Le parole della poesia

Spesso le parole nella poesia seguono un loro percorso autonomo, quasi che le scelte lessicali fossero indipendenti dalla volontà di chi scrive. Si attraggono, si sistemano in una posizione a loro conveniente, in un ordine che non potrebbe risultare diverso, e che pure non è suggerito da nessuna spinta che sia unicamente razionale. O al contrario si respingono: semmai solo in quell’occasione e in quel verso ci dicono che non possono stare insieme, non si sopportano, malgrado nulla, nessuna regola grammaticale o sintattica, ne impedisca la convivenza. E’ anche per questo che parte del significato della poesia sfugge a chi ne è l’autore, che è perciò costretto a porsi dinanzi al proprio testo con lo stesso margine di inconsapevolezza e di curiosità di ogni altro lettore.
Le parole si impongono attraverso una loro fisicità, sono quelle e solo quelle e solo in quella determinata posizione a essere giuste, anche se non ci è chiaro perché non siano rimpiazzabili né perché non possa essere modificata la loro posizione.
Scrive Giovanni Giudici in quel volumetto davvero straordinario che è Andare in Cina a piedi: “Ci sono situazioni del discorso poetico in cui l’uso di certe parole o espressioni si rivela del tutto fuori luogo; e questo non per una qualche regola formulata, fissata e dunque apprendibile, ma per altre e più profonde ragioni di sostanza che toccano l’intima natura della lingua, la sua fisiologia, i suoi interni equilibri”.
Tutto ciò è vero soprattutto per le rime. Una parola in rima è capace di suggerire un tragitto inaspettato, una nuova meta. Eravamo diretti in una direzione e la rima ci fa curvare, ci porta in un altro verso.
Ecco Leopardi nello Zibaldone: “Ne’ versi rimati, per quanto la rima paia spontanea, e sia lungi dal parere stiracchiata, possiamo dire per esperienza di chi compone, che il concetto è mezzo del poeta, mezzo della rima, e talvolta un terzo di quello, e due di questa, talvolta tutto della sola rima. Ma ben pochi son quelli che appartengono interamente al solo poeta, quantunque non paiano stentati, anzi nati dalla cosa”.
Negli ultimi decenni la poesia ha rinunciato di fatto alla rima. I poeti vogliono forse pieno controllo anche su quella mezza parte del significato che sarebbe, come assicura Leopardi, di pertinenza della rima stessa. In questo modo però viene meno quella possibilità di dirottamento che porta verso inaspettati punti d’arrivo.

IL LETTO VUOTO di Alberto Bertoni (Nino Aragno Editore)

“So solo che da oggi sto sospeso / in questo limbo orfano / e ci annego / galleggiando avanti e indietro / disancorato da tutto il mio status / senza più tempo né cielo”. I versi, tratti dalla poesia Successione, possono servire a introdurci nel vivo dell’ultimo libro di poesie di Alberto Bertoni, Il letto vuoto, pubblicato da Nino Aragno Editore. Bertoni si conferma poeta in possesso di un grande controllo del mezzo espressivo, di una lingua sempre in bilico tra lirismo e parlato, comunque attenta all’aspetto comunicativo dell’esperienza poetica. 
L’assenza a cui fa riferimento il titolo è data dalla scomparsa della madre, che segue di pochi anni a quella del padre, a cui erano in gran parte dedicate le liriche della precedente raccolta Ricordi di Alzheimer. Il “limbo orfano”, in cui l’autore si trova costretto è un luogo segnato dalle assenza delle persone care (tra queste c’è da ricordare il poeta Giovanni Giudici, la cui presenza ritorna nei versi della raccolta, figura centrale nella formazione artistica ma anche negli affetti di Bertoni), ma anche dall’impossibilità, realizzata la mancanza di punti solidi di riferimento, di trovare una propria collocazione soddisfacente, di sentirsi comunque artefice di un destino. Il futuro è destinazione senza senso, si è padroni, infatti solo del passato, e al passato Bertoni declina spesso i suoi versi, cercando in giorni lontani una ragione dell’esistenza. Ma la memoria non regge ai colpi del trascorrere del tempo e del degenerare delle cellule, non può essere un riparo, anzi diventa tessuto che si scompone e si sfilaccia, è un contenitore dove gli oggetti si accumulano alla rinfusa e si deteriorano, una cassapanca che raccoglie “pure cianfrusaglie”. A nulla vale cercare di mettere ordine, nemmeno la poesia è utile a riorganizzare il passato, può solo costatare il disgregarsi di ogni realtà, con l’inevitabile risultato che il letto rimane appunto vuoto: “Però neanche adesso lo risolvo questo vuoto / semplicemente mettendo a posto / un oggetto o quell’altro”. 
Le diverse raccolte poetiche di di Bertoni contribuiscono a comporre una sorta di autobiografia in versi (i modelli novecenteschi sono senz’altro Saba e Giudici), disposta sulla linea di una perdurante fedeltà ai luoghi della giovinezza e alle persone che quella età hanno animato e resa indimenticabile. In una delle prose che contrappuntano le liriche e che facilitano il lettore nel collocare i versi in una geografia, Bertoni scrive che “qualcuna” dovrà pur spiegargli cosa significa nel nostro mondo essere adulti: “praticare gli acquisti più scaltri, essere un top troppo presto scavalcato o insegnare a dei figli straviziati la correttezza politica o animale?”. 
La confessione di cui Bertoni ci rende testimoni è senza veli, nulla evita o aggira, eppure risulta estremamente pudica, come se il protagonista volesse in fondo dirci che nessuna vita può veramente aspirare a spiegare l’esistenza, nemmeno quella di chi scrive: “Vacilla allora il corpo / privo già di sguardo / la testa che sbatte sul duro / ed è pensiero nudo / col suo odore di cenere, la ruggine del tempo / mentre m’infilo in un dedalo di strade secondarie / finché un banco di nebbia non m’inghiotte / e che vada o non vada / viva o non viva / non riguarda più nessuno / me stesso tantomeno”. 
Pur in questo paesaggio senza consolazione, la poesia di Bertoni ha il pregio di farci amare il mondo che descrive, di farlo apparire in qualche modo leggendario ed eroico. In esso tornano, oltre alle figure di cui si è detto, altre componenti abituali, già presenti nelle precedenti raccolte: il Modena calcio, l’Inter, i campi di bocce, dove il nonno “per eccesso di pudore, si limitava a guardare le sfide degli altri”, la città di Modena, spesso soffocata dal caldo estivo, lo scrittore Delfini, modenese anch’egli come Bertoni (e a Delfini è dedicata l’ultima prosa e l’ultima poesia del libro, un piccolo ritratto struggente e intenso, che vuole quasi indicare una ulteriore discendenza, rivendicare un’appartenenza). C’è poi il trotto, naturalmente, passione sempre viva tra i miti di Bertoni (come dimenticare una precedente raccolta dal titolo inequivocabile Ho visto perdere Varenne?) che offre appiglio ad una amara, ironica considerazione nella lirica Un purosangue di Longchamp (che, sia detto per inciso, è una pista adatta ai campioni, dove tra l’altro corse l’ultima sua gara il mitico Ribot): “Intanto è passata un’altra / estate, mia madre l’ho / ricoverata per demenza / e siccome conosco abbastanza, poverina / la genealogia equina / so che due brocchi trottatori / come i miei genitori / potranno fare tutto / ma non un purosangue di Lonchamp”.
(articolo pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Paul McCartney marina la scuola

E’ stato pubblicato in questi giorni Il libro bianco dei Beatles (Giunti editore), volume che raccoglie una serie di aneddoti e curiosità, legati alle oltre 200 canzoni del popolare gruppo inglese che rivoluzionò la storia del rock e, con essa, la storia del costume. Ne è autore Franco Zanetti, direttore del sito rockol.it, che vuole in questo modo ricordare la prima incisione dei Beatles, che risale al 4 settembre del 1962, esattamente cinquanta anni fa.
I Beatles nel 1962
Quel giorno quattro ragazzi allora sconosciuti entrarono negli studi londinesi della Emi in Abbey Road per registrare la canzone Love Me Do. Il libro rivela che il brano era stato composto, pare qualche anno prima, da Paul McCartney un giorno che aveva marinato la scuola. Considerato che si tratta dell’inizio di un’avventura che avrebbe trascinato la musica e la società in una nuova dimensione, possiamo supporre, con un po’ di fantasia, che se quella mattina McCartney avesse deciso di fare il bravo ragazzo, forse tutto il corso degli eventi avrebbe preso un’altra direzione. Comunque è divertente pensare che una delle svolte culturali più significative del Novecento nasca da un’assenza ingiustificata a scuola.
Immagino che la mattina successiva il professore di inglese abbia scorso con piglio severo l’elenco dei nomi sul registro e abbia apostrofato il giovane allievo: “McCartney, non le sembra di esagerare con le assenze?”.
“Ieri ho scritto una canzone, professore – potrebbe aver risposto il giovanissimo Paul, fidando sulla sua faccia da bravo ragazzo -. Vuole leggerne il testo?”
“Faresti meglio a pensare alle cose serie – avrà ribattuto l’arcigno insegnante – invece di perderti dietro a impossibili sogni musicali”.

L’età della musichetta

 

Gli spazi vuoti devono essere riempiti. I silenzi resi inoffensivi, colmati senza nessuno sconto da qualche presenza sonora. Quando è cominciato tutto questo? dieci anni fa? quindici? Da allora al ristorante, una sequenza musicale ininterrotta accompagna i nostri bocconi, al punto che risulta impossibile parlare con chi ci sta di fronte senza essere costretti ad urlare. Persino l’attesa dal dentista è funestata da un’insulsa musichetta in sottofondo, la stessa che vorrebbe allietare, ma con una ripetitività ossessiva che conduce presto alla prostrazione, l’intervallo tra la nostra chiamata telefonica e il contatto vocale con l’interlocutore con cui abbiamo necessità di parlare. Durante la partita di basket, nell’intervallo di quella di calcio, gli altoparlanti sparano a pieno volume i successi del momento e le pubblicità di sempre. C’è musica dappertutto: non l’abbiamo voluta, ma siamo costretti ad ascoltarla. Altro che società dell’immagine: questa è l’età della musichetta.
Gli spazi vuoti si occupano anche in altri modi. Per esempio, rispetto a trenta o quaranta anni fa, la velocità con cui parliamo è forse raddoppiata. Basta riascoltare un’intervista televisiva o radiofonica, o meglio un giornalista che sciorina le notizie al telegiornale: le parole si susseguono con spietata rapidità, tanto che risulta impossibile inserire tra di esse una riflessione, bisogna evitare qualsiasi commento. I commenti e le riflessioni li fanno altri: i telecronisti sportivi, che non lasciano nessun attimo dell’evento cui stiamo assistendo senza l’accompagnamento di parole.
Abbiamo paura delle pause. Le nostre giornate diventano, in questo modo, una lunga sequela ininterrotta di frasi e fraseggi, rumori, musiche, canzoni.
Il contrario di questo brusio di fondo, del ritmo cadenzato e molteplice che accompagna e sovrasta le nostre azioni quotidiane, non è il silenzio. Quello che manca è proprio la parola che vuole davvero dirci qualcosa, e la pausa che le fa seguito. Ci mancano le parole e i silenzi di chi ci sta accanto mentre prendiamo il caffè, del centralinista che ha risposto al telefono, del commesso in un negozio.
Quello che manca alle nostre giornate non è il silenzio, ma la comunicazione spicciola e serena, il parlare sommesso, a volte lento, a volte più concitato, reso insomma espressivo dal silenzio.
La poesia, con i suoi a capo ingiustificati, con gli enjambements improvvisi, con il ritornare pigro all’inizio del rigo, lotta perché la parole abbiano lo spazio e il tempo necessari per dirci qualcosa.

Voglio insegnare in Finlandia

Perché in Finlandia? Facile: perché la scuola finlandese da anni risulta tra le prime nel mondo per i risultati che riesce ad ottenere. Secondo i dati dello studio Pisa (Programme for international study assessment) i ragazzi finlandesi sono in possesso di una migliore preparazione rispetto a quella dei loro coetanei degli altri paesi.Ma non è il primo posto che mi interessa. Piuttosto mi piacciono alcune scelte didattiche, che mi farebbero sentire a mio agio e che credo sarebbero utili per far crescere la scuola italiana.
Innanzitutto gli studenti finlandesi risultano avanti agli altri nei test Pisa, ma la loro scuola non è per niente basata su test e questionari. Non ci vuole molto a capire che uno studente risponde a un quesito se ha delle conoscenze che glielo permettono (e se la domanda è formulata in maniera corretta). Insomma bisogna sapere per rispondere bene. Cosa sta accadendo invece in Italia? I famigerati test Invalsi (ci sono, non ci sono, valgono a qualcosa, no non valgono a nulla…) hanno creato una reazione a catena che spinge gli insegnanti a preparare gli alunni ai test. In altre parole si perdono di vista le conoscenze di fondo, e l’insegnamento che dovrebbe assicurarle, si dimentica l’obiettivo di ogni percorso didattico, che dovrebbe essere sempre quello della crescita culturale e sociale degli alunni, per concentrarsi sulla capacità di reazione positiva ai test. Insomma finisce che importa di più dare una risposta corretta sul congiuntivo rispetto a saperlo usare, la norma invece della valenza formativa delle conoscenze.
Un’immagine tratta dal film “Gli anni in tasca” di F. Truffaut
In Finlandia non si boccia, in quanto il percorso di insegnamento è modulare e chi non ha raggiunto gli obiettivi in quel determinato modulo, ripete solo quello e non l’anno intero. I conti si fanno in fondo, comunque, nel diverso punteggio di uscita dalla scuola. Sembra la scoperta dell’acqua calda, eppure per arrivarci c’è bisogno di rinunciare a un assunto, ancora molto presente da noi: cioè che la scuola debba risultare in qualche modo punitiva, che una scuola seria non è quella che mette tutti gli studenti nelle condizioni di apprendere, ma quella che appare selettiva.
Un buon insegnante, per esempio, nella nostra scuola è ancora per molti (non certo per gli alunni, non sempre per le famiglie, che badano di più ai risultati) quello che incute timore, che non si mette in discussione di fronte alla classe, che considera il sapere come un bagaglio acquisito per sempre. In Finlandia gli insegnanti (che hanno un notevole riconoscimento sociale) sono scelti dalle scuole e dai comuni, vengono valutati dai presidi, sulla base dei concreti risultati del processo di apprendimento. Ma soprattutto la scuola finlandese non ritiene che la giornata scolastica si svolga su un campo di battaglia dove si fronteggiano eserciti nemici. L’atmosfera è rilassata e non prevede atteggiamenti rigidi di controllo: l’obiettivo non è infatti quello di difendersi o di punire, ma di sviluppare negli alunni atteggiamenti autonomi e responsabili.
A me basterebbe questo per dire che vorrei andare a insegnare in Finlandia. Semmai letteratura italiana.

Il cavalluccio marino

Si sforza in ogni modo il cavalluccio
marino di rimanere dritto,
imperterrito e dritto, verticale
pur in quel mondo agli occhi suoi bislacco
e orizzontale, lui testa di cavallo
e ricciolo di viola, dentro il mare
si sente perso, troppo aristocratico,
simbolo d’avvio pentagrammatico
tra muti e sordi, timido residuo
di un’età ancestrale, fossile
eppure vivo, cosa ci faccio
io, dice, cullato da quest’onda
distratta, io acrobatico, mi sembra
di correre lontano e invece mai
arrivo, troppo schivo
per mostrare agli altri la mia danza,
dondolando sulla coda ballo
in un mio ritmo banale endecasillabo.




(da Confidenze da un luogo familiare, Campanotto 2010)

E se invece dei libri di testo

Appena finito il loro compito (al termine di un anno scolastico o di un ciclo di studi), il primo pensiero è quello di sbarazzarsene, semmai ricavandone un qualche godimento. Così fino a qualche anno fa si organizzavano dei falò, oggi più concretamente ci si impegna nel tentativo di metterli in vendita, sforzo quasi sempre disperato comunque faticoso al pari di quello che fu il fervore nell’acquisto. E’ questo immancabilmente il destino dei libri di testo, compresi quelli di letteratura. A nessuno però appena sano di mente verrebbe in mente di dare alle fiamme Il fu Mattia Pascal o di fare a pezzi, subito dopo la lettura, la pagina che contiene L’infinito di Leopardi.
E’ allora del tutto lecita, e anzi appare quasi necessaria, la domanda che si pone Francesco Piccolo, sulla Lettura del Corriere della Sera di ieri, e che insieme a lui ci poniamo tutti: ma serviranno davvero, questi libri di testo?
Diciamolo con franchezza: i libri di testo (vogliamo partire dalle antologie della letteratura italiana? bene, partiamo pure da loro) sono pesanti, ingombranti, costosi, solitamente mal organizzati, confusi, ripetitivi. Se ne utilizza solo una minima parte, essendo il resto superfluo , almeno nei piani e nelle possibilità dell’insegnante e dei ragazzi che hanno a che fare con quel volume.
La letteratura è fatta di testi: perché non rivolgersi direttamente a loro, con l’apporto di qualche agile strumento critico? I libri di cui si parla a scuola sono oggi in gran parte scaricabili gratuitamente dal web e sono a nostra disposizione in qualsiasi biblioteca. Perché non tentare un uso combinato delle due risorse, così da evitare anche il frainteso che la letteratura è l’insieme di testi antologizzati, che vanno dunque studiati (anzi ne vanno studiate le interpretazioni che qualcun altro ci suggerisce) e non letti?
Verrà obiettato che gli oggetti che formano lo studio della letteratura sono in gran parte gli stessi (Dante, che so, Machiavelli, Manzoni), e se dunque i libri di testo hanno dato buoni risultati fino ad ora si può continuare ad usarli senza eccessivi problemi, avendo semmai solo l’accortezza di scegliere quelli più adeguati ai nostri tempi. Ma si dimentica che si sta parlando di strumenti e gli strumenti appunto devono adeguarsi al cambiamento dei tempi. Il fatto che i libri di testo siano costruiti con modalità analoghe e proponendo sostanzialmente le stesse strutture di quelli in uso trenta o quaranta anni fa è la prova evidente della loro inadeguatezza e della loro scarsa utilità.
Mi piacerebbe dunque che le scuole (in particolare i licei) fossero dotate di un’aula della letteratura italiana, dotata di una piccola biblioteca cartacea e dell’immensa biblioteca web, con lavagna interattiva insomma, computer e quanto serve a che gli alunni interessati possano, anche a scuola, trovare sul web quanto in quel momento serve. E poi che le scuole fossero obbligate al wi-fi gratuito e che gli studenti fossero invitati a dotarsi di tablet oltre che di romanzi e libri di poesia, invece che di libri di testo.

Le palme lungo il mare di Salerno





















Le palme lungo il mare di Salerno

che ammalate e poi decapitate
restano radicate in mezzi tronchi
senza più ciuffo, insomma grasse e sfatte
vecchie signore, languide matrone
senza testa, ridotte a vegetale,
io vado ad abbracciare, non morite
vi prego non lasciate il vostro posto
ad alberi più giovani, a dei fusti
volgari e supponenti, non pensate
a quelle signorine in tacchi a spillo
sempre eccitate e sempre innamorate,
che fino a ieri vivevano in vivai,
non vi arrendete al punteruolo rosso
che scava gallerie dentro la carne,
la vostra carne cadente e contegnosa,
i vostri tronchi in abito da sposa.  


Più libri, meno carcere

In Brasile i detenuti che leggono un libro al mese possono ottenere una riduzione della loro pena. Si tratta di un esperimento, per ora attuato in quattro case di detenzione. E’ necessario che i detenuti scrivano, ad ogni libro letto, una relazione «con proprietà di linguaggio e accuratezza, dimostrando di averne compreso il valore e il senso». Ogni anno possono ottenere fino a un massimo di 48 giorni di libertà.
Credo che l’idea nasca dalla costatazione che la lettura di un libro renda senza dubbio migliori (oltre che scaturire dall’assunto, piuttosto retorico oltre che teorico, che la cultura produca libertà). Chi legge cresce moralmente, è meno disposto a fare del male, a sentire gli altri come nemici da combattere. 
L’esperimento è sicuramente apprezzabile e sarebbe bello se potesse estendersi al nostro Paese, semmai interessando anche altre categorie di persone, coinvolgendo cioè coloro che vivono a piede libero e variando di conseguenza la qualità degli abbuoni.
Per esempio, un calciatore che legga almeno un libro al mese si vedrebbe premiato con un calcio di rigore; un politico, con una certa quantità di voti alle prossime elezioni; un medico, con qualche giorno di vacanza in più; una presentatrice di reality show potrebbe andare a cena con Umberto Eco, invece che con Corona. Il vantaggio di un tale sistema riguarderebbe non solamente i lettori, c’è da supporre in gran parte poco abituali, ma tutti noi. Ascolteremmo infatti dai personaggi pubblici dichiarazioni meno superficiali e scontate e vedremmo migliorare la nostra condizione di vita, di fronte, tanto per dirne una, a professionisti più scrupolosi e attenti alle esigenze altrui.
Si potrebbero attribuire premi anche a quegli insegnanti che, svolgendo un mestiere per il quale si presuppone il possesso di determinate conoscenze, credono di non aver più bisogno dei libri o di non aver tempo da leggere. A quelli che dimostreranno di “aver compreso il valore e il senso” di quello che hanno letto, la possibilità di insegnare quello che sanno veramente insegnare, semmai con un aumento di stipendio.

Mariapia Veladiano: valutare significa dare tempo per rimediare all’errore

Mariapia Veladiano sul quotidiano La Repubblica di oggi interviene con grande chiarezza sulla questione della valutazione scolastica, strumento delicatissimo e in ogni caso fondamentale nel processo di formazione delle nuove generazioni. La base da cui si sviluppa il ragionamento è costituita dai risultati positivi ottenuti dalla scuola del Trentino, dove non si possono esprimere valutazioni al di sotto del 4. La Veladiano propone una serie di considerazioni pienamente condivisibili, a cui rimando. Mi soffermo su un solo aspetto, che è poi l’inevitabile punto di partenza di chi voglia affrontare la questione: a cosa dovrebbe servire l’atto della valutazione? a cosa veramente conduce?
Valutare, dice la scrittrice, è uno dei compiti della scuola: “serve a capire se il passo di chi insegna è giusto, se chi apprende lo sta facendo, a certificare al mondo che un percorso è compiuto davvero”. Aggiungerei che, oltre al “passo” dell’insegnante, ogni seria valutazione mette in discussione anche il metodo e il modello di relazione con coloro che vengono valutati.
Avviene invece che spesso le valutazioni prescindano dall’obiettivo primario che l’istituzione scolastica dovrebbe porsi, che non è quello di giudicare con durezza, di colpire dove si manifesta la mancanza, ma di spingere gli studenti a procedere con attenzione e possibilmente con entusiasmo in un percorso che li trasporti nella vita adulta con un adeguato bagaglio di conoscenze e di competenze. I ragazzi crescono, hanno bisogno di imparare, non di essere mortificati, di capire che gli errori possono servire a migliorarsi, di avere a disposizione strumenti che permettano loro di verificare se quello che stanno facendo ed apprendendo è in sintonia con la visione del mondo che stanno costruendo. Hanno perciò necessità di inserire le valutazioni in un sistema giusto e condiviso. “A scuola – scrive la Veladiano – la valutazione incrocia tutto intero il tempo in cui i ragazzi esplorano ancora intatte tutte le loro possibilità, cercano conferme del loro valore, hanno paura di non trovarle. E’ la formazione del sé. In cui ci vuole tempo, spazio per l’errore, e per rimediare all’errore”.
E più avanti: “la scuola deve sempre sapere che la vita sorprende, che tutto può accadere nel bene e nel male”.
Mi viene in mente a questo proposito un passo del romanzo Riportando tutto a casa di Nicola Lagioia. 

“… all’epoca Puglisi era di una timidezza sconcertante; uno di quei ragazzi che faticano moltissimo a ingranare e ne fanno una tragedia incomunicabile. Faticano a ingranare nella vita (il primo vero bacio lo danno di solito a vent’anni) e per motivi che nessuno può comprendere faticano a ingranare negli studi. E’ come se la loro intelligenza si chiudesse, la loro sensibilità fosse spartita con precisione millimetrica tra cariche positive e negative, per cui l’impasse diventa la loro croce naturale, e rischiano – come Puglisi faceva ogni volta che veniva interrogato, e a ogni interrogazione faceva scena muta – di pisciarsi addosso quando anche la madre di tutte le domande cattive (“Sai almeno come ti chiami?”) inizia ad essere inghiottita dal silenzio, domanda che uno dei tanti professori a un certo punto si lascia sfuggire, non per malvagità ma perché l’impotenza di certi ragazzi è così solida da diventare un sostegno perfetto per la fragile impotenza degli adulti”.

Siamo a Bari a metà degli anni Ottanta. Puglisi, assicura il romanzo, si farà poi strada nella vita. Quanti Puglisi ci sono ancora oggi nelle scuole d’Italia, quanti insegnanti si sforzano di concepire considerazioni spietate, sicuri che su questo terreno si giochi la loro rispettabilità e quella dell’istruzione che dovrebbero assicurare?
Anche oggi il rigore di certe valutazioni, la presunta oggettività, nascondono solo la “fragile impotenza” di chi è chiamato a valutare.