono, così come l’amore e il suo distacco.
Ancora dalla stessa raccolta:

Sole con luna, mare con foreste,
tutte insieme baciare in una bocca.

Ma il ragazzo non sa. Corre a una porta
di triste luce. E la sua bocca è morta.

Basta uno scarto, il piccolo movimento di una breve corsa, e la felicità sbanda, la realtà si impossessa nuovamente della vita e l’improvviso miracolo di un’apparizione salvifica si perde nella “triste luce”. La bocca desiderata diventa la manifestazione del rifiuto della vita e dello smarrimento che ci domina.

Una partita di calcio con Vasco Pratolini

Il 19 ottobre 1913 nasceva a Firenze Vasco Pratolini. In occasione del centenario i critici letterari approfondiranno gli aspetti più significativi della sua opera. Si rispolvererà certamente la polemica che fece seguito alla pubblicazione nel 1955 di Metello, il romanzo che mise l’uno contro l’altro Carlo Salinari e Carlo Muscetta, a fare le pulci al più o meno edulcorato realismo della narrazione. Verrà ricordato il giudizio, che spesso gravò sull’opera dello scrittore fiorentino, di una narrativa dai toni elegiaci, che contribuì a rendere difficile il rapporto con il partito comunista, rapporto peraltro definitivamente messo in crisi dai fatti di Budapest del 1956, quando Pratolini senza alcuna incertezza si schierò dalla parte degli insorti. Del resto per Pratolini il comunismo doveva essere sempre coniugato all’aggettivo “popolare”: popolare doveva essere la rivoluzione, così come comprensibile al popolo dovevano essere i sentimenti e le azioni raccontate nelle sue opere.

A me, che critico non sono e non ho da scrivere su nessun importante quotidiano, viene piuttosto da pensare che il giorno dopo le celebrazioni del centenario si giocherà a Firenze la partita di calcio tra la Fiorentina e la Juventus.
Ho conosciuto Vasco Pratolini agli inizi degli anni Ottanta. Lo scrittore frequentava un gruppo di amici salernitani di Alfonso Gatto, morto qualche anno prima, che si ritrovavano alla galleria Il Catalogo di Lelio Schiavone. Insieme a Lelio, di tanto in tanto, ci recavamo a Roma a incontrare l’autore di Cronache di poveri amanti e di Le ragazze di Sanfrediano, in una sorta di devoto e amichevole scambio di visite. Una bella domenica di dicembre, dopo che avevamo mangiato in non ricordo più quale ristorante abruzzese, e dopo che la mattinata era trascorsa con Pratolini che mi mostrava le strade dove aveva visto passare i carri armati tedeschi che lasciavano la città, lo scrittore volle fare rapido ritorno a casa. Appena il tempo di chiudersi alle spalle la porta dell’elegante e piuttosto anonimo appartamento che abitava nei pressi di viale Libia e subito Pratolini andò a sedersi, lui reso ancora più piccolo dagli anni, dietro l’enorme scrivania del suo studio. Ci chiese di fare silenzio e mise in funzione la radio. Non ci fu più modo di scambiare parola, se non per commentare qualche gesto calcistico, dopo che una nota marca di brandy ci ebbe augurato buon pomeriggio, comunque andassero le cose per la nostra squadra del cuore, e dopo che la voce di Ameri ci ebbe introdotto all’interno dello stadio di Firenze. Quel giorno la Fiorentina giocava con la Juventus.
Qualche anno prima Pratolini aveva scritte queste parole sul calcio: E’ un vizio? Indubbiamente è un richiamo molto forte, irresistibile, ovunque mi trovi, quale che sia il valore delle squadre, il tempo, gli impegni che mi consiglierebbero di rinunciarci. Nelle mie domeniche salta la domenica, mai la partita. Ed onestamente parlando, oggi come oggi, non so cosa possa accadere di più importante nel resto del mondo, in quelle ore della domenica, di quanto non accada negli stadi, e che meriti di essere veduto, e vissuto. E’ il gusto dello spettacolo, con tutti i suoi deliri anche, che un grande spettacolo comporta. poiché di un grande spettacolo si tratta, il più autentico della nostra epoca, lo spettacolo collettivo, ‘per tutti’, che il teatro moderno non ha saputo darci”.
C’è tanto della poetica di Pratolini in queste frasi, del suo senso della vita,  della ricerca dell’autenticità dello stare insieme, dell’emozione e dell’affettività che animano le imprese collettive e che si ritrovano, sia pure con altro spessore, nella sua opera. Un’opera che si era interrotta nel 1966 con la pubblicazione del suo ultimo romanzo Allegoria e derisione. Da allora Pratolini aveva pubblicato solo il libro di poesie Il mannello di Natascia, nel 1980, inizialmente proprio a Salerno per le edizioni de Il Catalogo di Schiavone. 
Quando insomma l’ho conosciuto, Vasco Pratolini non pubblicava narrativa da quindici anni e non amava parlare dei suoi libri. Di fronte alle richieste ammirate degli amici si chiudeva in un silenzio anche un po’ astioso. Ogni tanto ne parlava con me, prendendomi sottobraccio e avendo cura che gli altri non ascoltassero. Ma con me preferiva comunque chiacchierare di calcio: sapeva di poter discutere di tattiche e gesti tecnici, senza paura di non venir compreso.
 
 

La didattica di Euclide

Nell’articolo di apertura dell’inserto domenicale del Sole 24 ore del 13 ottobre si dà conto con notevole e speriamo meritata enfasi di un progetto didattico pluridisciplinare che verrà attuato presso il liceo classico “T. Tasso” di Roma, attraverso il quale verranno proposti agli studenti la lettura e l’analisi del primo libro degli Elementi di Euclide. L’obiettivo è quello di indicare una strada che possa offrire nuova energia e nuovi argomenti ad una tipologia di liceo che si sta misurando negli ultimi anni con un vistoso calo delle iscrizioni. Il presupposto è semplice: superare l’idea che la formazione classica sia di fatto obsoleta, contribuendo a ripensare i termini di quella divisione che nel nostro paese ha contrapposto da secoli le “belle lettere” al mondo e alle acquisizioni della scienza.
Dell’articolo firmato da Lucio Russo vorrei però sottolineare soprattutto il passaggio dove si sostiene che esiste un legame tra metodo dimostrativo euclideo e democrazia, e come tale procedimento di pensiero risulti fondamentale per una corretta ed efficace metodica didattica. Insomma non dare per scontate le conoscenze, ma ricavarle dai fatti e dai ragionamenti, aiuta al confronto, educa alla democrazia, cose che tra i banchi di scuola si traducono in stimolo alla riflessione.
“Lo studente abituato a esercitare lo spirito critico – scrive Russo – riconoscendo come vere solo le affermazioni dimostrabili è infatti posto sullo stesso piano del maestro e può correggerne gli errori, mentre l’eliminazione delle dimostrazioni non può che condurre a una didattica di fatto autoritaria”.
L’arretramento educativo degli ultimi anni di cui è protagonista la scuola italiana ruota proprio intorno a questa questione. L’eccessiva burocratizzazione dell’insegnamento sta producendo una semplificazione dei processi comunicativi docente – allievo. Chi insegna spesso vuole apparire depositario di un sapere che deve essere recepito senza troppe discussioni: l’avversione a mettere in gioco conoscenze e nozioni è giustificata dal timore della perdita di autorità, della perdita di tempo, della perdita di un’aureola di sacralità che la cultura, quando entra tra le aule scolastiche, vuole ad ogni costo preservare. Quello che veramente si perde è invece la possibilità di dotare i giovani degli strumenti necessari a ragionare, a dubitare, a provare la forza del proprio pensiero.
Ciò che rende differente la scuola di oggi da quella di tre o quattro decenni fa è la volontà a perimetrare la conoscenza entro confini preventivamente stabiliti, a fornire certezze senza spiegare i ragionamenti che le hanno rese possibili.
Se la scuola deve fornire cultura, e la cultura è sempre capacità di proporre domande e risposte attraverso uno sviluppo di pensiero rigoroso e manifesto, allora ben vengano i progetti che tentano di ridurre la frattura tra discipline umanistiche e scientifiche. Ci soccorra insomma la geometria di Euclide!

IL FUMO BIANCO di Renzo Paris (Elliot)

Le poesie di Renzo Paris che compongono il volume Il fumo bianco sono state scritte nel corso degli ultimi venti anni e si muovono dentro luoghi tra loro distanti, eppure vicinissimi nella biografia e nel cuore del poeta. Sono le città e i paesaggi attraverso i quali si costruisce una geografia familiare e degli affetti, ambientazione e motore primo delle liriche.
I versi di Paris sono costruiti intorno all’urgenza di raccontarci l’esistenza, senza moralismi e senza una visione preconcetta che limiti la meraviglia del guardare, e hanno bisogno, per avviare il percorso verso il lettore, di un luogo fisico e concreto da cui partire, un ambito appunto congeniale e familiare, riconoscibile a sé e agli altri come parte del mito personale.
Innanzitutto c’è Roma, i cui squarci urbani, sia quelli a tutti noti sia gli altri più nascosti, sono comunque rappresentati dal poeta flaneur ogni volta dentro la grazia della scoperta e sovrapponendo e mescolando la confusa vitalità del presente, che spesso degenera nel disfacimento, alla presenza, più viva ed emozionante, della classicità. Il mondo latino è vissuto come un contraltare della contemporaneità, il quale allunga le proprie ombre fino a suggerire una lettura critica del presente, fino ad invogliare a una ricostruzione dell’esistenza e delle sue relazioni: “Forse perché del Novecento / non amo più niente, / a passi lenti e gravi misuro // le mura di questa città e i fori, / i marmi della latinità, evitando / di dar peso ai mezzi meccanici // che intasano il grande garage / della modernità”.
Ma può il poeta intervenire sulla realtà? A questo proposito, accompagnando le parole e i gesti con un sorriso amaro e canzonatorio, l’io protagonista delle liriche sembra voglia tirarsi fuori dalla contesa, presentandosi fin dal principio come sospeso in un tempo che non concede più margini all’azione. “Non sono né giovane né vecchio” si confessa nella lirica d’apertura. “Eppure / sono vecchio. In una nicchia dorata / l’autunno cede il passo all’inverno, / coperto di tenebre e sonno”. Ma nemmeno questa è la verità: “Eppure sono giovane, mi batte il petto. / Mille voci mi rimescolano il sangue”. Infine conclude: “Non sono né giovane né vecchio, sogno / come un demente, queste due età infinite, / immerso nel secchio del vino delle aurore, // in un tempo bambino. Sono vecchio, sono / vecchio, eccomi pronto per le sterminate / eternità”.
La personale geografia di Paris non può poi prescindere dalla Marsica, che è la terra dell’infanzia e degli avi, e dunque si colora di una dimensione mitica e narrativa. E’ anche terra che trema, tanto che il “fumo bianco”, che oltre che al libro dà il titolo ad una delle cinque raccolte di cui si compone il volume, fa riferimento al polverone sollevato dalla scossa di terremoto che distrusse L’Aquila e le zone vicine. I movimenti tellurici con la distruzione che producono sono comunque anche metafora di un mondo che si sgretola, di un panorama, anche affettivo e amicale, che perde i protagonisti.
Infine le poesie di Paris ci portano in Finlandia, dove il poeta si è spesso recato negli ultimi anni e dove, come per un incantesimo, sembrano ripresentarsi umori e presenze dell’antico mondo abbruzzese: “Risento l’aroma / di benzina e di lillà, rivedo le nevi / antiche della mia Marsica, ritrovo / i tonitu, i miei dispettosi mazzamurelli”.
La poesia di Paris, con la sollecita corporeità e la contenuta saggezza di quegli scrittori latini che sente affini e fraterni, guarda al mondo che gli è intorno, alle vite dei familiari e degli amici (quelli in vita e quelli scomparsi sono comunque parte attiva nell’esistenza e nelle giornate del poeta), con occhio ad un tempo sollecito e svagato, comunque facendo emergere dal coro di presenze un senso universale del vivere. Il racconto della realtà, ottenuto attraverso terzine di stampo pasoliniano, si realizza per frammenti e approssimazioni, per improvvisi bagliori, per meravigliose scoperte, che suggeriscono, proprio mentre la poesia sembra bisbigliare e dire sottovoce, inaspettate aperture verso orizzonti più ampi, a dichiarazioni mai gridate come vere ma sempre piene di amore per la vita e la poesia. Solo quest’ultima in effetti, sembra suggerire Renzo Paris, può dare veramente conto dell’esistenza, offrirle concretezza. “Possiedo una forma, mentre rimo / vivo. (…) / I miei figli hanno preso il volo, / il nido è vuoto. Voglio vivere ancora, / amare, tradire, rovesciare il cuore”.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Il corpo sa di sole e di salmastro

Una mia poesia tratta da La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto, 2013). Fa parte della sezione L’anima.
 
 
 
Il corpo sa di sole e di salmastro,
l’anima afflitta attende in zona grigia,
rannuvolata sterza in coni d’ombra
e non è mai abbronzata, pare stinta
in posa da malata speculante,
anima ottenebrata e respingente,
pensa da sempre ad altro, s’aggroviglia
in contorsioni, in ginniche flessioni cogitanti,
cerca rifugio alle eccitazioni,
a fasci luminosi e radiazioni.
E pure quando il corpo sta disteso,
vorrebbe rilassarsi in pieno sole,
un po’ afflosciato, col muscolo sapiente
addormentato, il respiro assonnato,
lei vigila e vaga diffidente,
controlla il territorio, soprintende
in preda a una nevrosi meditante.
Il corpo lui vorrebbe rimanere
ad arrostire, l’anima febbrile
lo ghiaccia a spruzzi di risentimento:
lui cerca pace e lei condanna al vento,
gli ricorda l’età, le malattie,
le macchie sulla pelle, i raggi uva.
Lui ancora cerca il centro della scena,
lei è pronta coi rimorsi e con la crema.
 
 
 

Finestre chiuse

Finestre chiuse, finestre aperte. Un recente studio realizzato in California dal Berkeley Lab, di cui si parla nel dossier medicina del Corriere della Sera di domenica 1 settembre, sostiene sia molto utile ventilare adeguatamente le aule delle scuole, anche solo aprendo le finestre di tanto in tanto. Un comportamento così semplice porta ad una riduzione sensibile delle assenze degli alunni, migliorando la qualità dell’aria, attraverso un drastico abbassamento della presenza di sostanze dannose. E’ noto come gli spazi chiusi all’interno delle città, anche le stanze delle nostre abitazioni, siano spesso più inquinati delle strade.
Una delle mie ultime lezioni dello scorso anno scolastico ha avuto come argomento proprio la necessità di aprire le finestre. In quella seconda liceale mi vedevano spesso comparire alla prima ora di lezione, fermarmi sulla porta. Non entro se le persiane non sono alzate, dicevo. Dopo un paio di settimane mi bastava solo rimanere fermo per ottenere che la luce naturale invadesse l’aula.
Ho cercato di spiegare ai ragazzi che il mio comportamento non è frutto di un’ossessione, almeno non solo: mi mette tristezza entrare in un’aula dove la luce proviene dai gelidi neon al soffitto, peraltro insufficienti a un’adeguata illuminazione. Ma non si tratta solo di questo. Non guardare quello che c’è fuori del mondo ristretto in cui viviamo mi sembra un atteggiamento che si scontra con l’obiettivo stesso di ogni percorso culturale, a maggior ragione di quello educativo.
In molte aule i vetri delle finestre sono zigrinati oppure opachi, credo con l’obiettivo che i ragazzi non guardino verso l’esterno. Mi sembra un segnale infelice. E’ come se la scuola sostenesse di essere autosufficiente, che per tutto quello che è necessario imparare bastino i pochi metri quadrati invasi dai banchi e in cui restiamo un po’ stipati, che della realtà esterna ci interessa poco, anzi che può solo distrarci da un sano processo di conoscenza.
Invece è bene aprirle le finestre, ho detto ai ragazzi, ogni tanto rischiare anche di perdere qualche parola dell’insegnante guardando fuori, scoprire che in fondo l’esterno non è così cattivo, anche visto da qui, che oltre la finestra c’è un giardino (fortuna!) e ci sono i rami di un albero e sopra qualche volta c’è anche un usignolo, e se ci sporgiamo un po’ possiamo vedere anche il cielo.
Insomma aprire le finestre non è solo salutare per lo stato fisico degli alunni, ma anche per loro curiosità culturale e per il benessere mentale, e migliora, sì migliora, la qualità dell’insegnamento.
A volte entro in aule che hanno le persiane abbassate o le finestre opache incredibilmente sigillate anche in primavera, perché l’insegnante che mi ha preceduto ritiene che in questo modo gli alunni si concentrino meglio, non si perdano in astratti ragionamenti dietro il saltabeccare di un merlo o di un passerotto, non pensino, in una bella giornata di sole, che forse sarebbe meglio essere fuori.
Ma i ragazzi, già abituati a vivere al buio delle loro lunghe notti e delle stanze solitarie, convinti che la luce sia innanzitutto quella proveniente da un qualche schermo, che insegnamento ricavano da una scelta siffatta? E poi, siamo sicuri che la loro disattenzione dipenda solo da quello che vedono fuori e non, almeno in parte, anche da quello che accade all’interno delle pareti scolastiche?
Quando la mattina, prima dell’inizio delle lezioni, entro nell’aula dei professori, spalanco le finestre per far cambiare l’aria. L’aula affaccia su un piccolo chiostro. Mi sembra così che un po’ di vita e di rinnovamento (non solo dell’aria) si faccia largo tra i mobili antichi e in verità un po’ tetri. Sta di fatto che dopo pochi minuti le finestre sono di nuovo chiuse. C’è sempre qualcuno alle mie spalle che ha paura delle correnti d’aria. 

Estate, dove vai?

Finisce agosto e finisce l’estate, almeno per noi che guardiamo a settembre come a un’età già diversa. E’ il passaggio che segna davvero la fine e l’inizio dell’anno. Ne sono prova gli innumerevoli versi dedicati a questa stagione. A me viene in mente una poesia di Diego Valeri, contenuta nella sua ultima raccolta Calle di vento.
Estate, dove vai, dove mi porti?
Tu sembri stare, ma
vai senza posa, scorri via. Domani
è l’autunno: l’autunno
dai soli impalliditi, dalle lunghe ombre opache.
Cadono i frutti, l’albero si spoglia.
Come spesso accade nelle sue poesie, Valeri sembra registrare le evidenze della realtà, riportarle aderendovi con subitanea accettazione. In effetti questa sorta di assenso nasconde spesso una verità fatta di precarietà e di rinuncia. Così l’autunno che si appresta segna il ritorno di una certezza: la fragilità che prende di nuovo possesso delle cose e delle vite, dopo il malinteso estivo che ha fatto sembrare immutabile il mondo. L’apparente fissità dell’estate (Cardarelli in Estiva Cardarelli, Estiva,parla di “stagione la meno dolente / d’oscuramenti e di crisi”, che “sembri mettere a volte / nell’ordine che procede / qualche cadenza dell’indugio eterno”) in effetti già nasconde un avanzare “senza posa”, lo scorrere quasi inconsapevole delle esistenze. Solo con l’arrivo dell’autunno ci accorgiamo di come la vita abbia proseguito nel suo cammino, negandoci un’eternità a cui avevamo creduto.
Mentre l’estate è carica di fraintesi (“tu sembri stare”) ed è in fondo stagione di mutamenti e di alterazioni (“vai senza posa, scorri via”), l’autunno rende evidente l’oggettiva sicurezza della provvisorietà, ristabilisce la certezza che tutto è incerto e transitorio.