Leggere poesia: Billy Collins e il topo

I lettori di poesia nel nostro paese, si sa, sono pochissimi. E’ possibile fare qualcosa perché il loro numero cresca? Bisogna lavorare sui giovani, diranno in tanti: è la scuola che deve formare i nuovi lettori. Non sono sicuro che l’insegnamento della letteratura, e della poesia in particolare, così come è stato concepito negli ultimi anni, possa realizzare questo obiettivo. Anzi, sono portato a credere che i pochi lettori di poesia siano tra coloro che non si sono lasciati fuorviare dalle lezioni scolastiche sulla poesia.
Billy Collins
Eppure a scuola viene dedicato parecchio tempo allo studio del linguaggio poetico, oggetto di indagine accurata per esempio nel primo biennio della scuola superiore. I libri di testo propongono la propedeutica acquisizione dei più importanti strumenti retorici, distinguendo tra figure del significante, del significato, dell’ordine delle parole, quasi che senza di queste non fosse possibile accedere alla lettura. Bisogna inoltre essere in grado di scomporre i versi in sillabe, sapere di sinalefe, dialefe, sineresi, individuare lo schema metrico, la successione degli accenti ritmici. Su ogni cosa vengono proposti esercizi, noiosi e in gran parte inutili. Gli insegnanti, raramente lettori di poesia che non sia quella delle antologie e dei manuali scolastici, quasi mai di poesia contemporanea, non possono che concedersi alle indicazioni del testo.
Gli alunni ricavano l’idea che la poesia per sua natura sia decifrabile (e innanzitutto che vada decifrata) solo se in possesso di determinati strumenti di decodifica, che sono di natura tecnica e del tutto indipendenti dalla sensibilità del lettore e dalla sua familiarità con la poesia stessa. Invece, come ogni lettore di poesia sa, c’è bisogno di una quotidiana consuetudine con i versi per comprenderne la musica e la complessità.
Per questo a scuola andrebbero innanzitutto lette tante poesie. Ai ragazzi bisognerebbe farlo ogni volta ad alta voce, permettendo loro di apprezzarne, in questo modo, anche le qualità metriche e sonore. Solo dopo tanta lettura e tanti versi detti a se stessi e agli altri, si può cominciare a giocare con le figure retoriche, molte delle quali saranno già chiare prima di saperne il nome e i meccanismi di funzionamento. Conoscere tali strumenti retorici non significa comprendere la poesia, tanto meno saperla scrivere, ma avere la possibilità di penetrare più in profondità nei suoi strati di significazione, una volta appurato che essi esistono e sono carattere essenziale dei versi.
Il lavoro scolastico produce il risultato che i ragazzi si avvicinano ai versi con l’idea, del tutto impropria, che ci sia un significato definitivo nascosto da qualche parte, che la poesia voglia dire altro da quello che leggiamo.
Alla poesia non ci si può avvicinare armati di sonde e scandagli. Il tesoro, se c’è, non è collocato in un luogo preciso, piuttosto è disseminato e si confonde con oggetti abituali e quotidiani. Meglio dunque procedere con la curiosità e il piacere di chi vuole farsi guidare in nuovi mondi, sapendo che la scoperta consiste proprio nel variare continuamente prospettiva e meta. Perché i versi ci dicano qualcosa bisogna “gettare un topo nella poesia / e osservarlo mentre cerca di uscire”.
La bella e preziosa immagine, più forte e chiara di tutte le mie precedenti parole, è di Billy Collins, poeta newyorchese tra i più amati negli Stati Uniti, autore di numerose raccolte di versi, professore di letteratura inglese al Lehman College della City University di New York.
Introduzione alla poesia
Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo nella poesia
e osservarlo mentre tenta di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda alla sedia
e estorcerle con la tortura una confessione.
La picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.
La lirica Introduzione alla poesia è tratta dal libro The Apple That Astonished Paris del 1988, in Italia inserita nella antologia A vela, in solitaria, intorno alla stanza, edita da Medusa nel 2006 a cura di Franco Nasi che è anche il traduttore dei versi. I versi raccontano del lavoro del professore poeta e delle aspettative degli studenti di fronte alla poesia.
Di Billy Collins nel 2011 l’editore Fazi ha pubblicato Balistica.

MI RICONOSCI di Andrea Bajani (Feltrinelli)

Antonio Tabucchi
La scrittura è tra gli strumenti privilegiati per attraversare il dolore. E’ a volte terapia, più spesso percorso di analisi e di conoscenza per ricordarci quello che siamo, la nostra finitezza. E’ attraverso la scrittura che siamo in grado di parlare della nostra fragilità, di fare i conti con essa, di guardarla negli occhi invece di evitarla. E’ una materia difficile, il dolore: le parole si intimoriscono, vorrebbero fuggire, ma sanno che il loro compito è quello di affondare in questo tratto di umanità che ci appartiene e segna nel profondo le nostre esistenze. Ancora più difficile è dire la morte, raccontarla nella sua sconfortante semplicità. Gli uomini del nostro tempo non amano soffermarsi sui temi della fragilità e della morte. Vogliono credere che sia sempre possibile una soluzione, una via di fuga.
Non cerca scappatoie invece Andrea Bajani, che di fronte alla morte di Antonio Tabucchi, non può fare altro che penetrare all’interno del dolore per la scomparsa dell’amico, raccontandone la fine e riflettendo sul percorso comune di sussurrata complicità e di tenera amicizia che ha legato le loro esistenze. La morte di una persona cara, tradotta in letteratura, è materia difficile, scivolosa e che nasconde molte insidie. Soprattutto presenta il rischio di risultare molesta ai tanti che credono che la morte abbia diritto di essere descritta solo sulle pagine di cronaca dei giornali. Ma Bajani sa evitare retorica e sentimentalismo, si muove con delicatezza e decisione, sul filo di un equilibrio sottile costituito dagli avvenimenti reali e dalle suggestioni e dai fantasmi, altrettanto concreti si direbbe, che gli accadimenti suggeriscono.
La narrazione di Mi riconosci si sviluppa proprio a partire dal giorno del funerale di Tabucchi, dal corteo verso il cimitero del Prazeres a Lisbona, e segue il filo dei ricordi, senza che l’ordine cronologico possa disturbare l’altro ordine, più profondo e significativo, realizzato dalle direzioni che prende l’affetto e dal movimento malfermo ed ondeggiante della memoria.
Andrea Bajani
Lo scrittore giovane si rivolge direttamente allo scrittore famoso, quasi che il libro fosse una lunga lettera, riprendendo peraltro una modalità di scrittura tante volte utilizzata da Tabucchi nei suoi racconti. Bajani nelle pagine di Mi riconosci è in qualche modo Tabucchi stesso, ne assume lo sguardo e la scrittura, ed è il figlio che deve fare i conti con la scomparsa del padre, che cerca di ricostruire attraverso le parole il rapporto che l’ha legato all’amico-genitore-scrittore, con l’obiettivo, che di tanto in tanto si palesa, di chiarire innanzitutto a se stesso l’eredità affettiva e intellettuale che l’altro gli ha lasciato.
Si delinea pagina dopo pagina un ritratto di Antonio Tabucchi, costruito attraverso piccoli avvenimenti quotidiani: personaggio carismatico, dotato di grande ironia, ma anche di repentini annuvolamenti, comunque sempre in grado di stupire e totalmente affascinato dalla parola e dalle storie che la parola rende possibili.
Bajani racconta che dopo un breve soggiorno in Alentejo, Tabucchi accompagna l’amico a Lisbona. Una volta a destinazione decidono di di raggiungere Largo do Chiado. Bajani si accorge di aver lasciato il portafoglio in macchina e torna sui suoi passi. Quando poi raggiunge il caffè Brasileira, dov’è la statua di Pessoa seduto a un tavolino dello storico locale, non trova più Tabucchi. Mentre sta componendo il suo numero al cellulare, lo vede uscire, scrive Bajani, “dalla statua di Pessoa, come se per tutto il tempo che non ti avevo visto fossi stato chiuso lì e poi in quel momento ne fossi venuto fuori e ti fossi incamminato per la via. E ti avevo guardato allontanarti da quel corpo di bronzo da cui eri sbucato, partorito in mezzo a una notte lusitana”. Il giorno dopo lo scrittore più giovane prende l’aereo per fare ritorno in Italia. Dopo l’atterraggio accende il cellulare e trova un messaggio di Tabucchi. “Mi dicevi – ricorda – che in Portogallo si sentiva in maniera molto netta che ero passato per di là. Si sentiva il mio odore. E poi mi scrivevi un verso di Rilke dai Sonetti a Orfeo: Mi riconosci, aria, tu piena ancora di luoghi un tempo miei? Chiudevi dicendo Non sparire”.
La narrazione, spesso con i toni della confessione, spesso raccontando in termini quasi di leggenda, ribalta la richiesta di Tabucchi. Con il suo libro è Bajani a chiedere all’amico scomparso di non sparire. Perché la letteratura può attraversare il dolore anche in questo modo, rendendo ancora presente l’amico che non c’è più.

La vecchiaia di Natalia Ginzburg (e la nostra)

Natalia Ginzburg parla della vecchiaia in una prosa di Mai devi domandarmi, libro del 1970 composto di brevi saggi di argomento diverso, che ancora oggi risultano di grande interesse e di piacevole lettura. “La vecchiaia – scrive – vorrà dire in noi, essenzialmente, la fine dello stupore. Perderemo la facoltà sia di stupirci, sia di stupire gli altri. Noi non ci meraviglieremo più di niente, avendo passato la nostra vita a meravigliarci di tutto; e gli altri non si meraviglieranno di noi, sia perché ci hanno già visto fare e dire stranezze, sia perché non guarderanno più dalla nostra parte”.
Secondo la Ginzburg, questa incapacità di stupirci ci farà penetrare nel “regno della noia”. La vecchiaia infatti “s’annoia ed è noiosa”. Tuttavia questo processo per cui “a poco a poco veniamo cadendo nell’immobilità della pietra” è molto lento. Insomma, pur dentro a una stagione che è già vecchiaia, conserviamo l’abitudine a “crederci i giovani del nostro tempo”.
Coloro che invecchiano sono lentissimi nel “cambiare faccia e abitudini”, mentre il mondo invece vortica e muta con estrema velocità: con rapidità “si trasformano luoghi e crescono giovani e bambini”. Avviene così che il mondo che abbiamo davanti agli occhi “ci sfugge e ci appare indecifrabile”, e noi riusciamo a decifrare soltanto “le poche e pallide tracce di quanto è stato”.
Natalia Ginzburg
“Il mondo che abbiamo davanti e che ci appare inabitabile – scrive ancora la Ginzburg – , sarà tuttavia abitato e forse amato da alcune creature che amiamo”. Ma il fatto che esso sia destinato ai nostri figli e ai figli dei nostri figli “non ci aiuta a capirlo di più, ma anzi aumenta la nostra confusione”. Così “misuriamo le immense distanze che ci separano dal presente” e ci stupiamo, noi che più di nulla ci meravigliamo, di come i nostri figli “riescano ad abitare e a decifrare il presente mentre noi restiamo “assorti a sillabare ancora limpide e chiare le parole che incantavano la nostra gioventù”.
Le pagine della Ginzburg mi hanno molto colpito. Innanzitutto perché hanno il dono di penetrare con rara forza di analisi nell’argomento, attraverso una prosa limpida e precisa, ma forse anche perché il tema affrontato mi riguarda da vicino. Mi chiedo quando cominci la vecchiaia, se il suo limite, come affermano da qualche anno esperti e giornalisti, si sia veramente protratto nel tempo, se sia vero cioè che si diventa vecchi più tardi. Il fatto che mi ponga questa domanda sulla vecchiaia è probabilmente già un indizio che ci sono dentro, o che mi sto muovendo molto vicino al confine.
Natalia Ginzburg scrisse la prosa La vecchiaia nel dicembre del 1968, all’età di cinquantadue anni, qualche anno in meno dei miei attuali. Non c’è dubbio che la scrittrice stia parlando dell’argomento in generale, ma anche della sua propria vecchiaia, di un sentimento, e forse di un avvilimento, che sente crescere in sé. Ce lo dicono la prima persona plurale che caratterizza tutto il testo e il passaggio dal futuro al presente, quando dall’analisi di quello che sarà la vecchiaia si passa alle domande e alle riflessioni proprie di un’età che si avverte appunto di passaggio, quando il confine, così labile e evanescente, potrebbe essere stato già superato.
E’ fuori di dubbio che oggi i corpi invecchiano più lentamente, almeno a guardare l’immagine che siamo in grado di fornire di noi stessi. Ho davanti agli occhi una foto di mio nonno, che risale alla meta degli anni Cinquanta. Sembrava già un vecchio (più o meno come me lo conserva la memoria, che fa riferimento però a un po’ di anni avanti) ed aveva più o meno l’età della Ginzburg quando scrive il suo testo.
Bisogna riconoscere che il mondo agisce con fretta sempre più irrefrenabile e che le cose mutano così velocemente che niente è come venti o trenta anni fa, tanto che i nostri figli non conoscono gli oggetti che hanno animato la nostra giovinezza, e dunque non possono produrre pensieri che riguardano quegli oggetti, con i quali comprendere atteggiamenti e modi di vivere, quelli che hanno caratterizzato la nostra esistenza, avvertiti come lontani, anzi da loro di fatto inavvertiti.
Tutto questo forse vorrà dire che il nostro scollamento con il presente è già iniziato e con esso anche la nostra vecchiaia, ma che non ce ne accorgiamo perché siamo preda di un corpo che è costretto a sentirsi ancora giovane. Noi insomma restiamo “a sillabare limpide e chiare le parole che incantavano la nostra giovinezza”, come scrive Natalia Ginzburg, come se fossero le parole dell’oggi, ma esse appaiono vuote di senso. Non le capiscono i nostri figli, che in genere sono più giovani dei figli dei nostri nonni e dei nostri padri, ma in parte non le capiamo più nemmeno noi, impegnati come siamo a tenere testa ad un corpo che agisce ancora da giovane.
Il mondo procede con troppa fretta e dunque “le scialbe tracce del tempo di prima”, a cui si rivolge ancora la nostra attenzione e che alimentano i nostri errori, sono in effetti segni che si stanno dissolvendo o sono già spariti. Anche per questo la nostra vecchiaia, anche se più tardiva, sarà sicuramente più faticosa, perché siamo costretti a non apparire vecchi, a guardare con occhi interessati i cambiamenti vorticosi che il mondo produce, mentre vorremmo solamente accompagnare con paziente indolenza l’avanzata del tempo, guardare con serena incomprensione il mutare delle cose.
Insomma succede che il nostro passato appaia sempre più lontano e dunque, più giovani nell’immagine che offriamo di noi, siamo però costretti a constatare la nostra lontananza dal presente, segno incontrovertibile di una vecchiaia che appare improvvisamente vicina, senza che ne sia data notizia sui giornali.

Inutilità utilità della poesia

E’ considerata utile in questi anni più di ogni altra cosa la tecnologia, in particolare applicata alle comunicazioni, e poi la genetica, che può dirci come sarà la nostra vita, prevedendone e risolvendone i problemi. Sono utili i farmaci, la beneficenza, la stravaganza quando è combinata alla moda, l’economia, i mercati finanziari, le statistiche, i sondaggi, tanto che attraverso un sondaggio potremmo capire cosa è ritenuto veramente utile al giorno d’oggi.
Foto Elisabetta Scarpini
E’ da disprezzare, perché grandemente inutile, la capacità di impostare i problemi, senza poi risolverli, e con essa il pensiero che si sviluppa in lucide trame che non portano in nessun luogo concreto. Sono in fondo ritenute inutili la fisica astronomica, la filosofia, la poesia. E’ da sfaccendati passeggiare senza avere una meta, che so dimagrire o raggiungere un negozio per un acquisto, nel quale ultimo caso si parla di shopping. E’ del tutto inutile scrivere, se attraverso l’atto della scrittura non si comunica qualcosa di concreto o si cerca di fare un po’ di soldi (per esempio scrivendo un libro di ricette di cucina, un romanzo di successo, una guida su come risparmiare). Sono molte le cose che vengono considerate inutili: tutte quelle che non portano un giovamento tangibile a se stessi, qualche volta agli altri, almeno nelle forme in cui siamo disposti a figurarceli.
Nell’opinione comune la velocità è utile, la lentezza inutile; la precisione è utile, la vaghezza inutile.
La poesia, che pure è massimamente inutile perché non risolve nessun problema e non comporta per chi la pratica, ma nemmeno per chi la legge, miglioramenti concreti, potrebbe in quest’epoca di velocissime tecnologie e di puntuali sondaggi, ritagliarsi un proprio piccolo spazio di utilità. La poesia, che sa essere estremamente rapida e dovrebbe essere per definizione precisa e rigorosa, potrebbe essere strumento privilegiato alla diffusione dell’idea che le cose inutili sono oggi necessarie alle nostre esistenze, perché ci permettono di rallentare, di errare prima di raggiungere la meta (pratica che può risultare utilissima al fine di una scoperta casuale), ci danno modo di spostare lo sguardo, di sviluppare nuove visioni, tutte cose che alla lunga potrebbero risultare grandemente utili e concrete.
Bisogna però che i poeti del nuovo millennio si sforzino di considerare la poesia non come pura astrazione, come atto avulso da ogni contesto e libero da un interlocutore, privatissima esternazione, e ne avvertano invece la straordinaria forza comunicativa.
Troppo spesso l’assioma della inutilità della poesia è un alibi per restare chiusi nel recinto, per continuare a parlare solo a se stessi, per sentirsi quelli che hanno raggiunto la verità o che potrebbero farlo solo in quanto poeti. L’inutilità della poesia permette ai poeti di sentirsi appagati, di non aver bisogno degli altri, nemmeno dei lettori.
Ma se così fosse, se la poesia conducesse alla verità e ad una condizione di soddisfazione e completezza almeno per chi scrive, essa allora sarebbe considerata utile.

L’Aula Museo

I ragazzi hanno delle belle facce, quando si muovono dal banco e vengono verso la cattedra. Uno alla volta, devono presentare e leggere ai compagni una poesia che loro stessi hanno scelto. Sono giustamente concentrati, un poco emozionati. Al di là della finestra finalmente il mondo brilla per una bella giornata di sole. Risplendono le chiome degli alberi del giardino attiguo alla scuola. Anche il brutto palazzo di fronte, che si alza poco austero ma molto invadente dall’altra parte della strada, sembra meno indifferente alle vicende degli uomini.
Basta però riportare lo sguardo all’interno dell’aula, spostarlo dai volti degli alunni all’ambiente che li accoglie, e ci si ritrova subito a lottare con un senso profondo di tristezza, una cappa grigia che invade lo spirito, come sono grigi i muri che vorrebbero apparire bianchi, come sono grigie e impolverate le tende alle finestre, tristi, tristissimi gli attaccapanni. Il piano della cattedra è rivestito di un materiale che ricorda la fòrmica, un laminato plastico che negli anni Sessanta si usava per i mobili di cucina, ma chissà in effetti di che sostanza si tratti.
Concentrati su altri problemi, altre mancanze ben più importanti ed essenziali, degli arredamenti delle nostre scuole si parla poco. Eppure i nostri figli passano una parte consistente delle loro giornate in ambienti deprimenti, quando non addirittura opprimenti. Le aule sono brutte, quasi sempre insufficienti a contenere le persone che vi sono stipate; i corridoi, cupi e miseri, ricordano quegli degli ospedali più tristi; i bagni sono inguardabili, tetramente lontani dagli standard a cui siamo abituati. Dovessimo entrare in un bagno di un ristorante con queste caratteristiche, ci allontaneremmo subito dal locale, inveendo contro il gestore.
Ragazzi e ragazze declamano poesie di Neruda e della Dickinson, di Shakespeare e Montale, e io sento che i versi appassiscono quando si posano sui banchi, frenano terrorizzati prima di arrivare alla mezza scatola di cartone che dovrebbe essere un contenitore per i pennarelli che servono per scrivere alla lavagna.
L’ora termina. Gli studenti sono stati bravissimi: sono riusciti a far vivere le parole, lasciandole sospese a un metro dalle piastrelle fuori tempo dei pavimenti anacronistici. Vado a ricevere i genitori nell’Aula Museo.
Si tratta di un lungo stanzone appesantito da tavoli dal design antiquato e da scomodi seggioloni, che nessuno vorrebbe più in casa, ingombranti e sproporzionati come sono. Le tende a liste sono in gran parte inservibili. Il tutto offre il senso di una sgraziata disarmonia.
La denominazione del luogo si spiega col fatto che su alcuni ripiani sono conservate vecchie macchine da scrivere e altri vari attrezzi, calcolatrici col rullo di carta ad esempio o microscopi, di qualche vecchiume e di nessun valore. Alle pareti le stampe delle banconote in vigore fino a qualche anno fa. In una libreria sono ammassate centinaia di videocassette donate da non so quale istituzione pubblica, ormai inservibili, visto che manca e non è più in vendita un lettore per utilizzarle.
In fondo è questa l’aula centrale della scuola, ma non di questo istituto, proprio di tutta la scuola italiana, dico al genitore che mi siede di fronte, che per la verità mi guarda un po’ spaventato. E’ l’Aula Museo l’anima della scuola, che ha dilagato con il suo torpore per i corridoi, si è impadronita delle aule, ha congelato i bagni in un passato indefinito. Non lo sappiamo ma passiamo le giornate in una esposizione permanente di anticaglie. Apriamo la bocca per dire di letteratura e di scienza e le nostre parole diventano già vecchie. Mostruosamente, appena a contatto con l’ambiente avvizziscono, si coprono di rughe.

Leonardo Sinisgalli, la poesia, la geometria

 

Leonardo Sinisgalli è presenza fondamentale della cultura del secolo scorso, figura che andrebbe maggiormente approfondita, anche per il particolarissimo contributo che ha garantito alla letteratura del Novecento. Offrono un prezioso aiuto a inquadrare l’opera del poeta lucano i due volumi recentemente pubblicati e raccolti sotto il titolo Il guscio della chiocciola, curati da Sebastiano Martelli e Franco Vitelli, di cui parla Giuseppe Lupo in un appassionato articolo comparso ieri sulla Domenica da collezione, inserto del Sole 24 ore.

Leonardo Sinisgalli

Leonardo Sinisgalli

La ricerca di Sinisgalli, scrive Lupo, si posiziona “nel punto di massimo raccordo fra tradizione umanistica, Età dei Lumi e politecnicismo novecentesco”. La lingua di Sinisgalli è sempre alla ricerca dell’essenziale, impegnata nella definizione esatta, scientifica, del particolare, anche quando questo potrebbe sembrare del tutto irrilevante. Scambiato per ermetico, a mio avviso a torto, il linguaggio “si perde dietro al volo di una mosca o alla spirale di una lumaca”. In esso “la luminosa severità algebrica convive con i chiaroscuri di una modernità barocca”. Insomma il terreno fertile della poesia di Sinisgalli è “crocevia di codici e saperi”, luogo dell’intreccio e del dialogo tra poesia e matematica, avvertite entrambe come estremo desiderio di chiarezza e insieme metafora dell’universo.

Poeta e ingegnere, pensatore finissimo di rarefatta agilità e responsabile della comunicazione pubblicitaria per le più grandi aziende italiane, a suo agio nei brulli paesaggi rurali della Lucania così come all’interno degli uffici della Olivetti e della Pirelli e nelle strade ricche di storia e di architettura della Roma barocca, presenza forte senza essere invadente nelle “botteghe lucane dei fabbri e dei falegnami” e nelle principali gallerie d’arte, nelle redazioni di Domus e Casabella, di Civiltà delle Macchine, ma anche tra le scrivanie delle riviste di letteratura, Sinisgalli ha indicato una strada che andrebbe ancora di più esplorata in questa nostra epoca, così inquieta e così frammentata, così veloce nell’arricchimento tecnologico e povera e lenta nel fare interagire la tecnologia con il nostro patrimonio umanistico.

La materia di cui parla il poeta è costruita sul terreno dove crescono, alimentandosi a vicenda e a vicenda negandosi, la presunta concretezza della scienza e l’altrettanto ipotizzata immaterialità della poesia. Dall’incontro nasce una nuova fisica, un nuovo modo di catalogare il mondo. Così scrive Sinisgalli nella breve riflessione VERTEBRATI, INVERTEBRATI, contenuta in Horror Vacui: Sono vertebrati gli alberi, le foglie, i piedi, i cristalli, i muri, ecc. Sono invertebrati l’acqua, il fumo, le nuvole, la cenere, la polvere. E’ la polvere che suggerisce l’idea di una forma assolutamente priva di sostegni”.

Tutta l’opera di Leonardo Sinisgalli si muove alla ricerca di una verità indefinibile e proprio per questo ancora più necessaria. Per raggiungerla non esiste nessun percorso percorribile, per immaginarla servono la precisione delle forme geometriche e le scansioni metriche proprie del linguaggio della poesia. In LA FORMA DELLA VERITÀ, ancora in Horror vacui, è detto: “La forma della verità non è l’uovo, e neppure un triangolo, neppure una foglia. Ma l’uovo, il triangolo, la foglia sono forme della verità. La sostanza della verità è unica: forse è la nostra necessità di esistere, la necessità di esistere di ogni cosa. Noi esistiamo in tutte le cose”.

AL CUORE FA BENE FAR LE SCALE di Patrizia Cavalli e Diana Tejera (Voland, libro + cd)

Patrizia Cavalli

Quasi sempre conflittuale si è mostrato il rapporto tra testo poetico e musica leggera. Da una parte è ricorrente che i cantautori siano considerati poeti, a volte senza che abbiano nemmeno scritto le parole delle loro canzoni, dall’altra può accadere che i poeti tentino un approccio nel mondo della musica leggera, ma quasi sempre con aria circospetta e privi di quel tanto di afflato popolare che serve a farsi ascoltare dal pubblico della canzonetta. Sono numerosi comunque i poeti che saltuariamente hanno scritto versi per musica (addirittura anche Pasolini e Fortini, certamente Roversi per Dalla), così come quelli che hanno collaborato con musicisti (su tutti l’esempio di Giuseppe Ungaretti che compare in un disco di Vinicius de Moraes). Per un rapporto più intenso e profondo tra poesia e musica popolare bisogna però tornare alla canzone classica napoletana, ai tempi di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo.
Un’operazione degna di nota è quella ora realizzata dalla poetessa Patrizia Cavalli e dalla musicista Diana Tejera: ne è nato il libro/cd Al cuore fa bene far le scale, frutto di un intenso periodo di collaborazione.
“Per me una canzone deve essere semplice, immediata, non banale – scrive la Cavalli in Pranzo domenicale, il delizioso raccontino in forma di dialogo che accompagna il volume – da poterla ricordare al momento giusto, come accade a volte con certe poesie… anche se poesie e canzoni, ci tengo a dirlo, non sono la stessa cosa…”
Il libro/cd, pubblicato dalla casa editrice Voland, ed in vendita nelle librerie, contiene undici testi di Patrizia Cavalli, in parte inediti, messi in musica e interpretati da Diana Tejera, con un effetto a tratti rassicurante, con la musica che asseconda le parole, a tratti dissonante, sempre comunque in grado di proporre una relazione significativa tra i versi, mai scontati, che mai abusano di quella retorica che è invece abitualmente presente nel trito panorama canzonettistico nazionale, e le note, che tendono a evitare il supporto didascalico, il semplice commento musicale, ma anche a non prevaricare, a lasciare lo spazio necessario all’ascolto delle parole. Ne nasce un percorso in cui poesie e musica viaggiano in parallelo, ma senza cercare mai la facile sovrapposizione (“la musica di Diana ha qualcosa di brechtiano – scrive Patrizia Cavalli – : asseconda la sonorità delle parole, ma con un distacco giocoso, senza immedesimarsi nel significato”). Il limite è rappresentato unicamente da un impasto musicale che non sempre riesce a restituire quell’insieme di tenerezza incantata, di suggerito e rinnegato candore, di spietata autoironia, di trasognata furbesca perplessità di fronte alle questioni del cuore e della vita più in generale, che caratterizzano da sempre, e in particolare nella stagione più recente, i versi della Cavalli.
Diana Tejera
La sorpresa viene dalla orecchiabilità di certe soluzioni e dai minimi scarti linguistici e musicali che suggeriscono scioglimenti semplici e insieme inaspettati. E’ quanto avviene nella canzone che dà il titolo al libro/cd: “al cuore / fa bene far le scale / al cuore / ma se non fa le scale / al cuore / fa bene far l’amore / il cuore / qualcosa deve fare / che altrimenti muore / sì muore sì muore / il cuore… / non può sparire / non può dormire / se va in pensione / non è più cuore…”. Un piccolo trattato di filosofia amorosa in versi e musica, degno del De amore di Andrea Cappellano, una canzone interamente scritta dalla poetessa. “Ma mica l’ho fatta io – assicura -, si è fatta da sola, parole e musica, una sera mentre uscivo dal ristorante un po’ ubriaca. Ho aperto la bocca in un gran respiro e quella era lì, bella pronta e confezionata. La cantavo andando per strada e molti si sono fermati ad ascoltarmi…”. E Al cuore la Cavalli non si è limitata a cantarla per strada, ma dà sfoggio delle sue abilità canore anche nel cd. Del resto, chi almeno una volta l’ha ascoltata recitare le sue poesie conosce bene le sue capacità interpretative e può facilmente immaginarne le doti melodiche. Devono pensarla allo stesso modo la Tejera e Chiara Civello, che accompagnano la poetessa nell’esecuzione.

Merito della casa editrice Voland aver reso possibile un’operazione che ha la capacità di liberare il prodotto musicale leggero dalla palude di testi troppo spesso privi di spessore e che insieme offre alla poesia una strada per scrollarsi di dosso la patina di polvere sotto la quale viene a volte mortificata. Brave Cavalli e Tejera ad affrontare l’incontro in maniera divertita e gioiosa, ma senza rinunciare alla forza del dialogo tra poesia e musica.

Pubblicato su Giudizio Universale

Sinonimi e tranelli

Non bisogna credere troppo al Dizionario dei sinonimi e dei contrari, dico spesso ai miei alunni. La lingua vive di sfumature, si alimenta di incertezze, di piccole variazioni, pretende di significare per mezzo di minimi spostamenti di senso, di sottili fraintendimenti. Il termine sinonimi invece offre subito certezze. Una parola vale l’altra. Come in un mosaico, posso sostituire una tessera e il quadro d’insieme dovrebbe essere lo stesso, se non risultare più bello. Può succedere, certo, ma può anche accadere che spariscano chiaroscuri e venature. Dove auspicavamo soluzioni, si aprono tranelli, ci sorprendono improvvisi smottamenti.
Scrive Camillo Sbarbaro in Fuochi fatui: “Vi sono parole che i vocabolari danno per equivalenti e che io non confonderei. (…) Si eviterebbero ambiguità e, s’anche di poco, la lingua si arricchirebbe. Così la spuma non è la schiuma. La nuvola è leggera, un fiocco di bambagia; la nube, il suono cupo lo dice, è plumbea, minaccia temporale. La sottana è greve, tetra, è quella del prete, dell’ava; mentre la gonna è festosa, è una corolla capovolta”.
La lingua insomma si arricchisce, se si è in grado di muoversi, con rispetto ma anche con un po’ di gusto della scoperta, tra significati contigui. In questi ultimi anni, nel gergo appiattito dei presentatori televisivi e dei commentatori sportivi, l’aggettivo importante viene usato con grande frequenza, spesso a sproposito e per significare cose alquanto diverse. Se viene definito importante, un politico potrebbe essere influente, ma anche autorevole; un avvenimento importantenella vita di un paese potrebbe configurarsi come memorabile, ma anche da dimenticare. Un tiro in porta è importante perché pericoloso o perché di grande potenza? 

IL PROFESSOR FUMAGALLI E ALTRE FIGURE di Giampiero Neri (Mondadori)

E’ un mondo animato da personaggi che si muovono lentamente, quello che si compone nelle pagine de Il professor Fumagalli e altre figure, di individui che vivono, senza grandi scosse, un’esistenza non segnata dagli affanni e dagli impegni frettolosi che la quotidianità impone, ai margini anzi del vivere quotidiano, pur senza essere emarginati; un mondo dove si rappresentano epifanie accennate, forse nemmeno veramente accadute, che nulla comunque aggiungono e nulla risolvono. Sono personaggi che riemergono dalle sacche della memoria, improvvisamente nitidi, o che si materializzano nella indeterminata consuetudine della strade percorse tutti i giorni, senza che nulla lasci intendere il perché della loro comparsa o possa evitare il ritorno nella nebbia che loro appartiene, con la stessa vaga improntitudine che ne ha segnato l’arrivo.
Giampiero Neri
Il poeta Giampiero Neri, classe 1927, dopo la prova di Paesaggi inospiti, e in sintonia con le precedenti raccolte, ci propone ancora un universo di avvenimenti piccoli, messi a fuoco con cura speciale dei dettagli. Il gusto per il particolare, l’accanimento con cui si disegna il gesto minimo, non preludono, come ci si potrebbe aspettare, ad un quadro di insieme risolutivo, ma tendono a suggerire che una soluzione manca, che oggetti ed eventi non hanno un posto fermo nella nostra ricostruzione, che rimane comunque inappagato il tentativo di ordinarli e spiegarli. Insomma, malgrado gli sforzi, non ci è dato capire il senso delle presenze che compongono la nostra vita, né dove portano le nostre azioni, dove il susseguirsi, spesso incauto, degli avvenimenti.
Il professor Fumagalli e altre figure è una raccolta di prose, se si escludono le poche poesie in versi peraltro già presenti in Paesaggi inospitie che dunque col precedente volume sembrano voler segnalare un legame di continuità. Si tratta comunque di prose brevi e dall’evidente intento poetico, a cominciare dalla divisione in strofe e dall’andamento fortemente ellittico, che produce sempre una deviazione da ogni ipotesi di racconto lineare.
Nel mondo di Giampiero Neri infatti i movimenti sono impercettibili e sembrano avvenire senza corrispondere ad una volontà che li determini, aprono spesso voragini che alimentano il dubbio che non esista una composizione possibile e che nella realtà le assenze siano a volte più significative delle presenze; ci fanno crollare in precipizi in cui le certezze si infrangono contro l’evidente casualità dell’esistenza. E’ quanto appunto suggeriscono i versi che concludono il volume, che insieme alla poesia posta ad inizio della raccolta compongono una sorta di cornice: “Di quella fontana stile Novecento / che doveva durare / oltre le nostre vite / si è persa la traccia / morta con la sua epoca breve. / Era ridente nella sua rotondità / spensierata all’apparenza, / finita chissà dove”.
I “paesaggi inospiti” che si delineano in questa raccolta sono spesso d’ambientazione cittadina, strade dove non ci si incontra o dove il silenzio prevale sulla comunicazione. Per esempio in una prosa si descrive il poeta che incrocia ogni sera un signore anziano, con il quale finalmente una sera scambia il saluto e poche battute di dialogo, fino a presentarsi per scoprire che anche l’altro porta il cognome Neri: “Non l’ho ancora rivisto, l’avvocato Neri. Volevo chiedergli qualche consiglio. Non so perché, mi sembra un uomo saggio. Ma qui a Milano basta girare l’angolo e non si conosce più nessuno e l’avvocato Neri, chi lo conosce?”.
Il linguaggio, sempre asciutto ed essenziale, ritrae paesaggi e personaggi di grande chiarezza, e riesce ad isolare il mistero, non per spiegarlo, ma per disporlo con grande e disarmata tranquillità dinanzi agli occhi del lettore.
(pubblicato su Giudizio Universale)

Diego Valeri, la leggerezza del nulla

Ho provato un grande piacere nel rileggere le poesie di Calle del vento, la raccolta che Diego Valeri pubblicò nel 1975, un anno prima della morte, nella collana Lo Specchio di Mondadori. Valeri, che era nato a Piove di Sacco il 25 gennaio del 1887, aveva allora 88 anni. Stupisce lo sguardo ancora curioso sul mondo, la freschezza del movimento che emana dai versi, la meraviglia di fronte ai quotidiani accadimenti.

Diego Valeri

I versi di Diego Valeri interrogano spesso la natura, anzi si posano su di essa, scoprendola abitata da semplicissimi eppure affascinanti, quasi miracolosi eventi: “C’è una carezza d’aria nell’aria, / un bagliore di sole / nel cielo senza più sole. / Queste sono le indicibili sere / della mezza estate” oppure “Un così grande bosco, un così grande / silenzio, per un uccellino / da nulla, talmente minuto / di corpo e di voce…”

La poesia di Valeri costituisce una lettura di grande interesse ancora oggi. Sono vicini alla sensibilità dei lettori di oggi il tono mai compiaciuto, il rifiuto di ogni oscurità, anzi una ricerca quasi ossessiva della luce, la leggerezza del linguaggio, raffinato e colloquiale insieme, l’asciutta determinazione delle immagini. Eppure i suoi versi sono assenti anche dalle antologie scolastiche, dove pure avrebbero diritto di cittadinanza, per la loro anacronistica contemporaneità, soprattutto linguistica.
Non si deve però credere che la poesia di Valeri risulti in fondo inconsistente nel suo nitore o che il suo sguardo meravigliato invogli unicamente a una felicità senza pieghe né chiaroscuri. Il passo di Valeri cammina con leggerezza verso il nulla, che poi in fondo si manifesta come la sola verità dell’esistenza. Come scrisse con felice intuizione il poeta Carlo Betocchi già nel 1937, “la migliore poesia di Valeri è delicatissimamente situata in una pausa, tra due estremi”. A questa pausa, tra la fragile bellezza del vivere e la condanna inequivocabile all’inconsistenza delle cose e delle vite, si aggrappa la poesia di Diego Valeri fino alle ultime prove, come dimostra la poesia che di seguito trascrivo.Giù al fondo della valle
c’è il fiume e c’è la strada.
E c’è pure l’omino, eccolo là,
che cammina col fiume,
e poi si ferma e sta.
E’ un punto, un nulla. Ma fa quel che vuole:
sempre nel giro del nulla, si sa.