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Massimo due

Bisognerebbe smettere di dire che un secolo regala ad un popolo un solo poeta, al massimo due. Che i poeti veri si contano sulle dita di una mano. C’è forse qualcuno che si preoccupa di contare quanti narratori nascano in un secolo, o quanti scultori, medici, astronomi? La poesia così sembra debba essere qualcosa di sacro e di estremamente lontano. D’Annunzio, nei ricordi di un giovanissimo Saba (Ricordi-Racconti), afferma che “l’Italia aveva avuti, prima di lui, tre soli poeti: Dante, Petrarca, Leopardi; gli altri non erano stati che chitarristi”. Devo dire che l’immagine dei chitarristi è divertente, e che mi affascina l’idea che un’orchestra di strimpellanti chitarristi abbia realizzato buona parte della letteratura italiana. Ma perché non chiamarli poeti? Perché continuare a dire che i poeti si contano sulle dita di una mano? E pensare che tra l’anno di nascita di Saba (1883) e i venti anni successivi, quando appunto avvenne l’incontro con il Vate, il “bianco immacolato signore”, nacquero, tra gli altri, Piero Jahier, nel 1884, Dino Campana, Clemente Rebora e Virgilio Giotti(’85), Vincenzo Cardarelli (’87), Camillo Sbarbaro e Giuseppe Ungaretti (’88), Eugenio Montale (’96), Giacomo Noventa (’98), Carlo Betocchi (’99), Salvatore Quasimodo, nel 1901! Tutti “chitarristi”.
Questa idea della sacralità della poesia ha nell’immediato due effetti, Innanzitutto la scomparsa dalla memoria collettiva di quei poeti che, pur riconosciuti come tali e ammirati dai lettori, non sono ritenuti tra i due (massimo due!) Grandi del secolo. Poi produce una sorta di timore panico di fronte a tanta altezza, con la conseguente fuga dei lettori, spaventati davanti a questo luogo solenne e inviolabile che per alcuni dovrebbe essere la poesia.

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