Febo Conti, fine di un’epoca

E’ morto Febo Conti. Per molti è una notizia priva di significato, a me sembra sia finita un’epoca. La televisione era in bianco e nero, ai ragazzi era destinata la fascia oraria pomeridiana (un paio d’ore e non tutto il giorno: la Tv dei ragazzi, appunto), la parola telefono corrispondeva ad un apparecchio a muro, immancabilmente nero, ad altezza di adulto, la cui linea spesso veniva divisa con il condomino del piano di sotto. Erano tempi insomma di duplex e di poche telefonate, spesso precedute da richieste accorate perché venisse resa libera la linea. Esistevano ancora le macchine da cucire e quelle da scrivere, in cui il suono di un campanellino ricordava che bisognava andare a capo azionando l’apposita levetta. Il latte si comprava in latteria, restituendo una bottiglia (di vetro) vuota in cambio di quella piena.
Febo Conti diventò familiare nelle case degli anni Sessanta, perché presentava il programma Chissà chi lo sa?. Due squadre di ragazzi si confrontavano in una gara. Non cantavano canzoni imitando gli adulti, non ballavano, non raccontavano barzellette né confessavano i fatti propri, non erano futuri calciatori. Erano ragazzi come tanti altri, che rispondevano a domande alla loro portata, dimostrando soltanto di essere andati a scuola la mattina e di avere un po’ di intuito.
Febo Conti tra i ragazzi a Chissà chi lo sa?
La scenografia del programma era semplicissima, su tutto campeggiava un grande punto interrogativo. La sigla cominciava così: “Ma chissà chi lo sa dove è nato Ali Babà, ma chissà chi lo sa dove vive Mustafà”. Non sono versi da ricordare, ma danno l’idea dello spirito del tempo. I presentatori avevano tutti un’espressione che li caratterizzava, Cari amici vicini e lontani…, Allegria! Quella di Febo Conti, pensate un po’, era Squillino le trombe, entrino le squadre, una cosa a metà tra il libro Cuore e una rappresentazione di pupi siciliani.
Febo Conti vestiva sempre in grigio, non urlava, salutava i ragazzi stringendo loro la mano.
Anche oggi abbiamo un Conti presentatore (Carlo). Ma la sua televisione è a colori, lui è sempre abbronzato e occupa la schermo tutte le sere. L’altro Conti, quello vero (Febo, che nome!), si aggirava pallido per lo studio disadorno. E solo il sabato pomeriggio.

Cosa c’entra Pasolini con i capelli di El Shaarawy?

E cosa c’entra il poeta de Le ceneri di Gramsci con l’acconciatura irsuta di Hamsik, la cresta di Balotelli? Naturalmente niente. Pasolini del resto, che tanto amava il calcio, e malgrado il suo sguardo profetico, non avrebbe potuto immaginare la deriva in cui il gioco del pallone sarebbe precipitato, né come si sarebbero presentati in campo i suoi protagonisti. Sta di fatto che le zazzere di El Shaarawy di Hamsik, di Balotelli sono diventate immagine di culto, modello da seguire, argomento giornalistico.

Il un articolo del 7 gennaio del 1973 pubblicato sul Corriere della Sera con il titolo Contro i capelli lunghi, poi raccolto negli Scritti corsari, Pasolini sostiene che la foggia della capigliatura rappresenta sostanzialmente un messaggio, espresso in un “linguaggio privo di lessico, di grammatica e di sintassi”. Nell’anno in cui scrive, il messaggio significa altro rispetto a qualche anno prima. Se un tempo era il segnale di una contestazione prima silenziosa poi sempre più rumorosa e numerosa contro la civiltà consumistica e i valori borghesi, in seguito quello stesso segnale, attraverso una serie di passaggi intermedi, era arrivato a comunicare tutt’altro. Pasolini racconta che l’anno prima si trovava nella cittadina di Isfahan, nel cuore della Persia: “per le sue strade, al lavoro, o a passeggio, verso sera, si vedono i ragazzi che si vedevano in Italia una decina di anni fa: figli dignitosi e umili, con le loro belle nuche, le loro belle facce limpide sotto i fieri ciuffi innocenti”. Ma una sera, camminando per la strada principale, Pasolini scorge “tra tutti quei ragazzi antichi, bellissimi e pieni dell’antica dignità umana”, due giovani che si muovono e si presentano in maniera diversa, “due esseri mostruosi” li definisce: “non erano proprio dei capelloni, ma i loro capelli erano tagliati all’europea, lunghi di dietro, corti sulla fronte, resi stopposi dal tiraggio, appiccicati artificialmente intorno al viso con due laidi ciuffetti sopra le orecchie”.
Il poeta traduce quello che quei giovani, per mezzo dei loro capelli, sembrano dire: «Noi non apparteniamo al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati, rimasti indietro alle età barbariche. Noi siamo impiegati di banca, studenti, figli di gente arricchita che lavora nelle società petrolifere; conosciamo l’Europa, abbiamo letto. Noi siamo dei borghesi: ed ecco qui i nostri capelli lunghi che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati».
Il messaggio dei capelli di El Shaarawy e di Hamsik è analogo: voi siete dei perdenti – dicono i loro ciuffi – semmai continuate a credere che studiare possa essere la strada giusta per comprendere la vita e per la vostra affermazione sociale, ma non è così; noi invece siamo coloro che vincono, siamo internazionali e privilegiati, non leggiamo un libro e non ci importa niente del mondo come è stato fino a qualche anno fa, perché esso è profondamente cambiato rispetto a quello in cui hanno vissuto le generazioni precedenti, e sono cambiati i valori e i modi per far valere se stessi.
Pasolini afferma infine, guardando quei giovani degli anni Settanta, e chissà forse pensando anche a El Shaarawy, a Hamsik, a Balotelli e a tanti altri come loro, che “essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre”. E conclude: “È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda”.
E’ venuto anche per noi davvero il momento di dire che non ne possiamo più di capigliature scolpite e di tatuaggi mostrati come bandiere: “è orribile, perché servile e volgare”, questo modo di mostrare se stessi, con l’arroganza di chi vorrebbe sembrare straordinario ed è invece solo adeguato ai tempi e fedele al cliché che ci vuole un poco diversi dagli altri per essere dagli altri presi in considerazione. Ma siccome i calciatori di certo non si accorgeranno della sfrontata povertà dei loro messaggi, dovrebbero essere gli allenatori, i presidenti, gli stessi tifosi delle squadre di calcio a liberarli da questa ”ansia colpevole”. Cosa che non succederà. Del resto, tutto questo discorso è privo di senso. Cosa c’entra infatti Pasolini con i capelli di El Shaarawy?

ADDIO A ROMA di Sandra Petrignani (Neri Pozza)

 

L’ultimo libro di Sandra Petrignani è molte cose insieme – inchiesta, narrazione, riflessione critica, ricostruzione di un ambiente sociale – e come tale è un prodotto abbastanza atipico per la nostra letteratura. In Addio a Roma (Neri Pozza editore) i vari elementi della storia, che l’autrice utilizza con accortezza e partecipazione, compongono un quadro unitario, ricchissimo di dettagli e nitido nei particolari, del mondo culturale romano nel periodo che va dai primi anni Cinquanta al Sessantotto, protraendosi fino a un Epilogoche si conclude con l’evento, dolorosissimo e inquietante, della morte di Pasolini, vero spartiacque culturale e sociale della vita collettiva del nostro paese.

“Vacanze romane”: il film fu nelle sale nel 1952

A condurci per mano nella dinamica e vitalissima vicenda artistica romana di quegli anni straordinari, è il personaggio fittizio di Ninetta (nei cui panni non è difficile intravedere la stessa Petrignani), che si muove comunque a suo agio tra i personaggi, questi invece reali, che furono gli animatori delle vicende culturali del periodo. A noi, che abitiamo e ci confondiamo nelle vicende tristemente mediocri, nel confronto sguaiato e inconsistente di questo inizio millennio, sembra davvero un’epoca lontana e piena di fascino quella che vide protagonisti scrittori ed artisti che si ritrovavano, con il gusto sano e civile della discussione e del contraddittorio, intorno ai tavoli delle osterie come nelle gallerie d’arte e nelle redazioni di riviste culturali che furono al centro del dibattito culturale e politico.
Sandra Petrignani allunga su quelle vicende e sui suoi protagonisti uno sguardo affettuoso, a volte nostalgico a volte garbatamente ironico, riuscendo sempre a restituire quel misto di grande arte e di tenera follia, di geniali idee sull’esistenza e di esistenze spesso perse dietro umane gelosie e ancora più umani innamoramenti, quell’inevitabile mescolarsi di arte e vita, che costruirono uno dei tratti più significativi del fermento della Roma di quei decenni.

Amelia Rosselli nel 1960

E’ un mondo di pettegolezzi e di tenerezze, di tradimenti e di affetti, ma soprattutto di grande fervore artistico, in cui si muovono Moravia e la Morante (che non vuole essere definita la moglie dell’autore de Gli indifferenti), Pier Paolo Pasolini e Sandro Penna, Calvino, Natalia Ginzburg, Gadda, e poi l’affascinante direttrice della Galleria d’arte moderna Palma Buccarelli, De Chirico e Guttuso, Fellini e Flaiano, Parise e Arbasino, Wilcock ed Elio Pecora. Le loro vite si cercano, si intrecciano e si rifiutano, sempre comunque manifestando una voglia di dire, di capire fino in fondo il senso dell’epoca in cui era loro toccato vivere. Il lettore si trova di fronte un universo, insieme delicato e severo, generoso e crudele, ravvivato da piccoli segreti e da grandi dibattiti pubblici, comunque estremamente effervescente, in qualche modo entusiasmante, se confrontato con la miseria culturale di oggi.
Di quelle vicende Sandra Petrignani ci restituisce tutto il fascino nascosto, perché sa affondare la narrazione anche nelle piccolezze del quotidiano proprio mentre il suo discorso approfondisce aspetti critici o sociali.
Emergono così ritratti inconsueti, come nel caso dell’intensa e sorprendente storia d’amore tra Amelia Rosselli, “bella e strana”, che allora ha solo vent’anni, non ha ancora scritto niente e “deve combattere con il fantasma di Beethoven che vede dentro lo specchio ogni volta che si guarda”, e Rocco Scotellaro, il “poeta contadino”, come viene chiamato, “figlio di ciabattino, ex sindaco di Tricarico”. Lui scrive “Mi sento schifoso a confronto della sua bellezza” e poi, più tardi: “Ho avuto ciò che volevo: la più grande batosta dell’anima”.

Il libro ci lascia con l’immagine di Pasolini, attento a sondare gli aspetti sempre più allarmanti della società che si sforza caparbiamente di analizzare e sempre più preoccupato della propria incolumità, e con le parole di Ennio Flaiano (scritte ad un amico nel 1957!): “La nausea di questo maledetto momento che stiamo attraversando! Tutto diventa materia di esibizionismo e di rotocalco. Tutto viene preso sul serio in questo maledetto paese eccetto le cose serie”.

Bartolo Cattafi, la poesia sotto il segno dell’imprevisto

A proposito ancora del mestiere di poeta, credo sia giusto rileggere uno scritto autobiografico di Bartolo Cattafi, che risale ai primi anni Settanta. Cattafi entra a pieno diritto in questo blog, che ospita spesso parole di poeti dimenticati: del poeta nato a Barcellona Pozzo di Gotto, che quest’anno compirebbe novant’anni non fosse stato portato via da un male incurabile già nel 1979, c’è poca traccia nella memoria dei nostri smemorati tempi e nelle antologie, scolastiche e non, che tratteggiano un indice e propongono un compendio della storia poetica del secolo scorso. Suonano perciò infauste, oltre che veritiere e ancora attuali, le considerazioni di Carlo Bo, pronunciate in occasione di un convegno all’indomani della morte del poeta: “Quando si tireranno le somme del libro della poesia del Novecento, a Cattafi spetterà un posto privilegiato e, ciò che più conta, ottenuto esclusivamente con le sue forze. Si vedrà che a volte vale assai di più una parola tesa all’assoluto che una fondata sul calcolo e su un’avvilente speculazione delle opportunità. Un caso unico, lo ripetiamo, e sarebbe giusto che tutti ormai lo riconoscessero”.

Bartolo Cattafi fotografato da Walter Moli nel 1972

Il riconoscimento insomma tarda ad arrivare. Arriva per ora la notizia felice della prossima ripubblicazione del libro delle Poesie 1943 -1979, edito nel 1990 nella collana dello Specchio di Mondadori a cura di Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni.
Tornando alla sua pagina autobiografica, Cattafi scrive, a proposito delle sue prime prove poetiche avvenute nel mezzo della guerra: “Le mille cose che quella snervante primavera mi proponeva erano magicamente gravide di significati, ricche di acutissime, deliziose radiazioni. Come in una seconda infanzia cominciai a enumerare le cose amate, a compitare in versi un ingenuo inventario del mondo”.
Nell’immagine dell’ingenuo inventario del mondo, nella capacità di posare lo sguardo su oggetti minuti e situazioni marginali apparentemente insignificanti, e ricavarne, con lucida e temeraria chiarezza, necessità assolute, è la forza e la caratteristica forse prevalente della sua poesia.
“La storia dei miei versi – scrive ancora Cattafi – non può che coincidere con la mia storia umana. Rifiuto e considero vietate le fredde determinazioni dell’intelligenza, le esercitazioni (sia pure civilissime), le sperimentazioni che furbescamente o ingenuamente tentano l’impossibile colpo di dadi”.
Si tratta di una trasparente dichiarazione di poetica, sostenuta con coraggiosa consapevolezza in anni di sperimentalismo e di astruserie verbali.
“Non mi riesce di capire il mestieredi poeta, i ferri, il laboratorio di questo mestiere. Quella del poeta è secondo me una pura e semplice condizione umana, la poesia appartiene alla nostra più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini. Di là dagli schemi mentali, dalle velleità, dalle frigide volizioni e dalle sapienti masturbazioni, la poesia nasce sotto il segno apparente dell’imprevisto (vi sono misteriose maturazioni, catalizzatori non sempre identificabili, forze e forme insospettate che si liberano rompendo lo stato di quiete, che scattano e si scatenano secondo le linee d’un disegno naturale a cui bisogna con coraggio arrendersi, individuandolo e potenziandolo, per quanto consentito, con accorta vigilanza in mezzo alla selva allettante degli inganni, dei miraggi, delle false rappresentazioni). Poesia è dunque per me avventura, viaggio, scoperta, vitale reperimento degli idoli della tribù, tentata decifrazione del mondo, cattura e possesso di frammenti del mondo, nuda denuncia del mondo in cui si è uomini, cruento atto esistenziale”.
Da scrivere sui muri. Da far copiare e mandare a memoria ai molti poeti e ai pochi lettori di oggi. Da raccontare ai ragazzi.

Professione: poeta

Quando si fa riferimento a un cantautore, semmai particolarmente apprezzato dal pubblico, si parla di lui spesso concedendogli l’appellativo di poeta. Succede anche quando si tratta di artisti che hanno firmato le musiche delle loro canzoni e non hanno mai scritto un testo. Del resto, amiamo dire che un regista cinematografico è un poeta se le immagini che confeziona e ci propone sono particolarmente evocative e affascinanti; o che un attaccante di una squadra di calcio è un “poeta del gol” se trova, pallone al piede, soluzioni impreviste e fantasiose.

In tutti questi casi, l’appellativo di poeta qualifica in positivo un modo di esprimersi, attraverso la propria opera o i propri comportamenti, genialmente immaginoso e inusuale.

Il poeta Costantino Kavafis

Rimarremmo però con l’aria stupefatta e imbarazzata di fronte a qualcuno che, alla domanda “scusi, ma lei che lavoro fa?”, rispondesse “il poeta”. E’ forse un mestiere scrivere versi? corrisponde ad una figura sociale riconosciuta e ben individuabile?
In effetti qualsiasi poeta identificato come tale, che abbia all’attivo la pubblicazione di più di una raccolta di poesie, aggirerebbe la domanda facilmente, fornendo uno status identificativo, forse meno vero ma sicuramente, agli occhi di un possibile interlocutore, più concreto. Valerio Magrelli, Biancamaria Frabotta, Alberto Bertoni, Roberto Deidier risponderebbero di essere professori universitari, Franco Marcoaldi e chissà quanti altri di fare il giornalista, Mariella Bettarini di essere stata, come Giorgio Caproni, maestra elementare, Claudio Damiani di insegnare in un istituto superiore. E comunque quasi tutti potrebbero dire, così da evitare ritegno ed impaccio, di essere critici letterari.
Di certo sulla carta di identità di nessuno di loro appare la qualifica di “poeta”.
Solo Costantino Kavafis, negli ultimi mesi della sua vita, riuscì ad ottenere che il suo mestiere fosse scritto chiaramente sul documento di riconoscimento. Professione: poeta. Pare ne andasse molto fiero.

Il maestro elementare Giorgio Caproni

 Antonio Debenedetti, in un’intervista televisiva, racconta di essere stato allievo di Giorgio Caproni. Suo padre Giacomo, il ben noto critico letterario, l’aveva lasciato lungamente in giardino mentre era a colloquio con Benedetto Croce. Il piccolo si era ammalato e così Caproni, al fine di sdebitarsi per i consigli ricevuti da Debenedetti padre in merito alla traduzione della Recherche a cui stava lavorando, si era proposto di fare da maestro al bambino nei lunghi mesi invernali in cui sarebbe stato assente dalla scuola. Erano gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale.
“Con lui non è che si facessero proprio delle lezioni – ricorda Antonio Debenedetti –. Per esempio scrivevamo delle poesie a due voci oppure insegnava le divisioni attraverso una specie di filastrocca. Era un maestro straordinario e ironico”.

Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

Caproni è stato maestro elementare. Aveva iniziato a insegnare nell’anno scolastico 1935-36 a Rovegno. Trasferitosi a Roma, fu alle scuole elementari Pascoli e poi alle Crispi di Monteverde Vecchio. Vincenzo Cerami, che frequentò a lungo il poeta livornese, lo ricorda in un articolo di qualche anno fa come un maestro molto amato, che usava metodi singolari di insegnamento. Per esempio, scrive Cerami, “i bambini entravano in classe e si trovavano già seduto in cattedra un Caproni teso e preoccupato che subito chiedeva aiuto. Diceva: ragazzi, sono rovinato! Oggi dobbiamo studiare le campagne di Napoleone e non mi sono preparato abbastanza. Se lo sa il direttore scolastico mi licenzia. Come si fa? I bambini, impietositi dal furbo maestro, lo tranquillizzavano e gli rispondevano: non preoccuparti, maestro, ti aiutiamo noi a studiare Napoleone. Ti leggiamo il capitolo a voce alta così se entra il direttore vede che tu sei preparato e non ti licenza”.

Una volta si fece trovare indaffarato, mentre con il metro misurava la lavagna. “Il direttore vuole sapere la superficie della lavagna – disse il maestro – e non ricordo come si fa a calcolarla”. Base per altezza, suggerì qualcuno. “Perché?” chiese pronto Caproni. Ne nacque un’interessante discussione.
Caproni “era quasi un fratello maggiore per i suoi alunni”. Scrive Cerami che chi terminava per primo un problema o una composizione d’italiano, veniva mandato a comperare un quotidiano e i canestrelli. Con essi infatti venivano premiati il primo e l’ultimo degli scolari, quasi a sottolineare che ai suoi occhi avevano lo stesso merito.
“Aiutava tutti, soprattutto chi era in difficoltà. Si intratteneva spesso con i ragazzi anche dopo l’orario scolastico, e non era contento finché tutti non avessero capito. Era sempre di un’allegria contagiosa, faceva studiare le poesie a memoria, ma ai suoi alunni non disse mai di essere lui stesso un poeta”.
Chissà se oggi, in una scuola troppo spesso asservita a farraginose pratiche burocratiche, il maestro elementare Giorgio Caproni avrebbe modo di utilizzare la sua ironica leggerezza, così capace di suggerire grandi contenuti, il suo animo di violinista, la profonda umanità di chi crede che la scuola debba servire proprio a tutti per essere migliori, ma soprattutto a chi della scuola sembrerebbe non sapere che farsene. Certo servirebbe almeno un Caproni in ciascuna scuola di ogni ordine e grado. Così, tanto per dare un’opportunità anche all’alunno svogliato, seduto all’ultimo banco, con il quale è inutile sforzarsi, “tanto non capisce”. O per vedere visi sorridenti di fronte a una poesia o a un problema di matematica.

Josip Osti, poeta di Sarajevo

Una delle pagine più tristi della storia europea degli ultimi decenni è stata ricordata con la solita distratta e frettolosa modalità che nel nostro paese, e forse nella nostra civiltà, si riserva agli avvenimenti che disturbano le nostre coscienze e che contrastano con il desiderio di vivere comunque in superficie. La guerra in Bosnia ed Erzegovina cominciò nell’aprile di venti anni fa. L’assedio della città di Sarajevo divenne il cupo simbolo di un conflitto atroce e per tanti versi inspiegabile. A poche centinaia di chilometri dalle nostre coste venivano cancellati decenni di convivenza pacifica di fedi ed etnie diverse, che nella città bosniaca avevano avuto modo di confrontarsi e di dare vita a una cultura ricca ed originale.
Osti a Pistoia nel 2006 (foto Andrea Pecchioli)

Uno dei grandi interpreti di quel dramma è stato senza dubbio il poeta Josip Osti, nato a Sarajevo nel 1945, e che allo scoppio della guerra si trovava in Slovenia, dove tuttora vive tra Lubiana e il piccolo paese di Tomaj, a poche decine di chilometri dal confine italiano. Osti, durante il conflitto, pubblicò due libri di versi: Il libro di Sarajevo dei morti, pubblicato in Italia da Theoria nel 1997, e Il timbro di Salomone, nel nostro paese poi raccolto insieme ad altre liriche all’interno del volume L’albero che cammina, edito da Multimedia nel 2004. Entrambi i libri vennero inizialmente pubblicati nella doppia versione in serbo-croato, la lingua d’origine di Osti, e in sloveno.

Josip Osti è uno dei massimi esponenti del ricco panorama letterario dei paesi che sono nati dalla dissoluzione della Jugoslavia. Il suo mondo poetico si nutre di immagini e di situazioni semplici, tratte da vicende della vita quotidiana, spesso sviluppate attraverso un una modulazione di carattere narrativo. Il tono, apparentemente dimesso e senza dubbio di sobria inflessione, si produce improvvisamente in un lirismo di grande potenza evocativa, che nasce sempre dalle piccole cose, dai minimi accadimenti di ogni giorno, lasciando emergere da essi significati profondi e inaspettati.
E’ il caso, ad esempio, della poesia che riporto di seguito, tratta da Il timbro di Salomone. La traduzione è di Jolka Milic.
Non c’è più la tabaccheria all’angolo

Non c’è più la tabaccheria all’angolo. La tabaccheria
intorno alla quale ronzavo per giornate intere cercando
di vincere l’indomabile pudore giovanile, fino a quando non mi
feci coraggio e andai a comprare il mio primo preservativo.
Non c’è la vecchia tabaccaia che dalla mia mano sudata e
tremante prese la banconota e me lo diede con lo stesso gesto
lento con il quale mi consegnava anche le sigarette, comprate a
pezzo, per mia madre. Non c’è più la profonda voce vellutata
con la quale mi chiamò, come chiamava tutti quelli che
dimenticavano di ritirare il resto. Non c’è più il suo viso bonario
che pareva non cambiasse mai. Era uguale anche quando, dopo
parecchi anni, con l’eletta del mio cuore acquistai da lei qualche
dozzina di preservativi, pretendendo perfino quelli più grandi e
colorati che dopo, ridendo e scherzando, avevamo gonfiato
ornando con essi la stanzuccia dove festeggiavamo il capodanno.
Non c’è più la tabaccheria all’angolo, come non c’è più la metà
degli edifici del rione dove una volta abitavo.
(da L’albero che cammina, Multimedia edizioni)

FINIO DE ZOGAR di Andrea Longega (Il Ponte del sale)

Andrea Longega pubblica il suo quarto libro, anche questo in dialetto veneziano, nelle raffinate edizioni de Il ponte del sale. Finìo de zogàr è una raccolta intensa, di rara forza espressiva, che nasce, si direbbe, dal basso, dal tono sommesso che l’autore predilige e da uno sguardo ravvicinato su oggetti e uomini. Ma se è vero come scriveva Karl Kraus che “quanto più da vicino si osserva una parola, tanto più lontano essa rimanda lo sguardo”, allora la parola di Longega, che ostinatamente si muove nei luoghi più prossimi, diventa specchio e paradigma di una vasta, universale vicenda di gioia e di dolore. Allo stesso modo il dialetto utilizzato che, come scrive lo stesso autore, “accoglie semplificazioni e italianizzazioni, tuttavia conserva ancora memoria del passato, di molti termini e modi di dire assimilati da genitori e nonni”, è dunque lingua degli affetti e della vicenda familiare, attraverso cui si può parlare di sentimenti e di un mondo circoscritto, così ricco però di qualità e moralità, che la lingua italiana tenderebbe a sminuire, producendo un effetto di eccessivo slittamento sentimentale.
Attraverso l’uso del dialetto “semplificato”, non lingua della comunicazione ma della memoria e degli affetti, Longega può far scivolare le parole sui piccoli eventi del quotidiano, sugli insignificanti equivoci che puntellano la storia personale, può ricostruire eventi familiari che a prima vista apparirebbero marginali, fare leva su quelle emozioni che non trovano più diritto di cittadinanza sulla pagina letteraria. Può cioè ancora stupirsi, commuoversi, turbarsi, provare pietà, intenerirsi, senza che questo risulti imbarazzante per chi legge o per chi scrive, ma anzi ottenendo un effetto di trasparente innocenza e di grande incisività. La vita si anima così di un dialogo minimo e straziante, anche di fronte alla malattia e alla morte della madre, a cui sono dedicate numerose liriche, dove oggetti d’uso quotidiano e domande universali sono messi in relazione e si contaminano attraverso il tono pacato e cantilenante dei versi: “Merli che ve sento / prima che fassa matina / parléme co la vostra / vose prima, come fusse / la nòte de Nadal. / Conteme del mondo / (savé de la Elvira? De la so tuta / de cinilia?) / e de quelo che ne l’aria / e in mèzo ai rami / se tramanda”.
Longega è capace di affrontare, come ricorda Vivian Lamarque nella partecipe introduzione al volume (“le mie poesie – scrive in apertura – amano molto le poesie di Andrea Longega”), i grandi temi della vita e della morte, sempre con una grazia che riesce a restituirci tutta la sofferenza e tutta la bellezza di cui sono intrise le nostre esistenze e che sembra vogliamo dimenticare: “Xe cussì semplice / nasser e morir / che tutto el resto me par / inutilmente complicà”.
(pubblicato sul sito Giudizio Universale)

Lo spettro di Manzoni

Cosa faccio leggere ai miei alunni? La domanda si ripropone ad ogni inizio d’anno scolastico. Ogni volta, non so fornire una risposta che risulti pienamente soddisfacente. Vorrei qualcosa di nuovo, che sappia far capire ai giovani lettori, senza immiserirli, che la letteratura non è solo roba di secoli fa, che parla anche a loro, ad ognuno di loro. Mi sforzo, credetemi, penso e ripenso, chiedo consiglio. Ci metto tutto l’impegno. Ma sulla scelta presto incombe lo spettro di Alessandro Manzoni. Il suo romanzo l’abbiamo letto tutti tra i banchi di scuola, nei cui programmi entra di prepotenza addirittura già negli anni Ottanta dell’Ottocento. Le ragioni del successo scolastico sono chiare: I promessi sposi è opera utile per affinare lessico e sintassi e risulta un insieme pedagogico di rara potenza: patriottismo, storia, valori religiosi e morali, considerazioni sui rapporti di forza nella società, personaggi buoni e cattivi su cui proporre sermoni edificanti, ecc. Insomma già alla fine del XIX secolo il romanzo del lombardo irrompe sulle caute mattinate scolastiche (insieme a Cuore di De Amicis, adatto ai più piccoli e che resiste però solo fino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso) per non più abbandonarle.

manzoniDeve essere per questo che Manzoni popola i miei incubi di insegnante. Appena penso a un romanzo da far leggere al biennio delle superiori (che so, per non allontanarmi troppo dal repertorio storico, potre provare con La Storia di Elsa Morante o Metello di Pratolini, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, o addirittura Sostiene Pereira di Tabucchi) ecco presentarsi lo spettro, accompagnato da una schiera inquieta di anime di insegnanti a spiegarmi che senza quella lettura (“tagli pure qualcosa, la capisco” mi rassicura il padre del romanzo italiano) contribuirò a formare alunni disadattati e insolenti, che non sono cresciuti animati da buoni propositi perché non si sono emozionati per le lacrime di Lucia o per la conversione dell’Innominato, non hanno avuto modo di considerare quanto sia grande la misericordia di Dio, né hanno gioito, sia pure con qualche esitazione, mentre don Rodrigo sul letto di morte cerca inutilmente di richiamare al capezzale i suoi servitori. E che dire di don Abbondio? Come fa un ragazzino di quindici anni a non riflettere almeno una volta sul paragone del vaso di terracotta che viaggia in compagnia di molti vasi di ferro?

Lo spettro arringa con toni severi. Le anime degli insegnanti (del purgatorio? ma mi sembra di riconoscere qualche professoressa ancora in vita) mi squadrano con sguardi truci. Una prof bassina, pallida quanto basta alle circostanze, mi aggredisce: “E chi è poi questo Tabucchi? Avesse almeno detto D’Annunzio!”. Io cerco di difendermi: solo per quest’anno, dico a testa bassa, per provare, poi tanto lo so che dovrò fare marcia indietro, assalito dai sensi di colpa e dalla collera dei colleghi. Loro mi guardano sgomenti. Manzoni scuote il testone: non approva.

Io la mattina dopo entro in classe e dico subito ai ragazzi, così mi tolgo il peso, di portare per la prossima lezione una copia de I promessi sposi. “Ma ci aveva detto – azzarda la biondina al primo banco – che avremmo letto altro”. “I promessi sposi bisogna conoscerli” dico io convinto. “Ma non sono nell’elenco dei libri di testo” si sente sussurrare dai banchi di fondo”. “Non importa – concludo – a casa vostra o dei vostri nonni ce ne sarà sicuramente una copia”.

Le parole della poesia

Spesso le parole nella poesia seguono un loro percorso autonomo, quasi che le scelte lessicali fossero indipendenti dalla volontà di chi scrive. Si attraggono, si sistemano in una posizione a loro conveniente, in un ordine che non potrebbe risultare diverso, e che pure non è suggerito da nessuna spinta che sia unicamente razionale. O al contrario si respingono: semmai solo in quell’occasione e in quel verso ci dicono che non possono stare insieme, non si sopportano, malgrado nulla, nessuna regola grammaticale o sintattica, ne impedisca la convivenza. E’ anche per questo che parte del significato della poesia sfugge a chi ne è l’autore, che è perciò costretto a porsi dinanzi al proprio testo con lo stesso margine di inconsapevolezza e di curiosità di ogni altro lettore.
Le parole si impongono attraverso una loro fisicità, sono quelle e solo quelle e solo in quella determinata posizione a essere giuste, anche se non ci è chiaro perché non siano rimpiazzabili né perché non possa essere modificata la loro posizione.
Scrive Giovanni Giudici in quel volumetto davvero straordinario che è Andare in Cina a piedi: “Ci sono situazioni del discorso poetico in cui l’uso di certe parole o espressioni si rivela del tutto fuori luogo; e questo non per una qualche regola formulata, fissata e dunque apprendibile, ma per altre e più profonde ragioni di sostanza che toccano l’intima natura della lingua, la sua fisiologia, i suoi interni equilibri”.
Tutto ciò è vero soprattutto per le rime. Una parola in rima è capace di suggerire un tragitto inaspettato, una nuova meta. Eravamo diretti in una direzione e la rima ci fa curvare, ci porta in un altro verso.
Ecco Leopardi nello Zibaldone: “Ne’ versi rimati, per quanto la rima paia spontanea, e sia lungi dal parere stiracchiata, possiamo dire per esperienza di chi compone, che il concetto è mezzo del poeta, mezzo della rima, e talvolta un terzo di quello, e due di questa, talvolta tutto della sola rima. Ma ben pochi son quelli che appartengono interamente al solo poeta, quantunque non paiano stentati, anzi nati dalla cosa”.
Negli ultimi decenni la poesia ha rinunciato di fatto alla rima. I poeti vogliono forse pieno controllo anche su quella mezza parte del significato che sarebbe, come assicura Leopardi, di pertinenza della rima stessa. In questo modo però viene meno quella possibilità di dirottamento che porta verso inaspettati punti d’arrivo.