PASOLINI RAGAZZO A VITA di Renzo Paris (Elliot)

Mi chiedo che libro scriverò su quel ragazzo a vita”, si domanda con un po’ di apprensione Renzo Paris appena all’inizio del volume dedicato a Pasolini, per concludere: “ripercorrerò affebbrato i luoghi dei nostri incontri, come il segugio di un’ombra”. Di fatto la struttura portante e la cifra peculiare dell’accorato, a tratti doloroso, percorso narrativo di Pasolini ragazzo a vita, in libreria in questi giorni edito da Elliot, risiedono proprio nella partecipazione emotivamente intensa da parte di chi scrive, nella tenerezza di fronte alle scelte e alla sorte dell’amico, che generano appunto uno stato di eccitazione febbrile causato dal premere degli affetti e della memoria. D’altra parte nel libro è sempre presente, a fianco di chi ripercorre gli eventi di quegli anni, il “silenzioso fratello maggiore”, il fantasma dello scrittore e regista. pasolini-10

Paris, che aveva conosciuto Pier Paolo Pasolini nel 1966, non vuole raccontare lasciando che siano le fonti, i documenti, in maniera fredda a parlare. Preferisce piuttosto che i suoi passi da “flâneur incallito”, come lui stesso si definisce, lo guidino nel recupero non solo degli eventi, ma anche delle emozioni che gli avvenimenti determinarono. E’ così che Pasolini ragazzo a vita finisce per proporsi come il resoconto del cammino, a volte sognante ed affascinato, a volte delirante ed angosciato, con cui Paris insegue, come un segugio appunto, le ombre. Non solo quella di Pasolini, che guida lo scrittore amico lungo le strade che entrambi percorsero, nelle case, i locali, le redazioni dei giornali che entrambi frequentarono, ma i propri fantasmi e quelli di un’intera generazione di letterati, che si trovarono, anche in seguito alla morte dell’autore di Le ceneri di Gramsci, a fare i conti con se stessi e con i valori in cui avevano creduto. Inoltre il viaggio di Paris mostra chiaramente i fantasmi di un’epoca, quella del decennio inaugurato dai prodromi del Sessantotto, e della stagione successiva, che ha visto tramontare violentemente speranze e aspettative costruite faticosamente, ma forse partorite con troppo facile entusiasmo. 

Renzo Paris percorre il suo itinerario a passi lenti, lasciandosi dirottare dalle suggestioni e dai suggerimenti del contingente, quindi deviando dal percorso stabilito, permettendo che il presente, quello multietnico ad esempio della stazione Termini, animata da zingarelle e da sudamericani “acciambellati sui muretti”, entri in relazione con il passato pasoliniano, rappresentato nella circostanza dalla stessa piazza dei Cinquecento nella quale il regista rimorchiò sulla sua Alfa GT il suo assassino. L’oggi e lo ieri si mescolano e si confondono, in un racconto della realtà di grande forza e fascino. I vivi e i morti si incontrano, perché, come dice Paris, “le mie passeggiate sono affollate di ombre”. E sono ombre, quelle di Moravia, di Dario Bellezza, di Enzo Siciliano, Elsa Morante e Laura Betti, che partecipano con vivo magnetismo alle vicende narrate

Pasolini ragazzo a vita non è perciò quel tipo di scrittura che normalmente si definisce una biografia, non è del tutto una autofiction, come si dice ora, e nemmeno un romanzo a carattere biografico o un libro di critica letteraria, ma riesce a mettere insieme questi aspetti, tessendo i lacerti, a tratti volutamente scomposti, a tratti appena riconoscibili, perché mescolati a un paesaggio presente sfilacciato e deforme, di un’amicizia che serve a ricomporre la figura del poeta Pasolini, “spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno”, dello scrittore che “voleva sporcare di prosa la sua poesia, fino a renderla irriconoscibile”. Paris si avvicina al maestro, quasi con lo stesso atteggiamento che ebbe un tempo, si direbbe con la devozione senza remore dello scrittore più giovane nei confronti del più famoso, a cui viene riconosciuta un’inconsueta vitalità culturale, la nitida capacità di mettere a fuoco il suo tempo, il gusto per la provocazione che si traduce quasi sempre nella capacità di assorbire tutti i respiri dell’esistenza, anche quelli più affannosi e contraddittori.

Ne nasce una sorta di dialogo a distanza tra i due scrittori: il primo, intento a ripercorrere a passi eccitati i luoghi in qualche modo familiari (Casarsa, l’India, dove a Pasolini sembra che “il canto notturno degli indianini rivesta un significato ineffabile e complice: una rivelazione, una concessione della vita”, le strade di una Roma così diversa da quella attraversata ora da Paris impegnato a ricostruire quegli incontri, la casa di Laura Betti, dove c’era sempre un posto a tavola per il poeta cineasta); l’altro, ormai solo un’ombra, ancora in grado però di indicare il terribile scenario che ci circonda, il deserto che ghermisce il nostro vivere collettivo, il poeta che si esprime con le parole penetranti e i lunghi silenzi durante i quali osserva con cura il mondo, convinto che l’arte non possa concedersi di non assorbire tutta la vita che le si muove intorno. Uno, Paris, che sa che la propria esistenza non prevede altra reazione al disastro “se non con la penna”, che continua a guardare rasoterra, “testimone invisibile, cane sciolto, ombra di me stesso”; l’altro che ha sempre agito con la passione e con l’ansia quasi violenta di chi vuole “gettare il corpo nella lotta”, e lo fa fino in fondo, anche da morto. 

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Pasolini con Alberto Moravia e Laura Betti in una trattoria romana

Il Pasolini che emerge da queste pagine non è tanto lo scrittore metà borghese e metà borgataro dei suoi primi anni romani, quanto piuttosto l’intellettuale “vecchio, stanco, che non riusciva più a godere come una volta e quasi non credeva più che quello dei suoi ragazzi notturni fosse amore”. Sostiene Paris che “tutte le sue grandi illusioni si erano rovesciate in rabbiose delusioni”, che l’amico riteneva che Roma fosse finita, “e sembrava fosse finito il mondo intero”. Pasolini avrebbe voluto riscrivere tutta la sua opera, “sotto il segno del deserto che vedeva crescergli intorno”. E ancora: “La sua solitudine si era fatta totale dopo il genocidio dei proletari. (…) Quei suoi ragazzi di vita sembravano contenti, sopra le Honda o le macchine rubate, non gli sembrava vero che somigliassero ai pariolini”.

Paris scrive un libro toccante e ricco di notizie, un libro che si snoda, capitolo dopo capitolo, in cerca di una verità, che l’autore sa bene come non sia possibile riassumere in una formula, né credere che possa essere univoca e lineare. Gli ultimi anni della vita di Pasolini sono segnati anche da un abbandono, vissuto come un lutto, che diventa insieme causa e simbolo della sua disperazione. La fine della relazione con Ninetto Davoli getta il regista nello sconforto. Il giovane amico si è innamorato di una donna che sposerà e con cui avrà un figlio. Pasolini, che tanto aveva investito in quella relazione in termini affettivi, scrive le oltre cento composizioni de L’hobby del sonetto (pubblicate poi solo nel 2003), rivolgendosi al suo Ninetto con il “voi” o il “lei”: “Quanti ragazzi come voi mi odiano e mi amano / Non ho altro da gettare nella lotta / che il mio corpo / esso è al loro fianco ma io sono lontano”.

Forse non è un caso che, quella fatidica sera del primo novembre, prima di incontrare il suo assassino, Pasolini avesse cenato con Davoli e la sua famiglia. A Moravia che si chiedeva come mai il suo amico avesse bisogno di così tanti ragazzi, risponde ora Paris che, se avesse potuto leggere i sonetti avrebbe capito che l’ossessione di Pasolini, quella “reiterazione sessuale portata all’estremo”, era dovuta a quel rapporto d’amore “davvero speciale” che si era concluso. Pasolini, scrive Paris, “aveva gettato il suo corpo nella lotta per farsi massacrare”.

Pubblicato sulla rivista online Succedeoggi