Cucine e altri universi. La poesia di Roberto Amato

Tempo fa mi fu chiesto un intervento per un libro sulla poesia di Roberto Amato. Quel libro non è stato poi pubblicato. Questo è il mio scritto.
In luoghi confinati, insieme familiari e misteriosi, si muove la poesia di Roberto Amato. La geografia di Le cucine celesti si sviluppa a partire da interni segnati dal trascorrere del tempo, da stanze ingombre, da cucine dove le donne si muovono con armoniosa e circospetta solerzia, da giardini immediatamente a ridosso delle case. Sono le terre conosciute e quotidiane, ma allo stesso tempo mitiche e dunque leggendarie, sulle quali agiscono personaggi dai nomi e di volti familiari, non si sa se veramente presenti o se vivi solo nella memoria.
Le cose, attestate in luoghi prossimi e consueti, e ancora di più i corpi degli uomini e degli animali, e le loro appendici, non sembrano però soddisfatti della loro posizione, o forse non sono del tutto consapevoli della condizione che loro attiene. Ci restituiscono infatti, come in un evocativo e incantato gioco di specchi, l’immagine di altre forme, di spazi lontani e sconosciuti, di sconfinate praterie siderali e di costellazioni. Il figlio Lapo, uno dei tanti personaggi di quel lessico familiare che si propone costantemente al lettore, si accorge “fin dal primo vagito” che il padre ha le mani fatte d’aria e che “nel vestito / non c’era quasi niente”, tranne la voce che è chiusa “nella bambagia della barba finta / e lunga / e sfusa / come i pappi dell’Orsa / e le lattigini / delle folte comete”.
Roberto Amato
Sembra insomma che uomini e oggetti non riescano a stare al loro posto, e che, situati davanti agli occhi del poeta, facciano di tutto per confondere la visione, per scivolare in territori a cui non appartengono, per evaporare verso l’alto, in cerca di un luogo diverso, del punto d’approdo a cui credono di essere destinati. Succede perciò che ancora la barba “è un cavolfiore così morbido / si svolge per tutto il firmamento // (per il dolce e fatale / Principio della Levitazione Universale)”.
Il Principio della Levitazione Naturale è, a ben guardare, il contrario della legge di gravità: per esso insomma le cose tenderebbero ad andare verso l’alto, a ritrovare una loro identità e un loro posto accanto alle nuvole, a contatto con uccelli e astri celesti. Il mondo terreno aspira a una leggerezza che si intravede nella difficoltà di uomini, animali e cose ad accettare la loro condizione e il loro posto. Tutto questo permette anche un fitto dialogo tra gli elementi, non importa di quale regno fisico essi facciano parte.
Nella poesia di Amato le presenze della natura lontana e quelle del mondo familiare, le figure varie, animate e non, che compongono la realtà di ogni giorno, si scompongono e si sovrappongono. Così in una drogheria la vegetazione nelle sue varie forme, ma anche gli animali e soprattutto gli uccelli, possono fare capolino tra alici sfilettate, prosciutti e capocolli. L’incanto non è solo nella mente di chi vede e poi restituisce gli elementi e la narrazione della visione, ma ingrediente stesso del mondo, che si presenta a noi confuso e disordinato, imperfetto o forse fornito di una perfezione che non abbiamo gli strumenti per intendere ed afferrare. Accade così che il droghiere che dovrebbe “dividere il creato negli scaffali”, finisce per fare confusione, per mescolare prodotti e cose provenienti da settori e da mondi diversi.
In effetti, quelle che a prima vista possono apparire immagini metaforiche, termini di paragone utili a comporre una figura retorica, nella lingua poetica di Amato entrano a far parte della realtà a pieno diritto, si sistemano con forza e convinzione accanto agli oggetti che per più antica consuetudine appaiono collocati nel posto che gli spetta. E’ così che drogheria e cucine (che sono appunto, non dimentichiamolo, celesti, mettendo insieme l’alchimia quotidiana e tanto concreta della lavorazione del cibo con la spirituale evanescenza delle presenze immateriali e incorporee) diventano gli spazi dove si manifesta una speciale mitologia poetica, i luoghi protetti dove si mescolano ingredienti diversi e inusuali, per dare luogo a qualcosa di inaspettato, a volte di meraviglioso. Gli oggetti non sono nemmeno i correlativi di una nostra condizione esistenziale o i segnali di un sentimento comune universale, sono ancora se stessi, provocatoriamente e assurdamente se stessi, ma scivolati o appunto levitati verso un mondo altro, sorprendente e vago, o forse finalmente restituiti ad esso.
C’è qualcosa di limitato nella nostra condizione di uomini, se ci sforziamo con tanta determinazione perché la realtà non ci confonda con la sua insensatezza, se cerchiamo in ogni modo di essere concilianti con la visione parziale e circoscritta di quanto ci accade intorno, se della vita evitiamo con cura le vertigini, gli spostamenti di senso, i deragliamenti, gli sbandamenti, così provvidi e normali dice la poesia di Amato, dall’una all’altra condizione naturale: “… ma questo tempo incomprensibile / per noi che non abbiamo le ali / e che stupidamente / non dormiamo sugli alberi…”.
Naturalmente tra gli uomini c’è chi si mostra inadatto a comprendere, e sono i più, coloro che vanno sicuri delle loro certezze, della stabile e ordinata composizione della realtà: “Ho contemplato una balena / e mi pareva l’orsa / con un cesto di pesci e di comete // ho chiesto a un vecchio prete cosa fosse / quel carico di stelle // lui rimbambito / (si contava i bottoni della veste) / disse che non aveva visto niente”.
L’età dorata dove è possibile che la confusione dei ruoli e dei mondi diventi sistema ed anzi si manifesti, come se fosse norma, nella sua ovvietà e nella pienezza della significazione, è naturalmente l’infanzia. E’ quello il periodo in cui possiamo crederci uccelli, fare prove di volo dimenando le braccia, correre e saltare fingendo di essere animali. Ed è l’età verso la quale la poesia di Le cucine celestisempre fa ritorno, non per farne pascolianamente l’eden irricostruibile degli affetti, o anche lo strumento privilegiato della conoscenza: per Amato l’infanzia è la sola età in cui veramente si vive, in cui i mondi si rappresentano in un disequilibrio che non può essere messo in discussione, in cui il tempo non è un susseguirsi ordinato e irreversibile, ma compresenza di passato e presente. “… e cammina cammina / io in qualche posto andavo / e seminavo da per tutto / i fazzoletti / i piccoli bottoni / dal fischio dei calzoni / corti // (ora / saremo certamente tutti morti / ecco perché si sogna / tutto il giorno) // ma qualche volta torno / seguo la scia dei moccichini”.
Se è vero che anche il tempo mescola le carte e il poeta vive in un presente in cui continuamente avanzano figure provenienti da altre età, allora la famiglia diventa inevitabilmente un organismo allargato. Nonne e nonni, zie e zii, cugini, genitori e figli si cercano, si incontrano e si parlano, non importa se siano vivi o morti, abitano stanze e cucine che non si sa se appartengono alle case di oggi o sono solo luoghi della memoria. Roberto Amato racconta la sua famiglia come un cantastorie le vicende di paladini, con intrecci complicati e scompigliati, improvvise interruzioni e salti nello spazio e nel tempo, interventi magici che intralciano i progetti o lasciano intravedere uno scioglimento. La poesia si anima di personaggi che sembrano appartenere appunto a vicende eroiche e leggendarie: il nonno Efisio, Giardiniere di Boboli, la Zita, la lunghissima Ofelia, la Titina, la sorella Alina (“quella bambina sordomuta / che andavo coltivando insieme ai fiori delle zucche”, che ha gli occhi che volano “sopra le foglie nere / delle cicorie altissime”); e poi Lapo, l’Orca, la Clara, l’Alfira, Ezechiele, le Fate, ed Efisio il facchino che “non mi ricordo che abbia / proferito verbo, tranne quel suo cantare / da mezzosobrio / o alticcio / soltanto per lodare stoccafissi / o totani cuciti con un ripieno di frattaglie/ d’oche”.
Al disordine del mondo, al guazzabuglio ostinato dell’esistenza, la poesia di Amato non cerca di fornire un assetto più stabile e ordinato. Il compito del poeta è anzi quello di accettare lo stupore che la visione implica, di restituire al lettore il senso della meraviglia. Questo non significa che la poesia si conceda all’improvvisazione e alla spontaneità. Al contrario il verso è sempre misurato e controllato, e dimostra una lunga e ragionata consuetudine con i grandi autori del secolo scorso.

Non conosco personalmente Roberto Amato, ma so da uno scritto di Manlio Cancogni, tra i primi a leggere i suoi versi, che “pare uscito da un racconto nordico di maghi e stregonerie”. Io me lo figuro che “alto, magro allampanato” cammini spesso senza avere una meta precisa, anzi, se mai l’avesse, dimenticandola, ritrovandosi poi chissà dove, ma lontano, senz’altro lontano dal luogo dove sarebbe dovuto arrivare. Immagino che , se fosse a camminare per qualche sentiero di montagna, non andrebbe in cerca di funghi ma di fossili di conchiglie, delle tracce del passaggio di qualche pesce, sicuramente avvenuto in un’epoca remota, che lui crede ancora attuale; o alzerebbe gli occhi al cielo, avendo percepito il verso di un uccello marino in crisi di orientamento. Su una spiaggia invece non sarebbe attratto da stelle marine e ossi di seppia, ma da rami levigati e contorti, residui di un luogo lontano, testimonianza di una dimenticata foresta.

CARTE DA SANDWICH di Attilio Lolini (Einaudi)

All’amato Philip Larkin, con il quale condivide il gusto per l’imprevista sentenza e lo sguardo disincantato e divertito sull’opacità della vita quotidiana, Attilio Lolini affida, nell’ultima Imitazione che chiude la sua nuova bellissima raccolta di poesie Carte da sandwich, una sorta di definitivo ritratto di se stesso: “come sono sereno / come sono disperato”. La poesia di Lolini è tutta in questa paradossale confessione: insieme serena e disperata di fronte all’inconcludente nostra presenza nel mondo, non può più meravigliarsi né reagire con rabbia, poiché tutto è già saputo, pur restando ogni cosa irrimediabilmente sconosciuta. Ogni atto del nostro vivere, anche il più ordinario, dice che non esiste via di fuga, e dunque i versi del poeta possono solo registrare, con parole limpide e senza infingimenti, le immagini ripetitive del carcere in cui siamo costretti: “Le stagioni si ripetono / come dischi rigati // della libertà / ci siamo liberati”.
Non c’è da rimettere insieme i pezzi, non esiste ipotesi di ricomposizione, le nostre occupazioni sono “insensate”, le tappe “già segnate” (“Mi pare di sapere / come è andata // tutta la vita / una passeggiata / scombinata”), nemmeno il cielo regala consolazione (“Zoppica il sole / salendo verso il cielo // arranca e va di sbieco / come un uccello cieco”). Al poeta resta solo lo sguardo senza illusioni, il procedere beffardo e lieve sulle macerie, la consapevolezza che anche la poesia non ha parole definitive da offrire, anzi “la poesia abita / una vecchia culla / nasce felice / se non dice nulla”.
Il sentimento del comico nasce in Lolini proprio dalla costatazione dell’assoluta insensatezza delle nostre azioni. Il male di vivere è possibile raccontarlo solo prendendoci in giro, denunciando la nostra incivile, a tratti vile, arroganza di uomini che credono di avere un posto e una ragione che dia conto degli affanni che quotidianamente affrontano. Né può valere a qualcosa tentare di mettere ordine nel disordine generale, azzardare delle risposte, cercare rifugio in un’ipotetica superiore saggezza: “Tante citazioni presumo / da libri letti e abbandonati / la solita solfa di chi campa // con il solito finale: / poco ci è dato conoscere / quel poco sono errori di stampa”.
La poesia di Carte da sandwich ha la capacità di farci ridere proprio mentre contempliamo le nostre miserie. E’ una poesia che genera un continuo senso di spaesamento: non permette al lettore di muoversi dalla linea tracciata, e in questo modo lo incatena al suo niente; lo illumina con splendenti motti di spirito ma solo per accecarlo. Insomma Lolini non è un poeta che utilizza le parole perché il mondo sembri più bello, non vuole consolarci né essere buono, anzi è consapevolmente cattivo, quando si aggira, sentenzioso e sorridente, cantando le sue ariette leggere, sereno e disperato, intorno ai nostri mali, costringendoci a riderci sopra. La sua poesia non cerca di sottintendere né alludere, non vuole ammansire la realtà con un linguaggio evocativo o oscuro, è da cantare a bassa voce, in una tonalità in minore, senza nessun accento declamatorio.
Non serve andare lontano per capire come va il mondo: l’epica di Lolini è delimitata a pochi oggetti vicini, ai paesaggi circostanti, tanto che ci si sente già senza patria in un’altra contrada, “dall’altra parte del fiume / nella remota rosticceria Tom & Jerry”, lì dove “gli esuli fischiettano canzoni”. Dai suoi versi a rima baciata, dai versicoli antiungarettiani, dal parodistico e irridente gioco melodico, emerge un personaggio, non più arrabbiato, come accadeva nelle sue poesie degli anni Settanta e Ottanta, ma malinconico e indolente, che ritorce lo sguardo malizioso anche contro se stesso: “Fui progressista / lessi i libri giusti, feci discorsi alla moda / davanti ai professori mossi la coda / sempre spinto da penose fantasie / da pensieri fuori corso // il tempo ci smembra come un coltello affilato / calcolo le sigarette che ancora fumerò / le inutili pagine che ancora stamperò”.
La voce di Attilio Lolini è una delle più intense e originali della poesia italiana degli ultimi decenni, le sue pagine non sono state e non saranno, ne siamo certi, inutili. Peccato che solo da pochissimi anni, complice il suo fare appartato e poco compiacente, la grande editoria si sia accorta di questo poeta nato nel 1939, fin dalle prime prove capace, come subito intuì Pasolini, di fotografare con spietata e leggerissima esattezza la nostra comune disperazione.
(pubblicato sulla rivista Il Grandevetro)

Gadda in una poesia di Piero Santi

Gadda, Santi e Sandro Penna negli anni Quaranta all’Antico Fattore
Carlo Emilio Gadda morì a Roma il 21 maggio del 1973. Il giorno dopo lo scrittore Piero Santi, che era stato legato all’autore del Pasticciaccio da un’amicizia sincera e schiva, puntellata da piccoli episodi di affettuosa e complice condivisione, scrisse una poesia che sarà poi pubblicata in Diario con gli amici, edito nel 1980 dai Quaderni di Barbablù di Attilio Lolini.
Santi aveva già parlato di Gadda nel suo libro di maggior successo, Il sapore della menta (Vallecchi, 1963), dove lo scrittore milanese si cela dietro il personaggio di Bonetti.
Gadda aveva vissuto a Firenze tra il 1940 e il ’50. Tra i letterati e gli artisti che animavano le discussioni al caffè delle Giubbe Rosse c’erano anche loro, Gadda e Piero Santi, che spesso abbandonavano la compagnia per continuare a parlare di letteratura e d’altro, passeggiando lungo l’Arno o spingendosi fino al giardino d’Azeglio.
Carlo Emilio Gadda
Questa di seguito è la poesia che Santi scrisse all’amico il giorno dopo la sua scomparsa.

a Carlo Emilio Gadda

Non ti voglio vedere vecchio
gli occhi fissi la pelle grinza
come ti ho visto alla tivù,
che sei morto ieri ventuno maggio;
nella stretta-serpe che gli strinse la gola.
Forse quando sarai
nella bara sarà meglio,
non flaccido smorto ottantenne,
sarai come quando mi portasti un giorno d’estate
la coperta da letto gobelin
e salisti le mie scale
col peso sulle spalle,
o quando ti scovai nell’atrio
di Santa Maria Novella
tra il rumore stridore dei treni
a guardare cùpido ansioso
chi ti sedeva accanto.
Sul lungarno una notte gridavi
contro il cielo nero e contro le tue nere fantasie,
io fuggi dalla tua solitudine,
perfino capii che quella stretta spalletta-sasso
era il rifugio della tua
esistenza sola e maledetta.
Non voglio ricordare più
la tua faccia gesso alla tivù.
Venga pure, verrà, il coro
di chi non conobbe i tuoi mali,
i tuoi libri saranno
il pasto delle arpie strutturali
delle parche sociologiche
de professori stilistici.
Neppure io forse saprò tenerti
nel muscolo rosso e inerte;
u sei ancora, m’illudo, nella via Blumensthil
perduto nella città remota e deludente,
lasciate le notti-nido del giardino d’Azeglio,
la brezza acida di Firenze,
il giro attorno alla vasca della Fortezza
dove si consumava la tua angoscia

– e la tua tenera viltà.

Non c’è dubbio che l’universo espande

Dal mio nuovo libro di poesie, La vita dei bicchieri e delle stelle, edito da Campanotto. Questa è la poesia che apre il volume.

Non c’è dubbio che l’universo espande
giorno per giorno, metro dopo metro, un poco
più universo avanti e indietro, in ogni
lato cresce ad ogni ora. La stella
che era l’ultima (prima di che cosa?)
ora non scorge più alcun confine
tra sé e il vuoto, sempre s’aggiunge
cielo al cielo, dilata il buio, nero
dopo nero. Sto qui in pensiero. Non era
l’universo già infinito?
Non era forma chiusa
ed assoluta? Ma se cammina
anche l’infinito, verso dove
si muove e come fa
a diventare più d’ora illimitato?
Rimango speculando sul pianeta,
che orbita tediato ed esitante,
da tempo più distante da qualcosa
che non sappiamo, insomma barcollante,
disorientato dentro l’universo
che si allontana e che diventa grande,
che giorno dopo giorno un poco espande
in soffi e leggerissime carezze,
miti bisbigli che aggiungono frammenti
di luce al buio, notte a antica notte.

Immagine ripresa dal sito Eso





Giuseppe Grattacaso
La vita dei bicchieri e delle stelle, Campanotto Editore

MANCARSI di Diego De Silva (Einaudi)

Il nuovo romanzo di Diego De Silva, titolo Mancarsi tanto per alimentare subito qualche interrogativo, narra una storia d’amore. Anzi dice di quelle strane pieghe, dei mille dubbi e delle mille mezze verità, delle smanie e delle gioie, che nell’animo umano possono manifestarsi, quasi sempre si manifestano, nella vita di coppia. E insieme racconta quello che accade prima che una storia abbia inizio.
Diego De Silva
Il mancarsi del titolo fa infatti riferimento alla difficoltà di incontrarsi dei due protagonisti, entrambi reduci in modo diverso e diversamente traumatico da proprie vicende coniugali. I due, pur non conoscendosi, sembrano quasi cercarsi: frequentano infatti lo stesso bistrot, lì attratti non dalla cucina, ma dalle caratteristiche dell’ambiente, dalle gentilezze del cameriere, che ha per l’uno e per l’altra un occhio particolarmente attento e quasi affettuoso, e soprattutto da una foto di Buster Keaton, davanti alla quale tutti e due amano sedere. Ma l’uomo e la donna appunto si mancano, non hanno gli stessi tempi, sembra quasi non vogliano incontrarsi.
D’altra parte il termine mancarsi potrebbe anche alludere a una sorta di incapacità di centrare se stessi, o anche proprio potrebbe significare “mancare a se stessi”, non ritrovarsi, sentirsi fuori dalla propria stessa esistenza, inutili e stranieri alla propria vita, che è poi la condizione che vivono Irene e Nicola nelle distinte situazioni.
De Silva sa delle insidie e dei trabocchetti di cui è disseminata la narrazione, quando questa voglia parlare d’amore e delle complicate dinamiche del rapporto di coppia. L’argomento esige mano sicura: troppo facile scivolare nel sentimentalismo, farsi fagocitare dai luoghi comuni. De Silva sceglie dunque un tono leggero, che gli permette di non arretrare anche davanti ai contenuti più patetici; a tratti la narrazione si fa disincantata ed ironica, ma evitando esagerazioni e soluzioni facili. Il narratore segue i suoi personaggi con passo lieve e con partecipazione, accompagnandoli nelle loro meditazioni, nei cavilli mentali, anzi addentrandosi in essi (da qui l’uso estremamente ricorrente delle parentesi). Vincenzo Malinconico, l’avvocato protagonista dei suoi ultimi fortunatissimi romanzi (Non avevo capito niente, Mia suocera beve) non è passato invano, perché Irene e Nicola, le cui due vicende si snodano separatamente e in qualche modo in parallelo, tendono come l’avvocato alla riflessione, ammassano pensieri, propongono ricordi, ritardano le azioni mentre intrecciano teorie sull’esistenza. Insomma si guardano vivere, ma lo fanno con la consapevolezza che la vita sia anche pausa, momento d’attesa, e che la passione, per quanto dirompente, non debba essere per forza gridata.
Irene e Nicola cercano la risposta alla loro domanda d’amore, ma lo fanno senza clamore, senza sbandierare i sentimenti e senza nemmeno credere che essi siano un diritto. Anche per questo sono personaggi che osservano se stessi e gli altri, dei quali non gradiscono gli atteggiamenti esibiti, le modalità di relazione costruite sui modelli televisivi, le ovvietà e i luoghi comuni che condiscono i rapporti tra i due sessi. Per loro la parola gentilezza assume ancora un valore genuino e fondamentale, e si presenta come un misto di attenzione verso l’altro, timidezza e rispetto delle forme.
Così quando Pavel, il cameriere del bistrot, prima di tendergli la mano, se la asciuga sul grembiule, Nicola scopre nel gesto un “atto antico, deferente e confidenziale insieme” e ripensa al nonno che nei campi si puliva la mano sulla canottiera, prima di metterla sulle spalle del nipote che si era recato a chiamarlo per il pranzo. “Non gli sembrava tanto un atto di umiltà, dovuto alla vergogna di fare un lavoro che sporca, e neppure un automatismo. Nell’insufficienza igienica di quel gesto, nel suo valore tutto sommato simbolico, Nicola riconosceva piuttosto uno stile, un azzeramento dei convenevoli, una traduzione immediata della forma in sostanza”.
L’immagine che meglio rappresenta questo stile è forse proprio quella di Buster Keaton, la cui foto tanto attrae Irene e Nicola: l’immagine del comico che seppe essere elegante senza mai vestire bene, seppe far ridere senza abbozzare nemmeno un sorriso, continuò a mostrare tutta la leggerezza della sua figura anche al centro di inenarrabili e caotiche situazioni, e fu capace di muoversi con armonia anche nel pieno di un capitombolo.

(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Padri e figli, naviganti infelici

La rivista GeaArt, diretta dal critico d’arte Massimo Bignardi, mi ha chiesto di scrivere sul tema L’isola non trovata. Questo è il testo pubblicato sul n. 4 del bimestrale di cultura, arti visive, spettacolo e nuove tecnologie creative.

In uno scritto che risale “ai primi giorni del ’75”, come indica lo stesso autore, pubblicato poi postumo l’anno successivo ad apertura delle Lettere luterane date alle stampe da Einaudi, Pasolini delinea un ritratto dei giovani di quegli anni. “I loro occhi sfuggono – scrive -, il loro pensiero è perpetuamente altrove, hanno troppo rispetto o troppo disprezzo insieme, troppa pazienza o troppa impazienza. Hanno imparato qualcosa di più in confronto ai loro coetanei di dieci o vent’anni prima, ma non abbastanza”. Hanno per esempio un bagaglio linguistico più ampio e corretto, ma “se da una parte parlano meglio, ossia hanno imparato il degradante italiano medio, dall’altra sono quasi afasici”. Pasolini, facendo riferimento a quello che considera uno dei “temi più misteriosi del teatro greco”, si chiede quali siano le colpe dei padri che sono ricadute sui figli, determinando il loro destino.
Lo scritto, che ha titolo I giovani infelici, rappresenta un mondo giovanile non tanto distante da quello attuale, almeno nella dose di infelicità e di miseria che aggrediscono lo spirito. Malgrado l’aspetto esteriore, che dà conto di una maggiore educazione scolastica e di una migliorata condizione di vita, i giovani “sono regrediti – afferma il poeta de Le ceneri di Gramsci – a una rozzezza primitiva”. E’ una condizione che scopriamo anche nei nostri figli. La somiglianza di quella generazione con coloro che oggi occupano le piazze notturne del divertimento, che mostrano con orgoglio le creste, le capigliature scolpite, pone anche noi, dunque, di fronte alla stessa domanda che ipotizza Pasolini: qual è la nostra parte di colpa? quale quella dei nostri figli?
I “giovani infelici” di oggi parlano meglio l’italiano, più speditamente e con maggiore sicurezza, e di certo hanno a disposizione la conoscenza di più lingue straniere; attraverso l’inglese possono comunicare con gli abitanti di buona parte del mondo. Sono più ricchi, il loro tenore di vita li pone in una situazione di maggiore serenità e agiatezza di quella delle generazioni che li hanno preceduti, eppure, siamo portati a dire con Pasolini, che essi non hanno “niente di personale che li caratterizzi di dentro” e che “la stereotipia li rende infidi”.
Qual è dunque la nostra colpa di padri? Quella, potrei dire, di aver fatto più grande l’universo e più piccolo il mondo, di aver ridotto, fino ad annullarla, la fatica degli spostamenti e, con essa, quella della conquista, di aver reso uguale il distante, di aver decretato che anche la felicità (per i nostri giovani infelici, figli di padri a loro volta infelici) ha sempre il volto del benessere e della soddisfazione che si ottiene attraverso il possesso dei beni, anzi di quei beni non necessari alla vita ma che risultano fondamentali per il riconoscimento sociale.
Abbiamo reso facile la navigazione verso sponde remote.
In questo modo siamo arrivati ben oltre le consuete rotte della navigazione, rendendo presente quello che era lontano e anticipando il futuro. Abbiamo insomma occupato tutte le isole, un attimo prima che i nostri figli nascessero. Abbiamo creduto che la nostra scienza, ed anche la consapevolezza e l’impegno politico, fossero in grado di condurci ovunque, rendere possibile ogni traguardo. Colpa ancora più grave, abbiamo fatto credere che l’Isola Non-Trovata non esiste.
L’isola per cui “invano le galee panciute a vele tonde, / le caravelle invano armarono la prora”, quella che “appare talora di lontano / tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero”, come scrive Guido Gozzano nella poesia La più bella!, si è forse per sempre inabissata, o peggio ha perso il suo aspetto favoloso, non scivola più sui mari. Su di essa non più “svettano palme somme”, né “odora la divina foresta spessa e viva, / lacrima il cardamomo, trasudano le gomme…”. Insomma quell’isola, obiettivo politico e sociale nell’azione dei padri, prospettiva utopica ma in fondo insopprimibile del loro sforzo ad essere migliori, è priva ormai del suo misterioso segreto, è diventata a tutti accessibile.
La metafora della navigazione è oggi soprattutto abbinata all’uso della rete informatica, è usata per indicare la traversata nel mare di internet, oceano confuso e sorprendente, ma che tende a mostrare ogni approdo come già praticato. Le isole affioranti sono facilmente raggiungibili, ricche di lidi invitanti e di una vegetazione lussureggiante, ma tutte già occupate. Le attività dei decenni precedenti sembrano aver già tutto risolto, previsto, messo in ordine.
Il secolo che abbiamo sempre considerato breve allunga di fatto la sua ombra persistente fino al secondo decennio del nuovo millennio, negando il futuro a padri e figli. Il futuro è quello che non è dato conoscere, è lontananza nello spazio e nel tempo, ed è lì che si mostra, per poi nascondersi, l’Isola Non-Trovata.
Infatti 

 “se il piloto avanza, / rapida si dilegua come parvenza vana, / si tinge dell’azzurro color di lontananza”.

Leggere poesia: Billy Collins e il topo

I lettori di poesia nel nostro paese, si sa, sono pochissimi. E’ possibile fare qualcosa perché il loro numero cresca? Bisogna lavorare sui giovani, diranno in tanti: è la scuola che deve formare i nuovi lettori. Non sono sicuro che l’insegnamento della letteratura, e della poesia in particolare, così come è stato concepito negli ultimi anni, possa realizzare questo obiettivo. Anzi, sono portato a credere che i pochi lettori di poesia siano tra coloro che non si sono lasciati fuorviare dalle lezioni scolastiche sulla poesia.
Billy Collins
Eppure a scuola viene dedicato parecchio tempo allo studio del linguaggio poetico, oggetto di indagine accurata per esempio nel primo biennio della scuola superiore. I libri di testo propongono la propedeutica acquisizione dei più importanti strumenti retorici, distinguendo tra figure del significante, del significato, dell’ordine delle parole, quasi che senza di queste non fosse possibile accedere alla lettura. Bisogna inoltre essere in grado di scomporre i versi in sillabe, sapere di sinalefe, dialefe, sineresi, individuare lo schema metrico, la successione degli accenti ritmici. Su ogni cosa vengono proposti esercizi, noiosi e in gran parte inutili. Gli insegnanti, raramente lettori di poesia che non sia quella delle antologie e dei manuali scolastici, quasi mai di poesia contemporanea, non possono che concedersi alle indicazioni del testo.
Gli alunni ricavano l’idea che la poesia per sua natura sia decifrabile (e innanzitutto che vada decifrata) solo se in possesso di determinati strumenti di decodifica, che sono di natura tecnica e del tutto indipendenti dalla sensibilità del lettore e dalla sua familiarità con la poesia stessa. Invece, come ogni lettore di poesia sa, c’è bisogno di una quotidiana consuetudine con i versi per comprenderne la musica e la complessità.
Per questo a scuola andrebbero innanzitutto lette tante poesie. Ai ragazzi bisognerebbe farlo ogni volta ad alta voce, permettendo loro di apprezzarne, in questo modo, anche le qualità metriche e sonore. Solo dopo tanta lettura e tanti versi detti a se stessi e agli altri, si può cominciare a giocare con le figure retoriche, molte delle quali saranno già chiare prima di saperne il nome e i meccanismi di funzionamento. Conoscere tali strumenti retorici non significa comprendere la poesia, tanto meno saperla scrivere, ma avere la possibilità di penetrare più in profondità nei suoi strati di significazione, una volta appurato che essi esistono e sono carattere essenziale dei versi.
Il lavoro scolastico produce il risultato che i ragazzi si avvicinano ai versi con l’idea, del tutto impropria, che ci sia un significato definitivo nascosto da qualche parte, che la poesia voglia dire altro da quello che leggiamo.
Alla poesia non ci si può avvicinare armati di sonde e scandagli. Il tesoro, se c’è, non è collocato in un luogo preciso, piuttosto è disseminato e si confonde con oggetti abituali e quotidiani. Meglio dunque procedere con la curiosità e il piacere di chi vuole farsi guidare in nuovi mondi, sapendo che la scoperta consiste proprio nel variare continuamente prospettiva e meta. Perché i versi ci dicano qualcosa bisogna “gettare un topo nella poesia / e osservarlo mentre cerca di uscire”.
La bella e preziosa immagine, più forte e chiara di tutte le mie precedenti parole, è di Billy Collins, poeta newyorchese tra i più amati negli Stati Uniti, autore di numerose raccolte di versi, professore di letteratura inglese al Lehman College della City University di New York.
Introduzione alla poesia
Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo nella poesia
e osservarlo mentre tenta di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda alla sedia
e estorcerle con la tortura una confessione.
La picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.
La lirica Introduzione alla poesia è tratta dal libro The Apple That Astonished Paris del 1988, in Italia inserita nella antologia A vela, in solitaria, intorno alla stanza, edita da Medusa nel 2006 a cura di Franco Nasi che è anche il traduttore dei versi. I versi raccontano del lavoro del professore poeta e delle aspettative degli studenti di fronte alla poesia.
Di Billy Collins nel 2011 l’editore Fazi ha pubblicato Balistica.

MI RICONOSCI di Andrea Bajani (Feltrinelli)

Antonio Tabucchi
La scrittura è tra gli strumenti privilegiati per attraversare il dolore. E’ a volte terapia, più spesso percorso di analisi e di conoscenza per ricordarci quello che siamo, la nostra finitezza. E’ attraverso la scrittura che siamo in grado di parlare della nostra fragilità, di fare i conti con essa, di guardarla negli occhi invece di evitarla. E’ una materia difficile, il dolore: le parole si intimoriscono, vorrebbero fuggire, ma sanno che il loro compito è quello di affondare in questo tratto di umanità che ci appartiene e segna nel profondo le nostre esistenze. Ancora più difficile è dire la morte, raccontarla nella sua sconfortante semplicità. Gli uomini del nostro tempo non amano soffermarsi sui temi della fragilità e della morte. Vogliono credere che sia sempre possibile una soluzione, una via di fuga.
Non cerca scappatoie invece Andrea Bajani, che di fronte alla morte di Antonio Tabucchi, non può fare altro che penetrare all’interno del dolore per la scomparsa dell’amico, raccontandone la fine e riflettendo sul percorso comune di sussurrata complicità e di tenera amicizia che ha legato le loro esistenze. La morte di una persona cara, tradotta in letteratura, è materia difficile, scivolosa e che nasconde molte insidie. Soprattutto presenta il rischio di risultare molesta ai tanti che credono che la morte abbia diritto di essere descritta solo sulle pagine di cronaca dei giornali. Ma Bajani sa evitare retorica e sentimentalismo, si muove con delicatezza e decisione, sul filo di un equilibrio sottile costituito dagli avvenimenti reali e dalle suggestioni e dai fantasmi, altrettanto concreti si direbbe, che gli accadimenti suggeriscono.
La narrazione di Mi riconosci si sviluppa proprio a partire dal giorno del funerale di Tabucchi, dal corteo verso il cimitero del Prazeres a Lisbona, e segue il filo dei ricordi, senza che l’ordine cronologico possa disturbare l’altro ordine, più profondo e significativo, realizzato dalle direzioni che prende l’affetto e dal movimento malfermo ed ondeggiante della memoria.
Andrea Bajani
Lo scrittore giovane si rivolge direttamente allo scrittore famoso, quasi che il libro fosse una lunga lettera, riprendendo peraltro una modalità di scrittura tante volte utilizzata da Tabucchi nei suoi racconti. Bajani nelle pagine di Mi riconosci è in qualche modo Tabucchi stesso, ne assume lo sguardo e la scrittura, ed è il figlio che deve fare i conti con la scomparsa del padre, che cerca di ricostruire attraverso le parole il rapporto che l’ha legato all’amico-genitore-scrittore, con l’obiettivo, che di tanto in tanto si palesa, di chiarire innanzitutto a se stesso l’eredità affettiva e intellettuale che l’altro gli ha lasciato.
Si delinea pagina dopo pagina un ritratto di Antonio Tabucchi, costruito attraverso piccoli avvenimenti quotidiani: personaggio carismatico, dotato di grande ironia, ma anche di repentini annuvolamenti, comunque sempre in grado di stupire e totalmente affascinato dalla parola e dalle storie che la parola rende possibili.
Bajani racconta che dopo un breve soggiorno in Alentejo, Tabucchi accompagna l’amico a Lisbona. Una volta a destinazione decidono di di raggiungere Largo do Chiado. Bajani si accorge di aver lasciato il portafoglio in macchina e torna sui suoi passi. Quando poi raggiunge il caffè Brasileira, dov’è la statua di Pessoa seduto a un tavolino dello storico locale, non trova più Tabucchi. Mentre sta componendo il suo numero al cellulare, lo vede uscire, scrive Bajani, “dalla statua di Pessoa, come se per tutto il tempo che non ti avevo visto fossi stato chiuso lì e poi in quel momento ne fossi venuto fuori e ti fossi incamminato per la via. E ti avevo guardato allontanarti da quel corpo di bronzo da cui eri sbucato, partorito in mezzo a una notte lusitana”. Il giorno dopo lo scrittore più giovane prende l’aereo per fare ritorno in Italia. Dopo l’atterraggio accende il cellulare e trova un messaggio di Tabucchi. “Mi dicevi – ricorda – che in Portogallo si sentiva in maniera molto netta che ero passato per di là. Si sentiva il mio odore. E poi mi scrivevi un verso di Rilke dai Sonetti a Orfeo: Mi riconosci, aria, tu piena ancora di luoghi un tempo miei? Chiudevi dicendo Non sparire”.
La narrazione, spesso con i toni della confessione, spesso raccontando in termini quasi di leggenda, ribalta la richiesta di Tabucchi. Con il suo libro è Bajani a chiedere all’amico scomparso di non sparire. Perché la letteratura può attraversare il dolore anche in questo modo, rendendo ancora presente l’amico che non c’è più.

La vecchiaia di Natalia Ginzburg (e la nostra)

Natalia Ginzburg parla della vecchiaia in una prosa di Mai devi domandarmi, libro del 1970 composto di brevi saggi di argomento diverso, che ancora oggi risultano di grande interesse e di piacevole lettura. “La vecchiaia – scrive – vorrà dire in noi, essenzialmente, la fine dello stupore. Perderemo la facoltà sia di stupirci, sia di stupire gli altri. Noi non ci meraviglieremo più di niente, avendo passato la nostra vita a meravigliarci di tutto; e gli altri non si meraviglieranno di noi, sia perché ci hanno già visto fare e dire stranezze, sia perché non guarderanno più dalla nostra parte”.
Secondo la Ginzburg, questa incapacità di stupirci ci farà penetrare nel “regno della noia”. La vecchiaia infatti “s’annoia ed è noiosa”. Tuttavia questo processo per cui “a poco a poco veniamo cadendo nell’immobilità della pietra” è molto lento. Insomma, pur dentro a una stagione che è già vecchiaia, conserviamo l’abitudine a “crederci i giovani del nostro tempo”.
Coloro che invecchiano sono lentissimi nel “cambiare faccia e abitudini”, mentre il mondo invece vortica e muta con estrema velocità: con rapidità “si trasformano luoghi e crescono giovani e bambini”. Avviene così che il mondo che abbiamo davanti agli occhi “ci sfugge e ci appare indecifrabile”, e noi riusciamo a decifrare soltanto “le poche e pallide tracce di quanto è stato”.
Natalia Ginzburg
“Il mondo che abbiamo davanti e che ci appare inabitabile – scrive ancora la Ginzburg – , sarà tuttavia abitato e forse amato da alcune creature che amiamo”. Ma il fatto che esso sia destinato ai nostri figli e ai figli dei nostri figli “non ci aiuta a capirlo di più, ma anzi aumenta la nostra confusione”. Così “misuriamo le immense distanze che ci separano dal presente” e ci stupiamo, noi che più di nulla ci meravigliamo, di come i nostri figli “riescano ad abitare e a decifrare il presente mentre noi restiamo “assorti a sillabare ancora limpide e chiare le parole che incantavano la nostra gioventù”.
Le pagine della Ginzburg mi hanno molto colpito. Innanzitutto perché hanno il dono di penetrare con rara forza di analisi nell’argomento, attraverso una prosa limpida e precisa, ma forse anche perché il tema affrontato mi riguarda da vicino. Mi chiedo quando cominci la vecchiaia, se il suo limite, come affermano da qualche anno esperti e giornalisti, si sia veramente protratto nel tempo, se sia vero cioè che si diventa vecchi più tardi. Il fatto che mi ponga questa domanda sulla vecchiaia è probabilmente già un indizio che ci sono dentro, o che mi sto muovendo molto vicino al confine.
Natalia Ginzburg scrisse la prosa La vecchiaia nel dicembre del 1968, all’età di cinquantadue anni, qualche anno in meno dei miei attuali. Non c’è dubbio che la scrittrice stia parlando dell’argomento in generale, ma anche della sua propria vecchiaia, di un sentimento, e forse di un avvilimento, che sente crescere in sé. Ce lo dicono la prima persona plurale che caratterizza tutto il testo e il passaggio dal futuro al presente, quando dall’analisi di quello che sarà la vecchiaia si passa alle domande e alle riflessioni proprie di un’età che si avverte appunto di passaggio, quando il confine, così labile e evanescente, potrebbe essere stato già superato.
E’ fuori di dubbio che oggi i corpi invecchiano più lentamente, almeno a guardare l’immagine che siamo in grado di fornire di noi stessi. Ho davanti agli occhi una foto di mio nonno, che risale alla meta degli anni Cinquanta. Sembrava già un vecchio (più o meno come me lo conserva la memoria, che fa riferimento però a un po’ di anni avanti) ed aveva più o meno l’età della Ginzburg quando scrive il suo testo.
Bisogna riconoscere che il mondo agisce con fretta sempre più irrefrenabile e che le cose mutano così velocemente che niente è come venti o trenta anni fa, tanto che i nostri figli non conoscono gli oggetti che hanno animato la nostra giovinezza, e dunque non possono produrre pensieri che riguardano quegli oggetti, con i quali comprendere atteggiamenti e modi di vivere, quelli che hanno caratterizzato la nostra esistenza, avvertiti come lontani, anzi da loro di fatto inavvertiti.
Tutto questo forse vorrà dire che il nostro scollamento con il presente è già iniziato e con esso anche la nostra vecchiaia, ma che non ce ne accorgiamo perché siamo preda di un corpo che è costretto a sentirsi ancora giovane. Noi insomma restiamo “a sillabare limpide e chiare le parole che incantavano la nostra giovinezza”, come scrive Natalia Ginzburg, come se fossero le parole dell’oggi, ma esse appaiono vuote di senso. Non le capiscono i nostri figli, che in genere sono più giovani dei figli dei nostri nonni e dei nostri padri, ma in parte non le capiamo più nemmeno noi, impegnati come siamo a tenere testa ad un corpo che agisce ancora da giovane.
Il mondo procede con troppa fretta e dunque “le scialbe tracce del tempo di prima”, a cui si rivolge ancora la nostra attenzione e che alimentano i nostri errori, sono in effetti segni che si stanno dissolvendo o sono già spariti. Anche per questo la nostra vecchiaia, anche se più tardiva, sarà sicuramente più faticosa, perché siamo costretti a non apparire vecchi, a guardare con occhi interessati i cambiamenti vorticosi che il mondo produce, mentre vorremmo solamente accompagnare con paziente indolenza l’avanzata del tempo, guardare con serena incomprensione il mutare delle cose.
Insomma succede che il nostro passato appaia sempre più lontano e dunque, più giovani nell’immagine che offriamo di noi, siamo però costretti a constatare la nostra lontananza dal presente, segno incontrovertibile di una vecchiaia che appare improvvisamente vicina, senza che ne sia data notizia sui giornali.

Inutilità utilità della poesia

E’ considerata utile in questi anni più di ogni altra cosa la tecnologia, in particolare applicata alle comunicazioni, e poi la genetica, che può dirci come sarà la nostra vita, prevedendone e risolvendone i problemi. Sono utili i farmaci, la beneficenza, la stravaganza quando è combinata alla moda, l’economia, i mercati finanziari, le statistiche, i sondaggi, tanto che attraverso un sondaggio potremmo capire cosa è ritenuto veramente utile al giorno d’oggi.
Foto Elisabetta Scarpini
E’ da disprezzare, perché grandemente inutile, la capacità di impostare i problemi, senza poi risolverli, e con essa il pensiero che si sviluppa in lucide trame che non portano in nessun luogo concreto. Sono in fondo ritenute inutili la fisica astronomica, la filosofia, la poesia. E’ da sfaccendati passeggiare senza avere una meta, che so dimagrire o raggiungere un negozio per un acquisto, nel quale ultimo caso si parla di shopping. E’ del tutto inutile scrivere, se attraverso l’atto della scrittura non si comunica qualcosa di concreto o si cerca di fare un po’ di soldi (per esempio scrivendo un libro di ricette di cucina, un romanzo di successo, una guida su come risparmiare). Sono molte le cose che vengono considerate inutili: tutte quelle che non portano un giovamento tangibile a se stessi, qualche volta agli altri, almeno nelle forme in cui siamo disposti a figurarceli.
Nell’opinione comune la velocità è utile, la lentezza inutile; la precisione è utile, la vaghezza inutile.
La poesia, che pure è massimamente inutile perché non risolve nessun problema e non comporta per chi la pratica, ma nemmeno per chi la legge, miglioramenti concreti, potrebbe in quest’epoca di velocissime tecnologie e di puntuali sondaggi, ritagliarsi un proprio piccolo spazio di utilità. La poesia, che sa essere estremamente rapida e dovrebbe essere per definizione precisa e rigorosa, potrebbe essere strumento privilegiato alla diffusione dell’idea che le cose inutili sono oggi necessarie alle nostre esistenze, perché ci permettono di rallentare, di errare prima di raggiungere la meta (pratica che può risultare utilissima al fine di una scoperta casuale), ci danno modo di spostare lo sguardo, di sviluppare nuove visioni, tutte cose che alla lunga potrebbero risultare grandemente utili e concrete.
Bisogna però che i poeti del nuovo millennio si sforzino di considerare la poesia non come pura astrazione, come atto avulso da ogni contesto e libero da un interlocutore, privatissima esternazione, e ne avvertano invece la straordinaria forza comunicativa.
Troppo spesso l’assioma della inutilità della poesia è un alibi per restare chiusi nel recinto, per continuare a parlare solo a se stessi, per sentirsi quelli che hanno raggiunto la verità o che potrebbero farlo solo in quanto poeti. L’inutilità della poesia permette ai poeti di sentirsi appagati, di non aver bisogno degli altri, nemmeno dei lettori.
Ma se così fosse, se la poesia conducesse alla verità e ad una condizione di soddisfazione e completezza almeno per chi scrive, essa allora sarebbe considerata utile.