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Lo sguardo del saggio. Su una poesia di Elio Pecora

Nel giardino stretto a pianoterra
sul sedile sbrecciato,
tra i vasi delle zinnie e dei gerani:
lascia pane agli uccelli:
cince, passeri, storni,
più volte di mattina una ghiandaia.

Ieri ha scavato sotto la magnolia
per seppellire la gatta
spirata di vecchiaia sul divano.

In due metri di terra
sono spariti i corpi,
nemmeno le ossa,
del lupo alsaziano là da sei anni,
della spinona, sepolta l’anno scorso,
sgravata due volte
di figli minuscoli morti.

 

elio pecora
Elio Pecora

Elio Pecora si avvicina alle vicende del mondo con lo sguardo, e il sorriso verrebbe da aggiungere, del saggio, di colui che sa bene che non c’è una verità da svelare se non quella della nostra finitezza e che comunque avverte la presenza di una possibile rivelazione in ogni gesto e in ogni impresa, dalla sublime alla più insignificante. Non si tratta della saggezza che è il prodotto dell’accumulo d’esperienza frutto del trascorrere degli anni, che rende più pacate e misurate le azioni, che acuisce la capacità di discernere tra il bene e il male, piuttosto essa è strumento di conoscenza, elemento connaturato allo sguardo e alla parola che restituisce il racconto di quello che si è visto. La saggezza, in questo caso, è caratteristica specifica della poesia, è il fiato che percorre i versi e dà loro sostanza, è la cifra che consente di assistere alle vicende umane con un misto di accorata partecipazione e ironico distacco, di sentimento popolare e aristocratica lontananza. Il dialogo tra il vicino e il lontano, tra ciò che gli occhi vedono e tutto quello che invece si manifesta come assenza, tra l’evidenza della realtà e la sua oscurità, è materia di questi versi.
Del resto che sia lo sguardo il motore primo dei versi di Pecora, o meglio la capacità dello sguardo di posarsi su un luogo e di restituirlo al lettore denso di nuovo significato, la modalità con cui cerca la realtà e la trasforma in domanda, ce lo conferma il titolo di una raccolta di brevi prose, L’occhio corto (ma già nel 1984 Pecora aveva pubblicato alcune poesie con il titolo di L’occhio mai sazio), che porta in epigrafe una citazione di Karl Kraus: “Quanto più da vicino si osserva una parola, tanto più lontano essa rimanda la sguardo”. E ciò che vale per la parola può essere esteso, almeno per quanto riguarda il modo di procedere di Pecora, al gesto, al movimento, ai paesaggi, ai comportamenti.
Nella poesia qui riportata, tratta dai Quadri cittadini, proposti all’interno della raccolta Simmetrie (Mondadori, 2007), l’eterna vicenda di vita e morte, della fatale conclusione e consunzione di vite e corpi, dell’altrettanto inevitabile certezza che c’è sempre qualcuno che resta, è rappresentata attraverso una figura umana, il protagonista dell’azione, che non ha nome e ci viene presentato senza alcuna consistenza fisica, privo di connotati che lo distinguono. Lo conosciamo, e lo riconosciamo come nostro simile e fratello, solo dai gesti minimi, terribilmente umani, che sono quelli di offrire da mangiare agli uccelli che frequentano il “giardino stretto a pianoterra”, e di scavare buche che ospiteranno le spoglie degli animali domestici, la gatta, il lupo alsaziano, la spinona. Insomma nel giardino, che immaginiamo chiuso tra alti palazzi, si palesa un piccolo cosmo protetto dall’esterno minaccioso, tanto che in esso trovano ristoro “cince, passeri, storni, / più volte di mattina una ghiandaia” e che funziona, c’è da crederlo, anche da rifugio per l’oscuro e generoso dispensatore di alimenti e di sepolture. Lo stesso giardino è però anche il luogo indifeso nel quale si mostrano le minacce del tempo e della vita, una sorta di hortus conclusus dell’amore e della disperazione, un minuscolo teatro dove si recita una altrettanto infinitesima tragedia.
La scena viene vista da un luogo estraneo e imprecisato, non tanto lontano da non permetterne di coglierne i particolari e di renderne chiare le dinamiche emotive. Nell’estremo nitore dei versi, nell’asciutta precisione del racconto (con tre soli aggettivi, posti ad inizio e fine della lirica, “stretto” “sbrecciato” “morti”, che non lasciano dubbi sull’atmosfera della rappresentazione), Pecora ci conduce, senza indugio e senza commiserazione, con lo sguardo presente e lontano del saggio, proprio a contatto con i nostri limiti e con la nostra incompiutezza.
Il nume tutelare della poesia è Saba: certo per la presenza di uccelli “cittadini”, per i gesti umili e autenticamente caritatevoli, per la “moralità”, sarebbe meglio dire “quasi una moralità”, che si evince dai versi. Non c’è invece, contrariamente a quanto avviene nelle poesie del triestino, la presenza di un io prepotentemente autobiografico. Lo sguardo del saggio non guarda a se stesso, ma si posa sui piccoli gesti quotidiani di anonimi interpreti, scoprendovi i segni del comune destino.


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