POESIA PRESENTE di Francesco Napoli (Raffaelli)

Francesco Napoli è un acuto critico letterario da anni attivo nell’ambiente milanese, che ha concentrato la sua attenzione in particolare sulla poesia italiana degli ultimi decenni. Impegno già di per sé meritorio, se si considera come la poesia, e in particolare quella contemporanea, sia un luogo comunicativo ed espressivo poco indagato e comunque considerato marginale e, quasi per definizione, lontano dagli interessi del pubblico e degli editori. Dei precedenti libri di Francesco Napoli vanno ricordati almeno l’antologia delle Poesiedi Alfonso Gatto, da lui curata per i tipi della Jaca Book, e per la stessa casa editrice il più recente Novecento prossimo venturo,edito nel 2005, che contiene una serie di conversazioni critiche con alcuni tra i maggiori poeti contemporanei.
Alla produzione lirica di questi anni è dedicato anche l’ultimo lavoro di Napoli, Poesia presente. A pubblicarlo è Raffaelli Editore, nome anch’esso degno di apprezzamento per la considerazione che da sempre dedica alla poesia.
Il libro di Napoli tenta con successo una prima sistemazione storica dell’esperienza poetica degli ultimi decenni, partendo dall’assunto che il panorama risulta estremamente vivo, ma altrettanto frammentato e dunque di difficile ordinamento in categorie. Innanzitutto l’autore si pone il problema di definire i limiti del Novecento, al fine di circoscrivere il proprio raggio d’azione. Se il Novecento in poesia parte con la pubblicazione de Il porto sepoltodi Ungaretti nel 1916, dunque nel pieno di quella Grande Guerra che può essere considerata anche l’inizio della vicenda storica del secolo breve, la conclusione invece anticipa di diversi anni il crollo del Muro di Berlino. La poesia italiana chiude il suo conto con l’avventura novecentesca, scrive Napoli, ben prima dello stravolgimento prodotto dalla caduta dei regimi dei paesi dell’Est: nel 1975, che è poi l’anno di pubblicazione de Il pubblico della poesia, la ben nota antologia curata da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, a cui farà seguito, tre anni più tardi, un’altra raccolta antologica, quella de La parola innamorata, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, nella quale troveranno posto alcuni dei poeti che saranno tra i più attivi nei decenni successivi. Per Napoli si è verificato proprio a partire da queste due pubblicazioni una sorta di “sommovimento tellurico” che “scuote dal profondo la nostra poesia, giungendo a mutarne l’orografia”.
Questo profondo sconvolgimento si spiega innanzitutto con la “fine di ogni scuola dominante a favore di un’estrema e del tutto nuova pluralità di voci di salda tenuta”. Ne deriva che “la koinè letteraria e linguistica, fino ad allora sempre compatta e voluta tale anche dalla Neoavanguardia, si sfarina in un pulviscolo assolutamente unico e mai visto per la nostra poesia, senza danno alcuno per gli esiti”.
E’ proprio all’interno di questa pluralità di voci vivace e interessante che Napoli ci accompagna in un percorso scandito in decenni, nella convinzione che non si possa parlare di scuole e correnti, quanto piuttosto lasciare ai singoli poeti, alla loro produzione significativamente antologizzata nel volume, la possibilità di dare conto di questa produttiva frammentazione.
Il volume si divide in tre parti, ognuna dedicata a un decennio (Anni Settanta, Ottanta e Novanta), con una scelta di testi (27 gli autori antologizzati), introdotta da un ampio e documentato approfondimento critico, che permette di ripercorrere le vicende della poesia italiana contemporanea sulla base di un repertorio di notizie e di informazioni utili sia per gli addetti ai lavori che per i lettori e gli appassionati. Napoli lavora questo materiale sulla scorta del suo rigore critico, ma anche grazie alla diretta conoscenza dell’ambiente letterario e degli stessi poeti, in qualche modo dunque partecipe, semmai con qualche maggiore attenzione alla sponda milanese, ma senza mai tralasciare anche le esperienze poetiche della provincia, peraltro tradizionalmente numerose e significative. Poesia presente è dunque un libro che giunge a colmare uno spazio fin qui lasciato vuoto e che permette una prima sistemazione storica dell’interessante e vivace produzione poetica dei decenni di passaggio verso il nuovo millennio.

Cara Szymborska

Cara Szymborska,
la notizia della tua morte sul Corriere della Sera online occupa poco spazio tra le informazioni sui criteri in base ai quali si calcolerà il reddito degli italiani (ci saranno, è detto, anche colf e cavalli), il bollettino dei danni che il gelo sta causando nel nostro paese e la rivelazione, per qualcuno evidentemente fondamentale, che Angelina Jolie da ragazzina amava il karaoke.
Credo che la cosa ti divertirebbe. Hai sempre amato l’incongruente manifestarsi della realtà in forme bizzarre e dialoganti, l’irrazionale distribuirsi degli oggetti, privo, almeno all’apparenza, di ogni costrutto. Tu in questo sparpagliato teatro di contraddizioni cercavi fili invisibili, imbastivi trame, sicura che all’illogico dimenarsi dell’esistenza bisognasse contrapporre la beffarda e risentita volontà di tracciare un disegno dai contorni chiari, la rappresentazione netta dell’irrappresentabile e nemmeno tanto tremendo disordine. Il tempo va avanti nella sua presunzione di oggettività, il mondo mescola in continuazione le carte, e tu ti divertivi a smascherare congegni e sconnessioni, a fingere di rimettere le cose a posto.
L’articolo, stai tranquilla, non dice nulla. Si limita a ricordare il Nobel, a dire la tua età, che ora che sei morta in effetti non vale più niente sapere, ma che credo nel tuo caso avesse poca importanza anche quando eri in vita. Si citano alla rinfusa i titoli dei tuoi libri tradotti nella nostra lingua, ma le informazioni al proposito sono poche e frammentarie e non so perché si fermano al 1996. Anche questo ti avrebbe fatto sorridere. Del resto per riassumere una vita non c’è bisogno di tante parole, bastano pochi versi. Avresti aggiunto: “Hanno letto da un foglietto / a) era un tipo cordiale, / b) voi orchestre suonate, / c) peccato fosse mortale”; oppure con una punta di malcelato orgoglio: “Qui giace come una virgola antiquata / l’autrice di qualche poesia”.
Io vorrei che l’articolo mi desse notizie del tuo gatto. Mi domando cosa farà nel tuo appartamento se tu non ci sei più. Te lo eri chiesta qualche anno fa anche tu di un altro gatto, a proposito della scomparsa di non so chi. “Morire – questo a un gatto non si fa. / Perché cosa può fare il gatto / in un appartamento vuoto? / Arrampicarsi sulle pareti. / Strofinarsi tra i mobili. / Qui niente sembra cambiato, / eppure tutto è mutato. / Niente sembra spostato, / eppure tutto è fuori posto. / E la sera la lampada non brilla più. // Si sentono passi sulle scale, / ma non sono quelli. / Anche la mano che mette il pesce nel piattino / non è quella di prima”.
Vorrei sapere se ora sparpaglia le tue carte sulla scrivania, se ti aspetta con l’aria un po’ offesa. Se ne hai notizia, per favore fammi sapere.

PER OGNI FRAZIONE di Davide Castiglione (Campanotto)

Davide Castiglione è un giovane poeta, nato ad Alessandria nel 1985. Nella raccolta d’esordio Per ogni frazione, pubblicata per i tipi di Campanotto Editore, ci rappresenta una realtà frammentata e disuguale, dove il compito della poesia è quello dell’improbabile tentativo di ricondurre il mondo ad unità. Ma il paesaggio, un ambiente cittadino spiazzante nella sua evidente mancanza di senso, si ribella ad ogni disegno, devia continuamente da ogni ipotesi di pianificazione e di stabilità. Così avviene nella sezione sintomaticamente titolata “Sensi della piazza”: “Il vento, se fa tanto, lascia che i panni oscillino, / mai imparata l’urgenza di tenersi o andare”, o ancora “Che questa geografia rimanga uguale ripresa dall’alto, / moltiplicata al più: questo ho sperato per reggere il pensiero / questo ho sperato soppresso dal pensiero. Tutto piano, / spento ogni dissidio perché enorme e remoto per sentirlo”.
Nessuna epifania è possibile, nessuna ricomposizione è plausibile, anche se il miracolo sembra dover avvenire, sembra che improvvisamente l’incontro possa accadere, che l’abbraccio con l’altro, la conoscenza reciproca siano finalmente una soluzione. Ma è il poeta stesso a non credere fino in fondo a questa composizione “sarà la paura di urtarsi / pari al desiderio di urtarsi, / sui marciapiedi un vestirsi a sorriso / che più eccede e più lascia // nudi: così, per non sentirci / assenza o incrocio mancato, / gente a passarsi in mezzo, / in vetrina, a passare, a non conoscersi”.
Date queste condizioni, è inevitabile che Davide Castiglione scelga un respiro frantumato, una lingua comunque colta e dal solido impianto letterario ma che si manifesta spesso per schegge e frammenti. O finge un carattere improvvisamente prosaico, quasi narrativo, salvo poi immediatamente contraddirlo con repentini scarti sintattici, con spostamenti temporali e logici, che specchiano il fuorviante non senso dell’esistenza.

Caproni, la parola fraterna

 

In un articolo dedicato alla poesia di Giorgio Caproni, pubblicato sul primo numero de L’Indice nell’ottobre del 1984 (e che rileggo ora, in occasione del centenario della nascita del poeta livornese), Gian Luigi Beccaria scrive: “non c’è alcun dubbio che la poesia è traffico con l’inconscio, e che la poesia non è lucidità raziocinante, esposizione, prosa”. E prosegue affermando che “se le sensazioni oscure sono per il poeta le più interessanti, è a condizione che le renda chiare: ‘se percorre la notte – scriveva Proust – lo faccia come l’Angelo delle tenebre, portandovi la luce’”. Tutto questo nella poesia di Caproni si traduce nell’uso di una lingua “fraterna”, che non si lascia irretire “nei labirinti del manierismo, nella esasperazione della tecnica”. Beccaria conclude: “il lettore medio difatti non si è forse arreso talvolta alla poesia contemporanea come di fronte ad un gioco di parole che non lo informano più? Caproni invece coinvolge tutti, l’addetto e il lettore meno provvisto di sapienza critica”.

Giorgio Caproni con Pier Paolo Pasolini

Non c’è dubbio che Caproni abbia attraversato il Novecento con la sua lingua limpida e immediata, con una disponibilità a farsi leggere da tutti, che pure sembra abbia attratto su di lui qualche imbarazzo critico, e qualche conseguente incertezza nella collocazione della sua opera.
E’ proprio il riferimento alla lingua “fraterna” a colpire più nel segno. In effetti, Caproni parla al lettore con una lingua conciliante, quotidiana, mai artefatta, sorretta sempre da una musicalità sottile, un tono da filastrocca popolare, riscritta attraverso l’orecchio sapiente del musicista colto. La poesia di Caproni attraversa davvero il buio – della solitudine dell’uomo di fronte a Dio, per esempio, o della ricerca di un confine che dia conto della nostra fragilità – ma lo segna e lo illumina con la chiarezza del proprio codice espressivo. Che è naturalmente un codice complesso, ricco di interazioni letterarie, controllatissimo, eppure agevole, mai respingente per il lettore. Pasolini in Passione e ideologia, a proposito di Caproni, parla del “cristallo apparentemente semplice della sua poesia, così complesso invece se posto in controluce critico”.
La “fraternità” consiste allora soprattutto nel trasferire in questa lingua dalla pronuncia facile e apparentemente spontanea contenuti per nulla rassicuranti, né consolatorii. Come avviene in Leopardi, il tratto lineare, lo sguardo che riporta i tranquilli accadimenti del quotidiano, non nascondono e non semplificano, ma tendono a denunciare la corruttibile transitorietà della condizione umana, le nostre limitate risorse. Come si fa con i fratelli, con coloro che reputiamo fratelli, la lingua deve essere chiara, e la chiarezza non può servire a comunicare contenuti banali.
Ti parlo come a un fratello, appunto si dice. Cioè senza nascondere la parola, e il dramma che essa trasmette, dietro labirinti artificiosi.

TIBET di Roberto Carifi (Le Lettere)

La poesia di Roberto Carifi, a partire dalla prima raccolta Simulacri pubblicata nel 1979, ha seguito negli anni un suo percorso coerente e rigoroso, sempre orientato a manifestare un sentimento pietoso e accorato di fronte alle tragedie individuali e collettive, alla sofferenza di cui suo malgrado si nutre la vita degli uomini. Attraverso un cammino personale di rinuncia e di dolore, di intima dignitosissima tribolazione, Carifi approda in Tibet, che è insieme luogo dello spirito per eccellenza, ma anche spazio di incontaminata percezione, territorio dove si consuma la separazione dal mondo e dai suoi idoli, dove la spietata corsa alla modernità si mostra in tutta la sua inutilità e inconcludenza. Il Tibet non è l’approdo orientaleggiante di tanti, in fuga semmai vacanziera dai mali del consumo e dalla frenesia della quotidiana corsa al benessere, ma punto di arrivo di un percorso tutto umano e spirituale alla ricerca della casa accogliente dove il pensiero possa trovare finalmente una propria più reale dimensione, dove la parola si mostri autentica, del tutto liberata dalle incrostazioni della quotidianità.
Tibet è il titolo dell’ultima raccolta di Roberto Carifi, che si compone di oltre cinquanta poesie, suddivise in dieci sezioni, che finiscono per svolgere, anche se non dichiaratamente, il filo di un poemetto di forte concentrazione lirica. La parola poetica segue il percorso dell’io nel suo progressivo dilatarsi, fino diremmo all’annullamento, in qualcosa che insieme lo amplia e lo sovrasta, lo spiega e lo nega. “Vidi e non vidi, poi cessai d’immaginare” è l’incipit di una bellissima lirica della sezione Le ferite di tutti, che si chiude con questi versi: “e solo perché diventavo puro / si capiva da che inferni ero passato, / tutto quello che fu chiamato terra / era andato in rovina, catrami e fossili, / rottami, e venivo accolto dove non c’era più nulla”.
L’adesione di Carifi al buddismo, già annunciata con il libro di riflessioni filosofiche Le domande di Masao del 2003, e poi confermata da La solitudine del Budda (2006) e da Il maestro e la compassione (2008), fa da struttura portante delle liriche della raccolta, che propone una sorta di cammino mistico verso un luogo senza confini e senza tempo, dove “non c’è più niente che esista”, ma dove ogni cosa può essere contemplata nella sua verità. La strada verso il Tibet, costellata di visioni e scandita da stazioni di posta che sono luoghi di penitenza e di conoscenza, conduce alla fine ad un punto, che è insieme fine e principio, il luogo della morte e del nulla, della conoscenza e dell’annullamento dell’io, dove gli opposti finiscono per comporsi, e dove infine si raggiunge finalmente la rarefatta atmosfera delle cime: “Poi si riaprono le conifere, respirano le foglie, / poi si diventa una cosa solo con i cumuli di neve, / anche i morti divengono sottili / e raggiungono con migliaia di esseri le vette più alte.”
La forza delle poesie di Tibet sta nel fatto che Carifi non appare alla ricerca delle parole che siano utili a dire la sua esperienza, ma sembra quasi abitato da queste parole, che lo raggiungono nell’atto infine libero della contemplazione e della profonda osservazione. Tutto quello che è accaduto trova ora la sua destinazione: “Del mio passato rammento i blu, / i cobalti delle ore in cui fiorivano i massacri, / e le madri che mi facevano fremere d’amore / mentre ora non ho che spirito, l’ancella del ventre / che mi balbetta dentro, / e sto con il lago a guardare il fogliame, / a cavarmi gli occhi per il troppo vedere”.

La gatta

Candida morte scelse la tua gatta,
l’aristocratica che ebbe nome Stella,
grigia zitella non volle più mangiare,
non dette cenno alcuno, non spiegò
le sue ragioni, solo un accorato
sguardo accompagnò il suo commiato,
il muto e fermo esilio da se stessa.
Accorrevamo con timide carezze
poco gradite, tenerezze, sensi
di colpa, manicaretti un tempo
a lei preclusi, imbarazzati affetti.
Non volle storie, chiuse le sue porte
a tutti noi, se ne restò in disparte,
in un suo angolo buio e perentorio
disse l’addio. Facemmo l’inventario
delle partenze troppe e inaspettate,
preghiere assorte, tutte in un inverno
che trapassava noi come un pugnale.
Si vede a volte la gatta per le scale,
entrare in casa, guardarsi appena intorno,
l’ombra disegna di cenere una curva
sul tappeto, si sente un miagolio
e lei fedele al luogo ficcanasa
come faceva un tempo, la scontrosa.
(da Confidenze da un luogo familiare, Campanotto Editore)

POESIE DELLA FAME E DELLA SETE di Francesco Iannone (Ladolfi Editore)

Nella grande massa dei volumi che occupano i banchi delle librerie e che ogni settimana si rinnovano (tanti i libri, così pochi i lettori?), non c’è rischio di rintracciare i solitamente smilzi e più dimessi libretti dei poeti italiani, in particolare se sono di poeti all’esordio e di editori minori se non altro nella capacità di distribuire i propri prodotti. In un angolo della libreria, il più buio il più lontano dall’entrata, pure un settore destinato alla poesia è presente, ma è quasi interamente occupato dai classici e dagli immancabili Neruda e Lorca; è possibile notare tra i poeti italiani per abbondante numero di titoli la sola (e solita) Alda Merini.
Eppure la poesia italiana è alquanto viva e capace di offrire una lettura della realtà per nulla scontata né condizionata da questi tempi in cui la comunicazione sembra marciare decisamente verso la ripetizione di formule note e rassicuranti. E’ vero che i poeti, forse anche perché reclusi in un orizzonte editoriale piuttosto ristretto, tendono a cancellare o a ridurre al minimo ogni confronto con il lettore, anzi spesso dimenticano l’ipotesi che un lettore possa esistere, ma questo non giustifica l’abbandono. Succede poi che dal calderone qualcuno trovi il modo per uscire e mostrarsi solo per caso e per capacità di autopromozione.
Uno sforzo di ricavare qualche indicazione nel brulicante mondo delle opere di poesie (e delle opere prime, in particolare) va comunque fatto. Succede così di scoprire presenze interessanti, esordi certamente da segnalare.
E’ il caso per esempio di Francesco Iannone che presenta al pubblico dei lettori le Poesie della fame e della sete (Giuliano Ladolfi Editore, con una bella e accorata nota introduttiva di Gabriella Sica). Già nella prima poesia, un distico il cui carattere corsivo sembra segnalare un intento programmatico, il giovane poeta salernitano (è nato nel 1985) dichiara che il verso non deve distrarre e confondere, quanto piuttosto arrendersi al reale. E’ una dichiarazione di poetica di inusuale chiarezza e determinazione. Va da sé che il reale della poesia di Iannone è ben altra cosa da quel superficiale ammasso di eventi e circostanze, di oggetti e persone che sembra invece a bella posta volerci distrarre dall’essenza vera e profonda delle cose, appena percettibile e sempre sfuggente. La realtà, per Iannone, si compone di una quotidianità attraente ma indeclinabile nei suoi valori più sinceri, una quotidianità che improvvisamente sbanda, prende vie inconsuete e impreviste. E’ una quotidianità che diremmo spicca il volo, viste le citazioni in esergo da Leopardi, Luzi e dall’amato conterraneo Gatto, che tutte si riferiscono al volo e agli uccelli, e considerati gli scarti verso l’alto di cui la realtà in queste versi è spesso protagonista. E’ quanto avviene nella poesia in cui un vecchio solitario su una panchina è spesso visitato da un uccello che “sgambettava qua e là come ad eseguire un ballo / un esercizio di danza complesso”. Ma poi il vecchio non occupa più il posto dove il poeta l’ha visto tante volte, “forse se n’è volato via per fare compagnia a quell’uccello / nel cielo così solo, senza nemmeno un rifugio o un appiglio”.
E’ una realtà amica e sofferente quella che emerge da queste Poesie della fame e della sete, segnata dai limiti imposti dal tempo e dalla lotta per la sopravvivenza, ma il poeta sa che “c’è un giardino bellissimo dove / il pane si divide, è un luogo vero, reale, / dove il grano si coltiva insieme / e si ride, si vive…”. La lingua per raccontare questa realtà è piana e scivola quasi verso la scoperta di verità nascoste.

(pubblicata su Giudizio Universale)

Izet Sarajlic augura buon anno

Ad evitare ogni impatto con preoccupanti quanto inutili previsioni sul nuovo anno e con catastrofismi d’ogni provenienza, converrebbe fare come il poeta Izet Sarajlic, che mi firmò una dedica ad un suo libro contrassegnandola con la data 1999 + 2.
Ho avuto la fortuna di conoscere Sarajlic alla fine del 2001 (1999 + 2, appunto). Era un uomo di straordinario carisma, un grande conversatore anche in italiano, lingua che non conosceva bene, un lottatore e un passionale, tanto da essere stato uno dei pochi intellettuali a non avere abbandonato l’amata Sarajevo, pur avendone avuta la possibilità, nei giorni terribili del conflitto che straziò la città.
Sarajlic è stato uno dei più grandi lirici europei del Novecento e, come spesso avviene per i poeti delle culture dell’est europeo, declamava con grande abilità e forza le sue poesie. Su un palco, al tavolo di un’osteria, durante un incontro informale o un reading, incantava immediatamente l’ascoltatore, che lo seguiva rapito e commosso. E’ facile verificarlo attraverso la bella edizione con cd audio delle poesie di Qualcuno ha suonato edita da Multimedia. La sua poesia del resto è destinata a creare emozione, a turbare e affascinare (accettando cioè di non avere paura di quei sentimenti che la poesia italiana di questi anni tende, non si sa perché, ad evitare).
In quei giorni di novembre del 1999 + 2, la presenza degli amici (a Pistoia, in occasione di una manifestazione di poesia, c’erano anche Sinan Gudzevic, Josip Osti, Sergio Iagulli) lo rincuorava e rendeva sopportabile la stanchezza, che pure si leggeva sul suo volto.
Izet Sarajlic era un uomo del Novecento, che avrebbe voluto fermare il tempo. Il suo personale e quello di tutti. La sua poesia guarda spesso al passato come a un’epoca felice, comunque meno vana e tracotante. Sarajlic sapeva che il nuovo millennio si sarebbe trascinato per qualche tempo senza passioni e identità, impegnato nella ricerca infruttuosa di un’immagine meno sbiadita di se stesso. E dunque, a partire dal Duemila, aggiungeva unità all’ultimo anno del Novecento.
Il conteggio degli anni in fondo è frutto di una convenzione, così come ogni altra informazione che non appartiene al regno della natura ma a quello degli uomini. Per cui potremmo provare a utilizzare la numerazione introdotta dal poeta Izet Sarajlic e augurarci un felice 1999 + 13!
Io lo faccio anche attraverso questa sua poesia.
Felice Anno Nuovo
Ne ho già abbastanza di questi “Felice Anno Nuovo”!
Possibile che la razza umana non capisca
che gli anni più felici sono ormai passati?
Per me personalmente gli anni più felici
sono stati quelli tra la vittoria sul fascismo
e la licenza media di Tamara.
Dello splendore di quegli anni
vivo ancora oggi.
(da Qualcuno ha suonato, traduzione di Sinan Gudzevic e Raffaella Marzano, Multimedia edizioni)

La rima di Saba

In una delle sue fulminanti Scorciatoie, recentemente ripubblicate a cura di Silvio Perrella (Scorciatoie e Raccontini, Einaudi), Saba scrive: “La rima può essere ovvia come fiore amore, o creare impensati accostamenti. Ma solo allora è perfetta, quando, se volti in prosa il componimento, non puoi sostituire, senza danno del significato, le parole che rimano”. E’ rilevante che Saba parli della rima non come mero espediente ritmico e sonoro, ma quale strumento indispensabile del significato. Infatti, se si cerca di dire in prosa le stesse cose per le quali ci si è serviti della rima, se questa “è perfetta” si produce un’alterazione del significato.
Non so perché, ma mi ha sempre stupito che Saba abbia utilizzato il verbo voltare (“se volti in prosa”). Mi fa pensare ai cappotti e agli abiti che, al tempo in cui Saba scrive (marzo 1945), si voltavano appunto per riadattarli usando il lato meno consumato. Ma il verbo voltaremi fa pensare anche ad altro. Ad esempio che significa anche girare, che è quello che fa la poesia in continuazione, gira, volta, cioè va a capo. E il segno dell’andare a capo (un tempo l’unico modo consentito dalle regole della versificazione, quello comunque che si ricorda con maggiore facilità e che più facilmente ci fa pensare alla fine di un verso) è appunto la rima.
Il verbo italiano deriva dal latino volvere, attraverso la forma intensiva volutare. Ma quando si volta, può anche accadere che si ritorni. Infatti in spagnolo volversignifica sì voltare, ma anche ritornare. La rima in fondo fa proprio questo: sembra interrompere una traiettoria, voltare verso un luogo nuovo, eppure finisce per tornare sul significato, semmai offrendo una nuova prospettiva.
Nella città dove abito, tornare di casasignifica andare a vivere in una nuova abitazione. “Sono tornato ad abitare in via…” significa cioè che da poco ho traslocato in via…, dove non avevo mai vissuto prima. In questo caso tornarein un posto vuol dire praticamente il contrario di quello che sembra voler dire, cioè andare ad abitare in un luogo dove non ho mai abitato.
La rima, nei casi migliori, produce questo effetto. Volta, si allontana e torna. Ma il luogo dove ci conduce, quello che appare dopo la svolta, è insieme conosciuto e nuovo. La rima ha prodotto il prodigio di condurci in un luogo ignoto, a volte misterioso, nel quale però ci sembra di fare ritorno.

Sommelier

Grondanti acqua, in pose inconsuete,
i bicchieri da poco liberati
dalla patina di polvere e di grasso,
disposti in file, o panciuti o smilzi,
ora ridenti in nuova trasparenza,
stanno in attesa d’essere riposti
dentro credenza o mobile da sala,
guardando gli altri astanti con premura
schierati in disarmata leggerezza,
l’incosciente ritrovata giovinezza
che mette ardore e un poco fa paura.
Presto ritorneranno alla postura
di eleganti signori e di signore
supponenti, un poco riluttanti
a mostrarsi, comunque sommelier
cerimoniosi e centellinanti.