SULITA’ di Nino De Vita (Mesogea)

La poesia di Nino De Vita è sorprendente. E’ insieme antica e modernissima, si ciba di un dialetto in uso, e forse neppure più tanto, in un territorio geograficamente piuttosto limitato e riesce a farsi intendere ben al di fuori dei confini nazionali, proprio perché paradossalmente utilizza una lingua poetica vicina ad esperienze culturali di respiro europeo. E’ una poesia che si sofferma sui grandi temi dell’esistenza, innanzitutto del nulla che ci è intorno e condiziona ogni nostra azione, ma lo fa senza esibire nessuna filosofia, anzi scegliendo che siano personaggi marginali a dire la loro idea sul mondo, protagonisti di eventi minimi, di storie apparentemente insignificanti.

Nino De Vita

Le vicende che la poesia di De Vita presenta restano come sospese, sono brandelli che penzolano sull’animo del lettore, come se fossero appunto aggredite all’improvviso da una mancanza di senso, dal vuoto che senza tregua si riprende il suo posto. Si tratta di piccoli racconti in versi, di segmenti narrativi, nei quali lo svolgimento della vicenda viene spesso presentato attraverso l’espediente del dialogo. C’è chi ha voluto parlare, a tale proposito, di poesia epica, di un’epos che rimane comunque circoscritto all’interno di un preciso e ridotto perimetro. Direi comunque che l’epica di De Vita non si concretizza in una rivelazione fluida degli avvenimenti, non si costruisce attorno a uno svolgimento cronologico preciso, essa al contrario è frantumata, la sua tendenza a raccontare si scontra inevitabilmente con l’impossibilità a chiudere il cerchio. E’ come se un cantastorie siciliano o un puparo avesse incontrato sul suo cammino Raymond Carver. A ben guardare, la poesia di De Vita è vicina a quella di tanta produzione anglosassone, forse anche in maniera inconsapevole, tanto che viene fatto di pensare che la traduzione del suo siciliano risulterebbe più vicina all’originale in inglese invece che in italiano.

Nino De Vita scrive nel dialetto di Cutusio, o Cutusìu, la contrada di Marsala dove è nato nel 1950 e dove vive. Dopo l’esordio in lingua nel 1984 con la raccolta Fosse Chiti, ha sempre pubblicato opere in dialetto. Tra queste vanno ricordate Cutusìu, Cùntura, Nnòmura, Omini. La sua raccolta più recente, in circolazione da alcune settimane, è Sulità, edita dalle messinesi edizioni Mesogea. “Sulità” significa solitudine, ma, forte anche dell’uso che se ne fa nel proverbio “sulità santità”, diventa nelle mani del poeta, al pari della saudade per i portoghesi, una sorta di categoria dello spirito, una chiave per interpretare il mondo, una condizione interiore invece che fisica, determinata dai casi della vita, dalle sciagure e dalle afflizioni, da eventi semmai già avvenuti da tempo e che tornano o si lasciano intravedere nei racconti dei protagonisti delle poesie.

I protagonisti di queste poesie (l’io lirico si esibisce solo raramente: nel ruolo di un personaggio che guarda e annota, a volte interloquisce) sono uomini e donne che improvvisamente vengono posti di fronte al proprio destino o che ritornano senza pietà, e senza che sia possibile un rimedio, agli eventi che ne hanno segnata la vita. Il poeta si muove in questa Spoon River di viventi con la grazia discreta di chi sa che ogni singola esistenza non si può spiegare ma solo raccontare, si può abbracciare non giudicare.

Nella poesia “I cosi chi si fannu” (Quello che si fa) una donna è costretta a vivere quotidianamente a contatto con l’uomo che segretamente ama, che è il futuro sposo di sua sorella. La donna vive dei suoi sguardi e delle sue rare parole (“Mi piaci chi mi parla. / M’arrèstanu ‘i palori / chiantati poi pi gghiorna / chini”. “Mi piace che mi parla, / Mi restano le parole / dopo, dentro, per giorni / interi”), ma vorrebbe che i due andassero a vivere altrove e la casa tornasse “a com’era prima”. Il momento più duro è quando sua sorella e l’uomo si appartano: “Rririnu tutti rui, / si strìncinu, sarrà… / Sta cruci ‘unn’a circai. / L’ha purtari e ‘un cci ‘ a fazzu. / Ora ‘un rrìrinu cchiù… / Mi veni ri nfuddiri. / ‘I cosi chi si fannu, / chi nna st’accianza si / fannu…”. “Ridono tutti e due / si stringono, forse…/ Questa croce non l’ho cercata. / Devo portarla e io non ho le forze. / ora non ridono più… / Mi viene da impazzire. / Quello che si fa, / che in questi momenti si / fa…”

Le donne e gli uomini di queste poesie appunto sono colti nel momento in cui si manifesta dinanzi ai loro occhi la croce che sono costretti a portare. Il poeta non può liberarli dal peso, ma può parlarne. Del resto, come scrive De Vita nella poesia “I libbra” (I libri) “I libbra stannu fermi / ma rintra hannu una vita / ch’ì macina: cci sunnu / ‘i cinchedda, i sbintati, i luparini; / i torti, i macanzisi; / allivoti cci sunnu ‘i nannalau, / ‘i scarafuna, l’òmini squaquègnari, i ngazzati, l’eroi; / cci su’ nzivati tinti / nne cantunera bbianchi / ri fogghi, cc’è u silenziu, / cci su’ ncuttumi, i tuppuli nu cori…”, “I libri stanno fermi / ma dentro hanno una vita / intensa: ci sono / gli scapestrati, i libertini, i chiusi di carattere; / i malvagi, i traditori; / a volte ci sono gli stupidi, / gli ingordi, gli uomini miseri, / gli amanti, gli eroi; / ci sono paure indicibili / negli spazi bianchi / dei fogli, c’è il silenzio, / ci sono pene, palpiti”.

Anche le poesie di Nino De Vita stanno ferme, ma dentro ci sono gli uomini e le loro storie, il silenzio, le pene, i palpiti, ci sono la lingua e le storie di Cutusio, che sanno parlare al mondo.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

LA TENEREZZA di Gianni Amelio

 

Dice un poeta arabo: la felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa in cui tornare. Sembrerebbe racchiuso nella frase che pronuncia commossa Elena, la figlia dell’anziano avvocato intorno al quale ruota la vicenda narrata, il senso ultimo del film La tenerezza, che Gianni Amelio ricava dal romanzo La tentazione di essere felici dello scrittore napoletano (nato nel 1974) Lorenzo Marone. Una storia insomma, che si muove sul terreno degli affetti familiari, uno spazio certo insidioso ma in qualche misura in fondo protettivo. Ma, come spesso accade nei film del regista calabrese, la vicenda contiene un non detto che si lascia solo intravedere e che costituisce il contenuto più vero dell’opera.

Amelio, in una sua maniera terribile e straziante, estremamente intensa, ricorrendo spesso a primi piani e dialoghi densi di contenuti, disegna un paesaggio intimo dei personaggi, e particolarmente dell’avvocato Lorenzo, magistralmente interpretato da Renato Carpentieri, perennemente in bilico tra la volontà di sentire la presenza degli altri, in qualche modo di affidarsi a loro, e l’urgenza di negarli, di abitare fino in fondo, senza sconti la propria solitudine. Certo la storia parla di affetti familiari e della violenza pronta ad esplodere all’interno di un mondo che sembrerebbe non prevederla, dell’incapacità di manifestare se stessi particolarmente proprio di fronte a chi ci è più vicino, dell’egoismo che spesso ci tiene lontani dalle esigenze e dalle sofferenze altrui, ma anche, con uno sguardo che sembra diretto e che invece sottilmente scarta e si stende obliquo e impietoso sugli avvenimenti, dice soprattutto di quella zona di confine dove più o meno tutti abitiamo, continuamente segnata dai sentimenti più puri e dal loro contrario, dal bisogno di donare e da quello di depredare. Siamo, ci fa confessare Amelio, insensatamente ma molto umanamente sempre capaci di pietà e di ferocia. 

Renato Carpentieri in una scena del film

E’ proprio intorno a questo difficile equilibrio che deve essere cercata la sostanza più vera del discorso che il regista calabrese propone: siamo troppi sentimenti insieme e la casa che cerchiamo è difficile da riconoscere. Così spesso la tenerezza si nasconde dietro affetti lacerati, in piccoli gesti, in parole appena sussurrate, in incontri del tutto casuali e improvvisamente indispensabili.

La casa in cui tornare, ed è la problematica che appunto si presenta nel film, è un punto di approdo difficile da raggiungere, perché continuamente si sposta, corre davanti a chi la insegue, si sbriciola, si maschera, risorge in un posto lontano, in cui fino a un momento prima sembrava regnare il deserto.

Gianni Amelio sul set con Vittoria Mezzogiorno

Renato Carpentieri è Lorenzo, un avvocato in pensione, che pare non si sia fatto mai troppi scrupoli pur di portare in fondo vittoriosamente le sue cause. Ha un rapporto pessimo con i suoi due figli (lei è Vittoria Mezzogiorno, lui Arturo Muselli). Al suo ritorno a casa, dopo una degenza in ospedale in seguito a un infarto, scopre di avere dei nuovi vicini. Con essi, e particolarmente con Michela (una sicura Micaela Ramazzotti) intrattiene rapporti sempre più profondi, quasi a sostituire quelli estremamente conflittuali in ambito familiare. Sua moglie è morta da qualche anno, ma l’avvocato confessa che non l’amava. Anche quella che era stata la sua amante (Maria Nazionale) è ormai distante dalla sua vita. L’avvocato Lorenzo è, almeno all’apparenza, egoista e cinico, scortese ai limiti della sgradevolezza, ma nasconde dietro l’evidenza scontrosa, come certi personaggi del cinema di Clint Eastwood, dei valori veri e profondi che lo tormentano. L’incontro con Fabio (un intenso Elio Germano), Michela e con i loro due figli produrrà un corto circuito che porterà in luce gli aspetti più delicati e compassionevoli del suo carattere.  

La tenerezza è un film come se ne fanno pochi oggi, particolarmente nel nostro paese: non ammicca, non vuole rappresentare la realtà smussandone le asperità, non vuole farci ridere a tutti i costi. Invece ci mette di fronte alla miseria dei quotidiani piccoli e feroci squilibri affettivi, facendoci da essi aggredire e lasciandoci frastornati, così come sono spesso disorientati e confusi i personaggi mentre attraversano le vie del centro di Napoli, trafficate e caotiche. Il regista evita di cadere nel patetico e nel melodrammatico, non avendo paura del rischio che corre e comunque facendo arrivare lo spettatore sempre un attimo dopo, quando gli avvenimenti si sono già consumati.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

PLATONE! di Francesco Bargellini (Aragno)

 

Non può essere messa in dubbio l’affermazione che voglia sottolineare il legame esistente, sul piano etico innanzitutto, tra filosofia e poesia: la ricerca di una ragione che spieghi l’esistenza, da qualunque lato la si voglia vedere, è attività alla base di ogni opera filosofica, così come essa non può che sempre sottendere anche il corpus poetico che voglia dirsi tale. E’ altrettanto vero che la parola della filosofia si nutre in qualche modo anche di alcuni degli strumenti retorici che sollevano la significazione dal livello più blandamente comunicativo, al fine di poter dire quello che l’uso convenzionale e denotativo del linguaggio non riesce compiutamente ad esprimere. E’ noto come la filosofia greca antica abbia fatto uso di un linguaggio immaginifico ed evocativo e che Platone, in particolare, abbia intessuto le sue opere con momenti di puro lirismo.

Francesco Bargellini con Platone!, pubblicato per i tipi di Nino Aragno Editore, ci mette dinanzi ad un’operazione di grande interesse culturale e dalla riuscitissima tenuta poetica, non solo traducendo in versi le parole del grande pensatore, ma ricomponendo i lacerti di questa azione in una raccolta, tale da prestarsi ad essere considerata un’opera del tutto originale, pur attingendo in maniera puntuale ai diversi scritti del filosofo. Dei testi originari non si tiene conto di quel continuum che ogni scritto filosofico è costretto ad inseguire, ma anzi si preferisce pensarli, così costruendo un tracciato del tutto nuovo, come se si trattasse di una raccolta di frammenti, come se dell’impresa iniziale fossero rimaste solo segni sparsi da cui è possibile immaginare le parti mancanti. 

Spiega Bargellini nell’ampio scritto in prosa che dà inizio al volume, che il percorso poetico che ha ricavato dagli scritti di Platone è “delineato per frammenti, quasi che il corpus platonico fosse un solo grande poema perduto e ora riemerso per schegge isolate; e questo percorso ha la natura dell’omaggio e del saccheggio al contempo”. Aggiungerei che ha anche la natura di un libro compiuto e di tono e di linguaggio unitari, fedele del resto alla parola del maestro ateniese al punto da ricostruirla in maniera inusuale e profondamente incisiva.

Bargellini insomma scrive un libro di poesia che è sicuramente opera di Platone (le traduzioni d’altra parte, sia pure in versi, sono fedeli per contenuto e verrebbe da dire nell’intonazione musicale alla lezione originaria), ma che è anche, con la stessa sincerità e la stessa forza, risultato della più intima natura artistica ed umana dello stesso Bargellini. Quindi se è vero, come saggiamente suggerisce Alessandro Fo che firma la prefazione al volume, che “Platone filosofo-poeta e Bargellini poeta-filosofo” sanno che “la filosofia procede dalla meraviglia” e che “la meraviglia a sua volta produce anche parola meravigliata e meravigliosa, cioè poesia”, sta di fatto che in questo caso la parola che “trasferisce nell’animo del lettore, in un unico tratto, bellezza, conoscenza, pienezza, producendo inestimabile ricchezza” è frutto del lavoro di entrambi: e anche questo lavoro a quattro mani a distanza di secoli risulta certamente meraviglioso, e spiega molto dell’intento dell’autore nostro contemporaneo, che tiene comunque a precisare che l’antologia “è proditoria, in primo luogo, ai danni del pensatore”.

Non c’è dubbio, danno o no, che il risultato sia di grande forza espressiva e che consegni al lettore intatto, anzi in qualche modo rinnovato, il valore del pensiero di Platone. Basta qualche esempio: “La gente non sa: / senza questo tragitto attraverso ogni cosa, / senza vagabondaggio // se pure la incontri non avrai intelligenza / della Verità” (“Il vagabondo” dal Parmenide); “mi ordinava di fare musica, / e io questo facevo // sicuro che la filosofia / fosse la musica massima” (“La musica” dal Fedone); “Guardati intorno, davvero, sta’ attento / non ci senta un profano // questi sicuri che non ci sia altro / oltre ciò che le mani riescono a stringere // che alle azioni, alle generazioni / e all’Invisibile tutto / non concedono essere” (“Il profano” dal Teeteto).

Il Platone! di Francesco Bargellini parla anche alla e della nostra contemporaneità. Ne è prova a suo modo l’ultima parte del libro, che è costituita dalle brevi prose che hanno titolo Platonico. In questo caso Bargellini parla esclusivamente (almeno così si direbbe) a proprio nome: considerati i presupposti e la scelta di far esprimere Platone in versi, non può, lui che è autore di versi, al quarto libro di poesia dopo Il significato, Dresda e Sono paura, che scegliere la strada di esprimersi in prosa. Sono scritti che ci mettono di fronte ai mali e alla limitatezza dei nostri tempi, quasi a voler ribadire l’urgenza e la necessità di recuperare un’esistenza da platonici, appunto. In uno di questi scritti Bargellini afferma che il Platonico “diceva che la gente, per non conoscersi, frantumava peculiari specchi; ed era bene che facessimo orecchio a quel crash di ogni giorno, da tutte le case. Era istruttivo sapere degli innumerevoli settennati di guai, e la follia di quell’autoteppismo, mentre i bambini si ferivano con i frantumi”. Se fossero di più i platonici, dice in un altro di questi poemes en prose, se ci fosse “un esercito Platonicorum”, gli uomini avrebbero pietà per le disgrazie proprie e dei propri simili.

Pubblicato su Poesia n.324

PARLAVANO DI ME in prima nazionale al teatro Bolognini di Pistoia

Parlavano di me, il mio racconto che dà il titolo alla raccolta pubblicata dall’editore Effigi nel 2015, diventa un testo teatrale e approda sulle tavole del palcoscenico. L’Associazione culturale Isole nel Sapere, in collaborazione con l’Associazione Teatrale Pistoiese, realizza una messa in scena, affidata alla regia di Marco Zingaro e all’interpretazione di Francesca Nerozzi. Il lavoro sarà presentato in anteprima nazionale domenica 23 aprile 2017 alle ore 21 al teatro Bolognini di Pistoia.

Al termine nel foyer del teatro sarà possibile visitare una mostra delle opere di Cristina Gardumi, autrice dell’immagine grafica dei materiali pubblicitari.

Parlavano di me è la confessione di una giovane donna a sua madre. 

La ragazza ​parla, con rassegnazione e durezza, di un’umanità esaltata e inconsistente, di un microcosmo di adulti che sembrano non voler crescere, dove regnano banalità e frivolezza. E’ il mondo dei concorsi di bellezza, nel quale emergono personaggi dagli atteggiamenti superficiali, cinici, dettati dall’invidia, ma a ben guardare ​mossi dallo sforzo di vivere.

La ragazza si rivolge alla madre inizialmente con rabbia, freneticamente, quasi incapace di tenere a freno la sua agitazione, poi il suo racconto tradisce un crescente turbamento, una condizione di sofferenza, e il linguaggio e l’atteggiamento si fanno più accorati. In fondo l’argomento principale delle sue parole non è quel mondo di lustrini, di accappatoi e tacchi a spillo, ma la propria condizione di disagio, il malessere che la affligge e che condiziona pesantemente la sue giornate.
Con il proseguire della storia, il discorso diventa un monologo appassionato, una supplica, una confessione. La madre, così incombente nella vita della figlia, forse è assente, comunque distante. La ragazza, infine con timore e con tenerezza, rivela la propria reale condizione, e palesa un disturbo che condivide con tante coetanee.

Francesca Nerozzi, pistoiese, è attrice, ballerina, cantante. La sua formazione iniziata dal balletto classico in giro per l’Europa, spazia dal cinema al teatro. Fa parte del trio vocale swing “Ladyvette” protagoniste della fortunata serie Rai1 “Il Paradiso delle Signore”. Vanta anche collaborazioni con il trio “Le Sorelle Marinetti” e ruoli da protagonista femminile in numerose produzioni ​n​azionali e ​internazionali.

Marco Zingaro,  ​p​ugliese trapiantato a Londra, è attore, performer e regista. Diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, ha intrapreso una carriera ​i​nternazionale. Fondamentali le sue collaborazioni con compagnie inglesi quali Old Vic Theatre Community Company, Frantic Assembly, Coplicitè e Punchdrunk. Per il cinema​ è presente in pellicole quali “007 Spectre” e “Belli di Papà”, per la tv nelle fortunate serie “Medici, Masters of Florence”, “Tyrant”, “Knightfall” e in uscita per Rai1 “​I​l Capitano Maria”. Recentemente protagonista di uno noto spot pubblicitario nei panni di un supereroe.

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IL NOME DELLA FIGLIA DI SAFFO di Jesper Svenbro (Settegiorni Editore)

 

Jesper Svenbro è un poeta che tende a rimuovere le distanze: siano esse quelle fisiche o geografiche esistenti tra territori lontani, oppure le differenze che si manifestano tra ambienti diversi di natura più propriamente culturale. Il passato e il presente, i miti dell’antica Grecia e gli eventi dolorosi o felici della nostra quotidianità, gli dei, gli eroi e i derelitti, le isole del mar Egeo e i boschi della Scandinavia, nei versi di Svenbro interagiscono e danno luogo a nuova significazione. Allo stesso modo una tensione di matrice più evidentemente lirica si insinua nella versificazione che è incline al racconto e alla soluzione narrativa, la riflessione propria dell’argomentazione saggistica entra in stretta relazione con un movimento di natura privata ed affettiva.

Anche quando i versi propongono una materia più intima e familiare, o quando si soffermano sui drammi che affliggono il genere umano, la violenza, la morte, la guerra, la fuga da luoghi inospitali, Svenbro non dimentica la sua attività di filologo e di studioso di letteratura greca, che non si sviluppa solo sul terreno dell’investigazione accademica ma è frutto di passione profonda e si costruisce nel rapporto con la vita di tutti i giorni: la sua poesia in questo modo si ciba di alimenti diversi, che restituisce al lettore dotati di nuova energia, di una rinnovata incisività. Il ricorso ad argomenti lontani, eppure in qualche modo presenti, conduce la poesia ad essere raffinata e popolare, colta nei riferimenti e lineare nella formulazione lessicale e sintattica. 

Jesper Svenbro

A Jesper Svenbro è stato assegnato pochi giorni fa il Premio Internazionale Il Ceppo, dedicato a Piero Bigongiari, e l’Accademia che concede il riconoscimento ha meritoriamente promosso la pubblicazione, presso i tipi di Settegiorni Editore, di un’ampia scelta del nuovo libro di versi del poeta scandinavo, in ampio anticipo rispetto all’uscita in terra svedese, dove le liriche verrano edite solo il prossimo autunno. La raccolta Il nome della figlia di Saffo è curata da Paolo Fabrizio Iacuzzi e si compone di diciannove liriche, tradotte da Maria Cristina Lombardi, che firma anche un’illuminante introduzione al volume.

Di Jesper Svenbro, che dal 2006 è membro dell’Accademia di Svezia che assegna il premio Nobel per la letteratura, in Italia sono stati pubblicati i saggi La parola e il marmo. Alle origini della poetica greca (Bollati Boringhieri, 1984), Storia della lettura nella Grecia antica (Laterza, 1991) e le raccolte poetiche Apollo blu, cura e traduzione di M. Cristina Lombardi (Interlinea, 2008) e Romanzo di guerra, a cura di Marina Giaveri (ES, 2013).

A partire dal ritrovamento nel 2014 di ulteriori due frammenti della poetessa di Lesbo, Svenbro, che a Saffo ha dedicato molta parte dei suoi studi di filologia, sente il bisogno di ritornare sulla sua vicenda, questa volta inserendola in un delicato e originalissimo quadro sociale e familiare. Svenbro ci conduce, attraverso un’inchiesta che diremmo di natura politico-economica, a ricostruire i legami dell’aristocratica Saffo e di suo fratello Carasso con l’ambiente dell’isola dove vivevano e dove la loro famiglia era giunta esule dalla sconfitta Troia. Carasso in effetti aveva messo in piedi una significativa e redditizia attività economica, esportando l’ottimo vino dell’isola, di cui era anche produttore, e importando, soprattutto dall’Egitto, vari prodotti, tra cui quel nìtron, il salnitro, che diventa centrale nella raccolta. Proprio a partire dal nìtron infatti si sviluppa il discorso di Svenbro, che combina, facendoli interagire tra loro in maniera altamente e insolitamente significativa, affermazioni che potrebbero appartenere ad un saggio di carattere economico con dotte e approfondite questioni squisitamente filologiche, il linguaggio piano e scarnificato tipico di un libro di storia con improvvisi scarti lirici. “Cosa può avere indotto Saffo all’uso / di una parola come “salnitro” in un testo poetico? / Nella lista delle merci che Carasso / portò con sé nel viaggio di ritorno // da Naukratis davvero è menzionato / (…) // Il suo profumo così simile al Palmolive! / Un sapone democratico che può insaponare / il corpo nudo di una donna d’estate / prima di un’aristocratica doccia.”

Così scrive Svenbro, in una poesia dal titolo eloquente ed inatteso, almeno in un libro dedicato a Saffo: Palmolive. Sapone verde per la poesia, partendo dalla costatazione che esiste un brevissimo frammento di Saffo dove appunto compare la parola nìtron.

Tra saponi e prodotti per lavarsi i denti (la poesia Dentifricio è dedicata all’amico scomparso Valentino Zeichen), tra tracce per i compiti d’esame e poemi didattici sul significato dei nomi propri nell’antica Grecia, tra richiami alla mitologia classica e citazioni dalla cinematografia più conosciuta, indicazioni per un’estetica saffiana e riferimenti alla più dolorosa attualità in una foto dell’artista Ai Weiwei (“Il suo Istagram lo mostra tra i profughi siriani / sullo sfondo di migliaia di salvagenti e gommoni bucati. / Il mare nel sole della sera. Il suo volto: / una maschera di Dioniso”) la poesia di Svenbro costringe il lettore a scivolare da un contenuto all’altro, ad aggiustare continuamente il tiro, alla costante, eccitante perdita di equilibrio. Chi legge entra dunque nel vortice di un gioco vertiginoso, nel quale la linea di confine tra il territorio dell’ironia e quello governato dal rigore scientifico è davvero straordinariamente labile.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi.it

Umana, troppo umana: una poesia per Marilyn

L’editore Aragno ha recentemente pubblicato l’antologia di poesie Umana, troppo umana, dedicata a Marilyn Monroe, in occasione dei novanta anni dalla nascita. Questo è il mio contributo al volume, curato da Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo.

Preghiera (a M.)

Ave, Marilyn, piena di tua grazia
e di tristizia, splendida tra tutte
le donne e maledetta, unica dea
che compare nei sogni degli umani
in gonne sollevate dalla furia
dei fiati sotterranei, metropolitani
riprovevoli abissi, e reggiseni
di linde trasparenze, et benedictus
tuo seno senza gioia solo sfiorato
dall’amore di mani, da milioni
d’insaziabili occhi, e preservato
da morte, sempre uguale nei secoli
dei secoli, lo sguardo che non muore
affatturato, avvocata nostra,
inerme tu, sprovvista di difesa,
da noi invocata, come noi esclusa
dal paradiso, sei senza peccato
senza letizia: nell’eternità
la biondissima aureola sfolgorante
ci faccia luce e la luce illuda
che sia senza vecchiaia l’aldilà.
Marilyn madre, Marilyn mia donna,
amante nostra e mai Marilyn sposa,
prega per noi che abbiamo tanto errato
con l’animo vagante e intrappolato
da sempre in cerca, come tu hai cercato
senza riposo il frutto immacolato,
ora pro nobis, se tu sai implorare
e se puoi farlo dalla tua dimora
prega per noi che ti desideriamo
per non averti mai, nunc et in hora.

 

 

 

Rendere visibile il mondo: le Mappe di Carucci e Giuffrida

Le Mappe di Lucilla Carucci e Tano Giuffrida saranno esposte presso Libri Liberi, a via San Gallo 25/r a Firenze dal 24 febbraio 2017 al 9 marzo. Questo è il mio testo di presentazione della mostra.

Per chi ha vissuto buona parte della propria esistenza ben ancorato alle vicende e alle conoscenze del secolo scorso, la parola mappa evoca avventure alla ricerca di tesori, paesaggi sconosciuti e straordinari da visitare, carte geografiche di paesi lontani verso i quali è soprattutto l’immaginazione a muoversi. Per tutti costoro, aprire un atlante è stata sempre un’azione emotivamente intensa, resa appena meno suggestiva, negli ultimi anni, dalla semplificazione negli spostamenti e nella percezione di territori e distanze prodotta da google maps, dai voli low cost e dall’idea di avere il mondo a portata di mano. Tanto per dare un’idea, google hearth per android assicura che l’istallazione dell’applicazione consentirà di esplorare il globo scorrendo con un dito, di sorvolare il pianeta e di volare in 3D su città come New York e Parigi.

Opera di Lucilla Carucci esposta nella mostra a Libri Liberi.

O anche, perchè no, sulle città indiane, un tempo animate da fiorenti attività coloniali. Goa ad esempio. A Goa, la Dourada, fu Guido Gozzano nel suo viaggio in India intrapreso nel 1912 alla ricerca, tra l’altro, di un’impossibile salvezza dalla tubercolosi che ne minava il fisico. Gozzano nello straordinario resoconto di quell’esperienza che è Verso la cuna del mondo, ricorda di avere già visitato la città “cento volte con la matita, durante le interminabili lezioni di matematica, con l’atlante aperto tra il banco e le ginocchia: ora passando attraverso l’istmo di Suez e il Mar Rosso, l’Oceano Indiano, ora circumnavigando l’Africa su un veliero che toccava le Isole di Capo Verde, il Capo di Buona Speranza, Madagascar”. A distanza di un po’ di anni, mentre è su “una caravella panciuta, lunga trenta metri, alla quale è stata senza dubbio aggiunta la prima caldaia a vapore che sia stata inventata”, a Gozzano sembra che il viaggio di una volta sull’atlante sia “la realtà viva” e “pallida fantasia questo cielo e questo mare”. Il poeta de La via del rifugio arriva alla conclusione che “termina oggi il viaggio intrapreso a matita sull’atlante di vent’anni or sono”.

Una matita simile, con la quale tracciare linee che permettano di visitare luoghi e di ricrearli, la stessa con la quale fantasticavano sugli atlanti della loro fanciullezza, è ancora tra le mani di Lucilla Carucci e Tano Giuffrida, che non hanno smesso di viaggiare accompagnati dalle figure e dai paesaggi che i segni e i sogni producono. Con impareggiabile sapienza e con costante pazienza, hanno continuato a credere che il mondo vero, “la realtà viva”, fosse innanzitutto quello vissuto e visitato con l’atlante poggiato sulle ginocchia, e dunque non hanno smesso di costruirlo, il mondo, e di ricostruirlo, segnandone i confini, modellandone i paesaggi.

I due artisti, non nuovi a imprese in comune, lei fedele alla materialità cedevole dei tessuti, lui sempre alle prese con una ricerca che gli consenta ancora di meravigliarsi di quello che vede intorno, ci affidano ora le loro Mappe, ci mettono al corrente di una loro privata geografia, per dirci come sono fatti i luoghi che abitiamo e quelli che soltanto immaginiamo, per renderli, in qualche modo, finalmente visibili. Ci propongono di guardare il mondo da un diverso punto di vista, di alzarci, insieme a loro, a una visione dall’alto, tale da consentire una prospettiva inusuale, apparentemente oggettiva, idonea ad offrire una visione piatta e razionale dei territori, in fondo invece capace di penetrare nelle profondità dei paesaggi.

Una Mappa di Tano Giuffrida

Visti da quella zona alta e inconsistente, i luoghi hanno una loro superiore eleganza, sembrano contrapporre la grazia geometrica dell’esattezza, la composta essenzialità della squadratura, all’inesauribile scompiglio di cui è sempre vittima il reale. Le opere di Lucilla Carucci e Tano Giuffrida, sia pure in maniera diversa, ci lasciano intravedere paesaggi da cui si vorrebbero scomparse la confusione generata dai dettagli e l’incostanza delle differenze. Proprio a partire da quel luogo di osservazione, da quello spazio esterno e aereo nel quale non è possibile abitare, il viaggio diventa realizzabile e i confini possono essere cancellati. L’azione stessa del partire, si direbbe, è interamente già presente nella visione. Ed è proprio da quel luogo paradossalmente che possiamo rendere visibile il mondo, comprenderne le increspature, segnalare i dettagli, spingere chi guarda con noi, chi è davanti alla nostra mappa, a immaginare i particolari e reinterpretare i luoghi, mettendo a fuoco fino al più esile filo d’erba.Concentrati a tracciare con la matita, sull’atlante che conservano sulle ginocchia, i propri percorsi umani ed esistenziali, Lucilla e Tano, entrambi fiorentini d’adozione, la prima originaria di Camerino, l’altro di Catania, luoghi entrambi di incancellabile caratterizzazione culturale, ci consegnano un mondo la cui partitura, innanzitutto cromatica e musicale, ci porta dentro noi stessi, quasi a volerci far considerare come l’analisi di ogni mappa non possa che condurre a una soluzione, e dunque a un tragitto utilmente percorribile, se non si è disposti a guardare anche alle nostre regioni interiori.

Ogni mappa è un testo da decifrare, a volte da scompaginare e riadattare, un tessuto i cui fili sembrano scomparire nell’ordito, ma che sono lì a spiegare la trama del percorso, a rendere possibile il racconto. Sanno bene tutto questo Lucilla Carucci e Tano Giuffrida, sanno che la realtà per essere compresa, un paesaggio per essere veramente descritto, vanno rimescolati, tagliati, spezzettati e ricomposti.

E’ il compito della scienza cartografica ed è da sempre il compito di ogni artista.

HAIKU ITALIANI di Luigi Oldani (Samuele Editore)

 

Luigi Oldani ha sempre vissuto la letteratura con una sorta di delicata attenzione nei confronti della parola poetica, una generosa partecipazione alle vicende più complessive della poesia del nostro tempo, un commosso rispetto nei confronti dei maestri. Ne è testimonianza l’appassionata attività quale organizzatore di letture e incontri, e soprattutto l’esperienza di coordinamento e redazione della rivista Pioggia Obliqua, partita come periodico radiofonico e poi, negli anni Novanta, diventa una tra le più significative pubblicazioni di letteratura, aperta a contributi di notevole spessore e a partecipazioni illustri, quali quelle di Enzo Siciliano, Antonio Tabucchi, Mario Luzi, Luigi Baldacci. Da qualche tempo la rivista è riproposta in versione online (https://www.pioggiaobliqua.it/) e si avvale dei contributi dei maggiori scrittori italiani di questo inizio secolo, tanto da diventare, nel giro di poco tempo, uno dei più attivi punti di riferimento della poesia italiana di questi anni. 

Luigi Oldani legge i suoi haiku

Oldani, che è autore di diverse pubblicazioni, ha presentato recentemente quella che finora più essere considerata la sua opera più originale e matura. Gli Haiku italiani, editi per i tipi di Samuele Editore, sono infatti un libro denso, di scrittura rigorosa e di notevole spessore espressivo. Il poeta, forte di un periodo trascorso a Tokyo per motivi di lavoro e di un’esperienza maturata nel Centro Zen Firenze, tra i più rappresentativi dello Zen europeo, si avvicina ad una delle forme tradizionali dell’espressione poetica nipponica con grande sensibilità e con la capacità di muoversi in equilibrio sulla linea di confine tra la quotidianità e la cultura europee e le consuetudini espressive e la raffinatezza di marca orientale.

Nella poesia italiana dello scorso secolo non sono mancati esempi di poeti che si sono avvicinati alla forma dell’haiku, semmai senza ripercorrerne rigorosamente i dettami tradizionali. E’ il caso di Saba e Zanzotto, ma anche alcune liriche di Ungaretti sembrano richiamare lo stile e la composizione sillabica della lirica giapponese. In ogni caso, Oldani sembra più vicino, per l’utilizzo di immagini legate alla nostra quotidianità e per la propensione a far materializzare il vuoto e il senso di vanità che accompagna ogni nostro gesto, alla produzione, piuttosto significativa, che Jack Kerouac dedicò al genere, in pratica reinventandolo ad uso della nostra sensibilità di occidentali.

Luigi Oldani, che mantiene in massima parte la struttura dell’haiku tradizionale, pur assicurando alle sue poesie una maggiore libertà nella lunghezza dei singoli versi, sviluppa un’espressione che appoggia la significazione soprattutto su una sorta di salto logico finale, che apre a contenuti imprevisti e di notevole forza espressiva. Questo modo di procedere, del resto in linea con gli esempi moderni, anche giapponesi, consente di porgere al lettore in maniera semplice ma particolarmente efficace quelli che sono i grandi quesiti che l’uomo si trova ad affrontare: le questioni legate al trascorrere del tempo e alla finitezza delle cose terrene, gli eventi imperfetti e che pure possono apparire eterni, almeno nell’attimo in cui sembrano suggerire un loro impronunciabile segreto. Come scrive Alba Donati nell’introduzione alla raccolta, Oldani con questo suo scatto improvviso alla fine di ogni haiku e con quell’ulteriore verso che ci aspettiamo di leggere, che quasi siamo costretti a pronunciare, e che in effetti non c’è, “rigira il tutto, inverte la direzione, immette cose non viste, non vedibili”.

La forza struggente e in qualche modo sfuggente delle liriche di Oldani è proprio nel legame tra quello che ci viene descritto e l’invisibile, il mai visibile o il non più visibile, si concretizza nel mondo indefinibile che si rappresenta dinanzi ai nostri occhi, tra la corporeità dei reperti naturali che irrompono sulla scena e l’impalpabilità della loro più profonda natura,. Per esempio: “Tra le camelie / una gatta s’aggira / le cade un fiore”; o, quasi un manifesto di poetica, “Lascio cadere / parole mai nate: / vento d’inverno”.

Il poeta sembra provare ritegno di fronte alla scoperta della vita e del suo mistero, una specie di incapacità a credere che la parola possa davvero definire una presenza, misurarsi con la vera consistenza della realtà, per cui con consapevolezza confessa: “Dei secchi granchi / con la bassa marea / amo il ritegno”.

Il tempo a cui spesso ci si riferisce in queste liriche non è quello storico che rassicura, mettendoci di fronte all’esistenza di un prima e di un dopo, di un succedersi esatto di segmenti misurabili, quanto piuttosto l’estensione indefinibile, in bilico tra la tradizione dello zen e lo spaziotempo delle recenti acquisizioni della fisica: “Di ogni fiore / ogni petalo esiste / per tutto il tempo”; “Come la stella / tutta nel cielo oggi / piango questo blu”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Poetica dell’insonnia: una lettura della poesia di Valerio Magrelli

Nel volume Passione Poesia (CFR edizioni, € 20), curato da Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, che raccoglie considerazioni su alcuni tra i testi poetici più significativi degli ultimi decenni, è contenuto un mio commento della poesia di Valerio Magrelli Per una bambina di sei anni che non riesce a dormire, inclusa nella raccolta Disturbi del sistema binario (Einaudi, 2006). Ripropongo il mio breve saggio anticipato dalla poesia in questione.

 

Per una bambina di sei anni che non riesce a dormire

Ti penso come una Laika in orbita nel cielo disabitato,
satellite ma cucciolo del buio, solo corpo celeste
a palpitare nell’universo devastato
dal sonno.

Hai occhi rimasti aperti la notte,
accesi da pensieri che non sono te
e ti tengono desta
vorticando.

Soletta nell’ellittica,
pelouche astrale,
chiedi
come si fa a sparire.

Ma tu rimani, e superi la notte vegliando su di me
perplessa, ignara, arresa a una forza più grande
che sei tu, al faro che da dentro ti illumina, me cieco,
per guidarmi nel sonno.

 

La poesia di Valerio Magrelli, almeno quella delle raccolte degli ultimi anni, costruisce spesso un sistema nel quale interagiscono due mondi, quasi sempre lontani per ordine e stato. Le prospettive del ragionamento che ne deriva, apparentemente privo di impulso emotivo o dove tale inclinazione è significativamente dissimulata, si alimentano proprio dal cortocircuito dei due ambiti. Il prodotto di questa informazione è per forza di cose inaspettato e disorientante, o almeno il poeta tratteggia un paesaggio di segni che tende a meravigliare il lettore e a lasciarlo alle prese con un pensiero discordante da riordinare. E’ il meccanismo che è alla radice della figura retorica della metafora, dove entrano in relazione due elementi sulla base di un rapporto di somiglianza che può interessare anche solo un segmento marginale. Nel caso dell’opera di Magrelli, la metafora non è utilizzata all’interno di un periodo, al fine di aumentarne il potere evocativo, ma si dilata coprendo l’intera struttura della lirica. In questo senso la sua poesia (ma anche la sua opera in prosa da Condominio di carne a Geologia di un padre) sembra mettere insieme l’esperienza di matrice combinatoria di tanta letteratura europea della seconda metà del Novecento con la lirica barocca italiana, nella quale spesso il sentimento poetico e il gioco linguistico si fondono, dando luogo ad un meccanismo di ricorrenti e stupefacenti connessioni metaforiche. 

Valerio Magrelli

Questo modo di procedere è ben evidente nei libri a partire da Didascalie per la lettura di un giornale del 1999 e trova una sua cosciente affermazione, fin dal titolo, in Disturbi del sistema binario, in cui la realtà esterna, composta spesso anche dagli avvenimenti devastanti della cronaca, e il mondo familiare degli affetti, il luogo dove una armonia risulta ancora possibile, entrano in connessione, producendo esiti imprevedibili, disturbi insomma nel tracciato apparentemente inflessibile del sistema esatto della significazione.

Nel caso della poesia Per una bambina di sei anni che non riesce a dormire, contenuta nella Seconda Parte del libro sopra citato, fin dal primo verso alla figura della piccola figlia del poeta, che ha difficoltà a prendere sonno, viene affiancato il personaggio di Laika, la celebre cagnolina che nel novembre del 1957, a bordo della navicella spaziale Sputnik 2, rimase in orbita intorno alla Terra, primo vivente ad affrontare l’impresa, per poi morire qualche ora o pochi giorni dopo il decollo, a seconda delle versioni . Come Laika è stata il solo essere animato in orbita “nel cielo disabitato”, così la bambina, con evidente ribaltamento, è l’unico corpo celeste “a palpitare nell’universo devastato / dal sonno”. Il buio del cielo e quello della notte, gli occhi che rimangono aperti su un mondo che ha perduto i riferimenti abituali, la speranza di trovare una soluzione che consenta di “sparire” (è evidente come il verbo prenda significati diversi a seconda se sia riferito alla bambina, che vorrebbe annullarsi nel sonno, o al cane, destinato invece proprio a svanire, a non fare più ritorno sulla Terra) sono i tratti che uniscono i due personaggi della lirica e che intanto creano la collisione semantica e la svolta perturbante.

I piani della significazione procedono per ulteriori sovrapposizioni e così nella terza strofa (“Soletta nell’ellittica, / pelouche astrale, / chiedi / come si fa a sparire”) i due soggetti, la bambina e la cagnolina, si sovrappongono al punto che il “pelouche astrale” e il riferimento all’orbita ellittica spingerebbero in direzione dell’animale, mentre il “chiedi”, così fortemente isolato al terzo verso, è esercizio invece attribuibile alla piccola insonne.

Uno spostamento ulteriore si produce nella quarta e ultima strofa, quando l’impossibilità nel prendere sonno, che vive la bambina, realizza un’inversione di ruoli rispetto alla situazione iniziale e alla condizione abituale: sarà infatti la piccola a vegliare sul padre, in forza di una luce interna, che è quella che non le consente il sonno e che le permetterà di guidare il riposo dell’adulto disteso al suo fianco. 

Laika nello spazio nel novembre 1957

Non sfugga il contrapporsi dei termini “faro” e “cieco”, per cui chi veramente vede è appunto la bambina di sei anni, in forza di una energia, di una armonia con il reale, dei suoi occhi aperti con tenacia e fiducia sul mondo, che non appartengono più alla visione contaminata dell’adulto. Si ripete in qualche modo, in favore dell’innocenza infantile, la celebre immagine montaliana relativa alla miopia della moglie (“le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue”), salvo che in questo caso il ribaltamento è totale: è la figlia a proteggere il padre, la piccola a consentire una rigenerazione e dunque la possibilità di recuperare un sereno rapporto con l’esistenza. Non è un caso allora che la Seconda Parte del libro abbia titolo La volontà buona e la sezione in cui è contenuta la lirica si chiami Uscita di sicurezza.

Del resto il ricorso a temi inerenti la visione è presente in tutta l’opera di Magrelli, a partire dal titolo della prima raccolta poetica Ora serrata retinae. Nello scrittore romano la poetica dello sguardo appare sempre associata ad una distorsione della trasmissione visiva, ad un’accentuata miopia che sfuma i contorni degli oggetti e pone il soggetto di fronte ad una interrogazione sulla loro reale consistenza fisica. In questo modo vedere significa poter dare nuova significazione alla realtà, sovrapporre le immagini, mettere in contatto mondi apparentemente lontani. Del resto scriveva Magrelli in una poesia di quel primo libro. “La scrittura / non è specchio, piuttosto / il vetro zigrinato delle docce, / dove il corpo si sgretola / e solo la sua ombra traspare / incerta ma reale. / E non si riconosce chi si lava / ma soltanto il suo gesto. / Perciò che importa / vedere dietro la filigrana, / se io sono il falsario / e solo la filigrana è il mio lavoro”.

Il vetro zigrinato lascia insomma intravedere altre esistenze, permette che il mancato sonno di una bambina sfumi nel sogno di una cagnolina dispersa nello spazio.

IL DOLORE di Alberto Toni (Samuele Editore)

 

Alberto Toni ha sviluppato nel corso degli anni, a partire dall’esordio avvenuto nel 1987 con la raccolta La chiara immagine, un percorso concentrato e coerente, fedele ad un’atmosfera culturale, forse maggiormente presente nel nostro paese negli ultimi decenni del secolo scorso, di attenta riflessione sulle dinamiche dell’io e insieme fondata sulla volontà di indagine del mondo, nella consapevolezza che l’impegno civile abbia corrispondenza innanzitutto nella ricerca di una verità, in qualche modo ipotizzabile, ma che per sua natura sempre si nega e si allontana. E’ questo un lavoro spesso oscuro, che impone una dizione poetica non lineare, che procede per sbalzi analogici e per accumulazione di immagini ed esperienze.

Alberto Toni (Ph. Dino Ignani)

Nella poesia di Toni, come si evince anche dalla sua più recente prova poetica, Il dolore, pubblicata da Samuele Editore, è sempre evidente un’attenzione esasperata alla singola parola, ad ogni movimento interno della versificazione, nella convinzione, peraltro mai esibita ed anzi che si manifesta in maniera tormentata, che si possa davvero dire l’indicibile, arrivare attraverso la poesia a sondare anche le zone più profonde e impervie della natura dell’uomo. La poesia è dunque attività sacra, ma non per questo risolta, anzi si alimenta nella frammentazione e si compone di fragilità.

Il lettore delle poesie di Alberto Toni deve essere disposto a farsi trasportare dalla corrente evocativa in cui si muovono le parole, seguendo il corso che ha scelto la poesia che, come la “trota sannita” della lirica Lungo il Sangro che apre il volume, parente prossima della nota anguilla montaliana, “s’annida al temporale, sfida il grigio / e il verde, mentre l’acqua, il riverbero / di fibule sotterra il tempo antico e / quanto resta”. Il viaggio della trota è sfida e scoperta, dunque consapevolezza che non esiste altra strada che quella di continuare a cercare una strada, altra condizione che trovare la ragione dell’esistenza proprio nei limiti a cui la vita stessa continuamente obbliga: “La trota / che s’inerpica nel grigiorosa dei sassi / e poi scompare. Come una spada, una lancia / museale, viva e sembiante, un po’ in ombra, / ma eccola al raggio e alla pioggia sopravvive, / rinasce di giorno in giorno, smilza che fugge / e scrive la storia antica”. Ma dal viaggio non si ricavano rassicurazioni, né l’idea di una soluzione, di una risposta piana: “Se dalla / fugacità rapita noi non proviamo gioia, eccolo / il turbinello della mente, il basso / che ci pesa al cuore, lapsus, offuscamento e male”.

Una parola chiara, un racconto lineare e sciolto, un discorso senza increspature non sono più possibili; il poeta dunque deve fare i conti con il ritmo ansante e frammentato del suo respiro, con l’accumulazione di vicende e oggetti, che appartengono alla vita ma non possono essere ricondotti ad unità, anche se è quello che la poesia è costretta ogni volta a tentare.

Il dolore, a cui il titolo fa riferimento, nasce dalla scomparsa della madre, raccontata soprattutto nelle sezioni finali del libro, Percorso ospedaliero, Il dopo, Il dolore. La morte pone il poeta di fronte a una serie di quesiti e riflessioni, che spesso ruotano intorno al concetto di tempo. Anzi, dovremmo dire con Toni “Non il tempo, ma i tempi: quelli / dei ritratti e dei cieli mobili, / angeli piegati verso il basso / schiere, viluppi, antichi / turbamenti”.

La poesia non può che costatare che il movimento che sembra orientare le esistenze verso l’una o l’altra direzione è “sempre uguale, anche se / appare diverso ogni momento. / E’ l’illusione ottica della vita”. Il tempo perciò è un contenitore senza storia, mera illusione anch’esso: “Rema contro, il tempo. Rema / per le città senza cuore, per / i secoli brevi, troppo brevi. / E a niente vale la clessidra, / se non come specchio e tema. / (…) / perché il tempo non dà risposte. / Nessuna. Fruscio d’alito perpetuo, / intuito, annegato subito dopo / nelle mie chiacchiere oziose”.

Il dolore di Alberto Toni è un libro denso e compatto, frutto di uno sguardo accorato e affranto, ma anche capace di cogliere i colori della vita. E’ lo sguardo di un poeta che, come la trota sannita, “non teme le nostre sorprese / contemporanee e lascia soltanto un filo / nel percorso, spiazza in controtendenza / la lenza del pescatore”.

Anno nuovo

Penseremo possibile una svolta,
mutamento nel ritmo della marcia
per adeguarci ai tempi accelerati
che impone l’era, ai forsennati scatti
digitali, alle brusche alterazioni
negli assetti. Forse ci coglierà
per rinnovata sfida o infermità
di morbo antico, l’impazienza
di scosse, di trasalimenti, voglia
di rubare ai giorni emendamenti,
lezioni sconosciute, variazioni
al consueto regolare svolgimento
delle fatalità. Vogliamo breccia
nella compostezza, un’oscillazione
nella tenuta solita dei patti,
che una faglia rovini l’equilibrio
e ci riporti al passo vacillante
che era di giovinezza. Accadrà
invece poco o nulla, l’universo
proseguirà con pochi impedimenti
per il suo verso, noi rovisteremo
sia giorno o notte il cielo alla scoperta
del tempo che farà, domanderemo
alle stelle lontane, alle galassie
se sia sensato il balzo, che distanza
passi tra dove siamo e la felicità.

(ph. G. Grattacaso)

Firenze gonfia d’Arno: l’alluvione in una poesia di Piero Santi

Ho tra le mani l’elegante volumetto dei 263 Versi di Piero Santi e scopro che la dedica che volle farmi quello che per me è stato un indimenticabile maestro e un caro amico risale al 7 dicembre del 1983. Avevo conosciuto Santi da qualche mese, ma quella era una delle prime volte, se non la prima in assoluto, che mi recavo nella casa di via dell’Erta Canina, appena all’inizio della ripida salita che, dopo il viale alberato che parte, superata via del Monte alle Croci, da quello che fu il ristorante La Beppa, conduce tra gli ulivi fino a piazzale Michelangelo. 

Piero Santi con Mario Luzi al ristorante La Beppa nel 1983
Piero Santi con Mario Luzi al ristorante La Beppa nel 1983

Ci sono tornato qualche giorno fa in compagnia di Mari Yamazaki, a cui ho mostrato il piccolo libro edito da L’Upupa, la casa editrice ideata dallo stesso Piero Santi, il quale darà più tardi lo stesso nome anche allo Spazio d’Arte in via de’ Bardi, gestito insieme a Sergio L. Miranda e luogo di incontro di tanti giovani e meno giovani artisti e scrittori.  

Mari Yamazaki è una disegnatrice molto nota in Giappone ed è a Firenze perché l’emittente televisiva NHK Educational sta girando un documentario sulla sua vita e sui luoghi che sono stati importanti nella sua formazione di artista. Mari ha voluto ricordare il tempo trascorso a Firenze, dove “fondamentale per la mia crescita umana e culturale più degli studi che ho fatto – racconta davanti alle telecamere – è stata la frequentazione con Piero Santi”.

Ci commuoviamo entrambi nel ricordare quei giorni, lontani nel tempo ma ancora così presenti nelle nostre vite. Il desiderio di incontrarsi e di raccontarsi, di condividere esperienze e riflessioni, di conversare su ogni cosa e di sentirsi parte di un gruppo di amici, sono stati la forza di quella stagione e delle persone che si riunivano intorno a Santi. Dopo di allora quell’entusiasmo e quell’interesse solidale alle pratiche artistiche altrui, conveniamo entrambi, la presenza partecipe di un maestro affettuoso come è stato Piero, non sono più tornati.

Sfoglio il libretto dopo un po’ di anni che non lo facevo e mi rendo conto che la prima poesia fa riferimento all’alluvione di Firenze, a quel tragico 4 novembre di 50 anni fa, a quella vicenda di doloro, morte e resurrezione a cui santi aveva già dedicato gli scritti di Da un tetto e nelle stade, editi nel 1967 da De Donato (chi se ne è ricordato, dico solo per inciso, in questi giorni di commemorazioni?).

Piero Santi amava visceralmente la città nella quale era quasi sempre vissuto (era nato a Volterra il 5 aprile del 1912, ma presto la famiglia si era trasferita in riva d’Arno), tanto da soffrire e polemizzare, già negli anni ’80, per la trasfigurazione che la città andava progressivamente subendo e che per lui, che aveva vissuto, a fianco di Montale, Gadda e Landolfi, il periodo in cui tanti intellettuali si ritrovavano a Firenze intorno ai tavolini del Caffè delle Giubbe Rosse, significava una perdita di identità collettiva che nemmeno il fango e la nafta dell’alluvione avevano prodotto.

Riporto di seguito la poesia, nella quale è possibile leggere l’amore profondo e contrastato, come è solo delle passioni più vere, che legava l’autore de Il sapore della menta, di Libertà condizionata e del bellissimo Ritratto di Rosai alla città che un tempo era stata “grande e putrida di gloria”. Vi si scopre anche il dialogo continuo, ricorrente nell’opera di Santi, tra la morte che appare sempre come un’eventualità incombente, e che in questo caso è minaccia e presenza reale, e il desiderio di nascere o rinascere, la necessità di spingere fino all’estremo la voglia di esserci, perché malgrado tutto “la città vive / come arde di vita Hanoi-napalm”. Anche di fronte al fiume violento e assassino, armato in qualche modo comunque dagli uomini, “i coccodrilli / che piangono lacrime d’oro”, Piero Santi ci dice che la letteratura non può che fare i conti con la morte e non può che essere desiderio di vita.

4 Novembre 1966

Nafta! scoppia la città nera gonfia
d’Arno, nafta a Santa Maria del Fiore,
gorghi gialli ungono i palazzi bui
e il campanile-vampiro muore
rosa-sinistro nell’alba vuota.
Un tempo la città si chiamava Firenze
grande e putrida di gloria;
ora grande e morta immota,
domani grande e popolare,
pop, op, rinascimento e geometria;
le indossatrici fragili a sognare
appoggiate languide-isteriche
alle pietre di pietra serena,
i giovani, fango e amore,
cercano nel fango il tuo rosso fiore.
I love Florence
come una ragazza di Chelsea;
dalle scale del Sacré-Coeur
autostop pour Florence
dove il fiume non ha più anse
né letto né sponde;
attorno alla città che non risponde,
fiat lancia alfa
citroen prinz renault impazzite
spaccano il deserto;
la sera i giovani sbucano dalle tane,
hanno lo sguardo bruno
e gialle le mani.
Abbasso abbasso
l’Arno balsamo fino,
abbasso da Santa Croce al Pino,
dalle cantine fetide di Gavinana
alla piana dell’Osmannoro;
abbasso i coccodrilli
che piangono lacrime d’oro;
mon amour vivra encore
plus beau, plus grand,
nafta e amore, fra le talpe travolte
e i gatti uccisi; i fiumi ribollono
ancora ma noi siamo vivi
e in fiore!
La città vive
come arde di vita Hanoi-napalm
nelle brume gialle dell’Est;
la Mortesecca dell’Ovest
drizza le sue ossa omicide;
ecco la città della vita,
Hanoi rossa
Firenze-rabbia,
la città tenera dell’olivo
sopra il diluvio peste;
vive nelle mani secche e meste
dei giovani,
fango-acqua-diga-enel,
sola, caparbia, altera,
fiera
di vivere.
Abbasso i coccodrilli
che piangono lacrime d’oro,
abbasso,
da Santa Croce all’Osmannoro,
dalle stanze-tane di San Frediano
alle Cascine deserte di grilli:
mota, peste fino all’Indiano.
Abbasso i coccodrilli
dalle lacrime d’oro.