Fosbury, Fo e il salto della poesia

Esiste qualche rapporto tra Alessandro Fo, poeta raffinato e latinista insigne, e il campione di salto in alto Dick Fosbury, olimpionico ai giochi di Città del Messico del 1968, nonché inventore della tecnica del salto dorsale che da lui prende il nome? La risposta è in una lirica di Fo, che apre la raccolta Mancanze, pubblicata nel 2014 nella prestigiosa collezione bianca di Einaudi, della quale peraltro ho già parlato in altra pagina di questo blog ( http://giuseppegrattacaso.it/?p=155 ).

al Figlio

                                          (non lontano da Ostia)

Nella casa in cui vivevo, adesso,
scuotendo per i passeri
la tovaglia in balcone,
l’aria sarà grida di bambini
all’uscita da scuola.

Là in alto era l’amore, all’ombra
di una storia famosa, la cui tempra
già toccava progetti di bambini.

Dal terrazzo si poteva ascendere
volendo, fino a Dio,
se non come Agostino,
gettandosi lo stesso
oltre i dubbi in un salto
verso la luna, verso l’Orsa Maggiore,
magari, come da ragazzo, alla Fosbury.

                                                            Però
nulla è mai davvero come sembra,
ma almeno sette volte più complesso.

La casa che compare nel primo verso è stata teatro di una “famosa” storia d’amore, che ora evidentemente è per il poeta solo un doloroso ricordo. La nostalgia di un passato che non potrà ripresentarsi è tutta nell’accostamento della condizione passata (“vivevo”) all’avverbio “adesso”, che invece implica un presente nel quale la vita di quel luogo continua a presentarsi con le sue attrattive e le sue possibilità, come l’atto, così sabiano, di scuotere la tovaglia per i passeri, ora azioni soltanto inespresse, lontane dalla quotidianità del protagonista. L’appartamento è posto nei piani alti in un palazzo di via dell’Orsa Maggiore, così in alto che il cielo sembra estremamente vicino, tanto che basterebbe un salto per ascendere fino a Dio, emulando S. Agostino, protagonista con sua madre dell’estasi di Ostia, che lo portò nel fervore della contemplazione a sollevarsi, come lui stesso ebbe a scrivere, verso l’Essere supremo, varcando il cielo e quindi oltrepassando le luci del sole, della luna e delle stelle. Via dell’Orsa Maggiore è a Roma in prossimità dell’Eur e dunque non dista molto da Ostia, come si può intendere dall’indicazione posta nell’epigrafe tra parentesi. Del resto, i nomi delle strade nelle vicinanze offrono ulteriore esortazione al salto verso l’alto, “se non come Agostino”, ma almeno in modo da gettarsi alle spalle ogni dubbio: via delle Costellazioni, via degli Astri. 

Insomma è il salto a riportare alla memoria Fosbury, la cui apparizione nella poesia è comunque dovuta ad un richiamo di carattere biografico: Alessandro Fo, “da ragazzo”, è stato una promessa del salto in alto, che praticava appunto seguendo nello stile l’esempio del campione olimpico. 

Fosbury a Città del Messico nel 1968

Fosbury a Città del Messico nel 1968

Non c’è dubbio che il salto alla Fosbury è quanto di più innaturale si possa immaginare per superare un ostacolo, sia pure esso solamente l’asticella della specialità dell’atletica. A nessuno verrebbe in mente di saltare di spalle. Eppure l’azione è certamente efficace, al punto che oggi nessuno più tra gli atleti pratica il salto ventrale. Non solo: il salto provato per la prima volta dallo statunitense, pur così artificioso, risulta oltremodo elegante, mirabilmente armonico, sembra addirittura semplice, tanto che viene da pensare che non esista altro modo per praticare un salto che si voglia insieme potente e aggraziato.

Non posso che pensare che queste sono anche le qualità del linguaggio poetico, che è un modo di usare la lingua sicuramente artificioso. Perché utilizzare rime, assonanze, un ritmo particolare, figure retoriche che aprono scenari impensati, per esprimere una sensazione, un sentimento, per raccontare un avvenimento? A chi verrebbe in mente di dire i propri pensieri in un modo così ricercato e innaturale? Forse agli stessi che saltano girandosi di spalle.

Alessandro Fo

Alessandro Fo

Quando il linguaggio poetico è privo di astrusità gratuite e di oscurità ingiustificate, ha la stessa grazia e la stessa efficacia, oltre che la stessa dose di folle genialità, del salto alla Fosbury. E’ estremamente studiato, ma anche piacevole ed equilibrato. Il suo effetto è di grande semplicità, tanto che in qualche caso il poeta è costretto specificare che “però / nulla è mai davvero come sembra, / ma almeno sette volte più complesso”.

Si può parlare di eventi dolorosi con l’area e artificiosa naturalezza di un salto dorsale.

E’ per questo che Fosbury e Fo vanno a braccetto.

Competenze

Tra le parole più frequentate in ambito scolastico negli ultimi anni, un posto di particolare rilievo spetta al termine competenze. La scuola infatti ai suoi vari livelli dovrebbe stimolare e migliorare negli studenti non solo l’acquisizione di conoscenze e abilità, ma in misura forse maggiore il conseguimento di competenze. Che cosa esse siano, in verità, non è del tutto chiaro, anche se appare evidente che dovrebbero rappresentare l’asse portante degli obiettivi dell’insegnamento e dunque costituire la base per la valutazione dei singoli alunni nonché del lavoro didattico nel suo complesso. In ogni caso un obiettivo del genere, considerata la centralità che esso assume, non può che spingere le scuole a rivedere, almeno in parte, le modalità e le finalità del percorso didattico. Nulla di tutto questo è avvenuto: la parola competenze passa di bocca in bocca a giustificare prassi contraddittorie, o per circondare di fumus dottrinale, quando non burocratico, e di una parvenza di innovazione, scelte a volte confuse, più spesso ancora legate a pratiche consolidate, quando non addirittura superate. scuola

Dal sito del Ministero dell’Istruzione si ricava che gli apprendimenti acquisiti dagli alunni nell’ambito delle singole discipline dovrebbero essere calati (il termine è ministeriale) “all’interno di un più globale processo di crescita individuale”, per cui “non è importante accumulare conoscenze, ma saper trovare le relazioni tra queste conoscenze e il mondo che ci circonda con l’obiettivo di saperle utilizzare e sfruttare per elaborare soluzioni a tutti quei problemi che la vita reale pone quotidianamente”. Insomma non si può dire di conoscere veramente se non si è in grado di servirsi delle proprie conoscenze, facendole diventare risorse per le proprie azioni nella vita di tutti i giorni. Viene da dire che è abbastanza inutile avere molte nozioni ampie di letteratura italiana, se questo non si traduce nella capacità di analizzare un testo più o meno complesso. Per cui, ad esempio, che uno studente sappia tutto del fantomatico pessimismo leopardiano e poi rimanga indifferente di fronte a una pagina delle Operette morali, perché non riesce ad apprezzarne il valore o non ne capisca il contenuto, è segno che la scuola ha in buona parte fallito.

Insomma la scuola che vuole promuovere negli alunni l’acquisizione di competenze deve rivedere in buona parte percorsi e modalità dell’insegnamento. Potrebbe aiutare l’etimologia del termine, che deriva dal latino petere, che significa sia dirigersi, andare a, ma anche chiedere, domandare. Possiamo cominciare a immaginare ore di lezione durante le quali insegnante e studenti si dirigono insieme e con curiosità verso luoghi sconosciuti, che sono quelli che un sapere meno nozionistico consente di raggiungere e di apprezzare. E’ chiaro che il viaggio non può costruirsi intorno a delle verità acquisite, a risposte certe, perché altrimenti il tragitto non porterebbe altro che a girovagare intorno al luogo di partenza. Per muoversi bisogna porsi continuamente delle domande e non pensare di avere già delle risposte a disposizione. Bisogna camminare insieme, incerti del percorso, ma affascinati dallo spostamento.

DI METRO IN METRO, passeggiata poetica a Poggibonsi

Venerdì 11 settembre a Poggibonsi DI METRO IN METRO, una passeggiata poetica lungo i camminamenti della Fortezza di Poggio Imperiale di Poggibonsi con Alessandro FO, Giuseppe GRATTACASO, Paolo MACCARI.

L’iniziativa  è a sostegno del progetto editoriale A volte mi ritrovo sopra un Colle. Racconti da un carcere (testi nati all’interno dell’Istituto di pena di Ranza).

Di metro in metro è il preludio a Letture in autunno, la rassegna valdelsana organizzata dall’associazione La Scintilla insieme agli “Amici di Romano Bilenchi”.

Poggibonsi

 

 

 

La nuvola di Orione

Per esempio la nuvola di Orione
è massa in divenire assai scomposta,
cioè disordinata e indisponente,
di stelle giovani, molecole disperse,
fiammate d’artificio, crepitanti
trasalimenti, uragani di petali,
rose di venti, dischi planetari,
pietre vaganti, fumi, filamenti
che tra milioni d’anni brilleranno
di luce propria, corpi incandescenti
nel firmamento, o ancora vita ignota
saranno senza nome e condizione
riconosciuta e soddisfacente,
posto assegnato. Non esiste modo
di dare un senso al cielo inessenziale
e sbilanciato. Siamo noi i sapienti,
i diligenti, ordiniamo il mondo
sopra scaffali, mensole, contiamo
le stelle, le galassie, diamo un nome
agli ammassi di luce. Una ragione
che non sappiamo ha pure l’universo,
una missione, un punto d’equilibrio,
questo speriamo, un definito assetto.
Da qualche parte ci sarà un progetto.

(da La vita dei bicchieri e delle stelle, Campanotto 2013)

 

La Nebulosa di Orione vista dal Telescopio Spaziale Hubble

La Nebulosa di Orione vista dal Telescopio Spaziale Hubble

Chi pubblica la poesia?

Le turbolenze che hanno interessato negli ultimi mesi la casa editrice Mondadori mettono in apprensione il mondo della poesia, costituzionalmente fragile e portato all’inquietudine. Si teme la chiusura della prestigiosa e ambita collezione dello Specchio. In effetti, basta fare due conti per fugare ogni preoccupazione: risulta infatti del tutto inutile cessare l’attività di una collana che pubblica pochi libri l’anno (nel 2015 solo quattro, e dobbiamo credere, come del resto accade per tutta l’editoria di poesia, in un numero non esagerato di copie), e che dunque non comporta nessun rischio economico veramente rilevante per la casa editrice. Insomma Lo Specchio è una collana che mette in moto investimenti sicuramente limitati e i cui tonfi, qualora dovessero esserci, non sarebbero mai paragonabili ai fiaschi in altri settori. D’altro canto, se proprio si vuole parlare di poca attenzione della casa editrice di Segrate, avremmo dovuto farlo un po’ di anni fa, quando è apparsa evidente una progressiva rinuncia a rappresentare un punto di riferimento certo per la poesia, come era avvenuto nei decenni precedenti.

Quindi tranquilli, Lo Specchio mondadoriano dovrebbe continuare (almeno per il momento) le sue pubblicazioni, sia pure con la cadenza sempre più rallentata degli ultimi tempi: quest’anno due italiani (Majorino e De Angelis) e due stranieri (Krüger e Levine), contro i tre più tre della scorsa stagione. Proseguirà senz’altro le pubblicazioni anche la meritevole nuova linea degli Oscar Poesia con la riproposizione dell’intera opera poetica di grandi voci del Novecento (tra gli ultimi, Bellezza, Fortini, Giudici, in programmazione Conte e Orelli).

Giorgio Orelli, a cui Mondadori dedica un Oscar Poesia

Giorgio Orelli, a cui Mondadori dedica un Oscar Poesia

D’altra parte però Lo Specchio continua a riflettere l’immagine, non certo radiosa, della generale situazione editoriale della poesia. Lo scarso interesse, per dirla con un eufemismo, nei confronti della produzione in versi, è riassumibile in due assiomi. Il primo è contenuto nella formula “tanti poeti pochi lettori”, dove i “pochi” possono essere quantificati, a detta del critico e poeta Alberto Bertoni (La poesia contemporanea, Il Mulino, 2012) in circa tremila, a fronte di un numero di scriventi almeno cento volte maggiore. Che siano questi o no i numeri, risulta comunque chiaro come buona parte degli scrittori di versi non siano lettori abituali di poesia.

Il secondo postulato, che non viene mai messo in dubbio, è che “la poesia non si vende”, espressione che, almeno per una volta, varrebbe la pena considerare in un’accezione diversa da quella solita; i libri di poesia non sono cioè un oggetto scarsamente commerciabile, ma non si vendono in quanto per l’appunto non sono in vendita. Non si vuole qui affermare il principio etico della non commerciabilità dell’opera d’arte, quanto costatare proprio che l’oggetto libro di poesia di solito non è messo in vendita, almeno nei luoghi tradizionalmente deputati a questo. I libri di poesia contemporanea infatti non sono distribuiti (dai piccoli editori) o sono malamente distribuiti, di solito con una punta di fastidio (dai grandi, cioè Einaudi e Mondadori, avendo Garzanti, e prima ancora Guanda, già da tempo rinunciato all’impegno). Non è un caso del resto che le librerie, anche le più accreditate, riservino ai libri di poesia un angolo buio in fondo all’ultima sala, con grande presenza degli intramontabili Neruda e Lorca, forse di Leopardi, che resistono tra molte antologie di poesia d’amore e qualche sparuta traccia di Montale, quasi mai di Saba. Dei poeti contemporanei qualche risibile segno, quasi sempre in formulazione straniera.

L’assioma che vuole che la poesia non si venda andrebbe se non altro ampliato con un corollario: “non si vende, perché non è in vendita”. Il paradosso prosegue con un’ulteriore domanda: si comprerebbe, se fosse in vendita?

Nel febbraio del 2012 Saviano lesse in tv in prima serata alcune poesie di Wisława Szymborska. Nei giorni successivi l’antologia La gioia di scrivere, pubblicata tre anni prima e contenente tutti i versi della poetessa polacca, vendette quindicimila copie, creando qualche problema all’editore Adelphi che non aveva previsto il successo improvviso del libro. Forse manca a monte un’attenta politica editoriale, capace di spingere il prodotto anche quando si tratta di un libro di poesie. Ma prima ancora sarebbe necessario operare delle scelte che tengano conto del bisogno espresso dai lettori (tutti, senza distinzione) di testi che siano in grado di parlare alla sensibilità comune e non di custodire esclusivamente elucubrazioni, in una lingua privata, sull’ombelico di chi scrive.

Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska

Alfonso Berardinelli su Il Foglio del 15 luglio scrive: Di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta. Non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita le grandi, medie e minime collane che esistono” E lascia poi intendere che non sempre le case editrici maggiori procedano con scelte ragionate alla selezione dei titoli, lasciandosi piuttosto tentare da “opportunismi”: tanto, afferma lo stesso Berardinelli, “la critica di poesia beve tutto, oppure tace”. Insomma “prima viene l’amico, poi l’amico dell’amico, poi quello che si mette al tuo servizio” e via dicendo.

Eppure i piccoli editori di poesia specializzati sono molto attivi, segno di una vitalità del settore che permette comunque un accettabile recupero economico, soprattutto grazie alle vendite online e al concorso alle spese da parte degli autori, spesso richiesto sotto la formula dell’acquisto di un certo numero di copie. In questa prassi non c’è nulla di veramente scandaloso, se non quando si procede con superficialità nella selezione dei titoli (come si fa a dire di no a chi di fatto si paga il prodotto realizzato?) e con successiva scarsa premura nella promozione e diffusione del libro.

Sta di fatto che senza l’opera di questi editori il brulicante mondo della poesia, animato da alcune significative voci poetiche, anche giovanili (con un po’ di ottimismo, si va oltre i conteggi di Berardinelli), ma anche da un fitto sottobosco di esternatori dei propri sentimenti nelle forme più banali, non troverebbe modo di esprimersi. La Vita Felice, Crocetti, Raffaelli (che da un paio di anni pubblica un pregevole Almanacco), Campanotto, Interlinea, Puntoacapo, LietoColle, Moretti & Vitali, per citare alcune tra le case editrici di poesia più presenti, si barcamenano tra mille difficoltà, tra cui molto spesso anche quella di non riuscire a tener vivo un sito che sia, graficamente e per funzioni, al passo con i tempi, con il risultato di essere del tutto assenti negli scaffali delle librerie e di risultare sconosciuti al pubblico, anche a quello dei lettori di poesia.

C’è poi internet, le mille riviste online, gli e-book che è possibile scaricare gratuitamente o per pochi euro, i blog e i siti che parlano di poesia. Un’occasione ancora tutta da verificare e da sfruttare. Un mondo dove per il momento buona parte dei poeti più affermati si muove con difficoltà, quando non proprio considerando un impiccio il web e le sue manifestazioni. Ma questo è un altro capitolo.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it

 

RELIQUIARIO DELLA GRANDE TRIBOLAZIONE di Giuseppe Langella (Interlinea)

Durante la prima guerra mondiale, come forse mai era accaduto in precedenti conflitti, i soldati avvertirono se stessi come uomini piccoli e smarriti, alla ricerca di un’umanità che sentivano persa per sempre. La loro lotta, prima ancora che contro un nemico del quale sapevano poco e che certo non avevano ragione di odiare, si svolse innanzitutto contro le avverse e terribili condizioni naturali, le enormi montagne, il freddo dell’alta quota, le nevi che sembravano non volersi mai sciogliere, il fango delle trincee, il caldo opprimente dell’estate. Ai terribili nuovi armamenti si rispondeva con strumenti di difesa assolutamente inadeguati. Il conflitto venne combattuto innanzitutto contro la propria fragilità di uomini. Anche per questo la Grande Guerra è stata oggetto di riflessione di tanti tra narratori e poeti.prima guerra

La vana e coraggiosa fatica dei singoli chiamati a lottare contro forze più grandi di loro è oggetto della breve e intensa raccolta poetica di Giuseppe Langella, spinto all’impresa dalla consuetudine con i luoghi che furono teatro di alcuni tra i più drammatici eventi della guerra e sollecitato dall’incontro con l’artista camuno Edoardo Nonelli, autore della scultura Croce, realizzata assemblando reperti bellici, a volte anche solo frammenti, dotati comunque di grande suggestione, recuperati sulle pendici dell’Adamello, dove vennero scavate trincee e dove i soldati furono chiamati a sforzi sovrumani.

In Reliquiario della grande tribolazione, pubblicato da Interlinea, Langella opera allo stesso modo di Nonelli, partendo appunto dalle reliquie, dai ritrovamenti minimi qui soltanto evocati, e ricostruendo, a partire da quelle antiche tracce, le condizioni miserevoli di quanti si trovarono, a volte provenienti da regioni lontane, a combattere il conflitto. Lo sguardo del poeta è pietoso e partecipe, la sua voce si veste di un tono religioso, peraltro richiamato già dal titolo della raccolta, che non può che riportare anche ai versi di Ungaretti e in particolare alla poesia I fiumi, dove il soldato-poeta dichiara di essersi disteso nell’Isonzo come “in un’urna d’acqua” e di aver riposato “come una reliquia”.

A differenza di Ungaretti, pure citato in esergo della sezione Stazioni (che rappresentano le fermate di una dolorosa e crudele via crucis), Langella sceglie per le sue poesie una cadenza di carattere popolare, segnata dalle rime, anche baciate, come avviene nella lirica che apre il libro, dal titolo appunto Reliquie. Langella assume punto di vista e sofferenza degli sconfitti, e in questa guerra sono sconfitti tutti, anche coloro che potranno dirsi salvi e tornare alle proprie case, ma può farlo solo dalla distanza dei cento anni che sono trascorsi dal conflitto, può farlo guardando e facendo parlare i resti che la guerra ha lasciato sul terreno e che la natura, a distanza di anni, restituisce: sono “assiti, pioli, stanghe, tavolacci, / cui il tempo, l’aria, i ghiacci, / hanno impresso il colore delle ceneri”. Le reliquie contengono la traccia, la lontana presenza, di quelle vite che la guerra segnò per sempre, che vengono anche richiamate dai suoni stessi delle parole, dal timbro spietato e popolare, che sembra ricordare i canti che accompagnavano le marce e le attese dei soldati: “Casematte, cunicoli, tettoie / divelte, feritoie, / schegge, cassette, lamiere ritorte, / ostaggi della sorte; / carrucole, funi, reticolati, / sbarre, ferri incrostati / di ruggine, scheletri di baracche, / ghirbe, taniche, sacche: / di tanti alpini, delle loro gesta, / è tutto quello che resta”.

Giuseppe Langella, che a Milano insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica ed ha esordito in volume nel 2003 presso San Marco dei Giustiniani con la raccolta Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore, è poeta colto che comunque sa rinunciare alle asprezze del dettato per aderire, come in questo caso, alla materia trattata, per farla diventare esperienza comune.

I resti di lamiere e legno, dei reticolati, i brandelli di stoffa, scandiscono un percorso, che nel volume è segnato in parallelo dalla riproposizione di disegni e litografie in gran parte realizzati proprio dai soldati che combatterono nel corso della Grande Guerra. E’ un percorso in cui si rappresenta la condizione di sofferenza e fragilità degli uomini, il continuo dialogo tra vita e morte che di nuovo emerge dai reperti che sembrano ancora avere impressi i segni di quei destini: “O legno centenario, / arso dal sole, scavato dai venti, / tutto costole e solchi, schegge e fori, / midollo che si spacca dai dolori, / fosti fasciame che scalda e ripara, / buono per la baracca e per la bara”.

Pubblicato sul quotidiano online Succedeoggi.it

 

Pluton Portraits 1

Ha rughe incise al fondo di pianure
e lungo gli occhi, segno si saggezza
o di stanchezza per l’eterno giro
lontano da ogni centro. In primo piano
la cute secca per invecchiamento
e per fatica, dio di rapimenti
e di trasalimenti, grigio nume
sorvegliante di sé, ergastolano
e carceriere, mostri la tua fronte
segnata dalle macchie sulla pelle,
la regale pupilla, sguardo ghiaccio
e già distante. Il ritratto fissa
i brufoli, le piccole escrescenze,
il gelido respiro dei crateri,
l’epidermide glabro ed acciaccato,
la coltre d’elefante, un vasto canyon
tra muscolo e montagna arrugginito.

 

Plutone fotografato dalla sonda New Horizons (Nasa)

Plutone fotografato dalla sonda New Horizons (Nasa)

 

Pluton Portraits 2

plutone-pianeta

 

Plutone mette in mostra la sua faccia:
il grande cuore del dio dell’oltretomba,
il nano un tempo ultimo pianeta
del sistema solare, ora gran pietra
ma levigata, una boccia astrale,
sovrano invisibile di un regno
di sudditi defunti, resta in posa.
Sono gli inferi dunque una normale
tappa tra noi e lo spazio senza fine,
Averno galleggiante in zona ghiaccia
e di confine, sfera titubante
di cui rimane traccia nelle foto
spedite dentro il vuoto dalla sonda
New Horizons, di stelle paparazzo
e di divi, in trasferta ultramondana
tra i set delle galassie e le appannate
luci di incerto appeal del sottosuolo.
Vortica Ade, mentre già distante
il fotografo seguita nel volo.

 

Plutone, il dio degli Inferi

Plutone, il dio degli Inferi

 

 

 

La scuola è di chi deve imparare

Procedono verso la conclusione gli esami di Stato, mentre la discussa riforma della scuola conclude il suo tormentato iter parlamentare. L’impressione che si ricava dalla risposta dei giovani di fronte alle prove cui sono sottoposti al termine del loro percorso scolastico, è che i nuovi diplomati abbiano a disposizione conoscenze ampie, che sanno come utilizzare nell’ambiente scolastico, ma che non riescono a mettere in relazione con il mondo circostante. O almeno appare piuttosto evidente che gli studenti vivano l’insegnamento che la scuola propone come qualcosa che non serve a spiegare la vita: sono in possesso di molte informazioni, forse anche in numero maggiore di quelle di cui potevano disporre le generazioni precedenti, ma non riescono a metterle in relazione con la realtà, perché non credono che esse abbiano alcun rapporto con la loro vita. Il sapere, nel loro caso, spesso non genera passione, né è percepito come uno strumento che serva a decodificare le domande che la realtà impone. Alcuni di loro sono stati negli anni della scuola lettori anche interessati e partecipi, ma a partire dai prossimi mesi, nella maggior parte dei casi, abbandoneranno la pratica della lettura, che vivono come attività immediatamente legata agli impegni scolastici.

Bambini seduti ai banchi i primi giorni di scuola

Di tutto questo e di tanto altro che riguarda l’insegnamento non si è parlato in questi mesi di discussioni sulla riforma, lasciando che gli argomenti principali fossero i piani delle assunzioni, la questione dell’immissione in ruolo dei precari, le polemiche sulle funzioni e sui poteri dei dirigenti scolastici, i cavilli burocratici. E’ mancato il confronto, complice anche una certa timidezza degli intellettuali, su cosa debba essere l’insegnamento e su come sia possibile affrontare quel rinnovamento che appare oggi necessario se si vuole che il sapere duri nel tempo e che dunque l’azione di chi opera nella scuola sappia intercettare i bisogni di conoscenza di generazioni che rischiano di regredire velocemente verso uno stato di perenne distrazione e di rassegnata disattenzione nei confronti dei movimenti del mondo.
Di questi argomenti scrive Paolo Giordano su La Lettura del Corriere della Sera di domenica 28 giugno, sostenendo tra l’altro che forse “converrebbe finalmente spostare lo sguardo – senza pregiudizio, bensì con disponibilità e compassione – sui ragazzi seduti dietro i banchi”. Insomma il mondo della scuola (del quale comunque farebbero parte, e ce ne dimentichiamo spesso, anche studenti e famiglie) è sempre disposto a parlare del “sistema di per sé, con le sue regole e le esigenze di chi vi opera”, mentre sarebbe il caso di spostare l’attenzione “su chi deve usufruirne, su chi necessita di imparare”.
Per attuare questa “piccola rivoluzione”, bisognerebbe cercare di dare una risposta ad una serie di domande, che Giordano così sintetizza: “Chi sono gli adolescenti di oggi? Quali bisogni hanno? Come funziona il loro apprendimento? I programmi ministeriali e i criteri di valutazione sono sintonizzati con la realtà tecnologica, multiculturale, priva di gerarchie standard e sottilmente perversa nella quale vivono?”. Ma queste questioni, ricorda lo scrittore, sia da parte del governo che del fronte antagonista degli insegnanti non sono ritenute urgenti. Forse nemmeno sostanziali, aggiungo.
La verità è che per dare una risposta alle domande di Paolo Giordano è necessario già avere in atto un nuovo modello di insegnamento, che non indulga eccessivamente, come succede, nelle lezioni frontali, e che si realizzi invece attraverso la volontà degli insegnanti di mettere in gioco il proprio sapere e di arrivare a un dialogo vero con chi è di fronte. Un insegnamento che non comporti solo la trasmissione di informazioni e nozioni, ma che sappia incuriosire e stupire, costruendo la conoscenza sulla consapevolezza che il sapere non può essere ripetizione di formule già note, ma ricerca e rivelazione.
Questa pratica dell’insegnamento è già presente nelle nostre scuole, grazie a un numero nemmeno tanto esiguo di insegnanti, ma per ora interessa a pochi, e questi pochi sono quasi esclusivamente studenti, in grado di riconoscere e di seguire chi è in grado di condurre verso territori nuovi e sorprendenti. Una riforma che voglia dare vita a una scuola i cui risultati sulla vita dei singoli durino nel tempo non può che partire dalla riflessione su questi aspetti.

L’OMBRA DI CHI PASSA di Alessandro Quattrone (Puntoacapo)

L’editoria di poesia vive ormai da decenni in una condizione di sospensione, uno stato vegetativo da cui sembra impossibile riemergere. Non essendo neppure più considerata fiore all’occhiello per le case editrici, che potevano così giustificare scelte su altri versanti assolutamente commerciali, non supportata da nessuna forma di promozione, finisce per sottostare a scelte determinate da decisioni di basso profilo, se non addirittura prive di senso. Ne fanno le spese libri di notevole livello, cui viene offerta la possibilità di affrontare il pubblico, quello beninteso ridottissimo del caso, solo grazie alla presenza coraggiosa di piccole case editrici specializzate, che si barcamenano tra mille difficoltà, tra cui quella di non essere in grado di garantire una distribuzione adeguata, attività peraltro non sostenuta, nel caso della poesia, nemmeno dalle grandi case.

La premessa vale a raccomandare attenzione verso le proposte di un agguerrito gruppo di editori di poesia e a introdurre il discorso relativo al nuovo libro di versi di Alessandro Quattrone, L’ombra di chi passa, edito da Puntoacapo. Si tratta infatti di un volume che raccoglie liriche di grande intensità, degne di arrivare a un pubblico vasto, se non altro per il rifiuto di muoversi all’interno di un panorama asfitticamente introspettivo, paesaggio spesso frequentato dalla produzione poetica italiana degli ultimi anni. La poesia di Quattrone risolve la complessità del pensiero, la ricerca di un oltre sempre imperscrutabile e perciò destinato ad essere costantemente cercato, l’apparente banalità di un quotidiano che in effetti nasconde mille insidie e innumerevoli domande, in un dettato chiaro ed accessibile, che invita il lettore a una relazione, apparentemente fondata su presupposti scontati, ma che presto si snoda in riflessioni che costringono ad un’ottica inconsueta e frastornante. NATURA-MORTA-DI-GIORGIO-MORANDI_2

Alessandro Quattrone è nato nel 1958 a Reggio Calabria e vive da tempo a Como, dove insegna. Il suo primo libro di poesia, Interrogare la pioggia, risale al 1984; al volume d’esordio fece seguito nel 1993 Passeggiate e inseguimenti. Dopo un lungo silenzio poetico, puntellato da varie traduzioni e dalla pubblicazione di un romanzo, nel 2013 ha dato alle stampe la raccolta Prove di lontananza.

Il mondo che si delinea in L’ombra di chi passa è limitato a un territorio circoscritto, popolato di oggetti, di piante, di animali, soprattutto di insetti, riconoscibili e familiari. La zanzara, la mosca, la cimice, la formica, il passero sembrano costringere autore e lettore a limitare lo sguardo agli immediati dintorni, si pongono come un freno perché il passo non ardisca verso paesaggi insoliti. Eppure i versi svoltano presto verso verità inaspettate, soluzioni penetranti e impreviste. Il conosciuto serve da ancora che tenga al riparo da possibili scivolamenti, si propone come una prospettiva agognata, ma in effetti irrealizzabile, come è detto già nella lirica che apre il volume: “Sapessimo imitare la saggezza / delle cose ferme al loro posto / da mesi o da decenni, / noi anime in continuo movimento / senza una terra né un giardino / dove obbedire muti alle stagioni, / sapessimo restare immobili / come quadri appesi alle pareti, / con i nostri colori che chiedono solo / di avere una forma e una cornice”.

Gli insetti devono al loro essere piccoli e alla brevità della vita il raggiungimento di una beata consapevolezza senza aspettative, che li libera dalle incertezze relative al futuro e dalle domande sul proprio stato. Così la pioggia che cade inesausta cancella rumori e voci nella strada, “ma risparmia il suono impazzito / della cimice che si sa mortale”. Del resto anche l’uomo è un essere piccolissimo di fronte ai grandi accadimenti della natura e ai suoi numeri, anche l’uomo nella sua ricerca infinita sembra alternare “silenzio e ronzio, sbattendo / contro il soffitto e le pareti”, ma la sua condanna è continuare a credere che sia possibile il futuro e che il passato sia veramente custodito da qualche parte. Ed è per questo che il piccolo essere umano non riesce a trovare una collocazione che lo soddisfi, un posto nel quale sentirsi veramente a casa: “Guardando questa immensa trasparenza / non sappiamo se è il nulla o la pienezza / che amiamo, e rimaniamo a lungo incerti / fra vertigine e equilibrio”.

La realtà, proprio quando si presenta ordinata e precisa, appare minacciosa, perché ci mette di fronte alla nostra volontà di dare un senso al mondo, di comporre in un disegno nitido e preciso i pezzi frammentati dell’esistenza, per scoprire che c’è sempre qualcosa che non torna, un particolare che rimette tutto in discussione: “La cucina pulita ci minaccia / con i suoi silenzi di bottiglie vuote, / con i suoi mormorii di uva bianca, / con la tranquillità irrimediabile / di un calendario scaduto”.

E’ possibile recuperare momenti di pienezza, di soddisfatta autenticità, solo a costo di credere che la felicità sia esercizio passeggero e che essa risieda in avvenimenti minimi, nel precario benessere di un attimo di equilibrio. Chi però, anche se solo per un momento, anche se solo per “miracolo, magia, fantasia”, ha raggiunto una comprensione, sia pure del tutto parziale, della nostra vicenda nel mondo, non può che guardare agli altri, secondo un modello che arriva a Quattrone da Sbarbaro e Montale, come a ombre, a una folla di “appestati incosapevoli” (“una compagnia di strani condannati sorridenti” li chiamava il poeta di Pianissimo; “gli uomini che non si voltano”, “l’altre ombre che scantonano” scriveva Montale): “Quanto azzurro allegro d’ombre / intermittenti sulla sponda del lago: / è solo un intervallo, questo, / solo una breve pausa lirica / nel trascorrere di un cammino epico. / Una folla vagante di appestati / inconsapevoli, colmi di storia / e di giudizi, ci trascorre accanto. / Tutti possessori di porzioni / di aria, di acqua, di nuvole”.

(pubblicato sulla rivista online Succedeoggi)