Chi pubblica la poesia?

Le turbolenze che hanno interessato negli ultimi mesi la casa editrice Mondadori mettono in apprensione il mondo della poesia, costituzionalmente fragile e portato all’inquietudine. Si teme la chiusura della prestigiosa e ambita collezione dello Specchio. In effetti, basta fare due conti per fugare ogni preoccupazione: risulta infatti del tutto inutile cessare l’attività di una collana che pubblica pochi libri l’anno (nel 2015 solo quattro, e dobbiamo credere, come del resto accade per tutta l’editoria di poesia, in un numero non esagerato di copie), e che dunque non comporta nessun rischio economico veramente rilevante per la casa editrice. Insomma Lo Specchio è una collana che mette in moto investimenti sicuramente limitati e i cui tonfi, qualora dovessero esserci, non sarebbero mai paragonabili ai fiaschi in altri settori. D’altro canto, se proprio si vuole parlare di poca attenzione della casa editrice di Segrate, avremmo dovuto farlo un po’ di anni fa, quando è apparsa evidente una progressiva rinuncia a rappresentare un punto di riferimento certo per la poesia, come era avvenuto nei decenni precedenti.

Quindi tranquilli, Lo Specchio mondadoriano dovrebbe continuare (almeno per il momento) le sue pubblicazioni, sia pure con la cadenza sempre più rallentata degli ultimi tempi: quest’anno due italiani (Majorino e De Angelis) e due stranieri (Krüger e Levine), contro i tre più tre della scorsa stagione. Proseguirà senz’altro le pubblicazioni anche la meritevole nuova linea degli Oscar Poesia con la riproposizione dell’intera opera poetica di grandi voci del Novecento (tra gli ultimi, Bellezza, Fortini, Giudici, in programmazione Conte e Orelli).

Giorgio Orelli, a cui Mondadori dedica un Oscar Poesia

Giorgio Orelli, a cui Mondadori dedica un Oscar Poesia

D’altra parte però Lo Specchio continua a riflettere l’immagine, non certo radiosa, della generale situazione editoriale della poesia. Lo scarso interesse, per dirla con un eufemismo, nei confronti della produzione in versi, è riassumibile in due assiomi. Il primo è contenuto nella formula “tanti poeti pochi lettori”, dove i “pochi” possono essere quantificati, a detta del critico e poeta Alberto Bertoni (La poesia contemporanea, Il Mulino, 2012) in circa tremila, a fronte di un numero di scriventi almeno cento volte maggiore. Che siano questi o no i numeri, risulta comunque chiaro come buona parte degli scrittori di versi non siano lettori abituali di poesia.

Il secondo postulato, che non viene mai messo in dubbio, è che “la poesia non si vende”, espressione che, almeno per una volta, varrebbe la pena considerare in un’accezione diversa da quella solita; i libri di poesia non sono cioè un oggetto scarsamente commerciabile, ma non si vendono in quanto per l’appunto non sono in vendita. Non si vuole qui affermare il principio etico della non commerciabilità dell’opera d’arte, quanto costatare proprio che l’oggetto libro di poesia di solito non è messo in vendita, almeno nei luoghi tradizionalmente deputati a questo. I libri di poesia contemporanea infatti non sono distribuiti (dai piccoli editori) o sono malamente distribuiti, di solito con una punta di fastidio (dai grandi, cioè Einaudi e Mondadori, avendo Garzanti, e prima ancora Guanda, già da tempo rinunciato all’impegno). Non è un caso del resto che le librerie, anche le più accreditate, riservino ai libri di poesia un angolo buio in fondo all’ultima sala, con grande presenza degli intramontabili Neruda e Lorca, forse di Leopardi, che resistono tra molte antologie di poesia d’amore e qualche sparuta traccia di Montale, quasi mai di Saba. Dei poeti contemporanei qualche risibile segno, quasi sempre in formulazione straniera.

L’assioma che vuole che la poesia non si venda andrebbe se non altro ampliato con un corollario: “non si vende, perché non è in vendita”. Il paradosso prosegue con un’ulteriore domanda: si comprerebbe, se fosse in vendita?

Nel febbraio del 2012 Saviano lesse in tv in prima serata alcune poesie di Wisława Szymborska. Nei giorni successivi l’antologia La gioia di scrivere, pubblicata tre anni prima e contenente tutti i versi della poetessa polacca, vendette quindicimila copie, creando qualche problema all’editore Adelphi che non aveva previsto il successo improvviso del libro. Forse manca a monte un’attenta politica editoriale, capace di spingere il prodotto anche quando si tratta di un libro di poesie. Ma prima ancora sarebbe necessario operare delle scelte che tengano conto del bisogno espresso dai lettori (tutti, senza distinzione) di testi che siano in grado di parlare alla sensibilità comune e non di custodire esclusivamente elucubrazioni, in una lingua privata, sull’ombelico di chi scrive.

Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska

Alfonso Berardinelli su Il Foglio del 15 luglio scrive: Di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta. Non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita le grandi, medie e minime collane che esistono” E lascia poi intendere che non sempre le case editrici maggiori procedano con scelte ragionate alla selezione dei titoli, lasciandosi piuttosto tentare da “opportunismi”: tanto, afferma lo stesso Berardinelli, “la critica di poesia beve tutto, oppure tace”. Insomma “prima viene l’amico, poi l’amico dell’amico, poi quello che si mette al tuo servizio” e via dicendo.

Eppure i piccoli editori di poesia specializzati sono molto attivi, segno di una vitalità del settore che permette comunque un accettabile recupero economico, soprattutto grazie alle vendite online e al concorso alle spese da parte degli autori, spesso richiesto sotto la formula dell’acquisto di un certo numero di copie. In questa prassi non c’è nulla di veramente scandaloso, se non quando si procede con superficialità nella selezione dei titoli (come si fa a dire di no a chi di fatto si paga il prodotto realizzato?) e con successiva scarsa premura nella promozione e diffusione del libro.

Sta di fatto che senza l’opera di questi editori il brulicante mondo della poesia, animato da alcune significative voci poetiche, anche giovanili (con un po’ di ottimismo, si va oltre i conteggi di Berardinelli), ma anche da un fitto sottobosco di esternatori dei propri sentimenti nelle forme più banali, non troverebbe modo di esprimersi. La Vita Felice, Crocetti, Raffaelli (che da un paio di anni pubblica un pregevole Almanacco), Campanotto, Interlinea, Puntoacapo, LietoColle, Moretti & Vitali, per citare alcune tra le case editrici di poesia più presenti, si barcamenano tra mille difficoltà, tra cui molto spesso anche quella di non riuscire a tener vivo un sito che sia, graficamente e per funzioni, al passo con i tempi, con il risultato di essere del tutto assenti negli scaffali delle librerie e di risultare sconosciuti al pubblico, anche a quello dei lettori di poesia.

C’è poi internet, le mille riviste online, gli e-book che è possibile scaricare gratuitamente o per pochi euro, i blog e i siti che parlano di poesia. Un’occasione ancora tutta da verificare e da sfruttare. Un mondo dove per il momento buona parte dei poeti più affermati si muove con difficoltà, quando non proprio considerando un impiccio il web e le sue manifestazioni. Ma questo è un altro capitolo.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it

 

RELIQUIARIO DELLA GRANDE TRIBOLAZIONE di Giuseppe Langella (Interlinea)

Durante la prima guerra mondiale, come forse mai era accaduto in precedenti conflitti, i soldati avvertirono se stessi come uomini piccoli e smarriti, alla ricerca di un’umanità che sentivano persa per sempre. La loro lotta, prima ancora che contro un nemico del quale sapevano poco e che certo non avevano ragione di odiare, si svolse innanzitutto contro le avverse e terribili condizioni naturali, le enormi montagne, il freddo dell’alta quota, le nevi che sembravano non volersi mai sciogliere, il fango delle trincee, il caldo opprimente dell’estate. Ai terribili nuovi armamenti si rispondeva con strumenti di difesa assolutamente inadeguati. Il conflitto venne combattuto innanzitutto contro la propria fragilità di uomini. Anche per questo la Grande Guerra è stata oggetto di riflessione di tanti tra narratori e poeti.prima guerra

La vana e coraggiosa fatica dei singoli chiamati a lottare contro forze più grandi di loro è oggetto della breve e intensa raccolta poetica di Giuseppe Langella, spinto all’impresa dalla consuetudine con i luoghi che furono teatro di alcuni tra i più drammatici eventi della guerra e sollecitato dall’incontro con l’artista camuno Edoardo Nonelli, autore della scultura Croce, realizzata assemblando reperti bellici, a volte anche solo frammenti, dotati comunque di grande suggestione, recuperati sulle pendici dell’Adamello, dove vennero scavate trincee e dove i soldati furono chiamati a sforzi sovrumani.

In Reliquiario della grande tribolazione, pubblicato da Interlinea, Langella opera allo stesso modo di Nonelli, partendo appunto dalle reliquie, dai ritrovamenti minimi qui soltanto evocati, e ricostruendo, a partire da quelle antiche tracce, le condizioni miserevoli di quanti si trovarono, a volte provenienti da regioni lontane, a combattere il conflitto. Lo sguardo del poeta è pietoso e partecipe, la sua voce si veste di un tono religioso, peraltro richiamato già dal titolo della raccolta, che non può che riportare anche ai versi di Ungaretti e in particolare alla poesia I fiumi, dove il soldato-poeta dichiara di essersi disteso nell’Isonzo come “in un’urna d’acqua” e di aver riposato “come una reliquia”.

A differenza di Ungaretti, pure citato in esergo della sezione Stazioni (che rappresentano le fermate di una dolorosa e crudele via crucis), Langella sceglie per le sue poesie una cadenza di carattere popolare, segnata dalle rime, anche baciate, come avviene nella lirica che apre il libro, dal titolo appunto Reliquie. Langella assume punto di vista e sofferenza degli sconfitti, e in questa guerra sono sconfitti tutti, anche coloro che potranno dirsi salvi e tornare alle proprie case, ma può farlo solo dalla distanza dei cento anni che sono trascorsi dal conflitto, può farlo guardando e facendo parlare i resti che la guerra ha lasciato sul terreno e che la natura, a distanza di anni, restituisce: sono “assiti, pioli, stanghe, tavolacci, / cui il tempo, l’aria, i ghiacci, / hanno impresso il colore delle ceneri”. Le reliquie contengono la traccia, la lontana presenza, di quelle vite che la guerra segnò per sempre, che vengono anche richiamate dai suoni stessi delle parole, dal timbro spietato e popolare, che sembra ricordare i canti che accompagnavano le marce e le attese dei soldati: “Casematte, cunicoli, tettoie / divelte, feritoie, / schegge, cassette, lamiere ritorte, / ostaggi della sorte; / carrucole, funi, reticolati, / sbarre, ferri incrostati / di ruggine, scheletri di baracche, / ghirbe, taniche, sacche: / di tanti alpini, delle loro gesta, / è tutto quello che resta”.

Giuseppe Langella, che a Milano insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica ed ha esordito in volume nel 2003 presso San Marco dei Giustiniani con la raccolta Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore, è poeta colto che comunque sa rinunciare alle asprezze del dettato per aderire, come in questo caso, alla materia trattata, per farla diventare esperienza comune.

I resti di lamiere e legno, dei reticolati, i brandelli di stoffa, scandiscono un percorso, che nel volume è segnato in parallelo dalla riproposizione di disegni e litografie in gran parte realizzati proprio dai soldati che combatterono nel corso della Grande Guerra. E’ un percorso in cui si rappresenta la condizione di sofferenza e fragilità degli uomini, il continuo dialogo tra vita e morte che di nuovo emerge dai reperti che sembrano ancora avere impressi i segni di quei destini: “O legno centenario, / arso dal sole, scavato dai venti, / tutto costole e solchi, schegge e fori, / midollo che si spacca dai dolori, / fosti fasciame che scalda e ripara, / buono per la baracca e per la bara”.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it

 

Pluton Portraits 1

Ha rughe incise al fondo di pianure
e lungo gli occhi, segno si saggezza
o di stanchezza per l’eterno giro
lontano da ogni centro. In primo piano
la cute secca per invecchiamento
e per fatica, dio di rapimenti
e di trasalimenti, grigio nume
sorvegliante di sé, ergastolano
e carceriere, mostri la tua fronte
segnata dalle macchie sulla pelle,
la regale pupilla, sguardo ghiaccio
e già distante. Il ritratto fissa
i brufoli, le piccole escrescenze,
il gelido respiro dei crateri,
l’epidermide glabro ed acciaccato,
la coltre d’elefante, un vasto canyon
tra muscolo e montagna arrugginito.

 

Plutone fotografato dalla sonda New Horizons (Nasa)

Plutone fotografato dalla sonda New Horizons (Nasa)

 

Pluton Portraits 2

plutone-pianeta

 

Plutone mette in mostra la sua faccia:
il grande cuore del dio dell’oltretomba,
il nano un tempo ultimo pianeta
del sistema solare, ora gran pietra
ma levigata, una boccia astrale,
sovrano invisibile di un regno
di sudditi defunti, resta in posa.
Sono gli inferi dunque una normale
tappa tra noi e lo spazio senza fine,
Averno galleggiante in zona ghiaccia
e di confine, sfera titubante
di cui rimane traccia nelle foto
spedite dentro il vuoto dalla sonda
New Horizons, di stelle paparazzo
e di divi, in trasferta ultramondana
tra i set delle galassie e le appannate
luci di incerto appeal del sottosuolo.
Vortica Ade, mentre già distante
il fotografo seguita nel volo.

 

Plutone, il dio degli Inferi

Plutone, il dio degli Inferi

 

 

 

La scuola è di chi deve imparare

Procedono verso la conclusione gli esami di Stato, mentre la discussa riforma della scuola conclude il suo tormentato iter parlamentare. L’impressione che si ricava dalla risposta dei giovani di fronte alle prove cui sono sottoposti al termine del loro percorso scolastico, è che i nuovi diplomati abbiano a disposizione conoscenze ampie, che sanno come utilizzare nell’ambiente scolastico, ma che non riescono a mettere in relazione con il mondo circostante. O almeno appare piuttosto evidente che gli studenti vivano l’insegnamento che la scuola propone come qualcosa che non serve a spiegare la vita: sono in possesso di molte informazioni, forse anche in numero maggiore di quelle di cui potevano disporre le generazioni precedenti, ma non riescono a metterle in relazione con la realtà, perché non credono che esse abbiano alcun rapporto con la loro vita. Il sapere, nel loro caso, spesso non genera passione, né è percepito come uno strumento che serva a decodificare le domande che la realtà impone. Alcuni di loro sono stati negli anni della scuola lettori anche interessati e partecipi, ma a partire dai prossimi mesi, nella maggior parte dei casi, abbandoneranno la pratica della lettura, che vivono come attività immediatamente legata agli impegni scolastici.

Bambini seduti ai banchi i primi giorni di scuola

Di tutto questo e di tanto altro che riguarda l’insegnamento non si è parlato in questi mesi di discussioni sulla riforma, lasciando che gli argomenti principali fossero i piani delle assunzioni, la questione dell’immissione in ruolo dei precari, le polemiche sulle funzioni e sui poteri dei dirigenti scolastici, i cavilli burocratici. E’ mancato il confronto, complice anche una certa timidezza degli intellettuali, su cosa debba essere l’insegnamento e su come sia possibile affrontare quel rinnovamento che appare oggi necessario se si vuole che il sapere duri nel tempo e che dunque l’azione di chi opera nella scuola sappia intercettare i bisogni di conoscenza di generazioni che rischiano di regredire velocemente verso uno stato di perenne distrazione e di rassegnata disattenzione nei confronti dei movimenti del mondo.
Di questi argomenti scrive Paolo Giordano su La Lettura del Corriere della Sera di domenica 28 giugno, sostenendo tra l’altro che forse “converrebbe finalmente spostare lo sguardo – senza pregiudizio, bensì con disponibilità e compassione – sui ragazzi seduti dietro i banchi”. Insomma il mondo della scuola (del quale comunque farebbero parte, e ce ne dimentichiamo spesso, anche studenti e famiglie) è sempre disposto a parlare del “sistema di per sé, con le sue regole e le esigenze di chi vi opera”, mentre sarebbe il caso di spostare l’attenzione “su chi deve usufruirne, su chi necessita di imparare”.
Per attuare questa “piccola rivoluzione”, bisognerebbe cercare di dare una risposta ad una serie di domande, che Giordano così sintetizza: “Chi sono gli adolescenti di oggi? Quali bisogni hanno? Come funziona il loro apprendimento? I programmi ministeriali e i criteri di valutazione sono sintonizzati con la realtà tecnologica, multiculturale, priva di gerarchie standard e sottilmente perversa nella quale vivono?”. Ma queste questioni, ricorda lo scrittore, sia da parte del governo che del fronte antagonista degli insegnanti non sono ritenute urgenti. Forse nemmeno sostanziali, aggiungo.
La verità è che per dare una risposta alle domande di Paolo Giordano è necessario già avere in atto un nuovo modello di insegnamento, che non indulga eccessivamente, come succede, nelle lezioni frontali, e che si realizzi invece attraverso la volontà degli insegnanti di mettere in gioco il proprio sapere e di arrivare a un dialogo vero con chi è di fronte. Un insegnamento che non comporti solo la trasmissione di informazioni e nozioni, ma che sappia incuriosire e stupire, costruendo la conoscenza sulla consapevolezza che il sapere non può essere ripetizione di formule già note, ma ricerca e rivelazione.
Questa pratica dell’insegnamento è già presente nelle nostre scuole, grazie a un numero nemmeno tanto esiguo di insegnanti, ma per ora interessa a pochi, e questi pochi sono quasi esclusivamente studenti, in grado di riconoscere e di seguire chi è in grado di condurre verso territori nuovi e sorprendenti. Una riforma che voglia dare vita a una scuola i cui risultati sulla vita dei singoli durino nel tempo non può che partire dalla riflessione su questi aspetti.

L’OMBRA DI CHI PASSA di Alessandro Quattrone (Puntoacapo)

L’editoria di poesia vive ormai da decenni in una condizione di sospensione, uno stato vegetativo da cui sembra impossibile riemergere. Non essendo neppure più considerata fiore all’occhiello per le case editrici, che potevano così giustificare scelte su altri versanti assolutamente commerciali, non supportata da nessuna forma di promozione, finisce per sottostare a scelte determinate da decisioni di basso profilo, se non addirittura prive di senso. Ne fanno le spese libri di notevole livello, cui viene offerta la possibilità di affrontare il pubblico, quello beninteso ridottissimo del caso, solo grazie alla presenza coraggiosa di piccole case editrici specializzate, che si barcamenano tra mille difficoltà, tra cui quella di non essere in grado di garantire una distribuzione adeguata, attività peraltro non sostenuta, nel caso della poesia, nemmeno dalle grandi case.

La premessa vale a raccomandare attenzione verso le proposte di un agguerrito gruppo di editori di poesia e a introdurre il discorso relativo al nuovo libro di versi di Alessandro Quattrone, L’ombra di chi passa, edito da Puntoacapo. Si tratta infatti di un volume che raccoglie liriche di grande intensità, degne di arrivare a un pubblico vasto, se non altro per il rifiuto di muoversi all’interno di un panorama asfitticamente introspettivo, paesaggio spesso frequentato dalla produzione poetica italiana degli ultimi anni. La poesia di Quattrone risolve la complessità del pensiero, la ricerca di un oltre sempre imperscrutabile e perciò destinato ad essere costantemente cercato, l’apparente banalità di un quotidiano che in effetti nasconde mille insidie e innumerevoli domande, in un dettato chiaro ed accessibile, che invita il lettore a una relazione, apparentemente fondata su presupposti scontati, ma che presto si snoda in riflessioni che costringono ad un’ottica inconsueta e frastornante. NATURA-MORTA-DI-GIORGIO-MORANDI_2

Alessandro Quattrone è nato nel 1958 a Reggio Calabria e vive da tempo a Como, dove insegna. Il suo primo libro di poesia, Interrogare la pioggia, risale al 1984; al volume d’esordio fece seguito nel 1993 Passeggiate e inseguimenti. Dopo un lungo silenzio poetico, puntellato da varie traduzioni e dalla pubblicazione di un romanzo, nel 2013 ha dato alle stampe la raccolta Prove di lontananza.

Il mondo che si delinea in L’ombra di chi passa è limitato a un territorio circoscritto, popolato di oggetti, di piante, di animali, soprattutto di insetti, riconoscibili e familiari. La zanzara, la mosca, la cimice, la formica, il passero sembrano costringere autore e lettore a limitare lo sguardo agli immediati dintorni, si pongono come un freno perché il passo non ardisca verso paesaggi insoliti. Eppure i versi svoltano presto verso verità inaspettate, soluzioni penetranti e impreviste. Il conosciuto serve da ancora che tenga al riparo da possibili scivolamenti, si propone come una prospettiva agognata, ma in effetti irrealizzabile, come è detto già nella lirica che apre il volume: “Sapessimo imitare la saggezza / delle cose ferme al loro posto / da mesi o da decenni, / noi anime in continuo movimento / senza una terra né un giardino / dove obbedire muti alle stagioni, / sapessimo restare immobili / come quadri appesi alle pareti, / con i nostri colori che chiedono solo / di avere una forma e una cornice”.

Gli insetti devono al loro essere piccoli e alla brevità della vita il raggiungimento di una beata consapevolezza senza aspettative, che li libera dalle incertezze relative al futuro e dalle domande sul proprio stato. Così la pioggia che cade inesausta cancella rumori e voci nella strada, “ma risparmia il suono impazzito / della cimice che si sa mortale”. Del resto anche l’uomo è un essere piccolissimo di fronte ai grandi accadimenti della natura e ai suoi numeri, anche l’uomo nella sua ricerca infinita sembra alternare “silenzio e ronzio, sbattendo / contro il soffitto e le pareti”, ma la sua condanna è continuare a credere che sia possibile il futuro e che il passato sia veramente custodito da qualche parte. Ed è per questo che il piccolo essere umano non riesce a trovare una collocazione che lo soddisfi, un posto nel quale sentirsi veramente a casa: “Guardando questa immensa trasparenza / non sappiamo se è il nulla o la pienezza / che amiamo, e rimaniamo a lungo incerti / fra vertigine e equilibrio”.

La realtà, proprio quando si presenta ordinata e precisa, appare minacciosa, perché ci mette di fronte alla nostra volontà di dare un senso al mondo, di comporre in un disegno nitido e preciso i pezzi frammentati dell’esistenza, per scoprire che c’è sempre qualcosa che non torna, un particolare che rimette tutto in discussione: “La cucina pulita ci minaccia / con i suoi silenzi di bottiglie vuote, / con i suoi mormorii di uva bianca, / con la tranquillità irrimediabile / di un calendario scaduto”.

E’ possibile recuperare momenti di pienezza, di soddisfatta autenticità, solo a costo di credere che la felicità sia esercizio passeggero e che essa risieda in avvenimenti minimi, nel precario benessere di un attimo di equilibrio. Chi però, anche se solo per un momento, anche se solo per “miracolo, magia, fantasia”, ha raggiunto una comprensione, sia pure del tutto parziale, della nostra vicenda nel mondo, non può che guardare agli altri, secondo un modello che arriva a Quattrone da Sbarbaro e Montale, come a ombre, a una folla di “appestati incosapevoli” (“una compagnia di strani condannati sorridenti” li chiamava il poeta di Pianissimo; “gli uomini che non si voltano”, “l’altre ombre che scantonano” scriveva Montale): “Quanto azzurro allegro d’ombre / intermittenti sulla sponda del lago: / è solo un intervallo, questo, / solo una breve pausa lirica / nel trascorrere di un cammino epico. / Una folla vagante di appestati / inconsapevoli, colmi di storia / e di giudizi, ci trascorre accanto. / Tutti possessori di porzioni / di aria, di acqua, di nuvole”.

(pubblicato sulla rivista online Succedeoggi)

 

 

Fogli Volanti a Siena

                                                                                                                           Fogli volanti Fo

Venerdì 26 giugno alle ore 18.30 alla libreria Einaudito di Siena sono di scena i Fogli Volanti, le raffinate edizioni d’arte di Margherita Cassani e Daniela Denti. I Fogli nascono a partire dalle sollecitazioni dei versi dei poeti. Insieme ad Alessandro Fo leggeremo le nostre poesie e parleremo dei nostri libri.

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Pin e Calvino all’esame per diventare grandi

Pin è un ragazzino, che vive in una zona di confine tra l’infanzia e il mondo degli adulti. E’ ancora attratto dalle fiabe, anzi crede che le “storie di uomini e donne nei letti e di uomini ammazzati o messi in prigione”, le storie insomma che ha sentito raccontare dagli adulti in un periodo così intriso di realtà, e insieme così ricco di fascino avventuroso, qual è quello in cui vive, siano in effetti “specie di fiabe che i grandi si raccontano tra loro”.

Il brano scelto per l’analisi del testo della prova di italiano dell’esame di Stato 2015 è ricco di suggestioni e riesce a parlare direttamente al mondo degli adolescenti, che dovrebbero in parte riconoscersi nella “nebbia di solitudine” che si condensa nel petto del protagonista de Il sentiero dei nidi di ragno, nella sua voglia di sentirsi grande e nella paura ad un tempo di affrontare il mondo degli adulti che è pur sempre respingente.

Un fotogramma del film "Sciuscià" di Vittorio De Sica

Un fotogramma del film “Sciuscià” di Vittorio De Sica

I ragazzi non vogliono bene a Pin”, perché Pin “è l’amico dei grandi”, a cui “sa dire cose che li fanno ridere e arrabbiare”. Pin potrebbe rifugiarsi dunque tra gli adulti, ma questi “pure gli voltano la schiena”, sono anche loro “incomprensibili e distanti per lui come per gli altri ragazzi”.

E’ questa in fondo l’adolescenza, la terra di mezzo in cui è possibile sentirsi soli anche in compagnia di tanta gente, in quanto si comunica attraverso una lingua che non può essere più compresa dai bambini, perché non è più quella dell’infanzia che fa a meno della realtà o la distorce profondamente, ma che non riesce nemmeno a parlare ai grandi, perché questi non sono più disposti a credere che le parole generino la realtà e non viceversa.

Ma c’è di più. Pin, che ancora crede che i racconti degli adulti per descrivere la realtà siano “specie di fiabe”, è come lo scrittore Calvino (ma in fin dei conti è forse come ogni scrittore) che per raccontare le vicende della Resistenza deve in qualche modo sospenderle in un alone fantastico e fiabesco. Per narrare la realtà insomma bisogna essere un po’ adolescenti, avvertire il peso degli avvenimenti che quotidianamente ci aggrediscono, partecipare al gioco di vita e di morte che segna le giornate, ma anche, come vorrebbe fare Pin una volta entrato “nell’osteria fumosa e viola”, luogo deputato al raduno degli uomini adulti, dire “cose oscene, improperi mai uditi”, cioè parlare la lingua dei grandi, ma anche cantare “canzoni commoventi, struggendosi fino a piangere e a farli piangere” e inventare “scherzi e smorfie così nuove da ubriacarsi di risate”.

Insomma Pin vuole tentare di essere adulto senza cessare di comportarsi come un bambino. L’ultimo passaggio del brano scelto per l’esame di Stato è anche un’anticipazione di quella che sarà la narrativa di Calvino. E in fondo è una descrizione di quello che è la letteratura: cose oscene, canzoni, scherzi e smorfie.

La brutta scuola

L’ampia sollevazione degli insegnanti contro l’ipotesi di riforma della scuola voluta dal governo, al di là del comprensibile malcontento che dà origine alla protesta, nasconde un atteggiamento di chiusura contro ogni possibile cambiamento, la volontà di conservazione di un modo di operare a cui si è in qualche modo abituati e che tranquillizza. La forte opposizione alla proposta di conferire ai presidi maggiore potere attraverso la possibilità di scegliere gli insegnanti da inserire nel proprio istituto e dunque di valutarne il lavoro, in effetti dissimula la propensione a volere che nessuno giudichi l’azione degli insegnanti e che non si parli di differenze tra l’uno e l’altro docente. Infatti, di fronte alla possibilità che il preside non agisca da solo, ma con l’ausilio di collaboratori, di genitori e studenti – i rappresentanti cioè dell’utenza della scuola – il coro si solleva ancora più alto e minaccioso. Insomma, il messaggio è chiaro: nessuno può valutare il lavoro di chi insegna se non gli insegnanti stessi. 

Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) tra i banchi di scuola nel film "I 400 colpi" di Truffaut

Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud) tra i banchi di scuola nel film “I 400 colpi” di Truffaut

Che sia però necessario un cambiamento profondo è sotto gli occhi di tutti, e soprattutto delle famiglie, a cui per ora nessuno ha chiesto un parere sulla riforma. La nostra è una scuola seria, certamente, ma vetusta, poco incline a rapportarsi alla realtà e ai problemi che il nostro tempo impone. Verrebbe da dire che la scuola si rispecchia negli edifici in cui solitamente è ospitata: nobili palazzi, un tempo di pregio, conventi, seminari, collegi, costruiti qualche secolo fa, una volta segni eleganti di un mondo tendente alla conservazione, ora adattati con notevoli sforzi al mutare della vita, ma ormai incapaci di essere al passo con i tempi. Ci siamo abituati all’idea che professori e studenti debbano muovere i passi su pavimenti di inusitata bruttezza, che le pareti delle aule non possano che dare l’idea di sciatta noncuranza, che le tende alle finestre, quando ci sono (per fortuna quasi mai!), somiglino a panni lavati anni fa e poi dimenticati al sole ad asciugare. Allo stesso modo ci siamo ormai assuefatti ad un modello che prevede che i programmi siano immutabili e validi in ogni dove, che le lezioni debbano avere le stesse caratteristiche di quelle che ci annoiavano quando eravamo studenti, che anzi la noia sia indispensabile all’apprendimento, così come siamo certi che sia necessario continuamente misurare quanto gli alunni stanno apprendendo. Non abbiamo nessuna intenzione di liberarci dalla convinzione che la serietà della scuola si evinca dal numero di ore che gli alunni dedicano allo studio a casa, mentre forse sarebbe opportuno impiegare diversamente il tempo trascorso a scuola, durante il quale gli studenti sono solitamente poco attivi. Allo stesso modo non sono pochi i professori che ancora credono che siano i brutti voti a decretare la serietà dell’insegnamento e che il piacere di studiare sia sinonimo di cattivo funzionamento dell’istituzione. Spesso degli alunni viene premiato l’atteggiamento passivo, l’assenso assente di chi non dà problemi, ma non offre nemmeno soluzioni, né alcun contributo a rendere più viva la lezione.

La scuola dunque sembra essere chiusa in se stessa, poco propensa ad accettare il confronto con l’esterno, sicuramente insofferente di fronte alle richieste che arrivano dal mondo, da quello del lavoro, come dalle famiglie. Vale la pena di aggiungere che una scuola che dialoga sempre meno con la vita è una brutta scuola.

Per andare avanti, per confrontarci con quello che avviene in buona parte dei paesi europei, è necessario cambiare e farlo radicalmente. Ha scritto qualche giorno fa sul Corriere della Sera Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica Istruzione, autore di una riforma allora boicottata e resa in parte inoffensiva, “oggi, nel secolo XXI, la scuola non solo deve formare la mente al rigore ma deve attrarre, deve presentarsi capace di far faticare nello studio, inesorabilmente, ma anche di suscitare gioia, emozione, di stimolare la creatività. Superare il monopolio del logocentrismo significa dare altrettanto spazio all’arte, all’espressività di ciascuno, al sogno, alla speranza”.

Senza creatività, espressività dei singoli, senza sogni e senza speranze non c’è scuola che funzioni. Senza bellezza, ed educazione alla bellezza, non c’è scuola. Bisognerebbe forse ripartire da qui.

NOTIZIE DEL MONDO di Philip Levine (Mondadori)

Immergersi nella lettura dello straordinario libro di poesie che è Notizie del mondo di Philip Levine, recentemente pubblicato nella collana Lo Specchio di Mondadori, è come fare un viaggio nell’irrazionalità dell’esistenza: si scoprono luoghi e avvenimenti a tratti meravigliosi, in altri casi terribili, comunque sempre sorprendenti e degni di essere raccontati, che dicono che la vita procede a tentoni, prende strade impreviste e senza senso, e proprio questa assurdità in fondo è la ragione del suo fascino e della sua oscura necessità. A conforto di questa osservazione valga la vicenda descritta nella poesia Giorni in biblioteca, nella quale il protagonista, confortato dalla luce del sole “che scendeva a fiumi dalle alte finestre”, si lascia andare a una confessione che nasconde anche una sussurrata dichiarazione di poetica: “Scelsi per prima una copia vergine de L’idiota / di Dostoevskij, ogni pagina del quale mi confermava / l’irrazionalità dell’esistenza”. Levine posa sugli eventi grandi e piccoli della vita il suo sguardo partecipe e pacato, nel tentativo di ricostruire il passato che dà sostanza alle sue notizie del mondo, per scoprire che è del tutto inutile cercare di dare un ordine agli avvenimenti. Le storie, che provengono da un tempo più o meno remoto, ritornano come schegge vaganti, avanzi di una realtà refrattaria a modellarsi in una composizione coerente.

Philip Levine è morto da un paio di mesi. Figlio di immigrati russi ebrei, era nato a Detroit nel 1928 e aveva cominciato a lavorare nelle fabbriche di auto all’età di 14 anni. Notizie dal mondo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2009, è il suo ultimo libro. Il mondo operaio, la difficile condizione di chi lavora per sopravvivere, come lo zio che viene colto “mentre chino sul mestiere sbagliato / nel posto sbagliato faceva il proprio ingresso / nell’epica non scritta del tedio”, affiorano nei ricordi del poeta, così come riemergono le vite umili e spesso infelici di uomini e donne che non hanno voce, destinati a sparire senza lasciare altra traccia che non sia quella rappresentata dalla loro presenza nei versi di Levine. 

Philip Levine

Philip Levine

Il verso di forte respiro narrativo che caratterizza queste poesie non cerca di ricostruire il passato attribuendogli solennità, né è orientato ad offrire un affresco realistico di una società marginale e depressa. Il viaggio nella memoria, che è anche ricostruzione di una geografia privata che spazia da Detroit a Cuba, dal Baltico delle memorie familiari al Portogallo, procede a sbalzi, con improvvise ellissi e con scarti inattesi, che rendono frammentaria e parziale la ricostruzione dei singoli avvenimenti. Delle vite delle persone che con il poeta hanno condiviso un pezzo di esistenza, o di quelle appena conosciute, è impossibile ricostruire le ragioni che hanno portato a scelte spesso insensate o sapere dove le ha condotte in seguito il destino. Anzi i segmenti che riaffiorano dimostrano come la realtà si sistemi in una composizione traballante e dissennata. Dal movimento a ritroso nel tempo nasce una sorta di commovente Spoon River, un cimitero dove non ci sono defunti a ricordare la propria esistenza passata, ma uomini colti in un attimo lieve e indeterminato della propria vita presente, lasciati come sospesi a chiedersi e a chiederci il senso delle azioni compiute e più in generale della loro e della nostra presenza nel mondo.

Del resto la memoria, già di per sé incapace di ricostruire con precisione il passato, non può che prendere atto che il trascorrere del tempo trasforma o cancella esseri viventi e cose, come è ovvio. La poesia di Levine tramuta questa condanna in meraviglia, conduce lo sconcerto a divenire nostalgia e grazia. Così nella poesia Ritorno a casa (la raccolta è tradotta da Giuseppe Strazzeri): “Un vero posto nella vera città / dove tutti siamo cresciuti. Ci passiamo accanto tu ed io / sulla strada di scuola o tornando a casa / dopo il lavoro. E’ dove sorgeva la vecchia casa / un tempo, i grandi occhi spalancati notte e giorno, / rimpiazzata dal nulla. Potresti definirlo un lotto vacante / ma vuoto non è. Iris selvatici in aprile, / come una spuma di bianchi fiori di pizzo che Mamma chiamava / cicoria selvatica, e ancora euforbia, segale, ginestra, / in autunno la seconda fioritura del rabarbaro / che nessuno raccoglie, una lunga trincea / adatta alla guerra e un tempo disseminata / delle travi rimaste dalla prima casa / crollata proprio qui”. La poesia si conclude con l’apparizione di una figura femminile e con l’amara e ironica costatazione dell’impossibilità di una soluzione che offra un riparo dall’inconcludenza del vivere: “Nella casa / che una volta qui sorgeva, si è levata un’ombra / per dare spazio al giorno, un ricordo di donna / quasi prende forma mentre lei resta / pietrificata alla finestra. Se stiamo zitti / potremmo forse udire qualcosa di vivo / muoversi lungo i vicoli polverosi / o nei giardinetti abbandonati, qualche / cosa lasciata alle spalle, lo spirito del luogo / che ci dà il benvenuto, se il luogo uno spirito l’avesse”.

I piani temporali si confondono e si sovrappongono offrendo al lettore illuminazioni improvvise, così come gli sparuti dialoghi inseriti nelle narrazioni possono aprire squarci sul nulla che avvolge i personaggi, subito disposti però a rientrare in una quotidianità che li affascina e li tramortisce, nell’irrazionalità che si riversa cupa e inevitabile sulle azioni. Nella poesia Dell’amore e altri disastri “l’operatore di presse del Nord / incontrò l’assemblatrice del West Virginia / in un bar vicino allo stadio”. A un certo punto la donna fa scivolare il discorso sulle proprie mani e sui solchi profondi scavati dal lavoro sulle palme. “ ‘La linea della vita’ / disse lui ‘qual è?’ ‘Nessuna’ / rispose lei e lui notò che aveva occhi / nocciola disseminati di pagliuzze / d’oro, e poi – imbarazzato – tornò / a guardarle la mano”. Poi lei gli pulisce gli occhiali e lui non riesce a vedere niente di diverso da prima. “E pensò ‘Meglio / filarsela prima che sia troppo tardi’, ma / sospettò che troppo tardi era ciò che desiderava”.

(pubblicato su succedeoggi.it)