Perché bisogna credere a Babbo Natale

Credere a Babbo Natale è un allenamento indispensabile per la vita futura. Le bambine e i bambini di oggi, assediati da un eccesso di quotidianità che finisce per banalizzare l’evento (regali che arrivano prima del previsto, poco credibili babbi natale ad ogni angolo di strada e in ogni spot televisivo, lo stato di festa perenne in cui sono precipitate le generazioni più giovani), credono ancora a Babbo Natale? Ci credono gli scaltri ragazzini di otto nove anni, già abili su smartphone e campioni di giochi elettronici, le bimbe attente all’abbigliamento più che alle bambole? Ci credono e non ci credono, più o meno come accadeva un tempo. Di fronte all’improbabile vecchio con la barba bianca, in casacca e cappuccio rossi, si rimane sospesi tra un anelito razionale e la voglia di continuare a ritenere che la vita può anche riservare incredibili sorprese. Proprio a questo serve Babbo Natale, a farci comprendere che le cose sono e non sono allo stesso momento, che la realtà che ci è intorno è anche frutto della nostra immaginazione, anzi che non c’è realtà se non c’è immaginazione.

Illustrazione del 1881 di Thomas Nast raffigurante Babbo Natale
Illustrazione del 1881 di Thomas Nast raffigurante Babbo Natale

Babbo Natale non esiste? Se è per questo non è esistita nemmeno Anna Karenina, eppure per tanti di noi ha un volto e una biografia sicuramente più certi di una miriade di contadine russe, cantanti d’opera e zarine, i cui dati anagrafici sono oggettivamente accertabili, ma di cui, abbiano bene o male operato, non è rimasta nessuna traccia. Chi non è disposto a credere che sia davvero esistito, e che forse sia ancora in vita, il due volte morto Mattia Pascal? E come non desiderare di assistere di persona al racconto dettagliato dei lontani avvenimenti che hanno contrassegnato la cittadina (reale o no?) di Macondo, operato dal suo fondatore, il colonnello Aureliano Buendia?
Certo è bene che il mondo sia arricchito dalla nostra fantasia, ma solo quando siamo bambini, dirà qualcuno, poi è necessario ancorarsi al più solido principio di realtà, allontanarsi dai pericolosi ondeggiamenti che genera l’immaginazione, agire seguendo le indicazioni che la sola ragione è in grado di dettare.
Tutto vero, ma come non accorgersi che siamo quello che siamo perché abbiamo creduto vero quello che ancora non era dimostrato? Non è forse spesso accaduto che le verità di oggi siano state ritenute un tempo l’insano frutto dell’immaginazione di un singolo?
Se il cielo come oggi lo conosciamo (o crediamo di conoscerlo), da una serie di cerchi concentrici, ruotanti e musicali, è diventato un luogo senza fine e in espansione, lo dobbiamo in parte alla nostra immaginazione. Abbiamo fantasticato, prima di conoscere. Prima di avere le prove che l’universo fosse costituito da miliardi di galassie, abbiamo dovuto rappresentarci un mondo che non vedevamo, abbiamo dovuto vagheggiarlo. Del resto la matematica, la più esatta delle scienze, rappresenta l’esistente basandosi su una pura astrazione, quindi lo inventa o almeno lo risistema.
Per tutto questo bisogna che i bambini continuino a credere (con qualche dubbio) al vecchio canuto che porta i regali e tu, caro Babbo Natale, insisti a percorrere i cieli con la tua slitta trainata dalle renne (cosa ci fa una slitta tra le nuvole, ditemi, tra l’Orsa Maggiore e la costellazione del Capricorno?).

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