L’Aula Museo

I ragazzi hanno delle belle facce, quando si muovono dal banco e vengono verso la cattedra. Uno alla volta, devono presentare e leggere ai compagni una poesia che loro stessi hanno scelto. Sono giustamente concentrati, un poco emozionati. Al di là della finestra finalmente il mondo brilla per una bella giornata di sole. Risplendono le chiome degli alberi del giardino attiguo alla scuola. Anche il brutto palazzo di fronte, che si alza poco austero ma molto invadente dall’altra parte della strada, sembra meno indifferente alle vicende degli uomini.
Basta però riportare lo sguardo all’interno dell’aula, spostarlo dai volti degli alunni all’ambiente che li accoglie, e ci si ritrova subito a lottare con un senso profondo di tristezza, una cappa grigia che invade lo spirito, come sono grigi i muri che vorrebbero apparire bianchi, come sono grigie e impolverate le tende alle finestre, tristi, tristissimi gli attaccapanni. Il piano della cattedra è rivestito di un materiale che ricorda la fòrmica, un laminato plastico che negli anni Sessanta si usava per i mobili di cucina, ma chissà in effetti di che sostanza si tratti.
Concentrati su altri problemi, altre mancanze ben più importanti ed essenziali, degli arredamenti delle nostre scuole si parla poco. Eppure i nostri figli passano una parte consistente delle loro giornate in ambienti deprimenti, quando non addirittura opprimenti. Le aule sono brutte, quasi sempre insufficienti a contenere le persone che vi sono stipate; i corridoi, cupi e miseri, ricordano quegli degli ospedali più tristi; i bagni sono inguardabili, tetramente lontani dagli standard a cui siamo abituati. Dovessimo entrare in un bagno di un ristorante con queste caratteristiche, ci allontaneremmo subito dal locale, inveendo contro il gestore.
Ragazzi e ragazze declamano poesie di Neruda e della Dickinson, di Shakespeare e Montale, e io sento che i versi appassiscono quando si posano sui banchi, frenano terrorizzati prima di arrivare alla mezza scatola di cartone che dovrebbe essere un contenitore per i pennarelli che servono per scrivere alla lavagna.
L’ora termina. Gli studenti sono stati bravissimi: sono riusciti a far vivere le parole, lasciandole sospese a un metro dalle piastrelle fuori tempo dei pavimenti anacronistici. Vado a ricevere i genitori nell’Aula Museo.
Si tratta di un lungo stanzone appesantito da tavoli dal design antiquato e da scomodi seggioloni, che nessuno vorrebbe più in casa, ingombranti e sproporzionati come sono. Le tende a liste sono in gran parte inservibili. Il tutto offre il senso di una sgraziata disarmonia.
La denominazione del luogo si spiega col fatto che su alcuni ripiani sono conservate vecchie macchine da scrivere e altri vari attrezzi, calcolatrici col rullo di carta ad esempio o microscopi, di qualche vecchiume e di nessun valore. Alle pareti le stampe delle banconote in vigore fino a qualche anno fa. In una libreria sono ammassate centinaia di videocassette donate da non so quale istituzione pubblica, ormai inservibili, visto che manca e non è più in vendita un lettore per utilizzarle.
In fondo è questa l’aula centrale della scuola, ma non di questo istituto, proprio di tutta la scuola italiana, dico al genitore che mi siede di fronte, che per la verità mi guarda un po’ spaventato. E’ l’Aula Museo l’anima della scuola, che ha dilagato con il suo torpore per i corridoi, si è impadronita delle aule, ha congelato i bagni in un passato indefinito. Non lo sappiamo ma passiamo le giornate in una esposizione permanente di anticaglie. Apriamo la bocca per dire di letteratura e di scienza e le nostre parole diventano già vecchie. Mostruosamente, appena a contatto con l’ambiente avvizziscono, si coprono di rughe.

Leonardo Sinisgalli, la poesia, la geometria

 

Leonardo Sinisgalli è presenza fondamentale della cultura del secolo scorso, figura che andrebbe maggiormente approfondita, anche per il particolarissimo contributo che ha garantito alla letteratura del Novecento. Offrono un prezioso aiuto a inquadrare l’opera del poeta lucano i due volumi recentemente pubblicati e raccolti sotto il titolo Il guscio della chiocciola, curati da Sebastiano Martelli e Franco Vitelli, di cui parla Giuseppe Lupo in un appassionato articolo comparso ieri sulla Domenica da collezione, inserto del Sole 24 ore.

Leonardo Sinisgalli

Leonardo Sinisgalli

La ricerca di Sinisgalli, scrive Lupo, si posiziona “nel punto di massimo raccordo fra tradizione umanistica, Età dei Lumi e politecnicismo novecentesco”. La lingua di Sinisgalli è sempre alla ricerca dell’essenziale, impegnata nella definizione esatta, scientifica, del particolare, anche quando questo potrebbe sembrare del tutto irrilevante. Scambiato per ermetico, a mio avviso a torto, il linguaggio “si perde dietro al volo di una mosca o alla spirale di una lumaca”. In esso “la luminosa severità algebrica convive con i chiaroscuri di una modernità barocca”. Insomma il terreno fertile della poesia di Sinisgalli è “crocevia di codici e saperi”, luogo dell’intreccio e del dialogo tra poesia e matematica, avvertite entrambe come estremo desiderio di chiarezza e insieme metafora dell’universo.

Poeta e ingegnere, pensatore finissimo di rarefatta agilità e responsabile della comunicazione pubblicitaria per le più grandi aziende italiane, a suo agio nei brulli paesaggi rurali della Lucania così come all’interno degli uffici della Olivetti e della Pirelli e nelle strade ricche di storia e di architettura della Roma barocca, presenza forte senza essere invadente nelle “botteghe lucane dei fabbri e dei falegnami” e nelle principali gallerie d’arte, nelle redazioni di Domus e Casabella, di Civiltà delle Macchine, ma anche tra le scrivanie delle riviste di letteratura, Sinisgalli ha indicato una strada che andrebbe ancora di più esplorata in questa nostra epoca, così inquieta e così frammentata, così veloce nell’arricchimento tecnologico e povera e lenta nel fare interagire la tecnologia con il nostro patrimonio umanistico.

La materia di cui parla il poeta è costruita sul terreno dove crescono, alimentandosi a vicenda e a vicenda negandosi, la presunta concretezza della scienza e l’altrettanto ipotizzata immaterialità della poesia. Dall’incontro nasce una nuova fisica, un nuovo modo di catalogare il mondo. Così scrive Sinisgalli nella breve riflessione VERTEBRATI, INVERTEBRATI, contenuta in Horror Vacui: Sono vertebrati gli alberi, le foglie, i piedi, i cristalli, i muri, ecc. Sono invertebrati l’acqua, il fumo, le nuvole, la cenere, la polvere. E’ la polvere che suggerisce l’idea di una forma assolutamente priva di sostegni”.

Tutta l’opera di Leonardo Sinisgalli si muove alla ricerca di una verità indefinibile e proprio per questo ancora più necessaria. Per raggiungerla non esiste nessun percorso percorribile, per immaginarla servono la precisione delle forme geometriche e le scansioni metriche proprie del linguaggio della poesia. In LA FORMA DELLA VERITÀ, ancora in Horror vacui, è detto: “La forma della verità non è l’uovo, e neppure un triangolo, neppure una foglia. Ma l’uovo, il triangolo, la foglia sono forme della verità. La sostanza della verità è unica: forse è la nostra necessità di esistere, la necessità di esistere di ogni cosa. Noi esistiamo in tutte le cose”.

AL CUORE FA BENE FAR LE SCALE di Patrizia Cavalli e Diana Tejera (Voland, libro + cd)

Patrizia Cavalli

Quasi sempre conflittuale si è mostrato il rapporto tra testo poetico e musica leggera. Da una parte è ricorrente che i cantautori siano considerati poeti, a volte senza che abbiano nemmeno scritto le parole delle loro canzoni, dall’altra può accadere che i poeti tentino un approccio nel mondo della musica leggera, ma quasi sempre con aria circospetta e privi di quel tanto di afflato popolare che serve a farsi ascoltare dal pubblico della canzonetta. Sono numerosi comunque i poeti che saltuariamente hanno scritto versi per musica (addirittura anche Pasolini e Fortini, certamente Roversi per Dalla), così come quelli che hanno collaborato con musicisti (su tutti l’esempio di Giuseppe Ungaretti che compare in un disco di Vinicius de Moraes). Per un rapporto più intenso e profondo tra poesia e musica popolare bisogna però tornare alla canzone classica napoletana, ai tempi di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo.
Un’operazione degna di nota è quella ora realizzata dalla poetessa Patrizia Cavalli e dalla musicista Diana Tejera: ne è nato il libro/cd Al cuore fa bene far le scale, frutto di un intenso periodo di collaborazione.
“Per me una canzone deve essere semplice, immediata, non banale – scrive la Cavalli in Pranzo domenicale, il delizioso raccontino in forma di dialogo che accompagna il volume – da poterla ricordare al momento giusto, come accade a volte con certe poesie… anche se poesie e canzoni, ci tengo a dirlo, non sono la stessa cosa…”
Il libro/cd, pubblicato dalla casa editrice Voland, ed in vendita nelle librerie, contiene undici testi di Patrizia Cavalli, in parte inediti, messi in musica e interpretati da Diana Tejera, con un effetto a tratti rassicurante, con la musica che asseconda le parole, a tratti dissonante, sempre comunque in grado di proporre una relazione significativa tra i versi, mai scontati, che mai abusano di quella retorica che è invece abitualmente presente nel trito panorama canzonettistico nazionale, e le note, che tendono a evitare il supporto didascalico, il semplice commento musicale, ma anche a non prevaricare, a lasciare lo spazio necessario all’ascolto delle parole. Ne nasce un percorso in cui poesie e musica viaggiano in parallelo, ma senza cercare mai la facile sovrapposizione (“la musica di Diana ha qualcosa di brechtiano – scrive Patrizia Cavalli – : asseconda la sonorità delle parole, ma con un distacco giocoso, senza immedesimarsi nel significato”). Il limite è rappresentato unicamente da un impasto musicale che non sempre riesce a restituire quell’insieme di tenerezza incantata, di suggerito e rinnegato candore, di spietata autoironia, di trasognata furbesca perplessità di fronte alle questioni del cuore e della vita più in generale, che caratterizzano da sempre, e in particolare nella stagione più recente, i versi della Cavalli.
Diana Tejera
La sorpresa viene dalla orecchiabilità di certe soluzioni e dai minimi scarti linguistici e musicali che suggeriscono scioglimenti semplici e insieme inaspettati. E’ quanto avviene nella canzone che dà il titolo al libro/cd: “al cuore / fa bene far le scale / al cuore / ma se non fa le scale / al cuore / fa bene far l’amore / il cuore / qualcosa deve fare / che altrimenti muore / sì muore sì muore / il cuore… / non può sparire / non può dormire / se va in pensione / non è più cuore…”. Un piccolo trattato di filosofia amorosa in versi e musica, degno del De amore di Andrea Cappellano, una canzone interamente scritta dalla poetessa. “Ma mica l’ho fatta io – assicura -, si è fatta da sola, parole e musica, una sera mentre uscivo dal ristorante un po’ ubriaca. Ho aperto la bocca in un gran respiro e quella era lì, bella pronta e confezionata. La cantavo andando per strada e molti si sono fermati ad ascoltarmi…”. E Al cuore la Cavalli non si è limitata a cantarla per strada, ma dà sfoggio delle sue abilità canore anche nel cd. Del resto, chi almeno una volta l’ha ascoltata recitare le sue poesie conosce bene le sue capacità interpretative e può facilmente immaginarne le doti melodiche. Devono pensarla allo stesso modo la Tejera e Chiara Civello, che accompagnano la poetessa nell’esecuzione.

Merito della casa editrice Voland aver reso possibile un’operazione che ha la capacità di liberare il prodotto musicale leggero dalla palude di testi troppo spesso privi di spessore e che insieme offre alla poesia una strada per scrollarsi di dosso la patina di polvere sotto la quale viene a volte mortificata. Brave Cavalli e Tejera ad affrontare l’incontro in maniera divertita e gioiosa, ma senza rinunciare alla forza del dialogo tra poesia e musica.

Pubblicato su Giudizio Universale

Sinonimi e tranelli

Non bisogna credere troppo al Dizionario dei sinonimi e dei contrari, dico spesso ai miei alunni. La lingua vive di sfumature, si alimenta di incertezze, di piccole variazioni, pretende di significare per mezzo di minimi spostamenti di senso, di sottili fraintendimenti. Il termine sinonimi invece offre subito certezze. Una parola vale l’altra. Come in un mosaico, posso sostituire una tessera e il quadro d’insieme dovrebbe essere lo stesso, se non risultare più bello. Può succedere, certo, ma può anche accadere che spariscano chiaroscuri e venature. Dove auspicavamo soluzioni, si aprono tranelli, ci sorprendono improvvisi smottamenti.
Scrive Camillo Sbarbaro in Fuochi fatui: “Vi sono parole che i vocabolari danno per equivalenti e che io non confonderei. (…) Si eviterebbero ambiguità e, s’anche di poco, la lingua si arricchirebbe. Così la spuma non è la schiuma. La nuvola è leggera, un fiocco di bambagia; la nube, il suono cupo lo dice, è plumbea, minaccia temporale. La sottana è greve, tetra, è quella del prete, dell’ava; mentre la gonna è festosa, è una corolla capovolta”.
La lingua insomma si arricchisce, se si è in grado di muoversi, con rispetto ma anche con un po’ di gusto della scoperta, tra significati contigui. In questi ultimi anni, nel gergo appiattito dei presentatori televisivi e dei commentatori sportivi, l’aggettivo importante viene usato con grande frequenza, spesso a sproposito e per significare cose alquanto diverse. Se viene definito importante, un politico potrebbe essere influente, ma anche autorevole; un avvenimento importantenella vita di un paese potrebbe configurarsi come memorabile, ma anche da dimenticare. Un tiro in porta è importante perché pericoloso o perché di grande potenza? 

IL PROFESSOR FUMAGALLI E ALTRE FIGURE di Giampiero Neri (Mondadori)

E’ un mondo animato da personaggi che si muovono lentamente, quello che si compone nelle pagine de Il professor Fumagalli e altre figure, di individui che vivono, senza grandi scosse, un’esistenza non segnata dagli affanni e dagli impegni frettolosi che la quotidianità impone, ai margini anzi del vivere quotidiano, pur senza essere emarginati; un mondo dove si rappresentano epifanie accennate, forse nemmeno veramente accadute, che nulla comunque aggiungono e nulla risolvono. Sono personaggi che riemergono dalle sacche della memoria, improvvisamente nitidi, o che si materializzano nella indeterminata consuetudine della strade percorse tutti i giorni, senza che nulla lasci intendere il perché della loro comparsa o possa evitare il ritorno nella nebbia che loro appartiene, con la stessa vaga improntitudine che ne ha segnato l’arrivo.
Giampiero Neri
Il poeta Giampiero Neri, classe 1927, dopo la prova di Paesaggi inospiti, e in sintonia con le precedenti raccolte, ci propone ancora un universo di avvenimenti piccoli, messi a fuoco con cura speciale dei dettagli. Il gusto per il particolare, l’accanimento con cui si disegna il gesto minimo, non preludono, come ci si potrebbe aspettare, ad un quadro di insieme risolutivo, ma tendono a suggerire che una soluzione manca, che oggetti ed eventi non hanno un posto fermo nella nostra ricostruzione, che rimane comunque inappagato il tentativo di ordinarli e spiegarli. Insomma, malgrado gli sforzi, non ci è dato capire il senso delle presenze che compongono la nostra vita, né dove portano le nostre azioni, dove il susseguirsi, spesso incauto, degli avvenimenti.
Il professor Fumagalli e altre figure è una raccolta di prose, se si escludono le poche poesie in versi peraltro già presenti in Paesaggi inospitie che dunque col precedente volume sembrano voler segnalare un legame di continuità. Si tratta comunque di prose brevi e dall’evidente intento poetico, a cominciare dalla divisione in strofe e dall’andamento fortemente ellittico, che produce sempre una deviazione da ogni ipotesi di racconto lineare.
Nel mondo di Giampiero Neri infatti i movimenti sono impercettibili e sembrano avvenire senza corrispondere ad una volontà che li determini, aprono spesso voragini che alimentano il dubbio che non esista una composizione possibile e che nella realtà le assenze siano a volte più significative delle presenze; ci fanno crollare in precipizi in cui le certezze si infrangono contro l’evidente casualità dell’esistenza. E’ quanto appunto suggeriscono i versi che concludono il volume, che insieme alla poesia posta ad inizio della raccolta compongono una sorta di cornice: “Di quella fontana stile Novecento / che doveva durare / oltre le nostre vite / si è persa la traccia / morta con la sua epoca breve. / Era ridente nella sua rotondità / spensierata all’apparenza, / finita chissà dove”.
I “paesaggi inospiti” che si delineano in questa raccolta sono spesso d’ambientazione cittadina, strade dove non ci si incontra o dove il silenzio prevale sulla comunicazione. Per esempio in una prosa si descrive il poeta che incrocia ogni sera un signore anziano, con il quale finalmente una sera scambia il saluto e poche battute di dialogo, fino a presentarsi per scoprire che anche l’altro porta il cognome Neri: “Non l’ho ancora rivisto, l’avvocato Neri. Volevo chiedergli qualche consiglio. Non so perché, mi sembra un uomo saggio. Ma qui a Milano basta girare l’angolo e non si conosce più nessuno e l’avvocato Neri, chi lo conosce?”.
Il linguaggio, sempre asciutto ed essenziale, ritrae paesaggi e personaggi di grande chiarezza, e riesce ad isolare il mistero, non per spiegarlo, ma per disporlo con grande e disarmata tranquillità dinanzi agli occhi del lettore.
(pubblicato su Giudizio Universale)

Diego Valeri, la leggerezza del nulla

Ho provato un grande piacere nel rileggere le poesie di Calle del vento, la raccolta che Diego Valeri pubblicò nel 1975, un anno prima della morte, nella collana Lo Specchio di Mondadori. Valeri, che era nato a Piove di Sacco il 25 gennaio del 1887, aveva allora 88 anni. Stupisce lo sguardo ancora curioso sul mondo, la freschezza del movimento che emana dai versi, la meraviglia di fronte ai quotidiani accadimenti.

Diego Valeri

I versi di Diego Valeri interrogano spesso la natura, anzi si posano su di essa, scoprendola abitata da semplicissimi eppure affascinanti, quasi miracolosi eventi: “C’è una carezza d’aria nell’aria, / un bagliore di sole / nel cielo senza più sole. / Queste sono le indicibili sere / della mezza estate” oppure “Un così grande bosco, un così grande / silenzio, per un uccellino / da nulla, talmente minuto / di corpo e di voce…”

La poesia di Valeri costituisce una lettura di grande interesse ancora oggi. Sono vicini alla sensibilità dei lettori di oggi il tono mai compiaciuto, il rifiuto di ogni oscurità, anzi una ricerca quasi ossessiva della luce, la leggerezza del linguaggio, raffinato e colloquiale insieme, l’asciutta determinazione delle immagini. Eppure i suoi versi sono assenti anche dalle antologie scolastiche, dove pure avrebbero diritto di cittadinanza, per la loro anacronistica contemporaneità, soprattutto linguistica.
Non si deve però credere che la poesia di Valeri risulti in fondo inconsistente nel suo nitore o che il suo sguardo meravigliato invogli unicamente a una felicità senza pieghe né chiaroscuri. Il passo di Valeri cammina con leggerezza verso il nulla, che poi in fondo si manifesta come la sola verità dell’esistenza. Come scrisse con felice intuizione il poeta Carlo Betocchi già nel 1937, “la migliore poesia di Valeri è delicatissimamente situata in una pausa, tra due estremi”. A questa pausa, tra la fragile bellezza del vivere e la condanna inequivocabile all’inconsistenza delle cose e delle vite, si aggrappa la poesia di Diego Valeri fino alle ultime prove, come dimostra la poesia che di seguito trascrivo.Giù al fondo della valle
c’è il fiume e c’è la strada.
E c’è pure l’omino, eccolo là,
che cammina col fiume,
e poi si ferma e sta.
E’ un punto, un nulla. Ma fa quel che vuole:
sempre nel giro del nulla, si sa.

“Non so contro chi credere”: il Cavaliere, il Giornalista e Mino Maccari

Peggio del teatrino della politica c’è solo il teatrino dell’informazione, soprattutto di quella televisiva di argomento politico. La tanto attesa partecipazione di Berlusconi alla trasmissione di Michele Santoro Servizio pubblico, annunciata con toni da evento epocale, si è dimostrata una messa in scena ben orchestrata e un tantino flaccida. Una commediola da filodrammatica, di quelle nelle quali si divertono e si emozionano solo coloro che sono sul palco, col pubblico che cerca di capire cosa stia veramente accadendo e quando si deve ridere, quando si fa sul serio.

Mino Maccari

Ha cominciato Santoro a farci capire, attraverso un’incomprensibile predica su Granada (la canzone, credo) e dintorni, complice in sottofondo la voce di Claudio Villa, che le parole possono portarci lontano, farci intravedere nuovi orizzonti, ma anche, tanto per rimanere in tema, costringerci a girovagare per i vicoli di Granada, senza indicare una via d’uscita, senza farci capire dove siamo diretti, né in quale luogo ci troviamo.

“Ho poche idee, ma confuse” gli avrebbe suggerito di confessare Mino Maccari, se fosse stato seduto nello studio televisivo, peraltro tetro nella sua scenografia essenziale da teatro di ricerca.
Il teatro di ricerca preferisce spesso i silenzi. Quante parole invece si sono detti il Cavaliere e il Giornalista! Anche brillanti, argute, da persone che non hanno fatto le scuole serali, tanto per riutilizzare una loro gag, e che sanno che essere in scena significa interpretare un ruolo, ripetere cose già dette, sera dopo sera, una recita dopo l’altra.
Il Cavaliere e il Giornalista hanno abusato del loro mestiere, hanno usato tutta la tecnica più scaltra e raffinata dei teatranti, sapendo che le parole, quando significano davvero qualcosa, non hanno bisogno di frizzi e lazzi, di acrobazie da guitti. Ma in questo caso bisognava fare spettacolo, non comunicare.
Le parole solo quando si sforzano di dire vanno diritte verso la mente e il cuore dell’interlocutore, sono brillanti senza voler piacere a tutti i costi, sono impegnative senza essere noiose.
Mino Maccari, che era un pittore e uno scrittore la cui opera irriverente e sarcastica ha attraversato il Novecento senza troppo clamore, avrebbe abbozzato un sorriso e, dal suo posto buio alle spalle del Giornalista, avrebbe riassunto il senso della trasmissione con uno dei suoi aforismi: “Non so contro chi credere”.

Poeti e presidenti: se Blanco legge per Obama

Richard Blanco è un poeta di 44 anni. In questi giorni si parla di lui su tutti i giornali statunitensi. Blanco è stato infatti designato da Obama quale poeta ufficiale per l’Inauguration day, la cerimonia di insediamento del presidente degli Stati Uniti che si terrà il prossimo 20 gennaio. Blanco, che secondo Obama scrive poesie nelle quali è profondamente radicato il comune sentimento americano, leggerà versi composti per l’occasione.
Richard Blanco 
L’interesse dei media americani è dato dal fatto che Blanco è il più giovane, è il primo ispanico (è figlio di esuli cubani) ed è anche il primo gay tra gli scrittori di versi finora prescelti per un incarico così prestigioso. Ad inaugurare la presenza di poeti ai festeggiamenti per l’insediamento del presidente fu Robert Frost nel 1961. Sia stata l’emozione o il sole abbagliante che illuminava quel giorno Washington e che rendeva invisibile la tenue traccia di inchiostro che la macchina da scrivere aveva lasciato sul foglio intestato dell’albergo, sta di fatto che Frost, che aveva allora 87 anni, non fu in grado di leggere i versi di Dedication scritti per John Fitzgerald Kennedy, e dovette recitare a memoria The Gift Outright,la lirica in un primo momento scelta dallo stesso neo-presidente.
Che la poesia sia presente in un momento così importante della vita politica degli Stati Uniti è il segno evidente che essa è considerata elemento essenziale della vita sociale e culturale della nazione. I poeti leggono i loro versi sullo scenografico scalone del Campidoglio: la poesia sembra essere in grado di indicare la comune strada da percorrere; dice quello che serve e quanto invece è superfluo per la convivenza degli uomini.
Nel nostro paese farebbe già notizia la presenza di un poeta in un luogo istituzionale, durante una cerimonia ufficiale. La poesia infatti ha trovato radici in territori separati dal vivere collettivo, si nutre di parole che parlano soltanto a pochi, non vuole, spesso per supponenza, parlare al potere. Il potere, d’altra parte, non legge libri di poesia (in gran parte non legge e basta), ritiene la cultura una vicenda che non riguarda la politica, al pari del gioco degli scacchi o dell’alpinismo, si preoccupa solo della realtà nell’illusione di modificarla, e i poeti, si sa, non parlano della realtà e meno che mai sono in grado di cambiarla.
Sorrido al pensiero di Saba che legge al giuramento di Einaudi, di Ungaretti che strabuzza gli occhi sibilando istrionico dinanzi a Saragat, di Montale che bofonchia sornione mentre Giovanni Leone accenna qualche sbadiglio. E se fossero stati i presidenti del consiglio a festeggiare il loro insediamento? Non riesco ad immaginare chi avrebbe invitato a leggere poesie un politico della sensibilità culturale dell’uomo di Arcore (Bondi? Mariano Apicella?).
Da noi una lettura di poesie è atto imbarazzante, noioso, assolutamente avulso dalle vicende della nazione. Meglio il giorno dell’insediamento invitare una presentatrice tv, un comico, un calciatore, un attore di fiction.
Anche nei momenti significativi della nostra vita nazionale, è utile non pensare.

Registri elettronici e mangianastri vintage

Insomma, qualcuno mi chiede, ti piace o no il registro elettronico nelle scuole? E le pagelle? Serve a qualcosa il “Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, studenti e famiglie”, come pomposamente e burocraticamente viene denominato l’ingresso ufficiale dell’elettronica nelle scuole dello Stato?
Mi piace, a qualcosa serve, rispondo. Non si può andare avanti, facendo finta che internet sia solo un’ipotesi in un racconto di Asimov, che la bic nera sia più dignitosa di una tastiera, non è possibile continuare a vedere gli insegnanti di lingue che sfoggiano mangianastri vintage come preziosi supporti didattici. Ma proprio per questo mi sembra non ci si possa fermare a registri e pagelle, e che anzi se tutta la rivoluzione consistesse, come dai giornali appare, nella possibilità offerta ai genitori di verificare da casa presenza e performances dei propri figli, essa avrebbe il valore di uno starnuto durante la stagione invernale.
Il giusto obiettivo dell’efficienza viene tradotto, nella scuola italiana di questi anni, in un’attività da questurino e nel controllo esasperato della quisquilia. L’importante è che i ragazzi siano fermi al loro posto, che i genitori siano avvertiti in tempo reale di ogni inadempienza dei loro figli, che tutto risulti blandamente nell’ordine stabilito. Della qualità dell’insegnamento si può anche fare a meno, dell’efficacia del percorso educativo anche: basta che siano salve le procedure burocratiche.
L’elettronica nelle scuole dovrebbe dunque servire a mettere un freno ai ritardi e alle assenze, a evitare giustificazioni taroccate, a rendere più difficili le false informazioni sulle prestazioni scolastiche dei ragazzi. Si offre in questo modo l’immagine della scuola come di un luogo dove gli studenti guadagnano punti se riescono a prendere in giro gli insegnanti, e l’insegnante acquista merito se riesce a smascherare i sotterfugi, a sbaragliare complotti orditi a danno proprio o dell’istituzione. La fiducia, il dialogo, lo scambio libero e adulto delle idee? Roba d’altri posti. La scuola stimola gli alunni perché applichino questi valori nel mondo reale: in quello virtuale scolastico-informatico si dà per scontato che serve essere furbi, trovare l’espediente giusto, agire con malizia.
Insomma mi piacerebbe che l’elettronica non si limitasse al registro, che la tecnologia informatica non servisse a controllare, ma fosse uno strumento educativo consono ai nostri tempi e al mondo dei ragazzi. Sarei felice si parlasse di quanto potrebbe risultare vantaggioso e proficuo utilizzare l’informatica per lo studio della geografia e della storia, delle lingue e della letteratura italiana. Ma come si fa, se mancano anche i pennarelli per scrivere sulle lavagne e delle lavagne interattive multimediali si riesce a far uso solo dopo accurate strategie di aggiramento e interminabili iter di prenotazione? Nella scuola dove insegno almeno l’era del gesso è stata superata, ma le lavagne interattive sono in numero di due per oltre millequattrocento studenti. Mi accontento: credo che una lavagna multimediale ogni settecento allievi costituisca una media ben al di sopra di quella nazionale.

Sinisgalli, il cuore (introvabile) della poesia

Che libro meraviglioso è L’età della luna! Fu pubblicato nello Specchio mondadoriano nel 1962. Leonardo Sinisgalli, che ne è l’autore, aveva allora 54 anni, viveva a Roma e di tanto in tanto si recava a Montemurro, il paese della Lucania dove era nato e che torna spesso nei suoi versi. Era poeta, ingegnere, matematico, curava la pubblicità per Eni e Alitalia. In passato aveva diretto il settore pubblicità della Pirelli e fondato e guidato la rivista di cultura scientifica La civiltà delle macchine.

Leonardo Sinisgalli, in una foto di Federico Patellani

Leonardo Sinisgalli, in una foto di Federico Patellani

L’età della luna è un prosimetro, una raccolta di prose e poesie (ma forse sarebbe meglio dire testi poetici in prosa e testi poetici in versi), scritte tra il 1956 e il ’62. Il testo che apre il libro, Poesia, si compone di un solo rigo (o è un verso?): “L’amore del Poeta è la realtà che egli distrugge”.

Nel corso del libro si parla spesso di poesia, con tono sentenzioso, sorpreso, ironico, divertito. In una prosa che fa parte della sezione L’immobilità dello scriba, Sinisgalli afferma che i critici svolgono “operazioni chirurgiche, alcune assai delicate (…) con la benda davanti alla bocca per arrivare al midollo spinale del povero poeta smidollato”. I critici “cercano la logica nei poeti”, ai quali giova però soprattutto “la loro innocenza”. Sinisgalli confessa: “Il mio sforzo di scrivere versi è stato appunto il disprezzo della mia saggezza”. E poi: “Credo di non sapere ancora quale sia precisamente il mestiere di poeta”.

Disprezzare la propria saggezza può anche significare non predisporre ma raccogliere. Il poeta insomma non si muove convinto verso un punto d’arrivo, verso l’obiettivo programmato, perché non ha un progetto. Non sa nemmeno capire perché il suo discordo sia partito proprio da quel verso, cosa l’abbia indotto a cominciare da lì.

Sinisgalli conclude: “I versi hanno una concatenazione che non si rivela in superficie. Convergono verso un punto che le stratificazioni possono nascondere a qualunque scandaglio, un cuore introvabile”.

Questo non significa che la parola della poesia debba essere oscura per statuto, ma solo che forse il mestiere del poeta, anche del poeta che più nitidamente ci consegna i suoi versi, è quello di rendere introvabile il cuore della poesia, di sapere che se una logica esiste è nascosta sotto le stratificazioni dei versi. Lì, in un luogo che non si rivela, c’è qualcosa che si muove continuamente, che cambia di forma e di colore.

Il mestiere di poeta (non lo dice lo stesso Sinisgalli ad inizio del libro?) è fondato intorno all’atto di distruggere la realtà, anzi intorno alla consapevolezza che, agli occhi di chi la ama, la realtà non può che apparire distrutta: scomposta, baluginante, rarefatta. E il poeta non può che tentare, all’infinito, di ricomporre in unità la parole, per dire la frammentazione della realtà.