Bartolo Cattafi, la poesia sotto il segno dell’imprevisto

A proposito ancora del mestiere di poeta, credo sia giusto rileggere uno scritto autobiografico di Bartolo Cattafi, che risale ai primi anni Settanta. Cattafi entra a pieno diritto in questo blog, che ospita spesso parole di poeti dimenticati: del poeta nato a Barcellona Pozzo di Gotto, che quest’anno compirebbe novant’anni non fosse stato portato via da un male incurabile già nel 1979, c’è poca traccia nella memoria dei nostri smemorati tempi e nelle antologie, scolastiche e non, che tratteggiano un indice e propongono un compendio della storia poetica del secolo scorso. Suonano perciò infauste, oltre che veritiere e ancora attuali, le considerazioni di Carlo Bo, pronunciate in occasione di un convegno all’indomani della morte del poeta: “Quando si tireranno le somme del libro della poesia del Novecento, a Cattafi spetterà un posto privilegiato e, ciò che più conta, ottenuto esclusivamente con le sue forze. Si vedrà che a volte vale assai di più una parola tesa all’assoluto che una fondata sul calcolo e su un’avvilente speculazione delle opportunità. Un caso unico, lo ripetiamo, e sarebbe giusto che tutti ormai lo riconoscessero”.

Bartolo Cattafi fotografato da Walter Moli nel 1972

Il riconoscimento insomma tarda ad arrivare. Arriva per ora la notizia felice della prossima ripubblicazione del libro delle Poesie 1943 -1979, edito nel 1990 nella collana dello Specchio di Mondadori a cura di Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni.
Tornando alla sua pagina autobiografica, Cattafi scrive, a proposito delle sue prime prove poetiche avvenute nel mezzo della guerra: “Le mille cose che quella snervante primavera mi proponeva erano magicamente gravide di significati, ricche di acutissime, deliziose radiazioni. Come in una seconda infanzia cominciai a enumerare le cose amate, a compitare in versi un ingenuo inventario del mondo”.
Nell’immagine dell’ingenuo inventario del mondo, nella capacità di posare lo sguardo su oggetti minuti e situazioni marginali apparentemente insignificanti, e ricavarne, con lucida e temeraria chiarezza, necessità assolute, è la forza e la caratteristica forse prevalente della sua poesia.
“La storia dei miei versi – scrive ancora Cattafi – non può che coincidere con la mia storia umana. Rifiuto e considero vietate le fredde determinazioni dell’intelligenza, le esercitazioni (sia pure civilissime), le sperimentazioni che furbescamente o ingenuamente tentano l’impossibile colpo di dadi”.
Si tratta di una trasparente dichiarazione di poetica, sostenuta con coraggiosa consapevolezza in anni di sperimentalismo e di astruserie verbali.
“Non mi riesce di capire il mestieredi poeta, i ferri, il laboratorio di questo mestiere. Quella del poeta è secondo me una pura e semplice condizione umana, la poesia appartiene alla nostra più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini. Di là dagli schemi mentali, dalle velleità, dalle frigide volizioni e dalle sapienti masturbazioni, la poesia nasce sotto il segno apparente dell’imprevisto (vi sono misteriose maturazioni, catalizzatori non sempre identificabili, forze e forme insospettate che si liberano rompendo lo stato di quiete, che scattano e si scatenano secondo le linee d’un disegno naturale a cui bisogna con coraggio arrendersi, individuandolo e potenziandolo, per quanto consentito, con accorta vigilanza in mezzo alla selva allettante degli inganni, dei miraggi, delle false rappresentazioni). Poesia è dunque per me avventura, viaggio, scoperta, vitale reperimento degli idoli della tribù, tentata decifrazione del mondo, cattura e possesso di frammenti del mondo, nuda denuncia del mondo in cui si è uomini, cruento atto esistenziale”.
Da scrivere sui muri. Da far copiare e mandare a memoria ai molti poeti e ai pochi lettori di oggi. Da raccontare ai ragazzi.

Professione: poeta

Quando si fa riferimento a un cantautore, semmai particolarmente apprezzato dal pubblico, si parla di lui spesso concedendogli l’appellativo di poeta. Succede anche quando si tratta di artisti che hanno firmato le musiche delle loro canzoni e non hanno mai scritto un testo. Del resto, amiamo dire che un regista cinematografico è un poeta se le immagini che confeziona e ci propone sono particolarmente evocative e affascinanti; o che un attaccante di una squadra di calcio è un “poeta del gol” se trova, pallone al piede, soluzioni impreviste e fantasiose.

In tutti questi casi, l’appellativo di poeta qualifica in positivo un modo di esprimersi, attraverso la propria opera o i propri comportamenti, genialmente immaginoso e inusuale.

Il poeta Costantino Kavafis

Rimarremmo però con l’aria stupefatta e imbarazzata di fronte a qualcuno che, alla domanda “scusi, ma lei che lavoro fa?”, rispondesse “il poeta”. E’ forse un mestiere scrivere versi? corrisponde ad una figura sociale riconosciuta e ben individuabile?
In effetti qualsiasi poeta identificato come tale, che abbia all’attivo la pubblicazione di più di una raccolta di poesie, aggirerebbe la domanda facilmente, fornendo uno status identificativo, forse meno vero ma sicuramente, agli occhi di un possibile interlocutore, più concreto. Valerio Magrelli, Biancamaria Frabotta, Alberto Bertoni, Roberto Deidier risponderebbero di essere professori universitari, Franco Marcoaldi e chissà quanti altri di fare il giornalista, Mariella Bettarini di essere stata, come Giorgio Caproni, maestra elementare, Claudio Damiani di insegnare in un istituto superiore. E comunque quasi tutti potrebbero dire, così da evitare ritegno ed impaccio, di essere critici letterari.
Di certo sulla carta di identità di nessuno di loro appare la qualifica di “poeta”.
Solo Costantino Kavafis, negli ultimi mesi della sua vita, riuscì ad ottenere che il suo mestiere fosse scritto chiaramente sul documento di riconoscimento. Professione: poeta. Pare ne andasse molto fiero.

Il maestro elementare Giorgio Caproni

 Antonio Debenedetti, in un’intervista televisiva, racconta di essere stato allievo di Giorgio Caproni. Suo padre Giacomo, il ben noto critico letterario, l’aveva lasciato lungamente in giardino mentre era a colloquio con Benedetto Croce. Il piccolo si era ammalato e così Caproni, al fine di sdebitarsi per i consigli ricevuti da Debenedetti padre in merito alla traduzione della Recherche a cui stava lavorando, si era proposto di fare da maestro al bambino nei lunghi mesi invernali in cui sarebbe stato assente dalla scuola. Erano gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale.
“Con lui non è che si facessero proprio delle lezioni – ricorda Antonio Debenedetti –. Per esempio scrivevamo delle poesie a due voci oppure insegnava le divisioni attraverso una specie di filastrocca. Era un maestro straordinario e ironico”.

Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

Caproni è stato maestro elementare. Aveva iniziato a insegnare nell’anno scolastico 1935-36 a Rovegno. Trasferitosi a Roma, fu alle scuole elementari Pascoli e poi alle Crispi di Monteverde Vecchio. Vincenzo Cerami, che frequentò a lungo il poeta livornese, lo ricorda in un articolo di qualche anno fa come un maestro molto amato, che usava metodi singolari di insegnamento. Per esempio, scrive Cerami, “i bambini entravano in classe e si trovavano già seduto in cattedra un Caproni teso e preoccupato che subito chiedeva aiuto. Diceva: ragazzi, sono rovinato! Oggi dobbiamo studiare le campagne di Napoleone e non mi sono preparato abbastanza. Se lo sa il direttore scolastico mi licenzia. Come si fa? I bambini, impietositi dal furbo maestro, lo tranquillizzavano e gli rispondevano: non preoccuparti, maestro, ti aiutiamo noi a studiare Napoleone. Ti leggiamo il capitolo a voce alta così se entra il direttore vede che tu sei preparato e non ti licenza”.

Una volta si fece trovare indaffarato, mentre con il metro misurava la lavagna. “Il direttore vuole sapere la superficie della lavagna – disse il maestro – e non ricordo come si fa a calcolarla”. Base per altezza, suggerì qualcuno. “Perché?” chiese pronto Caproni. Ne nacque un’interessante discussione.
Caproni “era quasi un fratello maggiore per i suoi alunni”. Scrive Cerami che chi terminava per primo un problema o una composizione d’italiano, veniva mandato a comperare un quotidiano e i canestrelli. Con essi infatti venivano premiati il primo e l’ultimo degli scolari, quasi a sottolineare che ai suoi occhi avevano lo stesso merito.
“Aiutava tutti, soprattutto chi era in difficoltà. Si intratteneva spesso con i ragazzi anche dopo l’orario scolastico, e non era contento finché tutti non avessero capito. Era sempre di un’allegria contagiosa, faceva studiare le poesie a memoria, ma ai suoi alunni non disse mai di essere lui stesso un poeta”.
Chissà se oggi, in una scuola troppo spesso asservita a farraginose pratiche burocratiche, il maestro elementare Giorgio Caproni avrebbe modo di utilizzare la sua ironica leggerezza, così capace di suggerire grandi contenuti, il suo animo di violinista, la profonda umanità di chi crede che la scuola debba servire proprio a tutti per essere migliori, ma soprattutto a chi della scuola sembrerebbe non sapere che farsene. Certo servirebbe almeno un Caproni in ciascuna scuola di ogni ordine e grado. Così, tanto per dare un’opportunità anche all’alunno svogliato, seduto all’ultimo banco, con il quale è inutile sforzarsi, “tanto non capisce”. O per vedere visi sorridenti di fronte a una poesia o a un problema di matematica.

Josip Osti, poeta di Sarajevo

Una delle pagine più tristi della storia europea degli ultimi decenni è stata ricordata con la solita distratta e frettolosa modalità che nel nostro paese, e forse nella nostra civiltà, si riserva agli avvenimenti che disturbano le nostre coscienze e che contrastano con il desiderio di vivere comunque in superficie. La guerra in Bosnia ed Erzegovina cominciò nell’aprile di venti anni fa. L’assedio della città di Sarajevo divenne il cupo simbolo di un conflitto atroce e per tanti versi inspiegabile. A poche centinaia di chilometri dalle nostre coste venivano cancellati decenni di convivenza pacifica di fedi ed etnie diverse, che nella città bosniaca avevano avuto modo di confrontarsi e di dare vita a una cultura ricca ed originale.
Osti a Pistoia nel 2006 (foto Andrea Pecchioli)

Uno dei grandi interpreti di quel dramma è stato senza dubbio il poeta Josip Osti, nato a Sarajevo nel 1945, e che allo scoppio della guerra si trovava in Slovenia, dove tuttora vive tra Lubiana e il piccolo paese di Tomaj, a poche decine di chilometri dal confine italiano. Osti, durante il conflitto, pubblicò due libri di versi: Il libro di Sarajevo dei morti, pubblicato in Italia da Theoria nel 1997, e Il timbro di Salomone, nel nostro paese poi raccolto insieme ad altre liriche all’interno del volume L’albero che cammina, edito da Multimedia nel 2004. Entrambi i libri vennero inizialmente pubblicati nella doppia versione in serbo-croato, la lingua d’origine di Osti, e in sloveno.

Josip Osti è uno dei massimi esponenti del ricco panorama letterario dei paesi che sono nati dalla dissoluzione della Jugoslavia. Il suo mondo poetico si nutre di immagini e di situazioni semplici, tratte da vicende della vita quotidiana, spesso sviluppate attraverso un una modulazione di carattere narrativo. Il tono, apparentemente dimesso e senza dubbio di sobria inflessione, si produce improvvisamente in un lirismo di grande potenza evocativa, che nasce sempre dalle piccole cose, dai minimi accadimenti di ogni giorno, lasciando emergere da essi significati profondi e inaspettati.
E’ il caso, ad esempio, della poesia che riporto di seguito, tratta da Il timbro di Salomone. La traduzione è di Jolka Milic.
Non c’è più la tabaccheria all’angolo

Non c’è più la tabaccheria all’angolo. La tabaccheria
intorno alla quale ronzavo per giornate intere cercando
di vincere l’indomabile pudore giovanile, fino a quando non mi
feci coraggio e andai a comprare il mio primo preservativo.
Non c’è la vecchia tabaccaia che dalla mia mano sudata e
tremante prese la banconota e me lo diede con lo stesso gesto
lento con il quale mi consegnava anche le sigarette, comprate a
pezzo, per mia madre. Non c’è più la profonda voce vellutata
con la quale mi chiamò, come chiamava tutti quelli che
dimenticavano di ritirare il resto. Non c’è più il suo viso bonario
che pareva non cambiasse mai. Era uguale anche quando, dopo
parecchi anni, con l’eletta del mio cuore acquistai da lei qualche
dozzina di preservativi, pretendendo perfino quelli più grandi e
colorati che dopo, ridendo e scherzando, avevamo gonfiato
ornando con essi la stanzuccia dove festeggiavamo il capodanno.
Non c’è più la tabaccheria all’angolo, come non c’è più la metà
degli edifici del rione dove una volta abitavo.
(da L’albero che cammina, Multimedia edizioni)

FINIO DE ZOGAR di Andrea Longega (Il Ponte del sale)

Andrea Longega pubblica il suo quarto libro, anche questo in dialetto veneziano, nelle raffinate edizioni de Il ponte del sale. Finìo de zogàr è una raccolta intensa, di rara forza espressiva, che nasce, si direbbe, dal basso, dal tono sommesso che l’autore predilige e da uno sguardo ravvicinato su oggetti e uomini. Ma se è vero come scriveva Karl Kraus che “quanto più da vicino si osserva una parola, tanto più lontano essa rimanda lo sguardo”, allora la parola di Longega, che ostinatamente si muove nei luoghi più prossimi, diventa specchio e paradigma di una vasta, universale vicenda di gioia e di dolore. Allo stesso modo il dialetto utilizzato che, come scrive lo stesso autore, “accoglie semplificazioni e italianizzazioni, tuttavia conserva ancora memoria del passato, di molti termini e modi di dire assimilati da genitori e nonni”, è dunque lingua degli affetti e della vicenda familiare, attraverso cui si può parlare di sentimenti e di un mondo circoscritto, così ricco però di qualità e moralità, che la lingua italiana tenderebbe a sminuire, producendo un effetto di eccessivo slittamento sentimentale.
Attraverso l’uso del dialetto “semplificato”, non lingua della comunicazione ma della memoria e degli affetti, Longega può far scivolare le parole sui piccoli eventi del quotidiano, sugli insignificanti equivoci che puntellano la storia personale, può ricostruire eventi familiari che a prima vista apparirebbero marginali, fare leva su quelle emozioni che non trovano più diritto di cittadinanza sulla pagina letteraria. Può cioè ancora stupirsi, commuoversi, turbarsi, provare pietà, intenerirsi, senza che questo risulti imbarazzante per chi legge o per chi scrive, ma anzi ottenendo un effetto di trasparente innocenza e di grande incisività. La vita si anima così di un dialogo minimo e straziante, anche di fronte alla malattia e alla morte della madre, a cui sono dedicate numerose liriche, dove oggetti d’uso quotidiano e domande universali sono messi in relazione e si contaminano attraverso il tono pacato e cantilenante dei versi: “Merli che ve sento / prima che fassa matina / parléme co la vostra / vose prima, come fusse / la nòte de Nadal. / Conteme del mondo / (savé de la Elvira? De la so tuta / de cinilia?) / e de quelo che ne l’aria / e in mèzo ai rami / se tramanda”.
Longega è capace di affrontare, come ricorda Vivian Lamarque nella partecipe introduzione al volume (“le mie poesie – scrive in apertura – amano molto le poesie di Andrea Longega”), i grandi temi della vita e della morte, sempre con una grazia che riesce a restituirci tutta la sofferenza e tutta la bellezza di cui sono intrise le nostre esistenze e che sembra vogliamo dimenticare: “Xe cussì semplice / nasser e morir / che tutto el resto me par / inutilmente complicà”.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Lo spettro di Manzoni

Cosa faccio leggere ai miei alunni? La domanda si ripropone ad ogni inizio d’anno scolastico. Ogni volta, non so fornire una risposta che risulti pienamente soddisfacente. Vorrei qualcosa di nuovo, che sappia far capire ai giovani lettori, senza immiserirli, che la letteratura non è solo roba di secoli fa, che parla anche a loro, ad ognuno di loro. Mi sforzo, credetemi, penso e ripenso, chiedo consiglio. Ci metto tutto l’impegno. Ma sulla scelta presto incombe lo spettro di Alessandro Manzoni. Il suo romanzo l’abbiamo letto tutti tra i banchi di scuola, nei cui programmi entra di prepotenza addirittura già negli anni Ottanta dell’Ottocento. Le ragioni del successo scolastico sono chiare: I promessi sposi è opera utile per affinare lessico e sintassi e risulta un insieme pedagogico di rara potenza: patriottismo, storia, valori religiosi e morali, considerazioni sui rapporti di forza nella società, personaggi buoni e cattivi su cui proporre sermoni edificanti, ecc. Insomma già alla fine del XIX secolo il romanzo del lombardo irrompe sulle caute mattinate scolastiche (insieme a Cuore di De Amicis, adatto ai più piccoli e che resiste però solo fino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso) per non più abbandonarle.

manzoniDeve essere per questo che Manzoni popola i miei incubi di insegnante. Appena penso a un romanzo da far leggere al biennio delle superiori (che so, per non allontanarmi troppo dal repertorio storico, potre provare con La Storia di Elsa Morante o Metello di Pratolini, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, o addirittura Sostiene Pereira di Tabucchi) ecco presentarsi lo spettro, accompagnato da una schiera inquieta di anime di insegnanti a spiegarmi che senza quella lettura (“tagli pure qualcosa, la capisco” mi rassicura il padre del romanzo italiano) contribuirò a formare alunni disadattati e insolenti, che non sono cresciuti animati da buoni propositi perché non si sono emozionati per le lacrime di Lucia o per la conversione dell’Innominato, non hanno avuto modo di considerare quanto sia grande la misericordia di Dio, né hanno gioito, sia pure con qualche esitazione, mentre don Rodrigo sul letto di morte cerca inutilmente di richiamare al capezzale i suoi servitori. E che dire di don Abbondio? Come fa un ragazzino di quindici anni a non riflettere almeno una volta sul paragone del vaso di terracotta che viaggia in compagnia di molti vasi di ferro?

Lo spettro arringa con toni severi. Le anime degli insegnanti (del purgatorio? ma mi sembra di riconoscere qualche professoressa ancora in vita) mi squadrano con sguardi truci. Una prof bassina, pallida quanto basta alle circostanze, mi aggredisce: “E chi è poi questo Tabucchi? Avesse almeno detto D’Annunzio!”. Io cerco di difendermi: solo per quest’anno, dico a testa bassa, per provare, poi tanto lo so che dovrò fare marcia indietro, assalito dai sensi di colpa e dalla collera dei colleghi. Loro mi guardano sgomenti. Manzoni scuote il testone: non approva.

Io la mattina dopo entro in classe e dico subito ai ragazzi, così mi tolgo il peso, di portare per la prossima lezione una copia de I promessi sposi. “Ma ci aveva detto – azzarda la biondina al primo banco – che avremmo letto altro”. “I promessi sposi bisogna conoscerli” dico io convinto. “Ma non sono nell’elenco dei libri di testo” si sente sussurrare dai banchi di fondo”. “Non importa – concludo – a casa vostra o dei vostri nonni ce ne sarà sicuramente una copia”.

Le parole della poesia

Spesso le parole nella poesia seguono un loro percorso autonomo, quasi che le scelte lessicali fossero indipendenti dalla volontà di chi scrive. Si attraggono, si sistemano in una posizione a loro conveniente, in un ordine che non potrebbe risultare diverso, e che pure non è suggerito da nessuna spinta che sia unicamente razionale. O al contrario si respingono: semmai solo in quell’occasione e in quel verso ci dicono che non possono stare insieme, non si sopportano, malgrado nulla, nessuna regola grammaticale o sintattica, ne impedisca la convivenza. E’ anche per questo che parte del significato della poesia sfugge a chi ne è l’autore, che è perciò costretto a porsi dinanzi al proprio testo con lo stesso margine di inconsapevolezza e di curiosità di ogni altro lettore.
Le parole si impongono attraverso una loro fisicità, sono quelle e solo quelle e solo in quella determinata posizione a essere giuste, anche se non ci è chiaro perché non siano rimpiazzabili né perché non possa essere modificata la loro posizione.
Scrive Giovanni Giudici in quel volumetto davvero straordinario che è Andare in Cina a piedi: “Ci sono situazioni del discorso poetico in cui l’uso di certe parole o espressioni si rivela del tutto fuori luogo; e questo non per una qualche regola formulata, fissata e dunque apprendibile, ma per altre e più profonde ragioni di sostanza che toccano l’intima natura della lingua, la sua fisiologia, i suoi interni equilibri”.
Tutto ciò è vero soprattutto per le rime. Una parola in rima è capace di suggerire un tragitto inaspettato, una nuova meta. Eravamo diretti in una direzione e la rima ci fa curvare, ci porta in un altro verso.
Ecco Leopardi nello Zibaldone: “Ne’ versi rimati, per quanto la rima paia spontanea, e sia lungi dal parere stiracchiata, possiamo dire per esperienza di chi compone, che il concetto è mezzo del poeta, mezzo della rima, e talvolta un terzo di quello, e due di questa, talvolta tutto della sola rima. Ma ben pochi son quelli che appartengono interamente al solo poeta, quantunque non paiano stentati, anzi nati dalla cosa”.
Negli ultimi decenni la poesia ha rinunciato di fatto alla rima. I poeti vogliono forse pieno controllo anche su quella mezza parte del significato che sarebbe, come assicura Leopardi, di pertinenza della rima stessa. In questo modo però viene meno quella possibilità di dirottamento che porta verso inaspettati punti d’arrivo.

IL LETTO VUOTO di Alberto Bertoni (Nino Aragno Editore)

“So solo che da oggi sto sospeso / in questo limbo orfano / e ci annego / galleggiando avanti e indietro / disancorato da tutto il mio status / senza più tempo né cielo”. I versi, tratti dalla poesia Successione, possono servire a introdurci nel vivo dell’ultimo libro di poesie di Alberto Bertoni, Il letto vuoto, pubblicato da Nino Aragno Editore. Bertoni si conferma poeta in possesso di un grande controllo del mezzo espressivo, di una lingua sempre in bilico tra lirismo e parlato, comunque attenta all’aspetto comunicativo dell’esperienza poetica. 
L’assenza a cui fa riferimento il titolo è data dalla scomparsa della madre, che segue di pochi anni a quella del padre, a cui erano in gran parte dedicate le liriche della precedente raccolta Ricordi di Alzheimer. Il “limbo orfano”, in cui l’autore si trova costretto è un luogo segnato dalle assenza delle persone care (tra queste c’è da ricordare il poeta Giovanni Giudici, la cui presenza ritorna nei versi della raccolta, figura centrale nella formazione artistica ma anche negli affetti di Bertoni), ma anche dall’impossibilità, realizzata la mancanza di punti solidi di riferimento, di trovare una propria collocazione soddisfacente, di sentirsi comunque artefice di un destino. Il futuro è destinazione senza senso, si è padroni, infatti solo del passato, e al passato Bertoni declina spesso i suoi versi, cercando in giorni lontani una ragione dell’esistenza. Ma la memoria non regge ai colpi del trascorrere del tempo e del degenerare delle cellule, non può essere un riparo, anzi diventa tessuto che si scompone e si sfilaccia, è un contenitore dove gli oggetti si accumulano alla rinfusa e si deteriorano, una cassapanca che raccoglie “pure cianfrusaglie”. A nulla vale cercare di mettere ordine, nemmeno la poesia è utile a riorganizzare il passato, può solo costatare il disgregarsi di ogni realtà, con l’inevitabile risultato che il letto rimane appunto vuoto: “Però neanche adesso lo risolvo questo vuoto / semplicemente mettendo a posto / un oggetto o quell’altro”. 
Le diverse raccolte poetiche di di Bertoni contribuiscono a comporre una sorta di autobiografia in versi (i modelli novecenteschi sono senz’altro Saba e Giudici), disposta sulla linea di una perdurante fedeltà ai luoghi della giovinezza e alle persone che quella età hanno animato e resa indimenticabile. In una delle prose che contrappuntano le liriche e che facilitano il lettore nel collocare i versi in una geografia, Bertoni scrive che “qualcuna” dovrà pur spiegargli cosa significa nel nostro mondo essere adulti: “praticare gli acquisti più scaltri, essere un top troppo presto scavalcato o insegnare a dei figli straviziati la correttezza politica o animale?”. 
La confessione di cui Bertoni ci rende testimoni è senza veli, nulla evita o aggira, eppure risulta estremamente pudica, come se il protagonista volesse in fondo dirci che nessuna vita può veramente aspirare a spiegare l’esistenza, nemmeno quella di chi scrive: “Vacilla allora il corpo / privo già di sguardo / la testa che sbatte sul duro / ed è pensiero nudo / col suo odore di cenere, la ruggine del tempo / mentre m’infilo in un dedalo di strade secondarie / finché un banco di nebbia non m’inghiotte / e che vada o non vada / viva o non viva / non riguarda più nessuno / me stesso tantomeno”. 
Pur in questo paesaggio senza consolazione, la poesia di Bertoni ha il pregio di farci amare il mondo che descrive, di farlo apparire in qualche modo leggendario ed eroico. In esso tornano, oltre alle figure di cui si è detto, altre componenti abituali, già presenti nelle precedenti raccolte: il Modena calcio, l’Inter, i campi di bocce, dove il nonno “per eccesso di pudore, si limitava a guardare le sfide degli altri”, la città di Modena, spesso soffocata dal caldo estivo, lo scrittore Delfini, modenese anch’egli come Bertoni (e a Delfini è dedicata l’ultima prosa e l’ultima poesia del libro, un piccolo ritratto struggente e intenso, che vuole quasi indicare una ulteriore discendenza, rivendicare un’appartenenza). C’è poi il trotto, naturalmente, passione sempre viva tra i miti di Bertoni (come dimenticare una precedente raccolta dal titolo inequivocabile Ho visto perdere Varenne?) che offre appiglio ad una amara, ironica considerazione nella lirica Un purosangue di Longchamp (che, sia detto per inciso, è una pista adatta ai campioni, dove tra l’altro corse l’ultima sua gara il mitico Ribot): “Intanto è passata un’altra / estate, mia madre l’ho / ricoverata per demenza / e siccome conosco abbastanza, poverina / la genealogia equina / so che due brocchi trottatori / come i miei genitori / potranno fare tutto / ma non un purosangue di Lonchamp”.
(articolo pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Paul McCartney marina la scuola

E’ stato pubblicato in questi giorni Il libro bianco dei Beatles (Giunti editore), volume che raccoglie una serie di aneddoti e curiosità, legati alle oltre 200 canzoni del popolare gruppo inglese che rivoluzionò la storia del rock e, con essa, la storia del costume. Ne è autore Franco Zanetti, direttore del sito rockol.it, che vuole in questo modo ricordare la prima incisione dei Beatles, che risale al 4 settembre del 1962, esattamente cinquanta anni fa.
I Beatles nel 1962
Quel giorno quattro ragazzi allora sconosciuti entrarono negli studi londinesi della Emi in Abbey Road per registrare la canzone Love Me Do. Il libro rivela che il brano era stato composto, pare qualche anno prima, da Paul McCartney un giorno che aveva marinato la scuola. Considerato che si tratta dell’inizio di un’avventura che avrebbe trascinato la musica e la società in una nuova dimensione, possiamo supporre, con un po’ di fantasia, che se quella mattina McCartney avesse deciso di fare il bravo ragazzo, forse tutto il corso degli eventi avrebbe preso un’altra direzione. Comunque è divertente pensare che una delle svolte culturali più significative del Novecento nasca da un’assenza ingiustificata a scuola.
Immagino che la mattina successiva il professore di inglese abbia scorso con piglio severo l’elenco dei nomi sul registro e abbia apostrofato il giovane allievo: “McCartney, non le sembra di esagerare con le assenze?”.
“Ieri ho scritto una canzone, professore – potrebbe aver risposto il giovanissimo Paul, fidando sulla sua faccia da bravo ragazzo -. Vuole leggerne il testo?”
“Faresti meglio a pensare alle cose serie – avrà ribattuto l’arcigno insegnante – invece di perderti dietro a impossibili sogni musicali”.

L’età della musichetta

 

Gli spazi vuoti devono essere riempiti. I silenzi resi inoffensivi, colmati senza nessuno sconto da qualche presenza sonora. Quando è cominciato tutto questo? dieci anni fa? quindici? Da allora al ristorante, una sequenza musicale ininterrotta accompagna i nostri bocconi, al punto che risulta impossibile parlare con chi ci sta di fronte senza essere costretti ad urlare. Persino l’attesa dal dentista è funestata da un’insulsa musichetta in sottofondo, la stessa che vorrebbe allietare, ma con una ripetitività ossessiva che conduce presto alla prostrazione, l’intervallo tra la nostra chiamata telefonica e il contatto vocale con l’interlocutore con cui abbiamo necessità di parlare. Durante la partita di basket, nell’intervallo di quella di calcio, gli altoparlanti sparano a pieno volume i successi del momento e le pubblicità di sempre. C’è musica dappertutto: non l’abbiamo voluta, ma siamo costretti ad ascoltarla. Altro che società dell’immagine: questa è l’età della musichetta.
Gli spazi vuoti si occupano anche in altri modi. Per esempio, rispetto a trenta o quaranta anni fa, la velocità con cui parliamo è forse raddoppiata. Basta riascoltare un’intervista televisiva o radiofonica, o meglio un giornalista che sciorina le notizie al telegiornale: le parole si susseguono con spietata rapidità, tanto che risulta impossibile inserire tra di esse una riflessione, bisogna evitare qualsiasi commento. I commenti e le riflessioni li fanno altri: i telecronisti sportivi, che non lasciano nessun attimo dell’evento cui stiamo assistendo senza l’accompagnamento di parole.
Abbiamo paura delle pause. Le nostre giornate diventano, in questo modo, una lunga sequela ininterrotta di frasi e fraseggi, rumori, musiche, canzoni.
Il contrario di questo brusio di fondo, del ritmo cadenzato e molteplice che accompagna e sovrasta le nostre azioni quotidiane, non è il silenzio. Quello che manca è proprio la parola che vuole davvero dirci qualcosa, e la pausa che le fa seguito. Ci mancano le parole e i silenzi di chi ci sta accanto mentre prendiamo il caffè, del centralinista che ha risposto al telefono, del commesso in un negozio.
Quello che manca alle nostre giornate non è il silenzio, ma la comunicazione spicciola e serena, il parlare sommesso, a volte lento, a volte più concitato, reso insomma espressivo dal silenzio.
La poesia, con i suoi a capo ingiustificati, con gli enjambements improvvisi, con il ritornare pigro all’inizio del rigo, lotta perché la parole abbiano lo spazio e il tempo necessari per dirci qualcosa.