Sereni, quando la poesia racconta

Di Vittorio Sereni si ricorda in questi giorni il centenario della nascita, avvenuta a Luino di Varese il 27 luglio del 1913.
Le poesie di Sereni mi sono sempre apparse come brevi racconti, che fanno perno sulla storia personale e sulla “centralità dell’esperienza” (l’espressione è del poeta Stefano Dal Bianco, fine conoscitore dell’opera di Sereni), ma nei quali altrettanto evidente è la difficoltà di raccontare, nel senso che viene meno la possibilità di credere che la realtà, anche quella immediatamente vicina, possa essere oggetto di narrazione, riferimento certo, sostanza coerente in cui avere fiducia. I versi partono spesso da un elemento concreto, una situazione ben individuabile, salvo poi smarrire questo punto tangibile di avvio in un’allusività che lascia trasparire malesseri e trepidazioni, un sentimento sgomento e palpitante.
Riporto la poesia Finestra, tratta da Gli strumenti umani, terzo libro del poeta di Luino, pubblicato per la prima volta nel 1965.
Di colpo – osservi – è venuta,
è venuta di colpo la primavera
che si aspettava da anni.
Ti guardo offerta a quel verde
al vivo alito al vento,
ad altro che ignoro e pavento
– e sto nascosto –
e toccasse il mio cuore ne morrei.
Ma lo so troppo bene se sul grido
dei viali mi sporgo,
troppo dal verde dissimile io
che sui terrazzi un vivo alito muove,
dall’incredibile grillo che quest’anno
spunta a sera dai tetti di città
– e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo.
Pure, un giorno è bastato.
In quante per una che venne
si sono mosse le nuvole
che strette corrono strette sul verde,
spengono canto e domani
e torvo vogliono il nostro cielo.
Dillo tu allora se ancora lo sai
che sempre sono il tuo canto,
il vivo alito, il tuo
verde perenne, la voce che amò e cantò –
che in gara ora, l’ascolti?
scova sui tetti quel po’ di primavera
e cerca e tenta e ancora si rassegna.
E’ evidente che l’atto quotidiano di guardare dalla finestra, il presentarsi di un’esperienza che è fatta di eventi e di personaggi (il “tu” a cui si rivolge il poeta, ad esempio, subito introdotto da quel primo verbo “osservi” e poi, ad inizio di seconda strofa, chiarito al femminile dal termine “offerta”), le azioni dell’osservare e dello sporgersi, del nascondersi, appaiono subito messi in discussione nella loro consistenza reale dall’affermazione che la primavera “si aspettava da anni”, oltre che da un procedere linguistico che alterna elementi del parlato con improvvisi trasalimenti anche lessicali (”e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo”) e con più letterarie costruzioni sintattiche (“In quante per una che venne / si sono mosse le nuvole”), e infine da un andamento ellittico che inaspettatamente scivola su uno spazio vicino e si concentra su un particolare, come avviene nel caso dell’”incredibile grillo”.
L’affermazione che la primavera è “di colpo è venuta”, dichiarata fin nel primo verso, ha bisogno di conferma già nel successivo, “è venuta di colpo”: una ripetizione così ostentata che pare quasi puntare a volere convincere chi scrive e chi legge di un evento che invece non è dato credere possa manifestarsi con così limpida e trepida evidenza. E difatti oltre il verde e l’alito di vento, annuncio della stagione, c’è dell’altro, assicura il poeta, “che ignoro e che pavento”, c’è quel “grido dei viali”, una realtà meno spiegabile e rassicurante, un mondo in disaccordo con la vita dei singoli, c’è un’estraneità che stenta a ricomporsi.
Incombono poi le nuvole a negare l’evento atteso, che “corrono strette sul verde” e che “spengono canto e domani / e torvo vogliono il nostro cielo”. Ma infine un’ipotesi di ricostruzione del mondo, di armonia con la vita, di equilibrio primaverile, arriva in quel canto, nel “vivo alito”, nel “verde perenne”, nella “voce che amò e che cantò”, tutti aspetti coniugati in senso esistenziale e privato. E’ quella la forza che può scovare sui tetti la primavera, la voce forse della poesia, che “cerca e tenta”, ma che infine “ancora si rassegna”.

 

ATTI MANCATI di Matteo Marchesini (Voland)

Il protagonista di Atti mancati, primo romanzo di Matteo Marchesini, è un trentatreenne che si sente a proprio agio solo tra libri e redazioni di giornali, sempre impegnato a scrivere recensioni e a progettare saggi, ma da qualche tempo indifferente di fronte alla vita, incapace anzi di accettare il rischio che essa impone, l’impegno che richiede anche di fronte alle sue minime, quotidiane manifestazioni. Marco Molinari è micidiale sulla carta, ma aleatorio quando parla, come dirà a un certo punto della vicenda Lucia, con cui Marco ha vissuto un’intensa storia d’amore, poi naufragata proprio di fronte alla volontà di lui, improvvisamente emersa, di rifiutare la vita e i suoi pesi. “Hai bisogno di tanto tempo vuoto davanti a te… Per farne che, poi? Sfrondi, sfrondi, e cosa rimane?” gli dice Lucia. Marco è inadeguato di fronte al presente, ma non aspira nemmeno a ricostruire il passato, a ricomporre le ragioni che lo hanno condotto alla sua scelta. E dal passato appunto riemergono il professore Bernardo Pagi, che un tempo era stato il punto di riferimento culturale di Marco, il ricordo di Ernesto, l’amico caro morto in un inspiegabile incidente stradale, Davide, il fratello di Ernesto, che ne ha quasi rubato la fisionomia ma vive in una casa di cura per malattie mentali, e soprattutto Lucia, che ritorna a Bologna con il carico di una malattia incurabile.
Sono personaggi che hanno scelto di “sparire”, di vivere in disparte, come Pagi che si è rifugiato in un borgo dell’Appennino tosco-emiliano. Solo Lucia, che pure è affaticata dalla malattia e condannata alla morte, cerca una verità, si affanna per comprendere quello che succede intorno a lei e agli altri, soprattutto vuole ricostruire un passato che Marco sembra aver cancellato, il cui ricordo vuole ad ogni costo evitare. Solo Lucia è animata da un sentimento vitale, solo lei guarda al presente come un luogo della mente dove è possibile ricomporre il passato e costruire il futuro.
Lucia avvia una sorta di prova di forza con Marco, indotto in qualche modo, malgrado la propria riluttanza, a guardare dietro, a liberare la propria vita dalla patina di nebbia che la avvolge, a fare emergere dal passato un segreto che dia conto del suo rinunciatario stato d’animo.
Marco Marchesini, critico letterario che collabora con vari quotidiani ed ha già al suo attivo opere saggistiche e di poesia, manovra la materia narrativa con abilità e consapevolezza, spingendo a volte il lettore sul terreno dell’attesa e della sospensione, per poi deviare verso la confessione psicologica e l’analisi della condizione generazionale. Il personaggio protagonista, che è il narratore della vicenda, tende, come è nel suo modo di intendere la vita, a dire molto, negando però allo stesso tempo una verità che possa soddisfarci, cambiando spesso la prospettiva e portandoci in questo modo verso uno scioglimento finale di grande e struggente intensità.
L’ossessione di Marco è un romanzo che non riesce a concludere, anzi che rappresenta il peso incompiuto e indeterminato della propria vita. Ma c’è anche un altro romanzo che non è stato finito: è quello di Ernesto. Proprio in quelle pagine che non sono sua opera, Marco sembra ritrovare una parte di sé che non riesce a confessare. “Strana faccenda – dice il protagonista – io, che a differenza di lui ho tanta ansia di restare, di dire tutto, per qualche oscura ragione continuo a coltivare una prosa che non ha fori da cui possa sgorgare una ‘spontanea’ riflessione”.
Atti mancati è anche un romanzo sulla sofferenza della creazione artistica, sul difficile e tormentato rapporto tra scrittura e vita. Marco Molinari è una sorta di novello Zeno Cosini, disposto a spendere le sua parole per continuare a girare intorno a se stesso, per scavare senza mai veramente puntare alla profondità. I suoi “atti mancati” nascondono del resto l’ansia di una generazione alla ricerca di se stessa, mentre intorno i punti di riferimento svaniscono, i maestri si dileguano e le richieste di quanti sono intorno spingono verso l’annebbiamento e la rinuncia.

(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Ma io senza il mio corpo non so stare

Ma io senza il mio corpo non so stare,
non l’abbandono per correre da te,
anima spudorata ed incombente,
non lo rinnego per quattro malefatte
che l’hanno spento, un poco consumato.
Senza il mio corpo, anche se sbiadito,
rimango senza fiato, dove vado,
mi sento perso, ed anche se le colpe
si traducono in macchie sulla pelle,
nel passo pigro, l’occhio riluttante
ad una messa a fuoco resistente,
da te non lo ricovero davvero,
anima maliziosa e supponente,
di certo non l’affido al cicalare
molesto fastidioso e fuori tono,
a quell’accento astratto e spirituale
che induce in tentazioni e pentimenti.
Lo tengo stretto il corpo, non sfinire
con la leggenda che il fisico è malfermo,
si trascina in affanno, mentre tu
volteggi certa di un destino eterno.
da La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto Editore)

Cucine e altri universi. La poesia di Roberto Amato

Tempo fa mi fu chiesto un intervento per un libro sulla poesia di Roberto Amato. Quel libro non è stato poi pubblicato. Questo è il mio scritto.
In luoghi confinati, insieme familiari e misteriosi, si muove la poesia di Roberto Amato. La geografia di Le cucine celesti si sviluppa a partire da interni segnati dal trascorrere del tempo, da stanze ingombre, da cucine dove le donne si muovono con armoniosa e circospetta solerzia, da giardini immediatamente a ridosso delle case. Sono le terre conosciute e quotidiane, ma allo stesso tempo mitiche e dunque leggendarie, sulle quali agiscono personaggi dai nomi e di volti familiari, non si sa se veramente presenti o se vivi solo nella memoria.
Le cose, attestate in luoghi prossimi e consueti, e ancora di più i corpi degli uomini e degli animali, e le loro appendici, non sembrano però soddisfatti della loro posizione, o forse non sono del tutto consapevoli della condizione che loro attiene. Ci restituiscono infatti, come in un evocativo e incantato gioco di specchi, l’immagine di altre forme, di spazi lontani e sconosciuti, di sconfinate praterie siderali e di costellazioni. Il figlio Lapo, uno dei tanti personaggi di quel lessico familiare che si propone costantemente al lettore, si accorge “fin dal primo vagito” che il padre ha le mani fatte d’aria e che “nel vestito / non c’era quasi niente”, tranne la voce che è chiusa “nella bambagia della barba finta / e lunga / e sfusa / come i pappi dell’Orsa / e le lattigini / delle folte comete”.
Roberto Amato
Sembra insomma che uomini e oggetti non riescano a stare al loro posto, e che, situati davanti agli occhi del poeta, facciano di tutto per confondere la visione, per scivolare in territori a cui non appartengono, per evaporare verso l’alto, in cerca di un luogo diverso, del punto d’approdo a cui credono di essere destinati. Succede perciò che ancora la barba “è un cavolfiore così morbido / si svolge per tutto il firmamento // (per il dolce e fatale / Principio della Levitazione Universale)”.
Il Principio della Levitazione Naturale è, a ben guardare, il contrario della legge di gravità: per esso insomma le cose tenderebbero ad andare verso l’alto, a ritrovare una loro identità e un loro posto accanto alle nuvole, a contatto con uccelli e astri celesti. Il mondo terreno aspira a una leggerezza che si intravede nella difficoltà di uomini, animali e cose ad accettare la loro condizione e il loro posto. Tutto questo permette anche un fitto dialogo tra gli elementi, non importa di quale regno fisico essi facciano parte.
Nella poesia di Amato le presenze della natura lontana e quelle del mondo familiare, le figure varie, animate e non, che compongono la realtà di ogni giorno, si scompongono e si sovrappongono. Così in una drogheria la vegetazione nelle sue varie forme, ma anche gli animali e soprattutto gli uccelli, possono fare capolino tra alici sfilettate, prosciutti e capocolli. L’incanto non è solo nella mente di chi vede e poi restituisce gli elementi e la narrazione della visione, ma ingrediente stesso del mondo, che si presenta a noi confuso e disordinato, imperfetto o forse fornito di una perfezione che non abbiamo gli strumenti per intendere ed afferrare. Accade così che il droghiere che dovrebbe “dividere il creato negli scaffali”, finisce per fare confusione, per mescolare prodotti e cose provenienti da settori e da mondi diversi.
In effetti, quelle che a prima vista possono apparire immagini metaforiche, termini di paragone utili a comporre una figura retorica, nella lingua poetica di Amato entrano a far parte della realtà a pieno diritto, si sistemano con forza e convinzione accanto agli oggetti che per più antica consuetudine appaiono collocati nel posto che gli spetta. E’ così che drogheria e cucine (che sono appunto, non dimentichiamolo, celesti, mettendo insieme l’alchimia quotidiana e tanto concreta della lavorazione del cibo con la spirituale evanescenza delle presenze immateriali e incorporee) diventano gli spazi dove si manifesta una speciale mitologia poetica, i luoghi protetti dove si mescolano ingredienti diversi e inusuali, per dare luogo a qualcosa di inaspettato, a volte di meraviglioso. Gli oggetti non sono nemmeno i correlativi di una nostra condizione esistenziale o i segnali di un sentimento comune universale, sono ancora se stessi, provocatoriamente e assurdamente se stessi, ma scivolati o appunto levitati verso un mondo altro, sorprendente e vago, o forse finalmente restituiti ad esso.
C’è qualcosa di limitato nella nostra condizione di uomini, se ci sforziamo con tanta determinazione perché la realtà non ci confonda con la sua insensatezza, se cerchiamo in ogni modo di essere concilianti con la visione parziale e circoscritta di quanto ci accade intorno, se della vita evitiamo con cura le vertigini, gli spostamenti di senso, i deragliamenti, gli sbandamenti, così provvidi e normali dice la poesia di Amato, dall’una all’altra condizione naturale: “… ma questo tempo incomprensibile / per noi che non abbiamo le ali / e che stupidamente / non dormiamo sugli alberi…”.
Naturalmente tra gli uomini c’è chi si mostra inadatto a comprendere, e sono i più, coloro che vanno sicuri delle loro certezze, della stabile e ordinata composizione della realtà: “Ho contemplato una balena / e mi pareva l’orsa / con un cesto di pesci e di comete // ho chiesto a un vecchio prete cosa fosse / quel carico di stelle // lui rimbambito / (si contava i bottoni della veste) / disse che non aveva visto niente”.
L’età dorata dove è possibile che la confusione dei ruoli e dei mondi diventi sistema ed anzi si manifesti, come se fosse norma, nella sua ovvietà e nella pienezza della significazione, è naturalmente l’infanzia. E’ quello il periodo in cui possiamo crederci uccelli, fare prove di volo dimenando le braccia, correre e saltare fingendo di essere animali. Ed è l’età verso la quale la poesia di Le cucine celestisempre fa ritorno, non per farne pascolianamente l’eden irricostruibile degli affetti, o anche lo strumento privilegiato della conoscenza: per Amato l’infanzia è la sola età in cui veramente si vive, in cui i mondi si rappresentano in un disequilibrio che non può essere messo in discussione, in cui il tempo non è un susseguirsi ordinato e irreversibile, ma compresenza di passato e presente. “… e cammina cammina / io in qualche posto andavo / e seminavo da per tutto / i fazzoletti / i piccoli bottoni / dal fischio dei calzoni / corti // (ora / saremo certamente tutti morti / ecco perché si sogna / tutto il giorno) // ma qualche volta torno / seguo la scia dei moccichini”.
Se è vero che anche il tempo mescola le carte e il poeta vive in un presente in cui continuamente avanzano figure provenienti da altre età, allora la famiglia diventa inevitabilmente un organismo allargato. Nonne e nonni, zie e zii, cugini, genitori e figli si cercano, si incontrano e si parlano, non importa se siano vivi o morti, abitano stanze e cucine che non si sa se appartengono alle case di oggi o sono solo luoghi della memoria. Roberto Amato racconta la sua famiglia come un cantastorie le vicende di paladini, con intrecci complicati e scompigliati, improvvise interruzioni e salti nello spazio e nel tempo, interventi magici che intralciano i progetti o lasciano intravedere uno scioglimento. La poesia si anima di personaggi che sembrano appartenere appunto a vicende eroiche e leggendarie: il nonno Efisio, Giardiniere di Boboli, la Zita, la lunghissima Ofelia, la Titina, la sorella Alina (“quella bambina sordomuta / che andavo coltivando insieme ai fiori delle zucche”, che ha gli occhi che volano “sopra le foglie nere / delle cicorie altissime”); e poi Lapo, l’Orca, la Clara, l’Alfira, Ezechiele, le Fate, ed Efisio il facchino che “non mi ricordo che abbia / proferito verbo, tranne quel suo cantare / da mezzosobrio / o alticcio / soltanto per lodare stoccafissi / o totani cuciti con un ripieno di frattaglie/ d’oche”.
Al disordine del mondo, al guazzabuglio ostinato dell’esistenza, la poesia di Amato non cerca di fornire un assetto più stabile e ordinato. Il compito del poeta è anzi quello di accettare lo stupore che la visione implica, di restituire al lettore il senso della meraviglia. Questo non significa che la poesia si conceda all’improvvisazione e alla spontaneità. Al contrario il verso è sempre misurato e controllato, e dimostra una lunga e ragionata consuetudine con i grandi autori del secolo scorso.

Non conosco personalmente Roberto Amato, ma so da uno scritto di Manlio Cancogni, tra i primi a leggere i suoi versi, che “pare uscito da un racconto nordico di maghi e stregonerie”. Io me lo figuro che “alto, magro allampanato” cammini spesso senza avere una meta precisa, anzi, se mai l’avesse, dimenticandola, ritrovandosi poi chissà dove, ma lontano, senz’altro lontano dal luogo dove sarebbe dovuto arrivare. Immagino che , se fosse a camminare per qualche sentiero di montagna, non andrebbe in cerca di funghi ma di fossili di conchiglie, delle tracce del passaggio di qualche pesce, sicuramente avvenuto in un’epoca remota, che lui crede ancora attuale; o alzerebbe gli occhi al cielo, avendo percepito il verso di un uccello marino in crisi di orientamento. Su una spiaggia invece non sarebbe attratto da stelle marine e ossi di seppia, ma da rami levigati e contorti, residui di un luogo lontano, testimonianza di una dimenticata foresta.

CARTE DA SANDWICH di Attilio Lolini (Einaudi)

All’amato Philip Larkin, con il quale condivide il gusto per l’imprevista sentenza e lo sguardo disincantato e divertito sull’opacità della vita quotidiana, Attilio Lolini affida, nell’ultima Imitazione che chiude la sua nuova bellissima raccolta di poesie Carte da sandwich, una sorta di definitivo ritratto di se stesso: “come sono sereno / come sono disperato”. La poesia di Lolini è tutta in questa paradossale confessione: insieme serena e disperata di fronte all’inconcludente nostra presenza nel mondo, non può più meravigliarsi né reagire con rabbia, poiché tutto è già saputo, pur restando ogni cosa irrimediabilmente sconosciuta. Ogni atto del nostro vivere, anche il più ordinario, dice che non esiste via di fuga, e dunque i versi del poeta possono solo registrare, con parole limpide e senza infingimenti, le immagini ripetitive del carcere in cui siamo costretti: “Le stagioni si ripetono / come dischi rigati // della libertà / ci siamo liberati”.
Non c’è da rimettere insieme i pezzi, non esiste ipotesi di ricomposizione, le nostre occupazioni sono “insensate”, le tappe “già segnate” (“Mi pare di sapere / come è andata // tutta la vita / una passeggiata / scombinata”), nemmeno il cielo regala consolazione (“Zoppica il sole / salendo verso il cielo // arranca e va di sbieco / come un uccello cieco”). Al poeta resta solo lo sguardo senza illusioni, il procedere beffardo e lieve sulle macerie, la consapevolezza che anche la poesia non ha parole definitive da offrire, anzi “la poesia abita / una vecchia culla / nasce felice / se non dice nulla”.
Il sentimento del comico nasce in Lolini proprio dalla costatazione dell’assoluta insensatezza delle nostre azioni. Il male di vivere è possibile raccontarlo solo prendendoci in giro, denunciando la nostra incivile, a tratti vile, arroganza di uomini che credono di avere un posto e una ragione che dia conto degli affanni che quotidianamente affrontano. Né può valere a qualcosa tentare di mettere ordine nel disordine generale, azzardare delle risposte, cercare rifugio in un’ipotetica superiore saggezza: “Tante citazioni presumo / da libri letti e abbandonati / la solita solfa di chi campa // con il solito finale: / poco ci è dato conoscere / quel poco sono errori di stampa”.
La poesia di Carte da sandwich ha la capacità di farci ridere proprio mentre contempliamo le nostre miserie. E’ una poesia che genera un continuo senso di spaesamento: non permette al lettore di muoversi dalla linea tracciata, e in questo modo lo incatena al suo niente; lo illumina con splendenti motti di spirito ma solo per accecarlo. Insomma Lolini non è un poeta che utilizza le parole perché il mondo sembri più bello, non vuole consolarci né essere buono, anzi è consapevolmente cattivo, quando si aggira, sentenzioso e sorridente, cantando le sue ariette leggere, sereno e disperato, intorno ai nostri mali, costringendoci a riderci sopra. La sua poesia non cerca di sottintendere né alludere, non vuole ammansire la realtà con un linguaggio evocativo o oscuro, è da cantare a bassa voce, in una tonalità in minore, senza nessun accento declamatorio.
Non serve andare lontano per capire come va il mondo: l’epica di Lolini è delimitata a pochi oggetti vicini, ai paesaggi circostanti, tanto che ci si sente già senza patria in un’altra contrada, “dall’altra parte del fiume / nella remota rosticceria Tom & Jerry”, lì dove “gli esuli fischiettano canzoni”. Dai suoi versi a rima baciata, dai versicoli antiungarettiani, dal parodistico e irridente gioco melodico, emerge un personaggio, non più arrabbiato, come accadeva nelle sue poesie degli anni Settanta e Ottanta, ma malinconico e indolente, che ritorce lo sguardo malizioso anche contro se stesso: “Fui progressista / lessi i libri giusti, feci discorsi alla moda / davanti ai professori mossi la coda / sempre spinto da penose fantasie / da pensieri fuori corso // il tempo ci smembra come un coltello affilato / calcolo le sigarette che ancora fumerò / le inutili pagine che ancora stamperò”.
La voce di Attilio Lolini è una delle più intense e originali della poesia italiana degli ultimi decenni, le sue pagine non sono state e non saranno, ne siamo certi, inutili. Peccato che solo da pochissimi anni, complice il suo fare appartato e poco compiacente, la grande editoria si sia accorta di questo poeta nato nel 1939, fin dalle prime prove capace, come subito intuì Pasolini, di fotografare con spietata e leggerissima esattezza la nostra comune disperazione.
(pubblicato sulla rivista Il Grandevetro)

Gadda in una poesia di Piero Santi

Gadda, Santi e Sandro Penna negli anni Quaranta all’Antico Fattore
Carlo Emilio Gadda morì a Roma il 21 maggio del 1973. Il giorno dopo lo scrittore Piero Santi, che era stato legato all’autore del Pasticciaccio da un’amicizia sincera e schiva, puntellata da piccoli episodi di affettuosa e complice condivisione, scrisse una poesia che sarà poi pubblicata in Diario con gli amici, edito nel 1980 dai Quaderni di Barbablù di Attilio Lolini.
Santi aveva già parlato di Gadda nel suo libro di maggior successo, Il sapore della menta (Vallecchi, 1963), dove lo scrittore milanese si cela dietro il personaggio di Bonetti.
Gadda aveva vissuto a Firenze tra il 1940 e il ’50. Tra i letterati e gli artisti che animavano le discussioni al caffè delle Giubbe Rosse c’erano anche loro, Gadda e Piero Santi, che spesso abbandonavano la compagnia per continuare a parlare di letteratura e d’altro, passeggiando lungo l’Arno o spingendosi fino al giardino d’Azeglio.
Carlo Emilio Gadda
Questa di seguito è la poesia che Santi scrisse all’amico il giorno dopo la sua scomparsa.

a Carlo Emilio Gadda

Non ti voglio vedere vecchio
gli occhi fissi la pelle grinza
come ti ho visto alla tivù,
che sei morto ieri ventuno maggio;
nella stretta-serpe che gli strinse la gola.
Forse quando sarai
nella bara sarà meglio,
non flaccido smorto ottantenne,
sarai come quando mi portasti un giorno d’estate
la coperta da letto gobelin
e salisti le mie scale
col peso sulle spalle,
o quando ti scovai nell’atrio
di Santa Maria Novella
tra il rumore stridore dei treni
a guardare cùpido ansioso
chi ti sedeva accanto.
Sul lungarno una notte gridavi
contro il cielo nero e contro le tue nere fantasie,
io fuggi dalla tua solitudine,
perfino capii che quella stretta spalletta-sasso
era il rifugio della tua
esistenza sola e maledetta.
Non voglio ricordare più
la tua faccia gesso alla tivù.
Venga pure, verrà, il coro
di chi non conobbe i tuoi mali,
i tuoi libri saranno
il pasto delle arpie strutturali
delle parche sociologiche
de professori stilistici.
Neppure io forse saprò tenerti
nel muscolo rosso e inerte;
u sei ancora, m’illudo, nella via Blumensthil
perduto nella città remota e deludente,
lasciate le notti-nido del giardino d’Azeglio,
la brezza acida di Firenze,
il giro attorno alla vasca della Fortezza
dove si consumava la tua angoscia

– e la tua tenera viltà.

Non c’è dubbio che l’universo espande

Dal mio nuovo libro di poesie, La vita dei bicchieri e delle stelle, edito da Campanotto. Questa è la poesia che apre il volume.

Non c’è dubbio che l’universo espande
giorno per giorno, metro dopo metro, un poco
più universo avanti e indietro, in ogni
lato cresce ad ogni ora. La stella
che era l’ultima (prima di che cosa?)
ora non scorge più alcun confine
tra sé e il vuoto, sempre s’aggiunge
cielo al cielo, dilata il buio, nero
dopo nero. Sto qui in pensiero. Non era
l’universo già infinito?
Non era forma chiusa
ed assoluta? Ma se cammina
anche l’infinito, verso dove
si muove e come fa
a diventare più d’ora illimitato?
Rimango speculando sul pianeta,
che orbita tediato ed esitante,
da tempo più distante da qualcosa
che non sappiamo, insomma barcollante,
disorientato dentro l’universo
che si allontana e che diventa grande,
che giorno dopo giorno un poco espande
in soffi e leggerissime carezze,
miti bisbigli che aggiungono frammenti
di luce al buio, notte a antica notte.

Immagine ripresa dal sito Eso





Giuseppe Grattacaso
La vita dei bicchieri e delle stelle, Campanotto Editore

MANCARSI di Diego De Silva (Einaudi)

Il nuovo romanzo di Diego De Silva, titolo Mancarsi tanto per alimentare subito qualche interrogativo, narra una storia d’amore. Anzi dice di quelle strane pieghe, dei mille dubbi e delle mille mezze verità, delle smanie e delle gioie, che nell’animo umano possono manifestarsi, quasi sempre si manifestano, nella vita di coppia. E insieme racconta quello che accade prima che una storia abbia inizio.
Diego De Silva
Il mancarsi del titolo fa infatti riferimento alla difficoltà di incontrarsi dei due protagonisti, entrambi reduci in modo diverso e diversamente traumatico da proprie vicende coniugali. I due, pur non conoscendosi, sembrano quasi cercarsi: frequentano infatti lo stesso bistrot, lì attratti non dalla cucina, ma dalle caratteristiche dell’ambiente, dalle gentilezze del cameriere, che ha per l’uno e per l’altra un occhio particolarmente attento e quasi affettuoso, e soprattutto da una foto di Buster Keaton, davanti alla quale tutti e due amano sedere. Ma l’uomo e la donna appunto si mancano, non hanno gli stessi tempi, sembra quasi non vogliano incontrarsi.
D’altra parte il termine mancarsi potrebbe anche alludere a una sorta di incapacità di centrare se stessi, o anche proprio potrebbe significare “mancare a se stessi”, non ritrovarsi, sentirsi fuori dalla propria stessa esistenza, inutili e stranieri alla propria vita, che è poi la condizione che vivono Irene e Nicola nelle distinte situazioni.
De Silva sa delle insidie e dei trabocchetti di cui è disseminata la narrazione, quando questa voglia parlare d’amore e delle complicate dinamiche del rapporto di coppia. L’argomento esige mano sicura: troppo facile scivolare nel sentimentalismo, farsi fagocitare dai luoghi comuni. De Silva sceglie dunque un tono leggero, che gli permette di non arretrare anche davanti ai contenuti più patetici; a tratti la narrazione si fa disincantata ed ironica, ma evitando esagerazioni e soluzioni facili. Il narratore segue i suoi personaggi con passo lieve e con partecipazione, accompagnandoli nelle loro meditazioni, nei cavilli mentali, anzi addentrandosi in essi (da qui l’uso estremamente ricorrente delle parentesi). Vincenzo Malinconico, l’avvocato protagonista dei suoi ultimi fortunatissimi romanzi (Non avevo capito niente, Mia suocera beve) non è passato invano, perché Irene e Nicola, le cui due vicende si snodano separatamente e in qualche modo in parallelo, tendono come l’avvocato alla riflessione, ammassano pensieri, propongono ricordi, ritardano le azioni mentre intrecciano teorie sull’esistenza. Insomma si guardano vivere, ma lo fanno con la consapevolezza che la vita sia anche pausa, momento d’attesa, e che la passione, per quanto dirompente, non debba essere per forza gridata.
Irene e Nicola cercano la risposta alla loro domanda d’amore, ma lo fanno senza clamore, senza sbandierare i sentimenti e senza nemmeno credere che essi siano un diritto. Anche per questo sono personaggi che osservano se stessi e gli altri, dei quali non gradiscono gli atteggiamenti esibiti, le modalità di relazione costruite sui modelli televisivi, le ovvietà e i luoghi comuni che condiscono i rapporti tra i due sessi. Per loro la parola gentilezza assume ancora un valore genuino e fondamentale, e si presenta come un misto di attenzione verso l’altro, timidezza e rispetto delle forme.
Così quando Pavel, il cameriere del bistrot, prima di tendergli la mano, se la asciuga sul grembiule, Nicola scopre nel gesto un “atto antico, deferente e confidenziale insieme” e ripensa al nonno che nei campi si puliva la mano sulla canottiera, prima di metterla sulle spalle del nipote che si era recato a chiamarlo per il pranzo. “Non gli sembrava tanto un atto di umiltà, dovuto alla vergogna di fare un lavoro che sporca, e neppure un automatismo. Nell’insufficienza igienica di quel gesto, nel suo valore tutto sommato simbolico, Nicola riconosceva piuttosto uno stile, un azzeramento dei convenevoli, una traduzione immediata della forma in sostanza”.
L’immagine che meglio rappresenta questo stile è forse proprio quella di Buster Keaton, la cui foto tanto attrae Irene e Nicola: l’immagine del comico che seppe essere elegante senza mai vestire bene, seppe far ridere senza abbozzare nemmeno un sorriso, continuò a mostrare tutta la leggerezza della sua figura anche al centro di inenarrabili e caotiche situazioni, e fu capace di muoversi con armonia anche nel pieno di un capitombolo.

(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Padri e figli, naviganti infelici

La rivista GeaArt, diretta dal critico d’arte Massimo Bignardi, mi ha chiesto di scrivere sul tema L’isola non trovata. Questo è il testo pubblicato sul n. 4 del bimestrale di cultura, arti visive, spettacolo e nuove tecnologie creative.

In uno scritto che risale “ai primi giorni del ’75”, come indica lo stesso autore, pubblicato poi postumo l’anno successivo ad apertura delle Lettere luterane date alle stampe da Einaudi, Pasolini delinea un ritratto dei giovani di quegli anni. “I loro occhi sfuggono – scrive -, il loro pensiero è perpetuamente altrove, hanno troppo rispetto o troppo disprezzo insieme, troppa pazienza o troppa impazienza. Hanno imparato qualcosa di più in confronto ai loro coetanei di dieci o vent’anni prima, ma non abbastanza”. Hanno per esempio un bagaglio linguistico più ampio e corretto, ma “se da una parte parlano meglio, ossia hanno imparato il degradante italiano medio, dall’altra sono quasi afasici”. Pasolini, facendo riferimento a quello che considera uno dei “temi più misteriosi del teatro greco”, si chiede quali siano le colpe dei padri che sono ricadute sui figli, determinando il loro destino.
Lo scritto, che ha titolo I giovani infelici, rappresenta un mondo giovanile non tanto distante da quello attuale, almeno nella dose di infelicità e di miseria che aggrediscono lo spirito. Malgrado l’aspetto esteriore, che dà conto di una maggiore educazione scolastica e di una migliorata condizione di vita, i giovani “sono regrediti – afferma il poeta de Le ceneri di Gramsci – a una rozzezza primitiva”. E’ una condizione che scopriamo anche nei nostri figli. La somiglianza di quella generazione con coloro che oggi occupano le piazze notturne del divertimento, che mostrano con orgoglio le creste, le capigliature scolpite, pone anche noi, dunque, di fronte alla stessa domanda che ipotizza Pasolini: qual è la nostra parte di colpa? quale quella dei nostri figli?
I “giovani infelici” di oggi parlano meglio l’italiano, più speditamente e con maggiore sicurezza, e di certo hanno a disposizione la conoscenza di più lingue straniere; attraverso l’inglese possono comunicare con gli abitanti di buona parte del mondo. Sono più ricchi, il loro tenore di vita li pone in una situazione di maggiore serenità e agiatezza di quella delle generazioni che li hanno preceduti, eppure, siamo portati a dire con Pasolini, che essi non hanno “niente di personale che li caratterizzi di dentro” e che “la stereotipia li rende infidi”.
Qual è dunque la nostra colpa di padri? Quella, potrei dire, di aver fatto più grande l’universo e più piccolo il mondo, di aver ridotto, fino ad annullarla, la fatica degli spostamenti e, con essa, quella della conquista, di aver reso uguale il distante, di aver decretato che anche la felicità (per i nostri giovani infelici, figli di padri a loro volta infelici) ha sempre il volto del benessere e della soddisfazione che si ottiene attraverso il possesso dei beni, anzi di quei beni non necessari alla vita ma che risultano fondamentali per il riconoscimento sociale.
Abbiamo reso facile la navigazione verso sponde remote.
In questo modo siamo arrivati ben oltre le consuete rotte della navigazione, rendendo presente quello che era lontano e anticipando il futuro. Abbiamo insomma occupato tutte le isole, un attimo prima che i nostri figli nascessero. Abbiamo creduto che la nostra scienza, ed anche la consapevolezza e l’impegno politico, fossero in grado di condurci ovunque, rendere possibile ogni traguardo. Colpa ancora più grave, abbiamo fatto credere che l’Isola Non-Trovata non esiste.
L’isola per cui “invano le galee panciute a vele tonde, / le caravelle invano armarono la prora”, quella che “appare talora di lontano / tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero”, come scrive Guido Gozzano nella poesia La più bella!, si è forse per sempre inabissata, o peggio ha perso il suo aspetto favoloso, non scivola più sui mari. Su di essa non più “svettano palme somme”, né “odora la divina foresta spessa e viva, / lacrima il cardamomo, trasudano le gomme…”. Insomma quell’isola, obiettivo politico e sociale nell’azione dei padri, prospettiva utopica ma in fondo insopprimibile del loro sforzo ad essere migliori, è priva ormai del suo misterioso segreto, è diventata a tutti accessibile.
La metafora della navigazione è oggi soprattutto abbinata all’uso della rete informatica, è usata per indicare la traversata nel mare di internet, oceano confuso e sorprendente, ma che tende a mostrare ogni approdo come già praticato. Le isole affioranti sono facilmente raggiungibili, ricche di lidi invitanti e di una vegetazione lussureggiante, ma tutte già occupate. Le attività dei decenni precedenti sembrano aver già tutto risolto, previsto, messo in ordine.
Il secolo che abbiamo sempre considerato breve allunga di fatto la sua ombra persistente fino al secondo decennio del nuovo millennio, negando il futuro a padri e figli. Il futuro è quello che non è dato conoscere, è lontananza nello spazio e nel tempo, ed è lì che si mostra, per poi nascondersi, l’Isola Non-Trovata.
Infatti 

 “se il piloto avanza, / rapida si dilegua come parvenza vana, / si tinge dell’azzurro color di lontananza”.

Leggere poesia: Billy Collins e il topo

I lettori di poesia nel nostro paese, si sa, sono pochissimi. E’ possibile fare qualcosa perché il loro numero cresca? Bisogna lavorare sui giovani, diranno in tanti: è la scuola che deve formare i nuovi lettori. Non sono sicuro che l’insegnamento della letteratura, e della poesia in particolare, così come è stato concepito negli ultimi anni, possa realizzare questo obiettivo. Anzi, sono portato a credere che i pochi lettori di poesia siano tra coloro che non si sono lasciati fuorviare dalle lezioni scolastiche sulla poesia.
Billy Collins
Eppure a scuola viene dedicato parecchio tempo allo studio del linguaggio poetico, oggetto di indagine accurata per esempio nel primo biennio della scuola superiore. I libri di testo propongono la propedeutica acquisizione dei più importanti strumenti retorici, distinguendo tra figure del significante, del significato, dell’ordine delle parole, quasi che senza di queste non fosse possibile accedere alla lettura. Bisogna inoltre essere in grado di scomporre i versi in sillabe, sapere di sinalefe, dialefe, sineresi, individuare lo schema metrico, la successione degli accenti ritmici. Su ogni cosa vengono proposti esercizi, noiosi e in gran parte inutili. Gli insegnanti, raramente lettori di poesia che non sia quella delle antologie e dei manuali scolastici, quasi mai di poesia contemporanea, non possono che concedersi alle indicazioni del testo.
Gli alunni ricavano l’idea che la poesia per sua natura sia decifrabile (e innanzitutto che vada decifrata) solo se in possesso di determinati strumenti di decodifica, che sono di natura tecnica e del tutto indipendenti dalla sensibilità del lettore e dalla sua familiarità con la poesia stessa. Invece, come ogni lettore di poesia sa, c’è bisogno di una quotidiana consuetudine con i versi per comprenderne la musica e la complessità.
Per questo a scuola andrebbero innanzitutto lette tante poesie. Ai ragazzi bisognerebbe farlo ogni volta ad alta voce, permettendo loro di apprezzarne, in questo modo, anche le qualità metriche e sonore. Solo dopo tanta lettura e tanti versi detti a se stessi e agli altri, si può cominciare a giocare con le figure retoriche, molte delle quali saranno già chiare prima di saperne il nome e i meccanismi di funzionamento. Conoscere tali strumenti retorici non significa comprendere la poesia, tanto meno saperla scrivere, ma avere la possibilità di penetrare più in profondità nei suoi strati di significazione, una volta appurato che essi esistono e sono carattere essenziale dei versi.
Il lavoro scolastico produce il risultato che i ragazzi si avvicinano ai versi con l’idea, del tutto impropria, che ci sia un significato definitivo nascosto da qualche parte, che la poesia voglia dire altro da quello che leggiamo.
Alla poesia non ci si può avvicinare armati di sonde e scandagli. Il tesoro, se c’è, non è collocato in un luogo preciso, piuttosto è disseminato e si confonde con oggetti abituali e quotidiani. Meglio dunque procedere con la curiosità e il piacere di chi vuole farsi guidare in nuovi mondi, sapendo che la scoperta consiste proprio nel variare continuamente prospettiva e meta. Perché i versi ci dicano qualcosa bisogna “gettare un topo nella poesia / e osservarlo mentre cerca di uscire”.
La bella e preziosa immagine, più forte e chiara di tutte le mie precedenti parole, è di Billy Collins, poeta newyorchese tra i più amati negli Stati Uniti, autore di numerose raccolte di versi, professore di letteratura inglese al Lehman College della City University di New York.
Introduzione alla poesia
Chiedo loro di prendere una poesia
e di tenerla in alto controluce
come una diapositiva a colori
o di premere un orecchio sul suo alveare.
Dico loro di gettare un topo nella poesia
e osservarlo mentre tenta di uscire,
o di entrare nella stanza della poesia
e cercare a tentoni l’interruttore sul muro.
Voglio che facciano sci d’acqua
sulla superficie di una poesia e salutino
con la mano il nome dell’autore sulla spiaggia.
Ma la sola cosa che loro vogliono fare
è legarla con una corda alla sedia
e estorcerle con la tortura una confessione.
La picchiano con un tubo di gomma
per scoprire che cosa davvero vuol dire.
La lirica Introduzione alla poesia è tratta dal libro The Apple That Astonished Paris del 1988, in Italia inserita nella antologia A vela, in solitaria, intorno alla stanza, edita da Medusa nel 2006 a cura di Franco Nasi che è anche il traduttore dei versi. I versi raccontano del lavoro del professore poeta e delle aspettative degli studenti di fronte alla poesia.
Di Billy Collins nel 2011 l’editore Fazi ha pubblicato Balistica.