Mercuzio: fine pena mai (ovvero Armando Punzo e la poesia)

L’attività di Armando Punzo all’interno del carcere di Volterra è giustamente nota. Anche quest’anno il regista ha presentato nella casa di reclusione di Volterra con la sua Compagnia della Fortezza un’opera densa, carica di significati, capace di pressare lo spettatore trasportandolo su un tapis roulant che scarta continuamente e induce ad una riflessione sempre significativamente divagante, ma che converge infine verso un unico quadro di insieme che genera un’intensa reazione emotiva. C’è da chiedersi da dove nasca questa forza, che cosa accade tra le mura del carcere perché l’esperienza teatrale che lì nasce e si produce riesca a stupire e a coinvolgere così tanto lo spettatore. Credo che dipenda dalla capacità di Punzo di costruire uno spettacolo che sappia essere popolare nello stesso momento in cui si presenta come un evento elegante ed extravagante; un’opera che riesca ad evocare la tradizione, anche la più consueta, quella appunto che appartiene al sentire comune di più generazioni e non è confinata nell’ambito intellettuale, proprio quando sembra allontanarsi dai percorsi abituali e tentare strade poco battute, che sia capace di parlare al cuore mentre si propone come operazione di alto livello culturale. E’ il teatro, bellezza, e tu non puoi farci niente, direbbe il Bogart di Quarto potere. E’ il teatro, con la sua magia, la follia, la commozione, la suggestione e il turbamento, i suoi luoghi deputati, come lo è diventato, ormai da tempo, il cortile del carcere di Volterra.
Mercuzio non vuole morire accende i riflettori su quella che, a detta di Punzo, è la vera tragedia del Romeo e Giulietta, cioè la morte di Mercuzio, il poeta che parla di nulla perché parla dei sogni, e che dunque non può vivere in una società dove la violenza e la sopraffazione, la volgarità che esse producono, tolgono forza alle parole, almeno quando queste intendono veramente comunicare. Punzo insomma, in quel suo modo visionario istrionico trepidante eccitato e a tratti scanzonato, parla della poesia e dell’arte, della sua necessaria sopravvivenza in un mondo che sembra andare in tutt’altra direzione, affidando le parole di Shakespeare (non solo dal Romeo e Giulietta), di Baudelaire, Cervantes, Dante, Majakovskji, alla sua scrupolosa compagnia di attori detenuti e facendo entrare all’interno del carcere il mondo di fuori, i paesaggi cittadini su enormi pannelli, e le persone cosiddette libere, chiamate ad essere a loro volta protagoniste dell’evento, salvo poi, come è avvenuto appunto quest’anno, ribaltare la prospettiva e condurre attori e spettatori fuori dal carcere per fare in modo che siano i cittadini a diventare a loro volta attori, le strade e le piazze il grande scenario in cui si consuma la tragedia.
Infine la forza emotiva dello spettacolo è anche nel personaggio di Mercuzio, verso i cui ideali, sottilmente evocati, Punzo e i suoi attori sospingono gli spettatori. Lo scambio di ruoli, il continuo scivolamento di prospettiva, il bagaglio di sensazioni e di parole si consegnano al pubblico in un equilibrio imprevisto, tenuto insieme da un filo tenue e solidissimo, che lega e dà sostanza ai diversi frammenti, ai brani e ai lacerti di cui la messa in scena si ciba e si appropria, scomponendo e ricomponendo l’immagine complessiva che lo spettacolo poco a poco costruisce.
Il filo evanescente e tenace, che avvolge e mescola, che avvinghia e avvince, è proprio la poesia. Armando Punzo ci dice che è in fondo la poesia (l’arte, se volete) a dare consistenza alla realtà, a rimettere insieme le parti, a ricostruire e riunire. Senza la parola, senza la poesia, i nostri sogni sarebbero vuoti e non saprebbero dirci in quale direzione proseguire il cammino, perché senza sogni diventa inconsistente ogni possibilità di cambiamento, impossibile crescere, difficile avanzare.

E Mercuzio? Il poeta che non partecipa alla tragedia di Capuleti e Montecchi, tanto da cadere in duello appena la contesa ha inizio, non vuole morire, e lancia, attraverso Punzo e i suoi attori, il suo grido innocente e disperato. Ma Mercuzio è costretto a morire, a ripetere all’infinito la scena della sua morte, a cadere esanime, per potere poi rialzarsi con nuova e altrettanto disperata vitalità. La pena di Mercuzio è quella che lo costringe ad assumere su di sé la sofferenza e i disastri del mondo, la bellezza e la grandezza senza spiegazione, e pertanto intollerabile, dell’esistenza, la vita e la morte. Ed è una pena che non ha mai termine.

AFFARI DI CUORE di Paolo Ruffilli (Einaudi)

Paolo Ruffilli ha costruito le sue ultime raccolte di versi (tra le quali vale la pena ricordare il notevole esito di La gioia e il lutto) intorno ad un’idea forte centrale, un tema dal quale sviluppare le singole riflessioni. Accade lo stesso anche con Affari di cuore, il volume recentemente pubblicato per i tipi di Einaudi.
Attingendo alla lunga tradizione del canzoniere d’amore, con lo sguardo particolarmente puntato alle origini cortesi, stilnoviste e petrarchesche, Ruffilli manifesta fin dai primi versi una propria idea dell’atto amoroso, rivolto non verso una singola figura di donna, semmai idealizzata, ma considerato quale sentimento puro e durevole pur nelle sue molteplici manifestazioni e nei vorticosi e spesso contraddittori accadimenti. L’amore insomma se è tale non può essere circoscritto dentro esiti prevedibili e codificati, ma è scoperta continua, combinazione imprevedibile di bene e male, dialogo disarmonico e dissacrante tra spinta spirituale e vertigine erotica. L’amore riesce a fornire una ragione alle nostre esistenze, attraverso la presenza della persona amata, che diventa obiettivo e fine delle nostre azioni, ma anche minaccia, trasalimento, composizione impossibile di felicità e disperazione. Nel cammino verso la persona desiderata cerchiamo la possibilità di riconoscerci nell’altro, di pervenire all’impossibile conciliazione degli opposti: “E non volere / più niente d’altro, / se non essere te / dentro di te / nel cuore del tuo cuore, / diventato parte / del tuo stesso odore”.
L’amore sottrae dalla vita e dunque difende l’amante dai violenti assalti della quotidianità. Sembra che nulla possa davvero far male, tranne l’amore stesso, ma in effetti il mondo aspetta fuori dalla porta “benevolo e indulgente / con le nostre vite”, ma alla fine il gioco è smascherato, perché “il mondo vince sempre / tutte le partite”.
Gli esiti più felici della raccolta vanno trovati proprio in questa dialettica continua tra il rassicurante circolo chiuso in cui vive la coppia e l’inevitabile presenza del mondo, tra il bisogno di infinito che nell’amore sembra realizzarsi e la finitezza che ogni atto della vita porta inevitabilmente con sé (“l’idea di un infinito / perfino quotidiano, / lasciato in sorte / al corpo dell’amore”), tra la straniata condizione dell’innamoramento che ci fa prigionieri e il piacere di sentirci incatenati ed alienati.
Nella poesia La traccia ad esempio, ripercorrere i tratti amati del corpo della donna sembra offrire una possibile via di scampo, una soluzione alla nostra fragilità. Ma si tratta di una traccia destinata a svanire: “Solo il dettaglio / nel farsi oggetto / e luogo circoscritto / ai nostri sensi, / rende presente / e non più astratto / né più evanescente / o spento e vano / l’istinto a opporre / al tempo un’immanenza / fingendosi un istante / eterno il mondo / prima che la traccia / slitti via / cadendo a fondo”.
Ruffilli privilegia un tono popolare, che sa comunque guardare alla tradizione letteraria della canzone e che introduce nella sequenza cantilenante del linguaggio quotidiano una serie di metafore che vengono assorbite nell’evento e prontamente smascherate.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)  

Alessandro Parronchi: una poesia per Nadia Comaneci

Cominciano oggi le Olimpiadi di Londra. A me è venuta in mente una poesia che Alessandro Parronchi scrisse nel 1976, contenuta nella raccolta Replay, pubblicata da Garzanti nel 1980. Parronchi era nato a Firenze nel 1914. Nella stessa città è morto nel gennaio del 2007. Ha pertanto vissuto da protagonista, sia pure in un suo modo gentile e appartato, una stagione culturalmente viva e significativa, segnata da presenze ed esperienze importanti. A Firenze Parronchi ha sempre vissuto e ha insegnato all’Università, è stato un critico d’arte di grande sensibilità e intelligenza e ha dedicato studi fondamentali all’arte e all’architettura del Rinascimento, fino poi ad essere testimone sempre più ai margini degli anni della decadenza della città, così profonda da modificarne, almeno in parte, l’identità morale.
Era Parronchi un signore d’altri tempi, dotato di un aplomb anglosassone, a disagio appunto negli ultimi anni, ma sempre estremamente curioso delle vite degli altri, disposto a un confronto serrato anche con le manifestazioni più ordinarie dell’esistenza.
Della sua garbata e limpida pietas, è esempio la poesia A Nadia Comaneci, incerta sul cavallo. Tutti ricorderanno la giovane ginnasta rumena che alle Olimpiadi di Montreal del 1976 vinse tre medaglie d’oro e fu la prima al mondo ad ottenere il punteggio complessivo di 10 dopo una strepitosa prestazione alle parallele asimmetriche.
Trascrivo, senza altro aggiungere, ma con una forte dose di commozione e di nostalgia, le due ultime strofe della poesia. Vale la pena solo accennare alla triste successiva parabola della vita della Comaneci (che la poesia sembra in qualche modo presagire), fino alla fuga negli Stati Uniti nel 1989 e al definitivo riscatto.
Nadia Comaneci alle Olimpiadi di Montreal del 1976

E ora, prima che la cresta
dell’onda si sia ripiegata
– prima che un rotocalco
sveli la tua vita privata,
o ti riduca a schema
come una rotellina del sistema –
sii quale appari, perfetta
forma di giovinetta,
col ritmo del tempo coinciso
il tuo ritmo e il tuo sorriso
quando, un attimo vinta
la resistenza la spinta,
torna a dar consistenza
alla terra la tua cadenza.

Ma fino a quando – a me lo chiedo –
potrai lanciarti come viva foglia
che inventa il vento da cui viene avvinta
in mulinello, senza
che il ritornare a terra ne scomponga
la compattezza aerea?
E’ gioia d’un istante: anche se vera
non dura una preghiera.
E forse a ogni stagione, in ogni età
il più di sé può darlo
solo chi crede al vento che trascina
il mulinello d’immondizie,
chi non si salva, chi non si sottrae,
un ramo vivo, strappato
a una pianta che si credeva morta,
uno, con l’estro ancora di rispondere
ai perché d’una volta.

Aria pubblica, aria privata

Patrizia Cavalli

Luglio: le strade del centro cittadino sono occupate da una serie di insignificanti appuntamenti, che gli amministratori locali si sforzano di chiamare eventi culturali. Nello slargo, davanti a quello che una volta fu un Caffè elegante e ora è un triste locale deserto, quattro persone parlano di cibi sani e di qualità della vita. Urlano nei microfoni, le loro voci lottano con l’evento che si consuma cinquanta metri più in là, dove tra un bar, un negozio di intimo e una profumeria (nei centri storici delle città di provincia puoi trovarti senza pane, ma non ti mancherà mai una mutanda e un dopobarba) una cantante cinquantenne dal trucco esagerato e dalla capigliatura improbabile si esibisce in una sequenza di classici da discoteca. Poco più avanti è stato allestito un karaoke, nella via d’angolo una scuola di danza ha appena finito la sua esibizione: la strada è ancora chiusa dalle transenne, malgrado l’evento sia ormai da un po’ terminato. Nella piazza del Duomo il palco che per tre settimane ne ha occupato un lato ha lasciato da qualche giorno posto alla pista in terra battuta dove si svolgerà l’immancabile, e storicamente poco accreditata, giostra medievale. Ci aspettano corteggi, cavalieri con gli occhiali, sbandieratori sbandieranti e dame in abiti di broccato che hanno trascorso il pomeriggio dal parrucchiere.
La piazzetta dove quotidianamente si svolge il mercato è diventata un grande ristorante all’aperto, al quale si accede però solo se invitati da non so quale associazione di commercianti. Per raggiungerla devo attraversare un mercatino di chincaglierie di vario genere, tra sentori di incenso, olezzi di saponi che dovrebbero curare l’insonnia e effluvi che provengono dal furgone del paninaro.
E’ mezzanotte e schivando accaldate orde schiamazzanti, transenne e gruppi musicali petulanti, faccio rapido ritorno a casa: per sentirmi meno inadeguato di fronte allo spirito dei tempi mi è venuta voglia di rileggere Aria pubblica, il poemetto di Patrizia Cavalli, prima pubblicato nei sassi di Nottetempo e poi raccolto nell’einaudiano Pigre divinità e pigra sorte.

L’aria è di tutti, non è di tutti l’aria?
Così è una piazza, spazio di città.
Pubblico spazio, ossia pubblica aria
che se è di tutti non può essere occupata
perché diventerebbe aria privata.
Ma se una piazza insieme alla sua aria
è in modo irrevocabile ingombrata
da stabili e lucrose attività,
questa non è più piazza e la sua aria
non è che mercantile aria privata.

Comincia così il poemetto della Cavalli. Mi sento meno solo nella mia rabbiosa incapacità ad accettare un’estate dove il divertimento passa attraverso il rumore che si riesce a produrre, lo spazio che si deve riempire, la fetta di notte che si deve occupare, eliminando la possibilità che altri possano divertirsi e trascorrere la notte in modo diverso.

I delegati a conservare il bene
di tutti, cittadini e forestieri,
fuggono il vuoto come peste nera,
per loro il vuoto è vuoto di potere.
Non c’è piazzetta slargo o marciapiede
strada o rientranza che, sequestrata,
non si trasformi in gabbia. Da riempire.
Che cosa la riempie non importa:
chiasso puzze concerto promozioni
i cinquemila culturali eventi
fiere-mercato libri chioschi incensi
corpi seduti o in piedi nella mischia,
purché sia tutto pieno, dura festa.

Una volta, parlando a cena di questo argomento, Patrizia Cavalli mi raccontò, in quel suo modo sarcastico e falsamente innocente, della sua vita romana a due passi da Campo dei Fiori, di come era cambiata negli ultimi anni, dell’aggressione di cui ci si è vittime quando appunto non si riesce a oltrepassare una piazza senza sentirsi, invece che in un luogo pubblico, in “un lugubre infinito lunapark”. E concluse: “sono furiosa, buon per te, che vivi a Pistoia”.  

Alfonso Gatto al Giro, sognando di volare

Gatto e Pratolini (secondo e terzo da destra) al Giro

Giro d’Italia del 1947, il secondo dopo la pausa bellica. Sono gli anni della rivalità tra Bartali e Coppi, delle imprese eroiche su strade appena praticabili, dell’entusiasmo genuino della gente, che nasce dalla speranza e dalla voglia di superare gli eventi terribili della guerra. Tra i corridori si muove in una larga tuta azzurra, sulla quale campeggia la scritta L’Unità, il poeta Alfonso Gatto. Ha trentotto anni, proprio come il Giro. Con la corsa ciclistica che rappresenta gli italiani ha condiviso dunque sofferenze, aspettative e illusioni. Al suo fianco un narratore di successo, una delle firme allora più amate della sinistra: Vasco Pratolini, inviato al Giro del Nuovo Corriere.

Gatto era un abile nuotatore, amava il ciclismo oltre al gioco del calcio (grande tifoso del Milan e di Rivera in particolare, mentre Pratolini naturalmente teneva per la Fiorentina), ma non sapeva andare in bicicletta, condizione assai strana in un’epoca in cui uomini e donne si muovevano soprattutto pigiando sui pedali. Tra i ciclisti che si lanciano lungo discese da capogiro, che scalano montagne dondolando come ballerine e soffrendo come pugili, un uomo che non sa andare in bici fa sicuramente notizia. E infatti, quando la voce si diffonde tra capitani e gregari della carovana, il poeta salernitano diviene il caso da additare e da guardare con commiserazione.
Lo scrive lo stesso Gatto in un articolo da Pescara, del 6 giugno, raccolto, insieme ad altre cronache del poeta dal Giro e dal Tour, in un volume del 1983, ormai introvabile, curato da Luigi Giordano per conto delle edizioni Il Catalogo di Lelio Schiavone.
Quel giorno Coppi, “che è un bravo ragazzo” scrive Gatto, propone di fargli da maestro. “Si immagini quale onore per me – risponde l’autore de Il capo sulla neve -; ma è come se un bambino che deve frequentare la prima classe abbia per maestro un professore d’Università”. Il campione insiste e i due si danno appuntamento per una lezione. Anche davanti all’insigne professore, Gatto non riesce a stare in equilibrio, ha paura di fallire, si sente inadeguato. “Mi lasci scendere”, supplica. E’ troppo tardi, il poeta crolla per terra, mentre Coppi scuote la testa e decine di curiosi “non si azzardano nemmeno a ridere per la soggezione di vedersi lì Coppi davanti con l’aria del maestro”. “Ma io so nuotare” cerca di spiegare Gatto a Coppi e agli altri, senza ottenere però nemmeno un’alzata di spalle.
“Intanto tutta la città parla e sparla di me – conclude Alfonso Gatto -, i miei colleghi non sanno come comportarsi. Ma di una cosa sono certo: che se io sapessi andare in bicicletta sarei un campione. E’ ridicolo che ci si serva di quella macchina da angeli per camminare come fanno tutti. Cadrò, cadrò sempre fino all’ultimo giorno della mia vita, ma sognando di volare”.
Fausto Coppi vince il Giro d’Italia del 1947

Che lezione viene da questa caduta di bicicletta! E che grande esempio di giornalismo è questo! Non tiene conto forse di quei princìpi che vengono insegnati nelle scuole che devono formare i professionisti dell’informazione, ma l’articolo è straordinariamente pieno di forza vitale, di umanità, di una curiosità che riesce a dare valore ad ogni avvenimento, anche il più futile. Coppi, vestito da maestro, e Alfonso Gatto, con l’aria dell’alunno un po’ discolo, rappresentano un’immagine che dovrebbe restare scolpita nel cuore del nostro Paese. E poi: le biciclette che diventano “macchine da angeli” e dunque non possono servire solo a camminare sono come le parole per il poeta Gatto, anche quando scrive da giornalista: non possono servire solo a comunicare, ma devono aprire nuovi orizzonti, permetterci di cadere per sognare di volare.

NISCIUNA VOCE / NESSUNA VOCE di Mario Mastrangelo (Raffaelli Editore)

“Comme po’ trase, vulenno, nu senzo / rint’ ‘o ppoco ‘e sti vvite?” (Come può entrare, volendo, un senso / nel poco di queste vite?). Bastano questi due versi che fanno da incipit alla poesia ‘O veliero a farci entrare nel vivo della poesia di Mario Mastrangelo e a fornircene una possibile chiave di lettura. In effetti le nostre vite, con il loro carico di fragilità e finitezza, hanno poco senso, o comunque la loro più profonda realtà finisce per sfuggirci e per nascondersi alla nostra comprensione, tanto da apparire come “grumo r’ombra rassignata”. Ma può accadere una specie di prodigio: allora improvvisamente una nuova visuale suggerisce un significato, che appare per un attimo risolutivo. A ben guardare si tratta di un punto d’approdo senza via d’uscita, certo improbabile e vago, così come inverosimile e assurdo è il veliero che noi vediamo dentro una bottiglia e che sembra comunque portare con sé tutta la memoria della sua meravigliosa esistenza, le tempeste, le vele, “’e sciate ‘e viento e ‘i vole r’ ‘e gabbiane”. Quel veliero “è passato magnifico e deritto / pe’ chi sa quale ‘mpruvvisa maggìa, / attraverso nu cuollo ‘e vitro stritto”. Allo stesso modo le nostra vite, così inspiegabili e così prive di senso, portano, ognuna nella propria bottiglia, il carico di una incredibile verità.
Mario Mastrangelo è salernitano e scrive nel dialetto della sua città. Nisciuna voce Nessuna voce (Raffaelli Editore) è la sua settima raccolta di versi: si compone di trentasette liriche in doppia versione, dialettale e italiana, e si avvale di una nota introduttiva di Franco Loi.
La poesia di Nisciuna voce è soprattutto speculativa. Mastrangelo tende a indagare, a penetrare nel mistero del vivere, che è evidente innanzitutto nelle piccole cose che ci circondano. Il dialetto non si affida pertanto al gioco facile di una ricerca prevalentemente ritmica e musicale, né indulge nei toni leggeri e comici a cui viene ai nostri giorni spesso associato e relegato, ma è grumo consistente, ha pesantezza fisica, e conduce la poesia sul terreno, spesso impervio, e nei tempi rallentati della riflessione.
La vita è incanto, si diceva, scoperta continua. Può accadere che le gocce d’acqua, che durante un temporale rimbalzano violentemente sul selciato, generino una schiera di folletti (“na folla ‘e munacielle”), che campano per un momento solo, “busciardo e misteriuso”. Per guardarli attraverso la finestra, sulle lastre appannate apriamo un varco di trasparenza con le dita (“cu ‘e dete ‘e trasparenza nu purtuso”). La poesia di Mastrangelo sembra offrire proprio questo varco di trasparenza, si pone come uno spiraglio che lascia intravedere una realtà che si mostra timida e quasi priva di consistenza, abitata da creature evanescenti, che non si sa se vere o frutto solo di svista o miraggio.
Del resto, scrive Mastrangelo in un’altra lirica, c’è un’altra realtà “miscata a chella toia”, una realtà che ubbidisce ad altre leggi e che comunque è presente nelle nostre esistenze, mette paura e sconcerto “pe’ tutt’ ‘e labirinte r’ ‘o cerviello / quanno capisce ca tu, sì, staie ccà, / però appartiene anema e corpo a chella”. Insomma c’è un’altra realtà a cui noi apparteniamo senza rendercene conto.
In effetti il tempo è “cernicchio” (setaccio), che lascia passare solo la sabbia sottile, tanto che ci ritroviamo presenti alla nostra fragilità, quando arriva “’o scumpiglio r’ ‘e ventate” e noi “simmo già quase ‘e polvere, / simmo già quase ‘e cielo”. La vita sembra sapere qual è la sua meta lontana, che a noi sfugge, noi comprendiamo solamente che “nel mistero la vita si completa”.
Se ci fosse ancora qualcosa “rinto ‘o suppingo” (in soffitta), “uno putesse fravecà nu Dio” (uno potrebbe costruirsi un Dio), o se ci fosse almeno un po’ di pane nella credenza, si potrebbe farlo di pane, “nu Dio ‘e pane, buono finalmente”, ma anche la credenza è vuota e l’uomo rimane solo nella sua ricerca, con le sue speranze e le relative delusioni.
Mastrangelo procede con passo sicuro, esplora la realtà, la rivolta e la scruta alla ricerca di una risposta che non arriva, ma che in fondo è già di per sé sufficiente a darci, leopardianamente, ragione della nostra presenza.
             

Pontremoli: la scuola è bocciata

Confesso: ho cercato sull’atlante, come si faceva una volta. Voglio la concretezza del foglio di carta, dei colori, il verde per le pianure, il marrone per le montagne, gli stessi di quando frequentavo le elementari. Voglio essere sicuro che sia proprio lì, dove ricordo. In Italia, a un passo dal Mediterraneo, ma nemmeno troppo lontana dal cuore moderno dell’Europa. Pontremoli in effetti è dove è sempre stata, in Lunigiana, tra Toscana e Emilia, uscita dell’autostrada A15, che da La Spezia porta a Parma.
In una classe di Pontremoli sono stati bocciati cinque ragazzi. Non sarebbe una gran notizia, se non fosse che si tratta di una prima elementare. Due italiani (uno disabile), tre figli di stranieri. Così sottolineano i giornali (che, in verità, parlano, forse più precisamente, di “tre stranieri”). Una scuola che costringe l’informazione a prodursi in una classificazione di questo genere ha già fallito. I cinque bambini sono stati bocciati due volte: lo scrutinio finale infatti è stato ripetuto su richiesta del Ministero.
E’ stato presentato un ricorso al Tar, insomma ci sarà una battaglia legale, e qualcuno alla fine si pronuncerà sulla correttezza formale delle bocciature. Ma il problema mi pare sia un altro. E riguarda, più in generale, la scuola e l’idea di formazione degli studenti (e di educazione, parola oggi in disuso) che ne è alla base.
Il preside dell’istituto che ha bocciato i cinque bambini dichiara oggi a Quotidiano.netche le motivazioni della non ammissione sono da ricercarsi nel “mancato raggiungimento degli obiettivi minimi di apprendimento, scrittura, lettura e calcolo”, ma ha anche influito “la poca maturità riscontrata negli alunni”. Su La Repubblicaleggo invece che in un dettato svolto a maggio nella prima A sono risultati “insufficienti” il 41 per cento degli alunni, nella sezione B il 65 per cento. Verrebbe fatto di pensare che forse gli obiettivi minimi erano sbagliati e che la parola insufficiente affibbiata ai compiti di alunni di una classe prima non sia la più adeguata. Mi verrebbe da dire che una scuola che cerca la maturità in bambini di sei anni ha forse poco compreso il proprio ruolo e i propri compiti, che sono appunto quelli di aiutare gli alunni a crescere e a maturare, e non a giudicare il grado di maturità di chi, per definizione, non può essere ancora maturo. Ma forse la penso così solo perché credo che la scuola debba comprendere prima di misurare freddamente, essere disponibile al dialogo invece che arroccarsi dietro formule distanti e spesso vuote di significato, e oggi invece si tende a voler dimostrare che la scuola è innanzitutto luogo austero e irto di difficoltà, scambiando l’intransigenza per autorevolezza.
Il dirigente scolastico tiene anche a sottolineare (la fonte è ancora Quotidiano.net) che le insegnanti, “riconfermando la decisione già assunta per il bene degli alunni, hanno dimostrato grande serietà e deontologia professionale”.
Non avevo dubbi. Il richiamo alla serietà lo aspettavo. Nella scuola degli ultimi anni “serietà” è parola ricorrente. Ma quando è che un insegnante e la scuola con lui dimostrano “grande serietà”? Quando si boccia, sembrerebbe. Serietà è spesso sinonimo si selezione e di distinzione, di rigidità e durezza. Ma è più seria la scuola che guarda davanti a sé e continua imperterrita il suo percorso verso il raggiungimento degli obiettivi (spesso sempre gli stessi, anno dopo anno), anche se buona parte dei suoi studenti non riesce a raccogliere la sollecitazioni, o quella che prova a far crescere tutti i ragazzi che le sono affidati, che si guarda intorno e ammette, quando è il caso, anche i propri sbagli?
Va da sé: la decisione della non ammissione alla classe seconda elementare è stata assunta “per il bene degli alunni” e dunque tutto questo discorso si vanifica. Infatti, come dice la legge, nella scuola primaria i docenti, con decisione assunta all’unanimità, possono non ammettere l’alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione(art. 3 legge 169/2008). E qui, diciamolo, qualcosa di eccezionale sicuramente c’è. Ma non riguarda i cinque bambini di Pontremoli.


Alberto Bertoni: la poesia a scuola è materia museale

I bambini riescono a costruire un rapporto diretto con la poesia, per la quale manifestano attitudine e capacità di comprensione che potremmo definire fisiche. Infatti le costruzioni linguistiche proprie del linguaggio dei versi “sgorgano in loro spontaneamente”. Non appena però la poesia approda alla scuola secondaria, “diventa disciplina, programma obbligato e svogliatamente svolto, materia museale, storia della poesia”. Allora il rapporto si incrina, spesso irrimediabilmente, e “quella spinta giocosa e istintiva impallidisce e declina, diventa peso, fatica, archeologia del linguaggio, modo ampolloso e complicato di ornare concetti semplici”.
A partire da queste riflessioni si sviluppa il primo capitolo di La poesia contemporanea, il libro del poeta e critico letterario Alberto Bertoni appena pubblicato per i tipi de Il Mulino. La questione dell’insegnamento della letteratura e della poesia, in particolare nelle scuole secondarie, è in effetti l’inevitabile punto di avvio di ogni discorso che voglia analizzare il posto che occupa la poesia nella percezione sociale. Ne ho spesso parlato in questo blog, in quanto ritengo che oggi i poeti non possono continuare a considerare il problema della fruizione della poesia (e quello, per così dire ad esso associato, dell’assenza di lettori) come non degno di una loro attenta valutazione, una problematica che tende cioè a sviarli da altre e ben più significative meditazioni.
Alberto Bertoni con la consueta chiarezza sviluppa un accurato ragionamento, assolutamente necessario se si vogliono poi approfondire altre questioni di natura più squisitamente critica sulla presenza della poesia nella società contemporanea.
Sta di fatto che quando agli insegnanti si chiede di fare il nome di un poeta dei nostri giorni, fa seguito solitamente un silenzio deciso, nemmeno tanto imbarazzato. E’ evidente dunque che “il venir meno della coscienza e della cognizione dell’esistenza e della necessità di una poesia contemporanea, oggi in Italia, concerne e coinvolge il corpo docente molto più e molto prima di quello discente”.
Una nebbia diffusa nasconde, agli occhi della maggior parte degli abitanti del nostro paese, anche di coloro che a vario titolo si occupano di argomenti culturali, l’esistenza di una poesia dei nostri giorni. Le cause vanno cercate certamente nella progressiva incapacità, particolarmente evidente nelle generazioni più giovani, di trovare piacere nella lettura concentrata e solitaria, ma anche in una sorta di venir meno di quella che Bertoni giustamente definisce la destinazione sociale della poesia. La poesia infatti può presentarsi in maniera complessa e profonda, ma non può rinunciare alla sua natura comunicativa, la sua parola è “condannata a svanire subito, se non raggiunge l’Altro”. “Aborrisco – scrive Bertoni – un’idea chiusa della poesia: l’idea di un’operazione segreta, misticheggiante, limitata alla setta degli ‘eletti’, autoreferenziale”.
Del resto se anche siamo di fronte ad un “analfabetismo di ritorno indotto dagli abusi mediatico-televisivi e da un potere che, anche nelle nostre democrazie occidentali, favorisce e provoca in tutti i modi gli esercizi più perfidi e subliminali di distrazione collettiva”, è altrettanto vero che “la poesia – se trasmessa con competenza e passione – può essere un genere tutt’altro che estraneo alle nuove modalità recettive”. Perché la nostra società si riappropri delle sue voci poetiche è necessario che l’insegnante sia egli stesso, in primo luogo, come lo definisce Bertoni, un “Lettore autentico”. Credo inoltre che un ruolo importante potrebbe spettare agli stessi poeti, se solo avessero voglia di mettersi maggiormente in gioco e di proporsi come interlocutori delle istituzioni scolastiche. Nelle scuole secondarie si assiste oggi a un paradosso: nei primi anni si parla di poesia forse più di qualche anno fa, ma si riduce l’attenzione a una fredda, e spesso inconcludente, analisi di figure retoriche, a una scomposizione meccanica, che si conclude inevitabilmente con un questionario a punti. Si privilegia poi un approccio del tutto cronologico, che tende a inserire i singoli autori (di cui si leggono pochissimi testi) in una dimensione storica. E la storia, per quanto riguarda la poesia, si conclude con Montale. Il resto è avvolto nella nebbia, da cui emerge qua e là qualche nome, a volte, se si ha fortuna, qualche verso. 
La poesia rimane così spesso lontana dalle aule scolastiche. 

Berardinelli: poeti che hanno poco da dire

Qualche riflessione sull’articolo di Alfonso Berardinelli, pubblicato sulla Domenicadel Sole 24 ore del 27 maggio 2012.
A partire dagli anni Settanta, afferma tra l’altro Berardinelli, i poeti non hanno avvertito più il bisogno di un’attenta riflessione critica che agisse insieme alla produzione in versi, intrecciandosi cioè con il loro percorso creativo. Ciò ha contribuito a far sì che la poesia si liberasse dalle regole e dalla necessità di “avere qualcosa da dire”, dando luogo a una pratica che è sembrata ancora di più aperta al contributo di tutti. Berardinelli sottolinea anche come, a partire dagli anni Ottanta, nei discorsi sulla poesia sia subentrata una sorta di “fissazione ontologica e mistica”, facendo di “un caso limite, come quello di Paul Celan, poeta straordinariamente oscuro, un nuovo modello canonico a protezione della routine poetica”. Il risultato è che la poesia “annega in categorie che sembrano universali e profonde, ma sono solo generiche”.
Alfonso Berardinelli
La mancanza di coscienza critica, di solidi presupposti teorici, l’assenza insomma di “qualcosa da dire”, ma anche l’impossibilità (o anche la mancanza di volontà?) da parte dei critici di operare scelte precise, indicando “se un testo poetico è eccellente, buono, mediocre, banale o nullo”, hanno determinato delle condizioni di vaghezza e presunta inattacabilità, per cui la Poesia (a questo punto inevitabilmente e pericolosamente con la maiuscola) “può generare uno stato d’autoipnosi favorevole a un’inconsulta produttività verbale”.
In effetti Berardinelli colpisce nel segno. L’immensa produzione poetica degli ultimi decenni presenta spesso un buon livello tecnico, ma solo se consideriamo accettabile che essa si manifesti su un territorio nel quale appare possibile agire e muoversi seguendo modelli e percorsi individuali, all’apparenza frutto di un’estrema libertà d’azione, in effetti rischiosamente ripetitivi, dei quali sfugge il pensiero, e dunque l’urgenza, che li ha generati. Spesso dietro un dettato indefinito ed elusivo, si nasconde un’intenzione inintelligibile e un’idea fumosa. Quante volte siamo giunti al termine della lettura di una raccolta poetica, che all’inizio ci aveva attratti proprio in virtù di una certa abile e accattivante indeterminatezza della lingua, senza infine capire cosa l’autore abbia voluto comunicarci? Ci è sembrato cioè, cito ancora Berardinelli, che le parole fossero arrivate sulla pagina “da chissà dove, magnetizzate come corpuscoli dal loro reciproco attrito”.
Se vuole ricominciare ad essere un linguaggio indirizzato a tutti e dunque ascoltato non solo dagli altri poeti, ma anche dai lettori, la poesia ha estremamente bisogno di critici che sappiano e vogliano distinguere e indicare percorsi, ma anche di poeti che intendano nuovamente mettersi in gioco, attraverso l’interazione dei versi con seri e ragionati presupposti teorici. Poeti che insomma abbiano “qualcosa da dire”.

Gozzano in India tra corvi ed elefanti

Nel maggio del 1912, esattamente cento anni fa, Guido Gozzano era sulla via del ritorno dal suo viaggio in India. Era partito in febbraio, con l’amico Garrone, dietro consiglio dei medici, che ritenevano che il clima di qui luoghi potesse essere favorevole ai suoi polmoni malati. I suoi scritti di viaggio, pubblicati inizialmente dal quotidiano La Stampa, vennero poi ampiamente rivisti e raccolti nel volume Verso la cuna del mondo. Negli ultimi giorni del suo soggiorno in Oriente, Gozzano scrive: “I signori dell’India non sono gl’Indiani. E non sono nemmeno gl’Inglesi. I signori dell’India sono gli animali. I corvi, anzi tutto”. Iniziano così le pagine de Il vivajo del buon Dio, l’ultima prosa del volume. “Se gli avvoltoi sono i necrofori – continua Gozzano -, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria, contro i quali non vi difende nessun policeman volenteroso”.

Gozzano ritratto durante il suo viaggio in India

Gozzano ritratto durante il suo viaggio in India

La presenza invadente dei volatili è un’impressione visiva ed uditiva che colpisce subito il visitatore sbarcato in una delle grandi capitali: Bombay o Calcutta, Madras o Rangoon. Nei pomeriggi assolati, quando la città è immersa nel silenzio e nessuno passeggia per le vie, e “in ogni stanza dell’albergo un europeo sogna la Patria lontana, resupino sotto il refrigerio dell’immenso ventilatore”, si sente il gracidio dei corvi. Esso è così monotono da non rompere il silenzio, ma da sottolinearlo. E’ un “inno alla putredine”, scrive il poeta, “dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l’orecchio sembra discernere tutte le parole non liete: Ricordati! Ricordati! Morire! Morte! Morirai!”.

“Tutti gli animali hanno in India una straordinaria familiarità con l’uomo. I passeri, le tortore, gli scoiattoli striati invadono i cortili e i giardini, scendono a prendere le bricie quasi dalle vostre mani, pieni di una francescana fiducia; ma nei corvi e nelle scimmie la familiarità è fatta di tracotanza insolente, di calcolo ingordo; certo pensano che Bombay e Calcutta siano state edificate per loro e che l’uomo sia un bipede intruso da tollerarsi con palese rancore”.

Con altrettanto palese insofferenza, Gozzano passa ad elencare le imprese delle scimmie, che invadono i tetti delle case nelle periferie, delle lucertole gibbose, del cobra dagli occhiali, dei coccodrilli, ma mostra tutta la propria partecipe meraviglia di fronte agli elefanti. “La loro intelligenza è inaudita, imbarazzante: nell’occhio microscopico, quasi perduto nella mole della testa, s’alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza derisoria e di bontà indulgente. Sono certo che comprendono ciò che dico, che intuiscono ciò che penso”.

Infine di fronte all’ospedale degli animali di Bombay, dove l’occidentale arretra alla vista di “ronzini di piazza, bufali, zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati, coperti d’ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi, senza pelo”, il poeta della Signorina Felicita, chiede che senso abbia tutto questo, “perché non si dà a quelle povere bestie il colpo di grazia”. Il guardiano risponde che quegli animali devono vivere per soffrire e dunque spegnere, nella ruota delle molteplici incarnazioni, il desiderio di esistere, il peccato cioè che ci condanna a ritornare in vita, ad essere di nuovo materia.

“E se fosse vero? – si domanda Gozzano – Se veramente noi non fossimo il re dell’universo come la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l’uomo non fossero che gradazioni varie dello spirito, della stessa forza immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una mèta che ignoriamo?”.

Poco meno di un anno dopo il suo ritorno in Italia, Gozzano annunciò di aver consegnato all’editore il manoscritto di Farfalle, una sorta di composito poema che rimarrà in larga parte incompiuto. Chissà se nelle Vanesse e nei Bruchi non abbia visto una qualche fase di passaggio verso “la pace dell’Increato”.