HAIKU for a season / per una stagione di Andrea Zanzotto (Mondadori)

Andrea Zanzotto scrisse una serie di brevi poesie in inglese tra la primavera e l’estate del 1984. Sono haiku, o come li definì lo stesso poeta degli “pseudohaiku”, in quanto per la maggior parte non rispettano la tradizionale suddivisione in tre versi e per complessive diciassette sillabe. Zanzotto conservò questi testi senza renderli pubblici, solo parlandone con gli amici, costruendo così intorno a loro una sorta di involontaria mitologia, alimentata dal fatto che le poesie erano state composte in un periodo particolare della vita dell’autore. Successivamente il poeta lavorò, non in maniera continuativa, alla traduzione in italiano, dando vita, e non poteva essere diversamente, a composizioni in qualche modo diverse rispetto a quelle d’origine, soprattutto considerato l’approccio linguistico, non da madrelingua, di cui si giovano gli originali.

Le poesie sono state pubblicate per la prima volta nel 2012 negli Stati Uniti, quindi un anno dopo la morte del poeta. Sono ora proposte nella collezione dello specchio Mondadori nella doppia versione inglese e italiana. E’ evidente dunque che Haiku for a season / per una stagione rappresenti una tappa singolare nella produzione dell’autore, che pure, proprio per la condensazione della lingua e per lo sguardo inconsueto nella descrizione della realtà che manifesta negli haiku, lascia intravedere gli esiti futuri della sua espressione lirica, che si concretizzano nelle raccolte Meteo del 1996, Sovrimpressioni del 2001 e in particolare in Conglomerati del 2009.

Andrea Zanzotto

L’inglese utilizzato da Zanzotto nei suoi “pseudohaiku” è minimalista, quasi sussultante e post-afasico, e presenta, come suggeriscono i curatori Anna Secco e Patrick Barron nella nota introduttiva, “inattesi guizzi sintattici e concentrazioni di immagine e azione”. E’ evidente come il poeta sia attratto innanzitutto dalle possibilità sonore e dalla rapidità linguistica dell’inglese, così diverse dall’italiano, e che per contro forse possono avere più di un elemento di parentela con gli scatti acustici e con le compressioni della sintassi propri delle forme dialettali così care all’autore di Pieve di Soligo.

Il paesaggio che emerge in queste poesie è spesso popolato da figure minime e marginali, e lascia intravedere improvvise aperture, che non si manifestano però come epifanie, ma sono solo segni della incerta consistenza della realtà, della fragilità di ogni presenza, della frammentarietà della visione: “Voci sottili, sconcertate api e speranze – / tutto sogna di altri viaggi / tutto ritorna in piccoli fitti tagli” o ancora con maggiore malinconico senso di costernato mistero, “Erba, allodole e un sole debole – / chi sospira e sternuta? / Come mai tanta fuliggine nelle gole?”, la cui originaria versione inglese può beneficiare di una più concentrata sonorità, “Grass, larks and weak sun – / who sighs and sneezes? / So much soot in throats?”.

Quando scrisse gli haiku inglesi a metà degli anni Ottanta, Zanzotto stava riemergendo a fatica e dolorosamente dalle tenebre di una lunga e particolarmente violenta depressione, che lo aveva lasciato passivo, arido anche di fronte alle parole. “E’ stato un momento cupissimo – ricorderà anni dopo il poeta , come se fossi stato immerso in una palude limacciosa, anzi una fogna, e le parole – pochissime all’inizio simili a crampi verbali – mi venivano fuori alla stregua di bolle. (…) Oscillavo tra il mutismo e un balbettio di pochi vocaboli, drenando degli pseudohaiku che, in una specie di effetto calamita, si congegnavano a gruppi, a coroncine. (…) Nel mio stato patologico, a prevalere erano quelle stille che spesso esprimevo in un neoinglese ‘petèl’, cioè il linguaggio pre-logico e vezzeggiativo che utilizzano le madri e le nutrici cullando i figli ancora nel nido della prima infanzia”.

In una di queste “coroncine”, emerge la presenza dei papaveri, che diventano, nella loro intensa colorazione e nella gracile delicatezza, quasi lo strumento con il quale segnare i confini del proprio sguardo sul mondo: “Papavero, profumo assente, profumo mentale? / Perché spalanchi l’occhio? / Perché così vivo, unicamente vivo?”.

I papaveri ritorneranno poi nelle raccolte successive, in Meteo: “La città dei papaveri / così concorde e gloriosa / così di pudori generosa / così limpidamente inimmaginabile / nel suo crescere, / così furtiva fino a ieri e così, /oggi, follemente invasiva…” (Tu sai che); “Papaveri ovunque, oggi, ossessivamente essudati, / sudori di sangui di un /assolutamente / eroinizzato slombato paesaggio, / sudore spia / di chissà quale irrotta malattia / – mala mala bah bah tempera currunt bah bah – / o stramazzata epilessia (…)” (Currunt) ; o, in maniera ancora più significativa, in Conglomerati, quasi a voler fornire nell’ultima raccolta una definitiva soluzione: “Fiammelle qua e là per prati / friggono luci disperse ognuna in sé / quelle siamo noi, racimoli del fuoco / che pur disseminando resta pari a se stesso / è zero che dona, da zero il suo vero” (la poesia è appunto Papaveri).

Gli haiku di Zanzotto insomma ridanno voce al poeta e lo spingono verso nuove decifrazioni della realtà, verso “sussurri di altri universi”: “Haiku di un’alba inattesa / forse mia – forse cenni / o sussurri di altri universi”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

LE LETTERE DI UNGARETTI di Silvia Zoppi Garampi (Salerno editrice)

Giuseppe Ungaretti ha scritto nel corso della sua esistenza centinaia di lettere: un percorso parallelo rispetto alla produzione poetica, quasi sempre intrecciato con essa e in grado di offrire strumenti alla lettura e alla comprensione delle poesie. Sono molti gli interlocutori a cui l’intellettuale si è rivolto e che sono diventati, il più delle volte, depositari di una parte, più o meno grande, del mondo artistico del poeta. E’ una scrittura, sostiene Silvia Zoppi Garampi, autrice di Le lettere di Ungaretti. Dalle cartoline in franchigia all’inchiostro verde (Salerno editrice), “che non si origina solamente nello spazio della lontananza, come il più delle volte avviene nelle corrispondenze, piuttosto risponde a un’impellenza del dire”.

La necessità di trovare conforto e sostegno, a volte sfogo di fronte alla urgenza del manifestare le proprie idee e il proprio mondo, è fin da subito visibile. Nella difficile

Ungaretti al fronte al tempo delle cartoline in franchigia

esperienza al fronte, il soldato Ungaretti sente che sta nascendo la sua poesia e avverte il bisogno, come è naturale, di far conoscere il proprio lavoro, di interloquire con chi può comprendere la tensione, che è umana innanzitutto ma anche culturale, che dal conflitto è generata e da cui i suoi versi nascono. Dal maggio 1915, quando il ventisettenne Ungaretti entra a far parte dell’esercito italiano impegnato nel primo conflitto mondiale, fino al 4 novembre del 1918, il soldato semplice nativo di Alessandria d’Egitto entrerà in relazione epistolare con Papini, Prezzolini, Carrà, Soffici, Marone e altri intellettuali, che lo aiuteranno nel compito di ritrovare se stesso, di riconoscere e far riconoscere la propria poesia. La corrispondenza di questi anni è quasi sempre affidata a cartoline in franchigia, uno strumento di comunicazione che veniva allora garantito ai militari e che il poeta sfrutta per intessere una trama di relazioni di amicizia e culturali, che saranno estremamente importanti per la sua crescita.

Silvia Zoppi Garampi, che insegna letteratura italiana all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, segue e dispiega dinanzi ai nostri occhi l’imponente lavorio intellettuale che è alla base di questa scrittura, con l’attenzione della filologa, ma anche con la partecipazione emotiva, direi quasi affettiva, della appassionata di poesia, che vede nel poeta una sorta di maestro e di mito personale. Ciò permette di intuire come l’epistolario ungarettiano, in buona parte già pubblicato in edizioni varie legate ai diversi interlocutori, riesca a restituire del poeta, una volta ricomposto in senso cronologico, un’autobiografia umana, morale, intellettuale, che potrebbe procedere di pari passo con l’insieme delle poesie, il cui corpus unitario lo stesso autore volle che si chiamasse, non a caso, Vita d’un uomo.

Silvia Zoppi Garampi

Del resto dal libro della Zoppi Garampi appare chiaro come il poeta pensasse, forse già dagli anni della guerra e della pubblicazione della prima edizione de Il porto sepolto (1916) che le sue lettere, così come per gli amati Petrarca e Leopardi, fossero destinate ad un pubblico ben più vasto di quello ristretto di coloro a cui erano originalmente rivolte. Ungà, d’altra parte, aveva chiaro fin da subito il valore delle sue poesie, tanto che in una lettera a Mussolini del 1922, trovandosi in ristrettezze economiche, in particolare dopo il licenziamento dal Ministero degli Esteri, gli ricorda i servigi che ha reso alla patria e aggiunge: “Come poeta il mio valore è noto. Non credo che ci sia nessun altro che dopo D’Annunzio possa starmi di fronte”.

Dalle cartoline in franchigia all’elegante inchiostro verde delle epistole degli anni della notorietà il passo non è semplice. Il libro della Zoppi Garampi è uno strumento prezioso per ricostruire il percorso pubblico ed interiore del grande poeta.

Pubblicato su Poesia n. 348, maggio 2019

POESIE SCELTE 1953 – 2010 di Luigi Di Ruscio (Marcos y Marcos)

In una delle poesie contenute in Apprendistati, il libro pubblicato nel 1978 che insieme a Istruzioni per l’uso della repressione (1980) e L’ultima raccolta (2002) compone, a detta dello stesso autore, una sorta di trilogia inscindibile, Luigi Di Ruscio scrive: “non ho fatto altro che saldare fili di ferro di sei millimetri di diametro / non so neppure a che serviranno questi versi che diventano sempre più lunghi / se la scrittura è una condizione non è precisamente la mia condizione”.

C’è già tanto della “condizione” di Di Ruscio in questi tre versi. Il poeta infatti, che era nato a Fermo nel 1930 e aveva conseguito solo la licenza di quinta elementare, dopo aver fatto i lavori più diversi e messo insieme una formazione letteraria da autodidatta, si era trasferito all’età di ventisette anni in Norvegia. A Oslo sarebbe rimasto fino alla morte avvenuta nel 2011, lavorando per quaranta anni alla catena di montaggio di una fabbrica metallurgica. In quella città aveva sposato una norvegese, che non parlava l’italiano e gli aveva dato quattro figli. Dunque Di Ruscio, che ha scritto sempre della condizione dei più umili, prima dei contadini della sua terra poi di quella umanità, in qualche modo universale, formata da sottoproletari ed operai, ha prodotto i suoi versi in italiano, lontano dalla sua patria e dai suoi lettori, a contatto con gli operai norvegesi, i suoi compagni di lavoro, che in gran parte hanno ignorato il suo status di scrittore. In questo senso la poesia di Di Ruscio può essere considerata il segno di un’esperienza singolare, a suo modo estranea ed esterna, insomma quella di un espatriato e di un autorecluso, sicuramente atipica rispetto alla posizione sociale e culturale dei poeti suoi contemporanei, che pure in tanti casi gli hanno dedicato attenzione, a partire da Salvatore Quasimodo, Franco Fortini e Roberto Roversi.

Luigi Di Ruscio

La casa editrice Marcos y Marcos, nella bella collana diretta dal poeta Fabio Pusterla, dedica a Di Ruscio con il titolo di Poesie scelte 1953 – 2010 un’antologia di versi, curata da Massimo Gezzi.

Il libro si apre con le liriche delle prime due raccolte, Non possiamo abituarci a morire (1953) e Le streghe s’arrotano le dentiere (1966), nelle quali il potente linguaggio del poeta, costruito su una sintassi vicina al parlato popolare, che non fa uso di metafore e non si avvale di punteggiatura, si sofferma quasi unicamente sulle figure dei diseredati conosciuti negli anni dell’adolescenza e della giovinezza. E’ la miseria, la sopraffazione, la violenza del potere, la parola sentita come rifugio e strumento di riscatto ad essere al centro delle poesie (“In questa strada ho cercato le prime parole / visto l’elmetto tedesco e gli scoppi delle bombe / case sventrate e notti sommerse dalla paura / le immagini delle madonne trafitte / e cristi spaventosi gessi macchiati di sangue”), ma anche la gioia che nasce dai rapporti umani, dagli incontri semplici, dalle feste di popolo (“Su cinquanta metri quadrati di pavimento abbiamo ballato / con ritmi di grancassa e tromba e le donne erano instancabili / tutte le canzoni di moda abbiamo raspato / parole piene d’amore ci siamo dette / le donne ad ogni ballo si mettevano insieme ai lati / e ci aspettavano e nessun uomo si sentiva timido / e nessuna donna è rimasta senza uomo”).

Poi il paesaggio e le genti delle Marche diventano solo memoria e lontananza (“di certi anni ricordo solo il chiarore del sole / e una pioggia felice che batteva sulla lamiera ondulata / e avevo a disposizione giornate eterne / ed un silenzio che solo la mia penna scalfisce”) ed il ritmo dei versi accentua il carattere prosodico che, allo stesso tempo, si fa meno lineare, più rarefatto, almeno nella giustapposizione delle immagini, che si rincorrono secondo un procedimento di tipo metonimico. Di Ruscio è certo un poeta che vive lavorando come operaio o, se si preferisce, un operaio che scrive poesie, e dunque la condizione operaia, la ripetitività del lavoro alla catena di montaggio, l’alienazione e la voglia di ribellione ed anche quella che un tempo si chiamava ed era la lotta di classe, entrano nei suoi versi, a tratti ne costituiscono l’anima, ma Luigi Di Ruscio, come scrive Massimo Raffaelli nell’illuminante Prefazione al volume, “non è stato né un poeta operaio né un operaio poeta ma, più semplicemente, qualcuno che ha saputo tradurre con i mezzi della poesia la condizione operaia nella condizione umana tout court”.

La scrittura irregolare e irrequieta è anche conseguenza di un altro tipo di lontananza, quella cioè linguistica. Di Ruscio scrive in una lingua che non parla quotidianamente e nella quale non può essere compreso dalle persone che gli sono vicine: “martirizzato dai lapsus e dalle ripetizioni / il tutto risulterà una variante della stessa angoscia / da quaranta anni l’italiano non è più la mia lingua quotidiana / il lettore è lontano quasi un trapassato / un bruciore insopportabile sulla ferita aperta”. Questo vincolo della sua poesia finisce per sospendere le sue parole in una terra di nessuno, nella quale gli interlocutori, i possibili lettori sono quasi delle figure evanescenti. Forse anche per questo i suoi versi, con il passare degli anni, si fanno più nervosi, la struttura portante della versificazione diventa maggiormente asimettrica e aritmica. Per questo la presenza di Di Ruscio è rimasta in larga parte marginale, vittima di una sorta di autoconfino esistenziale: “nascondere l’autore renderlo incognito / non partecipare negarsi nascondersi vivere senza lasciare traccia / dissociarsi e sparire / come poeta ero una pura inesistenza”.

Pubblicato sul web magazine Succedeoggi

Giorgio Orelli: la realtà corre sui tasti della Olivetti

La poesia di Giorgio Orelli si è spesso circondata di eventi minimi, muovendosi in una geografia dell’ordinario, alimentata da un rapporto con la realtà che potremmo dire dettato dalla consuetudine. La tangibilità del mondo reale è d’altra parte sempre elemento sostanziale delle sue liriche. E’ proprio nell’usuale svolgersi dei fatti, nella trita regolarità di quello che ci è davanti, che Orelli affonda lo sguardo, non per sfidare la banalità del vivere, né per dircene la ragione, ma solo per guardarla, così da meravigliarsi che proprio nella normalità della realtà risieda la sua stravaganza, si manifesti un’ipotesi di eccezionalità.

E’ proprio lì, in quel tratto tra l’ovvio e lo straordinario, che si nasconde l’occasione, la strada che porta alla poesia, a patto però di non credere che nel tragitto, o tanto meno nel suo punto di avvio, si nasconda un senso, che si possa insomma, proseguendo per il cammino, arrivare ad una verità. La realtà, sembra dire il poeta, e anche tutto quello che la trascende, è già in quei fatti insignificanti, nelle piccole deviazioni che comunque si ripresentano quotidianamente, nei tasselli che non riescono a comporre infine nessun quadro d’insieme. Gli oggetti dunque non rimandano ad altro, non sono il correlativo di stati d’animo o di sentimenti, ma valgono per se stessi e per quello che riescono a contenere. A volte essi infatti sono i depositari di un passato, il tramite attraverso cui la realtà non presenta più se stessa per quello che è, ma per quello che è stata.

Ad esempio, nella poesia In memoria gli oggetti ordinari sono “il nastro ormai privo d’inchiostro” della “vecchia Olivetti”, la bicicletta che utilizza il poeta e che gli permette di passare davanti a un negozio, di cui conosce bene il proprietario e la sua famiglia, il cartello con su scritto CHIUSO PER LUTTO.

Vale la pena considerare che la poesia, che riporto di seguito, è tratta dalla raccolta Il collo dell’anitra, che Giorgio Orelli pubblicò nel 2001, appena dopo aver compiuto ottanta anni. La notazione temporale serva a porre l’attenzione sul fatto che, ad inizio del nuovo millennio, alcuni degli oggetti nominati nella poesia sono di fatto “fuori corso”, compreso quel “negozio” a gestione familiare, che ancora sarebbe in possesso di nastri per una vecchia macchina da scrivere. E’ chiaro che, se anche i versi rimandano a una situazione vissuta qualche anno prima, tutto serve a comporre un disegno che rimanda al passato, all’impossibilità che questo si ripresenti, se non denunciando le assenze, le separazioni dalle figure e dagli oggetti, che il trascorrere del tempo comporta. Anche per questo il sintagma nominale “totale scomparsa” viene ad acquisire una posizione centrale nell’intera lirica.

In memoria

Tornavo per farmi cambiare
il nastro ormai privo d’inchiostro
della mia vecchia Olivetti, e allungando,
come faccio, passando in bicicletta
davanti al tuo negozio, l’occhio
di là dai vetri, ho visto
che non c’era nessuno (forse
Lina è di sopra con Dora)
e ho visto CHIUSO PER LUTTO (forse
è morto Lino): da un po’
non ti vedevo, non mi contavi storielle.
Volevo dirti che mi sono accorto
solo adesso della totale scomparsa,
a sinistra, di E, di O a destra.
Il tasto è nero ma sempre lucente,
se batto (eternamente con due dita) continuo
a vederle, bianchissime, intatte
o quasi, come, là in basso, la X.

 

Da notare, nella prima parte della poesia, oltre a quanto già detto sulla presenza di oggetti desueti e comunque caratterizzanti un paesaggio minimo, che l’espressione “ho visto / che non c’era nessuno”, di uso sicuramente colloquiale, appare in qualche modo paradossale, facendo riferimento, in maniera quasi accidentale, ancora una volta a delle assenze. Potremmo addirittura esagerarla in “ho visto delle assenze”. Le due sequenze tra parentesi che compaiono nei versi successivi stanno poi ad indicare dei pensieri (da qui l’uso del presente, in una poesia in cui prevale il passato narrativo: non a caso la poesia si apre appunto con un verbo all’imperfetto). Il protagonista della poesia prima dice a se stesso che forse Lina è di sopra con Dora (moglie e figlia di Lino? due sorelle?), poi che forse Lino è morto.

E’ a questo punto che, tornando alle ragioni della sua visita, il poeta confessa che avrebbe voluto dire al proprietario del negozio della “totale scomparsa” sui tasti della macchina da scrivere dei segni della E e della O, che si sono evidentemente consumati per l’uso, ma che lui continua a vedere (vede, anche in questo caso, delle assenze) come se fossero intatte, proprio come la X che non viene quasi mai usata.

Il passato insomma si ripresenta e gli oggetti sembrano essere in grado di evocarlo. La scomparsa di Lino (non si dice così per significare che qualcuno è morto?) viene ribadita e nello stesso momento il lutto elaborato grazie al parallelo riferimento alla scomparsa delle lettere. Ma se da una parte il poeta continua a vedere le lettere sui tasti, dall’altra della presenza di Lino è possibile solo sentire nostalgia, la stessa che provava nel Livro do Desassossego Bernardo Soares, eteronimo di Pessoa, alla scoperta della morte del barbiere da cui spesso si recava: “Nostalgia! Ho nostalgia perfino di ciò che non è stato niente per me, per l’angoscia della fuga del tempo e la malattia del mistero della vita. Volti che vedevo abitualmente nelle mia strade abituali: se non li vedo più mi rattristo; eppure non mi sono stati niente, se non il simbolo di tutta la vita”.

Parlando di ciò che è possibile toccare con mano, anzi con le dita nel caso della Olivetti e dei suoi tasti, Orelli ci porta verso quello che non c’è, che è senza rimedio lontano e trascendente., verso ciò che Pessoa individua come “l’angoscia della fuga del tempo”. L’eternità viene richiamata da un limite, da una disabilità: il poeta riesce a battere sui tasti della macchina da scrivere eternamente, anche se solo con due dita.

Saba, come un uccello

Quando Pier Antonio Quarantotti Gambini si decise a dare alle stampe la sua raccolta di poesie Racconto d’amore, pensò di scrivere una lettera all’amico Umberto Saba, che era morto da qualche tempo. Nella lettera confessava di avere preferito che la vicenda di cui era stato protagonista, e che dunque dava luogo per la prima volta ad una narrazione non d’invenzione, fosse raccontata proprio come avrebbe fatto Saba, in versi cioè invece che in prosa. E aggiungeva che era stato in qualche modo ispirato all’impresa (lui, il narratore di La rosa rossa, Il cavallo Tripoli e del più noto L’onda dell’incrociatore) dopo che era entrato in possesso di una pipa del poeta, la più consunta, quella più usata dal poeta, per volontà della figlia Linuccia, che aveva voluto in questo modo che l’amico caro possedesse un oggetto in ricordo di suo padre.

Nella lettera, che è un documento prezioso e struggente e che è posta a introduzione dell’edizione Mondadori del 1965 del Racconto d’amore (sia detto per

Umberto Saba

inciso che ne devo la conoscenza all’amico Alessandro Fo), sempre rivolgendosi a Saba e sempre dandogli del Lei (proprio così, con la maiuscola), Quarantotti Gambini ricorda che l’amico gli aveva raccontato che un giorno un canarino gli era fuggito – in quel tempo Saba stava scrivendo le poesie di Uccelli – e che, dopo vari tentativi di recuperarlo, aveva fatto diffondere da Radio Trieste svariati appelli ai cittadini. “Un’altra volta – scrive Quarantotti Gambini nella lettera – stando disteso sul letto tutto vestito e calzato, come era Sua abitudine, e fumando la pipa, m’indicò con un gesto l’angusta stanzetta di cui aveva già chiuso le imposte perché, vivendo coi canarini, aveva preso le abitudini degli uccelli, che iniziano il riposo al calar del sole”. 

Umberto Saba morì a Gorizia, dove era ospite di una casa di cura, il 25 agosto del 1957, all’età di 74 anni. Le liriche di Uccelli erano state scritte nel 1948, nell’appartamento in via Crispi a Trieste che abitava con la moglie Lina. Quarantotti Gambini ricorda che Saba da qualche tempo si era trasferito in un nuovo appartamento, situato comunque nello stesso stabile, “più elevato di uno o due piani, come ben conveniva, quasi simbolicamente, a un poeta ch’era andato cercando una limpidezza sempre maggiore”. Insomma Saba si era avvicinato alla purezza del cielo, a quel cielo, c’è da aggiungere, frequentato dagli uccelli che tanto amava. Dopo la breve raccolta dedicata agli uccelli, il poeta triestino scriverà solo le poesie raccolte in Quasi un racconto (e tra loro sono le Dieci poesie per un canarino), le Sei poesie della vecchiaia e il romanzo Ernesto, che sarà pubblicato diversi anni dopo la morte.

Tra i testi contenuti in Uccelli, i ricordi riportati nella lettera di Quarantotti Gambini mi fanno concentrare, ora a sessanta anni dalla scomparsa del poeta, sulla poesia Cielo, che peraltro è dell’intero gruppo, insieme all’altra che ha titolo Nietzsche, quella dove meno si parla dei volatili, o meglio dove essi hanno soltanto il ruolo di comparse.

Trascrivo la poesia:

Cielo

La buona, la meravigliosa Lina
spalanca la finestra perché veda
il cielo immenso.

Qui tranquillo a riposo, dove penso
che ho dato invano, che la fine approssima,
più mi piace quel cielo, quelle rondini,
quelle nubi. Non chiedo altro.
Fumare
la mia pipa in silenzio come un vecchio
lupo di mare.

E’ indubbio che il centro tematico dei versi sia proprio il cielo. La parola compare, oltre che nel titolo, altre due volte nel testo. Particolarmente indicativo è il terzo verso, composto da un sintagma nominale altamente significativo, legato in enjambement con il “veda” del verso precedente. La prima strofa è animata dall’azione della premurosa Lina, che consiste nello spalancare la finestra. E’ come se Saba, che ha spesso parlato nei suoi testi di strade cittadine, a volte oscure e degradate, di persone che le attraversano, dei personaggi più umili, a cui si è sentito affine, di un “nero magazzino di carbone”, con l’approssimarsi della fine senta il bisogno di luce, di spalancare la finestra per vedere “quel cielo, quelle rondini, quelle nubi”. Saba aveva allora 65 anni, ed era vittima di una grave forma di depressione: le poesie di Uccelli vengono composte, come scrive lo stesso Saba, in “un breve periodo di tregua” concessogli dal suo male, che gli impediva “ugualmente di vivere e di morire”.

E’ singolare che sia nel ricordo del più giovane amico che in questi versi si parli di una finestra (ed è da presumere che sia la stessa): Quarantotti Gambini riporta di come le imposte si chiudessero presto la sera per rispettare le abitudini dei canarini, che il poeta accudiva con amore; Saba ci pone davanti a una finestra che si spalanca perché sia visibile “il cielo immenso”. I due gesti comunque concorrono alla stessa situazione. Il poeta è immobile, non chiede altro che guardare e fumare l’immancabile pipa, “come un vecchio / lupo di mare”. E cosa fa un lupo di mare, una volta diventato “vecchio” (anche questa parola è in posizione forte, alla fine del verso, in enjambement), se non ammirare l’immenso paesaggio che ha davanti, ammirare con nostalgia e ricordare, non potendo più agire?

In questa poesia, il protagonista sembra non potere fare altro che percorrere lo spazio angusto della propria camera (anche questo il ricordo di Quarantotti Gambini ce lo restituisce chiaramente) e contemplare il cielo, che diventa, allo stesso modo che per i canarini nelle loro gabbie, un luminoso e irraggiungibile oggetto del desiderio. Saba è come i suoi canarini chiuso in uno spazio limitato; come agli amati volatili, anche al poeta è sufficiente la visione del cielo per cantare ed essere felice, sia pure di una felicità segnata dalla nostalgia e dall’impossibilità di essere libero, di poter volare nel “cielo immenso”.

Nella lettera che Saba scrive ai “cari amici” (anche qui una lettera) a modo di prefazione alle poesie di Uccelli, sostiene “di non avere nulla da dire o da fare” in un mondo che non è più il suo. Racconta anche che “il gerente” della Libreria Antiquaria “che porta ancora il mio nome” aveva acquistato un gruppo di libri sugli uccelli e, temendo di aver fatto un cattivo affare, li aveva nascosti. Questi volumi però, scoperti dal poeta, lo attraggono e lo affascinano, aprono alla sua curiosità scenari imprevisti. Scrive Saba: “Sentirsi leggero e volare per forza propria mi sembrò, in quell’ultimo respiro che mi dette la vita, il colmo della felicità”.

Guido, Amalia e le farfalle

Fa caldo a Torino il 9 agosto del 1916. In città si comprende di essere in guerra solo attraverso le lettere che arrivano dal fronte. E’ quasi il tramonto e le campane che suonano a festa sembrano riportare alle giornate gioiose dell’estate di qualche anno prima, quando, nel 1911, Torino, per celebrare i cinquanta anni dell’Unità d’Italia, aveva ospitato l’Esposizione Universale e la città aveva vissuto con fermento e grande vitalità le tante iniziative, anche di impronta culturale, che avevano caratterizzato la manifestazione.

Si festeggia l’entrata in Gorizia dell’esercito italiano vittorioso. Il suono festoso delle campane accompagna però, come un triste controcanto, anche la morte di Guido Gozzano.

Amalia e Guido

Due volte, in questa stessa giornata, Amalia Guglielminetti ha bussato alla casa torinese dei Gozzano. Due volte ha subito un rifiuto. La madre del poeta, la signora Diodata, anche su consiglio di don Silvestro, il sacerdote che un tempo aveva fatto parte della banda di artisti e scapestrati che si raccoglievano intorno a Guido, non vuole che la poetessa saluti suo figlio sul letto di morte, teme che la visita possa portare discredito alla famiglia e al poeta morente.

Il legame tra Guido e la Guglielminetti è cominciato nel 1907, all’indomani della pubblicazione de La via del rifugio. Tra Guido e la bella, giovane e affascinante “Saffo dalle chiome viola”, come l’aveva definita il critico Giuseppe Antonio Borgese, era nato un rapporto intenso e passionale, poi stemperatosi nei modi di una salda amicizia e di una forte stima intellettuale, soprattutto per volontà del poeta, che in quello stesso anno aveva anche saputo di essere malato di tisi e aveva cominciato a sentire accanto a sé la presenza di quella che chiamerà la “signora vestita di nulla”.

Nel novembre del 1909 Amalia scrive a Guido parole di tono amaro e di invaghita inquietudine, ma che sottolineano in modo chiaro cosa stesse diventando il loro rapporto:

Guido molto amato,

si può sapere in che mondo vivi? Da varie parti mi si chiede di te come s’io fossi la tua custode, ed io t’ignoro peggio di altri. (…) Fatti vivo, buon fratello cattivo e oblioso; dicono che sei a Torino, ma saresti così perverso da non farti vedere da me? Non mi vuoi più bene, lo sento! Vedi, mi lamento come una modistina abbandonata dall’amante e siamo tu celebre e io quasi, senza contare che ci amiamo di un amore puro. Scrivimi se sei a Torino o altrove, anzi vieni a trovarmi: voglio dirti tante cose, tante care cose sciocche, di quelle che si dicono fra persone intelligenti. Se non ti fai vivo m’offendo, te lo giuro, e rinnego la nostra fraternità. Ti bacio su una tempia: dev’essere un po’ cavata la tua tempia, credo. Addio.

Malgrado la volontà del poeta di sottrarsi alla stretta affettuosa dell’amica, Amalia continuerà ad essere una presenza costante e significativa nella vita di Guido Gozzano. Lui le scrive anche quando si reca in India nel 1912 nel tentativo di trovare giovamento per la sua malattia:

Amica mia sempre cara,

quanto spazio, quanto silenzio ha diviso la nostra amicizia! No, non l’amicizia, ché tu sei (e mai l’ho sentito come in questi mesi di remoto pellegrinare), fra i pochi spiriti affini che si ricordano con nostalgia anche a Ceylon, anche in quest’isola che ha la virtù di dismemorare di tutto e di tutti. (…) Ho per amici i consoli di Francia e d’Olanda con le loro famiglie e vado ogni sera dall’hotel alle loro ville, che sono contigue: nessuna galanteria, molta cordialità, molta musica (anche italiana), mentre dalle vetrate aperte giunge il coro rauco dei pappagalli, delle scimmie e il barrito stanco degli elefanti, che ritornano dal lavoro… Che strana vita e come ti vorrei qui con me.

Si incontrano ancora spesso nell’estate del 1914, quando Guido trascorre le vacanze insieme alla madre a Bogliasco, nei pressi di Genova. In una villa vicina a quella dei Gozzano soggiorna la Guglielminetti e si reca dall’amico sempre caro.

Negli ultimi mesi della vita Gozzano, da sempre attratto dal cinema, scrive un soggetto per un film sulla vita di San Francesco, che non verrà mai realizzato, ma soprattutto lavora a un poemetto di carattere didascalico sulle farfalle, che rimarrà incompiuto e che vuole dedicare ad Alba Nigra, il nome dietro cui si cela ancora una volta Amalia Guglielminetti.

Le farfalle del resto sono state da sempre un interesse del poeta, che in una lettera alla Guglielminetti del settembre del 1908 aveva scritto: “Immaginatevi che in un cassetto ho circa trecento crisalidi, ottenute dai bruchi allevati con infinita pazienza, per settimane e settimane”. Qualche giorno più tardi la metteva al corrente delle novità: “Le mie crisalidi sono tutte farfalle! L’ho scoperto oggi attraverso il reticolato del coperchio: ho chiuso le finestre e aperta la scatola ed è stato nella mia grande camera chiara, un frusciare turbinoso di prigioniere sbigottite”.

Nel poemetto si legge:

                               Ed io mi sono
quel negromante che nel suo palagio
senza fine, in clessidre senza fine,
custodisce gli spiriti captivi
dei trapassati, degli apparituri.
Veramente la mia stanza modesta
è la reggia del non essere più,
del non essere ancora. E qui la vita
sorride alla sorella inconciliabile
e i loro volti fanno un volto solo.

E ancora:

Voi contemplate, amica, la farfalla
infissa da molt’anni. Ben più dolce
è meditarla viva nel suo regno.
La rivedo con gioia ad ogni estate;
sfuggito all’afa cittadina, appena
giunto al rifugio sospirato, indago
con occhi inquieti lo scenario alpestre:
senza l’ospite candida le nevi
sarebbero per me senza commento.

Ma rade volte scende a valle. Giova
attenderla sull’orlo degli abissi,
fra gli alti cardi i tassi i rododendri.
In quel silenzio primo, intatto come
quando non era l’uomo ed il dolore,
ecco la bella principessa alpestre!
Giunge dall’alto scende con un volo
solenne e stanco, noto all’entomologo,
s’arresta sulle cuspidi dei cardi,
s’adonta di un erebia, d’un virgaurea,
suoi commensali sullo stesso fiore;
s’avvia, s’innalza, saggia il vento, scende,
vibra, si libra, s’equilibra, esplora
l’abisso, cade lungo le pareti
vertiginose ad ali tese: morta.
Dispare, appare sui macigni opposti,
dispare sul candore delle spume,
appare sopra il verde degli abeti,
dispare sul candore dei nevai,
appare, spare, minima… Si perde…
Parnasso Apollo!… Il genïetto lascia
un solco di mistero al suo passaggio.
Il volo stanco, ritmico, diverso
dall’aliar plebeo delle pieridi,
ha un che di malinconico e s’accorda
mirabilmente con la gamma chiara
dell’alte solitudini montane.
E il poeta disteso sull’abisso,
col mento chiuso tra le palme, oblia
la pagina crudele di sofismi,
segue con occhi estatici il Parnasso
e bene intende il sorgere dei miti
nei primi giorni dell’umanità;
pensa una principessa delle nevi
volta in farfalla per un malefizio…


Come farfalle sono spesso i personaggi femminili di Gozzano, sospesi tra il “non essere più” e il “non essere ancora”, tra il tempo della nostalgia e quello della fiaba, tra il mito e il “malefizio”. Come una farfalla Amalia si è posata sulla vita del poeta e vi ha volteggiato intorno. Guido l’ha sfiorata, poi ha temuto di farle male. Ha continuato ad ammirarla e a cercarla, a farla volare, perché “ben più dolce / è meditarla viva nel suo regno”.